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giovedì 20 agosto 2026

Marie Charrell, “La figlia del fuoco” ed. 2026

                                                             Voci da mondi diversi. Albania



Marie Charrell, “La figlia del fuoco”

Ed. Marsilio, trad. Vozzi e Petruzzella, pagg. 336, Euro 19,00

 

1977. 1989. 2023.

Un villaggio tra le montagne dell’Albania. È un villaggio così piccolo e sperduto che non ha neppure un nome.

Tirana, la capitale che attira come una sirena incantatrice.

Reykjavic, Islanda.

Tre donne della stessa famiglia, Lule che prenderà poi il nome di Ester, Elora, Sarah.

    È il 2023 quando Sarah arriva in Albania- si può forse dire che torna in Albania? L’ha lasciata quando aveva sei anni e sua madre l’aveva portata con sé in Islanda, la terra scelta in tempi lontani quando aveva letto un articolo che parlava della libertà di cui godevano le donne in Islanda. Libertà- la parola magica per un popolo che per più di quaranta anni era stato schiacciato sotto la dittatura di Enver Hoxha, il capo di stato che stabiliva regole ferree perfino per la lunghezza dei capelli (5 centimetri). Ester non le aveva mai raccontato niente dell’Albania, né degli anni passati sulle montagne, né del periodo a Tirana. Alla sua morte un notaio le aveva consegnato i documenti per rintracciare una casupola che la madre le aveva lasciato e un foglio con poche parole, “Vai laggiù.Trova Elora.”

Hoxha

   Ecco, allora, l’alternarsi delle tre narrative in tre tempi diversi per ricostruire il passato, quello della infanzia e poi della giovinezza di quattro amici, della bella Ester e di Elora, la bambina dagli occhi di fuoco, degli amori infantili e poi della loro passione per la poesia che leggevano di nascosto in casa dei genitori di Ester, dell’amore che nasce tra Ester e uno dei ragazzi, della gelosia di uno di loro, delle idee politiche e degli atti di resistenza e di opposizione alla dittatura. Eppure, ci sarà uno di loro che si discosterà dagli ideali dapprima condivisi, che diventerà un fedele seguace di Hoxha, capace anche di azioni contro gli amici di un tempo.


    Il viaggio di Sarah diventa un viaggio di scoperta, non solo nel passato della madre (è così difficile venire a sapere qualcosa, e poi, perché tutti tacciono quando chiede di Elora? Chi è Elora? O, chi era Elora?), ma nel passato recente dell’Albania, di quella dittatura che regolava tutto, proibiva tutto (perfino gli occhiali da sole, oggetto così capitalista, così occidentale), coniava slogan che dovevano essere dipinti per punizione sui massi nelle montagne (una lettera per masso, più lungo era lo slogan, più massi erano necessari, peggiore era la punizione), incoraggiava le delazioni, sottoponeva i prigionieri a torture atroci, e poi è anche un viaggio nella cultura, nelle tradizioni, nel folklore dell’Albania,


il paese in cui si bisbiglia con timore il nome della Kulshedra, la dea selvaggia con l’aspetto di un serpemte-drago femmina che abita le montagne e governa le acque, soprattutto è un addentrarsi nell’antico codice di diritto consuetudinario albanese, il Kanun, basato su onore- il valore della famiglia da difendere ad ogni costo-, ospitalità- accogliere e proteggere l’ospite è un obbligo sacro-, vendetta di sangue- la faida che è d’obbligo per lavare l’offesa all’onore familiare-, e la burnesha- quella strana usanza per cui le donne possono scegliere di vivere come uomini per guidare la famiglia in assenza di maschi.

   Il Kanun è la spiegazione e la causa della tragedia che si compie nelle pagine del romanzo, che rivela il segreto di Elora, che trasforma infine il viaggio di Sarah in un viaggio alla scoperta della sua identità.

   Un romanzo bello e insolito che ci aiuta a conoscere meglio il paese così vicino e così lontano, di fronte alle nostre coste sull’Adriatico.



lunedì 19 maggio 2025

Ermal Meta, “Le camelie invernali” ed. 2025

                                                           Voci da mondi diversi. Albania

           dramma

Ermal Meta, “Le camelie invernali”

Ed. La Nave di Teseo, pagg. 224, Euro 18,05

 

      E pensare che è un fiore così bello, la Camelia Sasanqua che fiorisce in inverno. Un fiore così bello che, però, assume un significato tristissimo nel nuovo romanzo di Ermal Meta, lo scrittore italiano nato in Albania, un fiore che, con quel colore rosso rubino, può contenere un messaggio d’amore oppure di violenza e di sangue.

     C’è tanta violenza, scorre tanto sangue ne “Le camelie invernali”, un romanzo che scorre su tre fasce temporali che hanno in comune il kanun, il codice di leggi albanesi tramandato oralmente per secoli- il kanun pone l’accento sull’onore familiare e impone la vendetta di sangue per il disonore.

