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martedì 14 aprile 2026

Steffen Kopetzky, “Sacrificio di regina” ed. 2026

                                                Voci da mondi diversi. Germania

romanzo storico

biografia romanzata

spy story

Steffen Kopetzky, “Sacrificio di regina”

Ed. Settecolori, trad. Monica Pesetti, pagg. 456, Euro 26,00

    “Sacrificio di regina”- che cosa significa? Che cosa nasconde questa denominazione che appare in un fascicolo di vecchi incartamenti? Si allude forse a un qualche attentato ai danni della corona inglese? Oppure ad una mossa di scacchi?

   Ritornerà spesso, nel libro di Steffen Kopetzky, il motivo del gioco di scacchi, sia con significato metaforico sia in una vera e propria partita giocata da Larisa Rejsner (partita memorabile dopo la quale a Larisa era stato regalato il pezzo della regina bianca, intagliato a mano, lo stesso pezzo che era stato fatto scivolare nella sua bara, come un omaggio finale). Così come ritornerà- un leit motiv- la frase trovata nello stesso manoscritto, Quando i continenti si risvegliano, gli imperi insulari vengono distrutti. E il concetto è chiaro: Asia ed Europa contro l’Inghilterra. Nel carteggio che un operaio mette nelle mani di Larisa, a Kabul nel 1922, l’ufficiale tedesco Oskar von Niedermayer pianificava di colpire l’impero britannico in India, partendo dall’Afghanistan- era il proseguimento del Grande Gioco fra Oriente e Occidente di cui abbiamo letto nel libro di Peter Hopkirk.


    Larisa Rejsner, che ora si propone di rintracciare Niedermayer e di farlo incontrare con il generale Michail Tuchačevskij (il Napoleone rosso della rivoluzione bolscevica) per attuare un’alleanza tra Mosca e Berlino, è la protagonista del libro di Kopetzky, non biografia, non ‘fiction’, piuttosto  romanzo storico, spy story, romanzo di grandi ideali e grandi speranze di cambiare il corso del mondo. E’ una protagonista che è anche un’eroina con tutte le doti che attribuiamo a questa figura- molto bella, affascinante, coraggiosa, colta, intelligente, indomita, ambiziosa.

    Era una donna eccezionale. Figlia di un professore di diritto e di un’aristocratica russa, si diplomò con la medaglia d’oro. Fu scrittrice, fondò insieme al padre una rivista che pubblicava articoli contro la guerra, fece parte della V Armata Rossa, fu nominata commissaria di Stato Maggiore della flotta del Volga, sposò il comandante della flotta del Volga e, quando questi fu nominato ambasciatore a Kabul, lo seguì in Afghanistan.

    “Sacrificio di Regina” è frutto di accurate ricerche, ma la narrazione non segue affatto un andamento cronologico. È come un puzzle in cui le varie tessere ricostruiscono la figura di questa donna straordinaria. E in ogni tessera persone diverse contribuiscono a narrarci un pezzo della sua storia. Appaiono così, accanto a lei, letterati (da Blok alla Achmatova, a Mandelštam, a Pašternak che avrebbe dato il suo nome all’indimenticabile Lara del “Dottor Živago” e avrebbe scritto la poesia da essere letta al suo funerale), uomini politici come Trockij e Ho Chi Minh, membri della sua famiglia (il marito che avrebbe preso il nome di Raskolnikov, come il personaggio di Delitto e Castigo, il fratello, la cugina che le assomigliava in maniera tale da potersi fare passare per lei), il rivoluzionario Radek che era il suo nuovo amore.

Radek

Il collante di queste tessere che aggiungono, ognuna, qualcosa alla figura di lei pur nel disordine temporale, la tessera centrale verso cui tutte convergono, è il funerale di Larisa, morta il 9 febbraio 1926 per tifo. Che noi stiamo per leggere una sorta di elogio funebre di Larisa Rejsner lo sappiamo subito, fin dal secondo capitolo intitolato “I becchini- Mosca, cimitero di Vagan’kovo, febbraio 1926”. Larisa, quindi, si muoverà su queste pagine, riprendendo nelle sue mani quel Grande Gioco (così chiamato da Kipling) nella speranza di porre fine alla supremazia colonialista britannica, entrando e uscendo da una realtà temporale in cui agisce ed è viva e un’altra in cui è diventata memoria. Sei stata tempesta di grazia- dicono i versi a lei dedicati da Pasternak- fuoco che vive…Vaga, allora, eroina, nei recessi della leggenda.
Oskar von Niedermayer

    L’ultima tessera del puzzle viene posta dal figlio di Larisa, il bambino che era cresciuto con la cugina-sosia di Larisa. Si trova a Berlino, nel 1948. Ha combattuto nell’esercito americano, è entrato, in borghese, nel settore sovietico e ha appena visto una rappresentazione propagandistica in cui, tra i marinai su una nave da guerra, appariva sua madre- lei sullo schermo, lui nel pubblico. Scrive un commento su Stalin e termina con le parole, ‘Vincerà la libertà!’: la fiaccola è passata a lui.



