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domenica 2 giugno 2024

Ennio Tomaselli, “Uno come tanti” ed. 2024

                                                                    Casa Nostra. Qui Italia

          anni di piombo

Ennio Tomaselli, “Uno come tanti”

Ed. Manni, pagg. 336, Euro 18,05

 

    Fabrizio Martini. Vive a Torino, ha poco più di trent’anni. Ha sempre voluto fare il magistrato e adesso sosterrà l’esame a cui si è preparato con una compagna di università che è diventata la sua ragazza. Inspiegabilmente sua madre lo osteggia- è solo perché vuole che lui lavori insieme a lei nel suo studio di avvocato?

    Poi succede l’imprevisto. Durante una gita in montagna suo padre scivola lungo un dirupo e muore. O forse sarebbe meglio dire che il marito di sua madre muore, perché viene fuori che è stato impossibile fargli una tempestiva trasfusione per via di un gruppo sanguigno raro. Quindi quell’uomo buono che era sempre stato un sostegno per lui, che gli aveva sempre dato affetto quasi a colmare il vuoto di quello che non gli dava sua madre, non poteva essere suo padre. Chi era, allora il vero padre biologico?

Tribunale di Torino

   La madre finirà per dirglielo, tra improperi e insulti rivolti sia a Fabrizio sia a Matteo Lorusso, il marito di cui era stata dichiarata la morte presunta. Era stato un magistrato negli anni ’70 e ’80, aveva esercitato a Torino e in Calabria, poi era scomparso. Si era suicidato? Il corpo non era mai stato trovato. Possibilissimo che fosse ancora vivo. All’epoca della scomparsa non sapeva neppure che la moglie fosse incinta, Fabrizio era nato alla fine del 1989 senza che il padre sapesse alcunché di lui.

    Il romanzo di Ennio Tomaselli (laureato in Giurisprudenza, giudice del tribunale per minorenni di Torino e pubblico ministero presso tale ufficio) prende l’avvio da qui in una sorta di romanzo di formazione tardiva che è nello stesso tempo la storia della ricerca di un padre, sia come figura fisica sia- e forse ancora di più- come ‘persona’, e la storia d’Italia attraverso la storia della magistratura in anni violenti e oltremodo difficili in cui molto si nascondeva dietro una verità apparente ed era meglio non fidarsi di nessuno. Se ti fidavi, venivi colpito alle spalle.

    Quello che compie Fabrizio è un percorso doloroso. Intanto supera gli scritti del concorso a cui teneva molto e questo incide, paradossalmente sulla sua vita sentimentale che è quasi una storia parallela. Perché la fidanzata, influenzata dalla famiglia della borghesia bene di Torino, non vede di buon occhio la ricerca di un padre che sembra essere stato un magistrato ambiguo (era stato in collusione con i terroristi, forse?), e Fabrizio è attratto da una estroversa ragazza siciliana conosciuta all’esame, l’esatto opposto delle nordica fidanzata o ex-fidanzata. Fabrizio incontrerà molte persone che hanno conosciuto suo padre, ex magistrati, avvocati, poliziotti.

la Sila

Andrà in Calabria seguendo le tracce- molto labili, a dire il vero- del padre di cui gli viene consegnato un diario e un racconto. Fabrizio è sempre più confuso e perplesso, le pagine del diario rivelano un uomo che non è affatto ‘uno come tanti’. Anzi, è un uomo di grande integrità e dirittura morale. La sua fede nella giustizia non poteva che scontrarsi con la giustizia rimaneggiata che a volte è costretto ad accettare. È un uomo che si schiera con le vittime di sentenze ingiuste, che è capace di giudicare innocente un camorrista dall’accusa di qualcosa per cui non è colpevole. E che cosa voleva dire con quel racconto che palesemente non è solo una composizione narrativa? Solo alla fine lo sapremo.

