Visualizzazione post con etichetta Voci da mondi diversi. Francia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Voci da mondi diversi. Francia. Mostra tutti i post

mercoledì 24 giugno 2026

Garance Solveg, “I ciliegi fioriscono anche di notte” ed. 2026

                                                            Voci da mondi diversi. Francia

la Storia nel romanzo

Garance Solveg, “I ciliegi fioriscono anche di notte”

Ed. Astoria, trad. Claudine Turla, pagg. 368, Euro 18,05

 

   Harbin, Cina. 1944.

   Kyoto, Giappone. 1993.

   Hiromi Takeshi.

   Yuna Takeshi.

   Due filoni narrativi, in due tempi diversi ma le conseguenze di quello che accadde nel primo si riverseranno pesantemente su quanto accade nel secondo. Due donne che impariamo ad amare, con lo stesso cognome- Hiromi era stata la prima moglie del generale Hajime Takeshi, Yuna era la figlia che il generale aveva avuto dalla seconda moglie. Hajime Takeshi aveva il grado di generale durante la seconda guerra mondiale, ma era anche un medico ematologo e sarebbe diventato famoso nel suo campo. Per emulazione, per guadagnarsi l’affetto e la stima del padre, sua figlia Yuna aveva seguito le sue orme, specializzata nel trapianto di midollo per gli ammalati di leucemia. E Hiromi, Hiromi era morta, il suo ricordo era così doloroso per il marito che non ne voleva parlare.

Harbin

   Nel 1944 Harbin era la città principale del Manchukuò, lo stato fantoccio istituito dall’impero giapponese nel 1932 in collaborazione con gli ufficiali della deposta dinastia Qing. Hiromi era giovane, idealista, credeva veramente che il Giappone avrebbe favorito l’integrazione delle diverse etnie, che si sarebbe aperta una nuova era per l’Asia, libera dai colonizzatori europei. Era innamorata del marito, lo stimava molto, l’addolorava non riuscire a dargli un figlio. Ed era appassionata del suo lavoro come giornalista. Poi si era innamorata di un altro uomo, anche se mai avrebbe tradito il marito. E aveva aperto gli occhi sulla crudeltà con cui i giapponesi trattavano i prigionieri cinesi. Fino alla rivelazione terribile di quanto accadeva dietro la mura di quella che sembrava una cittadella fortificata, a Pingfang, di che cosa esattamente si occupasse suo marito, quell’uomo che sapeva essere così tenero con lei.

Pingfang

    Kyoto, 1993. Quando Yuna vede la prima paziente della giornata ad entrare nel suo studio medico, è scioccata. È sua sorella Ama che non vede da quando, dopo un litigio, se ne era andata via da casa- e allora Ama aveva diciotto anni. Adesso le resta poco da vivere se non si trova un donatore per un trapianto di midollo. È così che Yuna, pronta ad aiutare la sorella, scopre di non essere compatibile- Ama è stata adottata. Ma chi è Ama, in realtà? Di chi è figlia? È vero che il loro padre l’ha ‘raccolta’ per strada, abbandonata forse dai genitori in fuga dall’avanzare dell’Armata Rossa, dopo la sconfitta del Giappone e la resa incondizionata dell’Imperatore?

    Le due narrative, una che procede in avanti nel tempo e una che ripercorre quel tempo a ritroso, una che ci racconta una verità terribile e una che cerca quella verità, finiscono per far luce su quella che si può definire ‘la Auschwitz nascosta, la Auschwitz del Giappone’, l’Unità 731, l’unità segreta di ricerca biologica e chimica dell’Esercito Imperiale giapponese, attiva fra il 1936 e il 1945.


La sede era a Pingfang ed era guidata dal generale Shiro Ishii che conduceva spietati esperimenti su prigionieri umani, chiamati ‘maruta’, tronchi. Anche i giapponesi cercarono di distruggere quanto più possibile le testimonianze dell’orrore, proprio come fecero i nazisti nei campi di concentramento. E il processo di Tokyo, tra il 1946 e il 1948, non fece giustizia- ai medici responsabili degli esperimenti, primo fra tutti Shiro Ishii, fu concessa l’immunità dagli Stati Uniti in cambio dei risultati dei loro esperimenti.