 

 

 

 

giovedì 23 ottobre 2025

Bernhard Schlink, “Il tempo che resta” ed. 2025

                                          Voci da mondi diversi. Germania

 


Bernhard Schlink, “Il tempo che resta”

Ed. Neri Pozza, trad. Susanne Kolb, pagg. 192, Euro 19,00

    Martin ha 76 anni. È un giurista in pensione, ha una moglie giovane e un figlio di sei anni. Conosce da sempre il medico che, dopo un check-up di routine perché si sentiva stanco, gli dice che ha un tumore al pancreas. Se è fortunato, ha davanti al massimo sei mesi di vita. Se è fortunato, avrà un lungo periodo in cui forse si sentirà sempre più stanco prima che incomincino i dolori. E allora bisognerà decidere se farsi ricoverare in un hospice o cercare assistenza per gestire la situazione da casa.

      Tutti sappiamo di dover morire, ma è il pensiero di Ulla e di David che rende difficile a Martin accettare l’inevitabile. Soprattutto quello di David- come preparare un bambino alla morte del padre? Che cosa lasciargli di sé? Quali ricordi? E sì, forse è vanità, ma Martin vuole essere ricordato, non vuole che la sua vita scompaia nel nulla.


     Inizia così il conto alla rovescia, settimane e giorni in cui Martin si illude che ci sia stato un errore nella diagnosi, magari perfino uno scambio di esiti delle analisi, per ricredersi, poi, dopo episodi di forte malessere. E Martin osserva dettagli a cui non aveva fatto caso- David che non vuole più dargli la mano andando all’asilo, David che forse si vergogna di avere un padre che sembra un nonno, Ulla che, pur essendo sempre molto affettuosa e sollecita, ha più impegni del solito nella sua galleria d’arte, che gli rimprovera di non aver mai creduto nelle sue capacità artistiche.

La scelta delle ‘ultime’ cose da fare per l’ultima volta non è facile- ritornare in un ristorante, andare sulle montagne russe, restare in automobile durante l’autolavaggio, fare una camminata di due giorni nei boschi con David, e poi quel programma di accumulare il compost con David, tanto criticato da Ulla.


   È con grande sensibilità e con empatia che Bernhard Schlink affronta il tema della morte, della difficoltà dei rapporti di coppia quando c’è una forte differenza di età, della felicità venata di malinconia di avere un figlio che- si sa, è la legge della vita- resterà senza padre. E il suo protagonista, che per tanti versi ci fa pensare allo scrittore stesso con cui condivide ricordi del passato che già sono affiorati in altri romanzi, è un uomo generoso che riesce a sconfiggere la gelosia,  che si adopera per risolvere un doloroso segreto che ha afflitto la moglie da sempre e che deve aver influenzato i suoi rapporti con gli uomini.

     Il libro- e la vita di Martin Brehms- finiscono in un’atmosfera di dolce tristezza, il dolore non viene edulcorato, viene affrontato con il coraggio di chi sa di aver vissuto pienamente e che si prepara a quello che non si può evitare.



lunedì 24 febbraio 2025

Fatma Aydemir, “Tutti i nostri segreti” ed. 2025

                                          Voci da mondi diversi. Germania

   Storia di famiglia

Fatma Aydemir, “Tutti i nostri segreti”

Ed. Fazi, trad. T. Ciuffoletti, pagg. 300, Euro 17,57

 

     Padre, madre, quattro figli. Hüseyn, Emine, Sevda, Hakan, Peri e Ümit. Sono turchi, emigrati in Germania. Il primo ad arrivare era stato il padre, Hüseyn. Più tardi era andato a prendere la moglie e gli altri figli, lasciando però la primogenita Sevda in Turchia con i nonni. Sevda aveva già dodici anni quando aveva finalmente raggiunto la famiglia.

Dopo tutta una vita di duro lavoro, prima in una fonderia e poi in uno scatolificio, Hüseyn era andato in pensione realizzando il sogno di una vita- ritornare in Turchia, comprare un appartamento a Istanbul, la sua prima tappa nel viaggio di tanti anni prima, dal paesino in montagna verso la Germania. La città lo aveva incantato ed ora si aggirava nella casa che aveva preparato con cura, pensando allo stupore della moglie e dei figli, quando lo aveva colto un dolore improvviso, fulminante. Un infarto.


