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sabato 20 dicembre 2025

Ragnar Jónasson e Katrín Jakobsdóttir, “Reykiavík” ed. 2025

                                             Voci da mondi diversi. Islanda

cento sfumature di giallo

Ragnar Jónasson e Katrín Jakobsdóttir, “Reykiavík”

Ed. Marsilio, trad. Irene Gandolfi, pagg. 266, Euro 18,00

 

    Un caso freddo nella fredda Islanda. Sembra un gioco di parole, ma è veramente un ‘cold case’ quello della quindicenne Lára, scomparsa nel 1956, archiviato forse troppo in fretta e ‘ripescato’ trent’anni dopo da un giovane giornalista ambizioso.

     Nessuno, in Islanda, aveva dimenticato Lára, tutti ne conoscevano l’aspetto, come appariva in quell’unica foto che era stata divulgata, occhi e capelli scuri, abitino con le maniche corte. Tutti preferivano pensarla ancora viva, fuggita chissà dove, chissà perché.

Lára aveva accettato un lavoro estivo presso una coppia nota ed abbiente sull’isola di Viđey, a pochi minuti di traghetto da Reykiavík. Una sua cugina aveva lavorato presso l’avvocato Óttar e la moglie Ólöf l’estate precedente e si era trovata bene. Quel fine settimana i suoi genitori avevano aspettato invano la sua solita telefonata e al lunedì ne avevano denunciato la scomparsa. Il detective Kristián Kristiánsson era andato sull’isola, aveva fatto le domande di rito all’avvocato e alla moglie- avevano solo saputo dirgli che  Lára aveva dato le dimissioni all’improvviso, e no, non sapevano perché, non sapevano neppure se e come fosse tornata a Reykiavík. Una telefonata di un suo superiore aveva intimidito il giovane detective con un rimprovero neppur tanto velato per aver fatto ‘strane domande’ a Óttar e alla moglie. L’indagine era finita lì, anche se ogni dieci anni la stampa ridava voce alla domanda di che cosa fosse successo alla ragazza, anche se Kristián aveva saputo di altre persone presenti sull’isola, ospiti dell’avvocato, tutte persone in vista, tutte intoccabili.


    Trent’anni dopo la scomparsa- è l’agosto del 1986- un giovane giornalista si interessa di nuovo al caso. Sogna uno scoop, gli sono arrivati altri brandelli di informazioni da fonti che preferiscono restare nell’ombra. Reykiavík è in fibrillazione- ci saranno i festeggiamenti per i duecento anni dalla fondazione, ci sarà una torta lunga duecento metri, la televisione avrà un nuovo canale di trasmissioni, e poi la città ospiterà l’incontro del presidente Reagan con Gorbaciov che porrà le basi della fine della Guerra Fredda. E, nella folla che si riversa nelle strade, il pericolo è in agguato.

     Di Ragnar Jónasson abbiamo già letto la serie “Misteri d’Islanda” e “la trilogia di Hulda”, “Reykiavík”, però, è un giallo a quattro mani, scritto insieme a Katrín Jakobsdóttir, un master in letteratura islandese e primo ministro d’Islanda dal 2017 al 2024.


Nella postfazione gli autori raccontano come sia nata l’idea del libro, come condividessero i ricordi degli anni ’80, un periodo felice e spensierato, un decennio di crescita per l’Islanda, come abbiano consultato i quotidiani dell’epoca. Questo loro interesse per quegli anni si rispecchia chiaramente nel romanzo che ricrea l’atmosfera dell’isola e della capitale con ricchezza di dettagli. E, se la trama è di per sé banale, l’abilità degli scrittori tiene i lettori con il fiato sospeso non tanto sul crimine in sé, ma sull’interrogativo che gli islandesi stessi si sono posti per trent’anni- una ragazza con le valigie non può essere scomparsa nel nulla, a tutti piacerebbe che fosse viva e vegeta in America, ma non è possibile.

   La narrazione procede spedita, senza inutili lungaggini, perfetta per un romanzo di indagine poliziesca- anzi, di indagine giornalistica.

 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

venerdì 6 giugno 2025

Guđrún Eva Mínervudóttir, ““Reykjavík, Amore”. ed. 2025

                                         Voci da mondi diversi. Islanda



Guđrún Eva Mínervudóttir, ““Reykjavík, Amore”.