    Garance Solveg è riuscita a scrivere un libro che ci tiene inchiodati alle sue pagine, perché, anche se avevamo letto dell’Unità 731, non ne conoscevamo l’intera storia e- questa è la grande prerogativa del romanzo- non c’è maniera migliore per avvicinare la Storia ad un vasto pubblico che intrecciare la realtà con l’invenzione, mescolare personaggi fittizi con altri veramente esistiti.



giovedì 18 giugno 2026

Ian Manook, “Il canto di Haïganouch” ed. 2026

                                                             Voci da mondi diversi. Francia

                saga

Ian Manook, “Il canto di Haïganouch”

Ed. Fazi, trad. Maurizio Ferrara, pagg. 360, Euro 19,00

    È il 1947 all’inizio de “Il canto di Haïganouch”, il seguito della saga incominciata con “L’uccello blu di Erzerum”, la storia romanzata della  famiglia dello scrittore e la Storia del popolo armeno. Nel libro precedente avevamo letto l’epopea armena, il genocidio perpetrato dai turchi, la tragica e commovente storia delle due sorelline, Araxie e  Haïganouch, salvate durante la marcia nel deserto, vendute ad un medico come schiave per sua figlia e, però, salvate in questa maniera da morte certa.

Araxie, insieme ad Assine, quella che era la padroncina sua e della sorella, è riuscita ad arrivare in Francia. Vive a Marsiglia insieme al marito Agop e ad Assine (che ha preso il nome di Haïganouch dopo la scomparsa di questa) e a suo marito. Potrebbero essere felici, ma Agop decide di partire sul Rossia, il piroscafo russo che porterà lui ed altri armeni verso la nuova Armenia promessa dall’Unione Sovietica. Poco giova che Araxie e l’amico, marito di Haïganouch, cerchino di dissuaderlo.


Lui crede nel sogno comunista, crede in una società più giusta creata dagli ideali comunisti, è sicuro che in un paio di mesi la moglie e i figli potranno raggiungerlo. Bastano pochi giorni per aprirgli gli occhi, basta quella navigazione su una nave affollatissima che sembra una di quelle per la tratta degli schiavi, è sufficiente il sospetto che nasce in lui quando i loro documenti vengono requisiti. E, da subito dopo l’arrivo in una Erevan che non riconosce, Agop incomincerà a pensare ad una fuga. Riuscirà a fuggire, sì, aiutato dal movimento armeno, ma sarà un fallimento. Finirà in un gulag ad Irkutsk dove la temperatura poteva arrivare a 40 sotto zero.

   Agop non lo può sapere, ma in quegli anni durissimi in cui lotta per sopravvivere, non è molto lontano da Haïganouch, la sorellina perduta che aveva perso la vista in un lontano giorno di violenza e che non aveva potuto vedere che suo marito era stato ucciso davanti a lei. Anche quella di Haïganouch è una storia di dolore sotto il tallone della tirannide sovietica. Anche lei prova il tormento della separazione da un figlio di cui non sa nulla. Eppure sia Agop sia Haïganouch hanno una forza interiore che li porta a non arrendersi, a cogliere qualunque cosa di positivo affiori sul loro cammino.

Irkutsk oggi

    Un filone della vicenda segue Agop e Haïganouch in Siberia (Haïganouch diventerà una famosa pianista, sarà la musica a tenerla in vita) dove gli anni passano gelidamente lenti e in apparenza senza speranza, un altro filone sembra un’oasi di pace in Francia- i figli crescono, si sposano, non si smette mai di pensare ai due assenti. Riusciranno a rivedersi? Ci sarà un accordo politico per permettere ai francesi ‘prigionieri’ in Armenia (Agop è riuscito a tornarci) di rivedere la Francia?

    Romanzo storico, romanzo d’avventura, ricco di storie e di personaggi, e tuttavia è come se avesse qualcosa di forzato, è meno avvincente del primo libro della saga.  



 

 

lunedì 8 giugno 2026

Emmanuel Carrère, “Kolchoz” ed. 2026

                                                      Voci da mondi diversi. Francia             

storia di famiglia

Emmanuel Carrère, “Kolchoz”

Ed. Adelphi, trad. F. Bergamasco, pagg. 398, Euro 20,90

 

   Fa parte del lessico famigliare, quell’espressione ‘fare kolchoz’ a cui si riferisce il titolo di quest’ultima opera di Emmanuel Carrère, una ricchissima storia ‘in verticale’ della sua famiglia, una Storia dei principali avvenimenti in Europa nel secolo scorso e nei nostri giorni, uno straordinario omaggio a sua madre, un canto d’amore per lei.

Quando il padre Louis era via da casa per lavoro, la più piccola dei tre Carrère andava a dormire nel lettone con la mamma e gli altri due, Emmanuel e sua sorella Nathalie, dormivano per terra, su dei cuscini o sui materassi trascinati dalla loro stanza da letto. ‘Facevano kolchoz’, diceva la mamma. E quanto gli piaceva! Avrebbero fatto kolchoz per l’ultima volta nell’hospice dove la mamma, ultranovantenne, sarebbe morta.

    Sì, dobbiamo riconoscerlo, ci sono famiglie speciali, famiglie in cui più di uno dei componenti raggiunge la vetta dell’eccellenza, in un campo o nell’altro. Questione di geni, forse, ma anche di volontà, di caparbietà, di ambizione, di interessi peculiari posti come obiettivi da raggiungere. La famiglia di Emmanuel Carrère è una di queste.

