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domenica 27 settembre 2026

Nelio Biedermann, “I Lázár” ed. 2026

                                                Voci da mondi diversi. Svizzera

     storia di famiglia


 Nelio Biedermann, “I Lázár”

Ed. Guanda, trad. Leonella Basiglini, pagg. 304, Euro 18,05

 

   Ai margini dell’oscuro bosco c’era ancora la neve del secolo defunto, quando Lajos von Lázár, il bambino trasparente dagli occhi azzurri come il mare, intravide per la prima volta l’uomo che, a lungo anche dopo la sua morte, avrebbe creduto essere suo padre.

    Quante cose ci dicono queste prime righe di apertura del romanzo del giovanissimo Nelio Biedermann che è cresciuto a Thalwil, sul lago di Zurigo, ma i cui nonni paterni, appartenenti alla nobiltà ungherese, si sono rifugiati in Svizzera negli anni Cinquanta.

Ci aiutano ad ambientare la storia che leggeremo- sono i primi giorni di gennaio del 1900 (ce lo dice la neve), il luogo (un castello, questo lo sapremo poi) è vicino a un bosco ‘oscuro’ come la selva oscura dantesca- anche questo bosco forse simboleggia il peccato, lo smarrimento, la confusione di scelte difficili-, il bambino che viene al mondo- uno dei protagonisti, forse il protagonista principale- non è come tutti gli altri e poi non è figlio di quello che crede essere suo padre. Sarà una storia che si srotolerà per più di mezzo secolo, che vedrà la fine dell’impero austro-ungarico, la caduta di una famiglia, l’avvicendarsi di diversi regimi politici che infine non lasceranno scelta tranne la fuga oltre i confini.

le Croci Frecciate

   Sándor von Lázár (verrà il giorno quando sarà meglio omettere il von nobiliare), la moglie Mária, i figli Ilona e Lajos, il fratello folle di Sándor, Lajos e Lilly e i loro figli Pista ed Eva- sono questi i personaggi del romanzo. O forse la vera protagonista è la Storia dentro cui si muovono, come attori, i personaggi. La fine del vecchio e baffuto imperatore significa il dissolvimento della grandezza del suo impero e, parallelamente, assistiamo alla fine tragica della madre di Lajos e allo scivolare di suo padre nell’alcolismo. I cambiamenti nella vita della famiglia incalzano, dalla residenza nel castello andranno prima a Pécs e poi a Budapest, mentre un altro uomo, con i ridicoli baffetti, questo, arringa le folle in Germania ed estende il suo potere in Ungheria. Quello di Hitler è un potere subdolo e strisciante in cui Lajos si trova invischiato- sarà travolto dai sensi di colpa quando si renderà conto di che cosa è stato corresponsabile. Solo quando, a guerra finita, il giovane Pista andrà a cercare la ragazza di cui era innamorato, verrà a sapere che era ebrea e che era scomparsa. Ormai tutti sanno dove. Forse il destino migliore è quello di Imre, lo zio di Lajos ossessionato dai ‘Notturni’ di Hoffman- c’è saggezza nella sua follia, proprio come in Re Lear? Che periodo buio della storia dell’Ungheria, quello della guerra con le Croci Frecciate e del dopoguerra con l’occupazione sovietica e il Partito Comunista guidato da Rákosi  (e i Lázár, ormai definitivamente senza il von, vivono in ristrettezze, sia di mezzi sia di spazio)!


   C’è un certo qual cambiamento nel tono narrativo del romanzo. La prima parte, più lontana nel tempo, ha i contorni più sfumati, c’è un certo non so che da realismo magico (vedi la nascita del bambino dalla pelle trasparente), mentre la narrazione si fa più dura e realista con gli avvenimenti più recenti che culminano con il coinvolgimento politico di Pista, la speranza in Imre Nagy, la rivoluzione del 1956, il trauma dei carri armati sovietici in Budapest, la decisione di lasciare l’Ungheria.


    Il linguaggio di Nelio Biedermann ha un nitore di altri tempi, può essere poetico o crudo senza mai essere esagerato, così come sono discreti i riferimenti a scrittori e grandi opere del passato- da Dante a Mann, a Roth, a Màrquez. È un’opera prima e non è particolarmente originale, ma la giovinezza dello scrittore ne fa un romanzo fuori dell’ordinario che suscita stupore e ammirazione per il suo autore.



