Visualizzazione post con etichetta romanzo on the road. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta romanzo on the road. Mostra tutti i post

lunedì 17 agosto 2020

Franco Faggiani, “Non esistono posti lontani” ed. 2020


                                                      Casa Nostra. Qui Italia
                                                         romanzo on the road 

Franco Faggiani, “Non esistono posti lontani”
Ed. Fazi, pagg. 250, Euro 18,00, formato kindle 9,99

    Questo è il romanzo ‘on the road’ più insolito e straordinario che abbia mai letto, con due compagni viaggiatori più insoliti e improbabili che abbia mai conosciuto, l’uno il doppio dell’altro in un’armonia di opposti. Il professor Filippo Maria Cavalcanti è ultrasettantenne, esperto di arte, archeologo, ha ricoperto incarichi importanti al Ministero della Cultura; Quintino Aragonese deve il cognome nobiliare ad una madre adottiva che lo ha preso sotto la sua ala protettiva, ma non ha niente di nobile. Non conosciamo la sua età precisa, potrebbe essere sulla ventina. Da bambino deve essere stato uno scugnizzo, adesso è un giovane che un termine inglese descriverebbe come ‘streetwise’, è un ragazzo a cui la strada è stata scuola di vita, smaliziato, astuto, irrispettoso e però saggio, saggio come- per l’appunto- nessun libro potrebbe insegnare ad essere, ma soltanto la strada. Il vecchio e il giovane, il colto e l’ignorante, l’uomo sempre un po’ ‘ingessato’ e il ragazzo spontaneo e istintivo. Il caso li fa incontrare. Uno scopo diverso ma di uguale importanza li mette insieme.

     È il 1944. Il professor Cavalcanti viene inviato a Bressanone per controllare lo stato di integrità di un carico di opere d’arte che i tedeschi hanno requisito a Roma. Il pretesto è quello di esibirli in un museo di Berlino, ma tutti sanno dei furti di opere d’arte fatti dai nazisti. E Cavalcanti soffre per tutti quei capolavori trafugati e soprattutto soffre per il sarcofago di un bambino che lui considera ‘suo’ perché era stato lui a trovarlo a Volubilis in Marocco, e la storia del ritrovamento è un piccolo cammeo dentro il romanzo: la storia di una perdita dolorosa che pesa sulla coscienza di Cavalcanti e che torna ora alla memoria. Siamo tutti più o meno colpevoli e la morte di un bambino, per un atto di incuria, importa tanto quanto quella della scia di vittime che i nazisti si sono lasciati dietro nella ritirata.
     Cavalcanti e Quintino si conoscono a Bressanone (Quintino ruba la cartella piena di documenti del professore, poi gliela restituisce- conoscenza è fatta) e stringono questo strano patto. Quintino, che fa il meccanico in questo confino forzato, ruberà un camion, Cavalcanti finanzierà l’impresa del ritorno a Roma con il carico dei quadri. Quintino ha pensato a tutto, da come farsi consegnare le opere d’arte dai soldati di guardia indossando divise naziste al percorso da fare, ai viveri, alle bottiglie da usare come merce di scambio.
    Il viaggio incomincia e sarà quanto mai avventuroso. Basti dire che inizia con una deviazione per Salisburgo prima di scendere a Sud e percorrere strade secondarie per non imbattersi nei tedeschi ma neppure nei partigiani. Ci saranno infiniti cambiamenti di itinerario, soste, incontri, amicizie, baratti, fughe precipitose e il viaggio diventa per entrambi un percorso di maturazione, anche se mai Cavalcanti lo avrebbe immaginato, alla sua età. Ognuno dei due dà qualcosa all’altro. Quintino dà la sua maniera realistica, leggera e cinica di affrontare la vita, come se avesse già visto tutto e sperimentato tutto. All’irruenza di Quintino Cavalcanti oppone la sua posatezza, la sua cultura. Lentamente il loro ruolo si trasforma quasi in quello di un padre e un figlio. Il viaggio è lungo, dura più del previsto. Ci sono momenti in cui la narrazione rallenta, c’è lo spazio per tante descrizioni di paesaggi di quiete in un mondo in fiamme. Quello che prevale, però, è il divertimento, l’allegria delle reazioni di Quintino, lo scambio vivace di battute tra i due.

