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sabato 31 gennaio 2026

Kader Abdolah, “Quello che cerchi sta cercando te” ed. 2025

                             Voci da mondi diversi. Paesi Bassi

    biografia romanzata

Kader Abdolah, “Quello che cerchi sta cercando te”

Ed. Iperborea, trad. Elisabetta Svaluto Moreolo, pagg. 482, Euro 20,00

 

     So che è un paragone molto, molto azzardato, ma qualcosa nella poesia del poeta persiano Rumi mi ha fatto pensare al nostro Dante, a Guido Cavalcanti, alla poesia del Dolce Stil Novo. Con le debite differenze, prima tra tutte quella dell’oggetto dell’amore che i versi di questi poeti esaltano.

Dante è nato nel 1265, Cavalcanti nel 1255, Rumi nel 1207. Il secolo è quello, come se un soffio di leggerezza fosse passato sul Mediterraneo, come se l’amore fosse quello di cui tutti più avevano bisogno. Esule Dante, esule Rumi, esule Kader Abdolah, nato in Iran, perseguitato dal regime dello Shah prima e da quello di Khomeini dopo, rifugiato politico nei Paesi Bassi dal 1988. Kader Abdolah dice di essere cresciuto con la poesia di Rumi, finché ha sentito l’urgenza di sapere di più su uno dei massimi poeti e pensatori di Oriente.


    La vita di Dante, i disagi e la sofferenza dell’esilio, sono ben poca cosa in paragone alla vita girovaga di Rumi, nato a Balkh, oggi in Afghanistan ma allora in Persia. A dodici anni Rumi dovette lasciare la città natale- erano tempi turbolenti, gli eserciti Moghul di Gengis Khan avanzavano, distruggendo tutto quello che incontravano. Il padre di Rumi, Bahaoddin, studioso e teologo, si mise in marcia con tutta la famiglia e dopo anni di girovagare, si stabilì a Konya, oggi in Turchia. Anche Rumi, come suo padre, dedicò la sua vita allo studio, si sposò ed ebbe dei figli. E tuttavia avvertiva la mancanza di una guida spirituale. Quando Shams di Tabriz apparve sulla scena, fu un riconoscimento, dobbiamo proprio dire ‘un colpo di fulmine’. Shams era una persona enigmatica, un mistico sulla sessantina in cerca di un confidente spirituale. Lo trovò in Rumi e Rumi in lui trovò non solo la certezza di un diretto collegamento con la divinità ma anche la Bellezza e l’Amore.

    Fu di certo amore, anche se, nella sua ricostruzione biografica, Kader non lo dice apertamente, ma in quella stanza chiusa ci fu l’amore ‘che non osa dire il suo nome’, un grande scandalo all’epoca come, forse, sarebbe anche ora. O farebbe almeno grande scalpore, come ne fece allora.

Gengis Khan

   La biografia di Rumi, che prosegue con l’allontanarsi di Shams, le suppliche di Rumi perché il suo amato ritorni, il coinvolgimento del figlio maggiore di Rumi perché lo vada a cercare, la morte di Shams (fu assassinato?), si conclude con la traduzione di una novantina di sue poesie e di molti suoi racconti. Le poesie di Rumi sono un piacere squisito, sono estremamente musicali, sono ‘leggiadre’, parlano d’amore e poco importa quale sia l’oggetto di questo amore, è l’amore che tutti vorremmo vivere,

“Mio amato! Non dire più che io sono io./ Io non sono io./ No!

Non può essere/ che tu sia tu e io sia io/ Io non sono io/ No!

il testo in persiano sul mio libro di poesie di Rumi comprato a Teheran

Sono versi che mi fanno pensare al romanzo di André Aciman, “Chiamami col tuo nome”, così come,

Amato mio!/ Per quanto tempo ancora/ vuoi restare lontano in terra straniera?/ Per quanto ancora questo dolore?/ Per quanto questa separazione? Torna!

ricordano dei versi di Neruda, perché la poesia travalica il tempo e rende eterno un sentimento. E se, a otto secoli di distanza, i versi del poeta persiano parlano ancora a noi, uomini e donne del XXI secolo, vuol dire che quello è un grande poeta. E siamo grati allo scrittore persiano, errante come il ‘suo’ poeta, che ci ha fatto risentire la sua voce.



martedì 25 novembre 2025

Tommy Wieringa, “Nirvana” ed. 2025

                                           Voci da mondi diversi. Paesi Bassi


Tommy Wieringa, “Nirvana”

Ed. Iperborea, trad. Claudia Di Palermo, pagg. 541, Euro 21,00

 

Amsterdam 2016.