Ed. Iperborea, trad. Silvia Cosimini, pagg. 252, Euro 18,00

 

    Il titolo dell’edizione italiana del libro della scrittrice islandese Guđrún Eva Mínervudóttir dice già tanto: “Reykjavík, Amore”. Sono cinque racconti ambientati nella capitale che parlano d’amore. Pensiamoci un poco, quante forme di amore ci possono essere. Tante, con tante sfumature. Cinque donne, cinque storie e nell’ultima di queste riappaiono dei personaggi che abbiamo già conosciuto, quasi a sottolineare una circolarità, un’atmosfera comune.

    Guđríđur, Hildigunnur, Jóhanna, Sara, Magga- alcuni di questi nomi, come quasi tutti i nomi maschili che troviamo nel libro, sono per noi insoliti. Di uno ci viene detto il significato, insolito anche questo- Hildigunnur vuol dire ‘battaglia-battaglia’.

La prima, Guđríđur, mette a confronto la sua famiglia disordinata con quella del marito e, dopo la morte prematura della madre, ricorda la dolcezza di una mattina quando lei era bambina e la mamma l’aveva aiutata a fare il bagno. Dopo, lei era corsa da sola a casa della zia- che cosa c’era di così speciale per lei in quel ricordo? C’era ‘l’equilibrio perfetto tra premura e indipendenza, tra intimità e libertà’. C’era l’amore di una mamma che era stata capace di innamorarsi di un immigrato del Nord Africa ma di restare abbastanza lucida da troncare la relazione appena iniziata quando si era accorta che lui ne avrebbe approfittato.


La seconda, ‘battaglia-battaglia’, resta affascinata da un missionario texano con i capelli rossi; la terza, Jóhanna, pur essendo felicemente sposata, si sente attratta dallo zio narcisista della sua amica (lui morirà in Cecenia subito dopo averle scritto una mail in cui le chiedeva di non dimenticarlo mai).

Sara, invece, si chiede se ci sia qualcosa in lei che attragga la violenza, qualcosa in lei che tiri fuori il peggio delle persone. Avrà due figli da due uomini diversi, entrambi violenti, uno di loro la lascerà con una zoppìa permanente e Sara troverà finalmente un amore tranquillo tra le braccia di una donna.

E poi l’ultimo racconto, forse il più bello, di certo il più straziante perché la Morte aleggia in tutte le pagine- sta morendo Magga, così indebolita da non riuscire a fare le scale per salire nel suo appartamento, e sta morendo il suo padrone di casa che abita all’ultimo piano e passa le giornate ascoltando musica d’opera. Magga non si fa illusioni, eppure è ancora attaccata alla vita e coglie quello che la vita le può dare, un ultimo legame d’amore con un uomo semialcolizzato che però è gentile e delicato con lei. Fanno insieme fronte comune contro i due missionari e sì, uno di loro è il texano con i capelli rossi che già abbiamo conosciuto e che parla un linguaggio vuoto per Magga. La scena finale è superba, scanzonata, pungente, irriverente, trionfale.


     È l’amore, nelle sue più varie accezioni che comprendono anche quello per una gatta, il vero protagonista del romanzo. E non è necessario che l’amore sia sempre felice, è sufficiente saperlo cercare, lasciarlo entrare nelle nostre vite senza lasciarsi soggiogare se questo si rivela un amore sbagliato. Perché questi racconti scritti da una donna, con protagoniste donne e rivolti certamente a lettrici più che a lettori, non mettono gli uomini, i compagni, i mariti, gli amanti in buona luce. Facendo eccezione per Soti, che non ha un lavoro, che beve e che fuma troppo, che è l’ultimo da cui potremmo aspettarci doti positive, gli altri sono mariti o padri scomparsi che non si sono presi le loro responsabilità, oppure sono uomini violenti che hanno bisogno di sentirsi superiori picchiando le loro donne. A quanto pare sono le donne che sono capaci di amare, più degli uomini.

     La narrativa di Guđrún Eva Mínervudóttir scorre piana, con una semplicità e una vivacità molto piacevoli, con un occhio al quotidiano, sia nelle mini vicende che ci racconta, sia negli scorci di paesaggio cittadino, con la neve grigia che si scioglie al tepore del primo sole.


