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mercoledì 14 febbraio 2018

Olivier Truc, “La montagna rossa” ed. 2018

                                                      Voci da mondi diversi. Francia
                                                      cento sfumature di giallo
                                                      FRESCO DI LETTURA

Olivier Truc, “La montagna rossa”
Ed. Marsilio, trad. Raffaella Fontana, pagg. 464, Euro 15,72

   “La montagna rossa”, terzo libro della trilogia dello scrittore francese Olivier Truc che ci trasporta nella Lapponia svedese, fra allevatori di renne e proprietari di boschi- animali che hanno bisogno di pascoli e uomini che mirano ai profitti economici, svedesi che reclamano i loro diritti su una terra dove sostengono di essere arrivati per primi e la minoranza sami che sostiene lo stesso diritto con la stessa motivazione. Peggio. Nelle pagine del romanzo verrà alla luce il comportamento spadroneggiante degli svedesi, del tutto simile a quello dei coloni che segnarono la fine delle tribù pellerossa in America o delle popolazioni incas nell’America latina. Vince sempre la legge del più forte, insomma.
    Come ne “L’ultimo lappone”, anche qui il tempo della vicenda è segnato da una clessidra che calcola giorno dopo giorno le ore di sole, in un lento sgocciolamento di gocce di pioggia o di fiocchi di neve. La lunga notte incalza, siamo solo a settembre ma bisogna procedere all’uccisione dei cuccioli di renna, un compito penoso ma necessario se si vuole che ci sia da mangiare per tutta la mandria. Non ci voleva proprio che venisse rinvenuto lo scheletro di un uomo nel terreno smosso del pascolo, per di più senza testa. Perché arriva la polizia delle renne (il corpo speciale esistente solo in Lapponia di cui abbiamo appreso nei romanzi precedenti), immobilizzando tutti e recintando la zona.

   C’è più di un gioco di parole da fare sull’espressione ‘a cold case’ in questa situazione. Freddo, freddissimo, non solo, ovviamente, per le condizioni climatiche, ma anche perché le ossa sono immediatamente datate al diciassettesimo secolo. Il lettore che cerca il brivido sarà deluso- questa è veramente un’indagine singolare che porterà non alla scoperta dell’assassino e neppure alle cause della morte dello sconosciuto di cui resta lo scheletro, ma avrà un’importanza enorme per il popolo sami nell’esito del processo in corso per la causa allevatori vs proprietari di boschi. Perché, se si tratta dello scheletro di un sami, sarebbe la prova a lungo cercata del loro diritto di precedenza sulla terra. Il romanzo di Olivier Truc da possibile thriller diventa un interessantissimo romanzo antropologico tinto di giallo- si scatena una caccia al teschio in musei storici ed etnologici (la ricerca conduce perfino a Parigi la bionda poliziotta Nina che ben ricordiamo) mentre Klemet (il poliziotto per metà sami) scopre con orrore la maniera scientifica della misurazione dei crani in base alla quale lui stesso può essere identificato come sami. Possiamo soltanto immaginare a dove portassero, in epoca nazista, questi esami e tutte le colonne di numeri accanto a dei nomi. Per non dire di sterilizzazioni forzate e altre nefandezze (fino agli anni ‘50, oltre tutto) da cui ci illudevamo che l’algida Svezia fosse immune.

    Della coppia di poliziotti è Klemet che ha il ruolo di personaggio principale in questo terzo episodio, in antitesi a Petrus, il capo del clan Balva. Petrus rappresenta il suo popolo al processo e lo rappresenta anche in maniera ideale- è il guardiano della tradizione che si interroga su come poter tramandare al figlio adolescente l’orgoglio della sua gente, come fornirgli delle motivazioni per restare fra di loro e non perdersi nell’anonimità svedese. Per Klemet la ricerca del teschio è anche la ricerca della sua identità- vuole continuare ad essere un lappone (il termine dispregiativo usato dagli svedesi) da giardino, come gli odiosi nanetti decorativi? Che significato ha la tenda sami che ha eretto nel giardino della sua casa? E’ colore folkloristico, l’unica cosa che cercano i turisti che riducono i sami a berretti e abiti colorati e gambali di pelle di renna?

   E’ veramente questo l’ultimo libro con Klemet e Nina? Mi dispiace lasciare Klemet che osserva la tenda “mentre ballava ai suoi piedi, riducendosi un po’ alla volta al ritmo del fuoco fino a sparire del tutto.”

la recensione de "L'ultimo lappone" è da cercarsi nell'archivio con le stesse etichette in data 01/04/2014
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domenica 11 febbraio 2018

Alessandro Robecchi, “Follia maggiore” ed. 2018

                                                                        Casa Nostra. Qui Italia
       cento sfumature di giallo
        FRESCO DI LETTURA

Alessandro Robecchi, “Follia maggiore”
Ed. Sellerio, pagg. 390, Euro 15,00

     Non si dà follia maggiore…dell’amare un solo oggetto… canta donna Fiorillo ne “Il turco in Italia”, canta la ventitreenne Sonia Zerbi strappando applausi, un trionfo. Il filo rosso musicale è soltanto uno dei fili che possiamo seguire leggendo l’ultimo romanzo di Alessandro Robecchi, “Follia maggiore”. E’ anche il più sorprendente, quello che più ci allieta l’animo, che ci fa dimenticare per un attimo il grigiore del male che ci circonda. Citazioni di opere, Puccini e Rossini e Mozart, ma anche Bob Dylan che ama ascoltare Carlo Monterossi, mago dei programmi televisivi, detective dilettante con l’amico Falcone, “damo di compagnia” improvvisato dell’anziano Umberto Serrani- a lot of things we didn’t do, that I wish we had. Versi venati di rimpianto, questi ultimi, che ci introducono ad una seconda narrazione in questo singolare romanzo di indagine poliziesca.