Uno scrittore, Tommy Wieringa, sì, l’autore del libro che stiamo leggendo.

Un pittore, Hugo Adema.

Il fratello gemello del pittore, Willem Adema che ha ereditato non solo il nome del nonno ma anche la sua impresa offshore.

Il centenario Willem Adema, ingegnere civile che si è fatto una fortuna con il petrolio grazie alle sue competenze tecnologiche ma che ha anche un passato ‘ripulito’ e opportunamente modificato.

Una casa, anzi, una magione nel verde dei boschi, Oostraven, dove vivono i due vecchi Adema con le infermiere che si danno i turni per assisterli, dove Hugo si rifugia per dipingere, dove lui, bambino, era stato ‘esiliato’ per tre anni perché in continua lite con il fratello.


     “Nirvana” è un romanzo di doppi, di immagini nello specchio- i gemelli litigiosi come Esaù e Giacobbe, uno con inclinazione artistiche e l’altro che sta approntando la nave più grande che abbia mai solcato i mari per sfruttare al massimo i giacimenti petroliferi nelle acque del Nord; lo scrittore che ha in mente di scrivere un libro sul discusso nonno di Hugo e Hugo che gli ruba la storia leggendo i diari ritrovati del nonno e la mette su tela; il presente con la storia d’amore (finita) di Hugo con una bella fotografa e il passato che si affaccia sul presente con un doppio ritrovamento- di una zia di cui Hugo non sapeva l’esistenza e della governante di Hugo bambino che era stata anche la madre affidataria di Wieringa. È proprio quest’ultima che spalanca le porte sull’oscurità del vecchio Willem Adema, era lei che conservava i suoi diari del tempo di guerra dopo averli trovati nel suo bagaglio quando era stata licenziata da casa Adema (chi li aveva messi lì?).


    Hugo non esegue la volontà espressa nella lettera che la vecchia governante aveva lasciato, che affidava i diari a Hugo e a Tommy Wieringa. Hugo deve affrontare da solo la verità di cui aveva avuto una fugace intuizione quando aveva visto un piccolo tatuaggio sotto l’ascella del nonno. Non era vero che il nonno si era schierato con i tedeschi, che tra l’altro erano i nemici che avevano occupato l’Olanda, perché voleva combattere i russi. Non era vero che, dopo aver visto quello che i tedeschi facevano in Russia, era passato nelle file della Resistenza. Non era vero che era stato assolto dal tribunale dopo la fine della guerra. Aveva fatto parte delle SS, punto e basta.


Aveva assistito a scene di una violenza indicibile. Aveva partecipato a massacri. Ci aveva fatto l’abitudine in un sonno della coscienza ed era stranamente sopravvissuto fino alla fine. Altri segreti ancora vengono fuori dai diari, sul periodo in Venezuela, sul suo matrimonio con una ragazza il cui sangue creolo sarebbe riapparso a sorpresa (sgradita) nel figlio, il padre dei gemelli, su quella zia che Hugo ritrova e che lo scambia per il nonno di Hugo, il suo proprio padre. Perché c’è anche questa beffa del destino, assomigliare fisicamente ad un nonno che si finisce per disprezzare, essere un suo sosia più giovane.

 

il personaggio vero dietro Willem Adema 

   Il presente è fatto di squarci di memorie felici di Hugo con la fotografa che poi sbandiererà il loro rapporto in una mostra fotografica svilente per Hugo, di incontri tenerissimi con le due persone che finiscono per essere ‘famiglia’ per il protagonista, di mesi di una ripresa furiosa di creazione pittorica mentre lo scrittore scompare nell’ombra: la storia di Willem Adema appartiene al nipote e non a lui, che però, con un effetto meravigliosamente straniante, ce la racconta nel romanzo che stiamo leggendo.

    Ancora un altro doppio mentre ci avviciniamo alla conclusione- Willem il giovane trionfa al varo della gigantesca nave, un futuro sempre più ricco si apre davanti a lui (e a chi importa delle conseguenze ambientali, del cambiamento climatico, tutte ‘chiacchiere di scienziati sovvenzionati’); Hugo allestisce una mostra di quadri rivelatori, con un percorso punteggiato da brani presi dal diario del vecchio Adema che i visitatori ascolteranno nelle cuffie- la verità deve venire alla luce. “Tutto brucia a causa del fuoco della brama…Lìberati vedendo la brama in ogni cosa…La risposta al dominio del fuoco è l’assenza di fuoco. L’estinzione. Il nirvana.”