    Il prologo si svolge nell’Albania del Nord nel 1875 ed è limitato all’episodio raccontato- un giovane che si avventura fuori di notte, incontra la morte e viene rimandato a casa gettato sul suo cavallo. È un antefatto che getta l’ombra su tutto il romanzo, è qualcosa che è accaduto in un lontano passato ma che ha ubbidito ad una legge sempre valida che continua a spargere sangue.


    Nel 2025 una ragazza italiana, figlia di immigrati albanesi, si reca per la prima volta in Albania con l’intenzione di parlare con una persona che sarà esemplare nella ricerca che sta facendo per la tesi di laurea. E’ un cugino ad accompagnarla a Mamurras dove vive un uomo, chiuso in casa. Se uscisse, lo ucciderebbero perché si è macchiato di una colpa e sangue chiama sangue- è il kanun.

    Nel 1992 ha inizio la faida fra due famiglie. È lui, l’uomo che vuole essere chiamato soltanto ‘il Prigioniero’ che parla e racconta. C’erano due coppie- Halil e Rozafa che avevano due figli, Uznan e Nina, e Zek e Odeta che avevano solo un figlio maschio, Samir, grande amico di Uznan. Un giorno la piccola Nina era scomparsa, era un dolore da cui i genitori non si erano più ripresi. Poi c’era stato un banale litigio tra ragazzi seguito da un litigio più aspro tra i due padri, erano venuti alle mani, Zek era caduto picchiando dalla testa ed era morto. Le lacrime della moglie nascondevano la gioia per essersi liberata da un marito che la riempiva di botte. MA i suoi due cognati esigevano vendetta, era il figlio a dover vendicare il padre. Sarebbe stato capace Samir di uccidere il suo amico? Avrebbe sopportato Uznan di vivere recluso per tutta la vita? C’è una sola via d’uscita che può salvare entrambi, liberandoli dalla tradizione del sangue- fuggire, passare il confine con la Grecia.




    Non finisce tutto qui, c’è molto altro nella trama del romanzo, c’è il motivo nascosto per cui Samir si presta ad aiutare il suo amico, c’è la scoperta dell’atroce verità di quello che è accaduto a Nina, i colpevoli sono più di uno, chi deve vendicarsi di chi? Finirà mai questa scia di sangue?

Il romanzo ha risvolti pulp e granguignoleschi e finisce per essere sovrabbondante abbandonando il semplice filone del terribile impatto della legge del kanun, quell’obbligo alla vendetta per salvare l’onore che perde significato con il passare del tempo e che rende ‘l’erede del sangue’ doppiamente prigioniero, in quanto segregato in casa ma anche in quanto chiuso nella strettoia di una legge che forse neppure condivide.

    Una maggiore semplicità avrebbe giovato al romanzo.









     

sabato 25 maggio 2024

Anita Likmeta, “Le favole del comunismo” ed. 2024

                                    Voci da mondi diversi. Albania

romanzo autobiografico
romanzo di formazione

Anita Likmeta, “Le favole del comunismo”

Ed. Marsilio, pagg.160, Euro 15,20

 

    Il Paese delle Aquile è il più felice che ci sia- è quello che viene detto di continuo agli albanesi, è come un mantra che, se continui a ripetertelo, ti incanta, agisce come una sorta di ipnosi e finisci per credere in quello che dici, vero o falso che sia. Manca l’acqua corrente, mancano le infrastrutture, mancano i soldi per comperare le scarpe per i piedini dei bambini che crescono in fretta, nelle case non c’è riscaldamento e ci si mette un maglione sopra l’altro, nessuno possiede un televisore e, quando la mamma ne manda uno in regalo dall’Italia, resta lì come un mobile perché non c’è l’elettricità. Ma che cosa importa se si vive nel paese più felice del mondo?


    Ari ha cinque anni e vive con i nonni, la mamma è andata in Italia con altri due bambini, tornerà poi a prenderla. I nonni sono affettuosi, ma Ari non fa che ripetere la domanda- quando verrà a prenderla la mamma?

Il libro autobiografico di Anita Likmeta, nata a Durazzo nel 1985 e arrivata in Italia nel 1997 per ricongiungersi con la madre che era giunta a Bari nel 1991 sulla nave Vlora, è diviso in due parti inframmezzate da ‘favole’.

Nella prima parte- la più lunga- la scrittrice rievoca la se stessa bambina e la vita quotidiana di uno squallore e una miseria che trovano un paragone in una Italia di mezzo secolo prima degli anni in cui cresce Ari. Non per niente l’Italia, dirimpettaia dell’Albania, appare come un paese mitico, il paese di Bengodi. È solo il nonno che non crede affatto che tutto sia così roseo in Italia, che, quando tutti incominciano ad andarsene, dice che lui resterà.

