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domenica 18 febbraio 2024

Federica Manzon, “Alma” ed. 2024

                                                                Casa Nostra. Qui Italia

            guerra dei Balcani


Federica Manzon, “Alma”

Ed. Feltrinelli, pagg. 272, Euro 18,00

 

      Trieste ha una scontrosa/ grazia. Se piace/ è come un ragazzaccio aspro e vorace/ con gli occhi azzurri…Sono le parole della poesia che Umberto Saba dedica alla sua città. E Trieste è la città- mai apertamente nominata- di Alma, la protagonista del bel romanzo di Federica Manzon. È la città di confine, la città ad Est quando, più tardi, Alma si recherà ad Ovest, la città ‘di qua’ contrapposta al ‘di là dove scompariva suo padre. Ogni tanto suo padre la portava ‘di là’, all’isola, luogo privilegiato dove il maresciallo con gli occhi di vipera consultava i suoi fedeli. ‘Di qua’ c’era ancora l’atmosfera dell’impero austroungarico, c’era la raffinata casa borghese dei nonni, c’era il nonno, così colto, che aveva sempre una spiegazione per tutto. Alma, sua madre e suo padre erano andati dalla casa dei nonni via per andare a stare sul Carso, in una abitazione dove sua madre era incapace di mantenere l’ordine, sempre occupata con il suo lavoro alla ‘casa dei matti’. Un giorno suo padre era tornato con un ragazzino, Vili, figlio di amici, degli intellettuali di Belgrado. Vili, magro, scuro di capelli e di occhi tanto quanto Alma era bionda e bianca e con gli occhi color acqua, sarebbe rimasto a vivere con loro.

Brioni

    Torna a Trieste, Alma che ormai ha superato la cinquantina, all’inizio del libro. Suo padre è morto ed è Vili, che non vede da anni, che deve consegnarle l’eredità. Tre giorni a Trieste, quelli prima di Pasqua. In tre giorni, in un tempo che fluttua tra vari strati di passato e il presente, c’è tutta la storia di Alma, di suo padre, di Vili, della guerra dei Balcani. 

Chi era, da dove veniva, che cosa faceva suo padre? La sua figura era ammantata di mistero. Era vero che era lui a scrivere i discorsi di Tito, quelli che poi venivano consegnati alla stampa?


Sua moglie non aveva occhi che per lui, di Alma non si curava. Lui si rivolgeva ad Alma chiamandola zlato (‘amore’ in sloveno), il nonno la chiamava invece schatzi (‘tesoro’ in tedesco)- Alma diventava grande tra questi due mondi opposti. E intanto cresceva, sconfinando in un amore giovanile, la sua amicizia con Vili. I ricordi sono precisi, sanno di estati e di tuffi in mare, dei ‘Topolini’ (i bagni sulla riviera barcolana), di azzurro e di sale, ma anche del roseto dell’ospedale psichiatrico, della fine di questa fanciullezza dorata. Quando era finita? Con la morte di Tito? I ricordi incalzano, si mescolano a quelli degli anni più recenti quando ormai Alma vive nella capitale e si sente, e la fanno sentire, ‘una straniera’. Alma ricorda quando suo padre era tornato, sconvolto, in fuga da Vucovar assediata. Non sarebbe più andato ‘di là’. Ci sarebbe andato Vili, Alma lo avrebbe seguito a Belgrado, avrebbe visto le fotografie che lui- fotografo di guerra- aveva nascosto, non avrebbe capito, lo avrebbe lasciato.

   Ritrovare Vili a Trieste, nella chiesa ortodossa di san Spiridione, è il finale perfetto per questo romanzo affascinante, ricco di suggestioni. Federica Manzon riesce a farci vivere l’atmosfera di una città dalla gloria antica- la definizione di ‘crocevia’ di culture è abusata, ma è la posizione geografica di Trieste, via di passaggio con affaccio sul mare, è la sua storia che ha le radici a Nord e ad Est più che in un Ovest che le è estraneo, sono i suoi scrittori e i suoi poeti (tanti, per una città che non è grande) che la definiscono, rendendola unica. Non si può parlare di Trieste senza parlare della ex Jugoslavia e della guerra dei Balcani e qui è anche, o forse soprattutto, l’originalità del libro- aver interiorizzato la guerra dei Balcani, non aver scritto di ‘fatti’, come se questo fosse un saggio o una cronaca, ma averla raccontata ‘vissuta’, fatta propria da Alma, con i suoi dubbi e le sue incomprensioni.