   Riavvolgiamo le fila: in una via di una zona residenziale di Milano è stata uccisa una donna, Giulia Zerbi, insegnante, traduttrice, separata da anni dal marito, con una figlia, Sonia, che sogna diventare cantante lirica. Una cuoca filippina ha visto la scena dalla finestra di una casa vicina. Ha visto un uomo scendere da un’auto, una breve discussione. La donna è morta perché ha battuto la testa cadendo? Che cosa voleva da lei quell’uomo? La borsa è scomparsa, l’auto è stata ritrovata bruciata. Sono quattro le persone che indagano sul delitto, i due poliziotti Ghezzi e Carella e il detective privato Oscar Falcone con il suo amico Carlo Monterossi- gli ultimi due all’insaputa degli altri due, naturalmente. Sono stati ingaggiati da Umberto Serrani, un uomo che ha costruito la sua ricchezza mettendo al sicuro i soldi di altri, soprattutto quelle enormi cifre che dovevano diventare invisibili. Venticinque anni prima Giulia era stata il grande amore di Umberto Serrani- ecco perché vuole che vengano trovati i colpevoli, che venga fatta giustizia. Vuole anche altro quest’uomo che ricorda ogni incontro, ogni parola detta con Giulia, che conta le settimane di vita che gli restano, se è vero che ad ognuno di noi sono concesse 4000 settimane, e pensa che deve affrettarsi per rimediare, per silenziare quel rimpianto cocente per un tempo che non torna indietro- a lot of things we didn’t do, that I wish we had. Può aiutare la figlia di Giulia ad avere successo, può offrirle tranquillità economica e il migliore insegnante che la prepari per il concorso di Basilea che la lancerà sui palcoscenici di tutto il mondo. E Umberto Serrani trova affinità con Carlo Monterossi, altro personaggio diviso tra nostalgia e rimpianto e il desiderio di una nuova vita.

    Potrebbe essere un romanzo dentro un romanzo, la storia del passato di Serrani e Giulia, con una terza breve storia ancora dentro di questa, quella di Monterossi e l’attraente Bianca, senza contare quella dell’ascesa di Sonia- nessun rimpianto in questa, lacrime giuste di dolore per la perdita della madre, ma sguardo in avanti verso un futuro di gloria. E poi c’è il romanzo poliziesco, l’indagine degli ottimi Ghezzi e Carella che svela i retroscena della media borghesia che, per arrivare a fine mese, per pagare il ricovero di un anziano o l’apparecchio ai denti del figlio, ricorre a piccoli delinquenti per prestiti ad usura.

    Bei personaggi, una bella trama nella sua ordinaria attualità, un linguaggio vivace che a tratti si impenna in un umorismo mai volgare, “Follia maggiore” si legge di un fiato, passando da una narrazione all’altra, seguendo i personaggi all’interno del lussuoso hotel Diana dove Serrani offre una suite a Sonia e nelle strade di una Milano che ci ricorda Scerbanenco (a proposito di rimpianti), mentre piove, piove come non avesse mai piovuto dall’inizio del mondo.

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net
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venerdì 9 febbraio 2018

Natsuo Kirino, “In” ed. 2018

                                                   Voci da mondi diversi. Asia
                                                          love story
                                                        FRESCO DI LETTURA

Natsuo Kirino, “In”
Ed. Neri Pozza, trad. G. Coci, pagg. 348, Euro 15,30

      Una scrittrice che si accinge a scrivere un romanzo su X, il personaggio misterioso del romanzo di un famoso scrittore che ormai è morto. Il quesito intrigante è: X, che ne “L’innocente” è l’amante dello scrittore stesso, Midorikawa Mikio, è esistita veramente oppure è una creazione letteraria?  Mentre cerca di far luce sul mistero che avvolge X, Suzuki Tamaki si rende conto di entrare ed uscire lei stessa, di continuo, dalla dimensione del reale per immergersi nel mondo delle parole, finché vita e arte narrativa diventano indistinguibili come una sorta di vasi comunicanti.
    Il tema del romanzo “L’indecenza”, appena iniziato da Suzuki Tamaki, è la soppressione dell’amore- non la fine dell’amore ma qualcosa di più traumatico, il recidere volontariamente ogni legame con l’altro e “annientare il suo cuore attraverso l’abbandono e la fuga”. A Tamaki interessa sapere di più di X a cui, nel romanzo di Midorikawa, si attribuisce la responsabilità di tutti i mali della famiglia dello scrittore, dei litigi fra marito e moglie fino alla morte del figlio più piccolo, annegato in un momento di distrazione dei genitori. E nello stesso tempo, inoltrandosi nelle ricerche, cercando di immaginare quali fossero stati i sentimenti di X, intrappolata in una passione travolgente e senza futuro, Tamaki rivive parallelamente la sua storia d’amore con il suo editor Abe Seiji. Sposata Tamaki, sposato Seiji, incontri clandestini in un appartamento affittato- pure questa è la storia di un amore intenso soppresso per volontà di Tamaki, stanca della situazione.