    Dopo questa prima parte in cui Hüseyn è l’unico protagonista, seguono altre cinque parti o lunghi capitoli in cui sono prima i figli, uno per volta, ad essere i personaggi principali, il punto di vista dell’intera storia di questa famiglia, e infine la madre. Se Hüseyn non aveva dubbi sulla sua appartenenza, era turco e si sentiva tale- davvero turco, poi? Ma che lingua era quella in cui a volte i figli lo sentivano parlare con la loro madre?- per i suoi figli era diverso. Tutti loro vivono in bilico tra il paese da cui provengono e quello in cui vivono, tra le usanze che si perpetuano nella loro casa e la nuova realtà che li circonda, tra una lingua in cui fanno fatica ad esprimersi e il tedesco che hanno studiato e che è anche la lingua dei loro amici.

Quanto ad Emine- è lei quella che ha sofferto di più nell’essere trapiantata in un paese straniero. Perché lei vive in casa, non imparerà mai il tedesco al di là di qualche espressione per la sopravvivenza, il paese straniero le sarà sempre estraneo, anche il marito finirà per essere un estraneo per lei. Ma il capitolo di Emine è l’ultimo che leggiamo, è quello che scioglie tutti i nodi, che rivela un segreto con cui ha convissuto fin dai primi anni del suo matrimonio, che dà stura a un dolore così grande che non le ha permesso di godere appieno dell’amore dei suoi figli e che adesso la lascia con un altro dolore- quello di capire che è troppo tardi per rimediare.


    È giusto che il primo a salire alla ribalta, dopo Hüseyn, sia il quindicenne Ümit. È il più giovane, è nel pieno dei turbamenti dell’adolescenza e si sente attratto verso i ragazzi- che cosa ci potrebbe essere di più sconvolgente per una famiglia turca tradizionale? Neppure la rottura del matrimonio di Sevda (quanto ha sofferto nel sentirsi incompresa quando la madre l’ha rimandata dal marito), neppure il ruolo di donna indipendente che Sevda assume, gestendo una pizzeria, neppure la vita trasgressiva di Peri che frequenta l’università a Francoforte, neppure i giorni sfaccendati del primogenito Hakan, quello che dovrebbe ereditare la responsabilità della famiglia.

Quando, nel capitolo conclusivo, affiora un altro nome, noi ricordiamo che è quello che Hüseyn ha pronunciato prima di morire, che è lo stesso menzionato da Peri nel suo racconto- e tutte le fila si riallacciano.

    La narrativa del romanzo di Fatma Aydemir è vivace, ironica, a tratti drammatica con quell’accenno ai curdi, e, per accentuare la diversità dei punti di vista, alterna il racconto in terza persona a quello in seconda persona per consegnarci una storia di emigrazione, di spaesamento, di nostalgia, di identità incerta, di un vecchio mondo che stenta a lasciare il passo ad un mondo nuovo.



   

 

 

venerdì 6 dicembre 2024

Jenny Erpenbeck, “Kairos” ed. 2024

                                             Voci da mondi diversi. Germania

         love story

Jenny Erpenbeck, “Kairos”

Ed. Sellerio, trad. Ada Vigliani, pagg. 391, Euro 18,00

   Dicono che Kairos, il dio dell’attimo fortunato, ha un ricciolo che gli ricade sulla fronte, e da quello soltanto lo si può trattenere. Ma il dio Kairos passa in un attimo accanto a noi e la parte posteriore della sua testa è calva e non offre nessun appiglio. Aveva davvero colto l’attimo fortunato, Katharina, quando aveva incontrato Hans?

    Berlino Est 1986. Lei, Katharina, ha diciannove anni. Lui, Hans, ne ha trentaquattro, sì, trentaquattro, più di lei. Significa che ne ha cinquantatre. Dieci anni più di suo padre. Ma l’amore è cieco, si dice.

Era l’11 luglio. È la data che festeggeranno ogni mese, il giorno di cui ricorderanno ogni minimo dettaglio del loro incontro- l’autobus che lei aveva preso per un soffio, gli sguardi che si erano incrociati, la pioggia, il caffè, la serata insieme. Lui è sposato (la moglie sopporta i suoi tradimenti, Katharina non sa ancora che lui è un amante seriale), ha un figlio. Lei studia composizione tipografica, lui scrive romanzi. Lui era cresciuto negli anni del nazismo (ricorda quando suo padre, negli ultimi giorni della guerra, aveva gettato la sua divisa della Hitler Jugend al di là del muro del giardino), lei conosceva soltanto il socialismo della DDR.