    Da leggere.



giovedì 11 gennaio 2024

Priscilla Morris, “Le farfalle di Sarajevo” ed. 2023

                     Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

         guerra dei Balcani

Priscilla Morris, “Le farfalle di Sarajevo”

Ed. Neri Pozza, trad. Alba Bariffi, pagg. 228, Euro 18,00

     1992. Sarajevo. Era stato il primo segnale di allarme. “Le sono entrati in casa”- l’aveva informata la vicina di sua madre in una telefonata di primo mattino. “Criminali, teppisti, Dio sa chi.” E Zora Kočovič era salita su un tram insieme al marito per andare a controllare. Era vero, due uomini e una donna si erano appropriati dell’appartamento di sua madre, momentaneamente vuoto perché la madre era ospite a casa loro. Si sentivano giustificati perché il governo aveva detto che tutti gli appartamenti abbandonati erano di proprietà pubblica. Zora era riuscita a mandarli via e aveva fatto cambiare serratura. Ma questo era solo l’inizio, poi erano venute le barricate, la divisione della città, il luccichio delle armi in cima alla montagna che sovrastava Sarajevo, la mole dei carri armati che sembravano giocattoli. Ma non lo erano. La figlia di Zora viveva con il marito in Inghilterra, suo marito e sua madre sarebbero andati da lei. Zora sarebbe rimasta. Era una pittrice di fama, aveva ottenuto di usare uno studio all’ultimo piano della Viječnica- la biblioteca nazionale con la splendida cupola di vetri azzurrini-, insegnava pittura. Dipingeva, Zora. Aveva l’ossessione dei ponti, stava lavorando su una grande tela che rappresentava il ponte delle Capre, fuori Sarajevo. Non poteva allontanarsi, i suoi quadri erano lei, Sarajevo era lei. Era cresciuta in quella città che era un esempio della pacifica convivenza di religioni e di nazionalità. Quella bufera sarebbe passata.


    E invece iniziò l’assedio, il 5 aprile 1992, 1425 giorni di assedio, fino al 29 febbraio 1996, il più lungo dell’epoca moderna. 11000 i morti. E l’anno peggiore fu proprio il primo, quando avevano iniziato a scarseggiare i generi alimentari, quando l’elettricità era stata tagliata, e poi l’acqua. Per non parlare dei cecchini, delle granate e delle bombe. E infine del gelido inverno, più freddo di qualunque altro inverno nel passato, mentre la gente viveva in case sventrate, con coperte tese a sostituire i vetri infranti.

    È questa la storia che Priscilla Morris ci racconta ne “Le farfalle di Sarajevo”. Nella nota finale dice di essersi ispirata alla vita del suo prozio, pittore paesaggistico il cui studio, nella Biblioteca Nazionale, andò a fuoco nell’incendio del 1992, e anche ad eventi della vita di suo padre, a come era riuscito a fare uscire i suoceri dalla città assediata, dopo che il loro appartamento era stato bombardato.


Continuare a vivere nella città assediata significa non arrendersi al nazionalismo, continuare a dare vita a Sarajevo. Chi abbandona la città si sente un traditore. Zora vuol restare, sa di fare la sua parte andando ogni mattina a dare lezione, dipingendo un grande albero sulla parete della sua stanza insieme alla piccola Una. E se, pur amando il marito, la paura e la solitudine la spingono verso un altro uomo- che altro resta se non l’amore e l’amicizia, in tutta quella distruzione?

    Cede anche Zora, ad un certo punto. Cede dopo aver superato i due momenti cruciali di quei mesi- la morte di un edificio che conteneva la cultura della Bosnia e la morte di una bambina, la vittima innocente, il futuro della Bosnia.


   Un libro dolorosamente intenso, di quella bellezza tragica che solo certi periodi di Storia vera possono avere, attraversato da lampi di poesia nella descrizione dei quadri di Zora o in quella delle ceneri che si sollevano dai libri divorati dalle fiamme sulla città come tante farfalle nere. La bellezza lieve delle farfalle. Il nero della morte.

    Bellissimo. 

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martedì 29 marzo 2022

Kemal Monteno - Sarajevo, Ljubavi Moja (1995)

                                  musica per un libro

Marzio Mian e Francesco Battistini, “Maledetta Sarajevo” ed. 2022

                                                                     Casa Nostra. Qui Italia

              guerra dei Balcani

Marzio Mian e Francesco Battistini, “Maledetta Sarajevo”

Ed. Neri Pozza, pagg. 400, Euro 19,00

 

     C’è una canzone che idealmente può fare da colonna sonora al libro “Maledetta Sarajevo” di Francesco Battistin e Marzio Mian. Una canzone il cui titolo suggerisce un amore struggente in contrasto con il titolo del libro- “Sarajevo, ljubavi moja” (Sarajevo, amore mio) di Kemal Monteno-, i cui versi dicono: Siamo cresciuti insieme, città, tu ed io…Dovunque io vada, io sogno di te…Adesso il ragazzo è un uomo e l’inverno/ copre le montagne/ Il parco e i capelli sono grigi, ma la neve/ andrà via/ La primavera e la giovinezza allora riempiranno/ la mia Sarajevo, la mia unica città.

