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venerdì 16 marzo 2018

St. Patrick's Day 2018

                                        St. Patrick's Day, March 17th



Per festeggiare questo giorno, non avendo letto nessun romanzo irlandese di recente, propongo la rilettura di "Ombre" di Neil Jordan, il famoso regista di 'Michael Collins' , 'La moglie del soldato' (con cui ha vinto l'Oscar) e 'Intervista col vampiro', con l'augurio di un felice St. Patrick's Day a tutti, irlandesi e non.

venerdì 27 gennaio 2017

capodanno cinese 2017


L'anno del gallo rosso



Il capodanno cinese 2017 inizia il 28 gennaio e termina tra il 15 e il 16 di febbraio. Si celebra per augurare un anno ricco di fortuna e prosperità e per festeggiare l'anno di lavoro appena terminato. Le città si tingono di rosso, colore di buon auspicio, anche le buste contenenti doni in denaro sono rosse. E ovunque si vedranno decorazioni con il gallo, simbolo del nuovo anno. I nati sotto il segno del gallo hanno fascino, sono eloquenti, hanno fortuna in amore e negli affari. Secondo l'oroscopo orientale l'anno del gallo sarà ricco di eventi memorabili.





mercoledì 16 marzo 2016

St. Patrick's Day 2016






Uno scrittore irlandese per festeggiare St. Patrick's Day. Mentre sto terminando di leggere "Brooklyn" di Colm Tóibín, vi propongo "The Master", sempre di 
Colm Tóibín, con l'intervista che feci allo scrittore nel 2004.

domenica 15 novembre 2015

Lutto per la Francia





                                                       SOLIDARIETA'

venerdì 20 marzo 2015

Un giorno. Un paese- Capodanno persiano, 21 marzo

                                            Nowruz, il capodanno persiano




Per noi il 21 marzo è solo il primo giorno di primavera, in Iran è Capodanno, Nowruz (nuovo giorno), una festività che dura 13 giorni con una serie di rituali che comprendono recarsi in visita a parenti, amici e conoscenti più anziani e il preparare l'Haft Seen, la tavola con sette alimenti che incominciano per S, per dare il benvenuto all'anno nuovo.
Sono alimenti simbolici- sabzeh, verdura fresca (rinascita e prosperità), samanu, pasta di grano dolce (forza e fertilità), senjed, giuggiolo (amore), seeb, mela (bellezza e buona salute), seer, aglio (pace e serenità), somagh, sommacco (la vittoria del Bene sul Male), serkeh, aceto (pazienza e vecchiaia).

Festeggiamo anche noi il ritorno della vita leggendo il romanzo della scrittrice iraniana Gina Nahai.



lunedì 16 marzo 2015

Un giorno. Un paese. St. Patrick's Day

                                                    Un giorno. Un paese
                                               St. Patrick's Day   2015





e per festeggiare l'Irlanda, leggiamo "Academy Street" di Mary Costello

Mary Costello, “Academy Street” ed. 2015

                                            Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                              FRESCO DI LETTURA


Mary Costello, “Academy Street”
Ed. Bollati Boringhieri, trad. Maya Guidieri Berner, pagg. 179, Euro 16,00
Titolo originale: Academy Street

   “Qui sdraiata, ho avuto tempo di pensare…” cominciò lei. non riusciva a guardarlo. “Ci sono tante cose che rimpiango, che vorrei aver fatto diversamente…”
   Rimasero a lungo in silenzio.
 “Volevo una madre forte” disse infine lui. “Come Mary O’Dowd. O Willa.” Parlava nell’oscurità. “Non avevo padre e tu…tu eri sempre così spaventata”.
Aveva un tono dolente, come un animale ferito.
“Eri tutto ciò che avevo” ribatté lei per difendersi. “Ho fatto meglio che ho potuto”.

