lunedì 27 febbraio 2017

Kent Haruf, “Le nostre anime di notte” ed. 2017

                               Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
         love story
         FRESCO DI LETTURA

Kent Haruf, “Le nostre anime di notte”
Ed. NN, trad. Fabio Cremonesi, pagg. 200, Euro 17,00

     Con questo ultimo bellissimo romanzo diremo addio a Holt, la cittadina immaginaria del Colorado dove sono ambientati tutti i libri di Kent Haruf. A lui, Kent Haruf, abbiamo già detto addio- è morto nel novembre 2014 senza aver visto la pubblicazione di “Le nostre anime di notte” che aveva scritto velocemente, in estate, perché sapeva di avere poco tempo a disposizione. E’ per questo, forse, che si avverte un’urgenza, nel romanzo, una necessità di parlare prima di tacere per sempre. E Kent Haruf ha messo se stesso e la moglie Cathy al centro della breve vicenda, sono loro due le anime che si parlano di notte, aggiungendo poi personaggi e storie che non sono la sua.
    “E poi ci fu il giorno in cui Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters”. Questo l’incipit che introduce i due personaggi. Sarebbe brusco se non ci fosse quel ‘e poi’ all’inizio che suggerisce tanto altro, una vita, due vite, prima di quel momento. “Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me”- questo Addie non lo dice a Louis al telefono, va a casa sua per fargli questa proposta che lui non sa come interpretare. “Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola. Penso che anche tu lo sia. Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare.” Ecco, lo ha detto. Così semplice, così ovvio. C’è voluto coraggio, ma lo ha detto. Sono entrambi vedovi, Addie ha settantadue anni, lui o è suo coetaneo o quasi. Che cosa hanno da perdere?

   E Louis si presenta alla porta di Addie, con pigiama e spazzolino in un sacchetto. Addormentarsi ascoltando il respiro dell’altro. Allontanare il buio della solitudine. Ascoltare la voce di chi è sdraiato accanto, raccontarsi dapprima le minuzie, le piccole abitudini, addentrarsi nei ricordi a poco a poco, ricostruire la propria vita l’uno per l’altro. La tragedia che ha colpito la famiglia di Addie dopo la quale niente è più stato come prima. La crisi matrimoniale di Louis (rimpiange la decisione che ha preso? è ancora innamorato della donna che per poco non aveva distrutto il suo matrimonio?).
    Quando arriva il nipotino di cinque anni di Addie, con naturalezza Louis si cala nella parte di nonno. Il bambino ha dei problemi, come avviene spesso ai bambini nei libri di Kent Haruf, e sono Addie e Louis, con la pazienza e la comprensione che l’età insegna, ad aiutarlo. Loro due, un cane, dei topolini appena nati, delle corse lungo un ruscello, delle notti sotto una tenda.
lo scrittore e la moglie
   Una storia d’amore senza sesso tra due anziani è troppo bella per essere vera e per essere capita. La gente chiacchiera, fa maldicenze. Che cosa hanno da perdere Addie e Louis? Può non importare a loro niente della reputazione e dei pettegolezzi- che la gente pensi quello che vuole. Ma il figlio di Addie si intromette. E lei, così ammirevolmente spavalda, si fa piccola davanti a lui, non riesce a far fronte alle sue minacce.
   C’è grandezza nella semplicità, nei romanzi di Kent Haruf. Pacatezza e poesia. Essenzialità. La luce dello straordinario nel quotidiano. E’ come se lo scrittore operasse una magia e noi non riuscissimo a capire come faccia a spargere polvere di bellezza in quello che a noi apparirebbe grigio e banale senza le sue parole.

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove. net
le recensioni di due romanzi della trilogia di Kent Haruf si possono trovare nel blog sotto l'etichetta 'Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America' nel febbraio del 2016.




    

domenica 26 febbraio 2017

Christophe Boltanski, “Il nascondiglio” ed. 2017

                                                            Voci da mondi diversi. Francia
                                                                    autobiografia
      Shoah
       FRESCO DI LETTURA

Christophe Boltanski, “Il nascondiglio”
Ed. Sellerio, trad. Marina Di Leo, pagg. 277, Euro 16,00

     Una casa nel VII arrondissement di Parigi, in rue Grenelle. La famiglia Boltanski. La casa è la famiglia Boltanski. E viceversa. Ogni capitolo del romanzo “Il nascondiglio” di Christophe Boltanski è preceduto da una piantina della casa (singolare, su due piani, un’infilata di stanze, un paio di ingressi su un cortile, un dislivello interno che renderà possibile ‘il nascondiglio’ quando si renderà necessario) e il racconto che segue è centrato, uno dopo l’altro, su ognuno dei locali in cui vive- nucleo a sé, chiuso in autodifesa- la famiglia Boltanski. Si inizia da quella che una stanza non è ma che fa parte della casa perché i Boltanski passano da una e salgono sull’altra (“Si avventuravano fuori di casa soltanto motorizzati”): una Fiat Cinquecento L bianca. Sempre tutti insieme, stipati dentro, per accompagnare il padre Etienne (stimato medico) al lavoro in ospedale e poi aspettarlo. Lei, Myriam, al volante. Lui al suo fianco. I figli Jean-Elie, Anne e lui, Christophe, il nipotino che aveva solo quattro anni meno di Anne, seduti dietro.

    Che Anne sia una figlia adottiva, che anche Myriam sia stata adottata per togliere un fardello dalle spalle di una famiglia poverissima, che Etienne sia figlio di immigrati di Odessa e che la nonna (Niania) sia arrivata a Parigi giovanissima, mentendo sulla sua età e stringendo un samovar sotto braccio, che Myriam- che vuole essere chiamata Mère-Grand (originale anche in quello)- abbia le gambe inservibili, vittima di una poliomelite che l’aveva obbligata a interrompere gli studi di medicina, sono tutte cose che verremo a sapere a poco a poco, alla rinfusa, senza una precisa sequenza temporale. Il cognome, poi, era veramente Boltanski? Quando Christophe andrà a Odessa a fare ricerche, non c’è traccia di una famiglia con quel cognome. Piuttosto con varianti con una y finale o nel mezzo del cognome. Colpa di una errata traslitterazione? E poi nessun nome è certo di quelli dei primi Boltanski. Misure di sicurezza, per meglio camuffarsi, come l’improbabile passaporto in cui il nonno appare con una parrucca da donna. I pogrom hanno insegnato loro a fuggire, anche se il bisnonno pensava di aver raggiunto in Francia la terra della libertà e dell’uguaglianza. Il nascondiglio, nel sottoscala, piccolo e angusto, è destinato a nascondere Etienne per due anni, per sottrarlo alle retate naziste e alle delazioni dei vicini, dopo aver divorziato (pro-forma) dalla moglie (che risposerà dopo la guerra, quando già era nato il piccolo Christian che aveva dovuto essere registrato come figlio di madre ignota per poter avere il cognome paterno) ed essersi volatizzato nella notte (un trauma per Luc, il figlio più giovane che non si dava pace) per chiudersi, invece, la botola sopra la testa.