   “In” è un romanzo affascinante, indice della maturità narrativa della scrittrice. E’ un gioco di specchi e, come nei riflessi che vediamo negli specchi messi in infilata, le immagini hanno contorni variabili, sfumati, stranianti, confondono le idee. Quante immagini di X vediamo riflesse negli specchi? Prima Motoko- aveva dieci anni quando incontrò per la prima volta lo scrittore Midorikawa. Ne aveva sedici quando lui si stancò di lei perché era diventata grande. E se pensiamo a Lolita, l’allusione è voluta: “Qualcuno sosteneva assomigliasse a Nabokov”, dice la stessa Motoko che però nega di essere X. E tuttavia lei non è stata più capace di amare un altro uomo. Allora X potrebbe essere stata un’altra scrittrice, Miura Yumi? O bisogna credere allo sconosciuto che telefona asserendo che è l’ultimo desiderio di sua madre che si sappia la verità, che lei era X? Oppure, più semplicemente, X non è mai esistita, come sostiene la moglie ancora viva dello scrittore? La quale è diventata scrittrice pure lei. “Scrittori, nient’altro che scrittori! Perché? Che cosa poteva significare?” si chiede Tamaki, mentre legge e rilegge le pagine de “L’innocente”, apre una lettera inviata da Miura Yumi a Midorikawa (allora Chiyoko mente, c’era veramente una X?), soffre rivivendo la sua storia con Seiji che sta morendo- “ la morte è un grande vuoto perché recide ogni legame e gli innocenti sono quelli che muoiono”, come il bambino figlio di Midorikawa che spiegherebbe il titolo del libro del padre.


    “In” è un grande romanzo che parla dell’amore di coppia, del conflitto tra amore e odio, dell’amore passione che non resiste al tempo e finisce per smarrire la sua forza originaria, della necessità sofferta di porre fine all’amore. Ma è anche altro. E’ un romanzo sul romanzo (“L’innocente” di Midorikawa è un secondo romanzo dentro il romanzo che Tamaki sta scrivendo), sulla realtà che diventa finzione letteraria e viceversa, sul potere ammaliatore delle parole e sul pericolo di restarne prigionieri. Come il famoso Midorikawa, uomo egocentrico e senza principi che viveva l’amore per trasferirlo sulla carta, come la stessa Tamaki che forse, scrivendo della soppressione dell’amore riferendosi alla misteriosa X, aveva in realtà voluto sopprimere la sua relazione con l’editor dei suoi libri.


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mercoledì 7 febbraio 2018

Ilaria Tuti, “Fiori sopra l’inferno” ed. 2018

                                                             Casa Nostra. Qui Italia
                                                             cento sfumature di giallo
  FRESCO DI LETTURA

Ilaria Tuti, “Fiori sopra l’inferno”
Ed. Longanesi, pagg.363, Euro 16,90

     Non scordare:/ noi camminiamo sopra l’inferno,/ guardando i fiori- dice l’haiku del poeta giapponese Kobayashi Issa all’inizio di”Fiori sopra l’inferno”, opera prima della giovane scrittrice Ilaria Tuti, di Gemona del Friuli.
E’ la terra della scrittrice stessa, di una bellezza aspra e cupa, a fare da sfondo alla vicenda del romanzo che inizia in una ‘Scuola’ che si rivela essere un orfanotrofio, in una zona dell’Austria al confine con l’Italia, nel 1978. Un edificio che mette i brividi, perché sospettiamo che ci sia qualcosa di terribilmente sbagliato in quei corridoi silenziosi dove si sente ululare il vento e nessuna vocetta di bambino filtra attraverso le porte chiuse. ‘Vedi, osserva, dimentica’, sono le parole d’ordine della Scuola, il silenzio delle infermiere è comprato.
Quando la scena si sposta al giorno d’oggi, troviamo quattro bambini che si incontrano nel bosco- hanno stretto una fratellanza di sangue, ognuno di loro dà agli altri il calore, l’affetto e la comprensione che non ricevono in famiglia. Si confidano i loro segreti- chi può sentirli tra quegli alberi fitti, con il rumore della cascata vicino? Chi potrebbe arrivare fin lì, sui sentieri scivolosi che fiancheggiano delle scarpate? Eppure tutti loro hanno idea che ci sia qualcuno che li osserva e li spia. Qualcuno che non vuol far loro del male, altrimenti ne avrebbe già approfittato.

    E poi viene ritrovato il primo morto, è il padre di uno dei bambini. Il modo in cui è stato ucciso fa pensare che l’assassino sia uno psicopatico, che stia collezionando parti di corpi, che abbia solo iniziato ad uccidere. E’ così, infatti.
   Delle indagini sono incaricati un commissario e un ispettore- il classico ‘doppio’, ma diciamo subito che l’ispettore Marini, belloccio, giovane e con poca esperienza, scompare a fianco del commissario Battaglia. Con quel cognome lì, l’ispettore Marini si aspetta di trovarsi davanti ad un uomo (ah, il solito maschilismo) e invece di nome fa Teresa, il commissario Battaglia. Ed è l’opposto delle più o meno fascinose Vittoria, Lolita, Imma, Alice che abbiamo incontrato negli altri romanzi di indagine poliziesca. E’ grossa e goffa, non è giovane, deve iniettarsi regolarmente l’insulina perché è diabetica, ha dei vuoti di memoria che la paralizzano terrorizzandola, perché sa fin troppo bene che cosa preannunciano. Non è simpatica, Teresa Battaglia. Non le interessa essere simpatica. E però tutti la stimano, ha l’intuito di un profiler e un’empatia che le permette di entrare in sintonia con chi le sta davanti indovinandone i pensieri e i sentimenti.