   I romanzi irlandesi hanno una tristezza peculiare. Oppure un’allegria ridanciana, come di chi ha bevuto più di una pinta di Guinness. E’ una storia triste, quella che Mary Costello ci racconta in “Academy Street”. Triste anche senza l’aggiunta di miseria e alcol che contribuiscono spesso all’atmosfera buia e a volte drammatica delle vicende che si svolgono nell’isola di smeraldo. Perché la famiglia di Tess Lohan vive in una grande casa che vanta una storia tutta sua- un tempo è perfino servita da ospedale, ha un numero infinito di finestre- e suo padre, rimasto vedovo con sei figli, è una persona seria, forse un po’ troppo cupa, affatto incline all’ubriachezza.
     La storia di Tess inizia quando muore sua madre, e lei ha appena sei anni. Il fratellino più piccolo sarà affidato alla zia per un certo periodo. Come in tutte le famiglie numerose, la sorella maggiore baderà alle sorelline, ai fratelli, al padre, alla casa, in sostituzione della mamma. Alla morte della mamma si aggiunge, poco tempo dopo, quella di una piccola zingara che Tess aveva incontrato per caso. L’irruzione della morte, inspiegabile e incomprensibile per un adulto e tanto più per una bambina, è troppo per Tess: smette di parlare. Si isola, si ritira in se stessa- farà così anche da adulta, ogni volta che le succede qualcosa di ‘grande’, di eccessivo per la sua forza interiore.

    A diciott’anni Tess parte per l’America invitata da una zia a raggiungerla. La sorella più amata, quella più vicina a lei per età, è già laggiù. Dopo la grande emigrazione degli anni della carestia, il rapporto degli irlandesi con l’America è speciale: terra sognata di cui si ha timore, il paese dalle possibilità per tutti che però ti può inghiottire. Tess avanza timidamente su suolo americano- ma lei è un tipo tranquillo che ha paura di mettere il piede in fallo, di discostarsi dalle ‘leggi’ di casa. Eppure succede anche a lei quello che succede a tante ragazze dell’epoca ante-pillola. Si innamora, e una sola notte d’amore la lascia incinta. Lui scompare. Quando proverà a rintracciarlo, Tess non si spingerà mai lontano. Ha troppa dignità, Tess, per elemosinare amore o aiuto. E suo figlio Theo gliene vorrà per questo. Theo, il bambino che è un regalo dell’America, perché di certo nell’Irlanda bigotta Tess non avrebbe potuto tenere un figlio illegittimo, che ad un certo punto si allontanerà dalla madre, cosicché lei si rinchiuderà ancora una volta nella corazza della sua solitudine. Da cui era uscita soltanto nella piccola abitazione di Academy Street dove aveva fatto amicizia con la ragazza di colore che le resterà vicino per sempre.


      I critici americani hanno paragonato “Academy Street” a “Stoner” di John Williams: è singolare che questi due libri abbiano, l’uno il nome di una strada per titolo, e l’altro il cognome del protagonista. Avrebbero potuto entrambi intitolarsi semplicemente “Una vita”, perché il loro fascino è proprio in questo: nel narrare le vicende qualunque di persone qualunque in cui ognuno di noi può riconoscere una parte di sé. Vite in cui non succede nulla di straordinario (Mary Costello avrebbe potuto evitare di coinvolgere Theo nella tragedia che ha fulminato l’America agli inizi del secondo millennio), raccontate in tono pacato che, in una qualche maniera, colpisce il lettore in profondità, lasciandogli il tempo di assorbire la storia, i sentimenti, le reazioni dei protagonisti, misurandoli con la propria esperienza.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


mercoledì 18 febbraio 2015

Capodanno cinese 19 febbraio 2015

                                                      Un giorno. Un paese
                                                    Capodanno cinese. 




Ho scelto il libro "La Cina sono io" di Xiaolu Guo per festeggiare il giorno del capodanno cinese.



martedì 5 agosto 2014

Prima guerra mondiale. Presa di Gorizia - Musica per un giorno



                                                      ricorrenze    5 agosto 1916
                                                      prima guerra mondiale

Il 5 di agosto del 1914 le forze armate tedesche assalivano Liegi, in Belgio.
Il 5 agosto 1916 le forze armate italiane andavano alla conquista di Gorizia, presidiata dagli austriaci. Il 9 agosto entravano in Gorizia. Questa è la canzone composta in trincea da un autore anonimo per ricordare la sanguinosa battaglia.

