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giovedì 23 luglio 2026

Kiran Desai, “La solitudine di Sonia e Sunny” ed. 2026

                                                         Voci da mondi diversi. India

          love story

Kiran Desai, “La solitudine di Sonia e Sunny”

Ed. Adelphi, trad. G. Oneto, pagg. 762, Euro 23,75

 

    Finalmente è tornata Kiran Desai, dopo quasi vent’anni di silenzio- era il 2007 quando fu pubblicato il suo primo romanzo, “Eredi della sconfitta”. Ed è un ritorno grandioso, con un libro che è una storia d’amore fra un ragazzo e una ragazza indiani, ma è anche una storia d’amore conflittuale per la propria terra d’origine da cui ci si vorrebbe allontanare e che, tuttavia, ci tiene legati, di amore per la famiglia di cui si vedono le arretratezze e i difetti ma che, ancora, ci imprigiona con il suo affetto.

    Sonia e Sunny sono i due protagonisti, ci vorrà parecchio tempo, però, prima del loro incontro che forse è proprio voluto dal destino. Perché entrambi vivono negli Stati Uniti, entrambi appartengono a famiglie la cui ambizione era di mandare i figli a studiare all’estero, entrambi cercano di adattarsi, entrambi credono di aver trovato l’amore in un’altra persona che non appartiene al loro mondo. Sonia si innamora di un pittore strambo, narcisista ed egocentrico. Si sentiva terribilmente sola, nel college nel Vermont, prima di incontrare lui, sognava di diventare una scrittrice e poi  rimane schiacciata da quell’amore tossico. Sunny vive a New York, è un giornalista alle prime armi, ha una ragazza bionda e diafana che è il suo esatto opposto. Naturalmente non ha mai parlato di questa ragazza alla madre possessiva e gelosa che vive in India.


    In teoria la storia d’amore tra Sonia e Sunny sarebbe potuta iniziare molto tempo prima, quando le loro famiglie, in India, avevano cercato di organizzare un incontro per un matrimonio combinato. Quanto si era vergognata Sonia! Un matrimonio combinato di questi tempi…Eppure l’amico di Sunny, studente di medicina negli Stati Uniti, proprio perché soffriva anche lui di solitudine, era tornato in India per sposare una ragazza che non aveva mai visto prima. E comunque sarà il destino a decidere per Sonia e Sunny, si incontreranno su un treno e poi si rivedranno nella casa dei nonni perché sono le coincidenze a decidere per loro. Si ameranno, saranno felici, si lasceranno, si incontreranno di nuovo- è l’amuleto tibetano che il pittore folle aveva sottratto a Sonia e che è stato ritrovato da Sunny che è artefice del loro destino insieme?

   C’è l’India moderna nel romanzo di Kiran Desai. C’è, nei due protagonisti, la sensazione di non sapere dove collocarsi, di sentirsi divisi tra una nuova cultura e nuove idee e il retaggio affettivo e culturale del paese da cui provengono, dove ci sono le loro radici, dove vivono le loro famiglie.

Goa

     Questo è un riassunto stringato del contenuto del romanzo che, invece, è ricchissimo di altre storie minori, di altri personaggi che aggiungono qualcosa alle vicende di Sonia e Sunny, che ci fanno capire quanto sia difficile il loro distacco da questo mondo, è ricco di luoghi che spaziano da New York a Goa, dalle alture vicino all’Himalaya al Messico, di colori, di leggende. È anche ricchissimo di parole, “La solitudine di Sonia e Sunny”- lo stile di Kiran Desai è superbo, musicale, immaginifico. Tuttavia, se si può fare un appunto, c’è forse troppo in questo romanzo- le prime trecento, quattrocento pagine sono travolgenti, entusiasmanti, poi cala l’attenzione alla lettura e inizia una certa qual stanchezza prima di risollevarsi nella svolta finale che attendevamo, che speravamo di leggere. E se nel personaggio del pittore narcisista c'è qualcosa di Ohran Pamuk, che è stato a lungo il compagno di Kiran Desai, ebbene, è stata una fortuna per la scrittrice se la loro storia è finita.



martedì 7 ottobre 2025

Nini Wiedemann, "Al di là delle frontiere" ed.2004

                                                                           Casa Nostra. Qui Italia

                                                         seconda guerra mondiale

             love story

INTERVISTA A Nini Wiedemann, autrice di “Al di là delle frontiere”

Ed. Tropea, pagg. 217, Euro 15,00

 

Ha due sottotitoli, il romanzo “Al di là delle frontiere” di Nini Wiedemann di cui abbiamo visto di recente l’adattamento cinematografico in televisione con l’interpretazione di Sabrina Ferilli: “Una storia d’amore e di guerra” e “Una storia vera”. E così questa storia, che avrebbe gli elementi per essere un romantico feuilleton, acquista tutto un altro significato e un altro valore, come storia d’amore che supera le barriere, quelle geografiche di due paesi, Italia e Germania, prima alleati e poi nemici, quelle delle incomprensioni degli altri, quelle delle difficoltà oggettive e logistiche. Per concludersi bene- e se non fosse “una storia vera”, come dimostra anche il cognome tedesco della scrittrice, non potremmo perdonare un finale così rosa da sembrare impossibile. Il nome da ragazza di Nini Wiedemann è Angela Ghiglino e abitava con la famiglia a Pietra Ligure quando incontrò il capitano Hans Wiedemann, del comando tedesco di Albenga. Era già il quarto anno di guerra, dopo l’8 settembre gli uomini di casa si erano rifugiati sulle montagne e ad Angela, sospettata di aiutarli, era arrivato un mandato d’arresto da parte del federale di Savona. Si era salvata accettando il lavoro che degli amici le avevano procurato, come interprete del capitano Wiedemann.