   La storia d’amore di Katharina e Hans ci viene raccontata in un continuo di punto e contrappunto, il punto di vista di lei e quello di lui, come ognuno dei due vive l’esaltazione dell’innamoramento, quando anche solo pochi minuti lontano dalla persona amata sembrano un’eternità, quando si ama tutto dell’altro, quando si dicono parole e si fanno piccole cose, come attaccare una rosa alla porta dell’amata, che mostrano l’esaltazione del sentimento, quando si è ciechi (avevamo detto, no?,che l’amore è cieco) e non si vogliono vedere i segnali di pericolo. Così Katharina non vuole vedere come l’uomo che ama si riveli a poco a poco in un sadico, egoista, possessivo, geloso, manipolatore. Il tempo passa, quando lui scopre che Katharina- è così giovane, dopotutto- è andata a letto con un collega di lavoro, il suo modo di punirla ricorda da vicino le punizioni esemplari dei regimi totalitari, esigendo confessioni forzate e reiterate, umiliandola, costringendola ad autopunirsi.

    Il romanzo inizia quando l’amore è finito da un pezzo e Katharina riceve la notizia della morte di Hans e uno scatolone pieno di carte- scontrini, biglietti e anche pagine che saranno una totale sorpresa per lei e per noi, che le riveleranno un’altra faccia di Hans.


    Insieme all’amore anche la DDR è finita da un pezzo, il muro di Berlino è stato smantellato, i tedeschi dell’Est si sono gettati famelici sui beni di consumo che avevano desiderato (anche Katharina era tornata da una visita alla nonna a Colonia, quando questa era ancora nella Repubblica Federale, con la valigia strapiena di cose introvabili all’Est), era sopraggiunta anche la delusione del rincaro dei prezzi, della difficoltà di trovare lavoro in questa nuova Germania unita. E poi era stato possibile accedere agli archivi della Stasi.


    La leggerezza della prima parte del romanzo, quella che è un canto d’amore, finisce per stancarci, perché diventa ripetitiva e noiosa, perfino banale. Lui mostra di essere un uomo orribile e solo motivazioni psicologiche neppure tanto difficili da comprendere possono giustificare l’innamoramento di Katharina. Così come è facile capire l’inebriamento della conquista da parte di un uomo più anziano. La seconda parte, quella in cui la fine dell’amore coincide con la fine della DDR, è molto più interessante e avrebbe meritato uno spazio maggiore nella narrativa.

   “Kairos” ha vinto l’International Booker Prize 2024.



 

venerdì 29 marzo 2024

Rudolf Hoess, “Comandante ad Auschwitz” ed. 2014

                                                   Voci da mondi diversi. Germania

      autobiografia

Rudolf Hoess, “Comandante ad Auschwitz”  

Ed. Einaudi, trad. Panzieri Saija, pagg. 268, Euro 13,00

 

    “Comandante ad Auschwitz” è l’autobiografia scritta, durante la prigionia, da Rudolf Hoess, militare e criminale di guerra tedesco, membro delle SS e primo comandante del campo di concentramento di Auschwitz.

    Hoess racconta tutta la sua vita, dall’infanzia e l’adolescenza, da quando si arruolò a soli 14 anni, mentendo sulla sua età, a quando fu nominato comandante di quello che sarebbe diventato il più grande ed efficiente campo di sterminio, fino a quando venne arrestato nel 1946 dalle forze britanniche. Il 2 aprile 1947 fu condannato a morte per impiccagione dalla Corte Suprema di Varsavia e la sentenza fu eseguita il 16 aprile davanti all’ingresso del crematorio di quel campo della cui efficienza si era vantato.


    Leggere questa autobiografia è, per molti versi, sconvolgente. E agghiacciante. Sconvolgente perché è la vita di una persona come tante che si trova a vivere in un’epoca dilaniata da due guerre in cui la decisione di quale strada prendere significa tutto, significa la scelta tra il Male e il Bene, anche se può implicare Vita o Morte. Sconvolgente perché- come ci si potrebbe aspettare che un uomo, cresciuto in una famiglia strettamente cattolica, disobbedisse alla legge divina rendendosi colpevole di crimini mostruosi, contrari a qualunque etica umana? Agghiacciante per la freddezza con cui parla della sua ‘carriera’, descrivendo le soluzioni da lui proposte per un ottimale funzionamento del campo di cui era stato nominato comandante, inclusa l’iniziativa di usare lo Zyklon B per gassare quanti più prigionieri possibile. Agghiacciante per il modo in cui, a mo’ di attenuante, ricordi la sua stessa esperienza del carcere (aveva scontato sei dei dieci anni a cui era stato condannato nel 1923 per aver ucciso un maestro elementare accusato di essere una spia bolscevica) che- a dir suo- lo renderebbe comprensivo delle necessità dei prigionieri. Agghiacciante anche la spiegazione fornita per la scritta Arbeit Macht Frei che sormonta il cancello di quell’Inferno che era Auschwitz, “la vita dietro le sbarre o dietro il filo spinato, alla lunga senza il lavoro diventa intollerabile, anzi, la peggiore delle punizioni”- se questo non è cinismo, che cosa è?


