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mercoledì 1 luglio 2026

Sergej Dovlatov, “Straniera” ed. 2026

                                                            Voci da mondi diversi. Russia



Sergej Dovlatov, “Straniera”

Ed. Sellerio, trad. Laura Salmon, pagg. 252, Euro 12,00

 

  Nel nostro quartiere è accaduta questa storia. Marusja Tatarovič ha ceduto e si è innamorata del sudamericano Rafael.

   Questo è l’inizio del breve romanzo di Sergej Dovlatov (1941-1990), lo scrittore russo che emigrò nel 1978 negli Stati Uniti. E nello stesso tempo è anche un anticipo della fine, perché la storia di Marusja inizia prima, a Leningrado dove lei, appartenente ad una famiglia benestante, figlia di due papaveri della Nomenklatura, viveva prima di trasferirsi in America.

   Marusja Tatarovič è il personaggio principale, c’è poi lo stesso scrittore che compare, con il suo proprio nome, come fosse un altro personaggio insieme ad una miriade di comparse minori. Perché- è veramente Marusja la protagonista di “Straniera”? o non la è piuttosto l’intera Centottava Strada di New York, una sorta di Little Russia? Da noi ci sono negozi russi, asili, fotografi e parrucchieri russi. Abbiamo avvocati russi, scrittori, medici e agenti immobiliari russi. Abbiamo gangster russi e prostitute russe. Manca forse qualcosa o qualcuno? Ah, sì, Abbiamo persino un suonatore cieco russo.

   Nella Centottava Strada non si sente nostalgia della Russia, perché si parla russo. E in definitiva non sono loro ad essere ‘stranieri’, sono gli americani ad essere stranieri nella Centottava Strada.


   Marusja, bella, vivace, colta, era emigrata, come diceva lei stessa, per stupidità. Aveva alle spalle due matrimoni falliti, da un marito aveva avuto un bambino, a New York era ospite di una famiglia di amici, aveva provato parecchi lavori, aveva avuto una serie di corteggiatori. Finché il sudamericano Rafael (il suo nome in realtà era lunghissimo) era entrato nella sua vita. Era un uomo rozzo e violento ma capace di tenerezza con il suo bambino, quello tra di loro era un amore improbabile che, in qualche maniera, funzionava. È vero che, ad un certo punto, Marusja era stata tentata di ritornare a Leningrado, senza neppure capire i sottintesi dell’interrogatorio che le avevano fatto all’Ambasciata russa, sottovalutando il pericolo di essere rinchiusa alla Lubianka come spia. Non era partita, aveva finito per sposare Rafael.


   Non succede molto, in “Straniera”. La narrativa procede veloce, si sorride molto nel leggere quei bozzetti di vita quotidiana nella Piccola Russia, si ride delle incomprensioni linguistiche di Marusja, si ride con ancora più gusto quando, come in un film comico, dapprima pensiamo che Rafael sia un bruto per aver picchiato Marusja e poi scopriamo che è lui ad avere avuto la peggio, ci divertiamo quando entra in scena il pappagallo Lolo e Marusja si dispera quando Lollo fugge (Rafael allerta una ricerca con l’altoparlante).

Il tono è sempre leggero, ironico, divertito, l’ottimismo non si lascia scoraggiare dalle difficoltà ed è una New York diversa quella che vediamo, oppure è la New York del sogno degli emigranti, una città che attrae e che, nello stesso tempo, fa paura.



   

 

 

 

 

sabato 13 giugno 2026

Evgenij Vodolazkin, “L’aviatore”

                                                  Voci da mondi diversi. Russia


Evgenij Vodolazkin, “L’aviatore”

Ed. Brioschi, trad. Leonardo Marcello Pignataro, pagg. 409, Euro 20,00

     È una metafora possente, quella dell’aereo che rulla sulla pista prima di sollevarsi in volo. Richiama l’esistenza di un uomo, che barcolla nella sua infanzia e giovinezza per poi dispiegare le ali e lanciarsi nella vita vera. Trionfante se non c’è niente che lo abbatta- così per l’aereo, così per l’uomo.

E l’immagine dell’aviatore ritorna spesso, è un leit motiv nel libro di Evgenij Vodolazkin, lo scrittore nato a Kiev nel 1964 che vive a San Pietroburgo, intitolato proprio “L’aviatore”. Quando Innokentij Petrovic Platonov era un bambino giocava ad essere un pilota d’aereo insieme al cugino Seva nelle lunghe vacanze dorate e infinite dell’infanzia nella dacia. Quando aveva undici anni suo padre lo aveva portato all’aerodromo a vedere quei grandi uccelli sollevarsi in volo. Era presente, anzi, era corso a portare dei fiammiferi al pilota dell’aereo quella volta che, durante un’esercitazione acrobatica, si era spezzata un’ala e l’aereo era precipitato- lui, senza saperlo, aveva aiutato il pilota a fumare l’ultima sigaretta. Ed è ancora con un aereo in volo dall’America verso San Pietroburgo che termina il romanzo- è un cerchio che si chiude, la figura perfetta.