     Stravaganti, intellettuali, raffinatamente maleducati semplicemente perché le normali regole non facevano per loro, inclini all’arte (Grand- Mère batteva incessantemente romanzi sulla sua Olivetti, Christian dipingeva quadri astratti), sessantottini ante-litteram prima di diventarlo realmente, i Boltanski vivevano respirando la stessa aria, tenuti insieme dalla ferrea volontà di Mère-Grand, dormivano addirittura tutti insieme nella stessa stanza, i genitori nel lettone e i figli nei sacchi a pelo per terra. Era stato Luc, il padre dell’autore del romanzo, ad uscire dal bozzolo per primo. Leggiamo storie di guerra, di paure, di solitudine, di conversioni, di amore. E al centro c’è lei, Mère-Grand, un donnino dalle gambe paralizzate con una vitalità eccezionale e una volontà di piegare il mondo circostante alle sue necessità per non apparire mai handicappata.

    Si esce da una storia e si entra in un’altra, così come si esce da una stanza per passare in quella seguente, si salgono e si scendono scalini come passi nel tempo, si resta intrappolati nel fascino della famiglia Boltanski, catturati dall’umorismo gentile, da quel miscuglio di ironia, di commedia, di tragedia con cui sono intessute le vicende e soprattutto dal profondo amore che è il collante di tutte le storie dei Boltanski.



sabato 25 febbraio 2017

Yehoshua Kenaz, "Voci di muto amore" Intervista 2006

                                         Voci da mondi diversi. Medio Oriente
                                                   il libro ritrovato

INTERVISTA A YEHOSHUA KENAZ, autore di “Voci di muto amore”

     Quest’anno il paese ospite al Festival della Letteratura di Chiasso era Israele e noi abbiamo intervistato Yehoshua Kenaz, considerato uno dei più grandi scrittori israeliani, durante le conferenze-dibattito che si sono svolte all’Università Statale di Milano. Oltre ad essere scrittore, Kenaz è anche un ottimo traduttore dal francese- è cresciuto in Francia e ci dice che, se Israele è la sua patria, la Francia è il suo mondo. A lui gli israeliani devono la traduzione di grandi autori del passato, Balzac, Stendhal, Mauriac, e di autori moderni come Simenon. Di Kenaz la casa editrice Giuntina ha già pubblicato “La grande donna dei sogni”.

Il titolo originale del libro “Voci di muto amore” è molto diverso da quello italiano. In ebraico è “La via verso i gatti”: come mai questo titolo?
     Il titolo originale è nato in maniera un po’ strana, su suggerimento del mio editor. C’è un cortile, fuori del condominio in cui vive la signora Moskovitch, e c’è un vialetto che conduce a quest’area dove ci sono i cassonetti dell’immondizia e naturalmente ci sono i gatti che amano frugare nei rifiuti e non sono certo i bei gattoni da appartamento. Ci è sembrato un titolo che ben esprimesse il tipo di vita dei personaggi. Dirò di più: in Israele, dopo la pubblicazione del libro, “la via dei gatti” è diventato un modo di dire per qualcuno che sta poco bene, a cui si prospetta una brutta fine, come dire che è destinato all’immondizia.


Sia ne “La grande donna dei sogni” sia in questo romanzo lei sceglie il microcosmo, un condominio nel primo, una casa di ricovero in questo: perché preferisce la polifonia di molte voci?
      La domanda contiene già la risposta: mi piace la polifonia. Nella maggior parte dei miei romanzi c’è questa polifonia, mi pare che dia un certo respiro alla storia. Per me è molto importante: mi permette di essere obiettivo, la storia è per così dire raccontata da diversi punti di vista e a volte dà l’impressione di una stereofonia, come se provenissero delle voci da tutte le parti. Si sposta il centro focale della vicenda, con molte voci.

Un tema ricorrente nei due romanzi è la solitudine di persone che vivono al margine. Si trattava dell’ungherese e di Rosa la cieca ne “La grande donna dei sogni”, qui sono tutti i personaggi che vivono soli: che cosa la attira nell’esplorare questa dimensione della marginalità, della solitudine?
     Forse il fatto che quando le persone sono sole, si trovano in una condizione esistenziale di base, ed è questo che mi interessa. Una persona risulta meglio delineata in questo piccolo mondo chiuso e mi interessava vedere come valutavano la loro situazione. Quando ci pensavo, mi sembrava uno spazio in cui si aggirassero dei fantasmi, che a volte si ignorano e a volte si salutano. In entrambi i libri c’è un’atmosfera da incubo, ogni personaggio è il prolungamento del delirio dell’altro, e ognuno resta profondamente solo. Se c’è in tutto una leggera esagerazione, è perché mi piace esagerare per rendere il quadro più forte. E poi cerco di usare un umorismo leggero per dare sollievo alla storia.

In questo romanzo il tema dominante è la vecchiaia, le limitazioni fisiche imposte dalla vecchiaia, e la necessità di fronteggiare la morte: è una specie di esame a cui viene sottoposto anche il lettore, per farci domandare come reagiremmo noi a questa prova?
     Non saprei come generalizzare questo tema. La vecchiaia per me è una metafora per l’esistenza, per una visione non ottimistica della vita, che è un viaggio verso l’altra parte. Quello che succede nella vecchiaia è che i problemi si ingrandiscono, diventano più drammatici. Penso che il mondo in cui questi anziani sono chiusi è la restrizione mentale in cui viviamo. Ma naturalmente il libro si può leggere a vari livelli.


La signora Moskovitch usa spesso la parola “inferno” per parlare della casa di cura e la paragona a Treblinka. Eppure non abbiamo indicazioni di maltrattamento dei pazienti: l’inferno è la vecchiaia stessa? L’inferno è dentro di noi, è il suo egoismo che è l’inferno?
     L’inferno è il suo egoismo, il suo narcisismo: a lei interessa solo se stessa, lei sa solo che è là e che tutti devono servirla. Il paradosso è che volevo scrivere di una donna egocentrica ed egoista e poi ho scoperto che senza la compassione non puoi scrivere un romanzo. Senza la compassione le cose non riescono ad essere umane e convincenti. Prendiamo Madame Bovary: Flaubert- non voglio paragonarmi a Flaubert, ma lui è un modello per me- disprezza Madame Bovary, ma è un grande scrittore e nel romanzo affiora la sua compassione per lei. La signora Moskovitch è un parassita, è orrenda e, oltre tutto, è basata su una persona vera. Quando volevo scrivere il libro, ho fatto un lavoro di ricerca e la casa di cura è descritta meticolosamente su una vera casa di cura, perché volevo ancorare la mia immaginazione su un terreno sicuro. Dicevo, è una donna orrenda e poi, paradossalmente, provi compassione per lei. Quando cerchi di guardare dentro un personaggio, per quanto orrendo, ti trovi a difenderlo, e la tua intenzione di descrivere una donna stupida viene meno. Mi piace l’ambivalenza, mi piace la contraddizione interna.