750.000 bunker in Albania

   Ari va con l’asino e le taniche a prendere l’acqua, Ari va a scuola (e la fanno sentire inferiore perché non ha i genitori), Ari deve bere l’uovo crudo che la fa vomitare perché sa di merda di gallina, Ari e i compagni di scuola rispondono alle domande dei giornalisti italiani, Ari difende l’amichetta a cui il maestro dà brutti voti perché è rom, Ari picchiata dal maestro, Ari che ascolta le storie di quando c’erano italiani e nazisti in Albania…fino all’entusiasmo per la caduta del muro di Berlino.

    Alternate a questa narrativa, che è sempre definita nel tempo con una data, ci sono- in corsivo- le favole in cui riappaiono personaggi che abbiamo già conosciuto nelle pagine precedenti, uguali eppure diversi. È come girare una medaglia, come sbirciare nel lato nascosto del felice Paese delle Aquile. Leggiamo della fine della ragazzina rom, del pittore che non voleva sposarsi e arrestato perché gay, del programma spaziale albanese che ti fa volare nello spazio vuotando una bottiglia di rakija, leggiamo perfino della nascita di Ariela, rifiutata dal padre ingegnere (se fosse stata un maschietto ‘se ne sarebbe potuto parlare’). Il tono è favolistico, ironico, mordace, quasi swiftiano, l’effetto che si ottiene calcando sull’esaltare la bontà delle scelte di partito è esattamente il contrario. Da una parte la narrazione disincantata e venata di tristezza della bambina lasciata indietro dalla mamma, dall’altra il racconto di una realtà camuffata da favola per rispondere a quello che si vuol fare credere, che il Paese delle Aquile è il più felice del mondo.


    Poi Ari raggiunge la mamma in Italia, l’inizio non è facile, anzi tutto è difficile. Difficile imparare a conoscere la mamma, imparare una nuova lingua, inserirsi in un altro mondo che ha il gusto squisito della cioccolata. Poi…Ari frequenta il liceo classico, si laurea, diventa imprenditrice nel ramo digital tramite le start up. Ma questa è storia nota, è una favola dei nostri tempi. A questa Cenerentola, che nel libro ha un nome doppiamente significativo, Ariela, che significa ‘Leone di Dio’ (e il leone, anzi, la leonessa in questo caso, è un animale battagliero), ed è anche lo spiritello che Prospero libera dagli incantesimi di una strega nella ‘Tempesta’ di Shakespeare, va il nostro rispetto.



domenica 14 gennaio 2024

Stefano Amato, "L'ultima candela di Krujë"- Intervista 2024

 

     

                                  


Sono stata in Albania, la scorsa primavera. Non per fare un soggiorno al mare ma per un tour che mi ha portato dal Nord al Sud del paese, con una guida preparata, bravissima. Davanti alla finestra della mia stanza, nell’albergo di Tirana, c’era la statua equestre di Gjorgi Kastriota Scanderbeg. Non sapevo nulla di lui quando sono arrivata, ne ho sentito parlare ogni giorno durante il viaggio e ne ho capito l’importanza per gli albanesi. Era una figura quasi mitica, un eroe. Quando è uscito il libro di Stefano Amato, ho pensato subito che dovevo leggerlo, che era un segnale per approfondire la conoscenza della storia di un paese che mi aveva incantato.

A che cosa è dovuta la forza con cui resiste il mito dell’eroe Scanderbeg? La necessità di un popolo di identificarsi con un eroe? Il ricordo di un pericolo del passato che deve servire come monito per il futuro?

    Dipende dal punto di vista. Ho scritto il romanzo da italo-albanese e non so se sia lo stesso punto di vista degli albanesi di Albania. Anche da noi c’è un forte legame storico con Scanderbeg, è un elemento che ha aiutato i profughi a mantenere la loro identità, un riscontro con le capacità che Scanderbeg ha avuto come principe del principato di Castriota, come diplomatico per i suoi contatti con gli aragonesi e un esempio per i profughi che sono arrivati dall’Albania. E sì, certamente, per gli albanesi è un monito- l’Albania è sempre stata minacciata dalla Turchia e poi dall’Unione Sovietica.


Che cosa l’ha spinto a ‘ripescare’ la figura di questo eroe?

     Più che ‘ripescare’ avevo voglia di cucire la storia dei miei antenati, degli albanesi che sono arrivati in Calabria, a Frascineto dove sono cresciuto.

