Visualizzazione post con etichetta Diaspora africana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Diaspora africana. Mostra tutti i post

giovedì 27 gennaio 2022

Abdulrazak Gurnah, “Admiring silence”

                                                Voci da mondi diversi. Africa

     Diaspora africana
      premio Nobel

Abdulrazak Gurnah, “Admiring silence”

Ed. Bloomsbury, pagg. 246, Euro 6,62 (kindle)

 

    Un narratore senza nome. Non facciamo fatica ad immaginare che sia lo stesso autore che esprime i suoi sentimenti ed almeno una parte delle esperienze da lui vissute in prima persona.

    Una narrativa scandita in tre parti e in due luoghi- Inghilterra, Zanzibar, di nuovo Inghilterra.

    Un silenzio che significa tante cose- silenzio di cose non dette affatto, silenzio parziale su una realtà edulcorata, rettificata, trasformata (che lo stesso narratore sia arrivato a credere che sia quella la vera realtà?)

   L’io narrante torna a casa dopo una visita medica. Il dottore gli ha diagnosticato un problema cardiaco, dovrà fare altri esami. Lo dice ad Emma, la donna inglese con cui convive senza che si siano mai sposati (è stata lei a non voler contrarre un legame così borghese). Lo dice alla loro figlia diciassettenne Amelia, in piena ribellione adolescenziale. Gli piace quell’atmosfera di preoccupazione e di rinnovato affetto suscitata dalla notizia allarmante.


    Questo dettaglio iniziale sulla condizione di salute del protagonista sembra non avere grande importanza, e invece assume una valenza metaforica più ampia. Ha un cuore diviso, il protagonista. Tra l’Inghilterra, che dovrebbe essere la sua nuova patria, ‘home’, la dimora dei suoi affetti, e Zanzibar, dove è nato e cresciuto, dove vive ancora la sua famiglia con cui mantiene uno sporadico contatto epistolare, da dove è fuggito via Kenya, con un passaporto falso. E dove adesso, dopo più di vent’anni, per un’amnistia, può ritornare.

    Questa prima parte ‘inglese’ ricostruisce la sua vita dopo il suo arrivo. Sono pagine che esprimono il dramma dell’estraneità, di essere un uomo di colore in un paese di bianchi, di venire da un’isola esotica che i più non sanno collocare sull’atlante geografico e però sanno che faceva parte dell’Impero. Lui aveva studiato, aveva trovato una scuola in cui insegnare (è anche la lotta quotidiana con alunni maleducati e ignoranti che ha causato i suoi problemi di cuore?), si era innamorato di Emma. Anzi, lei si era innamorata di lui, forse in spregio ai suoi genitori benpensanti, e lo aveva conquistato, con la sua bellezza, la sua spavalderia, la sua sfida a tutto il mondo. Ma quello che le aveva raccontato della sua vita di prima era solo una verità parziale e lei ignorava che la madre di lui non sapeva nulla né di lei né della loro figlia. Quando era stato il momento per lei di presentarlo alla sua famiglia, era stata una dura prova. Le scene degli incontri con i suoi genitori hanno un che di cinematografico, di “Indovina chi viene a cena?”, con la madre di lei che si sforza di non lasciarsi sfuggire niente di disappropriato, il padre che, beandosi del passato colonialista, neppure si accorge della selvaggia ironia del compagno di sua figlia che si diverte a dipingere per lui il quadro che lui vuole, di un popolo selvaggio, che ha ancora abitudini cannibalesche, salvato dagli inglesi.


    Quando il narratore parte per Zanzibar, qualcosa si è già incrinato nell’unione con Emma. E il suo ritorno in patria- un trauma per lui- comporta altri silenzi, altre verità addolcite. Non c’è niente che funzioni in quella che un tempo, in un’altra vita, era ‘home’ per lui. Il malgoverno, la corruzione, la povertà, la mancanza di beni di consumo basilari, si esprimono tutti nella disgustosa e catastrofica ostruzione dei servizi igienici. È come se l’intero paese nuotasse nella (chiedo venia) merda. Oltretutto il protagonista si trova ad affrontare due nodi cruciali- la verità su suo padre e la pressante insistenza di sua madre perché si sposi.

    È un uomo più che mai diviso e più che mai spaesato, quello che ritornerà in Inghilterra. Per trovare…

   Un altro tassello per completare il quadro della letteratura degli strappi dell’emigrazione, opera dello scrittore che ha vinto il premio Nobel 2021.




   

venerdì 17 dicembre 2021

Abdulrazak Gurnah, “Sulla riva del mare” ed. 2021

                                                   Voci da mondi diversi. Africa

    premio Nobel

Abdulrazak Gurnah, “Sulla riva del mare”

Ed. La Nave di Teseo, trad. A. Cristofori, pagg. 384, Euro 19,00

 

  Il sessantacinquenne Saleh Omar arriva all’aeroporto di Gatwick, a Londra, da Zanzibar. Non ha un visto d’ingresso, sul passaporto risulta con il nome di Rajab Shaaban Mahmud. Non parla inglese. Sa una sola parola, ‘asylum’- chiede asilo come rifugiato politico.

     Sono due le menzogne che lo riguardano. Il nome e la dichiarazione di non sapere l’inglese. Spiegherà in seguito come e perché abbia preso l’identità del suo nemico, sapremo invece presto che è stata la persona che gli ha procurato i documenti falsi a dirgli di fingere di non capire e di non saper parlare inglese.