Viene ripetuto spesso, quando i personaggi parlano, che stanno parlando nella “loro” lingua, opposta a quella comune, l’ebraico: non si è mai sottolineato abbastanza che l’esilio forzato degli ebrei ha significato per loro l’abbandono della lingua, forse ancora più doloroso dell’abbandono del paese in cui si è vissuti e che si è considerato come proprio.
     Nell’originale del libro, questa è una cosa molto importante: quando ognuno dei pazienti parla, un lettore israeliano sa riconoscere quale sia la sua provenienza. Era una cosa difficile da rendere nella traduzione, ma so che è stato fatto un ottimo lavoro. Così la signora Moskovitch è rumena, anche Allegra è rumena, ma di origine sefardita e non ashkenazita, Matilda Franco è turca e il suo linguaggio risente della lingua ladina. Sono tutti personaggi che non hanno più un’appartenenza. Da qui il contrasto con il gruppo di persone riunite nella saletta da gioco, che parlano un ebraico perfetto perché appartengono al paese, sono nati là. Il tema della lingua sottolinea la mancanza di radici. Per me è una metafora della solitudine esistenziale.


Parlando sempre della lingua, c’è un’altra cosa che non è sufficientemente sottolineata: si sente spesso la frase che gli ebrei hanno fatto fiorire il deserto, non si dice che hanno fatto fiorire una lingua che era morta, che esisteva solo nelle pagine della Bibbia. Come sono riusciti gli israeliani in questo compito immane, a dare un’unità linguistica al paese? Ci sarebbe molto da imparare per noi, con le ondate di immigrazione che abbiamo.
     E’ stato veramente un miracolo, come si sia riusciti a ridare vita ad una lingua, l’ebraico, che era morta. Certo, i rabbini lo conoscevano, si scrivevano in ebraico. Nel secolo XIX, all’inizio del sionismo, ci furono persone che iniziarono ad imparare l’ebraico come lingua laica: era come un rinascimento, far rivivere una lingua per una nuova nazione. In Palestina dapprima ci fu una piccola comunità di gente che parlava l’ebraico, poi si allargò e, dopo la seconda guerra mondiale, l’ebraico era già la lingua forte del paese. E’ stato certamente uno sforzo maestoso ma, anche per quello che riguarda l’ebraico come lingua letteraria, c’erano già degli esempi di grande valore nell’Europa dell’Est, Bialik, ad esempio, scriveva le sue poesie in ebraico. In ogni modo ci sono voluti una ventina d’anni per raggiungere un diffuso buon grado di conoscenza della lingua in Israele.

C’è un personaggio luminoso, quello di Allegra: è per questo che le ha dato questo nome? Ci rimane impresso per tutto il libro, è lei l’altro personaggio principale del libro, in opposizione alla signora Moskovitch?
      Sì, anche se a volte do dei nomi ai personaggi con un significato opposto: Allegra non è allegra, lei accetta tutto, soffre, è la martire della storia, in lei c’è qualcosa di santo. E sì, è il personaggio in opposizione a Jolanda Moskovitch, al suo egoismo, al suo sguardo costantemente concentrato su se stessa.

l'intervista, così come la recensione, è stata pubblicata su ww.alice.it




giovedì 23 febbraio 2017

Nickolas Butler, “Il cuore degli uomini” ed. 2017

                                  Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                              FRESCO DI LETTURA 


Nickolas Butler, “Il cuore degli uomini”
Ed. Marsilio, trad. Claudia Durastanti, pagg. 405, Euro 16,15

     La vita, vista da una prospettiva singolare- un campo scout nel Wisconsin. L’America, vista da un campo scout nel Wisconsin dove, a distanza di anni, passano una settimana dapprima Nelson e Jonathan, i due protagonisti principali del nuovo romanzo di Nickolas Butler, poi il figlio di Jonathan e, dopo quasi un altro ventennio, il nipote di Jonathan.
   Nella prima parte del libro è l’estate del 1962 e Nelson, tredici anni, ha il compito di suonare la tromba del risveglio mattutino. Suona una vecchia tromba appartenuta a suo nonno, nel campo Nelson è soprannominato “il Trombettiere” con scherno, dorme in una tenda da solo perché è emarginato, non ha amici, perfino suo padre lo tratta in maniera burbera e con dubbio affetto. Nelson crede nei valori dello scoutismo, nell’onestà e nell’onore, nella lealtà e nella sincerità, in un comportamento corretto e a servizio degli altri. “Estote parati” è il motto degli scout, ‘siate pronti’, sempre, ad affrontare le difficoltà della vita. C’è un solo ragazzo un poco più grande di lui, Jonathan, che sembra essergli amico nel campo. Jonathan era stato anche l’unico a farsi vivo all’invito per la sua festa di compleanno- uno dei flash che illuminano la vita quotidiana di Nelson, con una madre molto amata e un padre che finirà per abbandonare la famiglia.

      Nel 1996 Jonathan accompagna il figlio sedicenne Trevor al campo. Lungo la strada incontreranno Nelson- che vita diversa hanno avuto, Jonathan e Nelson. Uno si è arricchito, si è sposato, ha avuto un figlio e tradisce la moglie. L’altro ha scelto la carriera militare, ha combattuto in Vietnam, è un eroe di guerra, non si è mai sposato. Il giovane Trevor, con il suo limpido sguardo sul mondo, l’amore fresco per la sua coetanea Rachel, la sua adesione agli ideali dello scoutismo, dovrebbe essere figlio di Nelson e non di Jonathan che fa di tutto per infrangere la visione luminosa che Trevor ha del mondo.
     Nel 2019 è Rachel ad accompagnare al campo scout il figlio adolescente Thomas, recalcitrante e cellulare-dipendente. Trevor è morto a venticinque anni. Una beffa del destino, morire fuori da un cinema, ucciso da un ubriacone molesto, dopo essere uscito indenne dalla guerra in Afghanistan e in Iraq.
     Un episodio centrale significativo e drammatico segna ognuno dei tre filoni temporali. Succede qualcosa che cambia radicalmente la vita dei protagonisti, che li tempra, che rischia di spezzarli rivelando loro la presenza del Male laddove pensavano di trovare solo il Bene. Succede qualcosa a Nelson, e poi a Trevor (la sua esperienza sembrerebbe piacevole, ma lo è veramente?) e poi a Thomas.

