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lunedì 20 maggio 2024

Stephen Crane, “Il segno rosso del coraggio” ed. 2023

                     Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

                                            guerra di secessione americana

                                                     romanzo di formazione

Stephen Crane, “Il segno rosso del coraggio”

Ed. Sellerio, trad. Alessandro Barbero, pagg. 253, Euro 14.00

      Si chiama Henry Fleming, il giovane protagonista di questo classico (assolutamente da leggere) della letteratura americana. E tuttavia di lui si parlerà sempre come de ‘il ragazzo’, così come gli altri personaggi saranno identificati come ‘il soldato alto’, ‘il soldato stracciato’, ‘il soldato che parlava forte’. 

Il breve romanzo inizia quando il ragazzo decide di arruolarsi. “Non fare lo scemo”, gli dice la madre incredula, per poi fargli le raccomandazioni di ogni madre, “non dimenticarti i calzini e le camicie”, “pensa solo a fare la cosa giusta”, “stai attento e fai il bravo”.

    Poi Henry si trova catapultato in un altro mondo fatto di rumori e colori, di giubbe blu e di giubbe grigie. Fatto di colori, prima di tutto, e il colore dominante è il rosso. Il sole al tramonto tinge il cielo di rosso, l’aria stessa sembra essere colorata di rosso, perfino il rumore dei cannoni è rosso, rosso è il sangue dei feriti- quanto vorrebbe, il ragazzo, essere ferito e avere anche lui, come un’insegna al valore, una traccia di sangue, “il segno rosso del coraggio”. Il ragazzo scopre di non essere affatto coraggioso e, nella battaglia che dura due giorni e una notte, arriva a convincersi che non è certo l’unico ad avere paura, anzi, forse è una manovra intelligente, ripiegare avendo capito che gli unionisti stanno perdendo.


Dovrà mentire, il ragazzo, dovrà fingere di aver perso il suo reggimento, di essere stato ferito di striscio alla testa da una pallottola (è stato invece un banale incidente) lasciandosi fasciare e accudire. Il suo diventare grande passa per lo spettacolo sconvolgente della morte, da quella del soldato che stava camminando al suo fianco alla marea di corpi accasciati sul campo di battaglia, passa per la rivelazione che non c’è eroismo nella guerra, che la parte più facile è quella dei generali o degli alti gradi dell’esercito che non si espongono in prima linea, e che, se c’è eroismo, è nel vincere la paura.

   Sono due le battaglie che si stanno combattendo su quel campo su cui aleggia il fumo degli spari- quella dei blu contro i grigi (il volto del nemico non è mai messo a fuoco) e quella contro il se stesso oscuro, la parte di sé che si vorrebbe tenere nascosta. Dopo la vittoria il ragazzo sente di essersi ‘liberato dal rosso malessere della battaglia’- la battaglia è come una malattia e il colore (sempre il rosso del sangue) è lavato dalla pioggia che scende, il paesaggio riprende i suoi colori mentre ‘sopra il fiume un raggio di sole si aprì una strada dorata attraverso il plumbeo ammasso di nuvole.’


    “Il segno rosso del coraggio” fu dapprima pubblicato a puntate nel 1894 e poi in volume l’anno seguente. La guerra di secessione si era svolta tra il 1861 e il 1865 e Stephen Crane era nato nel 1871- non aveva una conoscenza diretta della guerra e ne scrisse un trentennio dopo la fine. Il fatto che non ci sia niente di precisato, né il tempo, né il luogo, né alcun nome dei generali, rende questo romanzo universale, lo trasforma in un classico della letteratura di guerra, una voce potente quanto il ruggito dei cannoni contro ogni guerra.



mercoledì 27 aprile 2022

Sebastian Barry, “Mille lune” ed. 2022

             Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

              romanzo storico

Sebastian Barry, “Mille lune”

Ed. Einaudi, trad. Anna Rusconi, pagg. 224, Euro 19,00

 

    Per sua madre il tempo non era una linea retta ma un anello, un cerchio. A camminare abbastanza potevi incontrare persone che erano vissute tanto tempo prima- mille lune insieme. Erano le lune a segnare il tempo.