 

 

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domenica 14 aprile 2024

Ragnar Jónasson, “Il sogno di Unnur” ed. 2024

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cento sfumature di giallo

Ragnar Jónasson, “Il sogno di Unnur”

Ed. Marsilio, trad. Valeria Raimondi, pagg. 219, Euro 18,00

 

      Sono i giorni che precedono il Natale. Giorni che sembrano notti senza fine in Islanda, serrata nella morsa del buio e del gelo invernali.

In una fattoria nel nulla, nell’Est dell’Islanda, vivono Erla e Einar. Quella era la fattoria della famiglia di Einar, lui non la lascerebbe mai, lei si è adattata per amor suo, Erla sperava che la loro figlia restasse nella capitale, dopo avervi studiato e invece era tornata. Aveva ereditato la passione del padre per quella terra selvaggia. Non c’è nulla da fare a dicembre, nella fattoria. Soltanto dar da mangiare alle capre, e lo fa Einar. Erla passa il suo tempo leggendo, fa sempre una buona scorta di libri della biblioteca. E sa che sotto l’albero di Natale troverà un libro: in Islanda è una tradizione, regalare un libro con cui passare la notte di Natale.

   Le pagine di apertura del romanzo, quelle che descrivono l’atmosfera in quella zona, sono cariche di una minaccia incombente- il buio, la neve che cade, il silenzio ovattato, la consapevolezza di non poter andare da nessuna parte e che nessuno possa giungere alla fattoria per alleviare la solitudine: è difficile dire da dove esattamene ci giunga questa percezione di pericolo, ma cresce in noi la sensazione che qualcosa debba accadere.


E infatti si sente bussare alla porta. Einar va ad aprire, è lui il primo a stupirsi. C’è un uomo che dice di essersi perso mentre era a caccia con degli amici. Che cosa, in lui, suscita la diffidenza di Einar ed Erla? È soprattutto Erla ad essere diffidente, a pensare che l’uomo stia mentendo, le pare ci siano incongruenze nella storia che racconta. Dopotutto alla radio non hanno sentito la notizia di un uomo che si è smarrito. La bufera di neve aumenta di intensità, la linea del telefono è interrotta (strano, non era mai successo), salta anche l’elettricità, ma a questo sono abituati, hanno sempre scorta di candele. Si può forse rifiutare ospitalità a qualcuno, con queste condizioni atmosferiche? Poi, durante la notte, Erla sente che l’ospite indesiderato sale in soffitta. Che cosa cerca? Non dico altro, ma nel capitolo iniziale, quando a Hulda Hermansdottir, ispettore di polizia di Reykiavik, viene chiesto (è già febbraio) di andare ad Est per svolgere un’indagine, le viene detto che è una brutta storia, “non stiamo parlando di un solo corpo”. Quella notte, che doveva essere il preludio a giorni di pace e di serenità, è successo qualcosa.

   C’è un’altra storia drammatica, però, nel romanzo, anzi ce ne sono altre due o forse tre, tutte che riguardano dei genitori e delle figlie. Una di queste riguarda proprio Hulda, incaricata di questa indagine proprio quando lei stessa potrebbe essere oggetto di indagine, perché la tragedia peggiore che possa accadere ad una madre è successa nella sua casa. Di nuovo, nei capitoli che riguardano la vita privata di Hulda, quando entriamo con lei nella sua casa, siamo presi dall’ansia, proprio come lo è lei. Hulda ha una figlia adolescente, con tutta la comprensione per le problematiche umorali degli adolescenti Hulda è inquieta, è troppo strano che la figlia se ne stia chiusa nella sua stanza, che si rifiuti di festeggiare il Natale insieme a lei e al marito. Si sentirà in colpa, dopo, si chiederà che cosa non aveva visto, che cosa avrebbe dovuto fare, come sarebbe dovuta intervenire.