 

   

 

 

 

mercoledì 8 luglio 2026

Jonas Hassen Khemiri, “Le sorelle” ed. 2026

                                                      vento del Nord

         storia di famiglia

Jonas Hassen Khemiri, “Le sorelle”

Ed. Einaudi, trad. Katia De Marco, pagg. 656, Euro 22,80

 

    Ina. Evelyn. Anastasia. Le sorelle Mikkola. Non le dimenticheremo facilmente. Come non le ha mai dimenticate, da quando per la prima volta Jonas, alter ego dello scrittore che ha il suo stesso nome, ne aveva sentito parlare dai suoi genitori e lui era solo un bambino. Il cognome, per prima cosa, lo intrigava. Non sembrava svedese. Poi quello che sentiva dire di loro. Il padre era morto, la madre pareva non fosse capace di vivere a lungo nello stesso posto (più tardi, da loro, aveva saputo che c’era una ‘maledizione’ che le inseguiva), vendeva tappeti (mentendo sulla loro provenienza e assicurando che avrebbe inoltrato ai compratori il certificato di garanzia- certificato che non arrivava mai). Soprattutto lo attirava una certa affinità con loro- le sorelle Mikkola erano in tre, Jonas aveva due fratelli, tre anche loro, quindi; loro erano figlie di uno svedese e una tunisina, lui di un tunisino e di una svedese. E nessuno di loro sapeva parlare arabo (le sorelle Mikkola parlavano inglese tra di loro). Più tardi sia Anastasia sia Jonas avrebbero usufruito di una borsa di studio per andare a studiare l’arabo in Tunisia. Lo incuriosiva anche la diversità delle sorelle Mikkola. Ina, altissima, giocatrice di basket, organizzata, rigorosa, razionale. Evelyn, l’affascinante Evelyn di cui Jonas sarà sempre un poco innamorato, capace di raccontare la storia più banale come se fosse qualcosa di straordinario. Anastasia, la più volubile, la più ‘incasinata’, che aveva passato un periodo in cui si drogava, che beveva.


    “Le sorelle” è un romanzo senza trama che segue, alternandoli, due filoni- uno ha per protagoniste le sorelle Mikkola  ed è scritto dal punto di vista di un narratore onnisciente, nell’altro la voce è quella di Jonas ed è lui che, nello stesso tempo, ci parla delle tre sorelle e di se stesso e della sua famiglia. Il tempo della narrazione inizia nel 1993, quando le tre sorelle vanno insieme ad un party di fine anno. e termina nel 2035 con quella che è anche la fine della maledizione di cui la madre delle Mikkola aveva sempre parlato.

    C’è di tutto, in questa doppia narrazione, ognuna delle sorelle incontra qualcuno di cui si innamora (e può essere un uomo o una donna), è stanca del lavoro che sta facendo, coltiva ambizioni, va a trovare la madre con cui hanno tutte un rapporto difficile. E, per quanto ci siano incomprensioni e litigi, il loro legame resta un punto saldo, qualcosa su cui possono fare affidamento ed è una cosa bellissima- qualunque cosa accada, ognuna di loro sa che può contare sull’aiuto delle sorelle. E le prime 200 pagine del romanzo ci travolgono, sono vivaci con la vivacità di Ina, Evelyn e Anastasia, ci fanno innamorare di loro.


    La seconda narrativa ci offre un altro- e doppio- punto di vista. Perché Jonas parla di se stesso E delle sorelle Mikkola, viste in un tempo precedente a quel 1993, quando erano poco più che bambine. Ritroviamo nel racconto di Jonas episodi e dettagli di cui avevamo già letto in uno dei suoi libri precedenti, “Montecore”, e anche ne “La clausola del padre”. Se la madre era stata il personaggio ‘portante’ per le sorelle, il padre lo è per Jonas. È una figura gigantesca che il ragazzo ammira e che però scompare, torna in Tunisia, ogni tanto riappare, poi scompare definitivamente e la madre chiede il divorzio. In questo filone la narrativa autobiografica, la storia della famiglia Khemiri, la genesi dei romanzi di Jonas, l’incontro con la futura moglie e la nascita dei bambini, si mescola a quella delle sorelle, con il dubbio mai risolto se una di loro (Evelyn?) fosse in realtà una sorellastra di Jonas.

   Al di là di tutte le storie che leggiamo, di tutti (tanti, troppi?) i personaggi che incontriamo, c’è, nel romanzo, un’esplorazione di quella affinità di base di cui abbiamo detto, dell’interrogarsi sulla propria appartenenza, del sentirsi estranei in un paese di persone con i capelli biondi e altrettanto estranei al di là del mare, in un paese che è impossibile, ormai, riconoscere come il proprio. E poi c’è l’ambizione, l’aggrapparsi ai sogni per realizzare ciò che si vuole nella vita, la forza dei legami famigliari.



