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mercoledì 20 aprile 2022

Gábor T. Szántó, “1945 e altre storie” ed. 2022

                                         Voci da mondi diversi. Ungheria

          racconti

Gábor T. Szántó, “1945 e altre storie”

Ed. Anfora, trad. Richárd Janczer e Mónika Szilágyi, pagg. 232, Euro 18,50

     Lui, lo scrittore, sceneggiatore, poeta e saggista Gábor T. Szántó, si definisce ‘l’ultimo scrittore ebreo d’Ungheria’. E l’ebraicità, la Shoah, l’antisemitismo, sono tematiche importanti nei racconti riuniti in “1945”, titolo che suggerisce un tempo immediatamente dopo la tragedia della seconda guerra mondiale. Vedremo, però, che non sono gli unici temi, ce ne sono degli altri, ugualmente anche se diversamente dolorosi.

     Che cosa è successo in quel ‘dopo’? come è stato rielaborato quello che era accaduto, da una parte e dall’altra? Il racconto iniziale, “Il ritorno”, da cui è stato tratto il film diretto dal regista ungherese Ferenc Török, stabilisce l’atmosfera e punta l’attenzione non tanto sui due ebrei, uno anziano ed uno giovane, che ritornano in un villaggio su un treno composto solo da una locomotiva, da un vagone passeggeri e uno merci, quanto sugli abitanti che assistono allo scaricare di undici casse e quindi al passaggio di un carretto seguito dai due uomini in lutto e diretto al cimitero.

    ‘Sono tornati…Sono tornati…”, parole come un soffio di vento che percorre le strade del villaggio, entra nelle case, suscita domande, riporta ricordi alla mente, scatena paure. È chiaro chi siano quelli che sono tornati. Il passato riaffiora a sprazzi- case e negozi di cui, dopo la partenza di ‘quelli’, altri si erano impossessati (li rivorranno indietro?), mobili e suppellettili trafugati (li rivorranno indietro?). E che altro vorranno di nuovo? Ricorderanno i visi di chi è rimasto impassibile allora?


   Il racconto è tutto giocato sul non detto, sul ricordo che si preferirebbe non ricordare, mentre il carretto con le dodici casse (contengono cosmetici, corre la voce) sfila per le vie del paese, anomalo carro funebre. Quanto sia anomalo, quanto sia macabro, lo vedremo nel finale. Cosmetici…E intanto, in questi bisbigli, abbiamo percepito la meschinità dei moventi di questi ungheresi che si sono avvantaggiati del genocidio. È la colpevolezza del silenzio, del distogliere lo sguardo, che è sconvolgente.

   In un altro racconto due sopravvissuti cercano di farsi giustizia da soli. Un racconto breve che punta il dito sullo scandaloso rinserimento nelle loro funzioni di coloro che si sono macchiati di crimini di guerra e sono rimasti impuniti. In “A onor del vero” Szántó ritorna sul tema dell’impunità- due fratelli rapiscono un vecchio nazista che vive in tutta tranquillità, lo rinchiudono in una cantina obbligandolo a guardare, a ciclo continuo, il filmato sulla liberazione dei campi con le scene agghiaccianti delle montagne di morti scheletrici. Ma non sono stati solo gli ebrei ad essere vittime della guerra- ne “La notte più lunga” il tema della ‘casa’ e dell’esproprio è affrontato con riguardo alla deportazione  e alla sostituzione di alcune comunità etniche in territorio ungherese. Si può pesare il dolore su una bilancia?


     Lo scrittore affronta anche altri argomenti- una forma distorta di amore materno nato dalla solitudine e dall’isolamento, la scoperta dell’amore omosessuale e infine il dramma dell’incertezza dell’identità sessuale in “Trans”, dove un ragazzo vuole diventare rabbino ma vuole anche sottoporsi all’operazione per diventare donna, e perora la sua causa con un’argomentazione lucida che rivela un intelletto brillante.

    Lo stile di tutti questi racconti è asciutto e spoglio, lascia trapelare i pensieri dei protagonisti, il conflitto interiore che li spinge all’azione. Sono racconti che ci parlano di ingiustizie, di sofferenze nascoste, di ferite mai rimarginate, di un passato che non passa, di pregiudizi e di un antisemitismo che non è mai scomparso.