    Sarajevo, amore mio, la città martire che subì l’assedio più lungo della storia bellica del XX secolo, 4 anni dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996, più lungo ancora di quello di Leningrado durante la seconda guerra mondiale. Sarajevo è al centro del libro dei due giornalisti italiani, storia di una guerra durata dieci anni, iniziata dopo la dissoluzione della Repubblica socialista federale di Jugoslavia e che vide il coinvolgimento dei tre principali gruppi nazionali, serbi, bosniaci e bosgnacchi. Fu una guerra ‘anomala’, in parte guerra civile, in parte guerra tra etnie e religioni diverse (musulmani i bosgnacchi, ortodossi i serbi, cattolici i croati) per cui Tito era stato un collante e che avevano convissuto pacificamente a Sarajevo per secoli. Un libro appassionante- sì, appassionante, anche se narra una guerra di una crudeltà inaudita-, questo di Mian e Battistini, perché vivacizzato dalle interviste a testimoni, a vittime, a capi di stato, al giudice della corte dell’Aja, al generale francese che comandava i caschi blu dell’Onu (che cosa fecero per impedire il massacro di Srebrenica?), allo stesso Radovan Karadžić, ex presidente della Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina, il latitante più ricercato che sembrava giocare al gatto e al topo, apparendo e sparendo sotto gli occhi di tutti, condannato all’ergastolo come criminale di guerra, rinchiuso nella prigione dorata dell’isola di Wight.


    Partiamo da una data maledetta, una strana coincidenza che fa sì che il giorno di san Vito, 28 giugno, ad anni di distanza siano accaduti eventi cruciali per la Storia dei Balcani. Hanno la memoria lunga, i serbo bosniaci. Il 28 giugno 1389 il principe Lazar, a capo dell’esercito dell’alleanza balcanica, affrontò l’Impero Ottomano nella Piana dei Merli per bloccare l’invasione turca in Europa. Ci sono altri popoli che festeggiano una sconfitta?

Il 28 giugno 1914 a Sarajevo Gavrilo Princip uccise a colpi di pistola l’arciduca Francesco Ferdinando facendo precipitare l’Europa nella Grande Guerra. Sempre il 28 giugno, cinque anni dopo, veniva firmato il Patto di Versailles che metteva fine all’Impero austro-ungarico e all’impero ottomano.

Seicento anni dopo la Piana dei Merli, il 28 giugno 1989, Slobodan Milošević

 pronunciò il discorso che risvegliò l’orgoglio nazionale dei serbi dando origine a violenti scontri che anticipavano lo scoppio delle guerre balcaniche.

Ci furono altri significativi 28 di giugno, ricordiamone ancora uno, il Vidovdan 2001, quando Milošević fu arrestato e trasportato all’Aja per essere processato per crimini di guerra davanti al Tribunale Penale Internazionale.


    Partiamo da un 28 di giugno per un lungo calvario di guerra che vide vicini di casa trasformarsi in mostri di odio, donne sottoposte a sevizie al cui confronto gli stupri dell’Armata Rossa a Berlino sembrano quasi irrilevanti, i cecchini in agguato, il famoso tunnel scavato a mano che portava all’aeroporto di Sarajevo, la crudeltà di Mladić che quasi impazzì diventando ancora più selvaggio dopo il suicidio della figlia, le tigri di Arkan, principale organizzatore della pulizia etnica voluta da Milosevic. E poi Srebrenica, il genocidio di 8000 musulmani nel luglio 1995. Impossibile perdonare Srebrenica.


    La penna felice di Mian e Battistini riesce ad alternare le voci dei personaggi, gente comune e le persone il cui nome è diventato tristemente famoso, ad inserire i versi delle poesie di Karadžić, lo psichiatra poeta che si è improvvisato guaritore, a descriverci lo sguardo e il gestire dell’uno e dell’altro con tocchi di amara e beffarda ironia che ci aiuta a ‘digerire’ quello che leggiamo.

   Gli autori scrivono che, da quando si ha una memoria storica, ci sono stati nel mondo solo 14 giorni senza una qualche guerra. Ne stiamo vivendo una in questi giorni, vicino a noi, proprio come quella di trent’anni fa in Bosnia. La tragedia si ripete senza fine.

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Francesco Battistini


  

Marzio Mian

sabato 18 settembre 2021

Pajtim Statovci, “Gli invisibili” ed. 2021

                                                                       vento del Nord

            guerra dei Balcani
          love story

Pajtim Statovci, “Gli invisibili”

Ed. Sellerio, trad. Nicola Rainò, pagg. 220, Euro 16,00

 

   Lui si innamora di lui al primo sguardo. Iniziano a parlare in un caffè all’aperto di Pristina, in Kosovo. Lui frequenta la facoltà di lettere, l’altro lui quella di medicina. Lui è albanese, si chiama Arsim. L’altro lui si chiama Miloš ed è serbo. Siamo a metà degli anni ‘90, che speranza di felicità può avere una coppia gay in una cultura che considera le unioni tra omosessuali come una vergogna, una colpa, un’onta che ricade su tutta la famiglia? Per inciso- era molto diverso da noi?