  

   

lunedì 8 giugno 2026

Emmanuel Carrère, “Kolchoz” ed. 2026

                                                      Voci da mondi diversi. Francia             

storia di famiglia

Emmanuel Carrère, “Kolchoz”

Ed. Adelphi, trad. F. Bergamasco, pagg. 398, Euro 20,90

 

   Fa parte del lessico famigliare, quell’espressione ‘fare kolchoz’ a cui si riferisce il titolo di quest’ultima opera di Emmanuel Carrère, una ricchissima storia ‘in verticale’ della sua famiglia, una Storia dei principali avvenimenti in Europa nel secolo scorso e nei nostri giorni, uno straordinario omaggio a sua madre, un canto d’amore per lei.

Quando il padre Louis era via da casa per lavoro, la più piccola dei tre Carrère andava a dormire nel lettone con la mamma e gli altri due, Emmanuel e sua sorella Nathalie, dormivano per terra, su dei cuscini o sui materassi trascinati dalla loro stanza da letto. ‘Facevano kolchoz’, diceva la mamma. E quanto gli piaceva! Avrebbero fatto kolchoz per l’ultima volta nell’hospice dove la mamma, ultranovantenne, sarebbe morta.

    Sì, dobbiamo riconoscerlo, ci sono famiglie speciali, famiglie in cui più di uno dei componenti raggiunge la vetta dell’eccellenza, in un campo o nell’altro. Questione di geni, forse, ma anche di volontà, di caparbietà, di ambizione, di interessi peculiari posti come obiettivi da raggiungere. La famiglia di Emmanuel Carrère è una di queste.

Salomé Zourabichvili

    Il cognome di sua madre è rivelatore- il padre di Hélène Zourabichvili era georgiano. Georgiano, come Stalin, come Berija, e chissà se e come le loro strade si sono incrociate. Comunque, nel 1921, dopo l’ingresso dei sovietici a Tbilisi, gli Zourabichvili abbandonano tutto e partono con una valigia e due figli. La prima a tornare sarà la nipote Salomé, ben ottant’anni dopo- dapprima ambasciatrice di Francia, poi ministra degli Esteri, poi presidente della Repubblica di Georgia. Proprio così. Non una semplice turista sulle tracce dei propri avi.

     Questo per quello che riguarda il ramo paterno della madre di Emmanuel Carrère. Il ramo materno, invece, affondava le radici in Russia. Sua nonna faceva von Pelken di cognome e la sua bisnonna era la contessa Komarovskij. Erano i discendenti di due famiglie di esuli quelli che si erano incontrati a Parigi e poi la loro figlia Hélène aveva scelto, tra i suoi pretendenti, Louis Carrère d’Encausse (un altro cognome insolito che indica la provenienza da una piccola stazione termale nei Pirenei dove si dice sostò Pompeo dopo la campagna di Spagna nel 72 a.C).

Hélène Zourabichvili

     Quella che fa Emmanuel Carrère è una ricerca paziente, un andare a ritroso nel tempo per poi tornare al presente o ad un passato meno lontano, ricalcando le orme di chi lo ha preceduto, leggendo lettere e diari, ascoltando racconti a voce fatti dalla sua grande famiglia. Parla del matrimonio dei genitori, del loro accordo che aveva qualcosa di improbabile, del fascino della cultura russa subito da suo padre, del suo proprio attaccamento alla madre, dei giorni in cui si era accorto che la mamma doveva avere un’amante e della tristezza del padre, di quando la mamma aveva preso la cittadinanza francese. Era stato un passo importante- tutti i membri della famiglia, sia quelli georgiani sia quelli russi, erano sempre vissuti fra due mondi, incerti a chi andasse la loro lealtà. Hélène Zourabichvili era diventata la più influente storica francese dell’Unione Sovietica e poi della Russia, fino ad essere eletta segretaria perpetua dell’Académie Française. Un risultato straordinario per una donna che aveva imparato il francese a cinque anni, che si vergognava di quel cognome che, come le dicevano a scuola, sembrava uno scioglilingua.

Louis Carrère d'Encausse

     Eppure questa saga familiare non è soltanto una galleria di ritratti di famiglia. C’è molto altro. Ci sono gli incontri con personaggi famosi del mondo delle lettere, della politica, del cinema, ci sono esperienze di lettura e l’impatto che i grandi autori hanno avuto sullo scrittore. C’è infine il viaggio di Carrère in Georgia e in Ucraina, la sua visione della guerra, il suo giudizio su Putin.

Questo libro è un gigantesco affresco, uno di quelli in cui il nostro occhio deve esercitarsi a scorgere i personaggi minori accanto a quelli in primo piano. È un libro scritto pensando a sua madre (grande donna) che però termina con un piccolo cammeo dedicato al padre, l’uomo vissuto sempre nell’ombra della moglie che si reca ad Encausse, il paesino da cui ha preso il nome la sua famiglia, quasi a rivendicarne la dignità.