    E poi, sconvolgente e agghiacciante, è la sua giustificazione, uguale a quella di molti altri. Aveva obbedito agli ordini. Nessuna SS avrebbe mai disobbedito. Quello che Hitler ordinava era giusto. Lui, Hoess, non aveva ucciso nessuno personalmente. Lui, Hoess, non sopportava i bagni di sangue. E infatti l’uso del gas aveva avuto su di lui un effetto calmante.

   La lettura dell’autobiografia di Hoess, lo scorcio che abbiamo sulla sua doppia vita (la moglie e i bambini vivevano in una villetta fuori del campo e avevano tutto quello che potevano desiderare- la moglie non si faceva mai domande? La figlia Brigitte dirà di lui, in seguito, che per lei era l’uomo più buono del mondo) hanno su di noi un impatto fortissimo, più ancora del film “Zona di interesse”, ispirato al libro di Martin Amis dallo stesso titolo del film, e sugli schermi in questi giorni.





 

giovedì 28 marzo 2024

Robert Krause, “A una fermata dal destino” ed. 2024

                                                Voci da mondi diversi. Germania

    guerra fredda

Robert Krause, “A una fermata dal destino”

Ed. Nord, trad. Roberta Zuppet, pagg. 312, Euro 18,00

 

    13 agosto 1961. Nella memoria collettiva prevale un’altra data, 9 novembre 1989. La prima è quella in cui fu eretto il muro di Berlino, chiudendo il confine tra le due Germanie. La seconda è quella in cui fu smantellato, iniziando il processo di riunificazione.

Il titolo originale del libro di Robert Krause è “3 ½ Stunden”, Tre ore e mezzo- il tempo che impiega il treno D151 per coprire la distanza tra Monaco di Baviera e Berlino, il tempo che avranno i passeggeri di prendere una decisione che segnerà la loro vita futura: partire o restare? Proseguire il viaggio o scendere all’ultima stazione dell’Ovest?

    Abbiamo letto altri romanzi che si svolgono su un treno o su una nave, microcosmi in cui si muovono i personaggi più diversi. “A una fermata dal destino”, tuttavia, è doppiamente originale- per il giorno in cui è ambientato, con i suoi risvolti politici, e perché i personaggi sono accomunati dalla scelta che devono fare, ognuno di loro motivato o tentato da qualcosa che lo rende unico.


Una famiglia con due bambini- lui, ingegnere, ha avuto un’ottima offerta di lavoro a Monaco; lei crede fermamente nell’utopia socialista e mai accetterebbe il consumismo dell’Ovest.

Una coppia anziana che viaggia con l’urna delle ceneri del fratello di lei. Se restassero, potrebbero raggiungere il figlio a Garmisch.

Una coppia che si sposerà il giorno dopo. Un bambino di colore è seduto accanto a loro- è il figlio di lei, il ‘frutto della colpa’. Questo matrimonio la farebbe accettare di nuovo dalla sua famiglia.

Una band di tre suonatori e una cantante. All’Est sono famosi, all’Ovest non sono nessuno. All’Est l’amore di due di loro è reato, all’Ovest l’omosessualità è permessa.

Un’allenatrice insieme ad una ginnasta che dimostra meno degli anni che certamente ha.

Un ispettore di polizia, infine. Cerca le prove per far arrestare un medico- tre persone sono morte dopo averlo incontrato.

     Saliamo sul treno con i personaggi che impariamo a poco a poco a conoscere nelle sezioni in cui l’uno o l’altro o quell’altra primeggiano, con le loro riflessioni, i dubbi, i ricordi. È proprio mentre sono in viaggio che, attraverso una radio, vengono a sapere che, dopo che la DDR ha perso più di due milioni di cittadini che sono passati all’Ovest, è stata presa la decisione di costruire il Muro. Per i passeggeri sarebbe stato meglio non dover scegliere, perché sono consapevoli che la decisione che prenderanno sarà definitiva- una famiglia potrebbe spaccarsi in due, potrebbe non essere più possibile rivedere genitori o figli rimasti da una o dall’altra parte, potrebbe tornare alla luce il ruolo ricoperto durante la guerra, si potrebbero incontrare difficoltà economiche. Chi di loro crede veramente negli ideali di uguaglianza, in quella vita uguale per tutti propugnata all’Est? E tutta quella libertà che si dice ci sia all’Ovest, è veramente tale?