  

   Le voci narranti sono quelle dei due protagonisti, scorrono su due diversi piani temporali- è il 2000 nelle parti in cui è la voce di Miloš che ascoltiamo, mentre torniamo indietro all’incontro, nel 1995, nel racconto di Arsim finché il tempo si sopravanza ad un ‘dopo’ nel 2004. Il contrasto tra queste due voci non potrebbe essere maggiore. La prima, di Miloš, rivela già il dramma della sua vita, in qualche maniera conseguenza del loro legame. È la voce di un uomo che non è più in sé, che è passato attraverso l’orrore della guerra, che ha visto la morte intorno a sé, che ha dato lui stesso la morte- lui, un medico che avrebbe dovuto salvare le vite e non porvi fine. Ha un tono concitato e allucinato, da chi vive in un incubo e non ha più contatti con la realtà. In un breve referto medico che leggeremo più avanti, datato dicembre 1999, si dice di lui che ‘parla a fatica, capisce…condizioni generali precarie. Eccezionalmente magro…Incubi costanti, prescritti sedativi.’


     La voce di Arsim è pacata, alterna momenti di ricordi quasi idilliaci ad altri di rabbia, verso gli altri e verso se stesso. Perché Arsim è sposato e, quando conosce Miloš, sua moglie aspetta un bambino. Ne arriveranno altri due di bambini, e intanto tutta la famiglia avrà dovuto lasciare il Kosovo per una grande città di cui non ci viene detto il nome. Arsim sa di comportarsi male come marito e come padre, eppure non riesce a frenare l’irritazione verso quei legami che gli impediscono di essere se stesso. E vive di ricordi di Miloš.

    Arsim sarà espulso dal paese in cui vive, la moglie non vorrà più saperne di lui, mentre Miloš finirà internato in un nosocomio dove i pazienti vivono come bestie. C’è ancora una parte finale in cui la voce di Miloš quasi non si sente più, è ridotto al silenzio, e la solitudine di Arsim è il coronamento di vite sbagliate. È una storia tragica dentro un’altra tragedia della Storia, di una guerra interiore a fronte di una guerra che coinvolge albanesi e serbi, di quello che accade quando si è obbligati a negare se stessi, a nascondere la propria natura da se stessi e dagli altri.


    È un romanzo molto triste, con un personaggio femminile che ammiriamo con compassione per la sua generosità e la sua capacità di amare pur nella rinuncia e nella condanna, scritto con un linguaggio mai volgare, mai troppo esplicito. Con “Gli invisibili”, Pajtim Statovici (nato in Kosovo ed emigrato con i genitori in Finlandia all’età di due anni) ha vinto il prestigioso Finlandia Prize.

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giovedì 25 marzo 2021

Melinda Nadj Abonji, “Soldato tartaruga” ed. 2021

                                  Voci da mondi diversi. Area germanica           

   guerra dei Balcani

Melinda Nadj Abonji, “Soldato tartaruga”

Ed. Keller, trad. Roberta Gado, pagg. 193, Euro 16,00

 

    Ecco un altro romanzo che si aggiunge a quelli che già conosciamo e che lanciano un forte messaggio contro la guerra, contro tutte le guerre- “Mattatoio n.5” di Kurt Vonnegut, “Il buon soldato Sc’veik” di Jaroslav Hasek, “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Remarque, i romanzi di Ralf Rothmann, per citare i primi che ci vengono in mente. Il tema non è nuovo, dunque, e forse non lo è neppure la figura del personaggio principale, il ragazzo che, per essere politicamente corretti, si definirebbe ‘diversamente abile’ schiacciato dalla macchina della guerra. E la prima domanda che ci si pone è proprio- ma chi ha potuto giudicare abile alla leva un ragazzo così?

    Zoltán Kertész, figlio unico che vive con i genitori in un paese al confine tra Ungheria e Serbia, era perfettamente normale e faceva il garzone del panettiere fino all’incidente descritto, dal suo punto di vista, nelle prime pagine. Era caduto dalla moto, suo padre non si era neppure accorto che non era più seduto dietro di lui. E comunque, dopo, Zoltán non era più stato lo stesso. Il panettiere poteva dargli solo l’incarico di spostare i sacchi di farina. La voce di Zoli- il diminutivo con cui lo chiamano tutti- è quella di un bambino anche se ha più di vent’anni. Per quello che dice, per come lo dice. Ha la passione per i fiori, vuol bene al suo cane, il rapporto con la madre, una donna delusa sia dal figlio sia dal marito, che beve e che probabilmente incontra altri uomini, è difficile- chissà fino a che punto Zoli si rende conto del disprezzo con cui lei lo tratta.