    La trama corre veloce sul ghiaccio, la soluzione ci sorprende un poco. Quello che resta indimenticabile è il personaggio dell’Islanda che domina su tutte le storie. L’Islanda che è un paesaggio in bianco e nero in cui perfino il silenzio ha una sua voce, l’Islanda in cui ci si può perdere nella tormenta ma anche in se stessi.



martedì 20 dicembre 2022

Jón Kalman Stefánsson, “La tua assenza è tenebra” ed. 2022

                              Voci da mondi diversi. Islanda

        romanzo epico


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ón Kalman Stefánsson, “La tua assenza è tenebra”

Ed. Iperborea, trad. Silvia Cosimini, pagg. 606, Euro 21,50

 

   Islanda, fiordi occidentali. Un narratore che ha perso la memoria, che non sa chi è e perché si trovi lì. Il nostro pensiero corre a Tiresia, l’indovino cieco, ad Omero, il grande poeta cieco a cui si attribuiscono i poemi epici dell’Iliade e dell’Odissea- occorre una qualche menomazione, la cecità o l’assenza di memoria per leggere nel futuro, per diventare cantori di storie degli altri?

Perché questo è quello che fa il nostro narratore senza nome- tessere una vasta tela di piccole vicende che coprono due secoli sullo sfondo di un’Islanda che sembra non cambiare mai o, se ci sono dei cambiamenti, avvengono sempre molto lentamente e in ritardo sul resto del mondo. D’altra parte, che cosa è il resto del mondo? esiste un mondo al di fuori di questa isola di distese laviche? Per gran parte del libro sembra proprio di no, è soltanto verso la fine, avvicinandoci ai nostri giorni, che uno dei personaggi lascia l’Islanda, in cerca di se stesso e di libertà. E poi ritorna. Alle pecore, ai campi di lava, al freddo, all’isolamento, al buio delle lunghe notti. Non esiste neppure un mondo dove c’è la guerra, non arrivano notizie di atrocità da fuori dell’isola. Non per nulla è un’isola. Così lontana da tutto, così persa nei mari del Nord.


    Il narratore non riconosce nessuno, eppure tutti riconoscono lui. Quando si reca nel cimitero, si sofferma davanti alla lapide che porta incisa una scritta: “La tua assenza è tenebra”. Chi era la donna a cui erano dedicate queste parole? Come era questa donna oggetto di un amore così grande?

È la figlia della defunta ad avvicinarsi a lui e ad accompagnarlo nell’unico albergo della zona dove la proprietaria lo saluta con un calore che lascia intendere che non solo si conoscono, ma si sono amati in passato. Incomincia da qui la ridda di storie, l’accalcarsi dei personaggi sulla scena del romanzo. Perché qualunque incontro dell’io narrante è il pretesto per raccontare, per ricostruire il passato, per riandare alle origini di famiglie dalla tempra tenace- ci vuole coraggio, ci vuole forza interiore, ci vuole caparbietà per non cedere davanti agli ostacoli che la natura pone. Sono tutte o quasi storie d’amore, quelle che ascoltiamo, perché l’amore non fa distinzioni. Così la donna illetterata che manda ad una rivista un articolo sull’importanza del lombrico- del lombrico (!!!) che viene definito il pensiero di Dio-, sposata e con figli, si innamora del pastore che (anche lui sposato) si innamora a sua volta di lei, dopo solo aver letto il suo saggio, prima ancora di averla vista. Ci sono storie d’amore che durano tutta una vita, come quella della donna con la lapide che reca scritto “la tua assenza è tenebra”, ce ne sono altre che devono essere troncate per non ferire qualcuno irrimediabilmente, ci sono figli dell’amore a cui si deve dire che la madre è morta dandoli alla luce, ci sono momenti di pura felicità e lunghi periodi di disperazione. Per quale motivo giorni come questo devono finire, perché la felicità non si ferma quando ci raggiunge, così che la possiamo portare attraverso la vita come la tartaruga porta la sua casa, come uno scudo invincibile contro le frecce dell’infelicità?


   La sequenza temporale non è lineare, personaggi scompaiono e riappaiono, una colonna sonora ci accompagna mentre leggiamo- da Elvis Presley ai Beatles, a Nina Simone e a Bach, quasi un commento e una chiave di interpretazione delle storie-, una vasta tela si delinea davanti ai nostri occhi di lettori con il paesaggio dell’Islanda, terra molto amata anche se difficile da amare. E poi, da un certo punto, sembra che la Morte tiri le somme, tutti quelli di cui abbiamo letto non ci sono più. Sono morti in tanti eppure la vita continua, non importa quali e quante siano le persone che muoiono. La vita continua il suo corso come se niente fosse successo. Non si cura né della giustizia né dell’equità. E allora bisogna scriverne, bisogna tramandarli alla memoria come ha fatto Omero, e se la memoria del narratore è vuota, sarà più facile per lui ricordarli. Solo se lui ne scrive, tutte quelle persone saranno salvate dall’oblio.

