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martedì 16 giugno 2026

Jina Khayyer, “Nel cuore del gatto” ed. 2026

                                               Voci da mondi diversi. Iran

Jina Khayyer, “Nel cuore del gatto”

Ed. Iperborea, trad. Silvia Albesano, pagg. 297, Euro 19,50

      Il titolo del libro di Jina Khayyer, scrittrice (ma anche pittrice, poeta, giornalista d’arte) nata in Germania da genitori iraniani, ci sembra strano- ne capiamo il significato inoltrandoci nella lettura, quando vediamo il disegno che traccia i confini dell’Iran: è proprio vero, l’intera regione, così raffigurata, sembra un gatto. E nel cuore del gatto c’è la mitica, la bellissima Isfahan- Nesf-e-jahan, la metà del mondo, con la sua piazza lunga 560 metri dal nome di Naqsh-e-jahan, l’immagine del mondo, come dire che, dopo che hai visto Isfahan e la sua piazza, ti resta solo l’altra metà del mondo da vedere. Occorre andarci, occorre sedersi in quella piazza, aspettare il tramonto che illumina le cupole delle moschee. E trattenere il fiato per la meraviglia.

   È quello che, in un viaggio di anni prima, aveva fatto Jina, protagonista e voce narrante, alter ego della scrittrice stessa che si chiama come la giovane uccisa dalla polizia morale a Teheran nel 2022, Jina Mahsa Amini. Uccisa perché? per che cosa? Perché, in visita con il fratello nella capitale, non aveva indossato il velo in maniera appropriata? Perché fuoriusciva qualche capello? A Jina, un nome curdo che significa ‘colei che dà la vita’, era stata strappata via la vita. È come se la Jina scrittrice si immedesimasse, come se fosse lei la ragazza assassinata. E il racconto procede su due livelli- le telefonate di questa Jina alla sorella che vive a Teheran insieme alla figlia e il ricordo del viaggio di più di vent’anni prima, quando lei aveva venticinque anni.

Jina Mahsa Amini

    Allora come adesso c’è qualcosa di paradossale in un paese in cui il monumento che più lo rappresenta si chiama Torre Azadi, in cui ‘Azadi’ significa ‘Libertà’, la stessa parola che ritorna nello slogan delle donne che hanno iniziato la ribellione di protesta per Jina Mahsa Amini: zan,zendegi, azadi, donna, vita, libertà, quando invece non c’è alcuna libertà, neppure nei comportamenti che in Occidente diamo per scontati. Tutto è proibito, tutto può suscitare la punizione delle guardie della morale, proibito per le donne uscire a testa scoperta, proibito indossare abiti che non siano le lunghe tuniche nere, ma anche proibito ascoltare musica, tenersi per mano, leggere libri che non siano il Corano.


    Quando era andata in Iran nel 2000, Jina aveva conosciuto le quattro zie, aveva ascoltato le loro storie- del nonno che aveva lasciato la prima moglie perché metteva al mondo solo figlie femmine, della zia che- ma questo era un segreto- aveva avuto un legame con un’altra donna, del cambiamento sconvolgente della società dopo la caduta dello Scià. Dopo la parentesi in famiglia, la sorella di Jina aveva voluto mostrarle il loro paese e avevano viaggiato su di un’automobile guidata da…era un ragazzo? O una ragazza? difficile da capire. Era una ragazza che voleva sembrare un ragazzo per evitare noie. Per questo si era rasata i capelli, così non doveva portare il velo, così tutto diventava più facile.


    Era stato un viaggio di scoperta, per Jina, un viaggio che l’aveva fatta innamorare del paese in cui la sua famiglia aveva le radici. Teheran, Kerman, Shiraz, Yadz. Ogni tappa evocava delle storie, storie di famiglia che erano anche storie dell’Iran, di un tempo diverso in cui c’era sì, Azadi, in cui a Shiraz si produceva il vino- adesso i vigneti erano stati distrutti. Era stato un percorso punteggiato dai versi di Hafez e quanta bellezza, a Shiraz, a Yadz con le torri del silenzio, il luogo dove gli zoroastraiani portavano i cadaveri perché fossero divorati dagli avvoltoi, il ponte dai 33 archi di Esfahan, e Persepoli. Che dire di Persepoli dove il vento che spazza la piana ti sussurra le storie della vecchia capitale fondata da Dario I? Persepoli ti dà la misura del tempo.