Frascineto

Da bambino si parlava albanese e nessuno me ne spiegava il motivo, provavo curiosità per la storia della mia famiglia e per i motivi per cui gli italo- albanesi erano legati alla loro identità. Crescendo mi sono appassionato a questa storia e poi sono stato influenzato da Carmine Abate, dal suo libro “Le stagioni di Hora”. Volevo capire come era avvenuto l’esodo albanese in Italia e come si è tramandata la storia di Scanderbeg. Mi ha portato ad immaginare come potesse essere stato per una ragazzina che vive la fuga dall’Albania  e, per raccontarlo, sono partito dal mito di Scanderbeg.

In tutte  le statue e i dipinti che ho visto, Scanderbeg è un uomo imponente. Mi ha incuriosito il suo elmo: perché è sormontato da una testa di capra?

    Penso che si possa spiegare con uno degli aneddoti che si raccontano su Scanderbeg, riportato dallo storico ottocentesco Noli- durante una battaglia a Kruje Scanderbeg, per spaventare i nemici, mandò avanti un gregge di capre con delle torce accese legate sulla testa.


La bandiera dell’Albania, molto scenografica, ha un’aquila con due teste che guardano in direzioni opposte. Che cosa simboleggiano le due aquile?

     L’aquila bicipite viene dall’impero bizantino ed è stata ripresa dall’Albania quando era già turca. Le due teste rivolte in direzione opposta possono significare lo sguardo verso due aree geografiche diverse oppure il doppio potere, laico e religioso. E poi dobbiamo ricordare che il nome Albania viene dal nome Arberor che aveva nel Medio Evo. In epoca moderna è chiamata Stiperia, cioè terra delle aquile.

La seconda parte del libro sposta l’ambientazione del romanzo in Italia, più precisamente nella Calabria Citra- una denominazione che peraltro non conoscevo. Prima di tutto mi ha colpito la somiglianza tra le scene degli albanesi nel 1500 e quelle che sono ancora negli occhi di tutti, del 1991- la fuga e l’esilio sono delle costanti. Nella mente delle due protagoniste l’Italia rappresentava la pace, la fuga dalla guerra. Non era poi molto diverso da quello che rappresentava per gli albanesi di 500 anni più tardi.

     Sicuramente. A differenza però dall’emigrazione degli anni ’90 c’era un accordo politico tra il Regno Aragonese e Scanderbeg- il re Ferrante mandava aiuti militari e in cambio gli albanesi conquistavano le terre occupate dai turchi per darle al regno di Napoli. Gli immigrati albanesi erano malvisti, venivano chiamati con un termine cattivo, ‘i cagnoli’, i branchi di cani. C’è una predisposizione innata negli uomini a giudicare negativamente chi parla un’altra lingua o professa un’altra religione.

Lei è cresciuto nella comunità arbëreshë. Vorrei che ce ne parlasse. È una comunità chiusa? È numerosa? Parlano ancora albanese? Sono tante domande…


    Oggi no, non è una comunità chiusa, oggi tutto è diverso, rispetto anche ai racconti di mia nonna che è nata nel 1940 e di mia mamma che è del 1960. Mia nonna parlava solo in albanese e un poco in dialetto calabrese. Facevo fatica a capirla. Fino al secondo dopoguerra era una comunità chiusa, arretrata, basti pensare che il metano per il riscaldamento è arrivato solo nel 2000. Incredibile. La mia generazione però – io sono nato nel 1987- è diversa. Siamo cresciuti con la RAI e con la televisione. Era cambiato l’obbligo scolastico e l’italiano era diventata la prima lingua. L’obbligo scolastico e la televisione hanno fatto la differenza. E poi, dal secondo dopoguerra è iniziata una emigrazione verso la Svizzera e la Germania e la popolazione si è ridotta. Sono zone depresse e molti vanno via, anche io sono andato via per lavoro.

Si sono integrati? I matrimoni sono solo tra albanesi o sono misti?

    In passato i matrimoni erano solo tra arbëreshë, c’era diffidenza verso gli italiani che venivano chiamati ‘latini’- adesso con il termine ‘latini’ ci si riferisce agli stranieri. C’era una diffidenza etnica verso le persone della Calabria. Poi, gradualmente, sono diventati comuni i matrimoni misti.

Che religione professano?

      Per quello che riguarda la religione, apparteniamo alla Chiesa Uniate che segue il rito greco-bizantino, con vescovi eletti dal Papa. È simile alla chiesa ortodossa, segue il calendario greco-bizantino, i preti possono sposarsi, l’iconostasi è davanti all’altare, la ricorrenza dei morti viene celebrata nella settimana prima della Quaresima, però riconosce come capo il Papa di Roma.


Ci sono altre comunità arbëreshë nel Sud Italia?

    In provincia di Cosenza ci sono 36 comunità, ce ne sono altre in Sicilia, in Basilicata, in Puglia e in Campania- sono i discendenti dei primi immigrati. Nel ‘700 si stabilirono altre comunità in Abruzzo e in Molise. Nel Nord arrivarono dopo, in provincia di Piacenza..