    Piccoli e grandi drammi si svolgono sul treno diretto a Berlino e a questi si aggiunge un pizzico di mystery da indagine poliziesca- che cosa contengono le fiale ritrovate dall’ispettore di polizia in una carrozzina che non contiene nessun neonato?

    In un giorno che ha segnato il corso della Storia, il destino di un gruppo di persone è nelle loro proprie mani. A loro è ancora dato scegliere, in futuro lo stesso scrittore, regista e sceneggiatore, nato a Dresda nel 1970 dovrà fuggire nella Germania Ovest (come tanti altri della cui fuga rocambolesca e audace troviamo testimonianza nel piccolo museo del Checkpoint Charlie) per andare a studiare cinema a Monaco di Baviera.

Un romanzo che appassiona, che piace per il mix di Storia, politica e piccole storie personali.



sabato 25 novembre 2023

Ralf Rothmann, “Quella notte sotto la neve” ed. 2023

                                                 Voci da mondi diversi. Germania

     seconda guerra mondiale

Ralf Rothmann, “Quella notte sotto la neve”

Ed. Neri Pozza, trad. Enrico Arosio, pagg. 282, Euro 19,00

 

   Inizia nell’ultimo inverno di guerra, il nuovo romanzo di Ralf Rothmann che conclude la trilogia iniziata con “Morire a primavera”, seguito da “Il dio di un’estate”. Conosciamo già alcuni dei personaggi che appaiono più avanti nel libro, quando il tempo si sposta di alcuni anni, le cicatrici della guerra sono presenti e visibili, nelle persone, nel paesaggio, ovunque. Oppure sono nascoste nei cuori, soffocate da ricordi che non si vogliono riportare alla luce.

   Nel 1945, mentre l’armata rossa avanza inesorabile, Elizabeth fugge come tanti altri tedeschi da Danzica. Prima su un motocarro, poi a piedi. Avanza a fatica. Ha sedici anni, non riuscirà ad evitare la sorte delle donne in tutte le guerre, quasi siano un lecito bottino per i soldati nemici. E però c’è ancora una speranza di bene, un incontro fortuito con un nemico che si rivela amico, un medico russo della Croce Rossa che la cura, le versa vodka sulle ferite per disinfettarle, la ricuce, le dà l’unico farmaco che ha, dell’ aspirina.


   Questa è la storia del passato di Elizabeth, narrata in capitoli brevi come singhiozzi che si alternano con quelli più lunghi di un tempo posteriore. In questi la voce narrante è quella di Luisa, la stessa di “Il dio di un’estate”, che incontra Elisabeth quando questa lavora come cameriera nel bar di sua madre.

Elisabeth è amata da tutti i clienti del bar, fa sentire speciale ognuno di loro, si ricorda dei loro gusti e delle precedenti ordinazioni, flirta con ognuno. È carina, se non bella. Luisa, che ha la stanza vicino alla sua, sente dei rumori di notte. Un paio di orecchini di perle che Elisabeth sfoggia saranno, anni dopo, rivelatori e causa di un rovescio nelle fortune di Elisabeth e del marito Walter. Riconosciamo Walter- era lui il ragazzo partito per la guerra e protagonista del dramma di “Morire a primavera”. I ricordi lo perseguitano, eppure tira avanti, la sua felicità è nell’occuparsi delle bestie, eppure sarà costretto a cercare un altro lavoro dopo che l’accusa di furto peserà su Elisabeth.


Avranno due figli, Elisabeth e Walter, ma Elisabeth è incapace di amarli, incapace di essere una buona madre. Luisa vede, Luisa racconta, Luisa cerca di capire, Luisa cerca di stare vicino ad Elisabeth. E al mite  Walter.

    Il dolore dello scrittore si avverte in tutto il romanzo, nel mettere insieme quanto è accaduto ad Elisabeth in quegli ultimi mesi di guerra, nello sforzo di comprenderla dopo, negli anni della ‘ricostruzione’ della Germania, quando il peso della colpa grava su tutti. E Walter ed Elisabeth sono tutti i tedeschi, ognuno con il suo bagaglio di violenza e di sofferenza, ognuno vittima e carnefice.