martedì 3 giugno 2014

Protesta di Piazza Tienanmen- 4 giugno 1989

                                                        Ricorrenze
                                                       Un giorno. Un paese
                                                       Voci da mondi diversi. Cina





Si concludeva il 4 giugno 1989, venticinque anni fa, la protesta di piazza Tienanmen, una serie di dimostrazioni iniziate il 15 di aprile e guidate da studenti, intellettuali e operai nella Repubblica Popolare Cinese. Si concludeva nel sangue e l'immagine dello studente sconosciuto che, solo e disarmato, si para davanti alla colonna di carri armati è rimasta il simbolo della rivolta.
Per ricordare quel momento di lotta contro la tirannia ho scelto lo scrittore Ma Jian che ho intervistato nel 2009 in occasione della presentazione del suo libro "Pechino in coma" a Milano.

                                                                                                       

domenica 1 giugno 2014

Festa della Repubblica 2 giugno


                                                                           Ricorrenze
                                                                           Un giorno. Un paese

Il 2-3 giugno 1946 si tenne in Italia il referendum con cui gli italiani venivano chiamati alle urne per scegliere la forma di governo. Dopo 85 anni di regno, l'Italia diventò Repubblica e i sovrani di casa Savoia furono mandati in esilio.
Per festeggiare questo giorno ho scelto due scrittori italiani di cui ho apprezzato moltissimo i libri (e si sa quanto io sia parca di lodi nei confronti della narrativa italiana): Antonio Pennacchi, vincitore del premio Strega nel 2010 con "Canale Mussolini" e Melania Mazzucco, vincitrice del premio Strega nel 2003 con "Vita".



mercoledì 14 maggio 2014

Musica per la Palestina- Rim Banna - Seasons of Violet



                                                      Ricorrenze
                                                       Un giorno. Un paese.
                                                      Voci da Mondi diversi. Medio Oriente


Il giorno che segnava il trionfo degli israeliani nel maggio del 1948 segnava anche il lutto per il popolo palestinese, l'inizio- o il proseguimento- di una guerra senza fine. E' il giorno della Nakba, la Catastrofe. Lo ricordo con la cantante Rim Banna che ha composto lei stessa canzoni molto belle che parlano della sofferenza del suo popolo. Purtroppo ho letto un solo libro scritto da un'autrice palestinese, Susan Abulhawa, e pubblicato in due tempi diversi con due titoli diversi. Alla recensione di quello aggiungerò un romanzo di genere, scritto da un giornalista inglese e ambientato in Palestina.


                                                                                   

Susan Abulhawa, "Nel segno di David"

                                                        Un giorno. Un paese
                                                        Voci da mondi diversi. Medio Oriente.
                                                         il libro ritrovato



Susan Abulhawa, “Nel segno di David”
Ed. Sperling & Kupfer, trad. Claudia Lionetti, pagg. 365, Euro 17,00
Titolo originale, The Scar of David


Con la conquista israeliana della Palestina nel 1967 non potemmo più tornare a Gerusalemme. Non ci era permesso. Durante il primo giorno di occupazione Israele demolì tutti i circa duecento antichi palazzi del quartiere marocchino, dando alle centinaia di residenti poche ore di preavviso per evacuare le loro case, le loro vite, la loro storia.


   Suo padre glielo ripeteva sempre, che l’avevano chiamata Amal, con la a lunga, perché così acquistava il significato al plurale: voleva dire “speranze”, tutte le speranze che erano necessarie ai palestinesi per continuare a voler vivere. Si chiama Amal la protagonista che- ad un certo punto- diventa la voce narrante del romanzo “Nel segno di David” della scrittrice palestinese Susan Abulhawa. In realtà il titolo originale è “La cicatrice di David”, perché il fratellino di Amal, rapito da un israeliano per essere “regalato” alla moglie sterile, aveva una cicatrice sul viso e verrà riconosciuto da quella cicatrice quasi vent’anni dopo, durante la guerra dei sei giorni, dal fratello maggiore. Mentre lui neppure sa di essere arabo, di essersi chiamato Ibrahim prima che i nuovi genitori gli dessero il nome di David, di trovarsi davanti ad un nemico che è in realtà suo fratello. E allora il segno di quella vecchia ferita diventa qualcosa di più di un marchio di riconoscimento, è la cicatrice mai rimarginata di tutta una nazione, è una linea di frontiera che una volta non esisteva, sarà un muro eretto come un recinto.