     Geiger. Innokentij Platonov. Anastasja e/o sua nipote Nastja. Sono questi i protagonisti del romanzo che, dopo l’inizio, procede sotto la forma di diario scritto da Platonov dapprima e poi di un diario a tre voci. Geiger è il medico che ha seguito il processo di ‘risveglio’ di Innokentij. Meglio, il processo di ‘scongelamento’ di Innokentij. Perché Innokentij Platonov è stato una cavia in un esperimento di ibernazione ordinato da Stalin e- caso eccezionale- è sopravvissuto. Non ricorda nulla, la sua memoria si ricostruirà lentamente pezzo dopo pezzo. Così, da una frase che gli affiora alla mente, ‘abbiamo l’età del secolo’, può dedurre che ha quasi 100 anni, considerando la data di scadenza sulla scatola di un medicinale. I ricordi ricoprono l’arco di tempo di poco più di trent’anni, da prima della Rivoluzione al tempo di Stalin e dei gulag. Affiorano dal passato le figure dei genitori, del cugino, le vacanze in Crimea, la morte del padre, l’amore per Anastasja quando ormai ad ogni famiglia è concesso solo lo spazio di una stanza per vivere. E poi il tragico avvenimento che lo porterà nel gulag delle isole Solovki, a 150 km dal circolo polare artico, la scoperta dolorosissima della parte che il cugino suo compagno di giochi aveva avuto una parte in quella destinazione.

isole Solovki

    Anche questo Rip van Winkle russo è sconcertato dal ritrovarsi in un mondo che non riconosce, così cambiato, così pieno di novità inimmaginabili nel passato. E le pagine del diario alternano la ricostruzione del suo passato, necessaria per fare di lui una ‘persona’, con le nuove sfide del presente. Innokentij non sceglie il percorso di liquidare il passato mettendosi nella posizione della vittima, c’è una responsabilità personale in quello che ci accade e Innokentij Platonov arriva ad assumersela in pieno prima della fine, dopo aver ritrovato, ormai novantenne, ormai senza alcuna memoria, Anastasja di cui sposerà la nipote. È questo il significato di un altro leit motiv del romanzo, la statuetta di Temide, dea della giustizia a cui, da bambino, aveva spezzato la bilancia.

    Quando a questo Lazzaro ritornato dal regno dei morti (l’immagine, anche questa ricorrente, è dello stesso Innokentij) viene chiesto quale fosse la scoperta più importante fatta ai lavori forzati, la sua risposta è che l’uomo si trasforma in una bestia con incredibile rapidità (e noi pensiamo a Primo Levi).


C’è un umorismo garbato nell’affrontare il divario temporale, memorabili sono le proposte di aziende di surgelati perché Innokentij faccia pubblicità ai loro prodotti, c’è la sensazione dello spreco di una vita, c’è una profonda riflessione sul Male, su come possa esistere il Male assoluto, il Male per il Male, quello dei personaggi del cugino Seva o del vicino di casa che ci ricordano dei personaggi di Dostoevskij.

    Un romanzo bellissimo in tutte le sue parti, nella ricostruzione del passato più lontano, velata dall’atmosfera idilliaca del ricordo, e in quella- e il contrasto è agghiacciante (anche letteralmente)- degli anni alle Solovki, e poi nello sguardo divertito e interessato sul presente della fine del secolo scorso con lo straordinario passaggio dal comunismo (tutti quei morti!) ad una forma di capitalismo. E sopra tutto, unico a restare inalterato, l’amore che passa da una Anastasja all’altra e poi ad una bimba che si chiamerà, con una variante, Anna. 



   

lunedì 25 maggio 2026

Michail Lermontov, “Un eroe del nostro tempo”

                                                                   OFF THE MAIN ROAD

    Voci da mondi diversi. Russia

Michail Lermontov, “Un eroe del nostro tempo”

Ed. Garzanti, trad. Nadai, Euro 9,50

 

    Un romanzo? Un insieme di cinque novelle? Io definirei romanzo “Un eroe del nostro tempo”, scritto tra il 1830 e il 1840 da Michail Lermontov, lo scrittore russo che morì a soli ventisette anni. Perché è vero che è formato da cinque racconti che però hanno lo stesso protagonista, il giovane ufficiale Grigorij Aleksandrovič Pečorin. Ed è questa la modernità dell’opera- ci sono diverse voci narranti e quindi diversi punti di vista. In più- quasi non ce ne accorgiamo- il protagonista è già morto quando noi leggiamo le pagine del suo diario dove è lui stesso, Pečorin, a raccontare.

