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venerdì 9 agosto 2024

Donatella Di Pietrantonio, “L’età fragile” ed. 2024

                                                                     Casa Nostra. Qui Italia

               premio Strega 2024

Donatella Di Pietrantonio, “L’età fragile”

Ed. Einaudi, pagg. 192, Euro 18,00

 

     È l’anno terribile in cui il mondo si è fermato per la pandemia. Amanda ha preso uno degli ultimi treni in partenza da Milano per tornare a casa, nel paesino degli Abruzzi vicino a Pescara. Non è più la ragazza che è partita baldanzosa, il futuro che le illuminava gli occhi. Si chiude nella sua stanza, non mangia, non parla. Lucia (la madre, voce narrante del romanzo) non sa come comportarsi- dove ha sbagliato? Non ha capito quanto lo scippo subito l’avesse segnata? Sarebbe dovuta partire subito per Milano, per esserle vicino? Sì, certamente sì, senza accontentarsi della telefonata.

    Per una delle coincidenze della vita, quello che è accaduto ad Amanda si allaccia a un episodio gravissimo che ha spaccato in due la giovinezza della stessa Lucia, perché si torna a parlare del Dente del Lupo, un terreno che appartiene a suo padre e che ora lui vuole diventi suo con una donazione. In realtà vuole togliersi dall’imbarazzo di dover decidere se accettare un’offerta di acquisto del terreno, la qual cosa coinvolgerebbe anche gli interessi dell’amico Osvaldo.


    Il Dente del Lupo. Osvaldo. Il campeggio, un’idea della moglie di Osvaldo, che doveva attirare i turisti e che adesso era abbandonato e in rovina. Le tre ragazze scomparse, trent’anni prima. Una era la figlia di Osvaldo, le altre due erano venute in vacanza, erano sorelle, il giorno della scomparsa avevano già lo zaino pronto per ripartire. Adesso la figlia di Osvaldo vive in Canada e torna raramente a casa, le due sorelle non partiranno mai più per nessuna destinazione. Erano state trovate morte. Lucia aveva partecipato alle battute di ricerca, con l’ansia e la paura che le attanagliavano il cuore. Poteva esserci anche lei, tra le vittime. La sua amica, la figlia di Osvaldo, le aveva chiesto di unirsi a loro in quella breve gita, lei aveva preferito raggiungere le amiche al mare ed ora si sentiva in colpa per non averla invitata- si vergognava del suo annaspare nell’acqua.

    Donatella Di Pietrantonio ha preso spunto da un evento di cronaca nera di cui si possono leggere i dettagli su internet- il delitto del Morrone avvenuto il 20 agosto 1997 in un bosco nei pressi di passo san Leonardo sul monte Morrone. Fu un delitto particolarmente efferato che colpì l’opinione pubblica, che non poteva non avere un effetto traumatico sulle ragazze della zona che rivivevano dentro di sé la sorpresa, la ferocia, la paura, la fuga, quasi fossero esse stesse le fragili vittime nell’età fragile in cui si ha ancora fiducia nel prossimo, in cui neppure si immagina che qualcuno possa farci male.


E allora il Dente del Lupo che attira l’attenzione di Amanda, che la spinge ad unirsi ai pastori e ai contadini che protestano contro la vendita del terreno per delle costruzioni che snatureranno quel luogo silvestre, diventa un doppio simbolo, il simbolo di una doppia lotta con quel nome che convoca un’idea di minaccia. Lotta contro il pericolo sempre in agguato per le donne e lotta in difesa della natura, perché non venga violentata, perché la sua innocente bellezza venga preservata.