     Un romanzo non facile da leggere, con personaggi dai nomi per noi strani e difficili da ricordare, ma pieno di poesia e dell’incanto di storie epiche.

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domenica 24 ottobre 2021

Gunnar Gunnarsson, “L’uccello nero” ed. 2021

                                    Voci da mondi diversi. Islanda

   cento sfumature di giallo

Gunnar Gunnarsson, “L’uccello nero”

Ed. Iperborea, trad. Maria Valeria D,Avino, pagg. 274, Euro 17,00

 

    Un noir è sempre un noir. Non è vero. C’è noir e noir. E questo, “L’uccello nero” dello scrittore islandese Gunnar Gunnarsson, è più che un semplice noir, è un romanzo splendido che scava negli animi dei personaggi, ne esamina le passioni, il desiderio bruciante che porta al delitto, il senso di colpa e quello di impotenza davanti a chi ha commesso il crimine, il significato di giustizia e di espiazione.

    Il narratore è il cappellano Eiulvur che aveva solo vent’anni all’epoca dei fatti che racconta, avvenuti quindici anni prima. Ed è la morte in mare del figlio  quindicenne che lo spinge a ricordare quello che il suo animo non ha mai dimenticato, quello per cui si continua a rimproverare.

    I fatti in poche parole. Sono gli anni sul finire del secolo XIX, in una fattoria isolata abitano due coppie con i loro figli (una decina tra gli uni e gli altri)- Bjarni, aitante e biondo, e la moglie Guđrun, sempre tossicchiante e noiosa; l’insignificante Jón e la bellissima Steinunn. Succede il prevedibile. Bjarni e Steinunn si innamorano. Prima scompare Jón (è caduto in mare? il corpo riappare a un anno di distanza), poi muore Guđrun.


    Ci sarà un processo con un giudice convinto da subito della colpevolezza di Bjarni e Steinunn, così come è convinto che Bjarni menta. Di ben altro parere è il giovane cappellano. O meglio, pur sapendo che i due innamorati, che dichiarano apertamente che hanno ucciso perché volevano sposarsi e vivere il loro amore senza nascondersi, Eiulvur simpatizza con loro, vorrebbe adempiere al suo compito che è quello di aiutare i suoi parrocchiani, di portare alla salvezza le loro anime. E si sente colpevole anche lui, nella sua impotenza.  E non ha forse anche una qualche responsabilità il suo anziano superiore che ha lasciato seppellire Guđrun senza indagare di più sulle cause della sua morte?

    Gli abitanti del villaggio vengono chiamati a testimoniare uno dopo l’altro, ascoltiamo le loro deposizioni su quello che i due incriminati avrebbero detto, sulle lamentele di Guđrun, sulle parole che rivelavano l’infelicità di Jón, sui sospetti che Guđrun aveva avuto riguardo ad una zuppa che l’aveva fatta stare male, sulla dichiarazione di Jón  che voleva andarsene dalla fattoria. Verità e pettegolezzi, malignità e incredulità, invidia e indignazione. Finché Bjarni e Steinunn ripercorrono gli eventi.


    Ho detto che questo è un noir speciale, forse perché non è stato scritto con l’intenzione di farne un noir. C’è la tensione di scoprire la verità, la curiosità di apprendere i dettagli, ma poi c’è, fortissimo, il dilemma morale che porta alla riflessione, “Ognuno di noi prima o poi, che lo voglia o no, si trasforma in torturatore e assassino. Tutti inchiodiamo alla croce il figlio di Dio! In noi stessi o nel nostro prossimo”, così che, emessa la sentenza, il cappellano dirà al giudice: “Ora anche noi due abbiamo ucciso”. E interpreterà la morte del figlio, quindici anni dopo, come un segno divino per lui che non si perdona la sua debolezza.

     Anche la natura ha la sua parte, nel romanzo di Gunnar Gunnarson. Tutto viene esasperato nella rigidità del clima ed è quasi come se abbandonarsi alla dolcezza dei sentimenti possa essere di conforto anche per quello, come se si avesse il diritto di cercare altrove il conforto che un ambiente aspro non può dare.