     Un libro bellissimo. Da leggere.  


lunedì 20 ottobre 2025

Yael van der Wouden, “L’estranea” ed. 2025

                                        Voci da mondi diversi. Paesi Bassi

la Storia nel romanzo

Yael van der Wouden, “L’estranea”

Ed. Garzanti, trad. Roberta Scarabelli, pagg. 256, Euro 17,10

 

   Anni ‘60 del secolo scorso. Un paesino nell’Olanda rurale. Una casa.

Isabel, ventisette anni, è la guardiana della casa. Ricorda quando- era bambina, c’era la guerra- lei era arrivata in questa casa comperata per loro dallo zio. Con lei c’erano la mamma e i due fratelli, fuggivano dalle bombe che cadevano su Amsterdam. Ricorda anche, confusamente, qualcosa che era successo poco dopo la fine della guerra. Una donna aveva bussato alla porta, la mamma l’aveva mandata via, la donna continuava ad urlare, fuori, nel giardino.

   Isabel ama questa casa in maniera possessiva. Quasi maniacale. Esegue ogni lavoro domestico quasi fosse un rito- tagliare il rabarbaro con le cesoie e metterlo in un cestino, spolverare e passare un panno umido sui piatti esposti nella vetrina, quelli bianchi e blu con delle lepri che si rincorrono in cerchio e che piacevano tanto alla mamma.


Isabel sa il numero esatto delle posate, dei bicchieri. Un giorno trova in giardino un frammento di un piatto, si intravvede una zampa della lepre- è vero, il servizio nella vetrina non è completo, chi lo aveva rotto? Quando era bambina avevano trovato nella soffitta una lepre di pezza in una scatola di giocattoli. La lepre era diventata la sua, ma a chi era appartenuta?

    Il romanzo di Yael van den Wouden- un’eccellente opera prima shortlisted per il Women’s Prize- è scandito in tre movimenti ed è nello stesso tempo un romanzo di formazione, un romanzo d’amore con un pizzico di mystery, un romanzo storico.

   La prima parte ci introduce al personaggio di Isabel, rigida e abitudinaria, una giovane donna che soffoca la sua femminilità, che respinge acidamente il vicino di casa che la corteggia. Più tardi di lei si dirà che neppure il miele avrebbe potuto addolcire quell’aceto. Insieme a lei conosciamo i suoi due fratelli- il minore, Hendrick, che vive con il suo compagno (era stato uno scandalo quando, ancora ragazzino, la madre aveva scoperto le sue inclinazioni sessuali) e il maggiore, Louis, un donnaiolo e il vero proprietario della casa tanto amata da Isabel.


Louis arriva con la sua ultima conquista, Eva, ed immediatamente questa diventa l’antagonista di Isabel, perché è il suo opposto. Eva è audace, sfrontata, estroversa. Isabel è alta ed Eva è piccola di statura. Isabel tiene i capelli castani raccolti, Eva ha capelli un poco crespi e malamente ossigenati. Con il beneplacito di Louis Eva si installa in quella che era stata la camera della madre di Isabel, il sancta sanctorum, e Isabel, furibonda, non riesce a smuoverla da lì.

La tensione è palpabile, è una guerra di silenzi, di sgarbatezze da parte di Isabel, di provocazioni che però Eva non raccoglie.

    Il secondo movimento, la parte centrale del libro, è rovente. Mentre scompaiono misteriosamente alcuni oggetti- un cucchiaio, un vaso, un tagliacarte- l’atmosfera tesa tra Isabel ed Eva, rimaste sole dopo che Louis si è allontanato per lavoro, si carica di un nuovo tipo di tensione. La scintilla che incendia la carica sessuale di Isabel era prevedibile.

     Il terzo movimento è quello della rivelazione e non è del tutto inaspettato. Dal diario di Eva apprendiamo che il suo cognome è de Haas- e Haas significa lepre in olandese- e, a frammenti, ci viene raccontato un pezzo di Storia in cui è la “casa” che diventa la protagonista, la casa e chi ci abitava prima abbandonandola contro la propria volontà. È la Storia parallela della Shoah, la privazione di tutto quello che si è costruito nella propria vita prima di perdere la vita stessa. La casa diventa il testimone del passato, contiene lei stessa la Storia, per chi la sa intendere la casa racconta la Storia con i piatti con le lepri, con il tagliacarte, con la menorah nascosta in cantina.


    Eva era riuscita a sapere il nome degli usurpatori e aveva elaborato un piano. Eppure, nonostante tutto, il finale è un finale catartico di speranza e di pace.