    Da un fatto di cronaca, dimenticato da tutti tranne che da chi ne è stato ferito, Donatella Di Pietrantonio trae un romanzo di realtà e sentimenti, di fatti crudi in una natura aspra e di legami famigliari complessi, con un padre severo, una figlia silenziosa, un ex marito i cui abiti sono ancora in casa di Lucia, un’amica che si è allontanata dopo il trauma subito anni prima. E, anche se manca di originalità, il romanzo piace per il linguaggio piano e pulito, per la semplicità che ben si addice al paesaggio scabro in cui è ambientato.   



domenica 9 agosto 2020

Sandro Veronesi, “Il colibrì” ed. 2019


                                                                 Casa Nostra. Qui Italia
                                                                      premio Strega

Sandro Veronesi, “Il colibrì”
Ed. La Nave di Teseo, pagg. 368, Euro 20,00 
  
      Sua madre gli aveva dato il soprannome affettuoso di “colibrì”, quando Marco era palesemente più basso di statura dei suoi coetanei. Perché il colibrì è l’uccello più piccolo che esista, può essere lungo anche solo sei centimetri. Eppure i Maya lo veneravano come rappresentazione in terra del dio sole, era la reincarnazione dei guerrieri valorosi caduti in battaglia. Sua madre non poteva sapere quanto questo soprannome lo avrebbe identificato con l’immagine dell’uccellino dal piumaggio stupendamente colorato, quanto questo avrebbe corrisposto alla personalità di Marco. Che nel frattempo era cresciuto, dopo la cura ormonale fortemente voluta dal padre e osteggiata dalla madre. Aveva raggiunto e superato di un centimetro la media dell’altezza dei ragazzi italiani. Marco Carrera sarà un guerriero per tutta la vita, sarà un guerriero per cui neppure la sua propria morte sarà una sconfitta, sarà un Giobbe che, senza attribuirli a Dio, riuscirà a fronteggiare i colpi del destino. Barcollerà ma resterà saldo, come il colibrì che riesce a mantenersi fermo in volo grazie alla frequenza del battito delle ali.

     Il romanzo è la storia della vita di Marco Carrera, una vita comune fatta di felicità e infelicità come quella di tutti, di perdite e di conquiste, di tante morti drammatiche, questo sì, più di quante sia giusto aspettarsene. E’ lui, Marco Carrera, a rendere “unica” questa sua vita comune. E’ la sua maniera eroica da eroe del quotidiano di affrontare difficoltà e tragedie, a rendere lui straordinario e la sua esistenza diversa.
    In medias res- Sandro Veronesi inizia il suo romanzo dalla metà, con la visita di quello che sembra un ometto qualunque e invece è lo psicanalista che ha in cura la moglie di Marco, un personaggio singolare, l’opposto di Mefistofele che, però, come Mefistofele, ha la capacità di apparire a fianco di Marco nei momenti in cui questo ha bisogno del suo aiuto. L’apparire dell’ometto annuncia la fine del matrimonio di Marco. Sembrava un matrimonio felice, quello di Marco e Marina, ma era destinato a finire male fin dall’inizio, basato com’era su un castello di menzogne.
   L’ordine temporale non è lineare nella narrazione e non c’è un solo stile narrativo- sono questi due motivi del fascino del romanzo.
Ci sono lettere scambiare tra Marco e Luisa, il suo amore di sempre, amore corrisposto, non consumato, consumato, a distanza, con brevi vacanze insieme. Sono lettere vere e proprie scritte su carta, con un indirizzo di fermoposta, come si usava una volta. Ci sono lettere di posta elettronica, quelle che Marco invia al fratello che si è trasferito in America, estraniato dall’amore per la stessa donna, segnato- anche lui- dalla tragica morte per suicidio della sorella Irene. Elenchi e valutazioni dei pezzi di arredamento della casa dei genitori che deve essere venduta dopo la loro morte, della collezione dei libri Urania del padre, dell’archivio fotografico della madre: le cose parlano, tengono in vita i moti, ci dicono di loro, dei loro gusti più o meno segreti. Sono elenchi che ci emozionano con la loro voce che arriva dal passato, come le rievocazioni di Umberto Eco ne “La misteriosa fiamma della regina Loana”.