    “Uno come tanti” è un romanzo che sentiamo ‘nostro’, che ci appartiene rivelandoci i retroscena di una realtà che tendiamo a idealizzare (dopotutto, dobbiamo credere nella giustizia, giusto?). C’è forse qualche lungaggine e il personaggio della madre nella sua cattiveria è forse troppo estremo e calcato, ma la trama ci coinvolge con una suspense ben calibrata e con un buon miscuglio di pubblico e privato.



 

venerdì 8 marzo 2024

Valerio Morucci, “La peggio gioventù”- Una vita nella lotta armata- Intervista del 2005

                                                               Casa Nostra. Qui Italia

         Anni di piombo

Valerio Morucci, “La peggio gioventù”- Una vita nella lotta armata

Ed. Rizzoli, pagg. 356, Euro 17,00

    “La peggio gioventù”: un titolo, quello del libro di Valerio Morucci, che contiene già un giudizio, opposto com’è a quello del film dei fratelli Giordana, un indizio su quello che il libro vuole essere, e cioè un ripensamento in cui i fatti trovano la loro collocazione, ma soprattutto un tentativo di comprendere come si sia passati dall’essere “la meglio” gioventù alla “peggio”. E il sequestro che si concluse con l’uccisione di Moro è il nodo centrale verso cui convergono le memorie e i pensieri dell’autore, c’è un prima e un dopo quei cinquantacinque giorni della primavera del 1978. Un prima- la sua formazione in un’epoca di fermenti generazionali e in un’Italia che dava segni di cambiamento, il ‘68 e la rivoluzione studentesca, l’autunno caldo delle lotte operaie l’anno seguente, Potere Operaio e le Brigate Rosse, il primo omicidio delle BR, quello del giudice Coco nel ‘76- e si arriva al punto di non ritorno, la preparazione accurata del sequestro di Moro, l’uccisione dei cinque uomini della scorta e poi quella del presidente della DC. Il dopo è una lucida analisi degli anni caldi della politica italiana, la decisione di Morucci e della Faranda di dissociarsi dalle BR, l’arresto, la prigione: “eravamo uomini che hanno creduto e hanno sbagliato. Siamo uomini pronti a riconoscere l’errore. E, subordinato a questo, siamo uomini consapevoli che non solo nostro è stato.”



 INTERVISTA A VALERIO MORUCCI, autore de “La peggio gioventù”  (2005)

 

    La stampa ha sempre bisogno di dare un soprannome alle persone, per renderne più facile l’identificazione ai lettori: Valerio Morucci era “il postino” del sequestro Moro, quello che dava indicazioni perché venissero ritirate le missive del presidente della DC. “Ma quelle lettere, Adriana e io, le rileggevamo anche la sera nel nostro appartamento…e le parole scorrevano lente. E ognuna lasciava il suo segno”. D’altra parte, nel primo capitolo del suo libro “La peggio gioventù”, Valerio Morucci si riferisce a Moro come “l’Uomo”, mentre descrive la concitata sequenza del sequestro. “L’Uomo” che proprio nel suo essere “uomo” è simile agli “uomini delle Brigate Rosse” a cui rivolge il suo appello il Pontefice perché il prigioniero venga rilasciato senza condizioni. Ed è per questo che Morucci si era opposto alla sua uccisione, perché, oltre ad essere politicamente un errore, era “un abominio”, inaccettabile perché Moro non era un nemico senza volto, ma un uomo prigioniero. Si rivolge ad un immaginario interlocutore, Valerio Morucci, in questa rievocazione di un passato vecchio di trent’anni, un’interpretazione dall’interno della storia delle BR con stralci di ricordi autobiografici e critiche aperte sia dei capi delle BR sia di quelli dei partiti del Governo, per come non hanno saputo o voluto gestire il sequestro Moro. Morucci, condannato dapprima all’ergastolo, poi a trent’anni nel ricorso in appello e infine a ventidue anni e mezzo per l’applicazione della legge sulla dissociazione, ha finito di scontare la pena nel 1994 e ha iniziato a lavorare nel campo dell’informatica. Stilos ha parlato con lui.