La cosa più difficile, per Angela, è dissociare l’immagine del tedesco, che è il nemico, da quella dell’uomo sensibile, gentile e colto che si trova a combattere una guerra di cui ha orrore e vergogna. In un racconto in terza persona che cerca di evitare le trappole dell’emozione, Nini Wiedemann ricorda le tappe dell’attrazione e poi dell’amore che diventa per entrambi una difesa contro lo scempio della guerra- gli inglesi bombardano Pietra Ligure, Hans Wiedemann riceve l’ordine di recarsi a Montecassino e Angela lo segue. Lo seguirà anche nella ritirata lungo la penisola, difesa con rozza tenerezza dall’attendente siberiano di Hans, su fino al Veneto, dove i tedeschi minano la laguna per fermare l’avanzata degli alleati. E sarà qui che il ruolo di Angela acquisterà un’importanza nazionale, ma Hans non è il debole che agisce per amore di una donna. Hans è l’uomo che ha il coraggio di riconoscere il valore della disobbedienza a cui niente nella sua formazione lo ha preparato, che c’è la libertà di disobbedire a un ordine assurdo e folle.  Firmerà la resa, dando l’ordine di liberare i campi minati e consegnandosi prigioniero insieme a i suoi uomini. Stilos ha incontrato la signora Wiedemann a Pietra Ligure, dove vive di nuovo da una quindicina di anni, per parlare con lei della sua straordinaria storia d’amore durante la guerra.

 Sono passati 60 anni dai fatti che Lei racconta, come mai viene pubblicato solo ora il libro sulla sua storia?

    Perché sono stata in Germania per quarant’anni, avevo iniziato a scrivere il libro in tedesco, poi ho capito che non andava bene: parlo il tedesco, ma non ho mai studiato la grammatica e ho deciso che il libro doveva essere scritto in italiano. L’idea di scrivere il libro mi era venuta perché volevo lasciare a mio figlio un ricordo, volevo che sapesse che cosa suo padre ed io avevamo fatto. Mio marito Hans Wiedemann è morto in un incidente d’auto nel 1964 e io sono tornata a vivere in Italia alla fine degli anni ‘80. Ho scritto il libro e lo feci pubblicare in poche copie, per mio figlio e degli amici, dalla Loggia dei Lanzi di Firenze. E’ stato il conte Vianelli, di cui parlo nel libro e con cui sono rimasta in contatto, che ne ha parlato con un giornalista del Gazzettino di Venezia e da lì si è messo in moto tutto quanto: sono stata contattata da un giornalista di Roma, sono stata intervistata in televisione per la ricorrenza del 25 aprile del 1998, e poi c’è stato il film e ora l’edizione del libro pubblicato da Tropea.

 Lei ha dei ricordi molto precisi di quegli anni: ha fatto delle ricerche per controllare le date e gli avvenimenti degli anni di guerra?

     Sì, i fatti li conoscevo, però ho fatto ricerche sui libri di storia, sono stata aiutata da un professore di storia di Ceriale e anche il generale La Penta di Torino mi ha fornito informazioni e date sulla guerra. Ho anche telefonato al sindaco di Cavarzere, dove mio marito aveva firmato la resa, per avere la copia di quel documento, e sono stata invitata a Chioggia dove ero già stata ospite del vescovo per un mese dopo la liberazione, quando mio marito è partito per la prigionia e per me era troppo pericoloso ritornare in Liguria senza una scorta.

 Perché ha scelto di raccontare la sua storia in terza persona?

    Perché mi pareva di autoglorificarmi, se avessi scritto in prima persona. Non volevo adularmi. Parlavo di fatti che forse mi facevano onore e per modestia preferivo parlare in terza persona: non è nella mia natura mettermi in mostra e io sono rimasta quella di sempre.


 Non si parla mai della Liguria degli anni di guerra, soprattutto della Liguria di Ponente. Eppure so che sono stati tempi durissimi, che non c’era niente da mangiare.

      E’ vero che sono stati tempi durissimi e che non c’era niente da mangiare. Noi eravamo una famiglia di gioiellieri e avevamo la possibilità di portare dell’oro ai contadini in cambio di qualcosa da mangiare, ma c’era proprio poco. Si faceva la fame, neanche con i buoni si riusciva ad avere qualcosa. E bisognava cercare di far arrivare del cibo anche ai partigiani sulle montagne, mio fratello, mio cugino, dei nostri amici erano con i partigiani. E abbiamo anche subito dei bombardamenti: Pietra Ligure è stata distrutta dal bombardamento di cui parlo nel libro. Infatti le riprese del film sono state girate in Romagna, perché qui c’è troppo cemento, tutto è stato ricostruito.


