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mercoledì 3 luglio 2024

Abigail Assor, “Ricco quanto il re” ed.2024

                                              Voci da mondi diversi- Marocco


                 love story

Abigail Assor, “Ricco quanto il re”

Ed. Marsilio, trad. Annalisa Romani, pagg. 192, Euro 17,00

 

   Potrebbe essere una storia banale. Anzi, è una storia banale raccontata in maniera brillante e ambientata in un luogo del nostro immaginario- Casablanca.

   È una variante della storia di Cenerentola (nessuna fine felice, però), o della Bella e la Bestia (nessuna trasformazione finale della Bestia nel bel principe) con qualcosa anche di “Pretty Woman” (citato anche nel libro).

Sarah, sedici anni, è bellissima. La madre è francese, ma, come capiremo presto, il vantaggio e il prestigio dell’essere francese è del tutto annullato dal fatto di portarsi degli uomini a casa per sopravvivere. Del padre Sarah sa solo che era un militare dalla pelle scura come la sua, bello come Marlon Brando.

Hay Mohammed

    Sarah non è solo bella, è perspicace e furba, ha capito presto come gira il mondo, come ci siano due categorie di persone, i ricchi e i poveri, due zone della città, Anfa Superior e Hay Mohammed- là i giardini curati, le ville e le piscine, le auto di gran lusso, qui le baracche e l’immondizia. E Sarah sa che cosa vuole. Lei vuole entrare nei club esclusivi, vuole vestiti nuovi e non riadattati, vuole l’auto e l’autista. E la villa naturalmente. Vuole un uomo ricco che le dia tutto questo. Quando le indicano Driss, dicendole che è ricco quanto il re, lei decide che lo conquisterà e si farà sposare. Non importa se Driss è piccolo e tozzo, se ha il naso adunco e una brutta pelle, se non parla mai con nessuno. Driss ha una moto e- lei non lo sa ancora- è uno dei Fassi (le famiglie i cui antenati vengono dalla città santa di Fès) che assolutamente non ammettono legami con chi sta più in basso di loro.

   Sarah elabora una strategia, tutto sommato non ci vuole molto per far innamorare Driss, facendolo sentire ‘il prescelto’. Sei mesi di regali, sei mesi in cui Sarah mangia nei migliori ristoranti, in cui Driss le porta a casa i dolci migliori durante il Ramadan. Perché Driss è brutto ma è buono, non storce il naso vedendo dove abita Sarah, crede veramente che lei lo ami e lui la ama di ricambio. Sarah, vuole di più. Vuole una cerimonia e diamanti al dito. Possibile che ci riesca?


    Se la storia d’amore della piccola Pretty Woman con il suo brutto principe ricco quanto il re può non essere originale, quello che la rende unica è l’ambientazione. Perché Casablanca è la protagonista assoluta del romanzo della giovanissima Abigail Assor, lei stessa di Casablanca. Una Casablanca che non è più quella dell’iconico film con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman, così come l’amore tra Sarah e Driss è ben lontano dall’essere quello di Rick per Ilsa. Questa è una città in cui la distanza tra ricchi e poveri è incolmabile, in cui i ricchi possono permettersi qualunque comportamento, possono offendere pesantemente i meno abbienti, possono sedurre le donne che hanno illuso e poi abbandonare loro e i loro marmocchi nelle baraccopoli. A Casablanca l’apparenza è tutto, la droga circola, le donne musulmane devono osservare strettamente la morale, sia per quello che riguarda il comportamento sia per l’abbigliamento- se Sarah non fosse francese, ci penserebbe la polizia a farle osservare le leggi, se Driss non allungasse dei soldi al poliziotto che li ha sorpresi a baciarsi, verrebbero arrestati-, una donna non accompagnata non può entrare in un locale, le norme sul Ramadam sono severissime, l’Aid (la festa del sacrificio che ricorda quello di Abramo) è una ricorrenza che  riempie noi di disgusto, leggendone la descrizione nel romanzo. Eppure questa scena così cruenta, con i montoni che vengono sgozzati, ha un peso profondo nella cultura musulmana e nel contesto è un momento culmine di grande significato per la vicenda dei due innamorati.


 La Casablanca di Abigail Assor è una città che ci sorprende con i suoi forti contrasti, sconosciuta ai turisti che conoscono bene, invece, l’incanto dei suoi colori giocati su una tavolozza di bianchi e di azzurri e il fascino dei suoi tramonti sul mare. Non dimenticheremo né la città né l’adolescente che ha un legittimo desiderio- essere anche lei ricca come un re, anzi una regina, non sentirsi più immondizia tra le immondizie. E il libro di Abigail Assor è una protesta contro le ingiustizie di Casablanca e della cultura musulmana.