   E poi c’è la Storia, la storia di quei mesi confusi, di quel 1944 dopo l’armistizio, quando i tedeschi imperversano ancora a Roma e sperano di rallentare l’avanzata degli Alleati bloccandoli con la Linea Gotica. Una Storia vista da un’angolatura singolare, di sbieco, mai veramente fronteggiata. Una Storia che rispecchia le paure e le miserie della gente comune.
     C’è tutta la sensibilità di Franco Faggiani, che già abbiamo ammirato nei libri precedenti, in questo romanzo che è una lezione di vita riassunta nelle parole di Quintino, lo scugnizzo saggio: “Non esistono posti lontani, esistono destinazioni da raggiungere.”



venerdì 19 giugno 2020

Mathijs Deen, “Per antiche strade. Un viaggio nella storia d’Europa.” ed. 2020


                                                            vento del Nord
             romanzo on the road


Mathijs Deen, “Per antiche strade. Un viaggio nella storia d’Europa.
Ed. Iperborea, trad. Elisabetta Svaluto Moreolo, pagg. 480, Euro 18,50

    Ricordo un libro di James Baldwin, “Se Beale Street potesse parlare”. Ecco, se le strade potessero parlare, quante storie, quante persone, quanti drammi si sono consumati sulle strade. Quanti sogni, quanti nuovi orizzonti. Perché quella della strada è la metafora migliore per parlare della vita.
     “Questa è la E8”, disse mio padre, “che va da Londra a Mosca.” Il padre di Mathijs Deen è al volante dell’automobile con cui la famiglia sta andando a trovare i nonni nella casa del bosco, sulle colline di Utrecht. Mathijs è un bambino, seduto in mezzo ai due fratellini sul sedile posteriore. E la strada non è più associata soltanto alle piccole storie tipo ‘lessico famigliare’ da automobile che la costellano- la fattoria fantasma, l’albero dell’impiccato, i dossi che la Due Cavalli affrontava baldanzosa per poi lanciarsi in un salto che faceva strillare i bambini di gioia e di paura-, adesso ha un altro fascino, ha un nome che è una sigla, collega due città circonfuse da un’aura mitica.

     E’ la strada il nesso che collega le storie del romanzo, singolare diario di viaggio, dello scrittore olandese Mathijs Deen, per farle diventare una straordinaria Storia d’Europa seguendo le orme di piedi fino ad arrivare al morso degli pneumatici dei primi bolidi su quattro ruote: in un tempo più lento si moriva sulle strade per stanchezza, fatica e malattie, ora che il tempo ha avuto un’accelerata si muore per velocità. Più lontano è il passato e più è incerta la ricostruzione dei percorsi dei viandanti- di certo i primi uomini che arrivarono in Europa venivano dall’Africa, come dicono i resti degli scheletri ritrovati dell’homo erectus, quanto poi al grosso calderone fabbricato dai Traci sulle rive del Danubio, come ha fatto ad arrivare migliaia di chilometri più a Nord in una palude della Danimarca?
Sulla Bisanzio-Roma (e parliamo del 207 d.C.) imperversa un audace brigante che si fa chiamare Bulla Felix, una sorta di Robin Hood della via Appia, mentre dalla lontanissima Islanda (1025 d.C.) si muove Guđriđur per andare in pellegrinaggio a Roma (una delusione), un ebreo errante fugge dall’Inquisizione e si muove dal Portogallo in direzione di Amsterdam (è il 1653) su una strada che attraversa i Pirenei, via di fuggiaschi nei secoli, il povero Coenraad Neel, arruolato nell’esercito di Napoleone nonostante soffra di asma, marcia per mesi per arrivare dall’Olanda a Mosca nel 1812, ritornandone più morto che vivo. E finalmente saliamo sulle automobili per raccontare le ultime due ‘storie di strada’. È l’inizio del secolo, le gare automobilistiche si fanno su strada.
Nel 1902, Marcel Renault vinse la gara Parigi-Vienna coprendo il percorso in 15 ore e 47 minuti. Oggi, secondo i navigatori satellitari, occorrono 25 ore e 8 minuti per fare lo stesso tragitto che si chiama E54 da Parigi a Belfort e E60 da Belfort a Vienna- sono le denominazioni usate dal padre dello scrittore, quelle decise dall’idealismo post-bellico di creare una rete di strade europee per collegare tra loro i territori di ex-nemici. La strage della gara Parigi-Madrid, in cui solo 99 delle 174 auto iscritte alla corsa arrivarono a Bordeaux, segnò la fine di questo tipo di gara di velocità e l’inizio delle gare su circuito. Il cerchio di questi racconti, spezzoni della Storia d’Europa, si chiude con un viaggio di andata ma soprattutto di ritorno, quello del marocchino Mohamed che, dopo aver vissuto nei Paesi Bassi, era tornato a vivere in Marocco per aiutare altri migranti di ritorno a destreggiarsi con la burocrazia olandese.