     Proviamo ad immaginare gli Stati Uniti come un gigantesco campo scout. Lord Baden-Powell, il fondatore del movimento scout che si è diffuso ovunque, era inglese ma gli americani sembrano essersi identificati pienamente con lui e con i suoi insegnamenti- c’è qualcosa del perfetto scout nelle prese di posizione americane in materia di politica estera, nell’accorrere a ‘salvare’ i popoli soggetti a governi tirannici e crudeli, nel voler sempre apparire (se non essere) i migliori. Il 1962 del primo filone narrativo è l’era di Kennedy, dell’utopia di Camelot, del “non chiedete che cosa l’America può fare per voi, chiedete che cosa potete fare voi per il vostro paese.” E’ ancora l’età dell’innocenza in cui l’anziano capo scout può cacciar via dal campo i responsabili di comportamenti indegni.
Poi si guasta qualcosa. Clinton è presidente, dopo di lui sarà eletto Bush. L’amoralità di Jonathan che ha affossato qualunque principio etico scout, gli incubi di Nelson che rivive una guerra di cui non vuol parlare e l’amore sporcato dal sesso a cui Trevor viene iniziato dal padre ci preparano al salto temporale seguente in cui quello che succede al campo è di una gravità senza pari, specchio della nuova realtà. E’ qualcosa che ci aspettiamo, che paventiamo, in un’atmosfera che non ha più nulla di quella che dovrebbe essere, contaminata dall’abuso delle nuove tecnologie e dalla mancanza di rispetto verso la natura. La guerra, le guerre, rumoreggiano nel sottofondo. Guerre senza fine da vent’anni. Uso delle armi nel quotidiano, per offesa e per difesa. Mancanza di valori e di freni inibitori. Lo scoutismo è finito. Anche il modello americano è scaduto.

    Un bellissimo libro- è solo un caso che “Il cuore degli uomini” appaia in libreria il 23 febbraio, il giorno dopo l’anniversario della nascita di Lord Baden-Powell, celebrato come “Thinking day”?

la recensione sarà pubblicata su  www.stradanove.net
la recensione del romanzo precedente di Nickolas Butler, "Shotgun Lovesongs", è stata pubblicata sul blog in data 24-09-2014 con l'etichetta 'Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America'.


mercoledì 22 febbraio 2017

Yehoshua Kenaz, “Voci di muto amore” ed. 2006

                                                       Voci da mondi diversi. Medio Oriente
                il libro ritrovato

Yehoshua Kenaz, “Voci di muto amore”
Ed. Giuntina, trad. Alessandro Guetta, pagg. 300, Euro 15
Titolo originale: Baderekh ‘el ha-chatulim


Sono stata molto cattiva. Non potevo invitare i miei amici. Non potevo star da sola con qualcuno. Non avevo un posto per me. Gli facevo sentire che stavano distruggendo la mia vita. C’erano delle notti che non riuscivo a prendere sonno per la rabbia e per l’odio.

   C’è una scena significativa, verso la metà del romanzo “Voci di muto amore” dello scrittore israeliano Yehoshua Kenaz. E’ appena avvenuto un grave episodio di violenza nei confronti di un infermiere arabo nella casa di ricovero per anziani in cui è ambientato il romanzo, c’è silenzio, si sentono solo le voci che provengono dal televisore, la luce del crepuscolo entra nella stanza, cancellando i lineamenti dei volti, bloccando ogni movimento, “finché quel luogo non fu più una camera d’ospedale, ma una breve sosta nel viaggio senza fine verso il grande oblio.” Ecco, i colori sfumati del lento finire del giorno, il tempo che avanza a passettini, troppo lento per vivere, troppo veloce per morire, la sosta per guardare indietro perché davanti non c’è più niente: è questa l’atmosfera che avviluppa i personaggi di questo libro in cui il microcosmo è una casa di ricovero dove si vive di ricordi, piacevoli e spiacevoli, si portano avanti i piccoli litigi, i battibecchi, le invidie, le gelosie e meschinità del mondo che gli ospiti hanno lasciato e in cui vorrebbero- ma non tutti- tornare a vivere.

     Perché si pensa che la propria casa sia meglio che una nuda stanza di ospedale, che sia di maggiore conforto morire circondati dai ricordi di una vita e con i visi amati negli occhi- ma, e se la casa è un bugigattolo? E se non abbiamo proprio nessuno, né parenti né amici? Allora l’unica cosa che Allegra desidera è che la lascino morire lì, in quel ricovero, l’unica cosa di cui ha paura è la solitudine. E’ un bel personaggio, quello di Allegra, il caso clinico più grave degli ospiti della casa di cura eppure così serena, così “allegra”, così attiva, almeno finché può, finché le gambe le reggono. E non importa se è raggirata, se firma le carte in cui lascia quel poco che possiede ad Adela- in fin dei conti Adela si sta prendendo cura di lei, con quei massaggi che forse non servono a niente, e ad Allegra non interessa altro.
    Ha la penna leggera, Yehoshua Kenaz, nel tratteggiare i suoi personaggi, quasi come quella del pittore a cui amputeranno la gamba, impenitente seduttore che flirta con Jolanda, la signora Moskovitch che è il personaggio dominante del libro.
Con un tocco di squisitezza gentile Kenaz non ci dice l’età della signora Moskovitch (l’unica a cui è riservato, ironicamente, il “signora”)- lei continua a tingersi i capelli, a truccarsi, a vestirsi in maniera appariscente, pateticamente convinta di essere diversa dalle altre, di poter interessare qualcuno. Anche se lo specchio le dice altrimenti, come il ritratto impietoso che le fa il pittore per cui lei si fa “bella”. Kenaz vince il grigiore del luogo con un umorismo sottilmente triste, la capacità di sorridere delle debolezze umane, la compassione affettuosa di chi sa che tutti dobbiamo prepararci a quello che ci aspetta. Molte delle ospiti del ricovero provengono da “laggiù”, un angolo d’Europa non precisato, parlano tra di loro nella “loro” lingua tra le proteste di chi si sente escluso, e comunque nessuno dei personaggi parla un ebraico corretto (interessante la soluzione che l’ottimo traduttore ha adottato per rendere gli errori linguistici), e sono dettagli che ci spiegano, senza nulla dire, la sensazione di estraniamento, di vuoto nella vita, di solitudine di tutti loro.

la recensione è stata pubblicata su www.alice.it




                                                                  


martedì 21 febbraio 2017

Tove Jansson, “Fair Play” ed. 2017

                                                    Vento del Nord
                                                 FRESCO DI LETTURA

Tove Jansson, “Fair Play”
Ed. Iperborea, trad. Katia Di Marco, pagg. 148, Euro 15,00