   

lunedì 7 settembre 2020

Fouad Laroui, “La vecchia signora del riad” ed. 2020


                                                          Voci da mondi diversi. Marocco


Fouad Laroui, “La vecchia signora del riad”
Ed. Del Vecchio, trad. C. Vezzaro, pagg. 238, Euro 18,00     

    Voglia di nuovo. Voglia di cambiare. Voglia di sole e di un pizzico di esotismo. Alla fine Cécile acconsente al desiderio del marito François. Perché non comperare un riad in Marocco? e trasferirsi lì da Parigi? le domande che i due coniugi si pongono, anche se scherzose, sono tipiche di chi ha pescato a caso un biglietto della lotteria con una destinazione, senza sapere nulla del luogo dove si accinge ad andare. Che lingua parleranno in Marocco? capiranno il francese? ci sarà internet? ci sarà un'agenzia immobiliare?
     I due partono: destinazione Marrakesh. Un uomo dal nome impronunciabile e che loro ribattezzano Benoît (avete presente l'arroganza di Robinson Crusoe che chiama Venerdì l'indigeno di cui non si sforza di apprendere il nome?) li accompagna a vedere dei riad. Il suddetto Benoît è un cugino di un collega di Cécile. Non capiscono quasi niente di quello che dice, Benoît è una figura-macchietta di quello che gli europei si aspettano di trovare in un paese dell'altra sponda del Mediterraneo, sembra un imbroglione, però dovrebbe essere un tipo fidato. Oppure no?

Finché  Cécile si innamora dell'albero nel patio di un riad che sembra fatto su misura per loro. In un battibaleno firmano le carte e lo acquistano. Poi la sorpresa, proprio la prima sera che intendono dormire nella loro nuova dimora. C'è una vecchina raggomitolata su di sé in una stanza. È inutile cercare di comunicare con lei. È una squatter? come si fa a mandarla via? sono stati imbrogliati? François e Cécile tornano a dormire in albergo perché la presenza quasi incorporea di quella donna li ha inquietati.
   Se il nuovo romanzo dello scrittore marocchino Fouad Laroui avesse una partitura musicale, i tempi sarebbero 'vivace con brio, grave, andante'. Perché la parte iniziale è tutto uno scoppiettio di trovate e situazioni divertenti, di battute umoristiche. La storia della coppia francese che, con supponenza, con la forza di chi viene dal primo mondo, con la certezza di parlare una lingua che ha tutti i crismi della letteratura, è  lo specchio del comportamento di tutti i turisti nei paesi non europei. Si sentono superiori, Cécile e François, sono condiscendenti.
     Cambia del tutto il tono della narrazione nella seconda parte- 'grave'- che si innesta sulla prima, proprio come il melangolo, l'albero che ha incantato Cécile nel patio del riad, è un innesto di un pomelo su un albero di mandarini. Non ha più niente di scherzoso la storia del Marocco che leggiamo e che vuole rispondere alla domanda- che cosa ci facevano i francesi in Marocco?

 È la vecchia questione del colonialismo, del 'Grande Gioco' nel Mediterraneo che vede le potenze europee spartirsi le terre al sole. È la storia del Marocco vista dall'altra sponda, con la figura di Abdelkrim che è  un ribelle per i francesi ma un eroe per gli arabi e i berberi. Il Comandante dei Combattenti della Fede Abdelkrim suscita l'entusiasmo della sinistra francese, Ho Chi Min lo chiamerà 'il precursore', sarà  ammirato dal Che e da Mao.
     Nel  riad di rue du Hammam l' haji Fatmi ha giurato di non uscire più di casa finché gli stranieri non se ne saranno andati e suo figlio Tayeb, dopo aver combattuto giovanissimo a fianco di Abdelkrim, si arruola nell'esercito francese per sconfiggere il nazismo. Di Tayeb non si saprà più nulla.
Aspettava Tayeb la vecchina nel riad. Un vicino di casa aveva interpretato le sue parole ed era lui che aveva scritto la storia del Marocco dal tono serio che abbiamo finito di leggere e  che anche la coppia francese ha letto come se fosse una lezione- sono entrambi ‘più  vecchi e più  saggi’, ora, come l'invitato che ascolta quello che gli dice il vecchio marinaio nella ballata di Coleridge.
    Su questa storia se ne innesta un'altra ancora, scritta questa volta dall'aspirante scrittrice Cécile. Storia vera? inventata? possibile? che si vorrebbe fosse vera oppure così dolorosa che sarebbe meglio non lo fosse? Il cerchio si chiude- se tutto è  spiegato, può scomparire anche la vecchia signora che aspettava il ritorno di Tayeb per non venir meno alla sua promessa.