C’è la narrativa in terza persona e sempre lui presente, Marco Carrera, oftalmologo, che non è un eroe perfetto (per fortuna), che gioca d’azzardo ma che ci lascia senza parole con quella decisione così “superumana” di rinunciare alla vincita, la notte che avrebbe dovuto segnare la sua rovina. Marco Carrera che non vedremo mai completamente felice con una donna a fianco, ma che sa ritagliarsi la felicità dedicandosi interamente, con intelligenza e generosità, a far crescere prima sua figlia e poi, dopo un'altra drammatica morte, la nipotina Miraijin, la bimba con un nome che significa “l’Uomo del Futuro”, la speranza per l’umanità proiettata nel 2030.
   Non c’è un credo religioso nella storia del nuovo Giobbe (straziante la morte in contemporanea dei genitori, straziante ed eroico il ruolo di Marco in risposta alla supplica del padre, “portami via”) e tuttavia si usa per due volte una parola ebraica per indicare due condizioni inesprimibili in italiano. Solo l’ebraico (e altre lingue arabe) ha una parola per indicare la condizione che è contro l’ordine della natura, quella del genitore che resta orfano del figlio- shakul. Marco non è solo shakul ma è pure uno tzaddik, un uomo giusto che si comporta con rettitudine, che è un grande anche nel momento in cui muore.

     “Il colibrì” ha vinto il premio Strega 2020. Giustamente. Perché è un libro molto bello. Per il suo personaggio, per il ricco stile narrativo, per la miniera di riferimenti letterari e al mondo della cultura (splendido il breve inserto sul ‘dio del manga’, Osamu Tezuka), per la misura pacata con cui è scritto.

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la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it




domenica 21 luglio 2019

Marco Missiroli, “Fedeltà” ed. 2019



                                                      Casa Nostra. Qui Italia
        premio Strega Giovani

Marco Missiroli, “Fedeltà”
Ed. Einaudi, pagg. 224, Euro 16,15

     Una coppia che pare solida e affiatata. Lui, Carlo, insegna letteratura per sei ore all’Università (posto che ha avuto grazie alla spinta del padre) e scrive guide turistiche per una piccola casa editrice. Lei, Margherita, lavora in un’agenzia immobiliare. Poi quello che tra di loro viene chiamato ‘il malinteso’: una matricola ha sorpreso Carlo nei bagni femminili in atteggiamento compromettente con una sua studentessa, Sofia. Carlo si giustifica davanti al rettore e alla moglie, spiega che la ragazza si era sentita male, aveva avuto uno svenimento e lui l’aveva soccorsa. Sofia conferma. E’ stato tutto un malinteso. Davvero è stato un malinteso?
    Il romanzo di Marco Missiroli, “Fedeltà”, che ha vinto il premio Strega Giovani, si gioca tutto qui, su esplorare i limiti tra fedeltà e infedeltà, sul vagliare le varie accezioni di fedeltà oltre a quella più scontata tra marito e moglie. Che è la prima che prendiamo in esame, in questo libro che, se si limitasse ad essere la trita storia del professore che seduce la studentessa, sarebbe veramente l’ennesima ripetizione del tema di ‘quel romanzo…il sudafricano’, il Nobel’ di cui parla Margherita (intendendo Coetzee, citando anche “Lolita” di Nabokov con cui invece non ha nulla a che fare, mentre avrebbe potuto accennare a Roth). Non è successo veramente niente tra Carlo e Sofia e forse sarebbe stato meglio se invece fossero andati a letto insieme e lei non fosse rimasta per lui l’idea della tentazione. E forse non avrebbe inanellato una serie di altre dimenticabili infedeltà senza sapere che anche Margherita, solleticata e delusa per la presunta avventura del marito, si sarebbe concessa una deviazione.