Zrenjanin

   Agli inizi degli anni ‘90 scoppia la guerra dei Balcani e Zoli viene arruolato nell’Armata popolare jugoslava. Il tono della narrazione cambia, la voce di Zoli è sempre più infelice e spaventata, la richiesta supplichevole perché la madre lo tiri fuori dalla caserma cade nel vuoto. Anzi, la madre- e non sappiamo se giudicarla egoista o irresponsabile o crudele- è solo capace di raccomandargli di ‘non partire per la tangente’ (quando Zoli ha una reazione esagerata) e di ripetergli che l’esercito farà di lui un uomo, una vecchia retorica che risulta ancora più stupida in questo caso.

Una serie di episodi in cui Zoli diventa lo zimbello dei commilitoni e- ancora peggio- dei suoi superiori di grado sono lenti passi verso la tragedia finale. Zoli, però, si fa un amico e non può essere altri che un ragazzo emarginato quanto lui perché è obeso. Si consolano l’un l’altro, si fanno coraggio l’un l’altro, cercano di farsi forza reciprocamente per affrontare quella che sarà la prova suprema di un soldato: ma veramente dovranno uccidere qualcuno?

     Poi c’è il punto di volta, la marcia in cui devono battere un record e non se ne sa il perché. E l’amico di Zoli arranca, non ce la fa. Lo legano a Zoli che deve trainarlo, come fosse una bestia. Un’infamia di una crudeltà inaudita. È così che si forma un uomo? O è un uomo chi è capace di provare compassione e di accettare i limiti? Succede quello che succede.


    Un’altra voce narrante si alterna a quella di Zoli, quella di sua cugina Anna, il punto di vista esterno. Anna è stata compagna di giochi di Zoli, Anna  ripercorre i passi di Zoli- va a vedere la caserma e poi torna nella casa dove il padre di Zoli non vive più e la madre continua a bere. Vede la debolezza del padre, l’anaffettività della madre, l’assurdità del dramma che si è compiuto. E la normalità della voce di Anna evidenzia l’infantilità di quella di Zoli, ci fa soffrire di più per l’ingiustizia della sua sorte.

    Un romanzo che suscita in noi sentimenti diversi- di pietà, di rabbia, di commozione, di desiderio di protesta. La poesia della lingua cerca di smorzare questi sentimenti che, invece e proprio per contrasto. si affermano con forza ancora maggiore.

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lunedì 1 giugno 2020

Elvira Mujčić, “Al di là del caos. Cosa rimane dopo Srebrenica” ed. 2015


                                            Voci da mondi diversi. Penisola balcanica
                                                                 guerra dei Balcani
          romanzo di formazione

Elvira Mujčić, “Al di là del caos. Cosa rimane dopo Srebrenica
Ed. Infinito, pagg. 113, Euro 3,49 (formato kindle)

  La data della commemorazione dell’eccidio di Srebrenica è stata fissata per l’11 luglio. Nel 1995 quel giorno- e i giorni seguenti- oltre 8000 musulmani bosniaci, per lo più uomini e ragazzi, furono uccisi da unità dell’esercito di Bosnia e Erzegovina guidate dal generale Ratko Mladić in una zona che era stata dichiarata protetta dall’ONU e che si trovava sotto la tutela di un contingente olandese e di 600 ‘Caschi Blu’. Nel 2007 la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che il massacro di Srebrenica, commesso con l’intento specifico di annientare il gruppo etnico dei bosgnacchi, fu un genocidio e condannò Ratko Mladić all’ergastolo per crimini contro l’umanità e Radovan Karadzić, allora presidente della Serbia, a 40 anni di reclusione tramutati poi in ergastolo. I parenti delle vittime, i macabri ‘cercatori di ossa’, a tutt’oggi non si danno pace- non finché avranno ricomposto lo scheletro del loro ‘disperso’ e gli avranno dato degna sepoltura nel cimitero di Potecari: una distesa infinita di bianche lapidi.

