mercoledì 29 giugno 2016

Viveca Sten, “Nel nome di mio padre” ed. 2016

                                                                       vento del Nord
        cento sfumature di giallo
        FRESCO DI LETTURA

Viveca Sten, “Nel nome di mio padre”
Ed. Marsilio, trad. Alessia Ferrari, pagg. 350, Euro 15,73


       Sandhamm. Una delle isole dell’arcipelago di Stoccolma. Un luogo idilliaco per le vacanze (almeno, così sembra). Gli abitanti fissi sono poco più di un centinaio e si conoscono tutti, un migliaio di villeggianti sbarcano sull’isola d’estate, riaprendo le case rimaste chiuse durante l’inverno. Che è lungo e molto freddo- la temperatura scende anche a venti sotto zero e il mare diventa una lastra di ghiaccio.
    Una mattina sul presto una madre, andando in cucina a prepararsi il caffè, si accorge che mancano le scarpe della figlia tra quelle allineate nell’ingresso. Tuffo al cuore, seguito dal pensiero che probabilmente Lina si è fermata a dormire dalla sua amica. Lo fa spesso, però in genere avvisa. Aspetta le otto per telefonare e avere una conferma, è una mamma ansiosa. E no, Lina non è a casa dell’amica. Si sono salutate alle dieci della sera prima. Lina è scomparsa. Le ricerche della polizia non portano a nessun risultato. Mesi dopo, sono dei bambini che giocano a nascondino a trovare un braccio. L’orologio al polso è già sufficiente per identificarne l’appartenenza. La madre vuole credere che la ragazza sia ancora viva, anche se mutilata. E’ l’unica a sperarlo.

    Non ci sono grandi sorprese nel ‘giallo’ di Viveca Sten. E neppure una forte tensione. La trama segue due filoni narrativi, uno nel presente e uno nel passato. I personaggi del presente sono l’ispettore Thomas Andreasson che si è separato dalla moglie dopo la morte della loro bimba di solo tre mesi e Nora, sua amica di sempre, che si è rifugiata sull’isola perché in crisi matrimoniale (sono stati i due bambini di Nora a fare la macabra scoperta nel bosco). Nel passato, agli inizi del ‘900, Gottfrid sposa una bella ragazza, ma l’amore finisce molto presto- Gottfrid è un fanatico osservante della Bibbia, un padre padrone che picchia senza pietà, per la più piccola mancanza, il figlio maschio primogenito mentre vizia la figlia minore. Capiamo presto che ci deve essere un collegamento tra questi tristi rapporti familiari del passato e quanto è accaduto a Lina, che l’episodio di una ennesima punizione agghiacciante (anche in senso letterale) è il punto di volta verso una vendetta consumata a freddo (perdonate il gioco di parole). In una maniera sottile siamo spinti a paragonare un legame di coppia di un secolo fa con quelli dei due personaggi principali del presente- tenendo conto delle differenze economiche, culturali e sociali, c’è molta diversità nelle difficoltà della vita in comune, nel trovare un accordo, nell’inserire la presenza o l’assenza dei figli nella coppia?
     C’è poco di originale nel romanzo di Viveca Sten. Perfino i suoi personaggi assomigliano ad altri che abbiamo già conosciuto nei libri dei tanti scrittori e scrittrici di gialli nordici. L’ambientazione è molto bella- questo glielo riconosciamo- e la trama scorre in una lettura agevole senza grandi scossoni, con i brividi che il gelo del lungo inverno di Sandhamm ci trasmette a più di duemila chilometri di distanza.




martedì 28 giugno 2016

Simonetta Agnello Hornby, “Boccamurata” ed. 2007

                                                                Casa Nostra. Qui Italia
       romanzo 'romanzo'
       il libro ritrovato

Simonetta Agnello Hornby, “Boccamurata”
Ed. Feltrinelli, pagg. 270, Euro 15,00  



    Tito non aveva sonno. Mariola si era riaddormentata subito, ma era irrequieta; il suo respiro regolare, intercalato da leggeri sospiri, anziché irritarlo lo confortava: non era solo. Ora Tito pensava a se stesso. Che ruolo aveva avuto lui, nell’amore tra suo padre e sua madre? Si chiedeva. Era stanco di tormentare la memoria dolorante. Ma doveva, bisognava.

      Che espressione vivida, “boccamurata sono!”, per indicare una promessa di silenzio invincibile, a difendere un segreto che tale deve restare. Per il bene di tutti, anche se a volte il bene di uno può sembrare il male dell’altro. E’ la storia di un segreto il nuovo romanzo di Simonetta Agnello Hornby, “Boccamurata”, in cui il personaggio principale è un uomo, a differenza dei due romanzi precedenti, “La mennulara” e “La zia marchesa”, di cui questo si presenta come il conclusivo di un’ideale trilogia siciliana. Ma è veramente Tito il protagonista?