 Che cosa è stato più difficile per lei? La lotta interna per accettare questo amore o farlo accettare agli altri?

    Entrambe le cose hanno suscitato contrasti fortissimi in me. Per tradizione il tedesco era il nemico. Quando ero bambina, mia nonna mi diceva: “ se non stai buona chiamo i prussiani.” Non amavo i tedeschi. Poi, nel viaggio in treno da Roma verso casa dopo l’8 di settembre, ho visto sparare a un ragazzo, ho assistito alla violenza dei tedeschi. Ho combattuto questo amore, e anche mia madre mi diceva, “è impossibile, non puoi amare un tedesco”. Io provavo rancore nei suoi confronti, neppure io sarei voluta andare a lavorare come interprete al comando tedesco, ma l’alternativa era finire nelle prigioni politiche di Savona. Eppure mi sono innamorata. Perché Hans era un uomo magnanimo, generoso, neutrale, non aveva niente contro il popolo italiano. Quando l’ho conosciuto bene, mi sono resa conto che era un uomo meraviglioso, con dei valori che non credevo i tedeschi potessero avere. Quello che all’inizio era un sentimento di attrazione si è trasformato in un grande amore. Però c’erano gli altri: non venivo accettata, vedevo il disgusto, l’ira negli occhi degli altri. Quando le case venivano requisite e io entravo sorridendo e cercando un contatto con loro, loro giravano la testa dall’altra parte. Ne ho sofferto molto e ho cercato in tutti i modi di aiutarli perché capissero che non li avevo mai traditi. Non potevo sopportare questo disprezzo, io non avevo mai tradito. Sì, mi ero salvata e mi ero innamorata, ma non avevo mai tradito la mia gente.

 L’hanno capita nella sua famiglia?

      Mia madre non voleva neppure che facessi l’interprete. “Allora vado in prigione”, le ho detto. Ma quando sono venuti i fascisti per arrestarmi, è stata lei stessa a mostrare il documento in cui risultava che lavoravo per il comando tedesco. Da allora piano piano ha capito. Io ho nascosto a mia madre il mio amore per Hans, ma lei se n’è accorta. Era mia madre e sapeva leggere le mie espressioni- mi ha detto, “ti sei innamorata”, e io ho risposto, “sì”, non potevo mentire. Ha pianto  e mi ha detto, “capisco il tuo amore, ma per noi è inaccettabile. Lo capisco e sei mia figlia.” Anche per lei è stata una tremenda lotta interiore. Temevo che mia sorella e mio fratello non mi avrebbero più voluto vedere, e per un po’ è stato così. Mia sorella era incinta e io ho detto a Hans che volevo esserle d’aiuto e portarle da mangiare: Hans ha organizzato tutto lui, anche se per lui era rischiosissimo. Ha fatto riempire un camioncino, guidava il suo attendente russo, abbiamo detto che andavamo a procurarci frutta e verdura dai contadini nell’entroterra e poi abbiamo lasciato dai contadini i viveri per i partigiani.


 Ci saranno stati molti momenti in cui ha avuto paura, quali sono stati i peggiori?

     Ho sempre avuto paura, ma volevo stare con Hans: se moriva lui al fronte, morivo anch’io. Il momento peggiore è stato quando gli inglesi hanno attaccato durante la pausa, vicino alla casamatta- io ero fuori che mangiavo una mela acerba, avevo fame. Vicino a me c’era il tenente Schmidt che è stato sventrato. Io sono stata ferita da una scheggia ma ero ricoperta dalle budella del tenente e sono svenuta, più che per il male, per la paura e per lo shock di quel momento.

 Ho trovato molto bello il personaggio del russo Ivan che le faceva da scorta.

    Era un uomo speciale, un burbero buono. Era un siberiano mastodontico, sembrava un orso che ringhiava, ma aveva un cuore d’oro, aveva la dolcezza negli occhi. Anche quando gridava e io gli dicevo, “ma perché fa così, Ivan?”, i suoi occhi ridevano. Gli alleati non hanno rispettato gli accordi presi con mio marito, e i russi del suo battaglione, compreso Ivan, sono stati consegnati a Stalin- saranno morti tutti.


 E dopo? So che è un’altra storia, ma che cosa è successo dopo?

     Si intitola proprio così il libro che sto finendo in questi giorni: “E dopo…e dopo”. Dirò solo che dopo continua la mia ricerca di Hans che è stato mandato in un campo di prigionia ad Alessandria d’Egitto, è stato liberato quasi subito ed è andato a Francoforte, ma non poteva muoversi di lì. Ci siamo rincontrati nel 1946.


L'intervista e la recensione sono state fatte nel 2004 e sono state pubblicate sulla rivista letteraria "Stilos".