Salomé Zourabichvili

    Il cognome di sua madre è rivelatore- il padre di Hélène Zourabichvili era georgiano. Georgiano, come Stalin, come Berija, e chissà se e come le loro strade si sono incrociate. Comunque, nel 1921, dopo l’ingresso dei sovietici a Tbilisi, gli Zourabichvili abbandonano tutto e partono con una valigia e due figli. La prima a tornare sarà la nipote Salomé, ben ottant’anni dopo- dapprima ambasciatrice di Francia, poi ministra degli Esteri, poi presidente della Repubblica di Georgia. Proprio così. Non una semplice turista sulle tracce dei propri avi.

     Questo per quello che riguarda il ramo paterno della madre di Emmanuel Carrère. Il ramo materno, invece, affondava le radici in Russia. Sua nonna faceva von Pelken di cognome e la sua bisnonna era la contessa Komarovskij. Erano i discendenti di due famiglie di esuli quelli che si erano incontrati a Parigi e poi la loro figlia Hélène aveva scelto, tra i suoi pretendenti, Louis Carrère d’Encausse (un altro cognome insolito che indica la provenienza da una piccola stazione termale nei Pirenei dove si dice sostò Pompeo dopo la campagna di Spagna nel 72 a.C).

Hélène Zourabichvili

     Quella che fa Emmanuel Carrère è una ricerca paziente, un andare a ritroso nel tempo per poi tornare al presente o ad un passato meno lontano, ricalcando le orme di chi lo ha preceduto, leggendo lettere e diari, ascoltando racconti a voce fatti dalla sua grande famiglia. Parla del matrimonio dei genitori, del loro accordo che aveva qualcosa di improbabile, del fascino della cultura russa subito da suo padre, del suo proprio attaccamento alla madre, dei giorni in cui si era accorto che la mamma doveva avere un’amante e della tristezza del padre, di quando la mamma aveva preso la cittadinanza francese. Era stato un passo importante- tutti i membri della famiglia, sia quelli georgiani sia quelli russi, erano sempre vissuti fra due mondi, incerti a chi andasse la loro lealtà. Hélène Zourabichvili era diventata la più influente storica francese dell’Unione Sovietica e poi della Russia, fino ad essere eletta segretaria perpetua dell’Académie Française. Un risultato straordinario per una donna che aveva imparato il francese a cinque anni, che si vergognava di quel cognome che, come le dicevano a scuola, sembrava uno scioglilingua.

Louis Carrère d'Encausse

     Eppure questa saga familiare non è soltanto una galleria di ritratti di famiglia. C’è molto altro. Ci sono gli incontri con personaggi famosi del mondo delle lettere, della politica, del cinema, ci sono esperienze di lettura e l’impatto che i grandi autori hanno avuto sullo scrittore. C’è infine il viaggio di Carrère in Georgia e in Ucraina, la sua visione della guerra, il suo giudizio su Putin.

Questo libro è un gigantesco affresco, uno di quelli in cui il nostro occhio deve esercitarsi a scorgere i personaggi minori accanto a quelli in primo piano. È un libro scritto pensando a sua madre (grande donna) che però termina con un piccolo cammeo dedicato al padre, l’uomo vissuto sempre nell’ombra della moglie che si reca ad Encausse, il paesino da cui ha preso il nome la sua famiglia, quasi a rivendicarne la dignità.



   

sabato 11 aprile 2026

Inès Cagnati, “Génie la matta”

                                                              Voci da mondi diversi. Francia



Inès Cagnati, “Génie la matta”

Ed. Adelphi, trad. Ena Marchi, pagg. 184, Euro 17,10

     Due immagini ricorrenti, nel breve romanzo “Génie la matta” della scrittrice francese Inès Cagnati.

    Una bambina che corre sulle sue gambette (viene sempre detto così, ‘gambette’, e noi pensiamo ad una bimba piccola con le gambe corte che non riesce a stare al passo con la madre) dietro la mamma che neppure si gira per aspettarla.

   Una bambina in attesa, perennemente in attesa del ritorno della mamma dal lavoro, con il cuore stretto nella morsa della paura che la mamma non torni, che l’abbia abbandonata.

E poi una madre che rivolge la parola alla bambina solo per dirle di togliersi di mezzo, di andare a letto, di non starle addosso.

    Génie e Marie. Génie la matta, la chiamavano in paese. Nata in una famiglia benestante, era stata vittima di una violenza e cacciata da casa. Viveva con Marie, la figlia dello stupro, in una catapecchia, accettando qualunque lavoro nei campi e nelle stalle, pagata poco o niente. Non parlava quasi mai, sembrava stramba. Per questo si riferivano a lei non con il solo nome, ma come ‘Génie la matta’.