 Che cosa ha voluto dire per lei, fronteggiare il suo passato mettendo ordine nei suoi pensieri, per scrivere questo libro?


       Affrontare il passato non è mai semplice, perché i piani sono sempre due: da una parte un’analisi dei fatti e quindi una ricostruzione storica e politica, dall’altra quello che c’è sotto e il peso delle azioni compiute che si incastra storicamente nei fatti analizzati ma non trova collocazione nel rapporto con se stessi e con le proprie intenzioni. E sono due piani che potrebbero tendere a confondersi- nel libro mi sembrava di essere stato chiaro che la storia non giustifica nessuno ma si potrebbe pensare che questa profusione di pensieri analitici sulla storia e sulla politica sia tesa a nascondere la necessaria riflessione sull’etica. Per me fronteggiare il passato vuol dire questo, trovare ad ogni passo giustificazioni storiche e politiche, e, più ne trovo, meno giustificazioni etiche per contro trovo. E’ un problema che ho io e che abbiamo tutti davanti alle nostre azioni, per quanto siano necessitate. Quando le si riguarda, si vede che questa necessità negava i principi etici fondamentali.

 Secondo lei, la strage di Piazza Fontana è da considerarsi la madre di tutte le stragi, come è stata definita da molti, o il sangue che è stato sparso dopo sarebbe stato ugualmente versato?


     Secondo me la strage di Piazza Fontana è la madre di tutte le stragi di quel segno. Non certo del terrorismo di sinistra. E’ stata la prima feroce azione nel tentativo di fermare l’Italia da un possibile avvento al potere del partito comunista, strategia di vecchia data partita nel ‘48. E tutte le forze estere e italiane che temevano la vittoria comunista, da allora hanno iniziato a muoversi anche su terreno illegale per contrastare questa possibilità. Chi ha voluto questa strage non temeva certo le lotte studentesche e quelle operaie, ma temeva che queste potessero portare ad un rafforzamento elettorale del partito comunista, e dagli stessi intenti sono motivate le stragi fasciste- l’Italia è l’unico paese occidentale in cui siano maturati così tanti tentativi di colpi di stato. E però la strage di Piazza Fontana non è da considerarsi come l’origine del terrorismo, la nostra strada era già segnata. Può aver costituito un motivo in più di odio e di accelerazione, ma non ha determinato la scelta. Questa è una grossa fandonia della ricostruzione perché la nostra era una scelta rivoluzionaria basata sull’ideologia comunista che prevede che la rivoluzione sia un atto violento. In Italia solo i Gap di Feltrinelli hanno usato le armi per contrastare un possibile ritorno al fascismo. Nessuna altra formazione armata è nata per contrastare tentativi golpisti.

 La scelta di sequestrare Moro fu dettata dalla volontà di colpire lui in quanto regista dell’operazione di avvicinamento tra DC e PCI oppure fu una scelta più “casuale” dettata dalla fattibilità dell’impresa?