     “La storia la scrivono i vincitori”, è una frase citata da Goering a Norimberga, e fa un effetto strano riferirla in questo contesto in cui i vincitori appartengono al popolo che i nazisti avevano progettato di sterminare. La Storia dei vincitori- gli Israeliani- parla di una terra promessa da cui sono stati espropriati ma loro di diritto, unica garanzia di vita dopo i pogrom, le uccisioni di massa e i forni che li hanno spinti a lasciare l’Europa. La Storia dei vinti- i palestinesi- parla del primo grande sopruso di aver dovuto abbandonare, nel 1948, le case e la terra in cui vivevano da un tempo di cui si è persa la memoria, di essere stati sospinti come bestiame nei campi profughi, con scene di violenza che sono pari a quelle di stampo nazista. La Storia contenuta nei libri cita il trattato di Balfour che ha creato le premesse per mezzo secolo di guerre e guerriglie.
    Il libro di Susan Abulhawa racconta la storia dei vinti attraverso quella della famiglia di Amal, con due grandi scene di apocalittica violenza che segnano i due climax del romanzo: la prima è nel 1948, quando la famiglia di Amal deve lasciare Ein Hod, fondata da un generale dell’esercito di Saladino nel 1189, e culmina nel rapimento del bambino; la seconda è nel 2002, quando gli israeliani distrussero Jenin, il campo profughi che era cresciuto a dismisura in mezzo secolo di “provvisorietà”. Covo di terroristi, secondo Israele, ma la rappresaglia operata, che non fa distinzione tra attivisti, vecchi, donne e bambini, è di infausta memoria.
    E’ un romanzo composito, “Il segno di David” di Susan Abulhawa, a tratti romanzo storico e a tratti saga famigliare. C’è un tono nostalgico nella rievocazione di un passato dorato e scomparso, una vena sentimentale nelle storie d’amore della protagonista, del fratello, dell’amica, una indignazione che unisce la rabbia al dolore nel racconto di fatti che non sono stati riferiti in maniera corretta dai media. Ed è sempre opportuno leggere la storia nella versione dei vinti, ascoltare un’altra voce.    

la recensione è stata pubblicata su www.alice.it, devo però aggiungere che in seguito il romanzo di Susan Abulhawa è stato rivisto dall'autrice e ripubblicato dalla casa editrice Feltrinelli con il titolo "Ogni mattina a Jenin".
Susan Abulhaw 

                       

lunedì 5 maggio 2014

Musica per Israele- Noa - Now Forget (Live)



                                                   Ricorrenze
                                                   Un giorno. Un paese
                                                   Voci di mondi diversi. Medio Oriente

La data è variabile, secondo il calendario ebraico. Quest'anno il Giorno dell'Indipendenza di Israele cade in questi giorni, per ricordare il 14 maggio 1948 quando, terminato il Mandato britannico della Palestina, fu annunciata la nascita dello Stato di Israele.
Fra dieci giorni, il 15 maggio, ricorderò che questo giorno di festa per Israele è la Nakba, la Catastrofe, per i Palestinesi. E ho scelto, per ognuno dei due paesi, una 'cantante della pace'- Noa, nata a Tel Aviv, e Rim Banna, nata a Nazareth- sperando in un futuro di pace.

                                                                                       

giovedì 24 aprile 2014

25 Aprile- Anniversario della Liberazione

                                                                                     Ricorrenze
Un giorno, un paese



Il 25 aprile 1945 finiva la seconda guerra mondiale in Italia. Finiva anche il ventennio fascista, finiva l'occupazione tedesca. La data è stata scelta per la commemorazione annuale perché fu in quel giorno che furono liberate Milano e Torino. Tre giorni dopo Mussolini sarebbe stato raggiunto e fucilato.    