    All’inizio del libro chi parla è un viaggiatore che arriva da Tiflis (tutto il romanzo è ambientato nel Caucaso, “patria del’anima” di Lermontov). Questo viaggiatore incontra il capitano Maksim Maksimič che gli racconta di Pečorin di cui era amico perché avevano passato un anno insieme quando Pečorin aveva venticinque anni.

“Ci sono uomini per cui è scritto, fin dalla nascita, che gli succederanno le cose più strane e inverosimili.” Era stato proprio così per Pečorin che si era invaghito di Bela, la figlia sedicenne di un principe. Come avesse ottenuto la fanciulla è una storia che ben si addice ad un paese selvaggio in cui si può barattare una donna per un cavallo. E poi? Poi si può immaginare come la storia d’amore finisca in tragedia ma quello che a noi importa per inquadrare il personaggio è la sua reazione, descritta da Maksimič: “volevo consolarlo, cominciai a parlare: alzò la testa e scoppiò a ridere”.


    Il secondo racconto ha per titolo ‘Maksim Maksimič’: c’è sempre lo stesso narratore che, per caso, a distanza di tempo, incontra di nuovo Maksim Maksimič e, sempre per caso, vengono a sapere che anche Pečorin si trova dove sono loro. L’incontro sarà fugace, la delusione di Maksimič sarà cocente. Alla sua domanda su che cosa l’ufficiale abbia fatto nel tempo in cui non si sono visti, la risposta di Pečorin è, ‘mi sono annoiato’. È qui che troviamo una sua descrizione, attraverso gli occhi del vecchio amico. Pečorin è snello, con le spalle larghe, ha un’andatura negligente e pigra, occhi che non ridono quando lui ride. Soprattutto l’osservatore vede, sotto la giacca slacciata in alto, la biancheria di una pulizia accecante ‘che rivelava le abitudini di un uomo come si deve’. E per concludere Maksimič osserva che Pečorin ha una di quelle fisionomie originali che piacciono alle donne del bel mondo. Infine, con l’indifferenza che lo contraddistingue, Pečorin rifiuta di riprendersi il diario che l’amico aveva conservato per lui e Maksimič dà quelle carte al narratore. Se nel racconto precedente il cinismo del protagonista si era mostrato nei confronti delle donne, qui è palese la sua indifferenza verso un amico, “che cosa sono gli amici nel nostro secolo?”, si chiede Maksimič.


     Lermontov sta avvicinando la sua messa a fuoco del personaggio principale. È come se avessimo letto una sorta di introduzione, le pagine del diario sono scritte naturalmente in prima persona dallo stesso Pečorin. La prima storia che racconta ha un che di storia d’avventura, c’è un incontro con dei contrabbandieri, un’altra ragazza muore nell’indifferenza del nostro protagonista. La seconda è intitolata ‘La principessina Meri’ e si svolge in poco più di un mese. È ancora una volta la storia di un’amicizia (ma che cosa sono gli amici? ancora una volta vedremo quanto poco importanti per Pečorin), di una fanciulla di cui l’amico si innamora e che Pečorin si impegna a strappargli, chiedendosi lui stesso perché mai insegua l’amore di una giovane donna che non vuole sedurre e non sposerà mai. “Che cosa è la felicità? Superbia appagata. A volte mi disprezzo”. In questa onesta autoanalisi Pečorin ammette che, per quanto sia innamorato, appena la donna gli fa capire che mira al matrimonio, per lui l’amore è finito. È pronto a tutti i sacrifici, ma non a rinunciare alla libertà.


    L’ultimo episodio del diario racconta di un’ennesima morte che sembra essere stata nei disegni del destino e che lo stesso Pečorin aveva presagito.

    La vita di Lermontov, militare di carriera, ha molto della vita del suo eroe- eroe nel vero senso della parola o piuttosto un’intrepretazione ironica della figura dell’eroe? Si capisce perché il suo romanzo, considerato una delle maggiori opere del romanticismo russo, sia stato un piccolo scandalo per la figura di questo personaggio cinico e disincantato che ricorda l’eroe byroniano. Morì in un duello, Michail Lermontov. Che maniera romantica e stupida di morire, proprio come l’amico di Pečorin.



   

 

 

giovedì 30 gennaio 2025

Ludmila Ulitskaya, "Daniel Stein. Traduttore"

   La casa editrice la Nave di Teseo ha ristampato il bellissimo libro della scrittrice russa Ludmila Ulitskaja, "Daniel Stein. Traduttore"

               


Ne ho già pubblicato la recensione e l'intervista fatta alla scrittrice in data 15 e 17 maggio 2016, sotto l'etichetta Voci da mondi diversi. Russia/ biografia/biografia romanzata.