   Eleganza, delicatezza, un ritmo sostenuto, un passato da non dimenticare- tutto questo fa de “L’estranea” un ottimo romanzo.

Il titolo originale è “The safekeep”, un titolo di una triste amarezza: con il sentore del pericolo, illudendosi di ritornare, gli ebrei avevano spesso affidato ciò che più era loro caro o prezioso a dei vicini che avrebbero dovuto ‘safekeep’, ‘custodirli’ per loro. Anche questa era stata un’illusione.




sabato 11 gennaio 2025

Gerbrand Bakker, “Quelli che restano” ed. 2024

                                     Voci da mondi diversi. Paesi Bassi



Gerbrand Bakker, “Quelli che restano”

Ed. Iperborea, trad. Elisabetta Svaluto Moreolo, pagg 311, Euro 19,00

   Ad un certo punto a Jan Weiman, barbiere figlio di un barbiere, era parso più alla moda, più invogliante, esporre Chez Jean, in francese, fuori dalla porta del negozio. Così come il cartello diceva ‘Fermé’ e ‘Ouvert’. E così era rimasto, anche quando ormai il barbiere/parrucchiere era il nipote di Jan che si chiamava Simon e i clienti che non lo conoscevano si rivolgevano a lui come ‘Jean’.

   Simon non si ammazza di lavoro, quando riceve quattro clienti in un giorno, per lui è sufficiente. Nel tempo libero va in piscina. È così che sua madre si rivolge a lui per aiuto- lei sorveglia un gruppetto di ragazzi disabili mentre nuotano in piscina, l’amica che dovrebbe lavorare insieme a lei è partita con un uomo per le Canarie, può affiancarla Simon?

    Le Canarie e la piscina sono i due spunti per ampliare la caratterizzazione dei personaggi e per dare inizio ad una sottotrama.


Nel 1977 il padre di Simon che in realtà neppure sapeva che sarebbe diventato padre era morto nel tremendo disastro aereo dell’aeroporto di Los Rodeos nelle Canarie, quando l’aereo della KLM proveniente da Amsterdam aveva investito l’aereo della Pan Am arrivato dagli Stati Uniti. Era morto veramente Cornelis Weiman? Né la moglie né il padre sapevano che sarebbe partito, il suo corpo non era mai stato ritrovato- era forse tra quelli che non era stato possibile identificare? La sua morte aveva privato un padre del figlio, una moglie del marito e un figlio del padre. Ma è solo ora, dopo una visita al memoriale nel cimitero insieme al nonno, che Simon incomincia a porsi domande, a voler sapere di più, a cercare su internet ogni possibile notizia, ogni testimonianza dei pochissimi superstiti. E perché sua madre non era voluta andare alla cerimonia commemorativa del 2007?


    Si apre così uno squarcio sulla sottotrama che ci ricorda “Il fu Mattia Pascal”- chi era Cornelis Weiman, con chi era partito, la sua paura, la decisione che gli aveva salvato la vita.

    In controparte, ad Amsterdam, Simon, dichiaratamente gay, ha qualche incontro fuggevole con un paio di uomini, con uno scrittore che si fa tagliare i capelli da lui, che sta scrivendo un romanzo che ha un barbiere come protagonista e che gli ruba la storia del padre morto in un incidente aereo. E poi Simon si sente attratto dal più grande dei ragazzi disabili, un bel ragazzo di cui però fraintende le intenzioni.

    Il romanzo di Gerbrand Bakker è una storia di solitudini. Non c’è un personaggio che sia felicemente accoppiato- non il nonno nonostante dica di essere ricercato dalle signore della sua casa di riposo, non la madre di Simon (è una bella donna, perché non si è mai risposata?), non lo scrittore che scrivendo si appropria della vita degli altri, non il gestore del bar per gay che racconta di una vicenda rovente (e pericolosa) che ha avuto a Teheran, non Cornelis che conta il passare degli anni con il numero di cani che ha avuto, non i ragazzi disabili chiusi più di ogni altro nella loro diversità, non Simon, infine, che non ha neppure potuto scegliere la sua vita, che è sempre stato l’orfano del disastro aereo.