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lunedì 26 agosto 2019

Bernhard Schlink, “Bugie d’estate” ed. 2019


                                           Voci da mondi diversi. Area germanica
                                                              racconti


Bernhard Schlink, “Bugie d’estate”
Ed. Neri Pozza, trad. Susanne Kolb, pagg. 286, Euro 17,00

   Sette bugie, sette verità nascoste, sette storie di coppie che non sono necessariamente coppie di marito e moglie, uomo e donna, sono anche coppie di padre e figlio, madre e figli e nipoti, padre e l’intera famiglia. Quante piccole bugie si accumulano nel corso di una vita? Quante verità vengono taciute, e perché? Quante bugie forzate per coprire una verità non accettata? Finché su una menzogna in particolare si focalizza una esistenza intera, quasi che la vita sia un castello di carte che crolla con un soffio. E’ questo il filo conduttore di “Bugie d’estate”, raccolta di sette racconti di Bernhard Schlink, lo scrittore tedesco che tutti ricordano per “A voce alta” di recente ripubblicato con il titolo “Il lettore”.
     La prima delle sette storie, “Fine stagione”, è forse la più emblematica perché, a ben guardare, nessuna bugia viene detta. Fine stagione in un posto di mare. Pioggia di tarda estate che annuncia l’autunno. Un uomo incontra una donna in un ristorante semi-deserto. Le sorride. Si siede al suo tavolo. Inizia così un rapporto d’amore che vive nel tempo di una vacanza: continuerà, quando torneranno a New York? la città farà pesare la differenza sociale fra loro due? Lui che, a vederla salire su un aereo con un volo precedente al suo, aveva pensato che aveva dimenticato come si fa a stare soli (‘quel pensiero non gli dispiacque’), sarà capace di rinunciare alle sue abitudini, alla piccola cerchia di amici, per inserirsi nella vita di lei? Quante cose di sé non le aveva detto? Forse anche il loro amore era ingannevole come l’aria che precede i temporali, che ‘promette il bel tempo, ma porta il temporale’.
La “Notte a Baden-Baden” è il paradosso della bugia, fa pensare a “1984”, quando Winston, stremato dalle torture e dagli interrogatori, è pronto ad ammettere qualunque colpa, anche quelle di cui è innocente. Così il protagonista che ammette un tradimento per amor di pace. E poi, visto che intanto è considerato colpevole, tradisce sul serio. La verità taciuta più crudele, quella che si fatica di più ad accettare è quella de “La casa nel bosco” che si autogiustifica in nome dell’amore, o quello che si fa passare per amore ed è possessività ed egoismo. Inquietante nel suo esotismo, da brivido nella sua minaccia di un ritorno ad una schiavitù femminile, così terribilmente possibile (so di una storia analoga veramente accaduta), è “Lo sconosciuto nella notte” in cui l’espediente narrativo è quello di una vicenda che ci arriva di terza mano: due persone sono vicini di posto su un aereo, il narratore- che non è lo scrittore- racconta quello che gli ha raccontato la persona seduta accanto a lui, di una donna rapita in Kuwait e poi ritrovata e persa di nuovo. C’è un doppio filtro nella narrazione, ma, soprattutto, quanto è affidabile il secondo narratore in quella tragica vicenda che lo riguarda così da vicino? Fino a che punto gli si può credere? E perché il primo narratore ne resta irretito?

Le ultime tre storie ampliano il campo, sono storie che toccano da vicino la complessità dei rapporti famigliari- quando non si è soli al mondo, si ha il diritto di scegliere il momento in cui morire senza curarsi di che cosa possano provare gli altri? È ancora possibile instaurare da adulti un rapporto con un padre con cui non si è mai riusciti a comunicare? E che cosa si prova davanti alla verità che non esistono scelte giuste o sbagliate ma vite diverse che si sono vissute dopo una certa scelta? E dover finalmente riconoscere che si è mentito a se stessi per tutta la vita?

       Non amo le storie brevi, ma “Bugie d’estate” è un libro bellissimo che non mi ha fatto rimpiangere l’ampio respiro delle letture che prediligo. Perché c’è un’incredibile ricchezza di contenuti nella brevità di queste sette storie, ci sono personaggi memorabili, chiavi diverse di lettura- vogliamo seguire il filone della verità taciuta o della bugia, oppure quello degli intrecci di sentimenti?-, veloci pennellate che colorano non solo il paesaggio ma anche bugie e silenzi.