Nella cultura albanese c’è una cosa che mi affascina, una cosa di straordinaria importanza- la besa. Basta pensare che, per via della besa, durante la seconda guerra mondiale l’Albania, unico tra i paesi europei, non ha consegnato i suoi 2000 ebrei ai nazisti. Può parlarcene?

    La Besa- la traduzione in italiano sarebbe ‘Promessa’, ma ha un significato più viscerale, la Besa è la parola data. Ha mantenuto il significato come ‘patto di sangue’, è una promessa che prevede rispetto della persona e, se la promessa non viene mantenuta, difficilmente ci si riappacifica. In passato si arrivava anche ad azioni violente. Ha qualcosa in comune con il codice d’onore del Sud dell’Italia. La Besa è istituzionalizzata dal kanun, il Codice. Si vuol sottolineare l’impegno che si prende con qualcuno e dipende dal valore che si dà alle promesse. Ha avuto valore per creare un ordine sociale. Nel passaggio dall’impero bizantino all’impero ottomano definire le regole sociali fu di vitale importanza: la promessa in momenti di incertezza sociale è basilare.

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sabato 13 gennaio 2024

Stefano Amato, “L’ultima candela di Krujë” ed. 2023

                                                                    Casa Nostra. Qui Italia

                                  Voci da mondi diversi. Albania

                                                     romanzo storico

Stefano Amato, “L’ultima candela di Krujë”

Ed. Neri Pozza, pagg.233, Euro 18,00

 

     1450. Krujë, la vecchia capitale dell’Albania, situata in una splendida posizione, come una vedetta sulle montagne. C’è tuttora, il castello di Krujë, restaurato e sede di un museo dedicato all’eroe nazionale, Gjorgi Kastriota Scanderbeg. Figlio del principe Giovanni Kastriota, dopo che questi fu sconfitto dagli ottomani Gjorgi venne mandato come ostaggio alla corte del sultano. Dopo averne conquistato la benevolenza, ricevette il nome di Alessandro (in turco Iskander) e il titolo onorifico di Beg insieme alla nomina di governatore di Krujë- da qui Iscanderbeg o Scanderbeg. Un eroe che è diventato un mito, un uomo carismatico di gran valore, possanza fisica, coraggio, che dedicò tutta la sua vita a combattere i turchi, costante minaccia per il suo paese.

    Sono vent’ anni di guerra continua, quelli del principe Scanderbeg. Ed è durante un sanguinoso attacco a Krujë che nasce una bambina, Hënëza. Nasce per restare subito orfana ed essere affidata alle cure di una serva a servizio di Scanderbeg e della principessa sua consorte.

Krujë

    Stefano Amato, cresciuto nella comunità arbëreshë in provincia di Cosenza, ricostruisce per noi il passato dell’Albania, il paese che si affaccia sull’Adriatico, proprio di fronte a noi, e che ha avuto legami stretti con gli Aragonesi del Regno di Napoli.

    C’è una doppia trama nel romanzo. Una, più prettamente storica che anticipa e prepara quella più personale che ci porta in Italia, in un esilio che ci ricorda da vicino quello più recente del 1991.

Si combatte sotto la guida di Scanderbeg, i giovani partono per la guerra da cui torneranno in pochi, a Krujë restano le donne, giovani madri rimaste vedove, e gli orfani. Scanderbeg avrà un figlio maschio che ritroveremo alla fine in Italia, fuggito anche lui in esilio lasciando a Hënëza, sua compagna di giochi, una preziosa spilla con l’aquila a due teste, simbolo dell’Albania.


    La seconda storia è una vicenda d’amore in tempo di guerra. Il giovane di cui Hënëza è innamorata non si può sottrarre alla chiamata per difendere il suo paese- dopotutto anche quella è una decisione dettata dall’amore. Difendendo il suo paese, difende anche la fanciulla che ama. La quale, però, non aspetterà il suo ritorno. È la madre adottiva a decidere per lei, si unirà a quelli in fuga verso l’Italia usando dei sotterfugi che lascio al lettore scoprire.

     Inizia così la seconda vita della bella Hënëza, una vita di sradicamento e di perdita dell’identità e della propria lingua- quello che più o meno avviene a tutti i profughi che hanno abbandonato tutto nella speranza di una vita migliore.


    Ed è nella Calabria Citra che si stabilisce una piccola comunità albanese, dapprima invisa agli abitanti del posto e dei signori di quella terra che arrivano poi a capire come volgere a proprio vantaggio quello che sentono come un pericolo, un’invasione di persone rozze, barbare, che parlano una lingua incomprensibile. Certi modelli di comportamento si ripetono nei secoli, così la paura per “l’estraneo” e la diffidenza per tutto quello che non si conosce e che si avverte come diverso da noi.