     Le prime esperienze di Saleh Omar in Inghilterra non sono positive. Il funzionario che perlustra il suo misero bagaglio (per ironia della sorte un immigrato pure lui, dalla Romania) intasca la cosa a cui Omar teneva di più, una scatoletta con il poco oud (una sorta di incenso dall’aroma unico) che gli era rimasto. È l’essenza della sua terra che gli viene rubata, dopo che già ha perso il suo nome e la sua lingua e la sua cultura. Ed è la prova che la corruzione dilaga ovunque. Quando Omar viene accompagnato nella casa dove dovrà alloggiare, lo aspetta un’altra delusione. La signora che lo ospita è rozza e incurante, la casa è sporca, i servizi igienici nauseabondi. Non che Omar si aspettasse un albergo a cinque stelle, ma perfino il luogo dove era stato internato prima era meglio. Soltanto la giovane donna dei servizi sociali che si dà da fare per trovare un interprete (prima che lui le riveli di non averne bisogno) è amichevole, allegra, simpatizzante e sensibile.


    Il professore Latif Mahmud che era stato contattato perché facesse da interprete è l’altro protagonista, l’altro narratore di questa storia di due famiglie e di un paese ‘sulla riva del mare’. È curioso, Latif Mahmud, curioso di sapere chi sia ( e forse ne ha un’idea) l’uomo che ha usurpato il nome di suo padre. E, quando si incontrano, si riconoscono.

    A turno Latif e Omar raccontano ognuno la sua storia, quella di due famiglie che sono entrambe coinvolte in un imbroglio macchinato da un mercante seducente e fascinoso che era poi scomparso. Al suo seguito era scomparso anche il fratello maggiore di Latif. È una storia ingarbugliata che segue le stagioni del musim, il vento dei commerci, che inizia con grandi ricchezze, con un prestito garantito dal possedimento di una casa, con un passaggio di carte, per finire poi nella rovina della famiglia truffata, nell’umiliazione di un padre e marito che già deve sopportare i tradimenti della moglie.

     Il tema del tradimento è l’asse portante del romanzo. Un fratello che tradisce l’intera famiglia, una moglie che tradisce il marito, il tradimento di chi si pensava fosse un amico, tradimento delle aspettative famigliari da parte di Latif quando va a studiare nella DDR, e chissà chi ha tradito Omar facendolo finire in prigione per anni. E insieme a questo, strettamente connesso con questo, il tema dell'esilio e dell'estraniamento, dell'individuo che non sa più a che mondo appartiene.


     Trovano un’intesa i due immigrati dal Zanzibar sulla riva di un altro mare? Riusciranno a perdonarsi? Che vita aspetta Saleh Omar, considerando la sua età (il funzionario ladro, all’aeroporto, glielo aveva fatto notare), se la vita di Latif, che ha lasciato Zanzibar a diciassette anni, è quella di un perenne esilio? E allora i due mari, quello di partenza e quello di approdo, acquistano il valore di una metafora, simbolo di una provvisorietà dove non si possono mettere radici, di un luogo in cui non si può coltivare niente e in cui non cresce niente.

     Quando si legge un libro in traduzione, resta sempre qualche dubbio: la difficoltà che troviamo nel distinguere le due voci di “Sulla riva del mare”, si avvertirebbe di meno o forse non si avvertirebbe affatto se lo leggessimo in lingua originale?

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook



mercoledì 20 ottobre 2021

Abdulrazak Gurnah, “Il disertore” ed. 2006- Premio Nobel 2021

                                                   Voci da mondi diversi. Africa

        diaspora africana

Abdulrazak Gurnah, “Il disertore”

Ed. Garzanti, trad. Laura Noulian, pagg. 302

    “Desertion”, il titolo originale del romanzo di Abdulrazak Gurnah pubblicato in italiano nel 2006 dalla Garzanti (introvabile al momento, tranne che sugli scaffali della mia libreria dove a volte i libri rimangono in attesa, conservati per anni perché giudicati degni di attenzione). Il titolo italiano, “Il disertore”, trae in inganno perché induce a pensare ad un uomo che abbia disertato da un esercito e leggiamo cercando di indovinare l’identità di questo personaggio. Invece “Desertion” è l’astratto ‘Abbandono’ e questo è un romanzo di abbandoni- di una o più donne, di una terra, di una cultura, di una lingua. Ed è una storia che coinvolge più personaggi, che ha conseguenze a distanza di tempo, che ‘parla di come ogni storia ne contenga molte altre e di come esse non ci appartengano, bensì dipendano dalle correnti accidentali del nostro tempo, parla di come queste storie ci intrappolino nel loro groviglio, catturandoci per sempre.’

     Tutto incomincia nel 1899, quando, in una cittadina dell’Africa orientale non lontana da Mombasa, il mercante Hassanali soccorre un inglese che stramazza ai suoi piedi, più morto che vivo. Martin Pearce era partito per una spedizione di caccia con altri europei, ma li aveva abbandonati, disgustato dalla carneficina. I due somali che avrebbero dovuto guidarlo nel deserto lo avevano derubato e abbandonato. Frederick Turner, uno degli unici due europei della piccola città, fa portare Pearce a casa sua e questi, quando ritorna per ringraziare Hassanali e la sua famiglia, vede Rehana, la donna che gli ha prestato le prime cure, e se ne innamora.