     In un arco di tempo che va dal Pleistocene ai nostri giorni, seguiamo i passi di viandanti diversi, in paesi diversi, alla scoperta di culture diverse. Viste idealmente dall’alto le  strade che essi percorrono formano una grande ragnatela in una trama meravigliosa e sottilmente collegata. Affascinante.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook
la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it


     

  


domenica 8 dicembre 2019

Fouad Laroui, “L’ultimo dei Sijilmassi” ed. 2019


                                                      Voci da mondi diversi. Marocco
                                                           romanzo di formazione

Fouad Laroui, “L’ultimo dei Sijilmassi”
Ed. Del Vecchio, trad. C. Vezzari, pagg. 321, Euro 17,00

    Un giorno, mentre si trovava a trentamila piedi di altitudine, Adam Sijilmassi si fece all’improvviso questa domanda:
-Che ci faccio qui?
     Un bell’incipit per un romanzo. Una domanda che l’ingegner Sijilmassi non è l’unico a farsi, che affiora alla consapevolezza dei tanti che, come lui, non riescono più a riconoscere se stessi, trascinati dal turbine di una vita convulsa che non lascia spazi per niente che non sia il lavoro. Per fare cosa, vani numi? Vendere bitume, comprare dell’acido solforico, pensare alla commissione dell’agente indiano. Miseria! E lo chiamano progresso…E Adam Sijilmassi prende una decisione- che non sarebbe mai più salito su un aereo. E naturalmente da questa decisione ne conseguirà un’altra. Darà le dimissioni (tra l’incredulità di tutti). E le conseguenze avranno un effetto valanga. Dovrà lasciare (subito) l’appartamento di lusso in cui abita. Scoprirà che la moglie non ama lui ma la posizione economica e sociale che lui fino ad ora era in grado di offrirle (infatti la moglie se ne torna a casa da sua madre). Andrà da uno psicanalista (su richiesta della moglie) che pensa che Adam abbia un esaurimento nervoso. Osserverà con occhio diverso la realtà che lo circonda, ne coglierà la naturalezza e avrà come un flash- la vita vera è altrove.

    Adam Sijilmassi, che aveva già fatto le grandi prove di che cosa significasse diminuire la velocità dei propri ritmi tornando a piedi dall’aeroporto a Casablanca (tutti lo avevano preso per matto), prende un’altra decisione: ritornerà alle origini, andrà a piedi fino ad Azemmour, la sua città natale. Fine della prima parte di questo romanzo dello scrittore marocchino Fouad Laroui che diventa un romanzo di formazione capovolto, un romanzo ‘on the road’ senza motociclette o automobili, in cui quella che poteva essere l’ammirazione di chi vedeva il viaggiatore passare su un bolide rombante, diventa lo stupore tinto di disprezzo nei confronti di un uomo che viene giudicato dalle apparenze- deve essere un poveraccio se neppure ha i soldi per un taxi o per noleggiare una macchina.