Le fotografie sono tratte dal film

 

                                                                                              

venerdì 6 dicembre 2024

Jenny Erpenbeck, “Kairos” ed. 2024

                                             Voci da mondi diversi. Germania

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Jenny Erpenbeck, “Kairos”

Ed. Sellerio, trad. Ada Vigliani, pagg. 391, Euro 18,00

   Dicono che Kairos, il dio dell’attimo fortunato, ha un ricciolo che gli ricade sulla fronte, e da quello soltanto lo si può trattenere. Ma il dio Kairos passa in un attimo accanto a noi e la parte posteriore della sua testa è calva e non offre nessun appiglio. Aveva davvero colto l’attimo fortunato, Katharina, quando aveva incontrato Hans?

    Berlino Est 1986. Lei, Katharina, ha diciannove anni. Lui, Hans, ne ha trentaquattro, sì, trentaquattro, più di lei. Significa che ne ha cinquantatre. Dieci anni più di suo padre. Ma l’amore è cieco, si dice.

Era l’11 luglio. È la data che festeggeranno ogni mese, il giorno di cui ricorderanno ogni minimo dettaglio del loro incontro- l’autobus che lei aveva preso per un soffio, gli sguardi che si erano incrociati, la pioggia, il caffè, la serata insieme. Lui è sposato (la moglie sopporta i suoi tradimenti, Katharina non sa ancora che lui è un amante seriale), ha un figlio. Lei studia composizione tipografica, lui scrive romanzi. Lui era cresciuto negli anni del nazismo (ricorda quando suo padre, negli ultimi giorni della guerra, aveva gettato la sua divisa della Hitler Jugend al di là del muro del giardino), lei conosceva soltanto il socialismo della DDR.


   La storia d’amore di Katharina e Hans ci viene raccontata in un continuo di punto e contrappunto, il punto di vista di lei e quello di lui, come ognuno dei due vive l’esaltazione dell’innamoramento, quando anche solo pochi minuti lontano dalla persona amata sembrano un’eternità, quando si ama tutto dell’altro, quando si dicono parole e si fanno piccole cose, come attaccare una rosa alla porta dell’amata, che mostrano l’esaltazione del sentimento, quando si è ciechi (avevamo detto, no?,che l’amore è cieco) e non si vogliono vedere i segnali di pericolo. Così Katharina non vuole vedere come l’uomo che ama si riveli a poco a poco in un sadico, egoista, possessivo, geloso, manipolatore. Il tempo passa, quando lui scopre che Katharina- è così giovane, dopotutto- è andata a letto con un collega di lavoro, il suo modo di punirla ricorda da vicino le punizioni esemplari dei regimi totalitari, esigendo confessioni forzate e reiterate, umiliandola, costringendola ad autopunirsi.

    Il romanzo inizia quando l’amore è finito da un pezzo e Katharina riceve la notizia della morte di Hans e uno scatolone pieno di carte- scontrini, biglietti e anche pagine che saranno una totale sorpresa per lei e per noi, che le riveleranno un’altra faccia di Hans.


    Insieme all’amore anche la DDR è finita da un pezzo, il muro di Berlino è stato smantellato, i tedeschi dell’Est si sono gettati famelici sui beni di consumo che avevano desiderato (anche Katharina era tornata da una visita alla nonna a Colonia, quando questa era ancora nella Repubblica Federale, con la valigia strapiena di cose introvabili all’Est), era sopraggiunta anche la delusione del rincaro dei prezzi, della difficoltà di trovare lavoro in questa nuova Germania unita. E poi era stato possibile accedere agli archivi della Stasi.


    La leggerezza della prima parte del romanzo, quella che è un canto d’amore, finisce per stancarci, perché diventa ripetitiva e noiosa, perfino banale. Lui mostra di essere un uomo orribile e solo motivazioni psicologiche neppure tanto difficili da comprendere possono giustificare l’innamoramento di Katharina. Così come è facile capire l’inebriamento della conquista da parte di un uomo più anziano. La seconda parte, quella in cui la fine dell’amore coincide con la fine della DDR, è molto più interessante e avrebbe meritato uno spazio maggiore nella narrativa.

   “Kairos” ha vinto l’International Booker Prize 2024.



 

venerdì 25 ottobre 2024

Jean-Baptiste Andrea, “Vegliare su di lei” ed. 2024

                                                             Voci da mondi diversi. Francia

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        premio Goncourt

Jean-Baptiste Andrea, “Vegliare su di lei”

Ed. La Nave di Teseo, trad. Simona Mambrini, pagg. 480, Euro 22,00

 

    Francia. Primi anni del ‘900. Una famiglia di immigrati italiani. Lui fa lo scultore. Quando nasce un bambino, il nome pare ovvio. Si chiamerà Michelangelo. Un paradosso: il nome di un ‘grande’ per un bambino affetto da nanismo. Eppure Michelangelo, chiamato Mimo, diventerà anche lui un grande scultore, ricercato dai ricchi (anche dal Papa) che vorranno potergli commissionare statue celebrative.

    Muore il padre in guerra, la madre non riesce a tirare avanti e manda Mimo in Italia, da uno ‘zio’ che in realtà non è suo zio, un altro scultore che ama più il vino che la pietra da scolpire. Eppure, di nascosto, incorrendo nelle sue ire, Mimo inizia ad usare lo scalpello. E quello che fa è sorprendente.