    Mari e Jonna. Due amiche non più giovani. Più che amiche, legate da una relazione amorosa che dura da tanto, con un affetto che si respira in ogni parola, in ogni frase non detta e indovinata, che trionfa nel finale che potrebbe essere una sorta di tradimento ed invece è un atto d’amore. Mari è una scrittrice e illustratrice. Jonna dipinge e fa piccole sculture di legno. Ognuna di loro ha il suo atelier in un angolo (l’uno opposto all’altro) di un caseggiato che si affaccia sul porto di Helsinki. Il tempo libero lo passano insieme in un’isola solitaria, in una casetta in cui c’è spazio solo per loro due- se arriva un ospite, deve dormire sotto una tenda. Hanno anche un’imbarcazione a cui hanno dato il nome Viktoria- casualità vuole che entrambi i loro padri si chiamassero Viktor.
    E’ straordinario quante cose veniamo a sapere di Mari e Jonna nel breve romanzo “Fair Play” di Tove Jansson, scrittrice finlandese di lingua svedese nota soprattutto per i suoi libri illustrati per l’infanzia, la serie dei Mumin. E’ un vero e proprio romanzo, poi, “Fair Play”? si resta incerti se definirlo così.
Non ha una trama, è composto da una serie di brevi capitoli che sono come dei flash su qualcosa che è accaduto nella vita presente o passata delle due protagoniste, scambio di opinioni tra loro due, ricordi condivisi, oppure semplicemente registrano il passare del tempo insieme guardando un film. L’una fa correzioni al lavoro dell’altra, a Jonna non piace quello che Mari sta scrivendo adesso, Mari non condivide la passione dell’amica per i film western di serie B nonostante le spiegazioni esaurienti di questa, Mari si preoccupa per una donna che le scrive per sapere da lei quale sia il senso della vita- “l’amore”, suggerisce Jonna. Ma se la donna è interamente sola, come può trovare un senso nell’amore? Ci sono poi le irruzioni di estranei nel piccolo mondo chiuso delle due amiche- lo stravagante ed egocentrico polacco soprannominato ‘il Maestro delle Marionette’, la ragazza sempre affamata che viene a prendere lezioni da Jonna (e Mari ne è gelosa) o gli estranei che turbano la quiete dell’isola e che fanno imbracciare il fucile a Jonna (“ci sono casi in cui una sana spietatezza è l’unica cosa giusta”, si giustifica lei), o la maniaca ammiratrice della madre di Mari che, nella sua collezione su di lei, ha perfino una ciocca della sua treccia. Il ricordo dei viaggi, infine, con Jonna armata di cinepresa (una Konica) e Mari che si lamenta che non riesce a godere quello che vede, preoccupata com’è di aiutare l’amica nelle inquadrature.
Sono talmente sintonizzate, Mari e Jonna, sull’umore l’una dell’altra, che Mari si accorge subito, alla fine, che qualcosa turba Jonna. Teme che voglia lasciarla. Glielo chiede. Non è quello che Mari pensa- sì, Jonna la lascerà ma non per sempre e Mari la incoraggia, è felice per lei. E’ amore quello che concede ad ognuno lo spazio della libertà.


    Un libro breve ed intenso, nello stesso tempo profondo e leggero, che riflette l'esperienza personale della scrittrice e che riesce a parlare di tante cose in una manciata di pagine.


lunedì 20 febbraio 2017

Yehoshua Kenaz, “La grande donna dei sogni” ed. 2005

                                                Voci da mondi diversi. Medio Oriente
          il libro ritrovato


Yehoshua Kenaz, “La grande donna dei sogni”
Ed. Giuntina, trad. Antonio Di Gesù, pagg. 277, Euro 15

Nonostante ciò aveva avuto non poche ore di serenità e persino di gioia. Così, da solo.. Amava la propria stanza che, sì, era veramente modesta ma sempre in ordine, pulita, dignitosa. Non aveva mai aspirato ad altro. Però la domanda “Perché deve essere così?” spesso gli dava molto fastidio. Qual era il suo difetto che lo allontanava dalle amicizie e allontanava gli altri da lui?

    Un condominio alla periferia di Tel Aviv. Davanti, una discarica. Nel centro di questa, come un simbolo di vita nonostante tutto, un albero di ciliegio che non dà frutti, ma con una sua ruvida bellezza nei rami grossi e disordinati che si estendono dappertutto. E’ qui che si svolgono le storie dei personaggi del romanzo dello scrittore israeliano Yehoshua Kenaz, storie di banalità quotidiana, di piccole infelicità che finiscono per occupare il cuore intero di chi le prova, di solitudine disperata nell’ombra di ricordi che si preferisce non evocare.
In due appartamenti vivono due coppie, Malka e Shmulik che non hanno figli, Zion e Levanà che invece hanno tre bambini, in uno abita da solo l’Ungherese, sopra di lui c’è Rosa, la cieca. E, come in una sceneggiatura di teatro senza la barriera delle pareti, l’occhio del narratore e del lettore li osserva vivere, li ascolta litigare e discutere e tacere. Litigano Malka e Schmulik e, quando fanno l’amore, lui le sussurra parolacce; discutono Levanà e Zion, perché lui è tassista, fa il turno di notte e la tradisce di continuo; non ha nessuno con cui parlare l’Ungherese che adesso è in pensione e, se non si vergognasse, andrebbe volentieri a vedere i compagni in fabbrica; quando non urla che tutti la vogliono scopare, Rosa la cieca fa sentire il rumore dei suoi tacchi, avanti e indietro nella stanza. Si sposta sugli uni e sugli altri, in capitoli alterni, questo obiettivo voyeur della cinepresa, un racconto resta sospeso e intanto ne prosegue un altro: Malka esce e Schmulik teme che lei non ritorni; Zion si innamora di una ragazza giovane; l’Ungherese va in visita dal dottor S.; Rosa è ossessionata dalla sensazione che ci sia qualcuno nella sua stanza.
Ognuno di loro soffre a suo modo, di gelosia Schmulik che sente un cane rabbioso ringhiargli dentro, mentre Levanà è dibattuta tra la gelosia per il marito che si porta altre donne in casa e il dolore per la malattia del figlio primogenito, e Rosa e i coniugi S. e l’Ungherese non riescono a liberarsi di fantasmi del passato. Lo stile di Kenaz è asciutto, non concede nulla al sentimentalismo, ci tiene avvinti al dramma giornaliero dei suoi personaggi di cui seguiamo le vicende che intuiamo non avranno una fine felice anche se lo speriamo, come se quel ciliegio nella discarica potesse sorprendentemente dare dei frutti. E quella violenza nascosta, il cane rabbioso che Schmulik avverte in sé, finisce per uscire allo scoperto, ci saranno dei morti, un assassinio, un duplice suicidio, una morte naturale. Ma quello che ci angoscia soprattutto è la solitudine che è l’ultima compagna anche nella morte e che scorta i personaggi nell’aldilà- emblematico è l’Ungherese che viene sempre chiamato così, dal suo paese di provenienza, come se lui avesse voluto dimenticare anche il suo nome insieme ad un’altra vita. L’Ungherese si addormenta per sempre sotto un eucalipto vicino alla fabbrica dove lavorava e dove era andato per guardare da lontano i compagni di una volta, osservatore anche lui della vita degli altri. I due operai che lo trovano al mattino ci dicono finalmente il suo nome, Menachem Grossman, ma ormai non interessa più a nessuno.