E giustizia poetica viene fatta, almeno in questo romanzo che sembra una matrioska. Il vecchio colonialismo delle potenze che bramano le ricchezze dei paesi del terzo mondo è finito. C'è un nuovo colonialismo turistico, quello dell'invasione da parte di persone superficiali in cerca di  sollecitazioni, senza capire che rispettare un paese significa avvicinarlo con consapevolezza e con conoscenza della sua cultura.

     Si ride, si apprende, si medita, si vede il Marocco. Un bel romanzo. 

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la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it

lo scrittore parteciperà al Festival della Letteratura di Mantova mercoledì 10 settembre



domenica 8 dicembre 2019

Fouad Laroui, “L’ultimo dei Sijilmassi” ed. 2019


                                                      Voci da mondi diversi. Marocco
                                                           romanzo di formazione

Fouad Laroui, “L’ultimo dei Sijilmassi”
Ed. Del Vecchio, trad. C. Vezzari, pagg. 321, Euro 17,00

    Un giorno, mentre si trovava a trentamila piedi di altitudine, Adam Sijilmassi si fece all’improvviso questa domanda:
-Che ci faccio qui?
     Un bell’incipit per un romanzo. Una domanda che l’ingegner Sijilmassi non è l’unico a farsi, che affiora alla consapevolezza dei tanti che, come lui, non riescono più a riconoscere se stessi, trascinati dal turbine di una vita convulsa che non lascia spazi per niente che non sia il lavoro. Per fare cosa, vani numi? Vendere bitume, comprare dell’acido solforico, pensare alla commissione dell’agente indiano. Miseria! E lo chiamano progresso…E Adam Sijilmassi prende una decisione- che non sarebbe mai più salito su un aereo. E naturalmente da questa decisione ne conseguirà un’altra. Darà le dimissioni (tra l’incredulità di tutti). E le conseguenze avranno un effetto valanga. Dovrà lasciare (subito) l’appartamento di lusso in cui abita. Scoprirà che la moglie non ama lui ma la posizione economica e sociale che lui fino ad ora era in grado di offrirle (infatti la moglie se ne torna a casa da sua madre). Andrà da uno psicanalista (su richiesta della moglie) che pensa che Adam abbia un esaurimento nervoso. Osserverà con occhio diverso la realtà che lo circonda, ne coglierà la naturalezza e avrà come un flash- la vita vera è altrove.

    Adam Sijilmassi, che aveva già fatto le grandi prove di che cosa significasse diminuire la velocità dei propri ritmi tornando a piedi dall’aeroporto a Casablanca (tutti lo avevano preso per matto), prende un’altra decisione: ritornerà alle origini, andrà a piedi fino ad Azemmour, la sua città natale. Fine della prima parte di questo romanzo dello scrittore marocchino Fouad Laroui che diventa un romanzo di formazione capovolto, un romanzo ‘on the road’ senza motociclette o automobili, in cui quella che poteva essere l’ammirazione di chi vedeva il viaggiatore passare su un bolide rombante, diventa lo stupore tinto di disprezzo nei confronti di un uomo che viene giudicato dalle apparenze- deve essere un poveraccio se neppure ha i soldi per un taxi o per noleggiare una macchina.

    La seconda parte del libro è una pausa di quiete, il riposo del guerriero che deve riambientarsi e ritrovare se stesso. Chi è lui, Adam Sijilmassi, il cui nonno era un haji perché aveva fatto il pellegrinaggio alla Mecca doveroso da parte di ogni buon musulmano? Adam ha frequentato il migliore liceo francese, gli viene più facile parlare in francese che in arabo, la sua mente è affollata da citazioni che derivano da letture occidentali- gli è possibile staccarsi da tutto questo, rinnegare la cultura che lo ha formato e ritornare alle origini?
     La realtà è che Adam non ha più niente in comune con la gente che ha sempre vissuto ad Azemmour e la terza parte del romanzo ne è una prova. È un personaggio talmente insolito da riuscire incomprensibile a chi gli è vicino. Lui non capisce loro (l’assurdità del venditore d’acqua che vende bottiglie d’acqua vuote) e loro non capiscono lui che ha abbandonato una vita di ricchezze e, in un crescendo di tragica comicità, l’ex ingegnere viene travolto da sospetti (pensano che possa anche essere un terrorista) e trascinato in sottili disquisizioni religiose con un parente fondamentalista.

   Non è una bella fine, quella dell’ultimo dei Sijilmassi che non a caso si chiama Adam, come il primo uomo. Ci fa riflettere. Perché la vicenda di questo uomo che decide di cambiare vita non riguarda solo lui che è, per di più, strattonato tra Oriente e Occidente, tra due culture diversissime a cui si è aggiunta quella globalizzata in cui vige la legge del mercato. Riguarda tutti quelli che hanno voglia di fermarsi e di indagarsi, di chiedersi se è vita quella che conducono, che hanno paura di arrivare alla conclusione dell’ultimo dei Sijilmassi, conduco una vita da idiota. Che non ha nessun senso.
   Ricco di richiami letterari e filosofici, triste e divertente.