   All’inizio del romanzo Mimo sta morendo. Da anni si è ritirato in un monastero, senza però prendere i voti. La sua storia, quindi è un ritorno al passato, ad una lunga vita trascorsa tra eccessi, guardando le stelle e rotolandosi nel fango. A Pietra d’Alba, dove Mimo vive in una sorta di sudditanza allo zio, vive anche una ricca famiglia nobile- sono gli Orsini. Hanno quattro figli, gli Orsini- il primogenito muore in guerra, il secondo sarà un fedele del Duce, il terzo entra nella Chiesa e il quarto, il quarto è l’unica femmina, Viola. E sarà il grande amore di Mimo.


     Si incontrano quando hanno tredici anni, Mimo e Viola. Si continueranno a incontrare di nascosto nel cimitero, luogo dove nessuno verrà mai a cercarli.  Hanno entrambi un sogno- lui di diventare un grande scultore, lei di volare. Viola vuole costruirsi delle ali per volare, come ha visto nei disegni delle macchine di Leonardo. E Mimo la asseconda. La prima grande statua che Mimo scolpisce è un regalo per lei, è un Orso che esce con impeto dal blocco di marmo. Per i più è un riferimento allo stemma della casata, per loro due è l’orso che Viola ha addomesticato e che ha fatto nascere la leggenda che lei sia capace di trasformarsi in un orso.

     E poi…Viola prova sul serio a volare e l’esito è prevedibile, Viola scompare dalla vista di tutti, Mimo ne chiede invano notizie. Finché viene a sapere che si sposa. Lui non è più il ragazzino ingenuo che è arrivato a Pietra d’Alba. Ha lavorato in un circo, interpretando un ruolo per cui si disprezza, beve (tanto, come lo ‘zio’ che disprezzava), ha frequentazioni poco raccomandabili. Ma deve avere un angelo custode (Viola? Il fratello sacerdote di Viola?) che lo tira fuori dalla sozzura e dall’ignominia. Diventerà veramente un acclamato scultore finché la pietra non gli dirà più niente, finché sarà come cieco, non vedrà più la bellezza nascosta.

    Il tempo è passato, dapprima ci sono state le avvisaglie, poi l’avvento del Duce è diventato realtà. Viola, lo spirito libero, la donna anticonvenzionale che ama la libertà, è acerrima nemica del fascismo. Mimo non sa resistere, è un opportunista. Fino ad un certo punto.


    Quasi un secolo di Storia d’Italia fa da sfondo a questa storia d’amore fuori dagli schemi, una storia che è un inno alla libertà, alla ricerca della bellezza anche dove è nascosta, all’arte che è la sublimazione dello spirito nella materia. Se anni prima l’Orso in qualche maniera raffigurava Viola, l’ultima creazione di Mimo è una Pietà che solo ad una occhiata superficiale può sembrare simile alla Pietà del Buonarroti. C’è Viola in quella Pietà, c’è lo strazio di Viola morente in quella statua. Tutti la cercano nel viso della Madonna, ma dovrebbero guardare meglio, perché non è solo Maria che soffre nella Pietà di Mimo Vitaliani.

     “Vegliare su di lei” ha vinto il premio Goncourt 2023 ed è un affresco così ricco di personaggi ordinari e straordinari, realmente esistiti e inventati, di vicende normali o con qualcosa di fantastico, di episodi reali (il massacro di immigrati italiani ad Aigues-Mortes, in Francia, nel 1893 e la deportazione degli ebrei) e altri fittizi, che è impossibile darne un’idea precisa. Leggetelo e aggiungiamo Mimo ai ‘nani’ o altri personaggi deformi famosi della letteratura, a Oskar del “Tamburo di latta” di Grass e a Quasimodo de “Il gobbo di Nôtre Dame”.



giovedì 26 settembre 2024

Kristen Loesch, “La bambola di porcellana” ed. 2024

                             Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

                                                        love story

Kristen Loesch, “La bambola di porcellana”

Ed. Marsilio, trad. Valeria Raimondi, pagg. 387, Euro 19,00

      Un prologo con una favola, In un regno lontano, in una terra dimenticata, viveva una bambina che assomigliava in tutto e per tutto alla sua bambola di porcellana. La favola, anzi, le favole, saranno il leit motiv del romanzo di Kristen Loesch e, se dapprima le leggiamo interpretandole per quello che sono, per quello che raccontano nella tradizionale chiave fantastica, poi iniziamo a sospettare che queste favole, scritte a mano e raccolte in un quaderno che la madre lascia alla protagonista, la figlia Rose, abbiano un significato nascosto, che contengano un messaggio che deve essere decrittato- ma a Oxford non ha studiato proprio per questo, Rose?

Anche la bambola sarà un ‘personaggio’ ricorrente. Bambola si dice Kukolka, in russo. E Aleksej Ivanov, che assume Rose perché lo accompagni a Mosca, vuole rintracciare una donna- la chiamavano Kukolka, perché aveva un viso da bambola.