    Il romanzo è diviso in tre parti ognuna delle quali è divisa a sua volta in capitoli intitolati con il nome del personaggio che è al centro della scena. Le tre parti si svolgono in luoghi diversi e in tempi diversi, un’interruzione dopo la prima parte ci svela l’identità dell’io narrante che, a differenza di quanto accadeva nei romanzi della tradizione, non sa tutto e può solo immaginare certe scene. Sappiamo ben poco della storia d’amore tra la donna africana (che era stata sposata e abbandonata dal primo marito) e l’uomo inglese, ne sapremo di più in seguito, quando scopriremo i rapporti di parentela degli altri personaggi di cui leggiamo- e siamo già negli anni ’50 del ‘900.

    Quando, nella seconda parte, appaiono sulla scena i fratelli Amin e Rashid e la loro sorella Farida, non hanno nessun legame con Hassanali o Rehana. I genitori sono entrambi insegnanti che, per sposarsi, hanno lottato contro le convenzioni, spronano i figli allo studio, sono di larghe vedute. E tuttavia, quando divampa l’amore tra Amin e la bellissima Jamila, impongono al figlio di troncare la relazione. Sono troppe le cose contro Jamila. É divorziata, vive da sola. E poi sua nonna era stata l’amante di un inglese che poi l’aveva lasciata (un altro abbandono e ora capiamo quale sarà la connessione tra quello che abbiamo letto prima e la storia che leggiamo adesso e come la rovente passione tra Rehana e Martin si sia riverberata sui loro discendenti). Amin ubbidisce, ma questo nuovo abbandono sarà straziante per Amin che non si sposerà mai. Per Rashid, invece, l’abbandono sarà diverso, sarà il realizzarsi di un’ambizione che lo porterà a vincere una borsa di studio per frequentare l’università in Inghilterra, sarà l’abbandono della patria, delle radici, della lingua.


     Ci deve essere il riflesso dell’esperienza personale di Abdulrazak Gurnah in quella di Rashid, ragazzo nero in un’Inghilterra bianca, piena di pregiudizi e di atteggiamenti discriminatori, incapace di dimenticare il passato Impero. E la famiglia rimasta a Zanzibar, pur vedendo il distacco del figlio con dolore, non può fare altro che raccomandargli di non tornare, perché in patria troverebbe tumulti, fame e paura in un regime dittatoriale.

    Il romanzo è ricco di temi interessanti- la distanza  incolmabile tra colonizzatori e indigeni, l’ambiguità dell’ammirazione per la cultura e il mondo occidentale (compresa l’adozione della lingua dei colonizzatori), la posizione della donna nella società musulmana, l’estraneità che viene fatta pesare agli immigrati di colore, l’amore, infine, che non riesce a superare tutte le barriere. Tuttavia restiamo un poco insoddisfatti dalla lettura, come se fossimo sempre in attesa di una qualche rivelazione o approfondimento che invece non arriva. Ci affascina, però, il leit-motiv del libro, il tema della ‘diserzione’, dell’abbandono che è poi una forma di tradimento, una ferita che non si rimargina. E non si potrebbe ampliare il significato del titolo, pensando che, in qualche maniera, è stato un abbandono anche quello da parte dei  colonizzatori, dopo aver spogliato i paesi sotto il loro dominio?


Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook



      

 

 

 

martedì 12 ottobre 2021

Abdulrazak Gurnah, “Afterlives” - PREMIO NOBEL 2021

                                                           Voci da mondi diversi. Africa

   diaspora africana

  PREMIO NOBEL 

 

Abdulrazak Gurnah, “Afterlives”

Ed. Bloomsbury Publishing, pagg. 231, Euro 6,50 (digitale)

     

   Ogni anno mi astengo dal leggere gli articoli in cui si specula sul possibile vincitore del premio Nobel per la Letteratura- quando mai hanno indovinato? E, tanto per cambiare, l’annuncio del 7 ottobre con cui il premio veniva conferito allo scrittore tanzaniano Abdulrazak Gurnah è stato una sorpresa per tutti. La motivazione del premio, “per la sua intransigente e profonda analisi sugli effetti del colonialismo e sul destino dei rifugiati tra culture e continenti”, ha suscitato subito la nostra curiosità e l’impressione (anche se non ancora fondata sulla lettura dei suoi libri) che finalmente (possiamo dirlo?) la scelta sia caduta su uno scrittore che ha veramente qualcosa da dire, che leggeremo storie di un passato che riverbera nel presente.

    Quattro personaggi principali in “Afterlives”, il romanzo più recente di Abdulrazak Gurnah, ambientato nell’Africa orientale occupata dai tedeschi agli inizi del ‘900 (dopo la prima guerra mondiale i tedeschi sarebbero stati sostituiti dagli inglesi- cambiava poi molto?). Khalifa, Ilyas, Hamza, Afiya. Dapprincipio sembra che le storie che leggiamo siano slegate tra di loro, capiremo dopo che non è così. E dapprincipio siamo indotti a credere che sia Khalifa, figlio di un’africana e di un indiano, il protagonista. Invece Khalifa retrocederà sullo sfondo per poi riapparire, ma in secondo piano, rivelando una generosità e un’umanità che non ci aspettavamo da lui.