    È Marie che racconta una storia di dolore e di solitudine che finirà in una tragedia, proprio quando la vita sembrava offrire una seconda possibilità a Génie. Una storia che procede con ripetizioni di piccole azioni, di fatti quotidiani, la scuola, il lavoro, la nonna che è una megera, il nonno che è sempre assorto nelle sue vecchie storie di re ormai morti, che la chiama ‘bambina mia’ e le offre delle noci, gli zii maligni che smettono di parlare quando Marie è vicino, gli stivali di gomma che affondano nel fango, la mamma che riempie gli stivali di paglia, la stanchezza a fine giornata, quell’unico abbraccio che la mamma le dà nel letto, se non cade prima addormentata. Leggiamo e rileggiamo le stesse storie, con le stesse parole e niente meglio di così potrebbe darci la viva sensazione dello squallore di una vita sempre uguale, senza nessuna aspettativa- una figlia che ama disperatamente la madre e una madre che non le dà affetto, che vede in lei la fine di una esistenza che sarebbe potuta essere diversa.


    Poi compaiono due uomini sulla scena- un giovane aviatore che Marie incontra per caso e un contadino che sposerà Génie, acconsentendo a far studiare Marie.

Ha qualcosa della tragedia greca, il romanzo di Inés Cagnati, una tragedia in cui gli dei hanno già deciso il destino degli uomini e, per quanto questi facciano, questo destino non può essere cambiato.

Anche la natura sembra rispecchiare quella durezza di vita e di sentimenti- un bosco piene di ombre, le volpi, il fango sui sentieri- ed è straziante pensare ad una bimba che come unici amici ha una piccola mucca cieca e un anatroccolo. Finirà per perdere entrambi dopo un periodo di siccità che accresce la loro miseria e tuttavia, da bambina già suo malgrado adulta, si rassegna, le basta che la mamma ritorni ogni sera.

     Una storia di violenza, di solitudine, di malvagità, di discriminazione. E anche di resilienza.




martedì 30 dicembre 2025

Michel Bussi, “Le ombre del mondo” ed. 2025

                                                      Voci da mondi diversi. Francia

   genocidio del Rwanda

Michel Bussi, “Le ombre del mondo”

Ed. e/o, trad. Alberto Bracci Testasecca, pagg. 592, Euro 19,95

 

      C’era una volta un piccolo regno grande come un dipartimento francese, un regno ben nascosto da qualche parte in Africa…

L’inizio de “Le ombre del mondo” dello scrittore francese di Michel Bussi ricalca le parole delle favole, ma quello che leggeremo non ha niente della favola.

Il secondo capitolo reca nel titolo un luogo e una data- Ambasciata di Francia, Kigali. 7 aprile 1994. Segue una telefonata concitata da cui apprendiamo due fatti: la sera precedente, 6 aprile, nel cielo di Kigali è stato abbattuto un Falcon 50 che trasportava i presidenti di Ruanda e di Burundi e quel 7 aprile, a Parigi, è stato assassinato François de Grossouvre, il fidato consigliere di Mitterrand. Era l’inizio della tragedia del Rwanda.

    Il romanzo segue due diverse linee temporali- trent’anni dopo il genocidio l’ex militare francese Jorik regala alla nipotina Maé un viaggio in Rwanda. Da anni Maé sogna di andare a vedere i gorilla che vivono sulle montagne del Rwanda, per Jorik e per Aline si tratta di un ritorno.


Nel 1990 Jorik era stato inviato in Rwanda dall’esercito francese, si era innamorato di Espérance, l’aveva sposata e dalla loro unione era nata Aline che lui aveva trasportato in Francia quando aveva solo tre anni, proprio durante l’infuriare della mattanza. Aveva salvato la bimba ma non la madre, l’amore della sua vita. E Aline non ricorda assolutamente nulla di quegli anni, della sua fuga nella foresta con la madre, dei cadaveri ammonticchiati ovunque. Ricorda, invece, come si era sentita in Normandia- lei, l’unica bambina di colore.

     Michel Bussi adotta l’espediente del diario di Espérance per raccontarci in prima persona quello che accadde a Kigali e in Rwanda dal 1990 in poi. Per Maé, a cui il nonno lo affida, il diario è importante- è la voce della nonna che le arriva dal passato e che le parla delle sue radici. Ma il diario è importante anche per altri che vogliono impadronirsene, certi che contenga pesanti accuse verso personaggi del governo e militari francesi responsabili di aver scatenato la caccia ai tutsi. Cercano il diario di Espérance e la scatola nera del Falcon che pensano Espérance abbia nascosto da qualche parte. E allora il passato raggiunge il presente, la vita di Jorik, Aline e Maé è in pericolo.