   Londra 1991. È Rose che racconta del suo primo incontro con il quasi centenario Aleksej Ivanov ad una presentazione in cui leggeva brani tratti dal suo libro di memorie, “L’ultimo bolscevico”. Ivanov era stato prigioniero in un gulag e quel piccolo libro con la copertina rossa narrava del periodo che aveva passato ai lavori forzati per costruire il canale del Mar Bianco: 170.000 i detenuti impiegati, 25.000 i morti, 20 mesi per costruirlo tra il 1931e il 1933, terminato con quattro mesi di anticipo sulla programmazione.


Rose era nata a Mosca e vi aveva passato i primi dieci anni della sua vita. Dopo l’evento traumatizzante in cui sua sorella e suo padre erano stati uccisi, lei e la madre erano fuggite in Inghilterra. Soltanto sua madre la chiama ancora Raisa. Lei ormai si sente inglese, ha studiato a Oxford, ha un fidanzato inglese. E tuttavia qualcosa la chiama al passato, un desiderio di sapere di più su quello che è successo perché non ha mai dimenticato il viso dell’uomo che ha distrutto la sua famiglia. Accetta la proposta di Ivanov e ritorna in Russia.

   Pietrogrado, non ancora Leningrado, non ancora san Pietroburgo, 1915. Antonina, chiamata con il diminutivo di Tonja, è la sposa sedicenne di un uomo più anziano che lei non ama. Lui le ha dato la ricchezza, la splendida casa sulla Fontanka, ma lei si sente come uno degli oggetti della sua collezione. I tempi stanno cambiando, soffiano i venti della rivoluzione, Tonja finirà per innamorarsi di un giovane dagli occhi ardenti, un rivoluzionario, un bolscevico.

la Fontanka

    Le due narrative scorrono parallele, quella di una ricerca duplice- di una donna con il viso da bambola, di un uomo che aveva ucciso due persone e della propria identità da parte di Rose sempre più Raisa- e quella della fanciulla innamorata che attraversa un secolo di Storia in cui la Russia diventa Unione Sovietica per poi tornare ad essere Russia, segnato dalla Rivoluzione, dalle speranze in una grande utopia, dal Terrore e dalle Purghe staliniane, dai gulag, dall’assedio di Leningrado. C’è anche una duplice storia d’amore, perché anche Rose, come Tonja, incontra un altro uomo, anche lei tradisce. E Kukolka? Rose incontra anche Kukolka, riconoscendosi in lei.

    Anche se nel finale, ricco di colpi di scena, troppe delle cose che vengono svelate, troppi dei misteri della trama sono poco credibili, il romanzo è una lettura appassionante che difficilmente si riesce ad interrompere, con echi di ‘Anna Karenina’, di Solzenytsin e qualcosa del ‘Dottor Živago’.



 

   

martedì 24 settembre 2024

Shubnum Khan, “Lo spirito aspetta cent’anni” ed. 2024

                                                 Voci da mondi diversi. Sud Africa

           love story

Shubnum Khan, “Lo spirito aspetta cent’anni”

Ed. Neri Pozza, trad. Simona Fefé, pagg. 320, Euro 19,00

   Akbar Manzil. Una casa nel Natal, provincia costiera del Sudafrica. Ecco un’altra casa che ricorderemo, una casa come Istana, come Howards End, come Tara, come Manderley, come tutte le case protagoniste di romanzi su cui mi piacerebbe tenere un corso di letteratura.

   Un centinaio di anni fa Akbar Manzil era grandiosa, in alto sulla collina da cui dominava la costa, dove tutti potevano vederla. Adesso è il fantasma di quello che era, è una casa infestata dai fantasmi o meglio dai ‘geni’, le entità soprannaturali intermedie fra il mondo angelico e quello umano della cultura araba- da uno spirito, nella fattispecie, che si aggira per le stanze fatiscenti, che si ferma davanti ad una porta chiusa a chiave nell’ala est. Eppure, quando Bilal vi arriva, chiede alla figlia Sana che è con lui se pensa che questa sarà per loro ‘casa’, se alla mamma sarebbe piaciuta. La casa è stata divisa in miniappartamenti abitati da persone che sono andate alla deriva nella loro vita- un responsabile che si fa chiamare Dottore, due donne che litigano tra di loro di continuo, una ex concertista, una domestica che parla da sola.


   Sana è sperduta, tormentata dai ricordi di una madre che non la amava, di una sorella siamese che non era sopravvissuta all’intervento che le aveva separate e che continua ad essere al suo fianco, a parlarle, a stuzzicarla, a provocarla, quasi un altro djinn niente affatto benevolo che la invita a raggiungerla.

   Sana si aggira per la casa, arriva davanti alla porta chiusa, riesce ad entrare, spolvera, la mette in ordine, trova dei diari.

E allora la narrazione prosegue su due piani temporali, le protagoniste diventano due, la ragazzina orfana che si chiede che cosa è l’amore e la giovane donna che scopre che cosa è l’amore, suo malgrado perché proprio non avrebbe voluto sposare Akbar e diventare la sua seconda moglie. Sana e Meena.