    Gjorgi Kastriota Scanderbeg non è un eroe molto conosciuto, anche se una sua statua equestre si erge a Roma in piazza Albania e strade  e piazze sono a lui intitolate in parecchie città italiane. Eppure vale la pena di farlo uscire dall’ombra, di ricordare il suo valore  e le sue imprese, di restituire a tutti gli albanesi, quelli in patria e quelli emigrati in Italia, l’orgoglio per una figura di grande valore. Ecco perché leggere il libro di Stefano Amato.

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A breve seguirà l'intervista con lo scrittore.



 

 

 

domenica 25 giugno 2023

Lea Ypi, “Libera” ed. 2022

                                               Voci da mondi diversi. Albania

                                             romanzo autobiografico


Lea Ypi, “Libera”

Ed. Feltrinelli, trad. E. cantoni, pagg. 304, Euro 18,00

 

   All’inizio del libro, alla fine degli anni ‘80 in Albania, è ancora una bambina Lea, la scrittrice nonché voce narrante di “Libera”. È una voce incantevole che, con l’innocenza e l’ingenuità dei bambini, accetta quello che le viene detto sulla realtà che la circonda, sul socialismo, sulla grandezza e la magnanimità di ‘zio Enver’, come la maestra insegna ai bambini a chiamare Enver Hoxha, l’ultimo fedele stalinista d’Europa. Lea piange perché il padre non l’ha portata al funerale dello zio Enver nel 1985, continua a chiedere che venga appeso il suo ritratto in soggiorno, come nelle case dei suoi amici, e proprio non capisce perché sia necessario attendere di trovare una cornice giusta. Lea sorride e trova motivo di divertimento nelle code fuori dai negozi e negli stratagemmi per mantenere il posto assentandosi dalla coda. C’è un’ironia spontanea e inconsapevole nella maniera in cui la bambina riporta i discorsi dei grandi che le risultano noiosi. Non fanno che parlare di questo e di quello, di chi si è laureato e dove, di chi ha interrotto gli studi, delle materie che hanno studiato. Molto più tardi saprà che quello era una sorta di linguaggio cifrato, che ‘laurearsi’ significava essere usciti dalla prigione. Lea si arrabbia quando deve spiegare, in classe, che non è affatto parente di quel primo ministro sostenitore dei fascisti che aveva il suo stesso cognome (era il suo bisnonno, in realtà).

Enver Hoxha

     La famiglia di Lea è composta da padre, madre e dalla nonna paterna a cui lei è molto legata. C’è un’atmosfera strana, in casa, e noi lettori ci rendiamo conto di quello che la bambina non può capire. Vengono dette parole, frasi, che hanno un sottile significato nascosto- l’opposizione al regime non può manifestarsi apertamente, i muri hanno orecchie, i bambini non possono distinguere quello che si può raccontare fuori della porta di casa e quello che non si può.

    Tutto cambia dopo il 1990, quando, in dicembre, iniziano le manifestazioni studentesche che portano alla caduta del comunismo. C’è un’immagine che ben rappresenta questo stravolgimento: Lea, spaventata dai disordini, corre nel giardino, rifugiandosi dietro la grande statua di Stalin, stringendola in un abbraccio simbolico. Ma la statua è già stata decapitata dai manifestanti.

È iniziata la liberalizzazione tanto attesa del paese, ma il passaggio non è affatto facile e anche il tono del libro cambia, l’ironia si attenua, cresce la perplessità davanti a questa agognata libertà e alle sorprese che questa riserva. C’erano persone che Lea conosceva sulla nave Vlora che attraccò a Bari nel 1991, stracarica di ventimila passeggeri di cui i più furono rimandati indietro. L’amica di Lea ce l’aveva fatta, a emigrare. E poi? Erano giunte notizie di lei- si manteneva facendo la prostituta. L’Italia, come l’America sognata a suo tempo dagli emigranti italiani, non era il paradiso che avevano immaginato.


     Lea Ypi non è più la bambina dell’inizio del libro, è la giovane donna che si è laureata alla Sapienza di Roma (negli anni dell’infanzia seguiva un corso di lingue straniere trasmesso dalla televisione albanese) ed è professoressa di Filosofia Politica alla London School of Economics and Political Science, e il libro, da romanzo di formazione in un paese comunista, diventa, con l’evolversi dei tempi, una sorta di saggio in cui la madre, il padre e la nonna della protagonista rappresentano idee diverse di libertà e offrono altrettanti spunti di riflessione. Perché, in definitiva, neppure il sistema capitalistico offre la tanto vantata libertà- sì, c’è una libertà promessa a livello istituzionale ma che in realtà non si può realizzare, perché la ricerca del profitto di alcuni sopprime la libertà di altri.