     Cento giorni. Erano bastati cento giorni, dal 6 aprile 1994 al 16 luglio 1994, per uccidere un milione di persone con machete, asce, lance. Dagli inizi del ‘900 nello sfruttamento coloniale i belgi  si erano appoggiati ai tutsi, alti, slanciati, di carnagione chiara, ritenuti più intelligenti e più adatti a gestire il potere, mentre agli hutu, piccoli, tozzi e di pelle scura, sembrava più congeniale l’agricoltura. I semi della rivalità erano stati gettati, così come l’inizio della persecuzione dei tutsi. Nel suo diario Espérance annota i segnali dell’aumentare del pericolo mentre si fa sempre più assillante la voce di odiosa propaganda di Radio Machete che istiga all’uccisione degli scarafaggi tutsi- tutto con il sostegno finanziario e militare della Francia. E gli hutu che si tengono in disparte sono considerati nemici da uccidere, alla stregua dei tutsi. Tutti scarafaggi.

    Mentre il diario che Maé legge inorridita ci lascia in sospeso sulla sorte finale della sua nonna in fuga con la mamma bambina, nel presente gli odii non sono ancora sopiti- la scena possente dello scontro dei gorilla sui monti Virunga è lo specchio degli scontri del passato e di quelli del presente.

gacaca

C’è pure uno sguardo sul futuro, con i tribunali popolari, i gacaca, che chiamano i genocidi a parlare, e sembra di ascoltare gli accusati del processo di Norimberga- nessun rimorso, hanno fatto quello che ci si aspettava da loro, la responsabilità di tutti quei morti è dei tutsi: se non fossero stati tanto arroganti, se non si fossero sentiti tanto superiori, agli hutu non sarebbe venuto in mente di ucciderli.

     Michel Bussi riesce a coniugare la Storia con il Romanzo- alcuni dei personaggi che appaiono nel libro corrispondono a quelli della realtà, gli altri sono frutto dell’invenzione creativa dello scrittore che, però, si attiene fedelmente ai fatti storici. Sono romanzi come questo che ci fanno vivere la Storia, che ci obbligano a ricordare e a sapere, che sollevano il velo sulle ‘ombre del mondo’.



   

 

martedì 21 ottobre 2025

Marc Dugain, “Un’esecuzione ordinaria” ed. 2009

                                                     Voci da mondi diversi. Francia

la Storia nel romanzo
rilettura

Marc Dugain, “Un’esecuzione ordinaria”

Ed. Bompiani, trad. Fabrizio Ascari, pagg. 396, Euro 19,50

 

    Tutti i romanzi raccontano una storia. Ma ci sono storie e storie, romanzi e romanzi. E quando ci si imbatte in un romanzo diverso, che racconta una storia diversa, ne avvertiamo la differenza. “Un’esecuzione ordinaria”, del francese Marc Dugain, appare, all’inizio, come un insieme sfilacciato di vicende con varî protagonisti in epoche storiche differenti, in Russia o nella Germania orientale. Fino a quando ci rendiamo conto che tutte le storie convergono verso un drammatico avvenimento centrale- l’affondamento del sottomarino Oskar con il suo carico umano di centoventi uomini a bordo. E un centinaio di campanelli di allarme suonano nelle nostre teste, ricordandoci la tensione dei giorni quando il Kursk si inabissò nelle acque del mare di Barents.


    I personaggi del 2000 sono il poco più che ventenne Vanja, al suo primo imbarco per quelli che dovrebbero essere tre giorni di manovre per sperimentare il lancio di un nuovo siluro, e il presidente russo- Putin, che nel romanzo si chiama Plotov. Viene anche chiamato ‘lo zar blu’, per distinguerlo dagli ‘zar bianchi’ e dagli ‘zar rossi’ del passato. Oppure, con un’immagine del mondo animale, ‘la faina’, per quei lineamenti appuntiti e gli occhi celestrini a fessura.


Ma tutto inizia molto più lontano- non c’è mai una vera interruzione nella Storia: la nonna di Vanja era un’urologa con un dono taumaturgico nelle mani ed era stata, in segreto, la curatrice di Stalin; il nonno di Plotov era il cuoco del ‘piccolo padre’. Il primo capitolo si svolge, dunque, nel 1952, quando Olga Ivanovna Atlina viene prelevata dall’ospedale in cui lavora per essere portata da Stalin. E’ l’epoca in cui i medici ebrei dell’ospedale del Cremlino, accusati di aver ucciso Ždanov, erano stati arrestati e deportati nei gulag, e Olga Ivanovna Atlina, medico e figlia di un ebreo che ha cambiato nome, è terrorizzata. Invece la sua vita non è in immediato pericolo, almeno finché il tocco delle sue mani porterà giovamento a Stalin e lei manterrà il silenzio. Con tutti, con il marito da cui divorzia, proprio per proteggerlo. Con i superiori dell’ospedale, da cui viene licenziata, per le sue assenze. Il silenzio, la segretezza, la menzogna o l’alterazione della verità usati come arma di difesa. Questa è l’atmosfera iniziale e questa è pure- nonostante tutti i rivolgimenti, nonostante la fine dell’”impero”, nonostante il cambiamento di regime- l’atmosfera finale, mezzo secolo dopo: ancora silenzio, ancora il bavaglio alla stampa, la ridda di supposizioni. In mezzo assistiamo alla formazione di Plotov nelle fila del KGB, un ometto che non ha nulla di notevole salvo la disponibilità ad obbedire. Questo è l’uomo che, all’annuncio dell’affondamento del sommergibile gioiello della flotta russa, emette la sentenza: “Se ci sono superstiti, ritengo che non dobbiamo precipitarci a recuperarli.” Perché “da vittime diverranno testimoni, e testimoni tanto più credibili dato che sono anche vittime.”