    La storia di Meena acquista subito un rilievo maggiore ed è più appassionante di quella di Sana. Inizia con quella di Akbar, uomo di fascino e dalla mente curiosa, che porta la moglie dall’India a vivere in Sudafrica, fa costruire la grande casa, fa arrivare animali esotici per un suo zoo privato e un domatore che si prenda cura di loro. Che cosa ha in comune con la moglie che scimmiotta la moda inglese, vanta la sua ascendenza moghul e non gli presta ascolto quando lui le legge le poesie che ama? Quando Akbar si innamora di Meena, una semplice operaia, né la moglie né la madre di Akbar pensano che possa essere più che un divertimento. E invece…


   Amore e tenerezza che suscitano gelosia folle e crudeltà, sgarbi e aperto disprezzo che contagiano anche i due bambini quando nasce il figlio dell’amore di Akbar e Meena, che portano ad un atto di inaudita malvagità. Non finisce qui, sappiamo fin dall’inizio che se la casa è stata abbandonata, se è in rovina, è perché è stata teatro di qualcosa di tragico.

    Il finale è a sorpresa, perché ricongiunge i due filoni narrativi e alla tragedia del passato ne corrisponde un’altra nel presente.

   Quella di Shubnum Khan è una scrittura lussureggiante, incredibilmente poetica, capace di restituirci colori e suoni, luci e ombre, di rendere credibile- in un personalissimo ‘realismo magico’ molto poetico- la presenza dello spirito malato d’amore che ha taciuto per cento anni e quello di una gemella uscita di scena troppo presto. E poi il suo romanzo è una bellissima e insolita storia d’amore.



mercoledì 3 luglio 2024

Abigail Assor, “Ricco quanto il re” ed.2024

                                              Voci da mondi diversi- Marocco


                 love story

Abigail Assor, “Ricco quanto il re”

Ed. Marsilio, trad. Annalisa Romani, pagg. 192, Euro 17,00

 

   Potrebbe essere una storia banale. Anzi, è una storia banale raccontata in maniera brillante e ambientata in un luogo del nostro immaginario- Casablanca.

   È una variante della storia di Cenerentola (nessuna fine felice, però), o della Bella e la Bestia (nessuna trasformazione finale della Bestia nel bel principe) con qualcosa anche di “Pretty Woman” (citato anche nel libro).

Sarah, sedici anni, è bellissima. La madre è francese, ma, come capiremo presto, il vantaggio e il prestigio dell’essere francese è del tutto annullato dal fatto di portarsi degli uomini a casa per sopravvivere. Del padre Sarah sa solo che era un militare dalla pelle scura come la sua, bello come Marlon Brando.

Hay Mohammed

    Sarah non è solo bella, è perspicace e furba, ha capito presto come gira il mondo, come ci siano due categorie di persone, i ricchi e i poveri, due zone della città, Anfa Superior e Hay Mohammed- là i giardini curati, le ville e le piscine, le auto di gran lusso, qui le baracche e l’immondizia. E Sarah sa che cosa vuole. Lei vuole entrare nei club esclusivi, vuole vestiti nuovi e non riadattati, vuole l’auto e l’autista. E la villa naturalmente. Vuole un uomo ricco che le dia tutto questo. Quando le indicano Driss, dicendole che è ricco quanto il re, lei decide che lo conquisterà e si farà sposare. Non importa se Driss è piccolo e tozzo, se ha il naso adunco e una brutta pelle, se non parla mai con nessuno. Driss ha una moto e- lei non lo sa ancora- è uno dei Fassi (le famiglie i cui antenati vengono dalla città santa di Fès) che assolutamente non ammettono legami con chi sta più in basso di loro.

   Sarah elabora una strategia, tutto sommato non ci vuole molto per far innamorare Driss, facendolo sentire ‘il prescelto’. Sei mesi di regali, sei mesi in cui Sarah mangia nei migliori ristoranti, in cui Driss le porta a casa i dolci migliori durante il Ramadan. Perché Driss è brutto ma è buono, non storce il naso vedendo dove abita Sarah, crede veramente che lei lo ami e lui la ama di ricambio. Sarah, vuole di più. Vuole una cerimonia e diamanti al dito. Possibile che ci riesca?


    Se la storia d’amore della piccola Pretty Woman con il suo brutto principe ricco quanto il re può non essere originale, quello che la rende unica è l’ambientazione. Perché Casablanca è la protagonista assoluta del romanzo della giovanissima Abigail Assor, lei stessa di Casablanca. Una Casablanca che non è più quella dell’iconico film con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman, così come l’amore tra Sarah e Driss è ben lontano dall’essere quello di Rick per Ilsa. Questa è una città in cui la distanza tra ricchi e poveri è incolmabile, in cui i ricchi possono permettersi qualunque comportamento, possono offendere pesantemente i meno abbienti, possono sedurre le donne che hanno illuso e poi abbandonare loro e i loro marmocchi nelle baraccopoli. A Casablanca l’apparenza è tutto, la droga circola, le donne musulmane devono osservare strettamente la morale, sia per quello che riguarda il comportamento sia per l’abbigliamento- se Sarah non fosse francese, ci penserebbe la polizia a farle osservare le leggi, se Driss non allungasse dei soldi al poliziotto che li ha sorpresi a baciarsi, verrebbero arrestati-, una donna non accompagnata non può entrare in un locale, le norme sul Ramadam sono severissime, l’Aid (la festa del sacrificio che ricorda quello di Abramo) è una ricorrenza che  riempie noi di disgusto, leggendone la descrizione nel romanzo. Eppure questa scena così cruenta, con i montoni che vengono sgozzati, ha un peso profondo nella cultura musulmana e nel contesto è un momento culmine di grande significato per la vicenda dei due innamorati.