Sua madre era un’indiana lakota, una tribù dei Sioux, era una donna coraggiosa quanto un uomo ed era stata uccisa dai soldati, come tutti gli altri membri della sua famiglia. Lei, Winona, aveva sette anni e si era salvata. Dopo era stata affidata a John Cole e Thomas McNulty ed era diventata come una figlia per loro.


    Sono Winona. All’inizio ero Ojinjintka, che significa rosa. Inizia così il romanzo “Mille lune “ di Sebastian Barry, con una protagonista strappata dalla sua gente, dalla sua cultura e dalla sua lingua- la perdita del nome, troppo difficile da pronunciare, è la perdita della sua identità indiana. Ojinjintka diventa Winona che significa ‘la primogenita’, ma lei non è una primogenita e la falsità di un nome è anche la falsità di quello che deve diventare. È lei, Winona, a narrare la sua storia. Lei, consapevole di non essere niente e nessuno, di valere di meno della schiava liberata che lavora nella fattoria dei due soldati che avevano combattuto per l’Unione pur essendo di uno stato del Sud, il Tennessee. Qualunque reato venga commesso contro un indiano non è perseguibile- agli occhi della città non ero che cenere di un falò indiano.


      Ci sarà presto un reato, seguito da un altro e poi da un altro ancora che sembra un’esecuzione. Winona, che ha imparato a leggere, scrivere e fare di conto con gli insegnamenti di John Cole (anche lui ha sangue indiano tra i suoi antenati), tiene la contabilità per l’avvocato della cittadina Paris ed è corteggiata dal commesso dell’emporio, un ragazzo dai capelli rossi la cui famiglia viene dalla Polonia. Un ragazzo bianco. Il colore della pelle è importantissimo nel Tennessee del 1870. La guerra civile è finita da poco, il paese sente la spaccatura tra l’Est, che ha combattuto per Lincoln, e l’Ovest. I bianchi spadroneggiano, sotto di loro ci sono i neri ex schiavi ancora a disagio nella nuova condizione e poi, come ha detto Winona, gli indiani. Il ragazzo polacco ha intenzioni serie, parla di matrimonio. Ma una sera Winona ritorna a casa ‘rovinata’. Non ricorda nulla, non sa chi l’ha violata, il vestito da sposa viene messo via.


     Se la legge non prevede nessuna punizione per il reato di stupro, è lecito farsi giustizia da soli? Le acque si intorbidano, la pista è confusa, un nero viene selvaggiamente picchiato, qualcuno dà alle fiamme la casa dell’avvocato presso cui lavora Winona, uomini incappucciati si aggirano sulla scena.

     Ritroviamo in questo romanzo i due protagonisti di “Giorni senza fine”- Thomas McNulty che a quindici anni aveva lasciato l’Irlanda flagellata dalla carestia e, approdato in America, aveva incontrato John Cole, un ragazzino suo coetaneo con sangue indiano. Il libro, tuttavia, non è un seguito e si legge come un romanzo a sé, con la nuova voce narrante della ragazza indiana. Lei scampata ad una strage, McNulty scampato alla morte di fame, tutti e tre legati da un amore che fa di loro una famiglia, anche se insolita. Perché “Mille lune” è tanti romanzi insieme. È un romanzo storico su un periodo confuso della storia d’America in cui è tutta la nazione che si indaga sulla propria identità, proprio come fa il personaggio di Winona. Si può cancellare il passato dei nativi e quello degli schiavi negri? Identità culturale e identità di genere, perché “Mille lune” è anche un romanzo d’amore e l’amore non è solo quello tra uomo e donna, è anche quello tra due uomini o tra due giovani donne o tra due uomini e una figlia adottiva.

     Ottima l’ambientazione del romanzo e anche il linguaggio dal gusto immediato e spontaneo della ragazzina per cui l’inglese non è la lingua madre.

lunedì 17 maggio 2021

Alessandro Barbero, “Alabama” ed. 2021

                                                                     Casa Nostra. Qui Italia

guerra di secessione americana

Alessandro Barbero, “Alabama”

Ed. Sellerio, pagg. 262, Euro 15,00

 

    Nella casa del vecchio ci sono degli almanacchi su uno scaffale. L’ultimo porta la data del 1936. Si parla della guerra nel Pacifico nei giorni in cui la ragazza ascolta il vecchio soldato, uno degli ultimi ancora in vita che abbia preso parte ad una battaglia durante la guerra di secessione su cui lei deve fare una ricerca. Nella lettera di un testimone, datata 1863, questi raccontava di aver visto massacrare dei negri disarmati.