    La voce narrante è, per lo più, quella del padre di Vanja, insegnante di storia che chiede a titolo di risarcimento- insieme all’enorme somma di denaro data alle famiglie dei sommergibilisti con l’ingiunzione di tacere- di essere messo in pensione anticipata: che senso può avere insegnare la Storia distorcendo la verità? Giustificando i milioni di morti in nome di…che cosa? Un’idea? Un ideale? Il bene dei più? Allora come adesso: perché vengono vagliate le diverse ipotesi su quello che può essere successo negli abissi e - molto molto peggio- vengono esposti i motivi per cui si sono lasciati morire anche gli uomini che battevano dall’interno contro lo scafo. Forse anche- e questo è veramente sconvolgente- i tre che avevano provato ad uscire e i cui corpi non furono mai trovati.

    Facendo eccezione al disagio che proviamo nell’ascoltar parlare Stalin- che suona un poco falso-, “Un’esecuzione ordinaria” è una bella prova narrativa- un romanzo che ha qualcosa di epico nel mescolare storie private di piccoli personaggi con la grande Storia che abbiamo vissuto e che viviamo. Che denuncia e pone domande. Che ci scuote nel profondo.

la recensione è stata pubblicata nel 2009 su www.stradanove.net



 

domenica 21 settembre 2025

Anne-Laure Bondoux, “Attraverseremo le bufere” ed. 2025

                                                  Voci da mondi diversi. Francia

      saga

Anne-Laure Bondoux, “Attraverseremo le bufere”

Ed e/o, trad. Alberto Bracci Testasecca, pagg. 496, Euro 19,50

 

    Una fattoria nel Morvan, nel Nord della Francia.

    Una famiglia in cui tutti gli uomini hanno il nome di un albero. Perché, che cosa è un albero, quali idee richiama alla nostra mente? Radici profonde, simbolo di vita e della famiglia, con quei rami che protende verso il cielo, nell’ambizione di un futuro migliore.

     C’è un vecchio padre che non si muoverà mai dalla fattoria, mentre il suo primogenito parte per quella che sarà chiamata la Grande Guerra da cui tornerà ferito nel corpo e nell’anima. Era sposato da poco, Anzème, quando era partito, al suo ritorno aveva trovato un figlio e però il fratello minore non c’era più- si era arruolato, gli avevano detto, e di lui non si era più saputo nulla. La madre, però, scompariva ogni giorno nel bosco- che segreto nascondevano gli alberi del bosco? Un segreto che inizia una scia di violenza che farà sì che, alla fine, l’ultimo dei Balaguère, Olivier, scrivendo il libro che dedica al figlio, si domandi se anche la propensione alla violenza si tramandi nel sangue, come fosse una sorta di gene ereditario. Perché la violenza è l’anello che congiunge una generazione all’altra, può essere un atto accidentale, come il colpo di fucile sparato da un bambino che danneggerà non solo il padre ferito al ginocchio ma anche suo figlio Aloe che cresce con il peso di un peccato non suo e disprezzato da suo padre, per di più.


   Se la guerra del nonno era stata quella del ‘14-‘18 e quella di suo padre la seconda guerra mondiale, quella di Aloe è forse ancora peggio perché viene mandato (lui che ci vede poco e che ama studiare e leggere) a combattere in Algeria, in una guerra che non approva, anzi, in una guerra in cui lui simpatizza con il nemico. Non è facile per Aloe riconoscere e accettare che l’amicizia che lo lega al suo insegnante non è solo amicizia come aveva pensato perché la sua casa era diventata per lui un rifugio e i libri che leggevano e commentavano insieme erano un’ancora di salvezza nello squallore della vita alla fattoria. E, tuttavia, Aloe si sposa, per convenienza, per mettere a tacere le male lingue, perché, tutto sommato, torna comodo anche alla sua sposa. Verrà il momento in cui, però, Aloe decide di dare una svolta alla sua vita, lascia la fattoria, fa ‘coming out’ a Parigi e poi riapparirà nella vita del figlio Olivier che racconta tutto questo e altro, altro ancora, al figlio Saule, perché poi tutto termina nella fattoria dove tutto era iniziato.