     No, la scelta di sequestrare Moro non ha niente a che fare con la sua operazione di avvicinamento tra la DC e il PCI, perché la scelta di sequestrare un alto esponente della DC è maturata nelle BR dopo il sequestro Sossi, quando questo avvicinamento era considerato impossibile ed è naturale perché, dopo che lo Stato è intervenuto per impedire la liberazione dei detenuti già accordata e il sequestro è fallito, le BR hanno capito che il problema era lo Stato e non bastava sequestrare localmente chicchessia, ma bisognava impattare con lo Stato. Tant’è che le prime inchieste in questo senso furono svolte da Franceschini nel ‘74-‘75. E perché Moro? Perché nell’analisi delle BR sullo stato dell’invasione delle multinazionali si torna a Lenin e allo stato imperialista e ad altre analisi prodotte nella sinistra non comunista italiana. Ed era un’analisi che si era rivelata giusta nel cogliere le linee di fondo, errata perché, essendo comunque di matrice marxista- comunista, individuava sempre nelle forme statali- esplicite del potere- la manifestazione di un’involuzione autoritaria del capitalismo. E’ evidente invece che, seppure in parte può sembrare così oggi, la realtà è che le multinazionali, proprio in quanto tali, non hanno bisogno di uno Stato. Cioè riescono ad operare al di fuori di qualsiasi controllo. In quella lettura che facevano le BR era la macchina statale che doveva acquisire una maggiore efficienza e quindi maggiore autoritarismo per rispondere alle esigenze delle multinazionali. E dato che Moro era fautore del rinnovamento della DC nel senso di maggiore efficienza come partito-Stato, si è pensato che questa sua intenzione coincidesse con le indicazioni delle multinazionali, laddove invece era evidente che Moro poteva essere tutto fuorché un esecutore dei desideri autoritari degli americani.. Il suo intento di rinnovamento era dovuto al fatto che comunque i partiti in Italia- tutti, e la DC in quanto partito di governo- erano fermi al dopoguerra, inadeguati alla società di massa scaturita dallo sviluppo capitalistico.


 Se 30 anni fa la scelta fu quella di combattere il capitalismo delle multinazionali servendosi da un lato delle armi e dall’altro dell’apparato ideologico comunista, oggi che di quest’ultimo è rimasto ben poco, che cosa si sente di opporre lei a quel capitalismo che lei stesso definisce l’ultimo degli “ismi” coercitivi rimasti?

     Trent’anni fa era molto forte la convinzione che ci fosse un sistema alternativo a quello capitalistico e per questo si è combattuto. Oggi che non è più così, a maggior ragione occorre riconsiderare l’errore di base compiuto allora, che è stato quello di smettere di potenziare la propria parte, le proprie ragioni, gli ideali, i valori, nel tentativo impossibile di azzerare quelli dell’avversario. E quindi oggi per me, arrivati al punto in cui il crollo dell’ideologia si è portato necessariamente appresso il crollo della politica come sistema di mediazione separato dalla società, appannaggio di una casta di sacerdoti della politica, l’unica possibilità è quella di riportare un movimento di trasformazione sul terreno del confronto, che è in alto e che non è tra sistemi politici né tra politiche apparentemente contrapposte, ma è quello della preminenza dell’etica sullo sviluppo selvaggio privo di ogni regola del mercato globale.

 Adesso che la DC come grande partito di massa e di governo non esiste più, qual è il suo giudizio sull’operato di questo partito che per 50 anni ha governato l’Italia?

      Il giudizio è quello dato dalla Storia più che il mio. La DC è scomparsa e non può certo dirsi che è scomparsa perché i suoi esponenti sono stati sotto processo per le tangenti. Questo è un giudizio sicuramente ingenuo perché, per quanto se ne possa dare un giudizio negativo, va considerato che quello che ha fatto la DC nei quasi 50 anni di governo va letto in un quadro sia interno che internazionale di blocco dovuto alla guerra fredda e alla presenza in Italia del più forte partito comunista europeo. Quindi, in parte la DC non è stata capace di adeguarsi allo sviluppo della società perché era preminente questa funzione di blocco anticomunista- e su questo posso aggiungere a titolo personale che di questo le va reso merito perché, se i comunisti disgraziatamente fossero andati al governo, si sarebbe instaurato un regime ben più oppressivo di quello democristiano.


 Secondo lei, quanto influì il ritardo del PCI nel riconoscere quei limiti dell’ideologia comunista che lei oggi lucidamente indica, sui giovani che in quegli anni scelsero la strada della lotta armata?