    Per una strana coincidenza, o perché viene sempre il tempo giusto per portare alla luce le brutture del passato- quell’inferno disseminato di fiori-, come in altri libri di recente pubblicati, la trama del romanzo di Ilaria Tuti affonda, in un qualche modo che non voglio precisare, nelle famigerate teorie naziste, negli esperimenti che venivano portati avanti sui più deboli in nome di uno sciagurato interesse scientifico. L’azione è serrata, il tempo incalza- incalza anche a livello personale per Teresa Battaglia che dimentica perché abbia scritto frettolosamente dei pro-memoria su dei foglietti. E intanto il paese di Travenì si chiude a guscio in una omertà collettiva. Niente deve insozzare la rispettabilità del paese e dei suoi abitanti, impossibile che il colpevole sia uno di loro, perfino il capo della polizia è reticente nel dare informazioni e il sindaco si rifiuta (nonostante la minaccia incombente) di lasciare accese le luci durante la notte di san Nicola- non sia mai che i turisti non possano godere appieno lo spettacolo della discesa dei Krampus, i diavoli caproni che scendevano dalla montagna a prendere i bambini cattivi.


    Non è cattivo il bambino che viene rapito, non è neppure un diavolo chi lo rapisce. A voi scoprirlo. Apprezzerete anche voi, una volta di più, la profonda umanità del commissario Battaglia di cui ci resta ancora tanto da sapere.

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net
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domenica 4 febbraio 2018

Max Blecher, “Cuori cicatrizzati” ed. 2018

                                                 Voci da mondi diversi. Europa dell'Est
          autobiografia
         romanzo di formazione
        FRESCO DI LETTURA

Max Blecher, “Cuori cicatrizzati”
Ed. Keller, trad. B. Mazzoni, pagg. 240, Euro 13,17
    
   Come tutti i libri che nascono dall’esperienza personale, “Cuori cicatrizzati” ha un’urgenza e un pathos speciali. C’è la voce di Max Blecher, scrittore rumeno morto  a soli ventinove anni di tubercolosi spinale, in quella del suo protagonista Emauel, studente di chimica a cui viene diagnosticata la stessa malattia con la prescrizione di recarsi per una cura in un sanatorio sul mare del Nord. E il lettore non riesce mai a dimenticare l’autenticità dell’esperienza che sta leggendo.
    La diagnosi era arrivata come un fulmine a ciel sereno. D’altra parte è proprio dei giovani credersi immortali come gli dei greci, esenti dal rischio di malattie. Se accadono, accadono agli altri. Emanuel parte per Berck e si rende subito conto che la sua visione del mondo cambierà del tutto, semplicemente perché anche lui, come gli altri pazienti, verrà ingessato e si sposterà su un lettino, restando sempre sdraiato.

Cambia la prospettiva da cui guarda quello che lo circonda e cambia anche quella della sua vita. Impossibile non porsi domande su quale sarà il decorso della malattia, se mai si tornerà a camminare eretti, se mai si riprenderà a camminare affatto. Ad Emanuel sembra di vivere in un altro mondo che nulla ha a che fare con quello di prima. E, con una tristezza infinita, si rende conto anche di come potrebbero apparire ridicole certe scene a degli estranei- tutti loro, pazienti del sanatorio, sembrano antichi romani che pranzano sdraiati sul triclinio o che praticano sport audaci quando corrono sulle dune della spiaggia con i mezzi specialmente adattati per loro.
   Emanuel diventa un esperto della tubercolosi- sono tutti degli esperti. Ogni paziente ha da raccontare una sua storia di sofferenza e di speranza. Perché la speranza è l’ultima a morire, anche se, per sperare, c’è chi beve troppo e chi si illude. C’è chi ricorda ‘come era’ guardando fotografie che sono testimonianze di forza, bellezza e virilità, ci sono giovani donne che, pur sdraiate e ingessate, ci tengono a essere vestite e truccate, fioriscono e sfioriscono di continuo gli amori tra i pazienti. Ci sono poi coloro che, come accade al protagonista de “La montagna incantata”, sono guariti ma non riescono ad allontanarsi- sono rimasti prigionieri, sono incapaci di riprendere in mano le fila della quotidianità.
dal film tratto dal libro
   Amicizie ed amori permettono agli ammalati di combattere la depressione della loro condizione. E anche Emanuel si innamora. Di una donna che ci ricorda volutamente il fascino di Madame Chauchat nel romanzo di Mann per gli zigomi alti e lo sguardo leggermente mongolo che attirano l’attenzione. Amore, desiderio e poi abitudine e voglia di solitudine e che tutto finisca. Ma dopo- sembra facile, dopotutto è quello che si sperava- si sarà capaci di riprendere a camminare eretti, di ricominciare a vivere?
   C’è aria col sapore di sale, in “Cuori cicatrizzati”, e non quella frizzante di e cristallina di Davos. C’è spesso foschia e grigiore di pioggia, come una cortina di lacrime sulla sorte dei ricoverati nel sanatorio. Quando Emanuel, dimesso, parte, guardando fuori dal finestrino vede “in lontananza, la città, simile a un vaporetto che affonda, scompariva nell’oscurità.”. Affondano tutte le brutture, il buio inghiotte i ricordi di quello che è stato, il treno della vita è ripartito.