    Ilyas era un bambino quando era stato rapito dagli Ascari della Schutztruppe tedesca. Era scappato, era riuscito a tornare nel suo villaggio per trovare i genitori morti e la sorellina Afiya affidata ad una coppia di ‘zii’ che la trattavano come una schiava. Ilyas prende Afiya con sé, poi, tra lo sconcerto di tutti, decide di arruolarsi volontario nella Schutztruppe, a fianco dei tedeschi contro gli inglesi. Perché lo fa? Quella guerra non ha senso per lui. Ammirazione per la cultura tedesca, per tutto quello che rappresentano? Di lui non si saprà più nulla. Fino alla fine.

    Hamza era stato venduto dai suoi genitori, era scappato e si era unito, anche lui, alla Schutztruppe. A Hamza è dedicata la lunga parte centrale del romanzo, tutto quello che la precede è una preparazione, niente è inutile o marginale, ogni piccola vicenda concorre a fare la Storia.


Gurnah non indugia in descrizioni, capiamo che Hamza deve essere di bell’aspetto perché gli occhi (così stupefacentemente azzurri visti dai nativi) dell’ufficiale tedesco si fermano su di lui prima di sceglierlo come suo attendente. Un privilegio discutibile. Di certo l’ufficiale lo protegge, però Hamza diventa anche l’oggetto di un’attenzione difficile da qualificare. L’ufficiale gli insegna il tedesco, gli fa leggere Schiller, dice che gli ricorda suo fratello, ma il suo disprezzo è costante, venato di violenza e desiderio mai apertamente manifesto. E però l’ufficiale tedesco salva Hamza quando questi viene selvaggiamente colpito da un altro ufficiale che lo riduce in fin di vita. Trasportato in una missione, Hamza è curato da un pastore, uno dei molti personaggi marginali che hanno, però, la loro importanza nel libro, per la parte attiva che rivestono nella vicenda e per il loro significato.

   Afiya, infine, la sorellina di Ilyas. Per fortuna Ilyas le aveva insegnato a scrivere, perché era riuscita a mandare un messaggio a Khalifa (come il fratello le aveva detto di fare) quando era stata picchiata dallo ‘zio’ da cui Ilyas l’aveva riportata, semplicemente proprio perché era stata sorpresa a scrivere e una donna non deve saper scrivere- a chi scriverebbe? A un mezzano? Da questo punto, dopo che Khalifa prende Afiya a vivere con lui e la moglie, dopo il ritorno di Hamza, la storia procede ‘in salita’, non senza il rischio, per Afiya, di restare rinchiusa nell’asfittico mondo delle donne in cui vorrebbe tenerla la moglie di Khalifa.


     Abdulrazak Gurnah non lancia accuse, non dice niente apertamente. La Storia è lì, davanti ai nostri occhi. Il senso di superiorità dei tedeschi colonizzatori, il disprezzo, la convinzione di essere la salvezza per i selvaggi nativi che cela la voglia di un maggiore Lebensraum, lo spazio vitale di cui sarebbero andati in cerca i nazisti, l’indifferenza verso la vita o la morte di uomini ritenuti inferiori e, dall’altra parte, la fascinazione degli Ascari verso un popolo dominante, le guerre incomprensibili per gli africani, le rivolte di quelli che oggi verrebbero definiti ‘terroristi’- è tutto lì, nelle piccole storie dei personaggi, storie che parlano di violenza, di crudeltà e di morte, ma anche di atti di altruismo e di amore.

    “Afterlives”- lo dice il titolo- non è solo la storia di ‘allora’, è anche la storia del ‘dopo’, dell' 'oggi', delle cicatrici, dei traumi, dei condizionamenti lasciati dal colonialismo.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook



giovedì 29 aprile 2021

Maaza Mengiste, “Il Re Ombra” ed. 2021

                                                                  Diaspora africana

        guerra d'Etiopia

Maaza Mengiste, “Il Re Ombra”

Ed. Einaudi, trad. A. Nadotti, pagg. 440, Euro 21,00

     Splendida immagine, quella che ci prospetta il titolo del romanzo della scrittrice etiope Maaza Mengiste di cui avevamo già letto un altro bellissimo libro, “Lo sguardo del leone”. “Il re ombra”- un doppio sconvolgente per quello che era stato il sole del suo popolo, il Negus d’Etiopia, il Leone, il Re dei Re, nato con il nome di Lij Tafari Makonnen e conosciuto dal 1930 come Hailé Selassié (‘Potenza della Trinità’), un sostituto che gli assomiglia ma è solo un umile contadino che la scrittrice chiama, significativamente, Minim che vuole dire Nulla. Un Nulla che, in groppa ad uno splendido cavallo, indossando le vesti regali, può, con la sua sola presenza, infondere coraggio nei guerrieri che combattono contro l’arrogante invasore italiano. Un’Ombra che può allontanare le ombre che oscurano il paese mentre il vero Re rimane nell’ombra. Nel suo rifugio di Bath, in Inghilterra.

Hailé Selassié

    Questo è un romanzo epico e grandioso che risuona degli echi delle composizioni epiche di una tradizione gloriosa, dei gridi di guerra degli eroi di Omero. La presenza del coro, che ritorna a punteggiare la narrazione, non è un caso- Cantate, figlie, di una donna e di mille, di quelle moltitudini accorse come il vento a liberare un paese da perfide belve…Cantate, uomini, della valorosa Aster e la furiosa Hirut e della loro luce accecante su una terra in ombra- ci fa pensare all’Iliade, alle donne del coro di Canterbury ne “Assassinio nella cattedrale” di Eliot.- perché il valore di Ettore e la furia di Achille sono attribuite a due donne che escono dall’ombra in cui la Storia è solita relegarle. Aster e Hirut sono le Amazzoni, le eroine di questo romanzo, le protagoniste che giganteggiano a fianco degli altri guerrieri.