     Il PCI in parte aveva già aggiustato più volte e attenuato una ferrea identificazione con l’ideologia comunista, e già questo era stato preso da noi come un tradimento. Se l’avessero portato più a fondo, probabilmente sarebbero stati per noi ancora più traditori. Ciò non toglie che l’incapacità del PCI di adeguare il proprio apparato ideologico in modo consequenziale alle scelte già fatte nel ‘44 e allo sviluppo della società di massa conseguente all’espansione capitalistica, e quindi anche di diventare un moderno partito di opposizione, ha lasciato integro quel sottostrato rivoluzionario nel quale noi siamo cresciuti.

 Secondo lei è cambiata la percezione che noi abbiamo del terrorismo dopo l’11 settembre?


     Sicuramente è cambiata perché il terrorismo odierno è un terrorismo che viene dall’esterno ed essendo un vero terrorismo colpisce indistintamente. Il nostro era un terrorismo di azioni militari, il vero terrorismo che colpisce senza distinzioni fa sì che tutti siano delle vittime potenziali, a differenza di quello che avveniva negli anni ‘70, quando incuteva paura solo a chi si voleva colpire.


Nel suo libro ci sono degli “intermezzi”: chi sono i protagonisti di questi intermezzi e che significato ha voluto aggiungere?

      Gli intermezzi sono dei racconti che ho inserito nella narrazione. Scrivo racconti già da molto tempo. Finita l’ubriacatura della politica c’è stata da parte mia una repulsione ad affrontare questo argomento in termini politici perché imperava e impera una lettura manichea del fenomeno antagonista degli anni ‘70. Ho pensato allora che lo strumento della letteratura consentisse di proporre degli argomenti che toccassero altre corde più emozionali che razionali. In parte per sfuggire alla cappa del monopolio dei partiti sulla lettura degli anni ‘70 e in parte per offrire al lettore un altro punto di vista ho scritto dei racconti e li ho inseriti, in modo che da una parte c’è l’analisi che richiama nel lettore l’attenzione con la parte razionale e dall’altra i racconti che sollecitano la sua parte emotiva. I racconti danno di quello stesso argomento un altro punto di vista., ampliandolo.

 Oltre ai due libri autobiografici, lei ha appena pubblicato un thriller: pensa di continuare a scrivere letteratura di genere?

      L’unico genere di cui non vorrei più scrivere è quello terroristico. Quello che vorrei non fare è scrivere altri libri su quegli anni. Possiamo offrire il nostro contributo ma adesso devono essere gli altri a parlare, noi siamo troppo la parte in causa.

L'intervista a Valerio Morucci è stata fatta a Roma nel 2005 e pubblicata sulla rivista letteraria "Stilos"



 

                                                           

 

martedì 5 marzo 2024

Igino Domanin, “Un eroe comune. 29 gennaio 1979/ il giudice Alessandrini/ gli anni di piombo/ un romanzo familiare” ed. 2024

                                                                        Casa Nostra. Qui Italia

            anni di piombo

Igino Domanin, “Un eroe comune. 29 gennaio 1979/ il giudice Alessandrini/ gli anni di piombo/ un romanzo familiare”

Ed. Marsilio, pagg. 296, Euro 20,00

 

  Intelligentissimo, spiritoso, distratto, poco incline alle apparenze, ma moderno e curioso di tutte le novità.

È così che Igino Domanin descrive lo zio Emilio Alessandrini, il giudice della procura di Milano assassinato da due killer di Prima Linea il 29 gennaio 1979.

È questa data, seguita da brevi frasi lapidarie- il giudice Alessandrini, gli anni di piombo, un romanzo familiare- che funge da sottotitolo, una sorta di spiegazione di intenti, del libro “Un eroe comune” di Igino Domanin. Perché, tenendo in mente quella data, non dimenticando mai che è di Emilio Alessandrini che si vuol ricostruire la vicenda, è degli ‘anni di piombo’ (iniziati con l’altra fatidica data, quella della strage di piazza Fontana il 12 dicembre 1969) che è necessario parlare. E Igino Domanin lo fa raccontando la Storia di quel periodo nero dell’Italia intrecciandolo con la storia della sua famiglia, con i ricordi di se stesso, poco più che un bambino all’epoca.