      Le altre coppie, gli altri personaggi, servono da contrappunto, una ripetizione del tema della fedeltà, per somiglianza o differenza. Le coppie dei genitori- di Margherita, di Carlo, di Sofia, del fisioterapista Andrea con cui Margherita si è presa una breve soddisfazione- sono esemplari di un’altra epoca in cui c’erano ben altre preoccupazioni. Probabile che i mariti avessero qualche scappatella (il padre di Margherita aveva conservato ventun cartoline a lui inviate da una sconosciuta ‘Clara’), ma le mogli o non sapevano o fingevano di non sapere. “Sui matrimoni ci adattavamo”, dice Anna, la madre di Margherita. E poi, vogliamo chiamare ‘fedeltà’ anche il legame tra figli e genitori? L’affetto con cui Margherita, Andrea e anche Sofia si occupano dei genitori restituendo loro quello che hanno ricevuto, è ammirevole. In un certo senso è per fedeltà alle radici se Sofia torna a vivere a Rimini e riapre il negozio di ferramenta del padre, mettendosi dietro al banco con quello che era il grembiule blu della madre.

      Nessuno dei personaggi del romanzo è particolarmente simpatico, nessuno è memorabile- non l’inconcludente Carlo, non Margherita disposta a imbrogliare per aggiudicarsi l’appartamento pieno di luce messo in vendita da una cliente, non il fisioterapista gay che ha bisogno di sfogarsi con i combattimenti dei cani o scontri di boxe, non la pallida figura di Sofia che è infedele a se stessa e alle sue ambizioni letterarie per essere fedele alla tradizione. Soltanto Anna, che faceva la sarta, che una volta aveva riparato all’ultimo minuto un abito da sera per la moglie del Commendatore, che si rifà dell’infedeltà del marito pigiando le 21 cartoline dentro il vaso dei fiori sulla sua tomba, è un personaggio che amiamo e di cui attendiamo l’entrata in scena. Per la sua empatia- con la figlia, con il genero, con il nipotino, con tutti-, per la sua disponibilità, per il suo calore umano, la sua schiettezza. Non è sufficiente, però, a salvare il libro.

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foto di V. Vasi


venerdì 10 agosto 2018

Lia Levi, “Questa sera è già domani” ed. 2018


                                                               Casa Nostra. Qui Italia
     
 romanzo di formazione
       seconda guerra mondiale

Lia Levi, “Questa sera è già domani”
Ed. e/o, pagg. 224, Euro 16,50

     Genova, inizio degli anni ‘30. Alessandro Rimon (un cognome che in ebraico significa ‘melograno’, il frutto che con i suoi 613 semi purpurei simboleggia le 613 perle di saggezza contenute nella Torah) è un bambino prodigio. Ha imparato a leggere da solo a neppure cinque anni, inizia la scuola quasi due anni prima dei suoi coetanei (grazie ad una legge recentissima approvata per permettere a Romano Mussolini, il figlio minore del Duce, di frequentare la prima elementare in anticipo)- sua madre scoppia di orgoglio. Lui, però, Alessandro, si troverà sempre a disagio, schernito dai compagni di classe, senza amici. Finché, terminato il ciclo delle elementari, incontra le prime difficoltà e rientra nella normalità, addirittura ha bisogno di lezioni private, con delusione della madre.
     Inizia così “Questa sera è già domani” di Lia Levi, un bel romanzo di formazione che è anche storia di una famiglia ebraica in Italia negli anni cruciali delle leggi razziali e della guerra. Il punto di vista è quello di Alessandro, dapprima bambino, poi adolescente e giovanissimo adulto che cerca di unirsi ai partigiani dopo l’armistizio. Un bambino che neppure sa che cosa voglia dire essere ebreo- né la famiglia del padre (un intagliatore di diamanti di origine olandese ma con passaporto inglese), né quella del madre (il nonno Levi si gloriava di essere stato un ferroviere al servizio dello Stato italiano) erano praticanti. Solo una catenina d’oro con una stella di Davide che gli aveva lasciato la nonna lo collegava alle sue origini. E, dopo che era sembrato un capriccio infantile, una follia, portare con sé nella fuga quella catenina che avrebbe potuto smascherarli, contro ogni ragionevole previsione era stato proprio quel simbolo di appartenenza a salvarli.