la recensione è stata pubblicata su www.alice.it




                                                                                          

domenica 19 febbraio 2017

Jadwiga Maurer, “Controfigure” ed. 2012

                                   Voci da mondi diversi. Europa dell'Est
          Shoah
          il libro ritrovato

Jadwiga Maurer, “Controfigure”
Ed. Giuntina, trad. Laura Quercioli Mincer, pagg. 211, Euro 14,00

Titolo originale: Sobowtóry Opowiadania zebrane

Al di sopra dei frammenti di discorso si sentiva lo sventagliare della camicia azzurra di Władek. Lo guardavo e sentivo chiaramente che stavamo scivolando insieme sul fondo del tempo. Così tante cose ci univano, noi che vivevamo ancora ma in realtà non c’eravamo più. Nessuno dei vivi ci conosceva più, nessuno si ricordava più di noi. Ma troverete informazioni che ci riguardano nelle pagine dei saggi di storia polacca.

    Tra i tanti libri che escono puntuali, ogni anno a gennaio, per il Giorno della Memoria (ricorrenza istituita nel 2000 per ricordare le vittime del nazionalsocialismo e del fascismo), “Controfigure” di Edwiga Maurer occupa un posto particolare. Nel racconto intitolato “Enclavi”, che fa parte della raccolta, la scrittrice, parlando di sé e di quelli della sua generazione che erano bambini durante la guerra, dice: “Ora, nel cinquantesimo anniversario dell’insurrezione del ghetto di Varsavia, mi accorsi che non erano scherzi. Ci trovavamo sulla linea del fronte.” Quello che Edwiga Maurer vuol dire è che sono morti, o sono prossimi a morire perché molto anziani, tutti coloro che hanno vissuto l’esperienza atroce dei campi di sterminio nazista, quelli che potevano dire ‘io c’ero’ mettendo a zittire chi era riuscito, in qualche maniera, ad evitare il peggio. Come Edwiga Maurer stessa, nata nel 1932, che era stata nascosta in un convento di suore dove aveva imparato il catechismo insieme alle bambine cattoliche. Ecco, ora che le generazione più vecchie sono scomparse, la linea del fronte si è fatta più vicina; la guerra, che era loro proprietà esclusiva, adesso è dei più giovani, la testimonianza tocca a loro, è loro responsabilità.
ghetto di Varsavia
Ma questo fa sì che i racconti di Edwiga Maurer siano diversi dalla narrativa della memoria. Perché non si parla mai direttamente della Shoah e dei campi di concentramento, anche se mai ci viene permesso di dimenticarcene- sono nello sfondo, nello sferragliare dei treni che passano e di cui si dice, ‘portano via gli ebrei’, così come si potrebbe dire che trasportano cassette di arance, sono nei braccialetti che le donne mettono al polso per nascondere il tatuaggio del numero, nei morti suicidi (e pensiamo a Primo Levi), nell’ossessione per l’aspetto fisico (da che cosa si riconosce un ebreo? il colore dei capelli è importantissimo), infine nella sensazione- anzi, nella certezza- che il mondo sia debitore agli ebrei.

     Di che cosa il mondo sia debitore agli ebrei affiora nella serie di racconti ambientati nel campus universitario americano dove approda il personaggio che riflette, almeno in parte, la scrittrice stessa. Gli ebrei polacchi si aspettano che gli venga dato il visto di immigrazione, una borsa di studio, un posto di lavoro, un alloggio. E gli studenti delle storie che si svolgono a Monaco di Baviera non sono molto diversi. Sia negli Stati Uniti sia a Monaco formano quasi degli enclavi, come quelli dei pellerossa d’America o dei neri di Harlem a cui la scrittrice infatti paragona gli ebrei. A Monaco sono un Gruppo che si ritrova nella mensa universitaria. Sembrano esistere in quanto Gruppo, tanto che la scrittrice si domanda che ne sarà di lei il giorno che, uno dopo l’altro, se ne andranno via tutti. E’ un Gruppo impermeabile a chi ne è fuori- i tedeschi sono tollerati, non si parla di loro con odio ma i rapporti di amicizia sono impensabili. Nonostante che uno dei professori cerchi insistentemente una ‘riconciliazione’ che non ci può essere. Quando una ragazza del Gruppo sposa un tedesco, viene esclusa, dimenticata.
   I primi tre racconti parlano della bambina che era Jadwiga, rifugiata dapprima a Cracovia già Judenfrei, ripulita dagli ebrei che una degli insegnanti definisce ‘un corpo estraneo’, e poi nel convento in Slovacchia. C’è una compagna di classe di Jadwiga che pone domande scomode: che senso ha imparare i dogmi della religione quando, nel bel mezzo di una guerra atroce, la Chiesa non fa assolutamente nulla? E tuttavia ci sono un vescovo e un sacerdote che aiutano gli ebrei; c’è un polacco che si dà da fare per farli passare in Ungheria…

    Ovunque c’è, non vista, la morte: gli ebrei che le sono sfuggiti possono anche pensare che non verranno più afferrati dalle sue grinfie e invece no. Come nella variante polacca della Morte che aspetta il giardiniere a Samarcanda, la Morte può coglierti a Roma- e il fuggitivo della storia non sapeva che la taverna in cui alloggiava si chiamava, appunto, ‘Roma’.

   Semplicità e profondità, realismo quotidiano e lampi di poesia in queste storie raccontate da una ‘controfigura’ che ha raccolto la torcia della memoria.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


sabato 18 febbraio 2017

Ahmet Altan, “Scrittore e assassino” ed. 2017

                                                      Voci da mondi diversi. Medio Oriente
          cento sfumature di giallo
           FRESCO DI LETTURA

Ahmet Altan, “Scrittore e assassino”
Ed. e/o, trad. Barbara La Rosa Salim, pagg. 374, Euro 15,73

     Ho appena ucciso una persona.  E’ la confessione che ci fa subito, all’inizio del romanzo, il protagonista, uno scrittore di cui non verrà mai detto il nome. E’ seduto su una panchina, guarda la città che dorme e anche quello che ha appena fatto ha i contorni vaghi, come nel sogno che la città sta sognando. Né la città né il paese dove si svolge la vicenda hanno un nome- sono un qualunque luogo in Turchia (e potrebbero essere un qualunque luogo in qualunque altro paese dell’area mediterranea). Ma come è possibile che lo scrittore sia arrivato  a tanto? Chi ha ucciso e perché? Che cosa nasconde l’aria di pace sonnolenta del paese in cui si è trasferito in cerca di ispirazione?
    Il romanzo di Ahmet Altan, scrittore e giornalista turco attualmente in carcere con la vaga accusa di aver mandato “messaggi subliminali” prima del fallito colpo di stato del 15 luglio 2016, è un mix di generi- c’è il mystery che ci lascia in sospeso fino alla fine sull’identità della sua vittima, c’è una storia d’amore insolita perché nasce chattando in rete, c’è una faida tra due partiti nel paese fra gli ulivi dove gli omicidi sono all’ordine del giorno, c’è un’aria di leggenda intorno ad un tesoro nascosto sotto una chiesa, e infine c’è una serie di romanzi, uno dentro l’altro. Lo scrittore protagonista (sconosciuto ai più, peraltro) sta cercando di scrivere un romanzo, la donna di cui si innamora gli suggerisce idee, quasi volesse lei stessa scrivere un romanzo, e infine è Dio stesso- con cui il protagonista colloquia come se Dio fosse un suo collega- che scrive di continuo un grande romanzo sulle vicende umane.