    Che cosa passa in eredità alla prima generazione del dopoguerra? Come hanno vissuto i figli di Walter ed Elisabeth? Non bene. Ci sono voluti anni e anni allo scrittore per riconciliarsi con la storia di sua madre, per poterne scrivere e mettere un punto al passato. Per girare pagina.

   Un altro libro molto bello che chiude il capitolo di Storia più doloroso della prima metà del secolo scorso.



   

  

mercoledì 1 marzo 2023

Uwe Timm, “Come mio fratello” ed. 20023

                                           Voci da mondi diversi. Germania

                                    seconda guerra mondiale

     La casa editrice Sellerio ha ristampato questo libro molto bello, già pubblicato una ventina di anni fa da Mondadori. Vale la pena di leggerlo e di rileggerlo. Pubblico qui la mia recensione del 2005, uscita a suo tempo sul sito www.stradanove.net

 

 


Uwe Timm, “Come mio fratello”

Ed. Sellerio, trad. M.Carbonaro, pagg 224, Euro 14,00

 

     Sembra quasi che ci sia un’urgenza di parlare, di ricordare, di mettere insieme i frammenti del passato prima che sia troppo tardi, perché, se è un passato di sessanta anni fa, sono scomparsi quasi tutti i suoi protagonisti e non manca molto tempo prima che scompaia anche chi è diventato erede delle loro storie. E’ per questo, forse, che c’è una fioritura di nuovi libri sulla seconda guerra mondiale, soprattutto illuminanti un’altra Germania, vedi “Dresda” di Edward Taylor (Mondadori) che ricostruisce i giorni del bombardamento che rase al suolo la “Firenze sull’Elba”, o “Il cospiratore” di Wibke Bruhns (Longanesi), che narra la storia di suo padre, condannato a morte per aver preso parte all’attentato contro Hitler del 20 luglio 1944.

     In “Come mio fratello” è la breve vita di suo fratello che Uwe Timm  esamina, rileggendo le sue lettere e il suo diario di guerra. Poche lettere al padre e alla madre, il diario brevissimo di un soldato bambino, dal 14 febbraio al 6 agosto 1943. Il 19 settembre Karl Heinz era stato ferito, gli avevano amputato entrambe le gambe, era morto un mese dopo. Aveva solo diciotto anni, Karl Heinz, quando si era arruolato nelle Waffen SS e Uwe era un bambino di tre anni. Come Wibke Bruhns ne “Il cospiratore”, anche Uwe Timm vuole cercare di capire perché sia successo quello che è successo, in Germania e nella sua famiglia.


E il procedimento è lo stesso: bisogna riandare alla prima guerra mondiale, per immedesimarsi nell’atmosfera degli anni ‘30, quando Hitler era salito al potere trascinando le folle dietro di sé. L’attenzione dello scrittore si sposta di continuo dal passato del padre e della madre a quello del fratello e della sorella (la primogenita, profondamente segnata dal disinteresse del padre nei suoi confronti, in quanto figlia femmina), e ritorna con insistenza alle pagine del diario, con un quesito assillante: a quali operazioni aveva preso parte Karl Heinz in Russia? Che cosa aveva visto e come lo aveva vissuto? Possibile che in quelle frasi smozzicate non ci fosse nessuna riflessione sulle imprese delle SS? Era una deformazione bellica vedere nel soldato russo solo “un boccone” per la sua mitragliatrice? Che diverso destino avrebbe avuto se si fosse arruolato nella Wehrmacht?

E poi, in un salto in avanti nel tempo, Uwe Timm ricorda gli anni dell’immediato dopoguerra, quando tutta la Germania era un cumulo di macerie, i discorsi degli adulti, il coro dei “non sapevamo niente”, l’antiamericanismo del padre. E di nuovo il diario: ci sono frasi che Uwe sa a memoria, come quella che suo fratello ha scritto nell’ultima pagina, “Qui chiudo il mio diario perché trovo assurdo fare un resoconto delle cose orribili che a volte succedono.”  E’ come se Uwe Timm volesse con tutte le sue forze credere in una reazione etica da parte del fratello- e ad un tratto si rende conto che il solo fatto di tenere un diario era stato un segnale di ribellione, perché severamente proibito. E anche l’ufficiale che aveva rimandato a casa gli effetti personali di Kark Heinz aveva infranto le regole, perché doveva ben saperlo. Piccoli indizi per “salvare” una parte della Germania.