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sabato 19 ottobre 2019

Youssef Fadel, “Ogni volta che prendo il volo” ed. 2019


                                                           Voci da mondi diversi. Marocco
      la Storia nel romanzo

Youssef Fadel, “Ogni volta che prendo il volo”
Ed. Brioschi, trad. C. Dozio, pagg. 346, Euro 18,00

     Anche il Marocco ha conosciuto i suoi anni di piombo. Anni scurissimi in cui la gente scompariva senza lasciare traccia. L’esempio più clamoroso fu, nel 1965, il sequestro, avvenuto a Parigi, del leader democratico Mehdi Ben Barka di cui non si seppe più nulla. Erano gli anni, tra il ‘60 e il ‘90, della dittatura di re Hassan II che esercitò una durissima repressione politica. Sfuggì a due attentati, uno nel ‘71 e uno nel ‘72- quello di cui ci parla il libro di Youssef Fadel. Il 16 agosto 1972 il generale Mohamed Oufkir organizzò un attentato aereo contro il Boeing 727 su cui viaggiava il re di ritorno da Rabat, senza riuscire però a colpirlo. Si dice  che Oufkir si suicidò.
E a questo punto subentra il romanzo di Youssef Fadel: il pilota Aziz, coinvolto nell’attentato, scompare. Qui è il fascino del romanzo. Perché il lettore non sa nulla, come non sa nulla la moglie di Aziz, Zina, nelle cui mani uno sconosciuto mette in mano un biglietto mentre lei è seduta al bar gestito dalla sorella. Che Zina prenda l’autobus per Fès che parte fra poco, alle 9 di sera. E Zina parte, verso l’ignoto, con una speranza che brucia dentro di lei da vent’anni.
re Hassan II
Aveva sedici anni quando aveva conosciuto e sposato Aziz. Un matrimonio durato neppure una notte. Aziz era agitato, doveva tornare alla base. Perché mai se era in congedo? Aveva detto a Zina di guardare in alto, che avrebbe volato sopra la loro casa. Zina non aveva visto l’aereo, non aveva più rivisto Aziz e aveva iniziato a cercarlo, di ministero in ministero. Sembrava che Aziz non fosse mai esistito. Ma non è solo la voce di Zina che sentiamo. I personaggi si alternano, in un caleidoscopio di immagini, di luci e di ombre, mentre il tempo si sposta avanti e indietro, ricostruisce la vita passata di Zina e di sua sorella e di Aziz che studiava di notte contro la volontà di uno zio-padrone e che riusciva a diventare pilota di aerei, come aveva sempre sognato. Zina, Aziz, ma anche le due guardie della casbah nel nulla dove più di trecento prigionieri erano stati internati e lasciati morire per essere sepolti in una fossa comune (la bambinetta figlia di una delle due guardie dice di sentire il padre che piange di notte, l’altra guardia si domanda se Dio li perdonerà e vuole andare in pellegrinaggio alla Mecca per espiare). Perfino un cane ha i capitoli in cui è lui ‘il punto di vista’- una vita da cani può essere meglio della vita di un prigioniero in stretto isolamento in una cella  infestata da scarafaggi e topi e serpenti. Sono tutti animali che acquistano un valore metaforico, negativo o positivo come l’uccellino che Aziz sente cantare o come il passerotto che viene sepolto. Così come le ripetute immagini della maternità che è sempre un segnale di speranza anche quando c’è dolore- la gravidanza che Zina non riesce a portare a termine, la donna che ha undici figli, la moglie della guardia che mette al mondo la settima bambina. Che sarà cresciuta come figlia da Zina e si chiamerà Aziz anche se è una bimba- è la più bella figura di luce per terminare un romanzo che non si lascia accecare dal buio profondo delle altre immagini più crudeli, di un Male che fa inorridire.

     Il lettore deve seguire le voci narranti in un continuo contrasto tra luce e buio, dal presente in avanti, con Aziz che vive nel buio sull’orlo della fossa e Zina che lo cerca e questa sua ricerca sembra brancolare nello stesso buio di Aziz, e dallo stesso presente indietro, agli antefatti, ai ricordi che ricostruiscono la vita di un Marocco molto povero in cui non è concessa dignità alla figura della donna.
     Per noi, che andiamo come turisti in Marocco (come quelli che arrivano ignari alla casbah senza sospettare che quelle mura nascondano un prigioniero, che i loro piedi calpestino centinaia di morti), un libro per sapere.

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lo scrittore sarà a Milano per Book City. Seguirà intervista
la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it