Se non lo conoscete, vi consiglio la lettura.




venerdì 25 marzo 2022

Mikhail Shishkin, “Punto di fuga” ed. 2022

                                                      Voci da mondi diversi. Russia



Mikhail Shishkin, “Punto di fuga”

Ed. 21lettere, trad. E. Bonacorsi, pagg. 392, Euro 19,50

 

     Libro-lettera, è la traduzione del titolo originale in russo. In inglese il romanzo di Mikhail Shishkin è intitolato The Light and the Dark. “Punto di fuga” è migliore, si riferisce a quanto uno dei due protagonisti, Volodya, scrive in una lettera a Sasha: Ecco come funziona il mondo. All’inizio eravamo tutti insieme, un tutt’uno. Poi siamo stati dispersi, ma a ciascuno è legato un filo, che ci tira indietro. Il mondo intero si riunirà di nuovo in quel punto…Lì saremo di nuovo tutti insieme perché quel luogo si chiama punto di fuga.

    È veramente un Libro-lettera, il romanzo di Shishkin. È lo scambio di corrispondenza tra due amanti separati troppo presto da una sorte avversa. Sasha e Volodya si scrivono da una distanza spaziale e temporale. Perché lui è stato mandato a combattere in Cina per soffocare la Rivolta dei Boxer (inizio del ‘900), lei ad un certo punto sembra vivere in un’epoca vicino alla nostra. Non solo. Tra le tante lettere ce n’è una, più o meno a metà della narrazione, che non è scritta da Volodya ed è indirizzata a sua madre. In un linguaggio asettico le viene comunicata la morte del figlio. Il grido disperato di lei, ‘Dov’è mio figlio?’, riecheggia quello di tante madri che, in tutti i tempi, si sono viste strappare un figlio dalla guerra. Le lettere però continuano e non sono destinate solo a loro due, Sasha e Volodya, ma anche a noi che leggiamo. ‘Le uniche lettere che non arrivano sono quelle che non sono state scritte’, dice Volodya. Il tono delle une e delle altre è diverso, perché diversa è la quotidianità dei lei e di lui. Sasha sposerà un uomo più vecchio che ha già una figlia, soffrirà per un aborto, vedrà morire il padre e la madre, vedrà la bambina figlia del marito spegnersi in un letto d’ospedale. E’ come se amore e morte andassero di pari passo, come se in questo mondo di Sasha, lontano dal teatro della guerra, la morte la facesse ugualmente da padrona. Meno cruenta, senza spargimento di sangue ma ugualmente dolorosa per chi resta.


     Le lettere di Volodya professano il suo amore e la sua nostalgia per lei, poi, mentre il suo reggimento è destinato a spezzare l’assedio di Tianjin insieme a truppe americane, inglesi, francesi e giapponesi, si fanno sempre più cupe per diventare angosciate e tormentate nell’avanzata verso Pechino. La bruttura della morte è ovunque, si deve avanzare nonostante il fisico sia provato e umiliato dalle malattie, si soffre per la morte di un amico e si ringrazia il cielo per non essere al suo posto. E, leggendo “Impossibile credere che da qualche parte ci sia una guerra. E ci sia sempre stata. E ci sarà sempre. Là ci sono feriti e morti veri. E c’è davvero la morte”, interrompiamo la lettura e pensiamo che questa riflessione sia stata scritta per noi, per questa nuova guerra così lontana e così vicina (il libro di Shishkin è del 2020). È questo il valore delle parole- e lo scrittore cita il Vangelo di Giovanni, In principio era il Verbo, e scrive, Solo le parole giustificano in qualche modo l’esistenza delle cose, danno un senso all’attimo, rendono reale l’irrealtà, mi rendono me stesso.


    “Punto di fuga” è un libro stupefacente, un libro che parla nello stesso tempo di amore e di morte, parla molto di morte perché parla molto di vita, e perché, quando la morte spia ogni nostro movimento, è il momento di riflettere sui nostri trascorsi, sul significato dell’esistenza e dell’amicizia e dell’amore. È un libro ricco di riferimenti colti- al leggendario prete Gianni, sovrano cristiano orientale presso cui sarebbe stato trasportato il santo Graal, a Shakespeare, alla storia dei paesi d’Oriente-, di descrizioni vivide di un paese, la Cina, per lo più sconosciuto agli inizi del secolo passato, di sentimenti e di emozioni. Pensiamo, spesso, leggendo all’immagine più volte evocata dell’insetto imprigionato nell’ambra, perché questa è la Storia. E poi siamo affascinati dalla Parola, dall’uso delle parole di Shishkin- In principio era il Verbo.