     Un libro sofferto che scava nel senso di colpa di tutto un popolo.



domenica 27 novembre 2022

Bernhard Schlink, “La nipote” ed. 2022

                                                 Voci da mondi diversi. Germania


Bernhard Schlink, “La nipote”

Ed. Neri Pozza, trad.Susanne Kolb, pagg. 323, Euro 19,00

 

  Passato e presente. Illusioni e disillusioni. Un matrimonio (felice? no, non sempre) che finisce con la morte di lei. Una sorta di diario che potrebbe diventare un romanzo che lui legge nel computer della moglie. Segreti e colpe. Un uomo anziano che ‘adotta’ la ragazzina che sarebbe dovuta essere la nipote della moglie, se le cose fossero andate diversamente. E ancora quel passato che non passa mai, la Storia della Germania così tormentata, così difficile, con le svastiche che riappaiono, perfino sotto forma di orecchini in apparenza deliziosi. È questa storia che Bernhard Schlink racconta nel suo ultimo romanzo con una narrativa in terza persona, quando il punto di vista è quello di Kaspar- un punto di vista talmente personale da darci l’impressione che sia lui l’io narrante-, e un lungo inserto in prima persona con la voce di Birgit nel diario ritrovato nel computer. E Kaspar si rende conto di non aver mai veramente conosciuto la moglie. Di essere stato lui quello che amava di più, tra loro due- quello lo aveva sempre saputo.

    Si erano conosciuti nel maggio 1964 a Berlino Est, al convegno promosso dall’organizzazione giovanile del partito al comando di quella che allora era la DDR. Kaspar (la sua data di nascita ha uno scarto di un paio di giorni da quella dello stesso Bernhard Schlink) non ha ancora vent’anni, Birgit è più o meno sua coetanea. L’atmosfera è esaltante, la voglia di conoscersi e di conoscere l’altra metà della Germania è grande, è il tempo del vino e delle rose, Kaspar e Birgit si innamorano. Kaspar è pronto a tutto per assicurarsi un futuro con Birgit.


Organizzerà la sua fuga dalla DDR, rinuncerà a frequentare l’università perché adesso ha bisogno di lavorare, aprirà una libreria. E avrà una pazienza infinita con la moglie inquieta che aveva iniziato e abbandonato strade diverse, che aveva perfino passato un periodo in India, che aveva iniziato a bere, sempre di più. Ne era morta. Ed ora quel diario: come aveva potuto Kaspar non accorgersi, nell’estate dell’incanto, che lei era incinta? Apprenderà dal diario della relazione che Birgit aveva avuto con un funzionario del Partito, della sua decisione di abbandonare la bambina che era nata. Perché di certo non sarebbe riuscita a fuggire con una neonata, di certo Kaspar non l’avrebbe accettata con una figlia non sua.

    Kaspar intraprende la ricerca che Birgit avrebbe voluto fare e non aveva mai fatto e trova sua figlia, ormai sposata e con a sua volta una figlia.


    C’è qualcosa del ragazzo protagonista del libro che ha reso Bernhard Schlink famoso, “Il lettore”, in Kaspar. Qualcosa dell’integrità morale della famiglia in cui entrambi i personaggi sono cresciuti, qualcosa dell’amore che accetta tutto nel sentimento che provano per donne che- entrambe- nascondono un segreto, qualcosa della disillusione, quando scoprono quello che non avevano immaginato, qualcosa, infine, della positività costruttiva con cui affrontano la realtà- Michael Berg che invia a Hanna in prigione le registrazione dei libri che lui legge per lei e il compito educativo che Kaspar prende su di sé.

    È come se, a distanza di tanti anni, dopo tutto quello che è successo, la caduta del muro e lo smantellamento dell’Unione Sovietica, Kaspar si trovasse di nuovo a cercare di capire un’altra Germania, che è rimasta sempre ‘nell’Est’.


E questa è forse una Germania ancorata ad un passato ancora peggiore, perché l’insediamento dei Volkischen in cui vive la figlia di Birgit con il marito e la loro figlia, ha rispolverato l’ideologia nazista. È solo per amore di Birgit che Kaspar si inventa un testamento con un generoso lascito in modo da ottenere che la quattordicenne Sigrun passi del tempo con lui a Berlino? o entrano in gioco altri intenti, come fare la sua piccola parte nello strappare un’adolescente a quell’ideologia invasata aprendole gli occhi e la mente, facendole conoscere la bellezza della musica e dei libri, accompagnandola in brevi viaggi? O per creare un nuovo spazio di affetti per se stesso che avrebbe desiderato dei figli?

    È una figura molto bella, quella di Kaspar. Per la sua generosità, per la sua capacità di amare, per la sensibilità con cui cerca di indovinare quello che può piacere ad una ragazzina. E nel suo tentativo di riannodare i fili del passato noi vediamo altro, vediamo lo sforzo di ricucire insieme due Germanie.

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