25 Aprile- Anniversario della Liberazione del 1945- la canzone Bella Ciao -



                                                                 ricorrenze, un giorno, un paese
                                                                musica per un libro

Ho scelto questa canzone per ricordare il 25 aprile. Perché è la più famosa, perché il solo sentire le prime note riporta alla mente gli anni ormai lontani della guerra, perché l'ho sentita di recente e in tutto un altro contesto- i primi giorni di giugno 2013, a Istanbul, vicino a piazza Taksim. La cantavano in turco gli studenti in corteo. Ho riconosciuto la musica. Mi sono emozionata.


                                                                 

sabato 5 aprile 2014

La canzone di "Bella mia", romanzo di Donatella Di Pietrantonio- "L'aquila bella mè Te vojio revetè" - Corale Gran Sasso

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                                                                          musica per un libro
                                                                          fresco di lettura
Ricorrenze. Il 6 aprile 2009 la terra ha tremato all'Aquila, ha portato morte e distruzione. Vogliamo ricordare questo giorno con il bel libro di Donatella Di Pietrantonio, "Bella mia", e ascoltiamo la canzone che dà il titolo al libro.

                                                                                   


Donatella Di Pietrantonio, "Bella mia" ed. 2014

            ricorrenze
            fresco di lettura


Donatella Di Pietrantonio, “Bella mia”
Ed. elliot, pagg. 186, Euro 17,50  

    L’Aquila. 6 aprile 2009. Una scossa di terremoto di magnitudo locale 6,2. Gli orologi si fermano alle 3,32 del mattino. Mi vengono in mente i versi della bellissima poesia di Auden, Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,/ fate tacere il cane con un osso succulento,/ chiudete i pianoforti, e tra un rullio smorzato/ portate fuori il feretro, si accostino i dolenti. Fermate gli orologi non per un solo amato ma per tutte le vittime del terremoto, portate fuori 308 feretri. Fermate gli orologi per la bimba nella piccola bara bianca posta sopra quella scura della sua mamma, per la bambina di sei anni che Lorenza (uno dei personaggi del romanzo “Bella mia” di Donatella Di Pietrantonio) va a trovare ogni giorno al cimitero, preoccupandosi che abbia freddo e si senta sola laggiù, per Olivia, gemella di Caterina (io narrante del romanzo), per tutti gli altri che sono rimasti sepolti sotto macerie di case che tecnici poco accurati avevano giudicato sicure, per una città che è morta con la sua gente, con le sue fontane, le sue chiese, con le case e poco importa se fossero patrimonio artistico o no.     


    Cantavano gli uccelli notturni, uno in particolare ripeteva sempre lo stesso chiù monotono. Ho creduto di riconoscere l’assiolo, una volta Roberto ci aveva detto che il suo verso è un Mi bemolle. Nemmeno il tempo di chiedermi che ci facesse un assiolo in centro, hanno taciuto, tutti insieme. Quasi nello stesso istante si sono messi ad abbaiare i cani, in coro, a cerchio, dai palazzi e più lontano, dalle campagne e dalle frazioni della città. Davano l’allarme per quello che arrivava, nella loro lingua inascoltata. Confusa tra le altre, la voce di Bric da Onna latrava contro la resistenza del suo padrone e io non ne sapevo niente. Di colpo mi ha investito l’aria dura, non il vento, una massa compatta di aria percossa. Sono rientrata con un salto ed è cominciato.