    E’ un personaggio ambiguo, questo protagonista che si innamora a prima vista della donna che ha incontrato all’aeroporto, che instaura un rapporto con lei passando attraverso il sesso virtuale prima di arrivare ad una conclusione normale, che pensa a lei ma guarda le gambe della domestica che gli pulisce la casa, che chiama una prostituta e si lascia pure sedurre da una maliarda madre di famiglia. Tutti gli sguardi del paese si appuntano su di lui, appena arriva nel paese e vi affitta una casa- non solo quelli delle donne (ah, queste donne che sembrano oscillare tra due mondi, quello di un passato che le vede suddite e quello di un futuro di lasciva libertà), ma anche quelli degli uomini. Lo scrittore è sconcertato, gli ci vuole un po’ per capire le correnti di rivalità e di inimicizia fra le due fazioni, è sconvolto quando assiste al primo omicidio e si rende conto che è l’unico a stupirsi, cerca invano di destreggiarsi e di sottrarsi alle richieste degli uni e degli altri che vorrebbero che parteggiasse per loro.
La sua è un’ambiguità che si rispecchia negli altri personaggi- nella donna, nel sindaco del paese che è stato (e continua ad essere) il primo amore della donna che ora chiede allo scrittore di sposarla, nella maliarda che si serve di caramelle gommose come un segnale amoroso- e perfino nell’atmosfera di un luogo ricco di incanto (gli uliveti, la chiesetta, l’antica moschea) che però si trasforma in cupa minaccia quando qualcuno appicca il fuoco agli ulivi e turba la quiete della chiesa alla ricerca del tesoro favoleggiato, e morti si aggiungono ai morti.

    “Scrittore e assassino” si presta a varie letture. Le più intriganti sono quella del romanzo metafisico che trasforma lo scrittore nel protagonista del romanzo scritto da Dio, ponendo quindi il quesito del libero arbitrio, e quella in cui possiamo cercare indizi della storia moderna della Turchia, eternamente in bilico tra oriente e occidente, tra antichi e nuovi comportamenti.




venerdì 17 febbraio 2017

Riccardo Chiaberge, “Salvato dal nemico” ed. 2004

                                                                     Casa Nostra. Qui Italia
           seconda guerra mondiale
           il libro ritrovato

Riccardo Chiaberge, “Salvato dal nemico”
Ed. Longanesi, pagg. 304, Euro 14.00


    La vita riserva delle sorprese incredibili. Siamo soliti dire, “è stato un caso”, e poi chissà se è vero che è stato un caso, chissà se è vero che esistono le coincidenze. Per caso Ettore Monticone, il protagonista del romanzo “Salvato dal nemico” di Riccardo Chiaberge, incontra Brigitte durante un viaggio a Tokyo dove entrambi sono inviati dai loro giornali per il Vertice mondiale sul clima. Abbastanza prevedibile che ci sia una storia d’amore tra i due che proseguirà a distanza, lei in Germania, lui in Italia, tra telefonate e e-mail. Ma la storia di questo incontro fortuito del 1997 serve per raccontare quella di un altro evento che si potrebbe definire casuale per mancanza di una spiegazione, ma che non può affatto essere stato tale: il padre di Ettore era stato l’unico ostaggio a non essere fucilato dai nazisti nei giorni di Pasqua del 1944, a Cunassa, vicino a Torino. La narrazione procede su due piani, con la vicenda del presente, un poco più esile ma importante per la sorprendente soluzione finale, e quella del passato, ad iniziare dal 1885 con la storia dei nonni e poi della giovinezza dei genitori di Ettore, del loro incontro, dell’amore di Pietro Monticone per la giovanissima Alida. Ci sono anche le lettere che i due fidanzati si sono scambiati: sono datate 1938 e sono le pagine del libro che più di ogni altra ricreano un tempo che non esiste più, perché non ci si ama più come allora, non si usano più le stesse parole, non si affida più alla carta il sentimento, non ci si strugge più per una lontananza superata in un attimo da una chiamata col cellulare o da un SMS che giunge in una frazione di secondo e altrettanto velocemente scomparirà.
La guerra, i bombardamenti su Torino, le ansie di Pietro per la moglie e i bambini, il rifugio a Cunassa e poi l’8 settembre, l’esercito allo sbando, le bande dei partigiani, le rappresaglie dei tedeschi. I documenti della strage dimenticata di Cunassa vengono alla luce solo nel 1994, quando il procuratore militare di Roma apre “l’armadio della vergogna” con i settecento fascicoli occultati di crimini nazisti in Italia. Si chiamava Manfred Scheel il tenente delle Waffen-SS che aveva dato l’ordine di fucilare i 51 civili presi come ostaggi nel paese dopo l’assalto ad un camion da parte dei partigiani. Ed era stato lui che aveva anche dato l’ordine di risparmiare Pietro Monticone.
E il figlio Ettore fa ricerche negli archivi, interroga chi trova ancora in vita, e, come ci si può aspettare, la memoria individuale è diversa per ognuno, e la storia dei patteggiamenti con i partigiani, con ancora l’intervento del caso che fa forare una gomma, fa prendere la strada sbagliata all’auto degli intermediari facendoli arrivare quando l’ultimatum è già scaduto, non è la stessa secondo lo schieramento politico di chi la racconta. E sempre, dietro le domande, il dubbio che rode Ettore: suo padre è stato salvato perché era un collaborazionista? Da una parte della frontiera c’è un figlio che cerca la colpevolezza del padre e dall’altra quello che cerca di scagionare il suo- è colpevole chi esegue un ordine?    

la recensione è stata pubblicata su www.lettera.it






Riccardo Chiaberge, "Salvato dal nemico" Intervista 2004

                                            Casa Nostra. Qui Italia


INCONTRO CON RICCARDO CHIABERGE, autore di “Salvato dal nemico”

La storia di una strage taciuta per tanti anni, nel libro di Riccardo Chiaberge “Salvato dal nemico”, storia di un paese e di una famiglia- quella dell’autore- sullo sfondo della Storia d’Italia negli anni più drammatici della guerra, il 1943 e il 1944. Abbiamo ascoltato lo scrittore parlare del suo romanzo, rispondendo alle domande.