     In un romanzo che copre la storia di quattro generazioni in quasi un secolo c’è di tutto, le due guerre mondiali e la guerra di Algeria, il muro di Berlino e Chernobyl, le canzoni delle varie epoche e la nuova sconvolgente malattia che pare colpisca solo gli omosessuali, la nuova legge sull’aborto…solo leggendo lo scorrere del tempo in un romanzo ci si rende conto di quanti cambiamenti si siano susseguiti, di quante novità siamo stati spettatori inconsapevoli dell’importanza di quello che stava succedendo.

Il rovescio della medaglia di un romanzo fiume è la mancanza di spessore dei personaggi. Leggiamo quello che fanno, quello che gli capita, quello da cui vengono travolti, ci appassioniamo alle loro vicende, li vediamo resistere a tutte le bufere, ma non afferriamo mai veramente la loro interiorità. E tuttavia questa è una bella saga, un bel libro non impegnativo da leggere in vacanza.



martedì 25 marzo 2025

Mathias Énard, “Disertare” ed. 2025

                                                       Voci da mondi diversi. Francia



Mathias Énard, “Disertare”

Ed. e/o, trad. Yasmina Melaouah, pagg. 224, Euro 18,50

    Un soldato lacero e sporco, in fuga da una guerra non precisata, in un tempo non detto- non sono forse uguali tutte le guerre in un tempo che non ha misura? Hanno bisogno di un nome, i soldati?

   11 settembre 2001- questa è una data impressa nella memoria di tutti perché segna la fine delle sicurezze del mondo occidentale. Su una imbarcazione sulla Sprea, nei pressi di Berlino, ha luogo un convegno per celebrare Paul Heudeber, un geniale matematico tedesco sopravvissuto a Buchenwald e rimasto fedele alla Germania dell’Est nonostante il crollo del comunismo, nonostante la separazione da Maja, la donna da lui amata e da cui aveva avuto una figlia- Maja aveva scelto l’Ovest dove era diventata una figura di spicco nell’agone politico.


    Due narrative diverse, per contenuto e per stile, unite dal sottile filo del ‘disertare’ che ci obbliga immediatamente a riflettere. Perché, che cosa significa disertare? Ha più di un significato- siamo abituati a pensare che significhi ‘tradire’ abbandonando le file dell’esercito del paese a cui apparteniamo, ma molto più semplicemente vuol dire proprio ‘lasciare’, ‘abbandonare’. E, in entrambi i casi, ha sempre un connotato negativo, quell’abbandono? Se fuggire da una guerra non è vigliaccheria ma un rifiuto di continuare ad ammazzare i propri simili, che giudizio dobbiamo dare? E se tradire significa salvare qualcuno? Se abbandonare significa fare il bene di chi amiamo? Domande, domande, domande a cui troviamo una risposta che è occasione di altre riflessioni leggendo il libro.

    Il soldato in fuga si dirige verso la casa isolata in cui ha vissuto da bambino, ha fame e sete. Una volta lì viene raggiunto da una donna con un asino, anche lei è in fuga. Ognuno dei due ha paura dell’altro- lui teme che lei possa rivelare la sua presenza, lei che lui le usi violenza come altri soldati hanno già fatto. La storia proseguirà nel silenzio dei protagonisti- una fuga di lei, un fulmine che sembra essere una punizione divina, un’inaspettata generosità di lui, l’arrivo a sorpresa di altri uomini, un tradimento e un abbandono che si trasformano in salvezza.


    La narrativa che si svolge sull’imbarcazione è più articolata e più ricca di personaggi. La figura di Paul Heudeber domina su tutti- era uno studioso che vedeva la poesia nella matematica, che era stato capace di risvegliare l’interesse per la matematica nei suoi compagni prigionieri nel campo di concentramento di Buchenwald, che aveva avuto la forza di scrivere il suo libro più famoso proprio mentre era nel campo. E poi era un idealista che credeva nel comunismo e mai avrebbe abbandonato la DDR. E amava Maja. Le lettere di Paul a Maja, in anni e anni di lontananza durante i quali si incontravano saltuariamente, sono tra le pagine più belle del romanzo, una ulteriore narrativa dentro quella che ci viene raccontata dalla figlia di Paul e Maja in cui si inseriscono altri racconti sulla vita dei suoi genitori, con dettagli sconvolgenti di cui lei era ignara.


    Quanti abbandoni in questa storia- da parte di una donna che lascia compagno e figlia e poi tradimenti, e non solo amorosi, sia nel passato sia in tempi più recenti, e abbandono di ideali.

E intanto la televisione continua a trasmettere le foto delle torri gemelle che implodono nel fumo e i corpi che volano nel vuoto. È un’altra forma di guerra, un’altra forma di morte, un altro abbandono di quello in cui si è creduto.