    La seconda parte del libro è una pausa di quiete, il riposo del guerriero che deve riambientarsi e ritrovare se stesso. Chi è lui, Adam Sijilmassi, il cui nonno era un haji perché aveva fatto il pellegrinaggio alla Mecca doveroso da parte di ogni buon musulmano? Adam ha frequentato il migliore liceo francese, gli viene più facile parlare in francese che in arabo, la sua mente è affollata da citazioni che derivano da letture occidentali- gli è possibile staccarsi da tutto questo, rinnegare la cultura che lo ha formato e ritornare alle origini?
     La realtà è che Adam non ha più niente in comune con la gente che ha sempre vissuto ad Azemmour e la terza parte del romanzo ne è una prova. È un personaggio talmente insolito da riuscire incomprensibile a chi gli è vicino. Lui non capisce loro (l’assurdità del venditore d’acqua che vende bottiglie d’acqua vuote) e loro non capiscono lui che ha abbandonato una vita di ricchezze e, in un crescendo di tragica comicità, l’ex ingegnere viene travolto da sospetti (pensano che possa anche essere un terrorista) e trascinato in sottili disquisizioni religiose con un parente fondamentalista.

   Non è una bella fine, quella dell’ultimo dei Sijilmassi che non a caso si chiama Adam, come il primo uomo. Ci fa riflettere. Perché la vicenda di questo uomo che decide di cambiare vita non riguarda solo lui che è, per di più, strattonato tra Oriente e Occidente, tra due culture diversissime a cui si è aggiunta quella globalizzata in cui vige la legge del mercato. Riguarda tutti quelli che hanno voglia di fermarsi e di indagarsi, di chiedersi se è vita quella che conducono, che hanno paura di arrivare alla conclusione dell’ultimo dei Sijilmassi, conduco una vita da idiota. Che non ha nessun senso.
   Ricco di richiami letterari e filosofici, triste e divertente.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook


   

lunedì 25 febbraio 2019

Erika Fatland, “Sovietistan” ed. 2018


                                                                       vento del Nord
            reportage
          la Storia nel romanzo


Erika Fatland, “Sovietistan”
Ed. Marsilio, trad. Eva Kampmann, pagg. 527, Euro 19,50

    Turkmenistan, capitale Ashgabat. La città di marmo bianco. I dittatori più megalomani.
   Kazakistan, capitale Astana, dove le temperature raggiungono i 40° sotto zero e gli edifici futuristici di Norman Foster svettano nel cielo. Il più ricco dei paesi dell’ex unione sovietica
     Tagikistan, capitale Dushanbe. Il più povero di questi paesi dell’Asia Centrale, nonostante il numero di Mercedes che si vedono per le strade: sono state rubate in Germania.
     Kirghizistan, capitale Bishkek. La nazione più libera e democratica fra queste cinque, l’unica in cui un presidente si è dimesso di sua volontà.
    Uzbekistan, capitale Tashkent, la città più grande. Bellissimo Uzbekistan con la mitica Samarcanda sulla via della seta. Che però ha avuto una delle peggiori dittature con il presidente Karimov (ora passato a migliore- o peggiore vita- e sostituito da Mirziyoyev).

     La scrittrice giornalista norvegese Erika Fatland ci conduce con sé nel suo viaggio alla scoperta dei cinque ‘stan’. Preparatevi. E’ un viaggio affascinante con la migliore guida e accompagnatrice possibile che riesce a raccontarci la storia di ogni paese, quella più lontana in cui ha le sue radici la cultura di ognuna delle repubbliche e quella più recente, durante e dopo il regime sovietico, e, nello stesso tempo, descrive quello che vede, fa parlare le persone che incontra, ci fa prendere parte alle sue esperienze- l’allucinante viaggio in treno (36 ore) in Kazakistan che le fa passare la voglia di fare mai l’esperienza della Transiberiana, la sensazione di essere sempre sotto l’occhio del Big Brother orwelliano in Turkmenistan così come quella (molto inquietante) che ci siano orecchie in ascolto ovunque in Uzbekistan, lo sconforto nel rendersi conto che in Tagikistan il 20% della popolazione sopravvive con meno di un euro al giorno, l’usanza scioccante del ‘ratto delle spose’ in Kirghizistan, i cibi insoliti che deve per forza fingere di apprezzare per non offendere l’ospitalità.