Persepoli

   Nella storia parallela del 2022 la rivoluzione delle donne non si arresta, Jina trema per la nipote che non vuole lasciare l’Iran, perché lo ama, perché vuole liberarlo, perché non vuole vivere con la nostalgia. E il libro si chiude con il grido di speranza, Zan, zendegi, azadi.



   Un libro che ci fa vivere l’atmosfera che si respira in Iran insieme a tutta la sua storia millenaria.

domenica 7 agosto 2022

Belgheis Soleymani, “L’ultimo gioco di Banu” ed. 2022

                                                                     Voci da mondi diversi. Iran

     romanzo di formazione

Belgheis Soleymani, “L’ultimo gioco di Banu”

Ed. Brioschi, trad. Faezeh Mardani, pagg. 248, Euro 18,00

     Nel gennaio del 1979 l’ayatollah Khomeini rientrava in Iran, dopo che lo scià Reza Pahlavi era stato costretto all’esilio. Nasceva così la Repubblica islamica: bandite bevande alcoliche, gioco d’azzardo e prostituzione, perseguitati gli omosessuali, pena di morte per stupro e adulterio e per chiunque tenesse un comportamento contrario alla sharia, obbligatorio per le donne coprire le braccia e le gambe, nonché nascondere i capelli sotto un velo. È in questa atmosfera repressiva che si svolge il romanzo di Belgheis Soleymani, una delle più acclamate scrittrici iraniane.

     Il romanzo si apre con il funerale di due giovani controrivoluzionari. Erano amici di Gol-Banu, la ragazza protagonista, figlia di una povera donna che, tra i lavori che svolge, c’è anche quello di lavare i cadaveri prima della sepoltura. La vita di Gol-Banu sembra essere già segnata- secondo la tradizione è destinata a sposare un cugino anche se lei non vuole perché ha altre ambizioni. Banu ama leggere, vorrebbe studiare, e poi si innamora dell’insegnante venuto da Teheran e che però non la sposerà per l’opposizione della sua famiglia. Banu sposerà invece un uomo molto più anziano al servizio del regime islamico, ne avrà un figlio che però le verrà portato via e lei tornerà a studiare laureandosi in filosofia all’università.


     Se questa è in breve la storia di Banu, quella che noi leggiamo non è una vicenda lineare e- questo è il dettaglio narrativo in cui risiede il fascino del romanzo- non è neppure raccontata da un solo narratore con un unico punto di vista. Gol Banu, l’insegnante di cui lei si innamora, il marito che suscita in lei odio e amore, il nipote del marito, cugino del figlio che Gol Banu non ha più visto da quando era piccolo, e poi ancora Gol Banu che ormai è la professoressa Mohammadjani- sono tutti loro a prendere la parola. C’è lo scarto temporale di una vita intera tra l’inizio e la fine del romanzo che è un insolito romanzo di formazione al femminile in un paese in cui la libertà delle donne è molto limitata, sia nelle scelte personali più importanti sia in quelle della loro esteriorità. E i diversi punti di vista arricchiscono la narrazione- a volte rileggiamo qualcosa di cui abbiamo già letto ma con qualche differenza, in genere leggiamo proprio un’altra interpretazione di quanto è successo e sta a noi lettori interpretare e valutare e dare un significato. La figura di Banu ne esce vittoriosa.


    In qualunque paese, che una ragazza, figlia di una domestica, cresciuta in un ambiente privo di istruzione e senza stimoli culturali, riesca a laurearsi- e in filosofia- sarebbe considerato un successo personale. Motivo di più perché lo sia nell’Iran di Khomeini dove le donne sono continuamente mortificate e assoggettate alla volontà maschile. Nella professoressa Mohammadjani non c’è più nulla della ragazza che all’inizio non sa come fare per sottrarsi ad un matrimonio non voluto e da cui la libera provvidenzialmente la guerra quando il cugino viene fatto prigioniero. Banu ha sofferto, Banu ha vissuto l’esperienza della maternità e quella del carcere. La ragazza Banu muore in quel carcere dove si ammala con il seno ingorgato del latte che non può dare al suo bambino e rinasce diversa, le hanno strappato il cuore, le rimane il cervello. Lei non sa che cosa sia successo né il perché, lo sappiamo noi attraverso una voce narrativa diversa, quella del marito.