     Elvira Mujčić viveva con la famiglia a Srebrenica. Suo padre e suo zio , presagendo il peggio, erano andati a chiedere protezione ai Caschi Blu. Di loro non si era più saputo niente e a lungo la madre di Elvira aveva sperato che fossero riusciti a scappare, a nascondersi, a sopravvivere. Elvira aveva 15 anni. con la madre e i fratellini fuggirono dapprima in Croazia e poi in Italia. “Al di là del caos” è il racconto autobiografico di Elvira. Non è il racconto di ‘quei’ giorni- a Srebrenica Elvira tornerà, ma dopo, per ricomporre gli spezzoni della sua vita. È piuttosto il racconto degli anni da immigrata, la storia di una ragazzina e poi di una giovane donna coraggiosa, intelligente, con tanta voglia di studiare, di sapere, una passione per la letteratura e per la musica. Elvira Mujčić ci parla delle difficoltà di integrarsi, del sentirsi estranea, delle amicizie e dei primi amori, dei viaggi all’estero con gli amici, dei libri che ha letto, delle canzoni che hanno ritmato i suoi giorni.
E poi torna in Bosnia. A Sarajevo, prima. Le manca il coraggio di arrivare a Srebrenica. È sulle tracce del tempo perduto, niente è più come prima, alcuni parenti sono rimasti, altri sono stati inghiottiti dalla guerra. Ed Elvira si sente straniera nella sua terra.
il fiore di Srebrenica
      Resta da affrontare l’incubo del massacro, la paura che è sempre in agguato, ci vorranno anni di cure psicanalitiche per uscire dal buio.
     “Al di là del caos” è chiaramente un’opera ‘giovanile’, una sorta di sperimentazione con la scrittura e con la struttura del romanzo. A volte ci stanchiamo delle citazioni tratte da libri o da brani musicali e di certo la parte più coinvolgente è quella più dolorosa del finale, quando Elvira si confronta con il trauma che le ha lasciato un segno indelebile dentro.




mercoledì 3 febbraio 2016

Natasha Radojcić-Kane, “Ritorno a casa” ed. 2003

                                       Voci da mondi diversi. Penisola balcanica
            guerra dei Balcani
            il libro ritrovato

Natasha Radojcić-Kane, “Ritorno a casa”
 Ed. Adelphi, trad.Roberto Serrai, pagg. 176, Euro 13,50

       “Ritorno a casa” è anche il titolo di un libro della splendida trilogia di Eugene O’Neill, “Il lutto si addice ad Elettra”. Nel libro di O’Neill, come in quello della scrittrice bosniaca Radojcic-Kane, il ritorno a casa è un ritorno dalla guerra, guerra civile americana in uno, guerra civile tra serbi, croati e bosniaci nell’altro. Sempre un ritornare dalla morte alla vita, ammesso che ci sia ancora una vita interiore dopo l’inferno che si è attraversato. Una fame di “casa” che è fame di affetti, necessità di ritrovare qualcosa che non è cambiato, per rimettere indietro le lancette del tempo. Per dimenticare. E ritorno a casa significa sempre tornare da una donna. Che è innamorata di un altro, nel dramma di O’Neill. Che ha sposato un altro, nel romanzo della Radojcic-Kane, ma questo Halid lo sapeva, perché era successo prima che lui partisse per Sarajevo. Mira aveva sposato il suo miglior amico, Momir. Ma Momir era saltato in aria su una mina e Mira viveva con la suocera e un bambino che forse era figlio di lui, Halid. Che cosa era successo a tutti loro? Che senso aveva avuto, trovarsi su due fronti diversi, il cristiano Momir e il musulmano Halid?
      E’ un triste tornare quando si fanno i conti di chi è rimasto. Il ritorno di Halid è soffuso di un’aura di gloria, è l’eroe a cui si chiede com’era nelle trincee e se ha ucciso qualcuno. Si va in guerra per uccidere, no?, anche se non sempre è il nemico che muore. Halid ha ucciso qualcuno, la figlia dell’unico comandante musulmano proveniente dal suo villaggio, un tragico errore, un ricordo che lo perseguita, che non lo lascia dormire, perché se si chiudono gli occhi prima dell’alba, quella è l’ora in cui ti catturano i fantasmi. Halid ha rubato anche dei soldi alla ragazza morta ed è con quelli che intende pagare la suocera di Mira perché la lasci libera di sposarlo. Ma i soldi non sono sufficienti e, quando inizia la partita a carte con gli zingari e tutti incominciano a bere, abbiamo sentore di come andrà a finire. Perché Halid perde tutto, c’è qualcuno che sa da dove gli vengano quei soldi e Halid viene “giustiziato”. La madre di Momir aveva giurato che non avrebbe più pregato dopo la morte del figlio, della madre di Halid ci resta negli orecchi quel lamento, “figlio mio, figlio mio, figlio mio”, come in una laude di Jacopone. Il lampo di un pensiero per Halid morente: non muore di infarto come suo padre, solo le donne muoiono di morte naturale, lui ha seguito la tradizione dei suoi antenati, muore soffocato nel suo sangue. E, come in un dramma greco, non resta nessuno sulla scena, solo tre donne sole, una è giovane e ha un bambino: lo farà diventare grande per mandarlo in un’altra guerra? 