    Il romanzo di Max Blecher è un Bildungsroman autobiografico nel microcosmo di un sanatorio- una sorta di limbo, terra di confine tra la vita e la morte dove l’inerzia obbligata porta alla riflessione. Non ha la grandiosità del capolavoro di Thomas Mann e neppure la ricchezza di approfondite disquisizioni che troviamo ne “La montagna incantata”, e però l’immediatezza della voce di Emanuel, dietro cui si nasconde lo stesso autore, con gli angoscianti quesiti repressi sull’equità della sorte, gli conferisce una qualità più umana e toccante.


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venerdì 2 febbraio 2018

Elizabeth von Arnim, “La fattoria dei gelsomini” ed. 2018

                               Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
          love story   
       comedy of manners
        FRESCO DI LETTURA

Elizabeth von Arnim, “La fattoria dei gelsomini”
Ed. Fazi, trad. Sabina Terziani, pagg. 280, Euro 12,75

    Non mi stancherò mai di leggere i libri di Elizabeth von Arnim. Ogni volta che ne viene pubblicato uno nuovo o ripubblicato uno che ancora non conoscevo, mi accingo a leggerlo sapendo che passerò un paio di giorni immersa in una lettura molto piacevole, direi addirittura confortante. So che una delusione sarà impossibile, lo so e basta. E infatti “La fattoria dei gelsomini”, appena pubblicato dalla casa editrice Fazi, è delizioso. La specialità della von Arnim è quella di essere profonda con leggerezza, brillante e ricca di humour, saggia e divertente. I suoi romanzi sono una ‘comedy of manners’ che a volte ricordano Oscar Wilde per certe battute memorabili (“Adoro essere vedova. Non voglio altro dalla vita!”, dice una giovane protagonista de “La fattoria dei gelsomini”. “Ed è la cosa migliore che la vita può offrirti”, aggiunge la madre), a volte Jane Austen o perfino Thackeray nei ritratti femminili e nella descrizione dell’ambiente mondano.
    “La fattoria dei gelsomini” è un romanzo di contrasti. Inizia nella splendida dimora di Lady Midhurst (chiamiamola Daisy) e termina nella casa dei gelsomini, nel sud della Francia, “una bicocca”, la definisce Mumsie, ovvero Mrs. De Lacy, madre della bella e vacua Rosie il cui marito è Andrew Leigh, il non più giovane segretario di Lady Midhurst. Inizia con un fine settimana in grande stile e una ventina di invitati tra cui pochissimi sono i giovani e termina nella solitudine della fattoria che ha solo un paio di stanze per Daisy e sua figlia Terry. La signorilità, lo stile, l’eleganza e le buone maniere sono innate in Daisy, Mumsie vorrebbe imitarla ma ne è una copia grottesca, appariscente e volgare. Rosie è una piccola Becky Sharp senza però la sua furba intelligenza, ha un visino incantevole che ha fatto innamorare il pacato Andrew che si è subito disamorato, attira gli sguardi di tutti gli uomini, mentre Terry, con il suo fisico androgino e i capelli corti, sembrerebbe immune da ogni passione. E invece…

    Colpa di una partita a scacchi: Andrew Leigh è rimasto alzato fino a tardi a giocare a scacchi con un altro ospite, dopo la cena offerta da Lady Midhurst che ha irritato tutti per l’abbondanza di piatti a base di acidula uva spina. E come mai, di mattina presto, Terry era al corrente del fatto che Andrew avesse vinto? Scoppia uno scandalo. La scrittrice- lo indoviniamo- è dalla parte di Terry, ironizza pesantemente sulla morale e sui costumi vittoriani. Mrs. De Lacy prepara una vendetta con ricatto a nome della figlia, Daisy fugge nel sud della Francia, il suo aspetto impeccabile che la fa sembrare tanto più giovane si sfalda, lei incomincia a rivedere il suo passato con un marito affascinante che aveva iniziato presto a tradirla  e si pone delle domande- avrebbe cercato altre donne se lei, Daisy, avesse partecipato di più ai suoi slanci amorosi? E adesso, è giusto che lei si erga a giudice della figlia tanto amata? Sa così poco dell’amore, lei.
Statua ad Elizabeth von Arnim in Polonia
   Poi, come un turbine, arriva Mrs. De Lacy che non intende abbandonare la sua preda. Il contrasto tra le due donne non potrebbe essere più grande. Ma siamo sicuri, è sicura Daisy, di disprezzare questa donna che, pur nella sua volgarità, ha una forza vitale incredibile e un approccio spontaneamente sensuale nei confronti degli uomini? Nonostante tutto, forse è in parte grazie a lei che Daisy è pronta a riabbracciare la figlia quando appare fulgente come una Giovanna d’Arco che ha terminato di combattere contro una società nemica.
   Un romanzo da gustare in ogni descrizione, in ogni frase, in ogni parola. Fa pensare, con il sorriso sulle labbra.