    Il contesto in cui si svolge la storia di Banu ci fa conoscere l’Iran del tempo dopo lo Scià, un paese in cui le luci si sono spente, un paese che ha perso la spontaneità e la gioia di vivere perché ogni comportamento può essere sospetto di immoralità, un sorriso e lo sfiorarsi delle mani possono essere considerati peccaminosi, possedere libri è pericoloso, le madri piangono i figli che muoiono in guerra e diventano martiri.

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lunedì 12 ottobre 2020

Kader Abdolah, “Il sentiero delle babbucce gialle” ed. 2020

                                               Voci di mondi diversi. Iran

        la Storia nel romanzoKader Abdolah, “Il sentiero delle babbucce gialle”

Ed. Iperborea, trad. Elisabetta Svaluto Moreolo, pagg. 406, Euro 19,50   

    “Così andarono le cose e un giorno venne a trovarmi un vecchio compagno di lotta”.

      Ha un inizio favolistico il nuovo bellissimo romanzo di Kader Abdolah, lo scrittore iraniano che dal 1988 è rifugiato politico nei Paesi Bassi. E non è sua la storia che ci racconterà. In una variante del classico espediente del manoscritto ritrovato, Kader Abdolah riceve da “un vecchio compagno di lotta”, il regista Sultan Golestan Faharangi, la bozza del libro che questi ha scritto in un olandese approssimativo. Perché Sultan non si è dato cura di imparare la lingua del paese che lo ospita- la cinepresa impiega un linguaggio visivo, Sultan gira documentari in persiano.

È la vita di Sultan quella che leggeremo, introdotta da un brano tratto da un antico poema mistico, “Il verbo degli uccelli”, che parla del viaggio degli uccelli alla ricerca del loro mitico sovrano Symborg.

     La vita, il viaggio, la ricerca: é storia vera, quella contenuta nel libro, e non ci saranno le piume colorate degli uccelli a trasportarci, ma babbucce gialle, le babbucce che il padre di Sultan fa per la moglie, che Sultan prepara per una ragazza che non potrà mai ricambiare il suo amore, babbucce gialle che regala alla regina Farah Diba, babbucce che diventano un leit motiv metaforico di calzature di bellezza per lasciare impronte sul cammino della vita.

     In un libro di memorie è inevitabile che il presente si allacci al passato, che l'adesso accenda un ricordo, ravvivi la nostalgia e il rimpianto. Adesso Sultan vive in una fattoria in Olanda con la compagnia di una donna che è spuntata dal nulla e di cui non sa nulla, del vecchio proprietario della fattoria e delle api- anche quelle arrivate dal nulla. È stato difficile per Sultan abituarsi al clima, alla gente, alle usanze, al paesaggio. La mente ritorna al castello in cui abitava da bambino- tutta la prima parte del libro, con i ricordi dell'infanzia, è soffusa da un’atmosfera di fiaba, da un alone di bellezza e di irrealtà. Fino al momento magico in cui Sultan ebbe in mano la sua prima macchina fotografica, un sogno rincorso insieme alle cartine della gomma da masticare sollevate in aria dal vento: la pubblicità diceva che con 5000 cartine avrebbe avuto in regalo una macchina fotografica e lui aveva preso a raccattare le cartine gettate via, ovunque, anche per strada, una dopo l’altra. Era così che aveva capito che cosa voleva fare: guardare la realtà con un terzo occhio.

    Incomincia così la seconda tappa del percorso di Sultan, quello centrale, con l'entusiasmo dapprima per le foto, poi per le riprese con la cinepresa, i suoi primi successi, la paura dell'amore. Sullo sfondo, proprio come in una pellicola cinematografica, la storia dell'Iran- gli anni dello Shah Reza Pahlavi, la sua fastosa incoronazione, i progressi dell’occidentalizzazione voluta dallo Shah, la sempre maggiore ingerenza americana con la conseguente reazione.

    Una terza tappa copre il cammino del risveglio politico di Sultan. Lui si accontenterebbe di osservare dall'esterno e invece è proprio il suo terzo occhio che può rendere grandi servigi alla rivoluzione. E Sultan per ben due volte si troverà in una posizione da non poter rifiutare di acconsentire alle richieste che gli vengono fatte- a lui che, nella veste di regista, può avvicinarsi più di chiunque altro al re e alla regina prima e all’Ayatollah dopo.