    Certamente lo è all’inizio, nel capitolo intitolato “Il compleanno di un pater familias soddisfatto” (e apprezziamo l’uso, che sembra essersi perso per lo più, di dare ad ogni capitolo un titolo che lo scolpisce, anticipandone il soggetto): un uomo sulla sessantina, circondato dalla moglie, dalle due figlie e dal figlio, dai generi, dalla nuora e dai cinque nipotini, padrone di un pastificio la cui conduzione è ora affidata al figlio, residente in una villa con giardino, proprietà avita della famiglia. C’è anche una zia, a cui Tito è devoto, una donna anziana ma dall’intelletto ancora acuto e vivace con la quale Tito si consulta giornalmente per gli affari del pastificio, o anche per confidarle i problemi famigliari. E la zia Rachele acquista lentamente una posizione di rilievo all’interno del romanzo, fino a diventare lei stessa la protagonista. Lei e la storia che nasconde, rivelata dalla penna abile della Agnello Hornby in flashback con le parole delle lettere che Rachele aveva scritto all’amica del collegio e  che molto opportunamente il figlio di questa restituisce a Tito, approfittando di un viaggio in Sicilia, ampliando poi questi ricordi di carta con altre scene che sembrano passare nella mente di Rachele stessa. E Rachele si aggiunge alle altre due donne straordinarie dei romanzi precedenti, donne ardite e passionali, intelligenti e sensibili. Che sanno amare. Indimenticabili.
   Perché l’amore è uno dei due leit motiv del romanzo, amore coniugale con diverse facce (bello l’affetto pacato, riscoperto come amore, tra Tito e la moglie, burrascoso quello di una delle figlie, opaco quello dell’altra, “sappi che l’amai immensamente”- aveva detto il padre a Tito, riferendosi alla madre di questi), amore fraterno e incestuoso, amore omosessuale con apertura all’altro sesso, desiderio fisico del corpo. E il personaggio della badante rumena concupita da Tito introduce bene l’altro filo conduttore, quello dei rapporti genitori-figli (Dana ha lasciato il figlio bambino in Romania per venire a lavorare in Italia; gelosie serpeggiano tra i tre figli di Tito) e di che cosa voglia dire crescere senza uno dei genitori, non conoscendone l’identità: chi era la madre di Tito? Chi era il padre del visitatore, il figlio dell’amica di zia Rachele? Sarà questo il segreto finalmente svelato.

    Sullo sfondo una Sicilia moderna della ricca e colta alta borghesia illuminata, profumo di zagare e niente mafia, pochissimo dialetto e, al suo posto, suggestioni di altri paesi da personaggi che hanno viaggiato e conoscono altri mondi. E tuttavia ci sembra meno incisivo, questo terzo romanzo della pur brava Agnello Hornby, un poco dispersivo con i molti personaggi la cui presenza pare a volte forzata. Certamente migliore la seconda parte, densa e sofferta.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it



                                                             

lunedì 27 giugno 2016

Allen Eskens, “Al posto di un altro” ed. 2016

                         Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
cento sfumature di giallo
FRESCO DI LETTURA

Allen Eskens, “Al posto di un altro”
Ed. Neri Pozza, trad. M. Togliani, pagg. 317, Euro 15,30


     Un incidente d’auto spettacolare, di quelli che hanno un risvolto piccante per la modalità in cui è avvenuto: l’uomo al volante che ha perso il controllo dell’auto passando nell’altra corsia stava facendo tutt’altro che badare alla guida, quello che stava andando tranquillo per la sua strada a velocità regolare è rimasto vittima di un piacere non suo. Ha fatto a tempo  a pronunciare poche parole, “Trovatela, prima che loro trovino lei”. Impossibile capire che cosa intendesse, sennonché, non appena si cerca di rintracciare qualche suo parente per informarlo della morte, viene fuori che quello che appare sui documenti non è il suo nome, bensì quello di un amico: Jericho Pope ha preso il posto di James Putnam. Il che pone una serie di interrogativi: perché, tanto per incominciare? E che fine ha fatto il vero James Putnam? E a questo punto anche le frasi smozzicate dette da Jericho/Putnam in punto di morte risuonano sinistre.

    Il tema dello scambio di identità ha offerto infiniti spunti alla narrativa e al cinema (ricordo, uno per tutti, “Il talento di Mr. Ripley” dal romanzo di Patricia Highsmith interpretato sul grande schermo da dei giovanissimi Matt Demond, Jude Law e Gwyneth Paltrow), con altrettante infinite possibilità di esplorare motivazioni e conseguenze. In “Al posto di un altro”, secondo romanzo di Allen Eskens dopo l’ottimo “Verità nascoste”, il protagonista non è, tuttavia, l’uomo dai due nomi. Non potrebbe esserlo, visto che è morto, e interessa soprattutto perché, da quando Jericho è risuscitato con il nome di Putnam (perché ufficialmente era già morto in un altro incidente su un gommone esploso in mare), inizia una caccia alla cieca per trovare qualcosa. E i cacciatori sono un poliziotto, Alexander Rupert, e un mercenario, Drago Basta.
    Alexander Rupert, poliziotto di Minneapolis come suo fratello Max, sta attraversando un periodo di crisi. Deve comparire davanti al gran giurì perché accusato di corruzione. Alexander nega, è bravissimo a mentire, ma è veramente colpevole di appropriazione indebita, è la sua parola contro quella del collega che lo accusa. E poi, dapprima sospetta, poi ha le prove (non per niente è un poliziotto) che la moglie lo tradisce. Se riuscisse a risolvere il caso Jericho Pope/James Putnam, forse risalirebbe anche dalla spirale che lo sta inghiottendo.

    Drago Basta era conosciuto nei Balcani come ‘la Bestia’. La scena in flash-back in cui Drago ha solo quindici anni quando degli albanesi entrano a forza in casa sua, è agghiacciante. L’uomo spietato, glaciale, sanguinario, è nato in quel momento. E’ il pericolo alla massima potenza perché è freddo, calcolatore, senza scrupoli, uccide chiunque gli intralci la strada, senza neppure guardare chi sia.
    Anni prima era successo qualcosa sullo yacht che aveva a bordo personaggi importanti del governo ma anche Drago Basta con un altro nome e Jericho Pope in qualità di ufficiale di marina. Erano state fatte salire anche due ragazze, due escort, che però erano state portate a riva prima che il gommone si allontanasse nuovamente con uno dei due uomini del governo e Jericho. Poi l’esplosione. O almeno così era stato riferito alla polizia. Che cosa era successo? Se Jericho non era morto, che cosa aveva da nascondere per nascondersi lui stesso?