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martedì 30 gennaio 2018

Alison Weir, “Lady Elizabeth” ed. 2017

                      Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                            romanzo storico
      FRESCO DI LETTURA

Alison Weir, “Lady Elizabeth”
Ed. Superbeat, trad. Chiara Brovelli, pagg. 535, Euro 18,00

    La conosciamo con il titolo di ‘regina’, parliamo sempre di lei come della Regina Elisabetta I: la Lady Elizabeth del romanzo storico di Alison Weir è sempre lei, la figlia secondogenita di Enrico VIII, ma è Elisabetta prima di salire al trono. Sono gli anni dell’infanzia e della giovinezza quelli che la scrittrice ricostruisce, dal 1536, quando Elisabetta è una bimbetta di tre anni al 1558, quando succede alla sorella Maria.
    Ci sono due tipi di libri di storia- per uomini e per donne. Gli uomini amano i fatti, l’analisi delle cause che hanno portato ai grandi avvenimenti, si spazientiscono nel leggere descrizioni e ricostruzioni più o meno veritiere. Alle donne piace la storia romanzata che rende i protagonisti del passato persone vive che ci sembra di conoscere e di cui possiamo indovinare le reazioni. Ci piace inquadrare i personaggi nel loro ambiente, vedere con l’immaginazione le sale in cui si sono mossi e gli abiti e i gioielli che hanno indossato. E’ questo che troviamo nel romanzo su Lady Elizabeth di Alison Weir ed è chiaro che la scrittrice ha fatto ricerche approfondite e poi ‘ricama’ sulle notizie storiche che ha trovato.
Cate Blanchett nei panni di Elizabeth I
Partendo da una frase veramente detta da Elisabetta di appena tre anni, “Perché, amministratore, ieri per voi ero la principessa e oggi sono semplicemente Lady Elisabetta?”, Alison Weir fa rivivere per noi una bambina precoce e straordinariamente intelligente che ha perso da poco la madre, Anna Bolena, giustiziata perché accusata di tradimento. La storia di Elisabetta non è solo sua. E’ la figlia di Enrico VIII ed è anche la storia del suo regno che leggiamo attraverso quella della principessa Elisabetta. Principessa dichiarata illegittima, insieme alla sorella Maria, figlia di Caterina d’Aragona, prima moglie di Enrico, perché, quando finalmente nacque il tanto atteso maschio, Edoardo, doveva essere lui l’erede, soppiantando le sorelle. Furono anni tormentati, anni di sangue. Era pericoloso, per una donna, attirare su di sé lo sguardo di Enrico che collezionò sei mogli e ne fece decapitare due. Pericoloso anche per le figlie, perché bastava poco perché potessero essere accusate di tradimento. Anche se sembra che Enrico amasse molto Elisabetta, così somigliante alla madre di cui, a suo tempo, era stato follemente innamorato.
Judi Dench nei panni di Elizabeth I
   L’episodio più piccante del romanzo (basato anche questo su una documentazione che lascia adito a questa interpretazione) smentisce la leggenda che si è creata sull’algida Virgin Queen. E’ vero che l’ammiraglio Thomas Seymour (fratello di Jane, la matrigna morta di parto di Elizabeth, e marito di Catherine Parr, anche questa matrigna di Elizabeth in quanto ultima moglie di Re Enrico) avrebbe voluto sposare la tredicenne Elizabeth mirando al trono e che era stato respinto.
E’ vero che aveva continuato a corteggiarla dietro le spalle della moglie e a insidiarla con visite inopportune nella sua stanza. E’ possibile che Elizabeth sia stata stregata da un uomo così affascinante, sia rimasta incinta e abbia poi abortito. Il bel Thomas, comunque, perderà la testa (in senso letterale).

    Leggere “Lady Elizabeth” è meglio che guardare una soap opera perché l’accuratezza delle descrizioni ci lascia il piacere di aggiungere qualcosa con la nostra immaginazione, i visi, gli abiti, i comportamenti, i dialoghi hanno una vividezza che fa rivivere il passato. Quando terminiamo la lettura (un centinaio di pagine in meno avrebbero giovato, però) non abbiamo dubbi sul fatto che la bambina che aveva capito, a soli tre anni, che era meglio non fare il nome della mamma, sarà una grande regina.



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lunedì 29 gennaio 2018

Catherine Dunne, "Come cade la luce" - Intervista 2018

                                       Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                              storia di famiglia


   Succede sempre così, quando si incontra uno scrittore o una scrittrice che si è regolarmente incontrata nel corso degli anni- si cerca di ricordare quando è stata la volta precedente, ci si scambia piccole notizie, come tra vecchie amiche, prima di incominciare a parlare del nuovo libro. E’ stato un vero piacere rivedere Catherine Dunne e parlare con lei.