     Quando incomincia la quarta tappa della sua vita, Sultan è un uomo che è sopravvissuto a dieci anni di carcere, che ha perso tutto, anche l'amata cinepresa, che è solo ad affrontare un futuro che si estende piatto come le terre piatte dell’Olanda, ovattato dal silenzio della incomunicabilità linguistica perché perdere la propria patria è perdere anche la propria lingua. Eppure, lentamente, Sultan si abitua, si riprende, una donna gli lascia in regalo la sua cinepresa…

    Alle prese con una storia non sua ma in cui lo scrittore certamente rivive momenti, emozioni e paesaggi della sua stessa vita, Abdolah ci consegna un romanzo splendido in cui la vita di un singolo è inestricabilmente legata alla vita di un intero paese e il tono narrativo riesce a combinare il realismo con il leggendario, la nostalgia con l'accettazione di quanto è accaduto, stravolgendo le aspettative sia del regista Sultan sia dello scrittore che gli presta la voce. 

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mercoledì 23 settembre 2020

Fattaneh Haj Seyed Javadi, “La scelta di Sudabeh” ed. 2019

                                                                Voci da mondi diversi. Iran

                                                                   love story

Fattaneh Haj Seyed Javadi, “La scelta di Sudabeh”   

Ed. Brioschi, trad. A. Vanzan, pagg. $62, Euro 18,00

 

     Non è Sudabeh la protagonista del libro che porta il suo nome nel titolo, è sua zia Mahbubeh, una donna ormai anziana a cui si rivolge la madre di Sudabeh perché racconti alla figlia la storia della sua vita. E chissà che questa ne possa trarre un insegnamento, che la faccia desistere dal proposito di sposare un uomo lontano da lei non solo per estrazione sociale, ma anche per cultura.

È  un Iran molto diverso da quello di oggi, quello cui ci parla Mahbubeh, un Iran di prima della Rivoluzione, del tempo in cui regnava la dinastia Pahlavi. E la vita dell'alta società di Teheran riflette in scala minore quella della corte. La famiglia di Mahbubeh è molto ricca, abita in una grande e splendida casa dove tutto, dai tappeti ai mobili, dalle suppellettili ai tessuti, è segno di buon gusto e raffinatezza. Mahbubeh, come la madre e le sorelle, non deve alzare un dito in casa. Uno stuolo di servitori, giardiniere, cuoca, cocchiere, la dada che si prende cura dei bambini, si occupa di tutto. La quindicenne Mahbubeh si innamora ed è la storia di questo amore che Mahbubeh racconta in tutti i dettagli che non ha dimenticato.


     L'amore dei quindici anni è uguale ovunque e in ogni tempo. È  il restare fulminati da uno sguardo, da dei riccioli neri, dal guizzare di un muscolo sottopelle. A quindici anni ci si innamora senza sapere nulla dell'altro, senza neppure averne sentito la voce e, quando la si sente, è come se parlasse un cavaliere di luce.
Il padre le aveva proposto due ottimi partiti ma Mahbubeh non li aveva neppure presi in considerazione. Lei voleva solo Rahim, il garzone del falegname. A merito del padre va detto che questi, accettando il consiglio di un saggio fratello, dopo aver fatto fuoco e fiamme aveva deciso di non opporsi, di non contrastare Mahbubeh con il rischio che questa facesse un colpo di testa e fuggisse di casa. Avrebbe regalato un negozio a Rahim e una casa alla figlia, le avrebbe anche dato una certa somma di denaro ogni mese. Lei però non avrebbe più potuto rimettere piede nella casa paterna.
La storia d'amore di Mahbubeh è  la prova (se mai ci fosse bisogno di prove) che 'due cuori e una capanna' non sono sufficienti. E la dura lezione che Mahbubeh imparerà è che l'infatuazione non è amore, che è  facile confondere l’una con l’altro, e le conseguenze sono drammatiche.



     La vicenda di Mahbubeh, tenera e poi tragica e poi dolce-amara, raccontata in prima persona, è una storia banale. Sarebbe uguale a tante altre se non ci fosse l'arricchimento dell'ambientazione iraniana con tutti i dettagli socio-culturali ma anche quelli colorati di abiti e stagioni. Entriamo nella dimora di famiglia di Mahbubeh e poi nella casa, ancora più piccola a confronto dell'altra, dove abita con il marito e la suocera, la seguiamo all'hammam, osserviamo la preparazione dei cibi quotidiani e di quelli di rito per le festività, accettiamo che, come stabilisce il Corano, un marito possa avere fino a quattro mogli e condividiamo la gelosia repressa di Mahbubeh.