   Raccontato così, sembrerebbe un romanzo triste e invece non lo è affatto. La narrativa procede come in un intrigante gioco di specchi che ci fa pensare al quadro dei ‘coniugi Arnolfini’ di Van Eyck- immaginate Simon che vede il suo riflesso nello specchio del negozio da barbiere e nello stesso tempo vede pure il riflesso dello scrittore o del ragazzo disabile a cui taglia i capelli sfiorandogli il collo, e poi lo scrittore che, pure lui, vede se stesso e Simon nello specchio e tutte le loro storie si riversano nelle pagine di un romanzo dentro il romanzo. C’è una leggera ironia che pervade tutto il libro, una scherzosità che alleggerisce ogni tragedia, una volontà di vivere bene la solitudine o la scelta di essere single cercando l’affetto dove lo si può trovare.




venerdì 29 novembre 2024

Anya Niewierra, “Il cammino” ed. 2024

                                      Voci da mondi diversi. Paesi Bassi

cento sfumature di giallo

Anya Niewierra, “Il cammino”

Ed. Neri Pozza, trad. D. Santoro, pagg. 416, Euro 20,00

     Vijilen,Olanda. Una famiglia felice (in apparenza). Lei, Lotte Bonnet, 44 anni, ha una pasticceria specializzata in cioccolato, due figli grandi. Lui, Emil Jukić, non parla mai del passato che si è lasciato alle spalle, non ha mai detto che cosa gli abbia causato quelle tremende cicatrici sulla schiena, è arrivato come profugo dalla Bosnia in Olanda insieme ad un amico che ha sposato la cugina di Lotte. Era stato un incontro casuale, ad un caffè. Per l’amico di Emil e la cugina di Lotte era stato amore a prima vista, per Lotte era stato diverso- aveva sposato Emil perché era rimasta incinta.

    Sei anni prima Emil era stato operato per un tumore all’intestino e, dopo essersi miracolosamente ripreso, aveva deciso di intraprendere il Cammino di Santiago come per ringraziamento. Lungo il Cammino aveva continuato a mandare fotografie e messaggi sereni e pieni di amore alla moglie- che cosa era successo perché si suicidasse, accanto ad una croce in una regione isolata del Massiccio Centrale? Aveva incontrato qualcuno che conosceva? Si trattava veramente di suicidio?


    Quando Lotte e i figli si recano in Bosnia per disperdere le ceneri di Emil, Lotte scopre che suo marito non è affatto Emil Jukić, il vero Emil Jukić è morto nel 1995, ucciso in una delle stragi compiute dalle milizie serbo bosniache. E allora, chi era? Suo marito, l’uomo così affettuoso, l’ottimo padre, è diventato uno sconosciuto.

Un anno dopo la morte Lotte decide di partire, ripercorrendo i suoi passi, seguendo il suo itinerario e prenotando nelle stesse strutture dove lui aveva pernottato, nelle stese date e facendosi assegnare la stessa stanza. Vuole capire, vuole cercare di sapere di più.

    Il Cammino di Santiago ha qualcosa di diverso, qualcosa di più del solito viaggio che -da sempre- porta a una nuova conoscenza di sé e degli altri. È un percorso faticoso anche fisicamente, un itinerario a stretto contatto con la natura che invita alla riflessione e aiuta a liberarsi dai fardelli della quotidianità che ci si è lasciati indietro, proprio come insegna a liberarsi del bagaglio superfluo. Lotte cambia lungo il Cammino, come è giusto che sia, fa nuove amicizie, si innamora e non si accorge di nulla. È troppo fiduciosa (ma perché dovrebbe avere sospetti?), attribuisce al caso gli incidenti che le capitano…


   Definirlo un thriller non è giusto e sminuisce il valore del romanzo. Perché “Il cammino” non è un semplice thriller anche se c’è una forte suspense nelle sue pagine, ci sono molti elementi del mystery soprattutto riguardo all’identità di Emil, ci sono molti colpi di scena.

La profondità, l’attrattiva e il fascino del romanzo sono nel suo sfondo storico, nella ricostruzione della travagliata Storia della Jugoslavia, nell’esame- attraverso la vicenda di tre amici- dell’insorgere della discriminazione etnica laddove un tempo neppure si sapeva chi fosse musulmano o cattolico o ortodosso, chi fosse serbo e chi bosniaco e chi croato, del formarsi delle milizie, di come si sia potuti arrivare alla crudeltà più efferata.