    Una scrittura straordinaria, quella di Natasha Radojcic-Kane, che ha trovato il tono più giusto per parlare dell’orrore della guerra. Una guerra per tutte le guerre, si fa il nome di Sarajevo, si parla di serbi e croati, di cristiani e musulmani, ma si tratta di limitazioni insignificanti. Quello che colpisce è la distruzione che la guerra lascia dietro di sé, campi non coltivati, negozi abbandonati, finestre infrante. Fame. Macerie, anche se, nei versi di Ungaretti, “è il mio cuore/ il paese più straziato”. E lo stile asciutto della Radojcic-Kane che non fa alcuna concessione a un facile sentimentalismo è come un film in bianco e nero per rappresentare un mondo da cui il colore è scomparso.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net



                                                                                             

venerdì 13 novembre 2015

Jean-Christophe Rufin, “Check-point” ed. 2015

                                                    Voci da mondi diversi. Francia
         guerra dei Balcani
         FRESCO DI LETTURA


Jean-Christophe Rufin, “Check-point”
Ed. e/o, trad. Alberto Bracci Testasecca, pagg. 250, Euro 15,30



     Anni ‘90 del secolo scorso. Due camion carichi di casse contenenti viveri e vestiario partono dalla Francia diretti verso la Bosnia dilaniata dalla guerra. Cinque giovani a bordo, in una missione inviata da una ONG- due ragazzi che sono chiaramente, dall’aspetto, due ex militari, un altro ragazzo che si fa delle canne da mattina a sera, un uomo un poco più anziano dall’aspetto ambiguo (è il meno simpatico del gruppo) e una ragazza ventunenne, Maud, capelli tagliati cortissimi, grossi occhiali e camicia informe: si vede che fa di tutto per nascondere la sua femminilità.
     Il romanzo “Check-point” di Jean Christophe Rufin- medico e scrittore, membro dell’Académie Française, fondatore di Medici senza Frontiere, ambasciatore francese in Senegal- è l’appassionante storia di un viaggio singolare alla fine del quale, come sempre avviene, ma qui in un contesto molto attuale e storicamente vicino a noi, nessuno sarà più come prima. Due elementi differenziano questo viaggio dai tanti altri che fanno parte dei romanzi di crescita che abbiamo letto: l’esame delle motivazioni che portano ognuno dei componenti del gruppo a far parte della spedizione e, allargando l’obiettivo, sono le modalità e i fini delle organizzazioni umanitarie ad essere messe sotto esame.

Dalla Francia alla Bosnia il viaggio è lungo. Dapprima i cinque giovani non si conoscono che superficialmente, sorgono poi naturali simpatie e antipatie, alcuni comportamenti ispirano diffidenza- e a ragion veduta, come verrà rivelato ad un certo punto. Perché non c’è niente di più facile che trasportare altro che abiti e scatolette di cibo, nascosti tra questi, nelle casse. E poi, ognuno è in buona fede- quale è, dopotutto, la maniera migliore per aiutare la popolazione che è sotto il fuoco dei serbi? Il gruppo si spacca in due, il viaggio si fa più che mai avventuroso in mezzo ad una natura aspra imbiancata dalla neve, un camion insegue l’altro, si resta con il fiato sospeso come le ruote di uno dei mezzi sopra un dirupo. Si incontra persino il famigerato Arkan con le sue Tigri. Si incontra la morte. Ma anche l’amore- era inevitabile, anche se la ragazza, Maud, ha scelto questa esperienza per fuggire dalla tipica condizione femminile. E Maud si troverà a fare, per amore, qualcosa di impensabile, che mai avrebbe pensato di poter o dover fare.

Il finale può deludere, eppure è perfetto. E’ come una riflessione sul verso scespiriano per cui la vita è una  storia raccontata da un idiota, piena di rumore e furia, che non significa nulla. Perché è così- dopo tanto affannarsi, dopo le sofferenze e le liti e gli insulti e le morti, tutto non è servito a nulla, è stato tutto inutile. Si è arrivati a capire meglio se stessi, si è cambiati. Ma a che prezzo.

     Il libro scorre veloce in un’alternanza di dialoghi essenziali e descrizioni di un paesaggio che esalta la drammaticità di quanto sta avvenendo e che percepiamo accadrà. Senza che sia mai esplicito, il lettore ha la sensazione di seguire la vicenda attraverso gli occhi di Maud, la più fragile che rivela una forza improvvisa, che si ritrova nello stesso tempo a compiere i gesti istintivi di una madre e quelli, feroci, di una moglie, che guarda, sconvolta e inorridita, lo scenario di una strage che alza bruscamente il sipario di una realtà agghiacciante davanti a cui si evidenziano l’impotenza e l’incapacità di agire delle nazioni che stanno a guardare.

mercoledì 26 agosto 2015

Jovan Divjak, “Sarajevo, mon amour” ed. 2007

                                     Voci da mondi diversi. Penisola balcanica
                                                   guerra dei Balcani
     FRESCO DI LETTURA