     Anche se sappiamo bene come andrà a finire la storia dei due giovani sposi, la leggiamo di un fiato perché la protagonista ci fa rivivere non solo le sue esperienze ma le sue riflessioni, i suoi ripensamenti, il suo pentimento, la nostalgia, il rimpianto per quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Mahbubeh ha cercato di spigolare la felicità nella sua vita 'dopo', nella consapevolezza di essere responsabile lei stessa di tutto quello che è accaduto a lei e a chi le è vicino. 

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mercoledì 19 agosto 2020

Nava Ebrahimi, “Sedici parole” ed. 2020


                                                             Voci da mondi diversi. Iran


Nava Ebrahimi, “Sedici parole”
Ed. Keller, trad. A. Lorenzini, pagg. 336, Euro 18,00

   La mia lingua è la mia patria. Non ho mai dimenticato queste parole dopo averle lette nel libro di Antonio Soler, “Il nome che ora dico”. E anche se Mona è cresciuta in Germania e parla il tedesco molto meglio della lingua delle sue origini, brandelli del persiano in cui si esprimeva sua nonna, espressioni molto colorate che questa usava più o meno a proposito, le ritornano in mente ora che la nonna è morta e lei, Mona, accompagna la madre in Iran per il funerale.
   Un funerale in Iran non è come uno sbrigativo funerale in Germania, servono sette giorni per accomiatarsi da un morto in Iran- è questo il primo confronto tra le due culture, un confronto che accompagna in sordina l’intreccio dei ricordi. Perché questa non è la prima volta che Mona torna in Iran, ci era già stata con un incarico come giornalista. E allora i ricordi e le storie si rincorrono, si sovrappongono, si alternano su piani temporali diversi e la storia della vita della nonna prende forma insieme a quella di sua figlia- la madre di Mona- e di Mona stessa; le immagini del presente- i guardiani della morale che fermano le coppie in automobile per sincerarsi che siano veramente marito e moglie, le donne coperte dal chador, la descrizione dei batacchi sulle porte, uno riservato agli uomini e uno alle donne in modo che le donne dentro la casa possano distinguere dal suono il sesso di chi è in attesa di entrare e si coprano adeguatamente– si mescolano con quelle delle lotte politiche del padre di Mona in un passato più lontano in cui regnava lo scià.

   Sono le donne ad avere un ruolo di primo piano nel romanzo di Nava Ebrahimi, scrittrice austriaca di origine persiana, e, tra queste donne, è la più anziana, la nonna, maman bozorg, a giganteggiare. Stravagante, amante di allusioni oscene, vivace, non riesce a capire come la nipote, che ha già superato i trent’ anni, non sia ancora sposata. Proprio lei che ha dato in sposa la figlia quando questa era ancora una bambina- aveva solo tredici anni. E’ questo un nodo centrale nel romanzo- per l’età della giovanissima sposa, per i dubbi che fa sorgere riguardo al bell’uomo che l’ha sposata dicendo che pensava avesse 17 anni (glielo aveva fatto credere la nonna?), per la breve durata di quel matrimonio alla fine del quale la madre di Mona aveva chiesto il divorzio da un uomo che lei non vedeva mai perché troppo preso dalla politica ed era partita per frequentare l’università in Francia. Si era poi fermata a Colonia, in Germania, ma era libera.
Ecco, la parola azadi, libertà (una delle sedici parole), acquista un valore di Terra Promessa. In azadi tutto è permesso, per azadi si parte con una valigia e si torna con ottanta chili di peso in più, il batticuore all’aeroporto e stratagemmi per affidare qualche bagaglio a qualcun altro.
   Capitolo dopo capitolo, introdotti dalle parole più varie, ogni parola scritta in caratteri persiani e traslitterata, si snoda la storia delle tre donne con un colpo di scena finale di cui, leggendo con attenzione, si potevano raccogliere degli indizi.
Il punto di svolta, con la scoperta di un segreto di famiglia, avviene in una gita a Bam, l’antica città di argilla distrutta dal terremoto del 2003.
Era in quel luogo lontano da tutto, nel caldo soffocante di una tenda, che era nata Mona. Ed era stata sua madre a scegliere il nome che significa “desiderio”. Perché è un dettaglio così importante, detto fra le lacrime?
   “Sedici parole”, storia d’amore, confronto e scontro di culture, ricerca delle radici, ritratto di un paese a tinte delicate, è un libro che piacerà a tutte le lettrici. Soprattutto a quelle che sono state in Iran e lo ritroveranno nelle sue pagine e a quelle che sognano di andarci.