    È il 1974 quando Hirut, seduta per terra in un angolo della stazione di Addis Abeba, attende qualcuno a cui deve restituire una cassetta piena di lettere, di articoli di giornale, di fotografie, di ‘innumerevoli morti che esigono risurrezione’. Le date di questo materiale: dal 1935 al 1941. Il proprietario della cassetta a lei affidata finché si fossero rivisti: Ettore Navarra, fotografo al seguito delle truppe italiane nella Campagna d’Africa Orientale o Guerra d’Etiopia, una guerra brutale, impari, razzista.

     1935. Inizia il lungo flashback sugli anni di guerra. Una giovanissima Hirut a servizio del nobile Kidane e di sua moglie Aster reclama per sé un ruolo attivo nella lotta contro l’invasore- dopo tutto suo padre le aveva affidato il fucile su cui cinque tacche segnavano gli italiani da lui uccisi nella guerra precedente. Anche Aster, in lutto per la morte di un figlio, gelosa di Hirut, indossa il mantello del marito e imbraccia le armi. Hirut diventerà la guardiana del Re Ombra, Aster si metterà a capo di un gruppuscolo di donne soldato, entrambe saranno prese prigioniere. E quello che passeranno è immaginabile- in guerra dove ogni istinto animalesco prende il sopravvento, in una società razzista e maschilista, la sorte di due donne prigioniere è peggiore ancora di quella degli uomini.


     Il colonnello Fucelli comanda il manipolo di italiani in quella postazione su un terrazzamento a strapiombo- posizione ideale per infliggere la morte che gli offre un piacere sadico facendo precipitare le vittime nel vuoto dall’alto. Non gli basta. Ettore Navarra, soprannominato ‘Foto’, deve cogliere quel tragico volo senza ali con il suo obiettivo. Sarà una testimonianza, una sciagurata forma di arte. Saranno le fotografie di cui Navarra conserverà una copia nella cassetta, insieme a quelle delle due prigioniere, corpi bellissimi che i dominatori vorrebbero umiliare ma che protestano la loro dignità.

   Non c’è salvezza per il colonnello Fucelli la cui crudeltà adombra quella del generale Graziani, il boia del Fezzan che utilizzò l’iprite vietata dalle convenzioni internazionali. Non c’è attenuante neppure per l’obbediente Navarra, nonostante sia lui stesso una vittima del fascismo- smetterà di ricevere lettere dai suoi genitori, finiti chissà dove in qualche rastrellamento, prigionieri in quanto ebrei, proprio come Aster e Hirut.

     È questa ampia visione della Storia che piace nel romanzo di Maaza Mengiste, così come piacciono le diverse angolature- dal punto di vista degli etiopi che difendono il loro paese, degli ascari che vengono considerati traditori, delle donne nella loro duplice veste di guerriere e di donne fragili che devono soggiacere alle voglie dei maschi, del Re in esilio, dell’umile Re Ombra che riveste panni non suoi, dei ‘cattivi’ che questa volta siamo noi, gli italiani ‘brava gente’.

    Un romanzo duro, fatto di guerra, di morti, di sangue, di stupri, primo fra tutti quello di una terra occupata a forza. Un romanzo che riesce ad avere la terribile bellezza poetica dei poemi epici. Da leggere.   

la recensione del precedente romanzo di Maaza Mengiste, insieme all'intervista con la scrittrice, si trova sotto l'etichetta 'diaspora africana'

 la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook.


    

lunedì 18 dicembre 2017

Maaza Mengiste, "Lo sguardo del leone" ed. 2010

                                                       Diaspora africana
       la Storia nel romanzo
       il libro ritrovato


Maaza Mengiste, Lo sguardo del leone
Ed. Neri Pozza, trad. M. Ortelio, pagg. 366, Euro 17,00

    12 settembre 1974, Etiopia. Il Re dei Re, Hailé Selassié, viene deposto con un colpo di stato. Una giunta militare marxista, il Derg, prende il potere. Qualunque dissenso è soffocato in un bagno di sangue. Le vicende di quegli anni di dittatura sono viste attraverso gli occhi di Hailu, un medico scrupoloso che si è laureato in Inghilterra, e dei suoi due figli, l’obbediente Yonas e il ribelle Dawit.


INTERVISTA A MAAAZA MENGISTE, autrice de Lo sguardo del leone

    E’ sempre stato un paese fiero, l’Etiopia. Cinque anni di occupazione italiana, sotto il fascismo, non l’hanno piegato. Ha combattuto contro il nemico usurpatore con la furia del leone rappresentato sulla sua bandiera di allora, l’altero leone berbero simbolo del paese, trasformato in animale domestico dal Negus Hailé Selassié, allevato in cattività pure nello zoo. E, come spesso accade, è forse meglio il titolo originale per il romanzo di Maaza Mengiste, Beneath the Lion’s Gaze, Sotto lo sguardo del leone, che dà l’idea della Storia che scorre implacabile sotto lo sguardo indifferente degli immobili leoni di bronzo davanti ai cancelli della residenza dell’imperatore, sotto quello del leone di granito alla base dell’obelisco con i bassorilievi che ricordano la strage compiuta dagli italiani nel 1937, dopo l’attentato al generale Graziani. Ora poi, nel 1974 del colpo di stato militare, i leoni vedono anche la violenza sugli studenti, i cadaveri straziati dalle torture e gettati in strada, con la proibizione che vengano raccolti per la sepoltura.