    Due immagini insolite si rincorrono nel romanzo imponendosi alla nostra attenzione e forse faranno sorridere di incredulità- l’asino e la matematica, entrambi oggetti di amore, entrambi emblemi di salvezza. Una bestia da soma paziente e avvezza a portare carichi e a resistere in condizioni disagevoli- i migliori, quelli che sopravvivono, sono come gli asini? E la matematica come interpretazione della realtà nella sua lucida poesia- è a lei che dobbiamo aggrapparci per sopportare, per continuare a vivere in un mondo che solo la matematica può spiegare?



   

 

 

domenica 26 gennaio 2025

Camille Neveux, “Il frutteto di Damasco” ed. 2025

                                                             Voci da mondi diversi. Francia

             guerra in Siria

Camille Neveux, “Il frutteto di Damasco”

Ed. Nord, trad. Maddalena Togliani, pagg. 286, Euro 16,05

 

     Daraya, Siria. 1995. Un inizio perfin troppo bucolico ci lascia immaginare un libro venato di sentimentalismo. Tre bambini che giocano, un frutteto che promette un buon raccolto. Luce e colori. I bambini sono Aissa e Fulla (fratello e sorella) e Majed, il figlio dei vicini di casa. Sono ancora piccoli ma c’è già in aria l’amore che sboccerà tra Fulla e Majed.

La Siria è piegata sotto la dittatura di Hafiz al-Assad, perfino l’insegnamento a scuola è improntato al culto della sua personalità. Non ci si può lasciar sfuggire alcuna parola che possa essere interpretata come una critica, gli arresti sono all’ordine del giorno.

Hafiz al-Hassad

    Sedici anni dopo Aissa si unisce agli shabab Daraya, un gruppo di attivisti che protesta contro il regime. Reclamano una maggiore libertà e un regime democratico, sono contro la violenza. È il 2011, la primavera araba fiorisce lungo tutto l’arco del Mediterraneo, Tunisia, Libia, Egitto, Siria sono coinvolte. Fulla e Majed vengono arrestati- non avevano mai partecipato ad alcuna manifestazione prima di adesso, Fulla era incinta, Majed, studente di ingegneria, non sarebbe voluto andare. Aissa riesce a fuggire, dapprima in Libano insieme al padre Mustafa, alla madre e alle sorelle, e poi in Francia, per evitare di essere ucciso.

    Libano 2023. Nermine è un’adolescente infelice. Vive con la mamma, Fulla, il patrigno e il nonno. Le è stato detto che suo padre è partito, ma lei sente che le mentono, che c’è un segreto. E trova un indizio in uno scambio di messaggi tra la mamma e lo zio Aissa sul cellulare di Fulla.


    La narrativa si alterna tra passato e presente. Leggiamo dell’assedio di Daraya, dei bombardamenti, delle macerie e delle morti. E della sorte dei protagonisti. È scomparso il tono idilliaco dell’inizio, è stato sostituito da un racconto di violenze, di torture, di umiliazioni, di sofferenze fisiche e psichiche. La luce e i colori del frutteto sono stati sostituiti dal buio e dal puzzo del carcere. Come si può sopravvivere, come si riesce a mantenere la propria dignità quando gli aguzzini si accaniscono sul nostro corpo? Qualcuno ci riesce, Nermine nasce nella prigione, c’è una donna (era la maestra che Aissa adorava da bambino) che aiuta Fulla e pagherà per questo. Fuori dal carcere anche Mustafa deve piegarsi e pagare mazzette a destra e a manca per ottenere qualcosa. La libertà costa cara, si paga e si rischia la vita per arrivare in Libano dove Fulla riesce a rifarsi un’esistenza. Ma, e se i fantasmi della vita precedente riappaiono? E se si scopre perché era stata riservata una pena così pesante a Majed e Fulla che, tutto sommato, avevano partecipato solo una volta ad una manifestazione?


     Un personaggio, al di fuori della famiglia, ha una particolare importanza- era stato un compagno di scuola di Aissa, suo padre era al servizio degli al-Assad, e fin da bambino aveva mostrato una natura malevola e influenzata dall’atmosfera di violenza della dittatura. Diventerà la personificazione del Male, della crudeltà spietata e senza leggi, arriverà ad uccidere la propria sorella, innamorata di Aissa, senza ripensamenti, senza rimorsi.

   E, in tutto questo tempo, il frutteto è rimasto com’era, Mustafa riesce a tornare e a prendersene cura, è un segnale di speranza, della vita che continua. Nonostante tutto.

   Camille Neveux, giornalista, ha scritto un romanzo potente che ha la capacità di avvicinarci alla Storia di un paese lontano. Lei stessa riconosce il contributo del suo compagno siriano che per primo le ha raccontato del dramma della Siria, per primo, per esperienza personale, ha accusato un governo liberticida.