     Scopriamo tante cose, seguendo Erika Fatland nel suo viaggio. Impariamo tante cose nella maniera migliore in questo libro che è una sorta di reportage giornalistico che si legge come un romanzo, con il desiderio di voltare pagina, di sapere altro, di soddisfare la nostra curiosità. E di prendere un aereo ed andare anche noi, là, a vedere.
 Presente e passato si intrecciano di continuo (potrebbe essere altrimenti?)- “era pazzo da legare”, ha il coraggio di dire ad Erika qualcuno in Turkmenistan parlando del dittatore Nyyazov che aveva cambiato il suo nome in Turkmenbashi (il capo dei Turkmeni), si era nominato presidente a vita e aveva aggiunto al nome l’appellativo di Beyik, il Grande; elettricità, gas e sale gratis per tutti in Turkmenistan (e questo fa dimenticare che non esiste la libertà di stampa), il mito di Gengis Khan; la tremenda carestia e la collettivizzazione degli anni ‘30 in Kazakistan, dove però le dicono che “l’essere russo non è una nazionalità, ma una mentalità, una condizione”, le 456 bombe atomiche fatte esplodere a Semipalatinsk durante la Guerra Fredda e l’aumento dei casi di morte per cancro; le origini del Grande Gioco nel secolo XIX- la contesa tra britannici e russi per il potere e il controllo dell’Asia centrale…e altro, altro ancora, insieme alle fugaci descrizioni di paesaggi dalla bellezza incredibile, come sull’altopiano del Pamir, vicino alle stelle.

    C’è un ritornello costante che la gente ripete in tutti e cinque i paesi: “sotto l’Unione Sovietica si stava meglio”, perché è vero che l’unione Sovietica aveva tirato fuori dal Medioevo l’intera Asia centrale, e poi c’era poco ma era poco per tutti, la scuola e la sanità funzionavano- è una idealizzazione del passato o è veramente così?
      Un libro molto bello e molto interessante, con il pregio di una scrittura brillante che non rischia mai di annoiare. Da leggere, per chi vuole sapere, per chi ama viaggiare senza fare il turista, per chi viaggia con la mente e ama andare lontano.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook

la recensione e la successiva intervista saranno pubblicate su www.stradanove.it



mercoledì 8 novembre 2017

Colson Whitehead, “La ferrovia sotterranea” ed. 2017

                                 Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
    la Storia nel romanzo
    FRESCO DI LETTURA

Colson Whitehead, “La ferrovia sotterranea”
Ed. Sur, trad. Martina Testa, pagg. 376, Euro 20,00

      Mentre andate a tutta velocità guardate fuori e vedrete il vero volto dell’America. E’ quello che avevano detto a Cora e a Caesar, la prima volta che si accingevano a salire sul treno della ferrovia sotterranea che li avrebbe portati dalla Georgia schiavista verso la libertà. Il vero volto dell’America, però, non corrispondeva alle fantasie di Cora. Buio, buio, solo buio fuori dal finestrino del treno che corre nei tunnel scavati sotto terra.
     Bellissima e significativa sotto ogni aspetto, l’immagine creata da Colson Whitehead nel suo romanzo. Perché ha reso reale e concreta la via di fuga degli schiavi dagli stati del Sud, quella catena di supporto che rimandava di casa in casa, di nascondiglio in nascondiglio presso persone fidate, tappa dopo tappa, allontanandosi sempre più dal lavoro sotto la frusta nei campi di cotone, dalle punizioni arbitrarie e violente dei sorveglianti o dei padroni. Si è perfino parlato di messaggi ‘cifrati’ nelle composizioni delle coperte trapunte lavorate dalle donne. E’ un treno vero e proprio, quello che prendono i fuggiaschi di Whitehead. Ci sono delle stazioni a cui si arriva scendendo per scale ripide nascoste sotto una botola. Ma, se si deve giudicare l’America da quello che si vede dai finestrini, non c’è speranza di luce. Bisogna crederci, che si arriverà da qualche parte dove la vita sarà migliore e gli uomini saranno tutti uguali come dice la Costituzione.