     Un romanzo drammatico di una potenza straordinaria.

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lunedì 13 settembre 2021

Andri Snaer Magnason, “Il tempo e l’acqua” ed. 2021

                                                          Voci da mondi diversi. Islanda

            warning novel

Andri Snaer Magnason, “Il tempo e l’acqua”

Ed. Iperborea, trad. S. Cosimini, pagg. 333, Euro 19,50

 

     È un libro singolare, “Il tempo e l’acqua” dello scrittore islandese Andri Magnason. Non è un romanzo, non è un saggio, non è una storia di famiglia, ma ha un poco di tutti questi generi ed è la caratteristica che lo rende così piacevole. Perché è così: se fosse soltanto un grido di allarme, una raccolta di dati per provare la direzione in cui stiamo andando, condannando alla rovina le generazioni future con la scomparsa del mondo così come lo conosciamo, accantoneremmo il libro con un’alzata di spalle e ci dedicheremmo ad una lettura più leggera. E invece Magnason ha fatto la scelta giusta, le storie della sua famiglia e quella di altri incontri significativi- come quello con il Dalai Lama- sono inquadrate nella misura del Tempo, un’entità così soggettiva nonostante tutto, così difficile da misurare.


    La riflessione sul tempo inizia da un angolo di visuale ristretto, quello della vita dello scrittore stesso. Nel corso degli anni Magnason è stato testimone del crollo di due grandi sistemi, del comunismo  e delle banche nel 2008, la più grande bancarotta nella storia del capitalismo. Quello che ci minaccia adesso è un collasso ben più grande- quello del sistema Terra. L’errore madornale è stato, per tutto il XX secolo, dare per scontato che la natura fosse un giacimento inesauribile di materie prime a basso costo e pensare che l’atmosfera potesse assorbire emissioni, il mare inghiottire rifiuti, il suolo produrre all’infinito. Ci accorgiamo ora che non è così. E tuttavia il Tempo, che è trascorso finora con un ritmo tranquillo, ha avuto un’accelerazione nel XXI secolo- vale la pena di guardarsi indietro, di fermarsi a riflettere sul valore prezioso che acquistano i ricordi e le testimonianze del passato. Sembra incredibile, i filmati del 1956, la luna di miele dei nonni nel rifugio sul ghiacciaio, le loro foto, si collocano in un tempo perduto e lontano come quello a cui appartiene il vecchio manoscritto che guardiamo con rispetto in una biblioteca. E il desiderio di tramandare il vissuto di una generazione che ha fatto tantissimo partendo da zero nasce dalla necessità di salvaguardare le loro esistenze.


    Andri Magnason vive in un paese in cui i cambiamenti sono più evidenti, più tangibili che altrove. Perché una cosa è osservare che le piogge fuori stagione sono diventate più abbondanti e più violente, un’altra è constatare che un ghiacciaio si è talmente ritirato da rendere impossibile avvicinarlo perché la zona antistante è un terreno di fango. E a partire dal secolo XXI i ghiacciai islandesi si sono ritirati più che nei cento anni precedenti. Viene da piangere: una volta i ghiacciai erano simbolo di qualcosa di grande e di eterno, come il mare e le montagne. Adesso dobbiamo constatare che quello che pensavamo fosse un immortale gigante bianco è effimero come gli esseri umani. E dobbiamo affrontare le conseguenze di tutto questo, l’innalzamento del livello delle acque, la scomparsa di interi tratti di coste, di città, di patrimoni dell’umanità.

    Anche la scomparsa delle specie animali- a cui solo i più attenti farebbero caso- viene evidenziata da Magnason intrecciando storie personali con quelle della fauna. Un suo cugino aveva avuto una passione per i coccodrilli sin da quando era un bambino ed era diventato uno strenuo difensore della specie. Come capacitarsi che ci sia stato un crollo del numero di esemplari del coccodrillo, che aveva una storia evolutiva di 200 milioni di anni? le cause sono intuibili, incluso il capriccio femminile per borse e calzature di pelle di coccodrillo.