      Da leggere.

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martedì 8 marzo 2022

Alessandra Jatta, “Foglie sparse” ed. 2022

                                                          Casa Nostra. Qui Italia

                                                              storia di famiglia

        la Storia nel romanzo

Alessandra Jatta, “Foglie sparse”

Ed. Voland, pagg. 224, Euro 17,00

    Una saga famigliare è sempre affascinante. Lo è ancora di più quando sappiamo che è una storia vera, che i personaggi di cui leggiamo sono veramente esistiti, quando, sparse tra le pagine del libro, troviamo fotografie che ci incantano, prese dall’album della famiglia di cui stiamo leggendo, e ci soffermiamo a studiarne i lineamenti e gli abiti, cercando di far combaciare le espressioni dei volti con i caratteri di coloro che ormai ci sembra di conoscere.

     La dedica all’inizio di “Foglie sparse” è ‘A tre grandi donne della stirpe Olsufiev: la mia trisnonna Aleksandra Andreevna, la mia bisnonna Olga Pavlovna, mia nonna Assia Vasil’evna’.

     È il 1917. Assia è la maggiore dei bambini Olsufiev. Ha undici anni. Dopo di lei sono nate altre tre bambine, con grande delusione della nonna Aleksandra, e finalmente il tanto desiderato maschietto, Aleksej, che porta lo stesso nome del figlio minore dello zar Nicola. Che strana coincidenza, anche la famiglia Romanov- a cui gli Olsufiev sono fedeli- è composta da sette membri, lo zar e la zarina e poi le quattro bambine prima che arrivasse lo zarevic Aleksej, ammalato di emofilia.


Gli Olsufiev sono nella tenuta di campagna vicino a Mosca, quando arrivano notizie della Rivoluzione e dei disordini. È Olga a dover prendere decisioni, perché il marito Vasilj, colonnello della guardia imperiale, è impegnato al fronte. Olga si è sempre illusa che niente può succedere loro in campagna, si è sempre sentita sicura dell’amore dei contadini. Un’illusione. Quando arriva un telegramma annunciando che un cugino è stato assalito e ferito dai suoi contadini, Olga capisce che non sono più al sicuro, che deve tornare a Mosca con i bambini e poi…dove andare? In Caucaso, a Kislovodsk, dove già sono fuggiti parenti ed amici, più vicino a Vasilj, e chissà, forse da là potranno anche raggiungere l’Italia, andare a Firenze, dove hanno una casa, dove è nato il piccolo Aleksej.

    L’espediente narrativo impiegato da Alessandra Jatta è quello di far raccontare ai bambini dalla njanja, dalla mamma e dalla nonna la storia della loro famiglia e, insieme, della Russia. Non c’è bisogno di precisione, in un racconto indirizzato ai bambini, c’è bisogno di atmosfera che può oscillare tra lo splendore dei balli, delle vesti splendide e dei gioielli scintillanti, i pettegolezzi che riguardano il ‘monaco nero’ Rasputin e la sua amicizia con la zarina, e il macabro dei tentativi per assassinare  lo stesso Rasputin. E intanto inizia ‘la caduta’ degli Olsufiev, mentre le bambine indossano camicioni ricamati di rosso e Olga sopporta lo scherno e la mancanza di rispetto a cui non è abituata quando cerca disperatamente informazioni per il treno che deve portarli in salvo.

Kislovodsk

    A Kislovodsk la loro vita si è interamente capovolta. Se riescono a sopravvivere è grazie ai gioielli che Olga ha portato via nascosti in una cintura di velluto e che vende a poco a poco. Il marito li raggiunge, è stato destituito, si unirà alle forze dei Bianchi. E i nemici non saranno solo i Rossi, con la protervia e arroganza che gli vengono da secoli di sottomissione, saranno anche il freddo e la fame e l’influenza spagnola che minaccia di portarsi via i bambini. Finché fuggiranno ancora…

    Arriveranno a Firenze, in quell’Italia sognata non solo come rifugio lontano dalla guerra, non solo come tesoro di ricordi di un tempo felice, ma anche come luogo ideale di arte e bellezza in cui niente di brutto può capitare. E il confronto tra la loro sorte e quella della famiglia Romanov con cui sono anche imparentati- tutti, proprio tutti, anche i bambini, trucidati senza pietà- è quanto mai doloroso e scioccante.

     Alla storia del passato lontano la scrittrice aggiunge un aggiornamento sulla sorte della famiglia, delle quattro sorelle non solo belle ma intelligenti e destinate a grandi cose, e dell’unico fratello.

     In uno stile piano, un libro che si legge con piacere.  