 La Casablanca di Abigail Assor è una città che ci sorprende con i suoi forti contrasti, sconosciuta ai turisti che conoscono bene, invece, l’incanto dei suoi colori giocati su una tavolozza di bianchi e di azzurri e il fascino dei suoi tramonti sul mare. Non dimenticheremo né la città né l’adolescente che ha un legittimo desiderio- essere anche lei ricca come un re, anzi una regina, non sentirsi più immondizia tra le immondizie. E il libro di Abigail Assor è una protesta contro le ingiustizie di Casablanca e della cultura musulmana.



   

lunedì 17 giugno 2024

Sunjeev Sahota, “La stanza delle mogli” ed. 2024

                            Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

Voci da mondi diversi. India
            love story

Sunjeev Sahota, “La stanza delle mogli”

Ed. Astoria, trad. Cecilia Vallardi, pagg. 272, Euro 18,00

    1929. Una zona rurale del Punjab, al confine con il Pakistan. Tre spose di tre villaggi vicini per tre fratelli. E no, questo romanzo, longlisted per il Booker Prize 2021, non è una commedia romantica di stile hollywoodiano, è piuttosto un dramma.

    Tre matrimoni con una sola cerimonia (così si risparmia), tre spose con un sari rosso che non sanno quale dei tre fratelli sarà ed è il loro marito. Tutte e tre sono alloggiate nella stanza delle porcellane (“The China room” il titolo in inglese per dei piatti di porcellana che qualcuno di famiglia aveva portato dalla Cina), lavorano nella fattoria tutto il giorno dirette dalla temibile suocera a cui, alla sera, i figli rivolgono la richiesta di chiamare la moglie in un’altra stanza. Sono amplessi nel buio, si può cercare di indovinare dai calli sulle mani, dal profilo del volto, dal tono di voce, quale dei tre uomini sia il proprio marito, ma l’incertezza permane, la fantasia corre. E’ un bambino che si vuole. Non importa chi lo generi, basta che sia un maschietto.

   Mehar è la più giovane delle mogli. Ha solo quindici anni e la futura suocera aveva già contrattato per lei quando aveva solo cinque anni. Sarebbe dovuta essere la moglie del terzogenito, lo scapestrato figlio ventenne, ma il figlio maggiore, il prediletto della madre, se ne era innamorato a prima vista e l’aveva chiesta per sé.


   C’è un grosso errore alla base della storia d’amore che segue. C’è una ragazzina quindicenne che sbircia dalle fessure degli scuri della finestrella, che fantastica, che crede di riconoscere l’uomo che è così tenero con lei di notte, che diventa ardita e sfacciata (ma non è poi suo marito quello a cui lei si rivolge con tanta audacia?), c’è un amore che divampa tra corpi giovani, nutrito dalla segretezza e- almeno per uno dei due- dal proibito. Ma gli incendi d’amore sono sempre pericolosi. E a questo pericolo di dramma famigliare si aggiunge quello dei movimenti di rivolta che iniziano ad infiammare l’India e che hanno bisogno di reclutare guerriglieri.

    Nel 1999 la fattoria è in rovina, la porta della camera delle mogli è sprangata, ci sono delle sbarre alla finestrella, nel paese circolano leggende su quanto è successo e incuriosiscono il ragazzo diciottenne arrivato dall’Inghilterra in condizioni pietose. Lo zio che lo ospita non capisce quale sia il male che affligge il ragazzo, il medico pensa che sia dengue. È tutt’altro naturalmente e forse è meglio allontanarlo dalla casa dove abitano gli zii, mandarlo alla fattoria.


   I due filoni si alternano anche se quello delle tre spose ha una rilevanza di gran lunga maggiore che fa impallidire la storia parallela di un ragazzo discriminato in Inghilterra per la sua pelle scura che trova un riscatto nel ritorno alla terra della sua famiglia dove si sente stranamente a suo agio, dove il lavoro fisico lo libera dalle dipendenze, dove apprende la vera storia della sua bisavola.

    “La stanza delle mogli” è, in un certo senso, un romanzo doppiamente e parzialmente autobiografico- la storia della bisnonna dello scrittore in Punjab e tracce della sua stessa adolescenza, cresciuto in una famiglia emigrata dal Punjab nel 1966. È un romanzo destinato a catturare il cuore delle lettrici con una storia di tre spose che sono tre ragazze che trovano nell’amicizia tra di loro un conforto, perché non hanno neppure il diritto di sapere chi è il proprio marito, perché sono strumenti per la procreazione in cui non c’è spazio per l’amore. Anche se poi l’amore è più forte e vince sempre, soprattutto se si è giovani. A che prezzo? Viene in mente il film “Lanterne rosse” tratto dal libro di Su Tong, vengono in mente altre donne della letteratura e della Storia in una sorellanza senza confini.