    Siamo in Alabama, uno degli stati del Sud degli Stati Uniti la cui economia si era sempre basata sulle coltivazioni di cotone e sul lavoro dei negri. Possiamo quasi vederlo, il vecchio con il cappello in testa, seduto sulla sedia a dondolo sul portico, con una presa di tabacco in bocca. La ragazza che prende appunti era venuta a sapere che, dei 13 veterani vivi, solo 4 avevano combattuto la battaglia che la interessava. Il vecchio sarebbe stato ancora abbastanza lucido da ricordare? Si sarebbe vergognato?


    Anche la ragazza è del Sud: là, al Nord dove è andata a studiare, le sembrava perfettamente normale sedersi a pranzo accanto ad un negro. Qui, in qualche maniera, è diverso e vedremo un radicato razzismo affiorare nelle sue reazioni, suo malgrado.

   È il vecchio a parlare, per la maggior parte del romanzo. Racconta. I frammenti del passato si mescolano alla rinfusa. Un nome dopo l’altro. Molti soprannomi. Marce sotto il peso degli zaini alleggeriti passo dopo passo di tutto il superfluo. Come i libri della Bibbia. Come le baionette. Il rancio che sarebbe dovuto durare più di un giorno divorato in una volta sola. Scherzi tra commilitoni. Pettegolezzi. Un tal Byrd che era un ‘domatore’ di negri. Lo stesso Byrd che si era comprato una negra che potesse fungere da ‘fattrice’ così lui si era arricchito. Disprezzo per gli yankees. L’uomo di Cincinnati che diceva che al Sud non sapevano neppure che cosa volesse dire lavorare, che per loro l’unico lavoro che un uomo d’onore potesse fare era starsene seduto e dare ordini ai suoi negri. Stonewall Jackson (il generale Thomas Jonathan Jackson  così chiamato per aver resistito all’attacco degli unionisti nella battaglia di Bull Run), nominato spesso come un eroe. Quel Lincoln, invece, era un uomo che non poteva portare che sciagura.


       La ragazza pensa che il vecchio non arriverà mai al ‘dunque’, che non parlerà mai di quei negri a cui avevano sparato in faccia. E anche lei ricorda, mentre lui parla. E ci offre, a gocce nel lungo racconto della guerra, il punto di vista dai suoi giorni ormai lontani da quella guerra ma che non è poi molto diverso da quello diffuso negli stati confederati di allora. Ricorda quanto le ha detto suo padre, che mette in dubbio che la strage dei negri sia veramente accaduta, le parole di un compagno al college che si rivolge a lei con un ‘voialtri del Sud’, dicendo che loro non cambieranno mai e forse non vogliono cambiare- e lei pensa che sì, è vero, a loro piace vivere come dei bianchi. Senza rendersi conto dell’enormità di questo pensiero, come se ‘vivere’ avesse un’accezione diversa secondo il colore della pelle. Pensa alla negra ‘fattrice’ e si chiede che cosa avrebbe fatto lei. Assurdo anche solo pensarlo, perché ‘quelle sono negre, non sono come noi’.

    Quando il vecchio arriva a raccontare quello che interessa alla ragazza, ci dedica poche parole. È ben lontano da provare vergogna. Dopotutto erano dei negri che avevano imbracciato il fucile contro i loro padroni.

    Questa che abbiamo letto è una storia antica, di più di un secolo e mezzo fa. Eppure il suo eco riverbera fino a noi. Quando la ragazza riflette, ‘ammazzare, lo sapevano fare’, ‘il fucile ce lo hanno tutti, lo maneggiano fin da bambini’- noi pensiamo ai continui episodi di uccisioni in America, dove sembra proprio che tutti abbiano un’arma nel cassetto, dove i neri sono ancora diversi dai bianchi.

   La ragazza senza nome è, però, sconvolta da quello che ha ascoltato. Il capitano Pollock, dopo la vicenda dei negri massacrati, si era dato al bere e si era poi ucciso. La ragazza ha visto il cuore di tenebra di cui parla Conrad- ‘quando mi sono affacciata sull’abisso, ho rischiato di precipitare anche io’.

Si è salvata.

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la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it