   

domenica 24 maggio 2026

Dario Ferrari, “L’idiota di famiglia” ed. 2026

                                                                          Casa Nostra. Qui Italia

      storia di famiglia

Dario Ferrari, “L’idiota di famiglia”

Ed. Sellerio, pagg. 517, Euro 18,00

    Anche in famiglia lo chiamavano Herr Professor. Già, perché dirlo in tedesco ha tutto un altro peso, diverso dal semplice ‘Professore’ come lo chiamavano da sempre a Viareggio. In Herr Professor c’è anche l’autorevolezza che emanava da lui, c’è la sua intransigenza, la sua severità.

Mio padre è nato insegnante, anzi Professore- e non azzardatevi ad apocoparlo in Prof. Inizia così il nuovo romanzo dello scrittore viareggino Dario Ferrari, un libro che sconfigge la tenerezza con l’umorismo, un omaggio alla figura di un padre, un’esplorazione dei rapporti famigliari, tra padre e figli, fratello e sorella, marito e moglie o compagna, una celebrazione della parola e della letteratura, e- insieme a tutto questo- un libro che contiene in sé la Storia politica di un secolo in Italia.

    La voce narrante è quella di Igor, figlio primogenito di Franco Nieri, che di mestiere fa il traduttore perché, come dice lui stesso, non era abbastanza bravo da fare lo scrittore. Dapprima si era iscritto alla facoltà di Filosofia per seguire le orme del padre- sbagliato, sbagliatissimo- e poi aveva cambiato per laurearsi in Lingua Inglese e dedicarsi a tradurre scrittori americani diventando il bersaglio delle frecciate del padre. Sua sorella Ester era il suo esatto opposto, su di lei non si appuntavano le aspettative paterne e poteva essere leggera, imprevedibile, madre single con progetti strampalati. E la sua compagna era salita alla ribalta della notorietà come saggista femminista- era invidioso di lei? e comunque si erano lasciati.


    Franco Nieri, anzi ‘il Nieri’, era stato Professore di Storia e Filosofia e poi assessore alla Cultura. Di lui Igor dice di essere certo che fosse stato professore di Filosofia da sempre, già quando era in fasce, e continuerà ad esserlo anche nell’Aldilà, anche se, da russofilo e comunista convinto, non credeva nel Regno dei Cieli. Quando un uomo come Herr Professor dà i primi segni di demenza, la caduta è peggio- spiace dirlo-  che per un semplice impiegatuccio. Che una mente come la sua che spaziava tra i giganti della Filosofia e della Letteratura (Dostojevskji era il suo punto di riferimento, da cui il titolo del romanzo) si sfaldasse a poco a poco, che lui ricorresse ad attaccare sugli oggetti che lo circondavano foglietti con la parola che li definiva, che restasse seduto davanti al televisore senza capire quello che vedeva, che infine non parlasse neppure più- era straziante.

     Da Roma Igor era tornato a Viareggio per aiutare la sorella a badare al padre, aveva fatto in tempo a raccogliere il desiderio del Nieri di occuparsi di Idargo e di conseguenza di iniziare la lettura di quello strano manoscritto del padre. Si apre così, come un intermezzo a puntate tra scene di vita quotidiana in cui assistiamo al decadimento di Herr o diamo uno sguardo sul passato della famiglia Nieri, un romanzo dentro il romanzo, uno scritto che rievoca i tre giorni della Repubblica di Viareggio nel 1920, una insurrezione popolare nota anche come le ‘Giornate Rosse’ dopo che un tifoso viareggino era stato ucciso da un carabiniere.


Idargo, il nome del giovane idealista, protagonista di quel libercolo intitolato “Indifeso fervore”, che derivava dall’Hidalgo donchisciottesco, era forse una sorta di messaggio cifrato per lui che di nome faceva Igor? Igor se ne convince, finché vede una corona di fiori sulla bara del padre con il nome Idargo sul nastro. Ma chi è allora Idargo? Come è possibile? Finché tutto si fa chiaro, anche quel titolo, “Indifeso fervore”, anche il significato finale di quel messaggio cifrato da parte di un padre al figlio.

    A Herr Professor, a cui non sarebbe piaciuto affatto avere un funerale in chiesa, sarebbe piaciuta moltissimo, invece, l’ultima beffa: l’amico di Igor aveva trasformato le note della messa di Palestrina in una versione per organo dell’Internazionale. Poteva andarsene tranquillo, coerente fino alla fine.



   

martedì 20 gennaio 2026

Stefania Auci, “L’alba dei leoni. La saga dei Florio” ed. 2026

                                                                           Casa Nostra, Qui Italia

                   storia di famiglia
                saga

Stefania Auci, “L’alba dei leoni. La saga dei Florio”

Ed. Nord, pagg. 464, Euro 20,90

 

    Sono tornati i leoni. Sono tornati i Florio. I Florio di quando non erano ancora ‘I Florio’, ‘i Leoni di Sicilia’ che si erano elevati dalle umilissime origini, che avevano acquistato un qualche tipo di nobiltà (se non altro di ricchezza e di matrimoni di prestigio), che esibivano un leone- il re della foresta, come loro erano i re della Sicilia- sull’etichetta del loro vino liquoroso.