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giovedì 28 ottobre 2021

Guzel’ Jachina, “Figli del Volga” ed. 2021

                                                 Voci da mondi diversi. Russia

   la Storia nel romanzo

Guzel’ Jachina, “Figli del Volga”

Ed. Salani, trad. Claudia Zonghetti, pagg. 510, Euro 19,90

 

   Attendevamo questo secondo romanzo di Guzel’ Jachina, la scrittrice nata a Kazan di cui abbiamo già letto (amandolo molto) “Zuleika apre gli occhi”. Perché sentivamo la mancanza dei grandi spazi, dell’afflato epico e dei personaggi così densi della sua narrativa. “Figli del Volga” non ci delude.

   Inizi del Novecento sulle rive del Volga, l’Old Man River della Russia, il grandioso personaggio del romanzo, che scorre immutabile e indifferente a quanto accade sulle sue sponde, da una parte e dall’altra. Sul lato sinistro del Volga avviene la grande Storia, quella dei cambiamenti epocali, della Rivoluzione che vedrà la fine degli Zar. Il lato destro è quasi bucolico, con alberi di meli in fiore, villaggi tranquilli, una quotidianità senza scosse, di stagione in stagione. Su questo lato destro vive una comunità di tedeschi, arrivati su quelle terre dopo gli editti di Caterina la Grande di metà del ‘700 intesi ad aumentare la popolazione con la promessa di auto-amministrazione, libertà di religione, di commercio e di tassazione per un minimo di dieci anni. Ecco perché il protagonista Jakob Bach (e osserviamo il cognome che significa ‘fiume’) viene sempre chiamato con il suo appellativo in tedesco, Schulmeister. Un uomo non aitante, riservato, timido. Uno studioso. Ha sempre insegnato nella scuola del villaggio finché un ricco commerciante dell’altra riva gli chiede di diventare il maestro privato di sua figlia Klara. Vuole che questa impari qualcosa per poterla dare meglio in sposa.


    La scena in cui il tremebondo Jakob attraversa il fiume su una barca governata da un kirghiso che gli incute timore con il suo aspetto e con il suo mutismo è il simbolo perfetto per il cambiamento di rotta della vita di Jakob. Le lezioni si svolgono in una maniera che sembra una parodia degli incontri fra i due sessi. Non solo c’è una vecchia che fa sempre la guardia mentre fila, ma Klara è nascosta dietro un paravento. Jakob ne vede solo le dita quando le passa, da sotto, il libro da leggere. E il libro diventa galeotto, sui margini delle pagine vengono annotati messaggi che parlano sempre più d’amore. È il caso di dire che l’amore è cieco. Si può immaginare qualunque cosa schermati da un paravento.

    Dobbiamo leggere tra le righe per capire quali siano i sentimenti dei due quando, infine, coronano il sogno. Di certo Jakob adorerà Klara tutta la vita, e oltre. E se dapprima odia la bimba che nascerà (per tutti i dubbi che la circondano, perché è responsabile della fine di Klara), poi amerà anche lei di un amore generoso, assoluto, forse anche egoista, di quell’egoismo inteso a riparare l’altro da ogni pericolo privandolo di ogni esperienza. Intanto la Storia va avanti, all’insaputa di Jakob che, quando ritorna al villaggio dalla grande casa che era stata del padre di Klara, è come Rip van Winkle che si sveglia dopo un sonno durato vent’anni.

il treno di Stalin

    Succedono tante cose nella ventina e più di anni in cui si svolge “Figli del Volga’. Personaggi veri, come Stalin e Hitler, fanno capolino nelle pagine insieme ai personaggi inventati, figure che paiono uscite dal folklore e altre molto realiste, un ragazzino che salta fuori dal nulla- uno dei tanti orfani della grande carestia che è una sorta di scugnizzo russo pieno di risorse e che diventerà inseparabile da Klara-, i tedeschi di Russia usati come pedina di scambio, la collettivazione e la fame, le favole scritte da Jakob come merce di scambio per una tazza di latte (un piccolo romanzo dentro il romanzo), le purghe e le guerre. Mentre il Volga scorre, per mesi interi sotto una lastra di ghiaccio (quel ghiaccio che manterrà il corpo di Klara come fosse nello stesso tempo Regina delle Nevi e la Bella Addormentata nel Bosco), imprigionando cadaveri in attesa del disgelo.

    Un romanzo grandioso- nella tradizione del grande romanzo russo, è il caso di dirlo- da leggere.