La narrazione scorre su binari diversi- uno segue il tempo presente, con il procedere di Lotte sul Cammino, le sue domande a coloro che forse si ricordano di Emil, l’incontro con un fotografo un po’ troppo affascinante, le sue ‘disavventure’ (chiamiamole così), il carteggio che riceve dalla Bosnia senza mai riuscire a leggerlo, un altro è fatto del passato di Lotte, della sua arte cioccolatiera, dell’armonia del suo matrimonio con un uomo che la adorava, un altro ancora esce del tutto dagli schemi e finirà con il sorprenderci. È una lunga lettera che noi leggiamo ad intervalli, che racconta l’amicizia di tre ragazzi e poi gli anni del conflitto in Bosnia che hanno ucciso l’amicizia insieme a quella che dovrebbe essere l’essenza dell’umanità, finendo per risolvere tutti gli interrogativi.

massacro di Srebrenica

    Se la conchiglia dei pellegrini è un simbolo di rinascita (oltre ad essere collegata alla leggenda del santo), percorrere il Cammino di Santiago ha portato ad una rinascita, di Emil, dell’amico che non ha fatto il Cammino ma è rimasto in Olanda, e sì, anche di Lotte. E allora il thriller che non è un vero thriller è un romanzo sulla colpa, sulla legittimità di passare ai figli il fardello della colpa dei padri, sull’espiazione come unica possibile salvezza, come la vera rinascita.

   


  

 

mercoledì 3 aprile 2024

Dido Michielsen, “Figlia di due mondi” ed. 2024

                                 Voci da mondi diversi. Paesi Bassi

Voci da mondi diversi. Indonesia

Dido Michielsen, “Figlia di due mondi”

Ed. Nord, trad. Alessandro Storti, pagg. 273, Euro 18,05

 

Sono in giro col lanternino, in cerca di me stessa.

Sono i versi di Emily Dickinson, che già dicono tutto sul romanzo della scrittrice olandese Dido Michielsen che ritorna a raccontarci una storia che la riguarda da vicino, della sua antenata indo-europeaan, per completare quella iniziata con “L’isola della memoria” che abbiamo letto lo scorso anno. È la storia di una donna nata a Giava, quando l’isola era una colonia olandese, una donna che non ha mai conosciuto i suoi veri genitori ed è in cerca della madre e di se stessa. Perché solo sapendo chi era sua madre può trovare se stessa, può sapere dove affondano le sue radici, può finalmente accettare di conciliare i due mondi tra cui è divisa. Il destino di Louisa (l’io narrante e protagonista) è quello di tutti i mezzosangue, guardata con disprezzo dai belanda (come vengono chiamati i bianchi olandesi) e non riconosciuta come uno dei loro dagli indisch. Louisa ha ricevuto un’educazione come se fosse olandese, indossa abiti europei, rispetta le regole del galateo occidentale, ma non è olandese, non sarà mai considerata alla pari degli europei. E la sua vita è una doppia ricerca, con il dolore di un’assenza che l’ha resa incapace di amare i suoi figli come avrebbe dovuto.


    È il 1895 quando muore l’uomo che Louisa e sua sorella hanno sempre chiamato zio- le ha adottate quando erano bambine. Era sempre stato un uomo affettuoso, al contrario della moglie. Ormai resta solo la zia a serbare il segreto sull’identità della madre delle due figlie adottive. Perché si chiude in un mutismo ad ogni domanda? Perché gli zii avevano fatto sposare Louisa quando questa aveva solo tredici anni? lei non glielo perdonerà mai. Aveva fatto un buon matrimonio, il marito era olandese, anche se nato e cresciuto a Giava. Avevano fatto cinque figli insieme ma lei non lo amava e non lo avrebbe mai amato, anzi la irritava, la disgustava.

    L’incontro con una signora cinese che commercia in batik artigianale cambia la vita di Louisa. Il primo cambiamento è proprio nel continuare a frequentarla nonostante la proibizione del marito e i consigli intimidatori di un’amica- nella complicata scala sociale di quella che oggi è l’Indonesia i cinesi immigrati stanno ancora più in basso degli indisch. Yu Leng è un esempio per Louisa- non è sposata per scelta, è indipendente, fa un lavoro che l’appassiona, non si lascia toccare dalle chiacchiere intorno al bel giovane indigeno che è per lei una sorta di segretario. Per Louisa si apre un nuovo mondo, la strada che inizia a percorrere la porterà lontano, scoprirà che l’amore come è descritto nei libri è possibile, che una donna può farcela anche senza un uomo accanto. E riuscirà anche a scoprire quello che non aveva mai sospettato, in tutti quegli anni in cui aveva pensato che lo zio potesse essere suo padre.


    Nel finale del libro incontriamo nuovamente dei personaggi che avevamo conosciuto nel romanzo precedente, tutto si spiega, nessuno deve permettersi di giudicare quello che è stato.

“Figlia di due mondi” è più romanzi insieme- romanzo storico del periodo coloniale e delle distorsioni conseguenti all’occupazione delle isole indonesiane, romanzo singolare di formazione, romanzo d’amore, quello grandissimo e pronto al sacrificio di una madre per le figlie e quello dei nativi per il loro paese. Sullo sfondo, la natura lussureggiante dell’Indonesia.