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la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it

Bernhard Schlink sarà presente al Festival della Letteratura di Mantova



lunedì 2 ottobre 2017

Viet Thanh Nguyen, “I rifugiati” ed. 2017

                                                    Voci da mondi diversi. Asia
                                                              racconti
    FRESCO DI LETTURA

Viet Thanh Nguyen, “I rifugiati”
Ed. Neri Pozza, trad. Luca Briasco, pagg. 215, Euro 16,50

   Anche il protagonista de “Il simpatizzante”, l’acclamato primo romanzo dello scrittore vietnamita Viet Thanh Nguyen, era un rifugiato. Lo scrittore stesso lo è stato. Ed è questa condizione- essere degli scampati, dei sopravvissuti, degli asiatici in terra straniera- il filo rosso che unisce le storie de “I rifugiati” di Viet Thnh Nguyen. Non c’è il personaggio unico e centrale di cui amo seguire le vicende in un romanzo, ma è come se ci fosse un legame di fratellanza, un passato comune alle spalle degli uomini, delle donne, dei ragazzi che vivono nelle pagine de “I rifugiati” e il lettore passa da una storia all’altra come se questa fosse un seguito o un ampliamento della prima.
    C’è un motivo per cui il primo racconto, “Donne dagli occhi neri”, è messo in apertura del libro. Perché ha dei personaggi straordinari, oltre alla giovane vietnamita che scrive, in vece loro, le memorie dei sopravvissuti e a sua madre- i fantasmi. Se in questo caso è il fantasma del fratello che appare, morto durante la fuga in barca, nelle altre storie forse i fantasmi non si fanno vedere ma ci sono. Fantasmi di chi non è riuscito a mettersi in salvo all’arrivo dei comunisti a Saigon (nessuno riesce a chiamarla con il nuovo nome Ho Chi Min City), fantasmi di chi è scomparso triturato dalla guerra, di chi se n’è andato ancora prima che la guerra finisse. Il professore di “Se solo mi volessi”, ultrasettantenne con un inizio di Alzheimer, chiama la moglie con un altro nome: chi sarà mai il fantasma della donna che ha un nome che non è il suo e a cui il marito porta una rosa in regalo? E, insieme ai fantasmi, c’è il senso di colpa ad unire i personaggi, le domande che sono proprie di chi ce l’ha fatta- perché io sì e loro no? sono colpevole della mia vita e della loro morte? E’ il senso di colpa che, dopo aver sentito le tragedie della vita della signora Hoa (“Anni di guerra”), la donna che ha aperto un piccolo negozio nella Little Saigon a Los Angeles cede e le dà dei soldi a sostegno della lotta contro il comunismo. E’ sempre un senso di colpa generalizzato che spinge la ragazza de “Gli americani” (figlia di un pilota nero che ha bombardato il Vietnam) a sentirsi vietnamita e a scegliere di lavorare in Vietnam.

E poi, c’è qualcos’altro ancora che accomuna i personaggi de “I rifugiati”. E’ lo spaesamento, la scollatura che sentono tra il ‘laggiù’ e il ‘qui’, la sensazione di non vivere al loro posto, di essere come l’uomo de “Il trapianto” che deve la sua sopravvivenza al fegato di uno sconosciuto. Quando il giovane Liem arriva a Los Angeles grazie ad uno sponsor che si prenderà cura di lui, è frastornato da una lingua che ha una pronuncia diversa da quella a cui è abituato, da uno stile di vita che mai sarebbe riuscito ad immaginare. Non capisce che l’uomo che è venuto ad aspettarlo e quello più giovane che sta con lui sono una coppia. Pensa che ‘nel senso romantico del termine’ sia un’espressione idiomatica. Quando, più tardi, l’uomo più giovane gli fa delle avances e gli spiega che cosa significhi ‘candid’, lo stile ‘candid camera’, Liem dice, ‘mi piacerebbe essere candido’. E noi leggiamo un gioco di parole, un riferimento al Candide di Voltaire a cui Liem assomiglia. Il padre gli scrive ‘comportati bene’ e ‘mandaci tue notizie dall’America. Dev’essere più peccaminosa di Saigon’.