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mercoledì 28 ottobre 2020

Stella Prudont, “Dedejme” ed. 2020

                                                                  Voci da mondi diversi. Russia


Stella Prudont, “Dedejme”

Ed. Brioschi, trad. Elisabetta Spediacci, pagg. 184, Euro 16,00

      “Perché ci chiamano ‘ebrei delle montagne’?”, chiede un personaggio all’inizio di “Dedejme”. “Esistono anche gli ebrei dei boschi e del deserto?”. “Tanto tempo fa gli ebrei furono costretti a fuggire da Israele”, incomincia così la spiegazione che prosegue raccontando come alcuni di quegli ebrei andarono ad ovest e parlano yiddish e altri andarono ad est, in Iran. Poi, 1500 anni fa, gli ebrei iraniani furono fatti schiavi e mandati nel Caucaso orientale a costruire una fortezza. “Dato che li trattavano malissimo, molti scapparono e si nascosero in cima ai monti.”

     È un libretto singolare, questo “Dedejme” di Stella Prudont, nata a Stavropol, in Russia. Succede poco o niente, in “Dedejme”- è uno spaccato di una famiglia di “ebrei delle montagne”. Pochissimi sono i riferimenti esterni- sappiamo che corre l’anno 1993 perché si dice che Eltsin è al potere da due anni, che da quando c’è “quell’ubriacone” non si è visto nulla di buono, che Dovid, figlio maggiore della famiglia, è un imprenditore a Mosca e che è molto ricco. Tanti, invece, sono i racconti di quello che avviene o è avvenuto tra le mura domestiche dove è la donna a regnare sovrana, la mamma, “dedejme” per l’appunto. Il secondogenito Boris dice che perfino a scuola insegnano che la cosa più importante è la madre, che la madre viene subito dopo Dio. “Se il paradiso esiste, dedejme, giace ai tuoi piedi.”

    Channa è il nome della madre- i figli arrivano a litigare contendendosi il privilegio di chiamare con il suo nome una loro figlia. Quando era morta sua madre, Channa era distrutta dal dolore e quando, il giorno dopo, era nata la prima figlia di suo figlio Dovid, Channa l’aveva reclamata per allevarla lei. Si sarebbe chiamata Šeker, come sua madre, ne avrebbe preso il posto. Gli ordini di una madre non si discutono, la bimba era stata consegnata a Channa, la vera madre non aveva avuto voce in capitolo.

    Adesso- si festeggia il compleanno del capofamiglia- Šeker è un’adolescente infelice. Aspetta l’arrivo del suo vero padre con il batticuore con cui si aspetterebbe un innamorato, non ha il coraggio di chiedere se la sua vera madre verrà, per timore di una delusione, e allora chiede se verrà la tanto invidiata sorellina- è impossibile che la bimba venga da sola, se c’è lei, ci sarà di certo anche la mamma.

     I ruoli di mamma e nonna non sono ben definiti, così come non lo sono quelli di zia e nipote. La zia più giovane si è vista soppiantare dalla nipotina Šeker nell’affetto che sarebbe dovuto spettare a lei.


    Agli uomini si deve rispetto, i figli maschi sono privilegiati, ma il vero potere, in famiglia, è delle donne. Sono come le Parche dei miti antichi, reggono i fili del destino della famiglia. Sono le donne che tessono le trame dei matrimoni, che vagliano le fotografie degli aspiranti mariti o mogli, che conducono le trattative, che decidono quale sia il coniuge migliore per i figli. E a volte sbagliano. Ne è un esempio la vicenda della figlia minore di Channa- che clamoroso errore era stata la scelta del primo marito a cui ne era seguito un altro, dopo il divorzio dal primo. Una donna non può restare da sola, se, come Erke, è già stata sposata, si deve accontentare. E Channa, la terribile e volitiva Channa, così infelice nella sua vita matrimoniale da aver perso la voglia di vestirsi, decide lei anche della sorte della bambina della figlia Erke, mandata in un orfanotrofio in Russia e poi richiamata a casa dopo le seconde nozze della madre, povera bambina spaesata e bisognosa d’affetto.


     Sono lontane dal nostro mondo, le donne di “Dedejme”. Non una di loro è felice. Non sono felici come mogli e non lo sono neppure come madri. E viene spontaneo chiedersi a che cosa gli giovino le belle parole della canzone, “Oh mamma, amata mamma,/ sei la felicità, la gioia e la pace.” Sono solo parole e il loro destino è quello di subire.

    Una ricca postfazione di Valerij Dymsyc ci aiuta a saperne di più sugli “ebrei delle montagne” che furono per lo più risparmiati dalla furia nazista perché considerati di ‘etnia tata di fede giudaica”.