  Un episodio del libro rappresenta molto bene il ‘prima’ e il ‘dopo’ in Albania. È un piccolo episodio buffo che ci fa sorridere e ci fa sentire in colpa nello stesso tempo. Una lattina vuota di Coca Cola è al centro del contendere tra la famiglia di Lea e i vicini di casa. Quanto era ambita una lattina rossa vuota! La madre di Lea l’aveva messa su un centrino di pizzo e ci aveva infilato una rosa- il simbolo di un mondo irraggiungibile che sembrava bellissimo. Poi la lattina era scomparsa. Quella che era apparsa in casa dei vicini era stata rubata a loro? Ne era seguito un litigio.

     Dopo, con l’arrivo del capitalismo in Albania, tutte le lattine erano finite in pattumiera.



mercoledì 26 aprile 2023

Ermal Meta, “Domani e per sempre” ed. 2022

                                                    Voci da mondi diversi. Albania

la Storia nel romanzo

Ermal Meta, “Domani e per sempre”

Ed. La Nave di Teseo, pagg. 546, Euro 20,00

 

   Se Mura, l’indimenticabile protagonista del romanzo di Alexandra Lapierre, era “La donna dalle cinque vite”, Kajan, l’altrettanto indimenticabile protagonista di “Domani e per sempre”, di Ermal Meta, è ‘l’uomo dalle sei vite’. E c’è qualcosa di straordinario che suscita la nostra ammirazione in chi è capace di mettere un punto ad una parte della propria vita, di girare pagina, di riinventarsi, di ricominciare di nuovo. Perché la prima vita di Kajan scorre in Albania, la seconda lo vedrà a Berlino Est, la terza a Berlino Ovest, la quarta in America e infine la quinta e la sesta di nuovo in Albania, nella chiusura del cerchio.

    È il 1943, quando conosciamo un Kajan di sette anni che vive con il nonno in un paese nel Nord dell’Albania. I nazisti hanno occupato l’Albania, i genitori di Kajan si sono uniti ai partigiani, la vita tra le montagne è lontana dalla guerra, finché appare Cornelius, un disertore nazista che il nonno decide di nascondere. È un uomo buono, Cornelius, una vittima della guerra. Ricambierà il bene che gli viene fatto e soprattutto regalerà la musica a Kajan. Perché c’è la musica, c’è il pianoforte nel futuro di Kajan. Diventerà il miglior pianista di Albania, aprendogli le porte per uscire dai confini, per andare a suonare a Berlino Est.


    La vita di Kajan Dervishi è talmente fitta di avvenimenti che sembrerebbero improbabili se non fosse che sono purtroppo molto reali e la descrizione del viaggio a Berlino, della continua sorveglianza, dei pedinamenti, dei sospetti ci comunicano un senso di disagio, un timore diffuso tipico degli anni della Guerra Fredda. Kajan è un puro, Kajan non ha capito che non ci si può fidare di nessuno e che il tradimento viene sempre da chi è più vicino a noi. Si troverà a Berlino Ovest senza neppure averlo voluto, costretto ad una fuga da topi, lasciandosi dei morti alle spalle, e dovrà assumere una nuova identità. Si chiamerà Jonas, come il compagno morto, che diventerà Joe più tardi in America. La libertà ha un prezzo molto caro.

    Nella sua quarta vita in America (ancora- non è una sua scelta, piuttosto una fuga) Kajan alias Jonas alias Joe deve imparare un’altra lingua per la seconda volta, dimenticare la musica- farà il lavapiatti. A New Orleans, dove scoprirà il jazz e qualcuno scoprirà lui e la magia della sua musica. Sarà l’inizio di una quinta vita di gloria, prima che la sorte si accanisca contro di lui.


      Il destino manovra le vite degli uomini- esistono le coincidenze? Ce ne sono parecchie nell’esistenza di Kajan e in America lo riportano indietro ad un passato che credeva letteralmente sepolto: non era andato lui stesso sulla tomba dei suoi cugini uccisi perché dissidenti? Eppure basta una parola in una lingua che credeva di aver dimenticato e la famiglia si ricompone.

Torna troppo presto in Albania, Kajan, per un compito che pensa sia suo dovere svolgere. Sotto un regime dittatoriale anche i genitori pagano gli errori dei figli- saranno ancora vivi gli zii mandati a lavorare nelle paludi? E sua madre, il suo ruolo nel Partito l’avrà protetta dalla defezione del figlio?

Prima del finale che, con una coincidenza più o meno credibile, porta la serenità, c’è la parte più dura e dolorosa del libro, il tradimento più crudele, gli anni di lavori forzati quando la morte sarebbe ben accolta.