“L’alba dei leoni”: un titolo che contiene in sé la storia della famiglia che leggeremo, così come dicevano già tutto gli altri due titoli, dal primo della serie, quel trionfale “I leoni di Sicilia”, al secondo, “L’inverno dei leoni”, che ne annunciava la decadenza e la fine.

Questi sono i Florio all’alba della loro storia, i Florio che vivono ancora a Bagnara Calabra, un borgo di pescatori in cui, però, loro non escono in barca a pescare- il capofamiglia, Vincenzo, è un fabbro, anzi, è il miglior fabbro di Bagnara, e i suoi figli devono apprendere il mestiere, perché devono diventare fabbri come lui.

Bagnara Calabra

C’è tutto il carattere di Vincenzo in questa determinazione, nel sentirsi il padre e il padrone dei suoi figli, così come è marito e padrone della moglie Rosa, una donna che sa da sempre quale è il ruolo di una donna e di una moglie- obbedire, fare figli, badare alla casa, al marito e ai figli. Rosa ha perso la sua bellezza, stroncata dalle tante gravidanze e tuttavia orgogliosa per aver dato al marito ben quattro figli maschi oltre alle due femmine. Dei maschi, il maggiore segue le orme del padre, il secondo, Francesco dagli occhi azzurri così assomigliante a lei, si rifiuterà di diventare un fabbro, farà il calzolaio, sposerà per sua scelta la ragazza di cui è innamorato. Francesco spezza la tradizione, sceglie il lavoro e sceglie la moglie- è una piccola rivoluzione. Il terzo figlio, Paolo, impara da lui ad affermare la sua volontà. È Paolo quello che prenderà il mare, inizierà a commerciare, aprirà una putìa a Palermo, venderà dapprima aromi e spezie e poi…poi è la storia che abbiamo letto ne “I leoni di Sicilia”. E il figlio più piccolo che era solo un bambino quando la mamma era morta nel terribile terremoto del 1783, sarà sempre al fianco di Paolo, leale al punto di rinunciare alla giovane donna che ama dopo che questa viene chiesta in moglie dal fratello.


    Ancora una volta Stefania Auci ci incanta con la sua capacità di immaginazione, di ricreare un’epoca e dei personaggi, di far vivere questi e farli parlare nel loro ambiente, di intessere delle storie, di rendere tutto ciò indimenticabile.

Il lavoro di ricerca per questa ‘alba’ deve essere stato molto impegnativo, perché dei Florio si sa molto, si sa quasi tutto dopo che ebbero fatto fortuna in Sicilia. Quello che la scrittrice ci racconta non può essere verificato e tuttavia è plausibile e le offre l’occasione per tessere un quadro di una delle regioni più dimenticate di Italia con tutti i suoi problemi, enormi prima dell’unificazione d’Italia  e non ancora risolti adesso. Il rapimento di Francesco quando era ancora poco più che un bambino illumina il fenomeno del brigantaggio, il terremoto e il conseguente maremoto del 1783 ci ricordano la situazione di miseria di una popolazione che già viveva in condizioni a malapena di sussistenza e a cui non giunse nessun aiuto.


Le vicende dei Florio, così come le racconta Stefania Auci, hanno un doppio risvolto. Da una parte sono lo specchio della società e della politica del tempo- sullo sfondo c’è la contesa tra francesi e Borboni per il regno di Napoli-, dall’altra, in quanto storie private, ci parlano di rapporti famigliari in cui domina il patriarcato, il matrimonio è un accordo economico tra le famiglie in cui la donna non ha possibilità di scelta, le figlie femmine sono un peso perché avranno bisogno di una dote per potersi sposare e i figli maschi affermano invece la virilità del padre, a loro tocca l’onere e l’onore di tramandare il nome di famiglia. Eppure, con la delicatezza e la sensibilità che le riconosciamo, la scrittrice delinea alcuni personaggi femminili che si distaccano, quasi timidamente, dagli stereotipi- Rosa dal cuore grande, Petronilla, una sorta di Giulietta che sfida la sua famiglia in nome dell’amore come invece non riesce a fare Giuseppina che non ha il coraggio di rifiutare Paolo Florio come marito.

    E adesso dobbiamo proprio separarci dai Florio, di loro sappiamo tutto quello che potevamo sapere. E ci spiace.