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domenica 24 maggio 2020

Constantine Pleshakov, “L’ultima flotta dello zar” ed. 2008


                                                       Voci da mondi diversi. Russia
                                                                    guerra

Constantine Pleshakov, “L’ultima flotta dello zar”
Ed. Corbaccio, trad. F. Roncacci, pagg. 398

     Sono cinque le grandi battaglie navali che hanno segnato la Storia- quella di Lepanto, di Trafalgar, dello Jutland, delle Midway e di Tsushima. Di quest’ultima (non ultima cronologicamente) sappiamo poco in Europa Occidentale: anni fa il poeta scozzese Douglas Dunn scrisse un lungo poema dal titolo “The Donkey’s Ears” (le Orecchie dell’Asino, con riferimento alle due punte gemelle dell’isola di Tsushima) su questa battaglia, chiamandola ‘la Trafalgar dell’Est’. Perché ebbe luogo nello stretto di Corea coinvolgendo Russia e Giappone, mettendo fine alle pretese espansionistiche della Russia sulla Corea e consegnando invece al Giappone l’egemonia sull’Asia continentale orientale che sarebbe durata fino al 1945. Ne “L’ultima flotta dello zar” (il titolo originale, “The tsar’s last Armada”, richiama alla memoria le vicende della memorabile sconfitta dell’Invincibile Armata spagnola nel 1588) Constantine Pleshakov racconta la Storia di quegli anni, il 1904 e il 1905, che culminarono con la prima sconfitta di una potenza europea da parte di una nazione asiatica e che videro germogliare in Russia i semi della rivoluzione operaia e contadina contro il sacrificio di uomini richiesto dalle imprese marinare in Oriente.
la Suvorov, nave dell'ammiraglio russo
     Pleshakov inizia da lontano- è lunga la rotta da San Pietroburgo al mar del Giappone. Inizia presentandoci ‘gli attori’ della Storia, lo zar Nicola II che aveva finalmente avuto, nell’agosto del 1904, il tanto desiderato figlio maschio dopo le prime quattro bambine, l’ambiente della sua corte e soprattutto l’ammiraglio Zinovij Petrovič Rožestvenskij, un personaggio affascinante, un gigante, degno avversario della sua controparte giapponese, l’ammiraglio Togo Heihachino. Sono nomi a noi sconosciuti, ma, mentre quello di Togo rifulgerà di gloria dopo la vittoria, su quello di Rožestvenskij si addenseranno delle ombre. Gli verrà addossata la responsabilità della sconfitta, verrà messo in dubbio che fosse veramente incosciente dopo essere stato gravemente ferito, che avesse precedentemente dato ordini chiari per scongiurare la resa. Eppure Rožestvenskij uscì a testa alta dal processo, senza mai mostrare cedimenti, prendendosi anche colpe che non aveva. Per ritirarsi poi a vita privata.
Zinovij Petrovič Rožestvenskij
    La flotta russa salpò da Tallin, allora Reval, sul mar Baltico il 28 settembre 1904. La rotta prevedeva passare dal canale della Manica e poi scendere verso sud costeggiando l’Africa doppiando il Capo di Buona Speranza prima di risalire verso nord-est. Le navi furono però obbligate ad una lunghissima sosta di due mesi in Madagscar prima di proseguire verso l’Oceano Indiano (ed era già marzo 1905) per entrare a maggio nell’Oceano Pacifico. Mesi lunghi, lunghissimi, a trattare porti di scalo con gli alleati francesi, a domare marinai che approfittavano di ogni sbarco per gozzovigliare, a cercare rifornimenti di carbone, a riparare avarie, a combattere contro le malattie fisiche e psichiche della ciurma. E intanto era arrivata la notizia della caduta di Port Arthur e dell’annientamento della Prima flotta del Pacifico: era da quasi un anno che i giapponesi aspettavano Cane Pazzo, come era soprannominato Rožestvenskij, e il suo rivale Togo aveva avuto tutto il tempo di riparare le sue navi mentre il rivale fremeva a Nosy Bé in Madagscar prima di decidere di proseguire senza attendere la Terza Squadra del Pacifico.
Togo Heihachino
    I tre possibili stretti per arrivare nel Mar del Giappone, a Vladivostock, erano tutti pericolosi, si prestavano tutti ad agguati. Cane Pazzo decise di tentare quello di Tsushima. Alle 13,49 del 14 maggio 1905 la Suvorov, la corazzata dell’ammiraglio Rožestvenskij sparava il primo colpo contro la Mikasa di Togo. Alle 14,30 la Suvorov era già esclusa dalla battaglia, Rožestvenskij era stato gravemente ferito e si era riusciti a trasportarlo sulla torpediniera Bujnij. Il 15 maggio la resa: delle 38 navi dell’Armada russa soltanto tre avrebbero raggiunto Vladivostock.
    Documentato, incalzante, appassionante, un libro che colma una lacuna, una lettura per chi ama la Storia, per chi ama il mare, per chi ama le grandi sfide.

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