    Sono passati quattro anni al tempo in cui Caterina racconta. Cinque per noi che leggiamo ora “Bella mia”. Ed è come una frustata che ci fa sobbalzare. Perché noi che non abitavamo all’Aquila, noi che non siamo stati sistemati in case provvisorie (quel temibile provvisorio italiano che può diventare definitivo), noi abbiamo la memoria corta, confessiamolo- quasi ci eravamo scordati dell’Aquila.
Che ci ritorna con prepotenza in mente con il romanzo della Di Pietrantonio che prende il titolo da una canzone- Aquila bella mé…te vojo revetè. Caterina, sua madre, Marco, sono i personaggi del libro. Una famiglia che era composta da sei persone e ne sono rimaste tre- il padre di Caterina, però, è morto da tempo, Olivia era tornata a vivere all’Aquila con Marco dopo la separazione dal marito, è rimasta sotto una trave la notte del terremoto. Ecco, sua madre lo ripete sempre- se il marito non l’avesse tradita, se lei non se ne fosse andata da Roma, Olivia sarebbe ancora viva. La storia che Caterina racconta è fatta di piccole cose, di una vita che va avanti perché la vita è fatta così, si lascia alle spalle chi non cammina più a fianco a noi. Ma Caterina non ha perso solo una sorella, Caterina ha perso la sua gemella, la metà migliore di lei, ha perso se stessa. Perché la morte ha preso Olivia e non lei? perché non si è attardata lei in casa, per prendere un paio di pantaloni per Marco? E’ il senso di colpa dei sopravvissuti che attanaglia Caterina che si ritrova all’improvviso, senza gestazione, madre di un adolescente brufoloso che si fa sorprendere nella Zona Rossa che è transennata, che si ubriaca in gita scolastica, che non studia. Come si convive con un dolore immenso, quando ci si ritrova senza una madre a 16 anni, senza una figlia nel fiore degli anni, senza la gemella che già nel grembo materno aveva occupato più spazio, che era nata per prima, che era più bella, più brillante, più tutto?

     La narrazione procede tra un presente difficile e i ricordi del passato, Caterina che dipinge ceramiche e tira fuori il nipote dalla Questura e flash di Olivia che prende le difese della sorella da bambine, Caterina che sente battere il cuore con un sentimento che pensava non avrebbe più provato e Olivia che aveva preparato zaino, coperta e torcia per fuggire, la notte del 6 aprile. Le macerie della città e il canto dell’assiolo, i soldati di pattuglia e un bambino in arrivo per Lorenza. Sono forti, gli abruzzesi. Non è gente che si lascia andare. Riavranno le loro case- Marco vuole che sia uguale a prima. Come tutti.
Con una prosa spoglia e di nuda poesia “Bella mia” ci parla del dolore di una manciata di personaggi per dirci dello strazio di molti, nel canto che sentiamo solo all’inizio, Aquila bella mé…te vojo revetè, c’è più che il desiderio, c’è la volontà di risorgere, di far rinascere L’Aquila, di rivederla come era prima.

Mi rammarico spesso che i nostri scrittori non siano capaci di farsi interpreti dei nostri tempi per noi, in quello che scrivono. Donatella Di Pietrantoni c’è riuscita. Ad obbligarci a ricordare quando la notizia ha perso attrattiva sulle pagine dei quotidiani. 

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net

la scrittrice Donatella Di Pietrantonio

                                     
                                    

Donatella Di Pietrantonio, "Mia madre è un fiume" ed. 2012

                                                                    il libro ritrovato



Donatella Di Pietrantonio, “Mia madre è un fiume”
Ed. Elliot, pagg. 177, Euro 16,00


      Le pecore si facevano beffe di me i primi tempi che le accompagnavo al pascolo da sola, non sapevo guidarle. Se sconfinavano mi avvicinavo in modo troppo diretto e le fetenti invece di retrocedere si addentravano nell’erba proibita. Quel giorno dovevo ricondurle all’ovile per una stradina che tagliava i campi di un vicino piuttosto irascibile. Si fermarono a brucare il trifoglio novello,le spingevo di qua e di là senza riuscire a riportarle sul sentiero. Disperata, ti ho visto poi da lontano, viene a salvarmi, ho creduto. Invece eri furiosa per il ritardo e mi hai colpita con uno schiaffo dietro la testa.
  
      Una madre. Una figlia. Un amore forte eppure difficile, aspro come il paesaggio della terra d’Abruzzo in cui vivono. Un affetto che sembra nascondersi dietro il pudore, proprio come la bellezza schiva di una regione troppo spesso dimenticata.
“Mia madre è un fiume”, opera prima di Donatella Di Pietrantonio, è la storia di questo rapporto, una storia che diventa anche storia di famiglia e che inizia quando è più che mai necessario ‘fissare’ questo amore, mettere delle pietre miliari, incollare i ricordi perché non vadano perduti. Perché Esperia- la madre- sta perdendo la memoria. Ha solo sessantadue anni, ma rivela i sintomi della più crudele delle malattie- quella che ti ruba il cervello, che ti fa dimenticare un attimo per l’altro quello che stai facendo, che ti fa smarrire il senso delle azioni quotidiane. Che può portarti perfino a non riconoscere più chi ti è accanto. Ecco perché lei, la figlia, ha incominciato a raccontarle quello che un tempo sua madre ha raccontato a lei, accumulando frammento su frammento di ricordi.     