Jovan Divjak, “Sarajevo, mon amour”
Intervistato da Florence La Bruyère
Ed. Infinito, trad. Gianluca Paciucci, prefazione di Paolo Rumiz, pagg.226, Euro 18,00


    Jovan Divjak è un mito. Lo è in tutta la Bosnia. Lo è in particolar modo a Sarajevo, la sua città che subì l’assedio più lungo della storia moderna, più lungo ancora di quello di Leningrado- dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Alla fine dell’assedio la popolazione della città era il 64% di quella che era prima della guerra. 12.000 i morti, 50.000 i feriti, l’85% tra i civili: a volte i numeri sono necessari per rendere chiara l’immagine di una tragedia. La popolarità di Jovan Divjak è dovuta in primo luogo alla sua scelta di combattere- lui, appartenente ad una famiglia serba ortodossa- nelle file dell’esercito della Bosnia. Si è trovato quindi nella posizione difficile- come tutti coloro che condivisero questa scelta e non passarono al versante della Repubblica Srpska- di essere accusato di tradimento dai serbi e di poter essere sospettato dai bosniaci. E pagò caro la sua scelta anche sul piano strettamente personale- un mese di carcere per motivi non chiari, il ricatto dell’arresto di un figlio, minacce da più parti, un attentato rivolto a lui. Il suo amore per la Bosnia Erzegovina non può essere messo in discussione, e neppure il suo comportamento e la sua partecipazione in prima persona alla guerra. Si vedono ancora le sue fotografie nei luoghi pubblici a Sarajevo. La gente lo ammira e lo rispetta, per il suo passato e per il suo presente- un aiuto costruttivo agli orfani di guerra.

   Quando ho preso tra le mani “Sarajevo, mon amour”, ho provato una punta di delusione, perché mi aspettavo tutt’altro. Non avevo badato alla scritta in alto sulla copertina in cui, sotto il nome di Jovan Divjak, c’era ‘intervistato da Florence La Bruyère’. Temevo qualcosa di frammentario che non avrebbe soddisfatto il mio desiderio di sapere. E invece “Sarajevo, mon amour” è il libro più illuminante che abbia letto- finora- sulla storia dei Balcani. Una storia complicata che è iniziata da un solo Stato, la Jugoslavia, che si è frantumato dopo la morte di Tito (per inciso, l’immagine di Tito nelle parole di Divjak- ma anche di chi ne parla tuttora in Bosnia- è ben diversa da quella che ci veniva presentata in Italia all’epoca). Ma la giornalista Florence La Bruyère impone un ordine alla Storia organizzando le domande in uno schema ammirevole che troviamo nell’indice: sembrano quasi i dati di un problema matematico che debba essere risolto alla fine.
Incomincia con la premessa, “Nell’ombra di Tito”, segue con “La guerra”, la messa a punto sulle condizioni dell’esercito (ben misero), “L’Armija”, l’assedio interminabile e le sofferenze dei civili nel mirino degli sniper a Sarajevo (“I civili nella guerra”), per mettere a fuoco infine “I protagonisti” (Milošević, Karadžić, Mladić, Tudman, Izetbegović e i Caschi Blu), e concludere con “La pace imperfetta”. Se l’uniformità delle pagine di un testo di Storia può scoraggiare e a volte annoiare i non specialisti, il ritmo delle domande della La Bruyère e delle risposte di Divjak mantiene sempre desta l’attenzione. La Storia è viva (pur con il rischio di essere di parte), appassionante. Ci sembra persino di riuscire ad orizzontarci tra bosgnacchi e bosniaci (attenzione, non sono la stessa cosa), tra serbi di Serbia e serbi bosniaci, tra croati, cetnici e ustascia, tra eserciti regolari e le Tigri di Arkan. Di Jovan Divjak ammiriamo lo sforzo di equità e chiarezza, il tentativo di essere super partes e di soffocare odi e risentimenti, la sua generosità, il suo amore per Sarajevo.
La Rosa di Sarajevo: così sono indicati, per terra, i luoghi dove più di otto persone sono morte sotto il fuoco dei cecchini

     “Sarajevo, mon amour”: il titolo è un omaggio ad un altro grande uomo innamorato di questa città che non abbandonò neppure durante l’assedio, Kemal Monteno, il cantante figlio di un italiano di Monfalcone che aveva combattuto in Jugoslavia durante la seconda guerra mondiale e non era più tornato in Italia dopo aver sposato una donna di Sarajevo (lasciando peraltro una moglie e una figlia a Monfalcone). Kemal Monteno, voce romantica dal timbro italiano, è morto nel gennaio del 2015 (“è come se fosse caduto un grande albero”, hanno detto di lui). Ricordiamolo con la canzone che amo molto, “Sarajevo, ljubavi moja”. Cliccando su youtube scorrono le immagini della città amata, martoriata, risorta.

Jovan Divjak