    “Al posto di un altro” si legge in un fiato perché la tensione è altissima ed è impossibile interrompere la lettura. La caccia ‘al tesoro’, tanto ambito per diversi motivi da Drago e da Alexander, non è facile- Jericho è stato abile nel nasconderlo, conoscendo la sua carica esplosiva, avendo anche sperimentato l’efferatezza delle persone che si sarebbero mosse sulle sue tracce. E quando Drago entra in azione, c’è una escalation di violenza, un contagio di violenza- è una carneficina.
    Belli i personaggi dei due fratelli poliziotti, buona la trama, intriganti gli espedienti tecnologici usati da Drago Basta (ne è passata di acqua sotto i ponti dai tempi di Agatha Christie!), ogni tanto qualche caduta dal buon gusto in un libro perfetto per le vacanze.

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net



    

domenica 26 giugno 2016

Angela Carter, “La bottega dei giocattoli” ed. 2002

                           Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

             il libro ritrovato

Angela Carter, “La bottega dei giocattoli” 

Ed. Fanucci, pagg. 219, Euro 12,90 


     Ha gli elementi di una favola l’inizio de “La bottega dei giocattoli”, il romanzo della scrittrice inglese Angela Carter a cui è stato aggiudicato il premio Jon Llewellyn Rhys nel 1967. Tre ragazzini in una splendida villa, affidati a una governante. Restano orfani. Non c’ è una matrigna cattiva, ma un “patrigno” cattivo, sotto le vesti dello zio. C’ è una sorta di incantesimo malvagio perché la zia è diventata muta dal giorno in cui si è sposata. E a questo punto, con i ragazzi che si trasferiscono nella squallida casa dello zio, si aggiungono altri elementi a quello favolistico e il romanzo diventa romanzo gotico, romanzo di iniziazione sessuale, con accenni alla politica e un dramma catartico finale. 

Perché lo zio fabbrica giocattoli, allestisce spettacoli di burattini e manovra le persone della sua famiglia come burattini. Ad iniziare dalla moglie muta a cui ha regalato una collana che le stringe il collo come un collare. Ai due fratelli della moglie, che sono come due servi ribelli. E qui c’ entra la politica, perché la famiglia della moglie è irlandese e la loro nazionalità è continuamente sottolineata da dettagli come il colore rosso dei loro capelli, o la musica che suonano, o la spilla a forma di arpa di uno di loro.
Melanie, la ragazza più grande, è attratta da uno dei fratelli, anche se è brutto, sporco e puzzolente. Ma lei ha 15 anni e l’ attrazione è verso il maschio e sarebbe attratta da chiunque. E anche la sua iniziazione sessuale è manovrata dallo zio burattinaio che mette in scena uno spettacolo con Melanie nella parte di Leda stuprata dal cigno. Era quello a cui la ragazza si preparava, con curiosità e un filo di malizia, da quando aveva indossato per gioco l’abito da sposa della mamma, la sera prima che arrivasse il telegramma con la notizia della morte dei genitori. L’ atmosfera si fa sempre più cupa nella casa dello zio, si avvertono misteri dietro quelle porte chiuse come nella casa di Barbablù, c’è un altro legame amoroso che scatenerà l’ira dello zio. D’ altra parte i capelli rosso fuoco dei tre irlandesi non potevano portare ad altro che a quelle fiamme finali che distruggono la casa. Brucia tutto, strano che l’ unico pensiero di Melanie sia per il suo orso di pezza, il ricordo della sua infanzia, “finito. Tutto è finito”. Melanie è un’ adulta.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net








sabato 25 giugno 2016

Angela Carter, “Figlie sagge” ed. 2016

                               Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
     FRESCO DI LETTURA



Angela Carter, “Figlie sagge” 
Ed. Fazi, trad. R. Bernascone e C. Iuli, pagg. 257, Euro 15,30

  Questo è un romanzo deliziosamente folle. Una commedia con una tinteggiatura tragica. Una rivisitazione di commedie e tragedie scespiriane, con un personaggio ‘larger than life’, come si direbbe in inglese, eccessivo, che porta sulle scene le opere del Bardo. Una giocosa riflessione sul tema della gemellarità, del doppio, dell’identità, dell’eredità genetica, del figlio bastardo. Sulla presenza, o soprattutto sull’assenza, del padre. Amleto, Re Lear, Riccardo III- sono solo tre dei modelli scespiriani. E se (come chiede un attore di varietà nel romanzo), ‘non fosse lui il padre?’. Quante sofferenze risparmiate, quanti esiti diversi. Mentre Dora Chance ci racconta la storia della famiglia Hazard, sullo sfondo scorre un secolo di Storia, con due guerre mondiali, insieme anche ad una storia bastarda, quella dello spettacolo, con i riflettori che si spostano dall’Inghilterra a Hollywood, sul palcoscenico del grande teatro e su quello del vaudeville e del cinema (non sono entrambi, questi due, figli bastardi del grande teatro?).

    Dora Chance incomincia a raccontare il giorno in cui lei e la sorella gemella Nora compiono 75 anni- è il 23 di aprile, data di nascita  (per convenzione) di William Shakespeare, data di nascita del padre che non le ha mai riconosciute, Melchior Hazard, il più grande interprete delle opere di Shakespeare, che, nello stesso giorno compie 100 anni. E infatti il libro culmina nella grandiosa festa di compleanno di Melchior abbigliato come Shakespeare in un famoso quadro. La storia della famiglia Hazard (osservate i cognomi, diversi eppure con significati che si sfiorano, caso o possibilità e rischio) incomincia però da molto più lontano, dalla coppia di attori nonni di Dora e Nora, lui molto più anziano di Estella dai capelli rossi e dal nome dickensiano. Recitavano “Othello” quando Estella aveva tradito il marito con l’attore che interpretava Cassio (con chi, altrimenti?) e aveva fatto la fine di Desdemona.
Di chi erano figli i gemelli Melchior e Peregrine? E comunque sono solo i primi di una serie di coppie di gemelli- Dora e Nora (di certo figlie di Melchior e di una camerierina che era morta di parto), Saskia e Imogen (hanno i capelli di fiamma, potrebbero essere figlie di Peregrine, il gigante gemello di Melchior dai capelli rossi), Tristram e Gareth (la madre è la seconda moglie di Melchior, ma il padre?), e due gemellini figli di Gareth e di chissà chi che Peregrine tira fuori dalle tasche, come fossero le colombe o i pappagalli dei suoi giochi di prestigio. Perché, mentre Melchior calca le scene, tronfio dei suoi successi, Peregrine fa mille cose, si stanca presto di tutto. Prestigiatore, cacciatore di farfalle, magnate del petrolio. Ha un pregio enorme, però: lui c’è sempre per le due gemelle Dora e Nora, cresciute da una Nonna che era semplicemente padrona della casa dove la loro madre faceva la cameriera.