   Magnason non è soltanto una Cassandra che prevede un futuro catastrofico. Tutt’altro. Si ferma anche a riflettere su che cosa abbia significato l’imprevista e totale battuta di arresto della pandemia- la salute di ogni individuo del pianeta è legata alla salute di ogni altro individuo del pianeta e ‘la salute di tutti dipende a sua volta dalla salute degli ecosistemi della Terra.’ Soprattutto apprezziamo che Magnason veda chiaramente che una marcia indietro è piuttosto difficile e sproni allora verso un’altra direzione- che ci sia uno sforzo individuale per rinunciare a qualcosa e che, nello stesso tempo, si dedichino sforzi e investimenti e ricerche per, ad esempio, impiegare sempre più energia solare, eolica e termica, per ridurre gli sprechi, per tutelare i boschi e ripristinare le zone umide e delle foreste pluviali, per ‘catturare’ CO2 e smaltirlo.

     Un libro da leggere, perché prendere coscienza di quello che sta accadendo è il dovere di ognuno. E non c’è modo più piacevole di farlo che leggere “Il tempo e l’acqua”.

Lo scrittore sarà presente al festival della letteratura di Mantova



mercoledì 1 settembre 2021

Arnaldur Indriđason, “I figli della polvere” ed. 2021

                                                        Voci da mondi diversi. Islanda

                                            cento sfumature di giallo


Arnaldur Indriđason, “I figli della polvere”

Ed. Guanda, trad. A. Storti, pagg. 336, Euro 18,00

 

     Due tragedie, all’inizio. Due morti, più o meno alla stessa ora.

   In un ospedale psichiatrico, alla presenza del fratello Pálmi che è andato a trovarlo, Daniel si suicida gettandosi dalla finestra. Era ricoverato da anni.    

  Legato su una sedia, un insegnante in pensione muore nell’incendio della sua casa. Fuori, in giardino, una tanica di benzina vuota.

  Quando sappiamo che Daniel era stato un alunno di Halldór, l’anziano insegnante, quando leggiamo che sulle pareti della stanza in cui è morto Halldór erano incorniciate tutte le foto delle classi in cui aveva insegnato e che in una di queste è ritratto Daniel con lo sguardo adorante rivolto a lui, crediamo di aver già capito tutto, che non leggeremo niente di nuovo tranne che la solita storia dell’insegnante pedofilo che insidia i ragazzini suoi alunni.

    E invece- come scopriranno Erlendur e Sigurdur Oli, incaricati delle indagini- c’entra anche, purtroppo, la pedofilia, ma in un contesto diverso e agghiacciante che ci rivelerà il significato del titolo “I figli della polvere”.


    E’ molto difficile parlare dei questo nuovo romanzo dello scrittore islandese senza spoilerare e cercherò di dire senza dire. Tutto ha inizio molti anni prima, quando Daniel, ora di mezza età, frequentava la scuola. Sua madre non aveva mai capito come mai il figlio, un ragazzo del tutto normale, ad un certo punto avesse preso a bere, a drogarsi. Non riusciva a capacitarsi che fosse diventato schizofrenico e che avesse dovuto essere internato, dopo aver cercato di dare fuoco al fratello molto più giovane di lui. Qualche frase detta da Daniel a Pálmi, prima di quel volo dalla finestra, alludeva ad una cacciata dal paradiso, suggeriva di fare domande sugli altri. Gli altri, chi? I compagni di scuola? Che strano caso- erano tutti morti i suoi ex compagni di scuola, tranne uno che ancora andava a trovarlo. E in circostanze singolari- il primo ad andarsene aveva avuto un infarto. A tredici anni, un infarto? Un altro, più o meno una settimana dopo il primo, era rimasto schiacciato sotto il trattore che guidava. Nessuno di loro aveva avuto una vita normale, tutti dipendenti o da alcol o da droghe. E Halldór, che c’entrava Halldór in tutto questo?


     Non andrò oltre perché la trama è ricca di sorprese sbalorditive che potremmo definire fantascientifiche se non fosse che sono perfettamente plausibili e di grande attualità. Il romanzo di Indriđason non ha solo il pregio di un intreccio insolito, ma anche quello di aprire il sipario su dei retroscena dell’isola che pensiamo incontaminata nella sua cornice di ghiaccio. Proprio perché è ai confini del mondo, in una candida solitudine, l’Islanda può essere l’ambientazione perfetta per traffici sporchi, illegali e immorali. C’è poi- e di questo abbiamo già letto- un passato di miseria e di degrado, con padri assenti o perché morti in mare o perché nei fumi dell’alcol, un clima così inclemente, con mesi di gelo e di buio, da spingere alla depressione.