 

mercoledì 22 novembre 2023

Jan Brokken, “La suite di Giava” ed. 2023

                                                          vento del Nord

voci da mondi diversi. Paesi Bassi

Jan Brokken, “La suite di Giava”

Ed. Iperborea, trad. Claudia Cozzi, pagg. 236, Euro 17,50

     Tutto è iniziato con un brano musicale ascoltato per caso alla radio, “I giardini di Buitenzorg” di Leopold Godowski. Un pezzo di straordinaria bellezza che non crea solo la suggestione di palme fruscianti, ma riporta alla memoria l’immagine di sua madre. E con questa il desiderio, la necessità di conoscerla, di sapere del suo passato. Perché una cosa è subito chiara allo scrittore olandese Jan Brokken. Lui aveva conosciuto sua madre in Olanda e non l’Olga che era andata giovane sposa poco più che ventenne nelle colonie, in quelle che allora erano ‘le Indie’. Sua madre aveva ben poco in comune con Olga e lui, il figlio minore, nato dopo il ritorno dei genitori in Olanda, dopo la tremenda esperienza del campo di prigionia giapponese, dopo che il sogno dei suoi genitori si era trasformato in un incubo, sapeva ben poco di quella loro vita precedente- sono le lettere che gli consegna la zia a fargliela conoscere.


    Il padre dello scrittore era un teologo ed era stato mandato in Indonesia per studiare la storia e la fenomenologia delle religioni, dell’islam in maniera particolare. Erano giovani ed entusiasti, Han e Olga. Ed erano felici di allontanarsi dalla pesante atmosfera delle loro famiglie olandesi. Olga era brillante e curiosa, imparava con facilità le lingue, il makassar e il buginese, riusciva a stringere amicizia con le donne del posto a cui insegnò perfino ad usare la macchina da cucire. L’amore di Han e Olga, finalmente libero da freni moralistici, era una spinta ad avanzare insieme in quella nuova esperienza, ad affrontare il dolore per la perdita della prima figlia, a gioire, poi, per la nascita di due maschietti, uno dopo l’altro.

    Jan Brokken è il flâneur per eccellenza, un flâneur straordinario. I suoi passi non lo conducono solo verso i luoghi che fa riapparire davanti ai nostri occhi- i giardini di Buitenzorg con i loro viali, il fiore più grande e più puzzolente del mondo (la Rafflesia che ha un che di mostruoso),


le colline, le piantagioni, i sentieri polverosi-, ma anche ad incontrare persone, pur non sempre fisicamente. Non possiamo fare a meno di chiederci se abbia una sorta di calamita che fa sì che entri in contatto con uomini straordinari, che una conoscenza ne attiri un’altra, per arrivare infine all’attenzione di noi lettori che impariamo dello strumento giavanese ‘gamelan’, di Godowski che risentì dell’influenza  di Seelig, specialista della musica delle Indie orientali olandesi. Altri nomi ancora entrano nella storia della madre dello scrittore, studiosi della religione, personaggi insoliti che si sono convertiti dall’islamismo al cristianesimo durante una burrascoso ritorno per mare dalla Mecca, la famosa scrittrice Hella Haasse.
Paul Seelig

    Era come vivere in un incantesimo, per Han e Olga. Nonostante il clima a volte difficile da sopportare, nonostante le difficoltà, forse non sarebbero mai tornati in patria. Forse non sentivano più l’Olanda come la loro patria. Poi la guerra e l’invasione giapponese e i campi di prigionia che avrebbero minato la salute di entrambi, che avrebbero causato incubi ai fratelli dello scrittore anche quando erano ormai adulti.

   Avevano dovuto tornare in Olanda e Olga non era più Olga, neppure fisicamente. Il cambiamento maggiore, però, era quello avvenuto dentro di loro- non credevano più nella superiorità della fede cristiana e neppure della civiltà europea. La barbarie di cui l’Europa era stata capace superava quella dei paesi pagani. E lui, Jan Brokken, nato nel 1949, non sarebbe più andato a cercare le orme dei suoi genitori nelle Indie. Perché le loro Indie non esistevano più, le Indie erano state il loro passato e il loro sogno, e lui, Jan, sarebbe sempre rimasto estraneo a quel mondo.

     Un libro molto ‘ricco’ di voci, di colori, di idee, di musica, come tutti i libri dello scrittore. 