      Il racconto di Dora è tutto uno scoppiettio di fuochi di artificio. Dora non si piange addosso quando racconta delle gemelline che giocavano nude in giardino e poi della scoperta, a sette anni, della danza e della musica. Lei e Nora avevano calcato le scene da quando avevano tredici anni- ricordi di vestiti, di spettacoli, di primi amori, di sesso, di una carriera luccicante di lustrini. E ogni tanto faceva la sua comparsa lo zio Peregrine, pieno di regali e sorprese per loro. I tempi si mescolano, Nonna è ormai morta da tempo, Dora e Nora vivono in mezzo al ciarpame e però si sono accollate la cura della prima moglie di Melchior che loro chiamano Wheelchair (il perché è ovvio, è seduta su una sedia a rotelle per un incidente di cui verremo a sapere), lo zio non si vede da un’eternità (sarà morto?), le sorellastre erano (negli episodi dei ricordi del passato) e sono come le streghe di “Macbeth” (una di loro ha recitato in quella parte), di Gareth non si sa nulla e quanto al suo gemello Tristram- be’, lui perpetua la tradizione di famiglia, di mettere una ragazza incinta e scomparire.
    Sembra di essere al circo, piuttosto che su un palcoscenico di teatro, leggendo “Figlie sagge” (il titolo originale però è Wise Children, a comprendere figli maschi e femmine). C’è una miriade di personaggi che sembrano fare l’apparizione in scena tra rullare di tamburi per poi scomparire dietro le tende, dopo aver fatto i loro giochi di prestigio, vestiti in maniera appariscente. Anche se ogni tanto possiamo sentirci stanchi per un eccesso di vivacità, questo è un libro bizzarro e divertente, leggero ma profondo.


   
     



Simonetta Agnello Hornby, “La zia marchesa” ed. 2004

                                                        Casa Nostra. Qui Italia
                                                         romanzo 'romanzo'
      il libro ritrovato

Simonetta Agnello Hornby, “La zia marchesa”
Ed. Feltrinelli, pagg. 336, Euro 16,00


     Il mio consiglio è di incominciare a leggere dall’indice “La zia marchesa”, il nuovo romanzo di Simonetta Agnello Hornby: la ricchezza di questo libro è già lì, e pure il godimento che aspetta il lettore. Il titolo di ogni capitolo è un proverbio in dialetto siciliano, seguito da una frase che riassume gli avvenimenti, una sorta di commentario al detto coloratissimo che lo precede e che ha stabilito l’atmosfera. Un’altra figura femminile al centro del romanzo, dopo quella della domestica della famiglia Alfallipe che era la protagonista de “La mennulara”, il libro d’esordio della scrittrice siciliana: la baronessina Costanza Sufamita, che diventerà “la zia marchesa” sposando il marchese di Sabbiamena. Quando Costanza era nata, nel maggio del 1859, secondogenita di Domenico e Caterina, sua madre non l’aveva voluta vedere. C’erano stati dei bisbigli intorno alla sua nascita- da dove le venivano quei capelli rossi come il sole a mezzogiorno? Ma il baronello Domenico li aveva messi a tacere: o non c’era forse il ritratto di un’antenata con i capelli rossi nel palazzo di Palermo? E lui, alla bimba diventata donna che gli chiederà il perché di quei capelli, di quella carnagione bianca con le efelidi che la fanno guardare da tutti come diversa (“pilu russu, malu pilu”), risponderà che è perché è figlia dell’amore.
Tardi, molto tardi, Costanza saprà la verità riguardo alla sua nascita e a quella dei suoi fratelli, mentre il lettore apprende la storia della famiglia Sufamita in parte dalla voce della balia fedele, Amalia, che si mescola e si sovrappone a quella di un narratore onnisciente che svela i retroscena del matrimonio tra i genitori di Costanza che avevano avuto bisogno della dispensa vescovile, in quanto zio e nipote. Amalia può raccontare le scene di cui è stata testimone, della bimba che deve proteggere dai maltrattamenti materni e poi della timida fanciulla che vuole sposare a tutti i costi il marchese Pietro, del matrimonio non consumato e del tardivo fiorire di Costanza in una bellezza che fa finalmente innamorare il marito, amore e gelosia, tradimento e orgoglio- e poi la morte di lui, e di lei, a soli trentasei anni. E’ la scrittrice-narratrice che, invece, inserisce le storie degli altri membri della famiglia sullo sfondo di una Sicilia di grandi cambiamenti, perché nel 1860 è sbarcato Garibaldi, nel 1866 c’è la rivolta del Sette e mezzo, i Sufamita acquistano le terre dei conventi, i mietitori chiedono un aumento per il loro lavoro, e la scena si sposta di continuo tra la nuda grotta scavata nel costone di marna della Montagnazza, dove vive Amalia dopo la morte di Costanza, e le ville di campagna e gli splendidi palazzi di Palermo della famiglia Sufamita. Un colore dominante: il rosso dei capelli di Costanza, che è il rosso del sole e dei tramonti di Sicilia, e quello del sangue del fratello di Costanza e dei papaveri schiacciati nel campo dell’amore.


Stilos ha intervistato Simonetta Agnello Hornby a Mantova, dove la scrittrice è stata invitata a partecipare al Festival della Letteratura.