     Sono giorni terribili, di sangue e paura. I protagonisti del romanzo di Maaza Mengiste appartengono ad una famiglia dell’élite culturale: il padre, Hailu, si è laureato in medicina in Inghilterra e, al ritorno in Etiopia, lo stesso imperatore gli ha consegnato in regalo un orologio dicendogli: “Non sprecare neppure un minuto in stupide chimere. Fa che l’Etiopia sia fiera di te”; il figlio maggiore, Yonas, è professore universitario; il secondo, Dawit è ancora uno studente. Loro tre rappresentano le tendenze dell’intero paese: la vecchia generazione, a cui appartiene Hailu, legata alla fedeltà al vecchio sovrano senza volerne ammettere le mancanze; dei due giovani, Yonas è pavido e non osa intervenire, mentre Dawit si impegna nella ribellione e nell’opposizione al regime militare.
C’è poi un altro personaggio, di diversa estrazione sociale- è Mickey, l’amico d’infanzia di Dawit. Orfano di padre, Mickey era stato per così dire ‘adottato’ da Hailu, difeso da Dawit quando i compagni di scuola lo schernivano per le scarpe scalcagnate e gli abiti logori. La parabola di Mickey è esemplare: Mickey si è arruolato, da sempre e ovunque l’esercito ha offerto una soluzione ai più poveri. Il comitato militare lo ha inviato nella regione del Wello colpita dalla carestia dove la gente muore di fame. A questo punto Mickey è ancora capace di soffrire con chi soffre, di lasciarsi sconvolgere dalle pance gonfie dei bambini e dagli arti scheletrici degli adulti. E tuttavia Mickey non ha il coraggio di rifiutare quando riceve l’ordine di uccidere tutti coloro che sono stati arrestati perché facenti parte del vecchio governo. Quando, dopo l’eccidio, si presenta a casa dell’amico Dawit per confessarsi, per ricevere un sostegno, Dawit ha orrore di lui e lo respinge: la loro amicizia è finita. Dawit non si piegherà mai a chiedere aiuto a Mickey, neppure quando suo padre Hailu viene arrestato, e Mickey continuerà la sua ascesa a fianco dei militari assassini.

    C’è sempre il rischio di un eccesso di schematismo quando uno scrittore attribuisce ai suoi personaggi determinati comportamenti, buoni o cattivi, senza mescolare le tinte. E tuttavia Maaza Mengiste è abbastanza abile da rimescolare le carte alla fine, cosicché la durezza della vita impone delle svolte a tutti.  Intanto il lettore è venuto a conoscenza di una Storia che non si trova sui manuali, di una dittatura spietata che verrà abbattuta solo nel 1991 dopo aver fatto 200.000 vittime. Nel libro della Mengiste  quelle che più toccano il cuore sono la ragazza che viene portata in ospedale perché Hailu la faccia vivere ad ogni costo- è stata torturata da un rinomato ‘macellaio’- e il bambino Berhane, prima arrestato perché testimone di qualcosa che lui non ha capito affatto e poi ucciso perché ha rallentato il passo per tirarsi su i calzoncini che gli cadono sulle gambette magre. Si sa, è facile suscitare la commozione con i deboli e gli innocenti che soffrono, eppure è vero che sono proprio loro a pagare per degli eventi che sono più grandi di loro, oppure, come è il caso di Hailu, imprigionato e torturato, scontano la loro bontà e umanità. Perché, come dice la nuora di Hailu, quello che importa non è vivere ad ogni costo, ma ‘come si vive’.
    Abbiamo incontrato Maaza Mengiste per parlare con lei del suo libro che contiene una storia che ci tocca da vicino.


 Ho osservato che il libro è dedicato ai suoi nonni e ai suoi zii, due dei quali hanno i nomi di due personaggi del romanzo, Mekonnen e Solomon: c’è qualcosa della storia della sua famiglia nel romanzo?
      La storia della mia famiglia è solo in parte presente nel libro. Quello che c’è è l’esperienza della paura e l’oppressione che la gente ha sperimentato. Mio nonno fu arrestato per un breve periodo e poi rilasciato, per fortuna. I miei zii non erano come i personaggi del libro che hanno i loro nomi, ma volevo, per l’appunto, dare i loro nomi a dei personaggi perché era un poco come farli rivivere. Erano più vecchi del Mekonnen e del Solomon del romanzo, erano sulla trentina e sono morti entrambi durante le proteste contro il Derg. Io non li ho potuti conoscere ma ho fatto tante domande su di loro: sono stati due tra le tante vittime della rivoluzione.

Il libro verte sulla ribellione degli studenti e dei giovani: sembra che dapprima siano contro Hailé Selassié e poi contro il Derg, il governo militare. Furono delusi dal cambio di governo? Si aspettavano qualcosa di diverso?
      Sì, si aspettavano qualcosa di diverso. Pensavano che, una volta che non ci fosse più Hailé Selassié, avrebbero avuto un governo di civili, che ci sarebbero state elezioni democratiche, che i militari al governo si sarebbero ritirati. Non avevano idea che il governo sarebbe diventato così violento e oppressivo. Erano giovani e idealisti.