   Un ricordo incancellabile- Domanin viveva in Sicilia con i genitori, quel giorno lo avevano fatto uscire prima da scuola, lo aveva colto l’angoscia, il timore che fosse morto suo padre, poi una premonizione strana che gli aveva fatto chiedere, “è successo qualcosa a mio zio a Milano?”. E poi la disperazione della madre, legatissima a quel fratello sempre allegro, che si univa a loro d’estate sulla spiaggia di Pescara, che andava a trovarli in Sicilia, che condivideva con il nipote la passione per il cinema, che amava la musica di De André e andava a curiosare nei locali hippie, come Macondo.

   Le prime indagini di Emilio Alessandrini si erano svolte in un contesto neofascista, dal ’72 al ’74, nel clima della strategia della tensione. Il suo metodo di indagine si basava sulle analisi minuziose, sul reperimento di corpi di reato, su letture, schedature e interrogatori- era come se si immergesse all’interno di situazioni e ambienti nei quali si muovevano i responsabili delle azioni eversive.

   È un tempo estremamente complesso, quello che Igino Domanin analizza nel suo libro. Complesso per il numero di associazioni che si forma e si scioglie, dando origine ad altre associazioni, uguali e diverse. È difficile stare dietro a tutte, finiamo per ricordare le Brigate Rosse e Prima Linea, forse quelle che hanno compiuto azioni più tragicamente spettacolari. Un tempo complesso per quello che si cela dietro alla lotta armata, per le trame oscure intese a confondere le piste.

   È anche un tempo estremamente violento e crudele, soprattutto quando si passa dai rapimenti alle uccisioni- è una mattanza, un bagno di sangue. Il paese è precipitato nella follia.


Il sequestro e la morte di Moro accadono nel 1978, eppure Emilio Alessandrini non si riteneva minacciato, perché faceva parte anche lui del cambiamento che i terroristi auspicavano. Ecco, non aveva capito che nel 1979 Prima Linea aveva cambiato strategia, mirava a colpire una figura di vertice, se la sarebbe presa con gli uomini progressisti e onesti che svolgevano il proprio compito. Anzi proprio per quello- si era tanto più nemici del popolo e servi dei padroni quanto più si faceva bene il proprio dovere. Come Emilio Alessandrini.


   Leggere il libro di Igino Domanin significa chiedersi di continuo come tutto quello che è successo sia stato possibile e il lettore non riuscirebbe a sopportare l’angoscia di rivivere quegli anni e la loro cupa atmosfera se non ci fosse il sollievo delle pagine di ‘romanzo familiare’ che ci riportano ad un’altra Italia più ‘leggera’, quella di Carosello e della Citroën, dei film comici e delle vacanze al mare.

    Un libro da leggere, per sapere, per ricordare un uomo che è stato un ‘eroe comune’ per aver fatto al meglio il suo lavoro (ce ne vorrebbero di più, di uomini come lui), perché il nome di Emilio Alessandrini non resti muto su una targa all’ingresso di un parco.



 

 

sabato 2 marzo 2024

Enrica Ferrara, “Mia madre aveva una cinquecento gialla” ed. 2024

                                                                      Casa Nostra. Qui Italia

      romanzo di formazione
     anni di piombo

Enrica Ferrara, “Mia madre aveva una cinquecento gialla”

Ed. Fazi, pagg. 300, Euro 17,10

   Titolo bellissimo che risveglia la nostalgia dei ricordi, di quando si viaggiava in 500, senza aria condizionata, di quando neppure c’erano le cinture di sicurezza e si riusciva ad entrare anche in sei nella mitica Fiat 500.