Restiamo di nuovo un poco stupiti, davanti al suo nuovo romanzo, ancora più siciliano de “La mennulara”, visto che vive e lavora a Londra da così tanti anni. Ci viene in mente Joyce, che ha continuato a scrivere dell’Irlanda per tutta la vita, anche se non è più tornato a viverci.
     Penso che un essere umano sia un continuo: ho trascorso i primi 21 anni della mia vita in Sicilia e poi ho vissuto all’estero. Significa che mi porto sempre dietro me stessa ovunque io vada. In più ho sempre mantenuto la mia vita siciliana nella mia vita domestica, i miei figli parlano italiano con accento siciliano, i miei ricordi della Sicilia sono meglio datati di quelli dei siciliani perché sono finiti ad un certo punto. E’ come se, essendo io ora “inglese”, mi fossi raddoppiata invece che dimezzata. La mia identità non ha sospinto indietro la mia sicilianità: sono come due acque dello stesso fiume, una bianca e una rossa, ognuna con il suo colore, come il Rio delle Amazzoni.

Qual è l’origine della storia, perché la scelta di una vicenda ambientata a metà dell’800?
     A differenza de “La mennulara”, quella della zia marchesa è una storia che mi porto dietro da tanto tempo, da quando avevo 5 anni. D’estate andavo da mia nonna e facevamo visita alle prozie che abitavano nello stesso palazzo, si chiacchierava, si spettegolava e, quando c’era una donna brutta, goffa, malvestita, ignorante, poco sofisticata, rossa, si diceva, “pare la zia marchesa”. Io chiedevo, “chi è?”, e mi rispondevano, “niente…una che morì tanti anni fa”. Allora chiesi a mio papà, ero curiosa di sapere chi fosse questa persona di cui le zie parlavano così male e mio padre mi disse, “le tue prozie dovrebbero benedirla, perché è morta senza figli e lasciò tutto alla nostra famiglia”. Da allora avevo dentro di me questo seme di ingiustizia nei riguardi di questa antenata rossa che avremmo dovuto benedire. Quando avevo 11 o 12 anni, un mio zio mi suggerì di leggere “Tutte e tre” di Pirandello, “perché è una storia sulla tua antenata”. Lo lessi e scoprii con orrore che parla della zia marchesa ancora peggio di come ne parlassero le zie. Mi ha molto disturbato, che questa poveretta fosse schernita nella letteratura e mal ricordata in famiglia, per non aver fatto niente di male. Era come un “cutugno” dentro di me. E poi, quando già avevo finito “La Mennulara”, il pensiero di lei mi è tornato all’improvviso, ho chiesto di lei agli anziani cugini di mio padre che di lei non ricordavano neppure il nome, solo che parlava in siciliano, portava le gonne arricciate in vita come le contadine, cucinava con le sue mani, mercanteggiava anche con il pescivendolo. E così la zia marchesa è diventata un personaggio che io ho inventato, perché le cose che avrei trovato nell’archivio di famiglia sarebbero state poco piacevoli.

La famiglia, la terra, la “roba”: sono temi classici della letteratura siciliana.
     Credo che siano i temi classici della letteratura dei paesi poco progrediti, statici, che vivono di agricoltura. Forse in Europa la Sicilia è la regione che più si identifica con questa situazione. Non mi piace quando si dice, “la Sicilia è diversa, la Sicilia è unica”. Non è vero, nel mondo siamo tutti simili. Per esempio, ho trovato similitudini tra la Sicilia e Trinidad: entrambe isole, povere, c’è la mentalità di un’isola con tanta gente. La roba, la famiglia, la terra: quando ci sono questi territori circoscritti, c’è poco stimolo di cambiamento, c’è povertà, tutto il mondo è paese.

E pure lo splendore e il decadimento di una famiglia sono temi classici della letteratura siciliana.
     E’ vero. Se parliamo dell’aristocrazia, quella siciliana è stata esautorata dal fatto che la monarchia da cui l’aristocrazia dipende e si nutre non è stata presente in Sicilia dagli inizi del ‘700 alla fine del ‘700. Il Re stava a Napoli e non ci visitava, c’era un vicerè, la Sicilia viveva offesa e si manteneva solo con la pompa, con il concetto di se stessa e quei pochi nobili che avevano funzioni a Napoli. I vicerè erano spesso del continente, perciò o pompa o niente. O bella figura o niente. Avevamo molti meno stimoli culturali dall’estero che se avessimo avuto una corte. Ci davano dei titoli per tenerci tranquilli e ci dicevamo da soli che eravamo importanti.


Nuova è invece la figura femminile di Costanza, insolita donna siciliana sia per l’aspetto fisico sia per il ruolo che assume.
     Quel poco che si sa di lei basta per farmela amare. E’ una donna considerata brutta e diversa, che ha subito umiliazioni personali- il marito morto a casa dell’amante- e che è stata iconoclasta nel suo comportamento, tenendosi il figlio del marito in casa e invitando l’amante alle esequie, per lasciare però il patrimonio a dei nipoti sconosciuti. Nella sua domesticità si è espressa e realizzata nei limiti concessi dal sistema. Ricamava ma anche rammendava, cucinava e amministrava la sua dote, era ricca ma si vestiva da contadina. Perché era un animo libero e aveva trovato la felicità a fatica.

Nel suo romanzo si parla di lumache e tartarughe, perché proprio questi due animali?
     Mi piacciono le lumache, mi piace mangiarle e vederle,
trovo che hanno un’importanza europea. Sono onnipresenti in tutta la Sicilia, a Palermo i babbaluci sono un piatto tipico, e però sono animali che trovo anche a Londra. Cambia tutto ma le lumache rappresentano una continuità animale naturale. E mi piacciono le tartarughe, ne ho una di 70 anni. Quando ho delle difficoltà nella vita, mi piacerebbe essere una lumaca o una tartaruga per ritirarmi nel guscio- meglio una tartaruga, una lumaca può essere calpestata.