Si accenna spesso alla madre di Sara che uccise un ufficiale italiano: può dirci di più di questo fatto? È un fatto realmente accaduto?
     La storia della madre di Sara non è la storia di qualcuno che conosco, ma durante l’occupazione italiana era frequente che gli ufficiali dell’esercito, o anche i civili, prendessero delle donne etiopi e le tenessero come serve e amanti, contro la volontà delle donne, naturalmente. Gli italiani venivano in Etiopia come civilizzatori e si comportavano come se l’Etiopia appartenesse a loro, come se sia l’Etiopia sia le sue donne fossero loro possesso. Nacquero molti bambini da quelle unioni e nel romanzo c’è un cenno alla possibilità che Sara fosse uno di quei bambini di sangue misto. Il problema dell’identità era complicato- penso che siano molti gli etiopi che hanno sangue italiano. Comunque l’episodio della madre di Sara è vero. Io mi domandavo che tipo di resistenza potesse fare una donna in quella situazione. Perché parte del libro è un’esplorazione di quali forme la resistenza può prendere. La madre di Sara aveva solo 14 anni quando le accadde di essere ‘presa’ da un italiano e quando qualcuno ti opprime fisicamente la reazione è per forza una reazione fisica. All’origine all’episodio della madre di Sara era dedicato un capitolo intero, poi il mio editor ha voluto che lo tagliassi perché pensava che occupasse troppo spazio nella vicenda.

Non è facile per noi, lettori italiani, accettare la verità: che eravamo il nemico in Etiopia, eravamo gli usurpatori del paese. E’ stato un periodo molto brutto per la gente, quello in cui gli italiani hanno conquistato e occupato il vostro paese?

     E’ una storia complicata, un rapporto complicato. Nessuno vuole che altri occupino la propria terra, prendano il tuo paese e le tue donne. Però ci furono molti italiani che, anche finita  l’occupazione, rimasero in Etiopia, ed erano accettati del tutto, non c’era animosità nei loro confronti. Individualmente erano gentili, ma è l’idea di colonizzare un altro paese che è violenta. C’erano però quelli che vedevano gli etiopi come esseri umani e non semplicemente come dei barbari. Gli etiopi non dimenticheranno mai Graziani e i gas velenosi- sono cose che fanno parte della nostra storia. Quello che ci rende aperti verso gli italiani è che noi non abbiamo mai rinunciato a lottare, noi ci vediamo come vincitori e quindi possiamo anche essere generosi nei confronti degli italiani.

Il dottor Hailu  e sua moglie vengono rappresentati come persone molto religiose, hanno una stanza della preghiera in casa: la religione cristiana è molto diffusa in Etiopia?
       Sì, molto. E’ la religione copto-cristiana. Una cosa di cui non si parla molto è che c’è anche una numerosa minoranza di musulmani. C’è sempre lotta tra gli appartenenti alle due religioni, la classe governante è cristiana- nei primi giorni della protesta c’era anche una richiesta di pari diritti. La famiglia del dottor Hailu è molto simile a quella di mio nonno: anche in casa dei nonni c’era una stanza della preghiera come la loro.

I quattro personaggi maschili principali- Hailu, Yonas, Dawit e Mickey- rappresentano gradi diversi di accettazione o di resistenza nei confronti del governo militare. Mickey finisce con il diventare un uomo del governo anche se, fondamentalmente, è un uomo buono. E’ la debolezza la sua colpa? è la vigliaccheria che spesso spinge gli uomini a commettere il male?
      Mickey è un uomo fondamentalmente debole, arrabbiato per la posizione che occupa nella società. Vuole avanzare, vuole avere una promozione e afferra l’opportunità. Volevo vedere che cosa succede quando una persona non è cattiva, ma viene spinta in una certa direzione e non ha la forza di resistere.


Mi è sembrato però che ci fosse un punto di svolta nella vita di Mickey, un momento in cui si decide il suo futuro e la sua scelta. E’ quando, dopo il primo eccidio, va a casa dell’amico Dawit piangendo e Dawit lo respinge. Se Dawit avesse avuto più comprensione per lui, forse Mickey non avrebbe proseguito la sua carriera di assassino per il Derg.
     E’ vero, perché Mickey non è malvagio, ci si dimentica che Mickey si rifiuta di uccidere l’imperatore. Era rassegnato ad essere ucciso lui stesso per disobbedire agli ordini, si era messo in ginocchio a pregare: c’è una linea che non è disposto ad oltrepassare. E’ quello che è successo in Etiopia: la gente era divisa in due parti, non c’era un’area grigia ed è stato quello che ha spaccato le famiglie e separato gli amici.

Vive ancora in Etiopia? Come è cambiato il paese dal tempo in cui è ambientato il romanzo?
      Vivo negli Stati Uniti, ora in Etiopia c’è un nuovo governo, non c’è spargimento di sangue ma, non vivendo là, non posso parlare per esperienza diretta. Le ultime elezioni sono state nel 2005 ed ora ci saranno nuovamente: suggerirei a tutte le nazioni di osservare attentamente quello che succederà. Gli Stati Uniti vedono nell’Etiopia un alleato cristiano, un’isola in mezzo a paesi musulmani. Ma è necessario che si controlli che vengano rispettati i diritti umani e la libertà di stampa. La mia famiglia vive ancora in Etiopia: quando vado a trovarli, mi sento a casa.