E i due investigatori, Erlendur e Sigurdur, uno non più giovane e con figli problematici, l’altro non sposato, elegante, abbronzato e in forma splendente,  uno che è stato un pessimo studente, l’altro che ha seguito dei corsi negli Stati Uniti, finiscono per superare le loro rivalità dopo aver guardato dentro l’abisso del Male.

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giovedì 19 agosto 2021

Ragnar Jónasson, “Notturno islandese” ed. 2021

                                                 Voci da mondi diversi. Islanda

                                                  cento sfumature di giallo


Ragnar Jónasson, “Notturno islandese”

Ed. Marsilio, trad. Silvia Cosimini, pagg.230, Euro 17,00

 

   “Notturno islandese”. Un titolo perfetto per questo romanzo di Ragnar Jónasson, perché suggerisce l’immagine di un paese che per due mesi interi non vede la luce del sole, perché ci anticipa che quello che leggeremo è un noir, perché, in qualche maniera, ci comunica un leggero disagio, una tristezza per ora inspiegabile e che la trama del libro servirà a giustificare. Perché “Notturno islandese” è un libro molto triste, che porta alla luce- ma sì, giochiamo su questo contrasto di luce e buio del paesaggio islandese- i lati oscuri della personalità di molti di noi.

   È inverno. Fa molto freddo. Herjólfur, nuovo ispettore a capo della polizia di Siglufjörður, viene ucciso mentre si appresta ad entrare in una casa fatiscente sul limitare della città. Che venga ammazzato un poliziotto è una notizia sensazionale. Che cosa ci facesse lui là, da solo, nessuno lo sa. Sulla porta di una casa abbandonata su cui circolavano molte voci, di fatti lontani e vicini. Di un uomo caduto dal terrazzo tantissimi anni prima, alla presenza del fratello gemello e di un amico, e di un commercio di droga in tempi più recenti.


    Ari Þór è incaricato delle indagini. Non ha ancora acquistato confidenza con il suo nuovo superiore ed è contento che arrivi da Reykjavic l’ispettore che aveva preceduto Herjólfur per affiancarlo. La procedura è la solita- si parla con la moglie e il figlio (è da lui che veniamo a sapere del traffico di droga), si tracciano le telefonate, si cerca l’arma del delitto. Ci sono poche speranze che Herjólfur riprenda conoscenza e dica qualcosa, però  si scopre che aveva parlato spesso con il sindaco e che è scomparso un fucile dalla rimessa di un insegnante locale.

   La trama del romanzo suscita ben pochi brividi  (che non siano per il freddo polare) ed è tutta giocata sui segreti, su quello che ognuno nasconde o tace. Come se ogni persona racchiudesse in sé la doppia personalità di Dr. Jekyll e Mr. Hyde, a diversi livelli di male. Ad iniziare da Ari Þór che cerca di scacciare il pensiero che la morte di Herjólfur gli sgombrerebbe la strada per essere nominato ispettore capo, alla moglie che è tentata di tradirlo, alla sorella dell’amico del gemello morto nella casa dei fantasmi, al sindaco e alla sua vice, a Herjólfur stesso, infine, da cui proprio non ci saremmo aspettati quello che apprendiamo.


E, con la rivelazione finale in cui tutto si spiega, comprendiamo anche il diario, scritto in corsivo, che intervalla la narrazione e che raddoppia, se possibile, la nostra tristezza. È difficile distinguere chi sia colpevole e chi sia vittima. Difficile non chiedersi che cosa contribuisca a certi comportamenti- quanto sia eredità genetica, quanto l’esempio assimilato pur inconsciamente, quanto una debolezza caratteriale o una superficialità etica. E, se non sapessimo che, purtroppo, gli stessi crimini vengono commessi ovunque, saremmo tentati di attribuirne la colpa al clima, al freddo e al buio, come recita la frase conclusiva delle note dell’autore, tratta da un articolo del nonno suo omonimo, quando dice che, al ritorno dei mesi estivi senza notte, tutti i mali dell’inverno vengono allora spazzati via.

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