E la Montagnazza? Perché la Montagnazza? Per far da contrasto con le splendide residenze dei Sufamita?
    No, la Montagnazza perché è un posto bellissimo, sulla costa di Porto Empedocle. E’ una montagna di marna bianca con delle grotte naturali che una volta erano abitate, e a me piace molto.

Trovo sempre straordinario l’uso misurato e colorito che fa del dialetto nei suoi libri. In questo poi ci sono i proverbi all’inizio di ogni capitolo, una ricchezza di folklore incredibile.
    I proverbi per me sono una fonte di diletto e di conforto, e in più sono l’anima di un popolo. Non so come mi è venuta l’idea. Forse è iniziata da “Pilu russu, malu pilu”, ho iniziato con uno e me n’è venuto in mente un altro. Ero convinta che l’editore me li avrebbe tolti, sono un commento, alcuni sono ironici. Ho scoperto di avere cinque libri di proverbi in casa e poi, mentre scrivevo, ne ho trovato o me ne hanno regalato altri.

Ha già in mente un nuovo romanzo?
    Sì e sarà un romanzo inglese, ambientato in Inghilterra e scritto in inglese. Spero che verrà tradotto in italiano.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos




                                                                                                         



giovedì 23 giugno 2016

Graham Swift, “Un giorno di festa” ed. 2016

                               Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                        romanzo 'romanzo'
       FRESCO DI LETTURA

Graham Swift, “Un giorno di festa”
Ed. Neri Pozza, trad. L. Briasco, pagg. 139, Euro 12,75

     Un giorno. Come un giorno nella vita di Mrs. Dalloway nel romanzo di Virginia Woolf. O un giorno in quella di Leopold Bloom in “Ulysses” di Joyce. In “Un giorno di festa” di Graham Swift al centro di questo giorno speciale- la festa della mamma, ultima domenica di marzo (un marzo di primavera così caldo che sembra giugno) del 1924- c’è Jane Fairchild, ventidue anni. Nome e cognome dicono già tanto su di lei. Un nome molto inglese, come Jane Eyre, o Jane Austen. Un cognome che rivela che Jane è una trovatella. Jane è a servizio in una signorile dimora di campagna. Avrà il giorno libero per l’occasione e, come lei, pure tutta la servitù delle altre due famiglie nelle vicinanze. E quindi i signori andranno a pranzo al ristorante. Per loro il giorno di festa della mamma sarà l’occasione per un anticipo di festeggiamento del matrimonio di Paul ed Emma. Paul è l’unico sopravvissuto alla guerra dei figli maschi delle tre famiglie. Paul è anche, da anni, l’amante di Jane. E, in questo giorno di festa in cui, in via eccezionale, le case sono vuote, le chiede di andare da lui. Lei non ha nessuna mamma con cui passare la giornata, faranno l’amore nella stanza di lui, sul suo letto, contornati da cose bellissime. Dopo, Paul raggiungerà la fidanzata per un pranzo a due. Che l’atmosfera gioiosa- la festa, i profumi della primavera, il cielo smagliante- che si carica a poco a poco di spontanea e sana sessualità debba finire in tragedia è qualcosa che avvertiamo da lievi indizi, da accenni ai morti durante la guerra, fino ad una frase devia ma rivelatrice, ‘lei non sapeva ancora…’.

     Graham Swift è un grande scrittore. Il materiale che aveva tra le mani per un giorno di festa era poca cosa, poteva ridursi a nulla, ad una storia banale. E invece questo romanzo breve in cui Eros e Thanatos si incontrano è un piccolo gioiello. Graham Swift sa parlare di sesso senza pudori- non ha pudori l’aitante Paul e non ne ha neppure Jane, le parole degli attributi fisici non hanno veli - ma, nello stesso tempo, il colpo d’occhio alle orchidee, alle cornici d’argento, ad un mobile o ad una tenda, ci induce a spingere lo sguardo al di là dei corpi. La scena di sesso tra Paul e Jane non ha nulla di pornografico, tutt’altro. Ci ricorda la poesia che circondava gli incontri d’amore di Lady Chatterley e Mellors. E Jane, che, rimasta sola, si aggira nuda nella grande casa, mangia in cucina il pasticcio freddo di carne, sente squillare il telefono, prende un’orchidea per ricordo, non fa altro che marcare il territorio, dare un segnale per la persona che diventerà.

     Graham Swift alterna l’uso dei tempi in modo magistrale, passa dal presente al futuro, tornando al presente o al passato in maniera così sottile che quasi non ce ne accorgiamo. Jane Fairchild a trenta, quaranta, ottanta, novant’anni. Jane Fairchild a Oxford. Jane che chiede in prestito libri da leggere al suo datore di lavoro (le piacciono i libri di avventure per ragazzi). Sarà proprio “Giovinezza” di Conrad- il libro che aveva preso per leggere quel giorno di fine marzo- a darle l’ispirazione per la sua carriera di scrittrice. Jane sposata. Jane che concede interviste e parla di scrittori famosi come se fossero stati suoi amici. E che cosa era poi successo veramente, quella domenica di marzo? Lo sa Jane, diventata scrittrice, lo sa Graham Swift: l’arte dello scrittore è sia in quello che dice sia in quello che non dice.