Leggetelo.



trovate la recensione de "I leoni di Sicilia" tra quelle del 2019 e de "L'inverno dei leoni" tra quelle del 2021. 

martedì 1 aprile 2025

Giuliana Salvi, “Clementina” ed. 2025

                                                                Casa Nostra. Qui Italia

          storia di famiglia

Giuliana Salvi, “Clementina”

Ed. Einaudi, pagg. 336, Euro 18,05

 

    Un libro di donne e scritto per le donne- perché no? Si sa che le lettrici sono più numerose dei lettori e si sa che le lettrici si appassionano nel riconoscere qualcosa di se stesse nei personaggi sulla carta. Questa poi, di Clementina, è una storia vera e ha, in più, il fascino di tutte le storie vere. Perché Clementina fa Salvi di cognome ed è la bisnonna della scrittrice. Ed è una storia che copre buona parte del ‘900, dagli inizi a dopo la seconda guerra mondiale.

     Clementina è la maggiore di quattro sorelle, una di loro, la minore, muore. È il primo lutto in questa famiglia che la morte non risparmia- ma la morte non risparmia nessuno. Il padre ritira presto Clementina da scuola, ma non ci sono ostacoli per una mente curiosa e intelligente e ambiziosa, la cultura non si acquista solo a scuola. Clementina si sposa giovane, il marito è un ingegnere delle ferrovie, vanno a vivere a Roma e a Roma nascono i loro figli, quattro. La morte colpisce ancora, il dolore è straziante, Clementina ritorna a vivere a Lecce, i bambini sono solo tre, le due sorelle la accolgono a braccia aperte. Immaginiamo le ristrettezze di tre donne sole che vivono con quello che i genitori hanno lasciato e la pensione del marito di Clementina.




Quando si presenta l’occasione di un lavoro, Clementina tentenna. È l’affascinante professore di francese che glielo propone. Se Clementina è stata così brava a insegnare a casa ai suoi figli prima di iscriverli alla scuola pubblica, perché non accetta di dare lezioni a ragazzi che fanno fatica ad imparare? È per onestà che Clementina è incerta. Lei non è una maestra, lei non ha nessun diploma, ha solo un metodo empirico e ore di studio notturno.

Infine Clementina accetta, prima sono pochi studenti che vengono a casa sua e studiano insieme ai suoi figli, poi viene adattata una stanza della grande casa, poi si iscrivono anche delle ragazze. I risultati di questi studenti agli esami sono eccellenti, i professori non riescono a credere che quelle giovani menti si siano schiuse come per miracolo. Per alcuni casi Clementina deve imporsi con i genitori perché permettano al figlio o alla figlia di continuare a studiare- non vogliono o non possono pagare? Poco importa. Si creerà un legame stretto tra la maestra e i ‘suoi ragazzi’.

   Clementina insegnante e Clementina madre e sorella- sono due aspetti della sua personalità, due filoni narrativi perfettamente armonizzati. Lei aveva promesso al marito che non si sarebbe risparmiata, che avrebbe fatto studiare i figli, che li avrebbe aiutati a trovare la loro strada. Faranno scintille tutti e tre- il primogenito diventerà professore universitario, il minore diventerà avvocato e farà conoscere a Clementina la gioia di diventare nonna, Emira studierà lettere, è la figlia complessata per non essere bella, sempre in rapporto conflittuale con la madre.


    E lei, Clementina, come donna? Non ha mai smesso l’abito nero dopo la morte dell’amato marito, la sua unica gloria sono i lunghi capelli che tardano ad imbiancare. È una donna fiera, orgogliosa, volitiva e caparbia che neppure i numerosi lutti riescono a piegare. Non si permette di cedere al sentimento, Clementina. È chiaro che il professore di francese è innamorato di lei, forse anche lei lo è di lui, ma l’obbligo di fedeltà al marito è più forte. Forse non vuole sostituire la figura paterna per i suoi figli con quella di un altro uomo e comunque ha chiuso il suo cuore, ha sostituito l’amore con una missione.

    Sullo sfondo scorrono le vicende dell’Italia, della prima e della seconda guerra mondiale, del Referendum per la Repubblica. Clementina assiste, le vive solo in quanto si riflettono sulla sua famiglia, ma anche questa è una esperienza che molte, moltissime donne, prese dalle cure quotidiane, possono condividere.