Ci sono due metafore che percorrono tutto il romanzo, quella del clima e quella del ghiacciaio.
     Sì, i due personaggi, Ettore Monticone e Brigitte, entrambi giornalisti, si incontrano ad un congresso sui cambiamenti del clima, sui rischi del riscaldamento della terra: è una metafora della guerra, qui si combatte un confronto tra interessi economici e c’è in gioco la salvezza del pianeta. In più, si rovesciano le parti: in questa guerra i tedeschi, con Brigitte che è dei Verdi, sono gli angeli vendicatori, mentre gli americani sono i devastatori dell’ambiente. All’inizio, nell’incontro di Tokyo, Ettore è piuttosto scettico riguardo alla problematica del riscaldamento globale, poi cambia idea e, nella scena finale di loro due sul ghiacciaio, sembra che si arrenda all’evidenza del cambiamento del clima, pur conservando un atteggiamento di rassegnazione. Lo vede come una deriva difficilmente arrestabile e il ghiacciaio diventa una metafora del nostro rapporto con la memoria: il ghiacciaio conserva tutto, sembra l’incarnazione di una divinità che ogni tanto restituisce qualcosa che aveva nelle sue viscere, delle reliquie del passato che tornano a galla. E’ come un grande frigorifero che conserva le nostre memorie.


Il tema della memoria e il problema che essa pone, perché esiste una memoria individuale e una memoria storica. Esiste una memoria individuale?
    Questo è il punto centrale che emerge quando l’io narrante si confronta con i testimoni e ne viene fuori che il racconto dello stesso fatto storico può assumere coloriture diverse. Il confronto con queste testimonianze pone proprio questo interrogativo: è possibile una memoria condivisa o si tratta sempre di una memoria individuale che appartiene ad ogni famiglia secondo l’esperienza che hanno vissuto? Subentra dunque il giudizio storico, anche se le memorie individuali vanno rispettate.

Parliamo dei testimoni, Baldo, Leandro, e poi di quelli che sono veramente esistiti.
     Leandro è un personaggio chiave, perché prestava il suo camion ai partigiani: la figlia diceva che subiva queste imposizioni, altri dicevano che collaborava, ma questa era un’ambiguità diffusa, era una situazione così difficile, l’appoggio ai partigiani aumentava man mano che i paesi erano più vicini alle montagne. Baldo ha le idee chiare: era nell’esercito e l’8 settembre lui decide: di fronte ai tedeschi che prendono prigionieri i soldati italiani, lui sceglie la lotta clandestina- incominciavano a formarsi le prime bande. Baldo non ha una coscienza politica chiara, lo fa per istinto, solo dopo l’incontro con il commissario politico maturerà una convinzione. Sul momento la sua scelta è istintiva e casuale. Ho cercato di far capire che, in un momento tragico e convulso, per la popolazione martoriata dalla guerra le scelte individuali erano dettate dal caso o dalla necessità. Le altre due figure chiave, quella di Gagliardi e di Paschero, sono due testimoni veramente esistiti, anche se con altri nomi. Gagliardi è il comandante dei partigiani che l’io narrante ha avuto il privilegio di incontrare- un privilegio perché ormai è breve il tempo in cui ci saranno ancora dei testimoni in vita. E’ un personaggio che ha un ruolo importante, perché è la figura di mediazione che ha cercato di evitare l’esito barbaro, di convincere i compagni ad accettare l’ultimatum dei nazisti, lo scambio con i prigionieri tedeschi e i militi di Salò. Lo scambio poteva essere fatto, non era ancora chiaro a tutti quali fossero le intenzioni del nemico, solo il fratello di Gagliardi, che aveva assistito agli eccidi dei civili nei Balcani, metteva in guardia sulla loro brutalità. In questo dibattito drammatico si persero ore preziose. Per una serie di piccole catastrofi, una gomma che si buca, una strada sbagliata, i mediatori arrivano in ritardo, quando l’eccidio è già compiuto.


Che cosa ne pensa Ettore o Chiaberge, dell’uomo che ha compiuto questo eccidio? C’è una responsabilità individuale o istituzionale?
     Scheel era giovane, aveva 26 anni. Non rispettò l’ultimatum, si lasciò trascinare dal superiore capo della gendarmeria di Torino che voleva l’esecuzione di questo ordine. La figura di Manfred Scheel è quella di un mediocre, la banalità del male, è un burocrate del crimine che non se la sente di ribellarsi agli ordini. Aveva anche un altro referente, un generale della Wehrmacht, che invece gli raccomandava prudenza. Il generale della Wehrmacht si era formato prima dell’avvento del nazismo al potere, ed è importante, perché noi tendiamo ad avere idee monolitiche e invece ci sono anche gli individui che si staccano dalla massa, c’è stato anche il nazista che ha fatto una soffiata ai partigiani. Ci sono dei giusti che cercarono uno spiraglio di umanità.

 La storia del romanzo segue un doppio registro, tra passato e presente. La tedesca Brigitte ha un figlio che le causa un po’ di problemi, un ragazzo sbandato, insofferente.
     Il personaggio di Werner è indicativo di un problema generazionale, come c’è un problema dei tedeschi sessantottini che hanno subito il processo della memoria, il processo di espiazione della generazione che doveva espiare le colpe dei padri, la generazione che ha rimosso tutto questo e ha spostato il suo orizzonte di impegno- si occupano delle piogge acide, del nucleare, non ne vogliono più sapere del nazismo. La generazione successiva è nata in famiglie tolleranti e liberali ed è alla ricerca della propria identità, cerca una maniera di esprimere la propria ribellione, proprio come ha fatto quella precedente.

Ci sono stati dei libri che l’hanno influenzata, mentre scriveva il suo romanzo?
     Per quello che riguarda la parte tedesca c’è poco, la letteratura tedesca ha rimosso questa fase storica, il periodo in cui i tedeschi erano vittima dei bombardamenti, della prigionia, del processo di denazificazione. Recentemente autori come Böll, Sebald, hanno parlato delle sofferenze dei civili. Tra gli italiani bisogna parlare di Fenoglio- anche se, per carità, non oso mettermi vicino a lui.

Il nome del paese, Cunassa, è preso da Senofonte…

    Sì, anche se devo dire che l’ho trovato per caso sul dizionario enciclopedico che si consulta quando si è alla ricerca di qualche nome, e l’ho scelto perché è la crasi di due luoghi a me familiari. Per combinazione è anche il luogo di cui parla l’Anabasi di Senofonte. Mi ha incuriosito questa assonanza, il luogo della battaglia tra Artaserse e Dario, della guerra fratricida.


recensione e intervista sono state pubblicate su www.lettera.it