   

     

mercoledì 22 giugno 2016

Simonetta Agnello Hornby, "La Mennulara" ed. 2002

                                                           Casa Nostra. Qui Italia   
                                                                 romanzo 'romanzo'
     il libro ritrovato

Simonetta Agnello Hornby, "La Mennulara"
 Ed. Feltrinelli, pagg. 208, Euro 14,00

   La chiamavano "la Mennulara" perché da bambina era velocissima a raccogliere le mandorle, con quelle ditina sottili. E molti, a Roccacolomba, appresero solo dagli annunci mortuari che si chiamava Maria Rosalia Inzerillo. Inizia con una data e una morte il romanzo di Simonetta Agnello Hornby, siciliana d' origine ma residente da 30 anni a Londra, dove esercita la professione di avvocato. E' il 23 settembre 1963: la Mennulara è appena morta; i tre giovani Alfallipe sono ansiosi di venire in possesso dell' eredità. Finalmente, perché era la Mennulara, entrata come cameriera a 13 anni nella famiglia, che amministrava i loro beni ed era grazie a lei se si poteva ancora parlare della ricchezza degli Alfallipe. Sorpresa, a questo punto, con il testamento della Mennulara. Perché ha organizzato tutto come una caccia al tesoro: gli Alfallipe devono eseguire i suoi ordini, iniziando dalle parole esatte che lei ha predisposto per l' annuncio mortuario. Seguiranno altre disposizioni, e solo se eseguono tutto come vuole lei riceveranno quello che si aspettano.
Personaggio straordinario e misterioso: chi è la Mennulara? Da una parte il romanzo si sviluppa seguendo le vicende tragicomiche degli avidi eredi che scoprono presto che è pericoloso farsi beffe della volontà della morta; dall'altra ricostruisce il carattere della protagonista attraverso le chiacchiere della gente del paese. Un paese inventato, Roccacolomba, che acquista una sua propria vita nei pettegolezzi, le supposizioni,  le confidenze e i ricordi dei suoi abitanti. E' tutto un mormorio, un bisbiglio, frasi che corrono di bocca in bocca, alterate, modificate, finché nessuno sa più che cosa sia vero. La Mennulara aveva avuto una storia d' amore quando era ragazza. Chissà con chi. Chissà perchè era finita. Era stata l' amante di Orazio Alfallipe. Era figlia di un capomafia. Anzi, ne era l' amante. Faceva da prestanome a qualcuno. Aveva rubato soldi agli Alfallipe. Aveva un legame particolare con la vedova Alfallipe - perché mai altrimenti questa viveva con lei? E perché non voleva che i nipoti venissero al suo funerale?
Come per l' immagine che viene fuori incastrando le tessere di un puzzle - così, da questi frammenti di discorsi prende rilievo la figura di una donna intelligente e astuta, dura e generosa, di una bellezza cupa e fiera. Sullo sfondo, gli smidollati eredi Alfallipe, discendenti di una famiglia che non ha neppure più l' apparenza dei fasti grandiosi del Gattopardo, e una miriade di altri personaggi, dal presidente Fatta, malinconico testimone della fine di un' epoca, al giovane e ardente comunista Risico, dal prete custode di segreti al capomafia dell' onorata famiglia. Una Sicilia in una fase di transizione, una storia ammaliante dal sapore vecchiotto, come la lingua stessa della scrittrice, come l' uso di intitolare ogni capitolo con una frase che riassume gli avvenimenti, in un romanzo curiosamente distaccato da riferimenti storici - quasi a sottolineare la lontananza dell' isola dal continente su cui si mandano i figli a studiare, perché ritornino per cambiare qualcosa. 

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net






martedì 21 giugno 2016

Simonetta Agnello Hornby, “Caffè amaro” ed. 2016

                                                                     Casa Nostra. Qui Italia
            romanzo 'romanzo'
           FRESCO DI LETTURA

Simonetta Agnello Hornby, “Caffè amaro”
Ed. Sellerio, pagg. 320, Euro 15,30


   Quando Maria era andata per la prima volta in visita dalle sorelle del fidanzato e le avevano offerto il caffè, si erano dimenticate di passarle lo zucchero- una svista o uno leggero sgarbo voluto nei confronti di quella ragazzina, figlia di un avvocato socialista e squattrinato che osava entrare a far parte della famiglia del barone Sala? Maria non aveva osato dir nulla, anzi, aveva detto che andava bene così. Da allora nessuno aveva più offerto lo zucchero a Maria, si era abituata a bere il caffè amaro. Che anche la vita sia un caffè amaro, ricco di gusto e di un piacere profondo ma che lascia un sapore amaro in bocca?
    Inizi del ‘900. Sicilia. Un paese immaginario, Camagni. E poi Palermo, adagiata nella conca dal profumo di aranci. “Caffè amaro” di Simonetta Agnello Hornby è la storia di una ragazza che poi diventa donna. E lo diventa non tanto quando mette al mondo i figli, ma quando deve prendersi delle responsabilità per cui non era preparata- la gestione delle finanze familiari, la consapevolezza che il privilegio della ricchezza e dell’istruzione deve essere condiviso, che non è lecito godere di privilegi ottenuti a prezzo della vita di altri-, quando decide di andare al di là della stretta morale del suo tempo, perché nella vita si può amare più di una persona e forse lei ha tradito, tanto tempo prima, il ragazzo che non sapeva di amare e non l’uomo che ha sposato e che è poi diventato un estraneo.

    Il baronello Pietro Sala si era innamorato di Maria appena l’aveva vista, da una finestra. Lei aveva solo quindici anni, era bellissima. E’ questo il colpo di fulmine? L’aveva chiesta subito in sposa. Maria aveva accettato. Pietro aveva più del doppio della sua età e il fascino dell’uomo di mondo. Qualunque perplessità di Maria era stata vinta dal corteggiamento di lui, dal suo fascino di uomo colto e di mondo, dalla prospettiva di una vita agiata che prometteva ingresso in società, viaggi, spettacoli di musica e teatro. Senza contare i vantaggi economici per la famiglia di Maria. Lei avrebbe rinunciato a studiare, però lo avrebbero potuto fare i suoi fratelli, e Giosuè, che era stato affidato al padre di Maria da un amico, morto durante la dura repressione dei Fasci Siciliani sotto il governo Crispi.
Palermo bombardata
    C’è un che di splendidamente barocco in “Caffè amaro”, almeno nelle pagine in cui si descrivono gli ambienti dei palazzi, i giardini, gli abiti e i gioielli (par quasi di sentire il fruscio delle sete e di vedere il bagliore delle gemme), un che di decadente nel parlare dei vizi- le donne, il gioco, le droghe di lusso- e degli hobby di Pietro Sala- collezionismo di pezzi rari, allevamento di scimmie-, ci sono pagine fortemente sensuali in cui Maria scopre il sesso insieme al marito e altre pagine in cui il piacere del sesso si colora di romanticismo perché è legato ai ricordi dell’infanzia in cui non si distingue tra amicizia e amore, e ci sono, per controparte, pagine di un fosco realismo quando Maria si reca alla zolfatara dei Sala, vede i bambini che vengono usati per trasportare lo zolfo nei cunicoli (sono esseri umani quei corpicini scheletrici deformati dall’andatura strisciante a cui sono costretti?), vuole scendere lei stessa nella miniera di zolfo. Lo spettacolo- un ‘cuore di tenebra’ conradiano, ‘oh, l’orrore! l’orrore!’, per dirlo con le ultime parole di Kurtz- sconvolge Maria.
zolfatara