    L’inizio del romanzo di Whitehead è nella piantagione dei fratelli Randall in Georgia e il primo personaggio di cui sentiamo parlare è diventato un mito, una spinta ad imitarla per i neri, la fissazione di uno smacco per i bianchi. Mabel, madre di Cora, è fuggita lasciando dietro sé la bambina che aveva solo dieci anni. Per quanto il temibile Ridgeway, cacciatore di schiavi, l’abbia cercata, non l’ha mai trovata. Mabel ce l’ha fatta. Cora non perdonerà mai a sua madre di averla abbandonata e di aver pensato solo a se stessa. Però, se Mabel ce l’ha fatta, anche la fuga di altri può avere successo.
   E’ la prima metà dell’800, negli stati del Nord i neri possono essere liberi e condurre una vita decente, in quelli del Sud è un inferno. Gli schiavi vengono venduti e acquistati come merce, sfruttati all’inverosimile, mantenuti in una condizione di analfabetismo, frustati a sangue per ogni minima infrazione, bruciati vivi per un tentativo di fuga. E le donne sono alla mercé della lussuria dei padroni. Quando Caesar propone a Cora di fuggire, lei dapprima rifiuta, poi succede qualcosa che le fa cambiare idea.

    “La ferrovia sotterranea” diventa un singolarissimo romanzo d’avventura on the road nonché un altrettanto singolare romanzo di formazione per la giovane Cora. Lei e Caesar saranno inseguiti da Ridgeway e dal suo orrendo compagno che indossa una collana di orecchie umane, troveranno rifugio presso abolizionisti generosi (alcuni di questi pagheranno con la vita l’aiuto che gli hanno dato), si renderanno conto che anche laggiù dove sembra che i neri siano considerati essere umani come i bianchi, la realtà non è così e la minaccia è più subdola e altrettanto crudele, continueranno a fuggire, diventeranno degli assassini per difendersi. E anche quando Cora approderà in quell’oasi di utopia che è la tenuta dei Valentine in Idaho, la serenità è solo apparente. Il fulmine che si abbatterà su quella comunità ideale incenerirà ogni speranza.

    Con uno stile pulito che non esagera nel fantastico e che non fa leva sulla compassione, l’epopea degli schiavi nel romanzo di Colson Whitehead ci impone di non dimenticare e di non negare. Forse non è un caso che Mabel, la schiava che è stata simbolo del successo nella fuga, motivo dell’odio pervicace di Ridgeway per la figlia Cora, riappaia poco prima della fine, smentendo però quello che di lei si era immaginato. La schiavitù non finisce mai, il razzismo permane, insidioso come il morso di un serpente di palude.

"La ferrovia sotterranea" ha vinto il premio Pulitzer 2017.


per contattarmi: picconem@yahoo.com

mercoledì 14 giugno 2017

Bodo Kirchhoff, “L’incontro” ed. 2017

                                            Voci da mondi diversi. Area germanica
       love story
       romanzo 'on the road'
       FRESCO DI LETTURA

Bodo Kirchhoff, “L’incontro”
Ed. Neri Pozza, trad. R. Cravero, pagg. 202, Euro 16,00