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sabato 13 maggio 2023

Dido Michielsen, “L’isola della memoria” ed. 2023

                                              Voci da mondi diversi. Paesi Bassi



Dido Michielsen, “L’isola della memoria”

Ed. Nord, trad. A. Storti, pagg. 352, Euro 19,00

 

    I primi coloni olandesi erano arrivati nel 1600 nell’isola di Giava. Come per tutti i colonizzatori, ‘loro’, i bianchi, i padroni, erano superiori agli indigeni, considerati poco più che selvaggi con nessun riguardo per la loro cultura, diversa da quella del mondo occidentale e incomprensibile per i nuovi arrivati.

Se è impossibile negare i progressi portati dai colonizzatori, è altrettanto impossibile non riconoscere i lati negativi, troppo spesso trascurati, anzi peggio, neppure considerati, soprattutto per quello che riguarda i loro rapporti con le donne. Il clima di Giava era impietoso, il viaggio, prima dell’apertura del canale di Suez, durava anche tre mesi, non era immaginabile che le donne olandesi raggiungessero i loro uomini. E la soluzione pareva normalissima- gli olandesi si sceglievano una donna (in genere una ragazza molto giovane) che faceva loro da moglie, da madre dei loro figli, da governante, da serva. Si chiamavano nyai, queste donne che erano amanti di uno straniero, e che erano un gradino più su delle munci, amanti di un militare. In genere erano belle, di una bellezza esotica, e si illudevano- tutte- che il loro uomo dalla carnagione rosea e dagli strani capelli gialli le avrebbe sposate, avrebbe riconosciuto i loro figli meticci, indoeuropei. La realtà, poi, era devastante. Spesso, troppo spesso, dovevano abbandonare i figli che non venivano riconosciuti dai padri ma a cui veniva dato un cognome simile, forse riuscivano a diventare la nyai di un altro tuan (se erano ancora abbastanza giovani), per lo più vivevano nell’indigenza, respinte dalla famiglia di origine.


    Dido Michielsen, nata ad Amersfoort nei Paesi Bassi, è lei stessa discendente di una nyai ed è parzialmente la storia della sua trisavola che racconta in questo libro, il suo primo romanzo. Il racconto della protagonista è filtrato attraverso quello di un’altra donna che lo scrive in olandese e che diventa il suo strumento in un gioco di rovesciamento di ruoli. Perché la protagonista, nata nel 1850, si chiama Piranti, che in giavanese significa ‘strumento’- sua madre forse sperava che lei fosse uno strumento per migliorare la loro vita? Quando, a sedici anni, Piranti rifiuta un matrimonio combinato, fugge di casa ed è lei ad iniziare il corteggiamento di un capitano olandese di ottima famiglia. Lui le cambierà il nome, chiamandola Isah (un chiaro segno di supremazia e noi pensiamo a Venerdì di Robinson Crusoe), lei lo chiamerà Gey, il primo dei suoi due cognomi.


    Gey è gentile, la tratta bene, sembra che la ami. Isah fa di tutto per rendergli la vita confortevole, dal preparargli i piatti europei che lui predilige al coltivare il giardino. Quando resta incinta, lui non la fa abortire, né la prima né la seconda volta, anche se non riconosce la paternità delle figlie. Isah si illude. Vuole credere che sia per sempre. Finché deve risvegliarsi dal sogno. Gey è come tutti gli altri uomini, forse peggio ancora- l’ha usata, ora la sostituirà con una donna del suo paese e la getterà via. E le bambine? Non è un problema suo.

    Non è solo solidarietà femminile che ci unisce a Isah. Non è solo una profonda compassione per quello che ha passato e che deve passare, per un’illusione perduta e per una fiducia mal riposta. È ammirazione per la tempra di questa donna capace di grande amore, per un uomo che non la merita e che noi disprezziamo insieme a lei, e soprattutto per le figlie. Perché non c’è amore più grande di quello che si manifesta rinunciando al proprio legame con l’essere amato per la sua felicità e il suo bene.

  


Il racconto di Isah procede- Isah ha sessant’anni quando affida la sua storia a Canting che la trascrive, dando voce a tutte le nyai che vivono nell’ombra, che non sono mai esistite, anonime madri di migliaia di indo-europeanen dalla pelle più chiara della loro.

“Perdonami, Isah, ma la tua storia dà voce anche a tutte quelle donne. Pubblicarla è un modo per dare un senso alla tua vita, anche se è già finita.”

    Una storia commovente e appassionante, un affresco storico che affiora a poco a poco come da uno dei tessuti batik a cui lavorava la madre di Isah.


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