   Romanzo storico in cui i riferimenti agli eventi- i governi di Crispi e Giolitti, la conquista del posto al sole (Giosué, sgomento, parla dell’uso dei gas e della profonda ingiustizia dell’impresa), due guerre mondiali, con Giosuè che deve nascondersi, in quanto ebreo, durante tutto il conflitto- sono in un giusto equilibrio con una narrativa più fatua, “Caffè amaro” è anche un romanzo di formazione al femminile in cui ogni tappa della protagonista- sul piano culturale, sentimentale, civico e politico- ha importanza nella storia delle donne in Italia.


domenica 19 giugno 2016

Julian Fellowes, “Belgravia” ed. 2016

                                 Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
        romanzo 'romanzo'
        FRESCO DI LETTURA

Julian Fellowes, “Belgravia”
Ed. Neri Pozza, trad. Simona Fefé, pagg. 416, ebook Euro 1,49 ogni capitolo (il primo gratuito), ebook completo Euro 12,99, edizione cartacea Euro 18,00

    Una settimana dopo l’altra, sono usciti gli undici capitoli di “Belgravia”, il romanzo a puntate in formato digitale di Julian Fellowes. E quello che ho scritto dopo aver letto i primi due capitoli è valido fino all’ultimo: è una lettura che dà assuefazione, ci si ritrova a contare i giorni fino all’uscita della puntata successiva e forse è da invidiare chi si accinge a leggerlo solo adesso che è terminato- potrà proseguire fino alle ore piccole per sapere che cosa accade. Ho anche già detto che “Belgravia” è un feuilleton di classe e in quanto tale dà con grande generosità tutto quello che ci si aspetta da un libro del genere- amore, passione, tradimenti, figli illegittimi poi riconosciuti oppure no, intrighi, segreti, coincidenze, cambi di fortuna, atmosfera d’epoca. E’ sufficiente che tutti questi elementi siano sapientemente dosati, che lo stile sia elegante e i personaggi non sembrino di cartone, per fare del feuilleton, non un capolavoro, ma un romanzo che ci regala ore piacevoli, protagonisti che ci viene spontaneo citare perché rappresentano un certo ‘tipo’ di persona.
la giovane regina Vittoria
    Il prologo del romanzo si svolgeva nel 1815, alla vigilia della battaglia di Waterloo. Al fastoso ballo della duchessa di Richmond erano presenti Lord Edmund Bellasis e Sophia Trenchard- il nobile e la Cenerentola. Passano venticinque anni tra quelle danze di morte e la nuova ambientazione della vicenda. Ogni tanto si accenna alla ragazza ventenne che è diventata regina due anni prima, i comportamenti in società sono regolati da norme da cui non si può sgarrare, pena l’ostracismo. Non ci si sposa con qualcuno di differente estrazione sociale. I gentiluomini non lavorano (l’impagabile Lady Violet, in “Downton Abbey”, di fronte al nuovo erede della proprietà che è un avvocato e intende continuare ad esercitare, esclama con orrore, “a job?”, e chiede con stupore, “what is a week-end?”). Le fanciulle non possono uscire non accompagnate e assolutamente non devono appartarsi con un uomo. Ci sono regole su come ci si rivolge ad un gentiluomo o ad una gentildonna, regole di precedenza, regole anche su come e fino a dove sia lecito sperperare un patrimonio- il gioco, i cavalli, le donne, anche il bere (fino ad un certo punto) sono vizi accettabili per un gentiluomo, mentre fanno di un povero un miserabile.
Belgravia Square
 Nel confronto inevitabile tra le due famiglie che sono il perno della vicenda- gli aristocratici Lord e Lady Brockenhurst e i Trenchard, ambiziosi imprenditori- sono i laboriosi Trenchard quelli che finiamo per ammirare di più, anche se James Trenchard vorrebbe acquistare una patina di smalto che lo facesse assomigliare ai Brockenhurst. E soprattutto ammiriamo Charles Pope, il giovane del mistero che sta facendo affari con l’industria del cotone, che ha spirito d’iniziativa, che guarda all’India per la materia prima e che è- stranamente per tutti ma non per il lettore che è messo a parte del segreto- vezzeggiato e incoraggiato sia da Lady Brockenhurst sia da Anne Trenchard, favorevoli entrambe anche alla sua storia d’amore con Maria Grey che in realtà è fidanzata con il nipote erede dei Brockenhurst.
   Ci vuole una buona penna per mescolare abilmente tutti gli ingredienti, per costruire l’atmosfera giusta, per ricreare l’ambientazione storica, per mantenere sottilmente tesa la tensione narrativa nei diversi filoni della vicenda che si intrecciano verso una soluzione perfetta- il segreto delle due famiglie su cui si aprono squarci a poco a poco, la storia d’amore romantica e quella più squallida che vira poi verso una saggia conclusione, gli intrighi nei piani bassi (il ‘downstairs’ di “Downton Abbey” e di “Gosford Park”, film per la cui sceneggiatura Fellowes ha ricevuto l’Oscar nel 2002) e un tentato omicidio, alla fine, che segna la condanna di un personaggio e la parziale redenzione di un altro.

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net