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martedì 19 novembre 2019

Zoya Pirzad, “Spengo io le luci” ed. 2019


                                                            Voci da mondi diversi. Iran
      storia di famiglia

Zoya Pirzad, “Spengo io le luci”
Ed. Brioschi, trad. A. Vanzan, pagg. 364, Euro 20,00

    Abadan, cittadina sul confine tra Iran e Iraq, sede di un’importantissima raffineria di petrolio che fu distrutta nei primi anni ‘80 durante la guerra con l’Iraq e poi ricostruita. Fa sempre caldo, ad Abadan, grazie alla sua posizione sul golfo Persico, contrariamente al resto dell’Iran. Il tempo della storia del romanzo di Zoya Pirzad non è definito se non da accenni che ci fanno capire che è prima della rivoluzione, che ci sono fermenti sociali e insoddisfazione per le disuguaglianze del regime dello Scià (mai menzionato). Le donne non hanno il capo coperto, non portano l’abaya, indossano abiti corti e senza maniche- oggigiorno è un sogno del passato. Senza tempo sono pure le vicende della famiglia, raccontate in prima persona da Claris- una donna giovane che racconta una vita quotidiana fatta di cure ai figli e al marito, di colazioni e merende, di cene per ospiti che si autoinvitano, di nuovi vicini di casa. Potrebbe essere una trama come tante, ma non lo è. Ci irretisce subito e, mentre Claris termina la fiaba serale alle figlie gemelle con il refrain, e dal cielo caddero tre mele: una per chi ha visto, una per chi ha raccontato, una per chi ha ascoltato, ricordiamo di aver letto le stesse parole nel bel libro della scrittrice armena Narine Abgarjan- Claris e Artush (ingegnere impiegato nella raffineria petrolifera) sono armeni, lo sono tutti i loro amici, ce lo rivelano i cognomi terminanti in ian, le usanze e i cibi (come il pane lavash), una piccola comunità che parla armeno ed è legata con un filo sottile alla madrepatria.
chiesa armena di Abadan
    Claris e Artush sono sposati da diciassette anni, hanno tre figli, un maschio adolescente e le bambine gemelle. La madre e la sorella di Claris fanno parte della famiglia, sono sempre presenti. Si scherza sulla golosità di Alis, sorella di Claris, sul suo gettare un occhio su ogni uomo libero da poter sposare. Sembra quasi di leggere Jane Austen in versione armeno-iraniana. Il nuovo vicino di casa non si chiama Darcy ma Emile Simonian. È vedovo, ha una madre autoritaria e altera, una figlia che diventa amica delle gemelle e che si rivela cattiva- proprio cattiva, spingendo amici ed amiche a compiere azioni riprovevoli. Ma Emile è affascinante, è sensibile e garbato, pieno di attenzioni, il contrario di Artush. È lo stereotipo del possibile amante vs marito? Poco importa. Claris non è la prima moglie un poco frustrata ( e non sarà l’ultima) a sentirsi attratta da un altro.
      La penna di Zoya Pirzad scorre leggera, il tono è vivace, la voce di Claris è autoironica, amiamo sentirla parlare di sé sdoppiandosi e facendosi da sola censura e autocritica, attenta alle necessità della famiglia, preoccupata dall’amore adolescenziale del figlio, dubbiosa e poi contenta per la sorella quando un improbabile pretendente olandese compare sulla scena, gelosa irrazionalmente (e lo riconosce) della bella bionda divorziata che è arrivata da Teheran.
moschea di Abadan
L’apice e il punto di svolta del romanzo è un avvenimento insolito che acquista un significato metaforico: un’invasione di cavallette che lasciano gli alberi spogli e coprono il terreno di un tappeto scuro di piccoli cadaveri. E Claris non osa dire a nessuno che non si è spaventata perché non era sola in casa. MA. Mors tua vita mea. Qualcosa finisce, qualcosa incomincia. La paura e lo sfacelo causati dalle cavallette sono la ricchezza dei poveracci che vengono a raccoglierle con grossi sacchi: le venderanno, le cavallette arrosto sono un cibo prelibato. E la fine del romanzo sarà fonte di lacrime e di sospiri di sollievo.

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