    L’ultimo racconto, “La terra del padre”, è ambientato a Saigon. Un padre aveva chiamato i suoi secondi figli esattamente come i primi che avevano lasciato il paese con la madre, quando lui era stato mandato al confino dopo la guerra. I secondi figli avevano vissuto invidiando i fratelli omonimi, immaginandoli ricchi dalle lettere annuali che arrivavano. E un giorno la Phuong americana era venuta in visita. Era arrivata carica di regali, pagava lei per tutti, poteva permetterselo, era un medico. Quando la Phuong minore scopre che l’ammirata sorellastra ha mentito su tutto, la delusione è enorme: che cosa si nasconde dietro il mito americano?


per contattarmi: picconem@yahoo.com
   

    

mercoledì 11 maggio 2016

Ljudmila Ulickaja, “Le bugie delle donne” ed. 2005

                                                                  Voci da mondi diversi. Russia
               racconti   
               il libro ritrovato

Ljudmila Ulickaja, “Le bugie delle donne”
Ed. Frassinelli, trad. Mirco Gallenzi, pagg. 176, Euro 16,00


“Ma che medaglia, Ženia? E’ solo un nome. Un titolo onorifico è. Lei era piccola, le hanno fatto una testa grossa così: la medaglia, la medaglia! E’ lei che te lo ha raccontato? Che razza di chiacchierona!...”

   Il motivo per cui molti lettori non amano il genere del racconto è proprio la sua brevità, l’impressione che la storia si interrompa all’improvviso, quando la conoscenza dei personaggi è appena iniziata e si vorrebbe sapere di più di loro. In questo si differenzia la serie di sei racconti della scrittrice russa Ljudmila Ulickaja: c’è un personaggio principale, Ženja, che ritorna in ogni storia, e ci rendiamo conto che il tempo è passato da accenni casuali, all’età dei suoi figli, ai suoi studi, ad un cambio di lavoro, alla sua vita privata e ai suoi sentimenti. Un personaggio principale che, tuttavia, ha il ruolo marginale di ascoltatrice in cinque delle sei novelle, come uno specchio che riflette l’immagine di altre persone, quelle che raccontano le loro storie. Perché questo è il filo conduttore del libro: le storie raccontate dalle donne, “storie” come vicende e “storie” come “bugie”. Ma le bugie delle donne hanno una qualità di invenzione che le rende diverse da quelle degli uomini. Sono pragmatiche, le bugie degli uomini; quelle delle donne sono più inventive, mostrano più capacità creativa, più talento. Le donne finiscono per credere nelle loro bugie, fino a trasformarle in realtà. Le donne non mentono, perché non sanno di mentire. E così Ženja piange quando sente la donna con i capelli rossi raccontare di come abbia perso quattro figli- strazianti i dettagli, accuratissimi i particolari sui bambini. Finché una persona rivela a Ženja che non è vero, che l’unico figlio che la donna ha avuto è quello che lei diceva essere il quinto. Le donne inventano una realtà alternativa a qualunque età: nella seconda storia è una bambina che propone dei giochi dicendo che sono idea di suo fratello maggiore. Come non crederle quando parla così tanto di lui? Persino quando dice della volta che hanno visto un UFO e mostra il terreno bruciato su cui si è posato è perfettamente credibile.
E’ impossibile non ammirare la vivacità intellettuale della bambina, e poco importa se poi questa brillantezza si rivela anche in storie fantastiche. Un’altra ragazzina sceglie Ženja come confidente per una rovente storia d’amore: peccato che sappia molto di pedofilia perché lei ha tredici anni e l’uomo ne ha quaranta; mentre è anziana la professoressa che recita versi non suoi ad una studentessa ignorante, facendosi credere una grande poetessa. Passa il tempo, i figli di Ženja  crescono, lei ha un secondo marito, si innamora di un regista, e poi siamo agli inizi degli anni ‘90, a Mosca- Ženja scrive sceneggiature per la televisione e le offrono di fare un servizio sulla prostituzione russa all’estero. Ancora una volta è un’esperienza fantastica ascoltare con la sempre rinnovata credulità di Ženja storie di vite su cui ci si impietosisce, prima di rendersi conto che è strano che siano tutte simili.
Bellissimo il racconto conclusivo, più lungo degli altri, che corona tutte le storie, un po’ come “I morti” nei “Racconti di Dublino” di Joyce. Qui è Ženja (che ormai dirige una casa editrice) al centro di tutta la vicenda, Zenja con la sua vitalità eccezionale a cui succede qualcosa di drammatico, Ženja che è incapace di mentire e che è chiamata ad affrontare una prova durissima, Ženja che finalmente è oggetto delle cure degli altri, invece che essere lei ad occuparsi di tutto. E’ la bravura della Ulickaja che rende questo libro così coinvolgente per quel misto di commedia e tragedia, per l’umanità dei personaggi, per l’ironia sottile che lo pervade, per l’arte di dire tanto in sordina, quasi con noncuranza.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it