    La narrativa alterna un tempo presente con quella del passato- quando nel presente si allude a qualcuno che non c’è più, verremo a sapere dopo, riandando indietro negli anni, che cosa è successo. Qualche inflessione dialettale leccese aggiunge un pizzico di colore in questa storia che si legge di volata, con una protagonista dal dolce nome antiquato che non possiamo non ammirare.


credit Marika Delli Ponti







   

domenica 23 marzo 2025

Michel Jean, “Kukum” ed. 2025

                                             Voci da mondi diversi. Canada

      storia vera

     storia di famiglia


Michel Jean, “Kukum”

Ed. Marcos y Marcos, trad. Sara Giuliani, pagg. 224, Euro 17,10

   Un esergo bellissimo, ad introduzione di “Kukum” dello scrittore innu canadese Jean Michel. L’originale è in una lingua incomprensibile, ma la traduzione suona così: Non sempre mi ricordo da dove vengo,/ i sogni mi ricordano chi sono,/ le mie origini non mi lasceranno mai. Da queste parole, insieme al titolo, intuiamo che leggeremo la storia di un antico retaggio, di un patrimonio culturale che abbiamo il dovere di tutelare. E “Kukum” è la storia vera, seppur romanzata, della bisnonna dello scrittore stesso, la voce narrante che inizia il suo racconto da quando lei, quindicenne, lascia la casa degli zii che l’hanno cresciuta per seguire il ragazzo diciottenne che sposerà e amerà per tutta la vita.

   Lui, Thomas, è un innu, appartiene alla popolazione indigena della penisola del Labrador-Quebec, nel Canada orientale. Un tempo i primi esploratori francesi avevano dato loro il nome di  Montagnais che però venne sostituito ufficialmente nel 1990 con ‘innu’, che significa ‘l’essere umano’ nella loro lingua, l’immu-aimun.

   Lei, Almanda, ha origine irlandese- i suoi genitori erano emigrati dopo la serie di gravi carestie che avevano flagellato l’Irlanda e, però, erano morti prima ancora di stabilirsi nella nuova patria, lasciando lei bambina alle cure degli zii.


     Si vedono, da lontano dapprima, lui sulla sua canoa sul lago, lei sulla riva. Si innamorano- è l’incanto dell’amore giovane che non ha bisogno di parole, perché nessuno dei due conosce la lingua dell’altro, è l’amore che attrae gli opposti, lui con i capelli neri e la carnagione scura, lei bionda e con gli occhi azzurri. Lei lo segue fiduciosa, pronta a quella sfida, di arrivare tra gente che non conosce e che conduce una vita che le è del tutto estranea. È così facile adattarsi, quando si è giovani, quando si vuole condividere tutto con il proprio amato. Almanda impara a cacciare e impara il significato profondo della caccia, impara che si deve essere grati all’animale che si uccide perché la sua carne sarà nutrimento per la loro gente. Impara a fare i cesti, a infilare perline per adornare cappelli e abiti, a conciare le pelli che avrebbero venduto quando, con la bella stagione, sarebbero scesi verso sud, a trasportare la canoa nei tratti in cui non si può risalire il fiume. La famiglia di Thomas e Almanda diventa numerosa e vien il giorno in cui Almanda, che ha studiato, decide che la bambina più grande deve fermarsi a Pointe-Bleue per andare a scuola, mentre loro torneranno a Nord.


    Tutta questa prima parte sembra il racconto del Giardino dell’Eden in cui regna serenità e poesia e unione con la natura. Poi succede come succede nel Giardino dell’Eden e il serpente del Male che si insinua si chiama colonizzazione, sfruttamento dei territori, deforestazione- il rumore delle segherie infrange la quiete, il fiume è invaso dai tronchi che scendono a valle e non è più navigabile, gli innu non possono tornare nelle loro terre da dove derivavano la loro sussistenza, la disoccupazione e il cambiamento radicale di vita porta alcolismo, i bambini vengono portati via per essere messi in collegi. Forse è questo il peggio, il futuro negato alla cultura innu. Nel momento stesso in cui ai bambini è proibito parlare nella loro lingua, inizia per loro uno sradicamento, una perdita, la confusione sulla loro appartenenza.


    A poco serve la ribellione dell’ormai anziana Almanda che si rifiuta di lasciare la sua casa perché la ferrovia deve passare proprio di là, il suo viaggio a Québec per protestare contro il traffico incontrollato delle automobili  termina con la sua piccola vittoria: vengono costruiti dei marciapiedi. Ben poca cosa. Il tempo non si arresta. Forse a scuola si insegnerà l’innu-aimun, ma per i nipoti e i pronipoti Almanda è la grand-mère, non la kukum, con la parola ‘nonna’ nella loro lingua.

  Un romanzo poetico e drammatico, l’epopea di un popolo indigeno che non conoscevamo e che ha conosciuto la sorte degli indiani d’America e degli aborigeni australiani.


lo scrittore sarà presente oggi a Book Pride

 

lunedì 10 marzo 2025

Kevin Chen, “Città fantasma” ed.2025

                                                       Voci da mondi diversi. Cina

                                             Voci da mondi diversi. Taiwan

Storia di famiglia

Kevin Chen, “Città fantasma”

Ed. e/o, trad. Silvia Pozzi, pagg. 352, Euro 18,05

 

    Mi entusiasma la scoperta di scrittori di paesi lontani di cui finora sapevamo solo la collocazione geografica e qualche notizia sulla situazione politica. Kevin Chen è il primo autore taiwanese di cui vengo a conoscenza e la lettura del suo libro mi ha tenuto avvinta dalla prima all’ultima pagina.