Mia madre aveva una Fiat cinquecento gialla. Adesso non c’è più e non so nemmeno se ne facciano ancora.

L’io narrante è Gina, dieci anni, vive a Napoli con la famiglia. Sua sorella Betta non ha neppure due anni più di lei. Poi c’è la mamma, alta e bionda, e il papà grande e grosso che Gina chiama ‘Papaone’. Un papà molto amato e molto affettuoso che a un certo punto scompare. Dove è andato? Perché? la mamma e le bambine lo raggiungono in Sardegna. Per Gina è tutto un gioco fantastico. Devono prendere l’aereo e hanno una carta di identità con altri nomi. Lei adesso si chiama Enrica Coffey. Suo padre è italo-inglese. Ma Gina non deve dire a nessuno, né il nuovo nome né dove stanno andando.

    Suo padre si chiama Mario Carafa, è un uomo politico, c’era anche Moro tra i suoi amici. È innocente, ma è stato accusato di aver rubato soldi in banca. Suo padre è latitante, dicono a Gina. Che cosa vuol dire ‘latitante’? sua madre vorrebbe che lui si costituisse- altra parola che Gina non conosce, come ‘camorrista’ e ‘brigatista’.


   Dopo la Sardegna Gina, la sorellina e la mamma incontreranno il padre un’altra volta, in un Natale che sarà memorabile, dapprima in una masseria (che cosa è una masseria?) da cui dovranno fuggire in fretta e furia dopo che un amico del padre viene ferito gravemente da un’arma da fuoco (sarebbe dovuto essere suo padre la vittima?), e dopo in casa di un presunto amico. Non riescono neppure ad iniziare il pranzo perché succederà qualcos’altro di ancora più grave.

    “Mia madre aveva una cinquecento gialla” è un romanzo di formazione singolare e delizioso, perché deliziosa è la voce di Gina, bambina precoce che ha imparato a leggere ad sola a tre anni, deliziosa è la sua interpretazione degli avvenimenti che vengono rielaborati nella sua testolina e ridotti a misura di bambino. Così per gli avvenimenti politici di quegli anni che siamo soliti chiamare ‘di piombo’, ingarbugliati e pericolosi perché è impossibile sapere di chi ci si possa fidare e invece si sa benissimo quale è la fine di chi si espone o fa un passo falso.  Così anche per le dinamiche famigliari- Gina adora suo padre e si trova in difficoltà a difenderlo con sua madre e sua sorella che sembrano schierarsi contro di lui. Un padre che abbandona la famiglia e ne lascia tutto il peso alla moglie? Eppure Papaone è sempre a conoscenza, in qualche maniera, di quello che loro fanno e di quello che a loro succede. Si era fatto vivo immediatamente dopo le scosse di terremoto in Irpinia (era il 1980, si erano sentite fortissime anche a Napoli), sapeva chi erano le amiche delle figlie.


    Gina incontrerà suo padre dopo un vuoto di sette anni, lui si nasconde ancora, cercherà di spiegarle. E in quei lunghi sette anni c’è una parentesi felice, di leggerezza e di svago- è il racconto umoristico e brioso del viaggio su una 500 stracarica, con i bagagli sul tetto e il mangiadischi a tutto volume per arrivare al campeggio in Calabria dove la mamma tornerà a sorridere con un distinto signore, Gina si farà un’amica tedesca, Betta riceverà le attenzioni dei ragazzi.

    Una bellissima lettura in cui il buio degli anni di piombo è rischiarato dall’allegria e dalla leggerezza di una voce infantile, innocente e nello stesso tempo saggia. Un romanzo in cui la Storia di noi tutti passa attraverso quella di una famiglia quanto mai tipica- ne è la prova la cinquecento (amata da tutti gli italiani) gialla (il colore non è il classico rosso, è quello che differenzia l’auto e le viaggiatrici).

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