    Appartenenza: forse il significato di tutte le traversie dei Rimon e degli altri ebrei italiani di loro conoscenza era contenuto proprio in questa parola. Lo aveva sottolineato il rabbino- nelle loro sofferenze, nel dover sottostare alle odiose leggi razziali, gli ebrei avevano ritrovato la loro identità.
    Era stata, dapprima, una ben magra consolazione per un ragazzo che aveva dovuto lasciare la scuola, che aveva poi anche seguito la famiglia al confino quando il passaporto inglese del padre aveva aggiunto altre difficoltà all’essere ebrei. Eppure, quanto più lieve era sembrata la sorte dei Rimon quando Alessandro aveva sollecitato e ascoltato i racconti della sorella maggiore del ragazzino olandese che la sua famiglia aveva accolto come ospite. Erano storie di violenza e di soprusi che contenevano una minaccia oscura a cui nessuno voleva credere. Perché questo era quello che tutti gli ebrei italiani si dicevano- no, in Italia non sarebbe mai successo niente di grave, era una bufera che sarebbe passata, in Italia c’era il Vaticano e poi gli italiani erano buoni. Ma non si erano detti le stesse cose anche gli ebrei tedeschi che pensavano di essere perfettamente assimilati?

      In uno stile piano, senza sussulti, Lia Levi, ispirandosi alle vere traversie di suo marito, ci racconta le vicende di una famiglia che ci ricorda i Finzi Contini del romanzo di Bassani, che non si erano mai ‘pensati’ ebrei, e perciò diversi, finché le leggi che si erano accavallate l’una sull’altra limitando sempre più la loro libertà non li avevano definiti tali. Fino all’ultima fuga, all’ultima beffa, all’ultima speranza. E’ proprio la perfetta aderenza di stile quotidiano ad una vita quotidiana che mette in risalto quello che è fuori dall’ordinario in ciò che succede. Si crea una sorta di dissonanza che ci inquieta, ci insospettisce, ci fa temere il peggio. Che puntualmente arriverà.
 “Questa sera è già domani”- bel titolo che ci fa pensare al benvenuto allo Shabbat nella sera del venerdì e, insieme e su scala più ampia, ad un tempo che anticipa quello che seguirà- è uno dei libri della cinquina selezionati per il premio Strega 2018.

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martedì 7 agosto 2018

Marco Balzano, “Resto qui” ed. 2018


                                                     Casa Nostra. Qui Italia
          la Storia nel romanzo


Marco Balzano, “Resto qui”
Ed. Einaudi, pagg. 180, Euro 18,00

    L’occupazione. La scelta. La guerra. La diga. La storia di Curon, un paesino della Val Venosta vicino al confine con l’Austria, raccontato da Trina in una sorta di lunga lettera che è quasi un diario in cui si rivolge alla figlia, si potrebbe riassumere in queste quattro parole che ne scandiscono i tempi. E, in un certo qual modo, sono parole che contengono tutte il buio di una minaccia, che sanno di tragedia e di dolore. Lo stesso dolore che si avverte nascosto nella voce della donna che scrive, che parla di una lontananza- è morta la figlia che lei ricorda bambina? Oppure?
     Si parla il tedesco a Curon. Quando i fascisti di Mussolini arrivano a Bolzano nel 1922, avviene un’italianizzazione forzata: perfino i nomi sulle lapidi del cimitero vengono cambiati. E’ proibito indossare il vestito tradizionale, proibito parlare tedesco e gli insegnanti nelle scuole sono sostituiti da altri che arrivano dal Veneto, dalla Lombardia, dalla Sicilia. Si crea una spaccatura, un crepaccio- ‘noi’ e ‘loro’, dove ‘noi’ sono gli abitanti del posto che non capiscono ‘loro’, gli intrusi, gli usurpatori, quando parlano. Trina ha un diploma da maestra eppure non può insegnare. E’ ben contenta quando il prete le chiede di fare lezione in una ‘catacomba’, una scuola clandestina. I fascisti parlano anche di costruire una diga- sarebbe la rovina di Curon che finirebbe sott’acqua.