Perché scegliere una famiglia di immigrati come protagonisti di “Come cade la luce”? E perché provenienti da Cipro?
    Perché “Come cade la luce” è il secondo romanzo di una trilogia di cui il primo era “Un terribile amore”, ed è basato liberamente sul mito di Fedra, così come “Un terribile amore” riinterpretava il mito di Agamennone e Clitennestra. Per dare una continuità alla trilogia anche questo libro doveva ambientarsi in parte a Cipro. Cipro perché è un’isola così come l’Irlanda, Cipro perché nel 1974 ha subito l’invasione turca e nello stesso anno l’Irlanda del Nord era travagliata dalla guerra, Cipro perché mi sembrava ci fossero delle somiglianze tra la società delle due isole. Questo romanzo, però, si svolge principalmente a Dublino per esplorare l’ambiente degli stranieri, di quelli che arrivano da fuori in una società in cui, almeno così era allora, ci sono ancora pochi immigrati: per uno scrittore quello degli immigrati è il punto di vista più interessante.
i Turchi a Cipro 1974

Lei è speciale nel parlare dei sentimenti delle donne. In questo romanzo ci sono tre donne come personaggi principali. Parliamo di ognuna di loro. Phillida, LA madre per prima. E’ una figura della madre ‘ideale’?
    Suppongo di sì. Phillida ha delle colpe ma anche una devozione assoluta ai figli e io volevo mostrare che cosa sia l’amore senza condizioni tra una madre e i suoi figli. All’inizio Phillida fa fatica ad adattarsi, nel ’74, quando lei ha lasciato la sua isola, il femminismo non aveva ancora raggiunto Cipro e lei si sente a disagio con la figlia che diventa adulta e che prende da sola le decisioni per la sua vita. Sì, è l’ideale della madre, ma è anche più complicata di così. Phillida cresce come persona dopo la morte di Mitros e capisce il valore della vita indipendente per la donna al di fuori della famiglia. Si crea una vita per sé quando, dopo la morte di Mitros, la sua vita non è più quella di prima.

Alexia, la figlia ribelle. Pensa che sia più difficile crescere un teenager maschio o femmina di questi tempi? Oppure i problemi sono gli stessi per entrambi?
    Direi semplicemente che è difficile allevare dei teeenagers. Il compito dei teeenagers è rendersi indipendenti, è combattere. Di recente è aumentata la paura per la sicurezza sessuale delle ragazze, ma sono frequenti anche gli attacchi a caso contro i ragazzi: c’è più violenza nella società di oggi. Maschi e femmine pongono problemi diversi ma rappresentano entrambi delle sfide. Però io sono ottimista: se riusciamo a mantenere una comunicazione costante con loro, se continuiamo a parlare, penso che possiamo farcela.
Belfast 1974
Melina, che è la vera ribelle, il vero personaggio non-conformista del libro. E’ quella che ha sofferto di più per avere un fratello handicappato? Quanto ne risente l’intera famiglia, nonostante siano tutti così affettuosi con il ragazzo?

    Mitros è il cuore pulsante, è il centro attorno al quale ruota la famiglia Emilianides. Gli effetti della situazione di Mitros sulle sue sorelle sono tremendi, perché non capiscono. Mitros ha bisogni enormi e sia Alexia sia Melina soffrono: Alexia perché si è sentita esclusa dopo la nascita del fratello, perché è consapevole della rottura che ha portato con sé e prova nello stesso tempo risentimento e amore. Melina è stata caricata di una responsabilità troppo grande per la sua età anche se è cresciuta insieme a questo dramma. E’ una responsabilità che filtra ovunque nella vita di Melina e che la fa diventare una persona che decide di non conformarsi più.

Gli uomini- quasi tutti- non fanno una gran bella figura nel romanzo. Di certo sono più deboli delle donne e, se sembrano forti, come Cormac, c’è qualcosa di nascosto dietro la forza apparente. Che cosa pensa degli uomini di oggi, vecchi e giovani?

     Non sarei in grado di dire come sono gli uomini di oggi. Devono affrontare grosse pressioni. I giovani si devono adattare ad un nuovo modo di essere per il quale non hanno nessun esempio da imitare. Si chiedono quale sia il loro ruolo: non è più quello del capo-famiglia e neppure di quello che porta il pane a casa. Devono affrontare nuove sfide. Per i più anziani, invece, penso che molti abbiano difficoltà ad adattarsi alla nuova situazione. Il cambiamento è stato grande- impossibile mantenere la stessa maniera di considerare le donne. Sono i loro comportamenti che devono essere modificati. Adesso poi si è rotto il muro del silenzio sugli abusi subiti dalle donne, da ogni parte si alzano voci simili di denuncia di abuso di potere da parte di chi ha il controllo- l’abuso di potere è sbagliato sotto ogni punto di vista e non solo quello sessuale. E’ il controllo che è sbagliato. Tuttavia temo anche che simili movimenti possano prendere altre direzioni, non voglio che la questione venga estremizzata, non voglio che si identifichino gli uomini come tutti malvagi e le donne tutte come vittime. Dobbiamo fare attenzione e mettere in atto delle norme per proteggere le persone.

Sono passati vent’anni dalla pubblicazione del suo primo romanzo. Vede un cambiamento in sé stessa in quanto scrittrice? E nella sua maniera di guardare il mondo e la società che ci circonda?
   
Esattamente vent’anni, è vero. E certamente sì, sono cambiata. Come scrittrice il mio fine è quello di alzare sempre l’asta, affrontare sfide, non ripetere mai la stessa formula solo perché ha avuto successo. Più invecchio e più capisco la complessità degli uomini. Ecco perché ho trovato ispirazione nei miti greci: perché avevano capito tutto. Il mondo mi appare come un luogo più complicato, adesso, e noi viviamo in una realtà che non è bianca e nera ma ha tante sfumature di grigio. Penso però che ci sia molto che unisce gli esseri umani più che dividerli: è un ottimismo che a volte è difficile mantenere ma mi sforzo di farlo. Credo veramente che possiamo migliorare e rendere il mondo un posto migliore.