Il romanzo è scritto in inglese- una scelta ovvia, visto che ora Lei vive negli Stati Uniti. Ma che lingua si parla in Etiopia?
      Si parlano molte lingue in Etiopia, la principale è l’amarico, una lingua semitica che ha un alfabeto simile a quello ebraico. La questione della lingua è diventata una questione politica: ogni gruppo etnico vuole che venga riconosciuta la sua lingua, domanda perché si debba scegliere l’amarico, senza comprendere che la lingua unica è un collante. A scuola adesso si studia l’inglese.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos

bandiera etiope dal 1949 al 1975


                                                                                          



martedì 8 settembre 2015

Noo Saro-Wiwa, “In cerca di Transwonderland. Il mio viaggio in Nigeria” ed. 2015

                                                                          Diaspora africana
           FRESCO DI LETTURA

Noo Saro-Wiwa, “In cerca di Transwonderland. Il mio viaggio in Nigeria”
Ed. 66th and 2nd, trad. C. Barboni, pagg. 328, Euro 15,30



      C’è dell’ironia nel titolo del libro della scrittrice nigeriana Noo Saro-Wiwa, “In cerca di Transwonderland”. Transwonderland è il nome di un parco di divertimenti, del tipo che tutti i bambini amano, dove Noo stessa sarebbe voluta andare, quando era piccola. E’ un Gardaland stile nigeriano, con strutture arrugginite e cadenti, al limite del pericolo. E allora il nome che promette meraviglie suona terribilmente ironico, come il fatto che si vada in cerca di Transwonderland- sapendo come è in realtà- si carica di una delusione inattesa per quanto temuta. Tutto il viaggio di ritorno in Nigeria di Noo Saro-Wiwa è una ricerca di Transwonderland, tutti i sentimenti che lei prova sono altalenanti tra il desiderio di capire una cultura che non riconosce come sua e il rifiuto di un mondo troppo lontano da quello in cui lei è cresciuta. E poi, quando lo sforzo di amare quel luogo con la sua gente sembra essere al di là del possibile, ecco che, invece, l’amore arriva inaspettato e la sorprende
Sukur
- nel villaggio di Sukur che è un Eden incontaminato dalla corruzione, nella città di Calabar, la più sicura di tutta la Nigeria, a Edie, dove la visione delle migliaia di statuette le fa provare il desiderio di rubarle tutte per salvarle togliendole dall’incuria ignorante, perfino il ritorno a Lagos, dopo un itinerario che l’ha portata in giro in tutto il paese, le suscita sentimenti diversi. Perché il viaggio di Noo in Nigeria è stato un viaggio di crescita, come lo sono tutti i viaggi, e non è Lagos ad essere cambiata, ma lei, la ragazza che osservava tutto con in mente un libro da scrivere.
sculture di Nok
     Leggere “In cerca di Transwonderland” è come leggere una splendida guida di viaggio, di quelle che non ti dicono quanto costa il biglietto di ingresso e gli orari di apertura di un museo, ma che ti immergono nell’atmosfera di un paese e ti aiutano a capirlo. Tanto più che, al suo arrivo, Noo è sprovveduta quanto lo sarebbe un qualunque turista- arrivare in Nigeria dall’Inghilterra è come mettere piede su Marte. A suo vantaggio Noo ha la famiglia, da parte di padre e da parte di madre, che vive lì e che le dà suggerimenti,  invitandola alla cautela (mai rientrare dopo il tramonto, a Lagos, attenzione a quei trabiccoli che fanno le veci dei mezzi pubblici, diffidare di tutti).
la famiglia Saro-Wiwa
Il padre di Noo è ancora molto conosciuto in Nigeria- Ken Saaro-Wiwa, un attivista che ha sfidato le multinazionali del petrolio, è stato arrestato e ucciso nel 1995- e il viaggio di Noo non è solo il tentativo di riappropriarsi di un paese da cui ha vissuto lontano (nata nel 1976 in Nigeria, è cresciuta in Inghilterra dove il padre desiderava che i figli studiassero), ma anche di ricucire i ricordi- le estati in cui lei e i fratelli venivano a trovare il padre (odiavano il caldo, la noia, le visite ai parenti), il trauma quando avevano appreso della seconda famiglia del padre-, di gustare alcuni piatti locali (il plantano fritto) che sono per lei come le madeleines di Proust. Noo verifica con orrore le conseguenze dell’altissima corruzione che è- da sempre- la piaga del paese. Quel che è peggio è che la corruzione, a tutti i livelli, è la norma di vita ed è utopistico sperare che qualcosa cambi. Anzi, se la corruzione porta a strepitose ricchezze di pochi, è proprio quella strepitosa ricchezza che è segno di potenza e di valore.
durbar
Verrebbe voglia di scappare dalla Nigeria, ma poi ci sono esperienze esotiche e colorate che fanno, anch’esse, parte della Nigeria- la fastosa sfilata del durbar, e tutte le opere d’arte (quelle che non sono state rubate) come le sculture di Nok o i monoliti di Ikom- e bellissimi paesaggi incontaminati.
monoliti di Ikom

    Non si torna indietro. Altri lo fanno o lo hanno fatto, come il fratello maggiore di Noo che ha raccolto l’eredità famigliare. Ma Noo tornerà in Inghilterra. Il suo libro servirà a noi, come è servito a lei, per avvicinarci alla Nigeria, senza cercare nessuna Transwonderland.


Noo Saro-Wiwa sarà presente al Festival della Letteratura di Mantova 2015