   “Domani e per sempre” è un libro appassionante che in parte riflette la vita dello stesso scrittore che ha lasciato l’Albania con la madre, un fratello e una sorella, quando aveva 13 anni. Ha conosciuto di persona le durezze e la crudeltà della dittatura di Hoxha, ha respirato musica in casa (sua madre era il primo violino dell’orchestra di Fier, in Albania), scrive in una lingua che è diventata la sua e che, facendo eccezione per qualche similitudine strana, padroneggia egregiamente. Quello che piace, nel libro, è il quadro storico di un paese che si affaccia sul mare davanti alle nostre coste ma di cui sappiamo (colpevolmente) poco e la credibilità, la profondità e la vivezza del protagonista. Kajan è uno di quei personaggi che ci spiace abbandonare, quando terminiamo la lettura.

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sabato 17 dicembre 2022

Ismail Kadaré, “Il dossier O.” ed. 2022

                                                 Voci da mondi diversi. Albania

Ismail Kadaré, “Il dossier O.”

Ed. La nave di Teseo, trad. F. Bruno, pagg. 224, Euro 19,00

     “Il dossier O.” Il titolo del romanzo dello scrittore albanese Ismail Kadaré dice già tanto, anticipa molto di quello che leggeremo. Sveliamo subito l’enigma di chi si nasconde dietro quella iniziale: non è altri che Omero, il grande poeta cieco a cui si attribuiscono l’Iliade e l’Odissea. Quanto a ‘dossier’, soltanto in Albania o in un paese con un regime comunista simile al suo si può pensare di radunare una documentazione, frutto di spionaggio, su due studiosi di Omero arrivati dall’America. E mi viene in mente il bel romanzo di Gabriela Adamesteanu, “L’incontro”, in cui il sorvegliato speciale era un illustre biologo amante dell’Odissea, invitato a tornare per delle conferenze nel suo paese di origine, la Romania- il carteggio degli informatori, l’ignoranza che sfiora l’assurdo e trabocca nel comico, l’ingenuità candida delle ‘vittime’ sono del tutto uguali, quasi rispettassero un copione già scritto e valido per tutti i paesi che ruotavano intorno all’Unione Sovietica.


    Il sospetto che siano due spie pesa già sul capo di Willy Norton e di Max Roth fin dalla loro partenza dall’America, annunciata da un telegramma dell’ambasciatore “non si può escludere che i due visitatori stranieri siano delle spie.” Queste parole vengono recepite come la certezza che siano delle spie e tocca al viceprefetto del paese di N., ai piedi delle Cime Maledette, provarlo. Perché il motivo di studio dei due irlandesi che giungono da Harvard sembra del tutto incredibile: a chi può interessare una ricerca sulle origini dei racconti omerici? Chi può darsi tanto da fare per cercare un collegamento tra l’Iliade e l’Odissea e i canti epici dei rapsodi albanesi? E usando poi un aggeggio misterioso che imprigiona le voci! Si chiama magnetofono, è una novità (siamo negli anni ‘30 del ‘900) di cui in Albania nessuno ha mai sentito parlare, di certo una diavoleria. E il viceprefetto affida il compito di spiare gli stranieri al suo informatore più fidato, che però non sa l’inglese. Solo in un secondo tempo l’unica spia che capisca quella lingua arriva sul posto (e ci sarà un risvolto farsesco alla sua presenza).


    Parecchi filoni si intrecciano nel romanzo, alcuni di graffiante ironia velata di comicità, uno serio e colto che più che mai evidenzia il contrasto tra la passione di studio dei due irlandesi che vengono da un altro mondo e l’ignoranza della gente del posto. Questo è un filone affascinante, con le ipotesi sulle origini dei poemi omerici, su chi sia stato veramente Omero, sulla sua cecità (vera? simbolica? necessaria per un cantore?). E poi gli studi su come e fino a che punto cambi un’epopea tramandata oralmente a distanza di tempo, con ricerche sul campo ascoltando, con lo stupore ammirato di chi viene dal mondo della modernità, gli ultimi rapsodi albanesi che suonano quel loro strumento a due corde, decidendo infine che deve esserci un evento di grande rilievo per dare origine ad un canto.


   Ci sarà, questo evento di rilievo a smuovere gli animi, l’antica epopea è rivitalizzata, i due studiosi ne diventano gli eroi (c’è perfino una parodia della storia d’amore che è il retroscena della guerra di Troia) e sì, la cecità è necessaria per ‘vedere’ al di là del reale- se ne renderà conto uno dei due.

    Ismail Kadaré fa uso del paradosso portato all’estremo della comicità per farsi gioco del regime oscurantista che tiene prigioniera l’Albania e scrive un romanzo che scorre veloce tra il serio e il ridicolo trasportandoci in un paese dalla natura selvaggia dove restiamo sempre nell’incertezza se, quando si parla di ‘cimici’, si voglia segnalare la presenza del fastidioso (a dir poco) insetto o si voglia alludere a qualcos’altro di ancora più fastidioso e pericoloso.

   È proprio il caso di dire che i due studiosi ritornano in America con le pive nel sacco.

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