Quale sarà il prossimo mito a cui sarà ispirato il terzo romanzo della trilogia?
    Non ho ancora deciso quale sarà, ci sto lavorando. All’inizio sono stata come folgorata da questi due miti che ho usato, quello di Agamennone e quello di Fedra, hanno risposto a qualcosa che era dentro di me. Non posso scrivere se non sento una passione e accadrà quando incontrerò il mito giusto. Ecco un aspetto del mio ottimismo.


l'intervista e la precedente recensione saranno pubblicate su www.stradanove.net
Entrambe sono anche sulla pagina Facebook Leggere a lume di candela
Le recensioni dei precedenti libri di Catherine Dunne si trovano sotto l'etichetta Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda, anno 2015




sabato 27 gennaio 2018

Catherine Dunne, “Come cade la luce” ed. 2018

                              Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
           storia di famiglia
           FRESCO DI LETTURA

Catherine Dunne, “Come cade la luce”
Ed. Guanda, trad. Ada Arduini, pagg. 363, Euro 18,90

       Due isole, Cipro e l’Irlanda. Una famiglia, gli Emilianides, fuggiti da Cipro dopo il colpo di stato del 1974. Allora, quando erano arrivati a Dublino, Ari e Phillida avevano solo una bambina, Alexia, e Phillida neppure sapeva di essere incinta di Mitros. Dopo Mitros era nata un’altra bambina, Melina, ma già sapevano che l’unico figlio maschio non avrebbe mai avuto una vita normale, che non avrebbe né parlato né camminato, che Phillida lo avrebbe sempre accudito e spinto su una sedia a rotelle.
    Ancora una volta sono le donne, le protagoniste del nuovo romanzo della scrittrice irlandese Catherine Dunne, “Come cade la luce”. Alexia e Melina e Phillida. Phillida, la mater dolorosa, straordinaria nella sua dedizione totale a Mitros, distrutta dalla sofferenza quando è inevitabile far ricoverare il figlio a Tearmann, nell’Irlanda dell’ovest, capace però di riprendersi, di iniziare a lavorare, di prendere la patente e acquistare una piccola automobile per andare più spesso a trovare Mitros, severa eppure ragionevole con le figlie,  comprensiva nei confronti di Alexia che vuole andare ad abitare per conto suo. Alexia, bellissima, che a quattro anni era già ‘grande’, quando si era manifestata la disabilità di Mitros, che si era sposata con un uomo che Melina aveva soprannominato l’Uomo di Ghiaccio e che poi l’aveva lasciata. Melina, che sarebbe diventata disegnatrice d’interni e avrebbe avuto la storia d’amore più difficile di tutti, quella che resta un interrogativo lungo tutto il romanzo che si svolge tra il 1986 e il 2017, soprattutto a Dublino e poi a Cipro- luogo di ritorno, patria del cuore perché è bello terminare la vita laggiù dove è iniziata.

    Voci diverse si alternano in tre filoni narrativi- una in terza persona che tiene tutte le fila del racconto, una, quella di Melina, in prima persona (e lascia indovinare che sta vivendo un momento di terribile crisi), e quella di Alexia, anche questa in prima persona ma attraverso le lettere che scrive alla sorella per posta elettronica. Lettere a cui Melina subito non risponde- che cosa è successo perché il padre sia così furibondo con lei?
    La famiglia è il perno del romanzo di Catherine Dunne. Qualunque cosa succeda, qualunque siano gli errori di uno dei membri della famiglia, nella buona e nella cattiva sorte la famiglia deve restare unita, nulla è più importante di questo. E sono tante le difficoltà che gli Emilianides devono affrontare. E’ grazie all’amore tra Ari e Phillida che gli anni duri dopo l’immigrazione sono stati superati. E’ stata l’abnegazione di Phillida a far sì che Mitros non venisse emarginato nella sua stessa famiglia. La solidarietà tra le sorelle ha tirato fuori Alexia dalla depressione dopo il tradimento del marito. Forse la controparte di questa coesione famigliare è stata un certo isolamento, un’accentuazione della loro estraneità pur essendo perfettamente integrati nell’ambiente irlandese. Tuttavia il messaggio è forte e chiaro, nei nostri tempi in cui le famiglie si sfaldano e i figli perdono ogni certezza- i genitori devono esserci sempre, per i figli. I figli devono essere sicuri del loro amore, anche a distanza. Devono sapere che le braccia dei genitori sono lì, pronti a sollevarli da terra, come quando cadevano da bambini. L’affetto, la fiducia e la confidenza sono essenziali.


    Con il suo solito garbo, con la sua solita penna felice, Catherine Dunne esplora ancora una volta l’universo dei sentimenti femminili. Gli uomini del romanzo- a parte il bel personaggio di Ari e quello (fuggevole) del secondo marito di Alexia alla fine- non fanno una bella figura. Egocentrici ed egoisti anche quando (come Cormac) sembrano il contrario, manipolatori, freddi come l’Uomo di Ghiaccio. E c’è una striscia di luce che filtra attraverso le pagine del libro, che serpeggia sul pavimento della stanza nel ricovero di Mitros, che cade sulla terrazza della casa di Cipro che si chiama Katafigio, come Tearmann, il Rifugio per tutta la famiglia di nuovo insieme davanti alla macchina fotografica di Melina- “non ci può essere niente di più bello”, sono le parole che chiudono le storie.

la recensione, come l'intervista che seguirà, saranno pubblicate su www.stradanove.net
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