    Ci sembra di capire tutto subito, appena iniziamo a leggere “L’incontro” dello scrittore tedesco Bodo Kirchhoff. Lui, Julius Rheiter, non più giovane, si è occupato di libri tutta la vita. E’ un editore in pensione. Lei, Leonie Palm, ha superato la mezza età, aveva un negozio di cappelli (chi indossa più un cappello degno di questo nome ormai? Non ci sono più facce da cappelli- dice lei). Una sera Leonie suona il campanello della porta di Rheiter, vorrebbe parlargli. Non lo dice subito, ma è lei che ha scritto il libriccino che Rheiter stava sfogliando. Succede tutto molto velocemente. Iniziano a parlare, decidono di andare a fare un giro con l’automobile di Leonie, magari di andare a veder sorgere il sole. Però ci vorranno ore prima che sia l’alba, perché non spingersi oltre, perché non arrivare fino in Italia dove Leonie non è mai stata?
    Due persone sole si incontrano. Hanno la vita alle spalle, un viaggio in auto, di notte, invita alle confidenze, che però escono smozzicate. Un frammento della vita di Rheiter e un mozzicone di quella di Leonie. Se Leonie ha scritto quel libro che Rheiter si è portato dietro all’ultimo momento, è autobiografico? Parla di una ragazza che si è lasciata morire, sdraiata al freddo accanto ad un lago. La figlia di Leonie? A questo dramma della vita di lei corrisponde un dramma che forse fino ad ora Rheiter non aveva mai voluto considerare- un bambino che non era mai venuto al mondo, rifiutato da lui e dalla donna che poi lo aveva lasciato. Parole nella notte, ed è più facile parlare con chi non si conosce, al buio. Incominciamo a capire che c’è più di un viaggio in questo insolito romanzo on the road.
Insolito perché non c’è l’ebbrezza della spavalda avventura giovanile, al suo posto c’è la consapevolezza che tutto quello che si sta facendo, quell’avanzare verso nuove mete senza un programma preciso, potrebbe essere l’ultima possibilità che abbiamo. E allora c’è un filo di tristezza e di rimpianto. E’ un viaggiare in avanti girandosi ogni tanto indietro, per non ripetere errori già fatti. E’ un triplice viaggio per entrambi, per Rheiter e Leonie- quello sull’autostrada che li porterà fino in Sicilia superando una meta prefissata dopo l’altra, come si trattasse di una corsa ad ostacoli, quello della conoscenza reciproca (con esito prevedibile) e quello della conoscenza di sé che finirà per allontanarli. E scopriamo anche che ‘l’incontro’ del titolo forse non si riferisce solo a quell’incontro iniziale fra l’editore e la cappellaia- ci sono altri due incontri che trasformano interamente il romanzo, dando tutt’un altro significato alla definizione stessa ‘on the road’.

   Sono veramente ‘on the road’, hanno mangiato la polvere della strada i profughi che sbarcano sulle coste della Sicilia, sono sopravvissuti ad esperienze terribili, altro che le allegre avventure dei soliti viaggiatori. Se in passato Rheiter e Leonie hanno affrontato il problema della sopravvivenza- al disinteresse di un padre letterato, alla fine di rapporti con compagne o marito, alla morte di una figlia adulta e di una non nata, alla chiusura di un negozio o di una casa editrice-, ora si devono confrontare con il vero problema della sopravvivenza, della lotta quotidiana per vivere, per cavarsela. Come reagiscono, Rheiter e Leonie, all’incontro con la ragazzina vestita di uno straccio rosso in cui Leonie, in una qualche maniera, rivede sua figlia, e poi con un terzetto di nigeriani- marito, moglie e un neonato- che aiutano provvidenzialmente Rheiter?
     Dopo l’amore tardivo, descritto con molta delicatezza e un pizzico di humour, dopo gli squarci di abbagliante bellezza che si aprono sul paesaggio italiano- la luce, il colore, l’azzurrità del mare- in contrasto con il freddo grigiore tedesco, la tragedia di altri irrompe nella vita dei due protagonisti obbligandoli ad uscire dal loro egocentrismo, a porsi delle domande, a cercare di ritagliarsi un minuscolo ruolo in quello che sta accadendo ogni giorno nel mondo.



     per contattarmi: picconem@yahoo.com