Esperia era stata la prima dei figli di Fioravante e Serafina. La prima di sei sorelle. Figlia della prima licenza di Fioravante partito per la guerra. Poi- più o meno ogni licenza, un figlio. Anzi, una figlia. E a tutte Fioravante aveva dato nomi insoliti: dopo Esperia c’era Valchiria, e Diamante, Clarice, Clorinda…Erano ricchi solo di figli, Fioravante e Serafina, ma non erano neppure poveri, c’era sempre da mangiare per tutti. Magari le scarpe buone si calzavano solo quando si entrava a scuola, togliendosi quelle infangate dalla camminata per arrivarci. Erano contadini, avevano terra e pecore da portare al pascolo.
     Il racconto che la figlia fa alla madre non è lineare, la somma dei ricordi non è una semplice addizione. Ogni tanto la figlia rievoca episodi dell’infanzia materna- e poi della madre adolescente, del suo amore per il cugino che avrebbe sposato-, ogni tanto scava nei ricordi della sua infanzia, quando soffriva per l’incapacità della madre di mostrare il suo affetto per lei, per parlare dopo del tempo presente, del dolore di assistere impotenti al disfacimento di una persona, quando si cerca di recuperare il tempo perduto in un rapporto, prima che sia troppo tardi. E, ad un certo punto, quasi ad offrire una spiegazione tardiva al distacco che la figlia avvertiva da parte della madre nei suoi confronti, affiora anche il penosissimo ricordo delle molestie paterne su Esperia. Eppure Esperia nulla aveva detto alla figlia bambina, per non sciupare il suo attaccamento al nonno.

    Sullo sfondo di questa famiglia, l’Abruzzo. Non ci viene mai permesso di dimenticare che Esperia vive in Abruzzo. E a volte dobbiamo sostare un attimo e sforzarci per ricordare che Esperia è nata durante la seconda guerra mondiale, che quello che ci narra, di una vecchia casa senza elettricità e con il gabinetto all’aperto, dei chilometri da fare per arrivare a scuola, delle pecore da portare al pascolo, di una quotidianità fatta di dura fatica e di essenzialità- che tutto questo avveniva non molto tempo fa: l’Italia è più grande e diversificata da come pensavamo. Dalle pagine occhieggiano paesaggi molto belli e scabri, che sembrano trovare una corrispondenza adeguata nel sentimento che pervade tutta la narrazione, in bilico tra la poesia che ricopre di luce soffusa il passato, il rimpianto per qualcosa che si è perso, l’orgoglio per le mete raggiunte e la pena, la pena infinita, la pietas per la donna in cui la luce si sta spegnendo e che ha ancora fiato per dire alla figlia: “Meno male che sei venuta, ti ha parlato l’angelo all’orecchio”.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

 
Donatella Di Pietrantonio

   

domenica 16 marzo 2014

St. Patrick's Day- Irlanda- 17 marzo


Un giorno. Un paese


Non è un segreto che io ami l'Irlanda, per via degli studi che ho fatto, dei mesi di ricerche passati laggiù, per un certo 'feeling' che ho sempre provato per gli irlandesi. Non è un segreto neppure che io ami la letteratura irlandese. Un tempo ero solita vestirmi di verde il giorno di san Patrizio, 17 marzo. E naturalmente indossavo un ciondolo con un trifoglio verde, di marmo del Connemara. Conoscete qualche altro paese, oltre all'Isola di Smeraldo, che festeggi con tanta allegria, con tanto sfoggio di verde il giorno del santo protettore?
Per festeggiare 'librescamente' il St.Patrick's Day ho scelto due libri di due scrittori irlandesi, un romanzo di John Banville appena pubblicato con lo pseudonimo di Benjamin Black e uno di Sebastian Barry (pubblicato nel 2007), uno dei più bei libri di guerra- se non il più bello- che abbia mai letto.