    Qualche notizia al volo sullo scrittore. Facendo una ricerca su Google, possiamo restare confusi dalla duplicità del suo nome di cui però comprendiamo quasi subito la ragione. Lo troviamo sotto il nome di Chen Shi-Hung e poi come Kevin Shi Hung Chen- è piuttosto comune per gli orientali che emigrano in Europa o in America assumere un nome che sia più facile da pronunciare e ricordare- e vada per Kevin! Kevin Chen ora vive in Germania dove ha iniziato la carriera artistica come attore. Il romanzo “Città fantasma”, che ha vinto il Taiwanese Book Award ed è stato tradotto in dodici lingue, è in parte autobiografico ed è ambientato a Yongjing, una piccola città nel centro di Taiwan, da cui proviene lo scrittore stesso.


     Yongjing appare come una città fantasma a Tien-hung (ovvero il Piccolo) che vi ritorna, dopo essere stato in prigione in Germania per aver ucciso il suo compagno, anzi, suo marito, perché in Germania è possibile il matrimonio di una coppia gay. E ritorna proprio quando è la Festa degli Spiriti, quando si spalancano le porte dell’Inferno e gli spiriti calpestano nuovamente la terra. Da qui prende l’avvio la storia della famiglia Chen, tra presente e passato, raccontata da una molteplicità di voci, di persone vive e di fantasmi, un miscuglio di vicende che riguardano non solo la famiglia ma anche amici e vicini di casa, e, intrecciate a queste e ai segreti che vengono alla luce, ci sono superstizioni e frammenti della Storia di Taiwan negli anni ’80 del ‘900.

    Cinque figlie femmine erano venute al mondo prima che arrivassero i due agognati maschi. Le figlie femmine non valgono niente, una donna che mette al mondo solo figlie femmine non vale niente, finché non erano nati i due maschi la suocera ingiuriava la nuora e le riservava i lavori più duri. E poi…i due tanto attesi eredi maschi erano finiti in prigione, uno per corruzione e l’altro per omicidio.


    Dapprima si fa confusione tra i personaggi- i nomi delle prime tre figlie iniziano tutti per Shu, per la quarta, per ingraziarsi la sorte per un’altra gravidanza, Shu era stato modificato in Su. Non era bastato, era nata la quinta femmina soprannominata Man-mei per il seno prosperoso che le era cresciuto da ragazzina. Il figlio dell’imprenditore vicino di casa, il Re dei Biscotti che aveva fatto una fortuna, avrebbe dovuto sposare Man-mei prima di ripiegare sulla quarta sorella. Il perché lo leggerete in una storia su cui ridiamo e poi invece il riso si trasforma in compassione per la quarta sorella che finisce per vivere chiusa in casa, con tende scure alla finestre.

    Una, due, tre, quattro, cinque- una sposa un uomo che coltiva orchidee dopo aver sperperato soldi al gioco, una si laurea e sposa un volto noto al pubblico perché è un conduttore televisivo (ma la picchia con ogni possibile pretesto), un’altra…E si avvicendano in primo piano, con una narrativa che può essere in terza o in prima persona. Parlano anche gli spiriti, o i fantasmi- del padre (si era ritirato in un monastero, sembrava dovesse morire, ma aveva vissuto ancora a lungo), della quinta sorella- e poi il settimo figlio, ripudiato dalla madre perché gay, che ci parla di una esperienza di allontanamento in un paese di cui non conosce la lingua, di un amore che diventa tossico e che finisce molto male,


di spiagge sul mar Baltico che non hanno niente di simile a quelle della sua isola, di un sottomarino che sembra una balena piaggiata, di un ritorno e di una valanga di ricordi. Possiamo leggere un frammento di una storia raccontato da un personaggio (quella dei due librai che si tenevano per mano di nascosto e della loro libreria che era una copertura per incontri politici) e poi la rileggiamo da un altro punto di vista e poi andiamo in cerca di indizi della stessa storia in altri racconti.

    È un metodo narrativo intrigante che porta alla luce una molteplicità di problemi- dalla pesante discriminazione nei confronti delle donne a quella, altrettanto pesante, di chi ha inclinazioni sessuali diverse, dalla corruzione al Terrore Bianco, che durò dal 1947 al 1987, durante il quale moltissimi cittadini scomparvero o vennero uccisi.

    È un libro da leggere, sarete conquistati dalla vivacità della narrazione, da come le cinque sorelle dai nomi simili prenderanno vita in un’ottima caratterizzazione, da quel miscuglio di vita reale e fantastica.