    Nel 1939 è il momento della scelta. Hitler ha annesso l’Austria. Ai tedeschi del sudTirolo viene data la possibilità di entrare nel Reich, se vogliono. Questa volta sui due lati del crepaccio i ‘noi’ e ‘loro’ sono chi resta e chi va. E chi resta è chiamato spia o traditore. Trina, suo marito Erich e i suoi genitori restano. Ma la famiglia si è spaccata, Trina non riuscirà mai a superare il dolore del tradimento di chi, invece, è partito sottraendole una parte di sé- la divisione di questa famiglia diventa il simbolo più dolente di quella di un intero paese. E intanto arrivano ingegneri e manovali. L’ombra della diga incombe.
     Scoppia la guerra e sulla porta del municipio dei fogli (Erich deve farseli tradurre da Trina) annunciano che un decreto governativo concede il permesso di costruire la diga. La catastrofe che coinvolge mezza Europa ha lo stesso rilievo di quella che riguarda il paesino di montagna- la guerra prima o poi passerà, la diga resterà, e che ne sarà dei contadini, delle loro case, delle loro bestie? Si apre un’altra crepa nel paese, un’altra spaccatura nelle famiglie- nazisti e non nazisti, Erich viene arruolato, torna ferito e dice che scapperà sulle montagne piuttosto che combattere ancora, suo figlio inneggia a Hitler.
      Le guerre passano e la diga resta. La guerra finisce con il suo strascico di dolore e dopo un paio di anni riprendono i lavori della diga. Che saranno completati questa volta.

     “Resto qui” è un grido di appartenenza. E’ un romanzo costruito come una serie di scatole cinesi- la storia di una famiglia dentro la storia di un paese dentro la Storia più grande di una nazione dentro quella ancora più grande d’Europa. E la voce narrante di una donna, voce chiara ma non abbastanza forte, rappresenta tutta la gente comune che dalla Storia è travolta, che è impotente a fare alcunché per contrastarla. ‘Resto qui’ diventa non solo la protesta di Erich e di Trina, inudibile nel rombo delle acque che allagano il paese e i campi, ma anche quella del campanile solitario che svetta fuori dal lago artificiale, memento perenne di una violenza, di un passato cancellato con la forza.
     “Resto qui” di Marco Balzano si è classificato al secondo posto per il premio Strega 2018. Un bel libro.
    
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domenica 5 agosto 2018

Helena Janeczeck, “La ragazza con la Leica” ed. 2017


                                                    Casa Nostra. Qui Italia
       biografia romanzata
        premio Strega

Helena Janeczeck, “La ragazza con la Leica”
Ed. Guanda, pagg. 333, Euro 15,30

   Gerda Taro avrebbe compiuto 27 anni il giorno del suo funerale, il primo agosto 1937. C’era una folla a darle l’ultimo saluto al cimitero Père Lachaise a Parigi. E chissà che cosa c’era di lei in quella bara, schiacciata da un carro armato a Brunete, in Spagna. Meglio ricordarla da viva senza immaginarla da morta. Gerda che sorride rivolta a Robert Capa, come appare nella foto in una delle prime pagine del libro di Helena Janeczeck, “La ragazza con la Leica”, così stranamente somigliante alla miliziana spagnola che sorride all’uomo con il fucile in una pausa della guerra, uno scatto ripreso sia da Gerda sia da Robert Capa e il diverso formato delle fotografie ne è la prova. Gerda che viene descritta come bellissima da chi l’ha avvicinata. O, se non bellissima, affascinante. Perché solare, piena di vita, di interessi. Perché si gettava a capofitto in tutto quello che faceva. Era arrivata esule a Parigi dalla Germania, aveva fatto la segretaria e la modella, poi Capa le aveva regalato la sua Leica e lei ne aveva fatto la sua arma, quasi fosse la sua missione registrare la Storia del mondo- che era la guerra civile in Spagna in quel momento. Capa che non si chiamava neppure così, veramente, bensì Endre Friedmann, così come il vero nome di Gerda Taro era Gerta Porohylle. Ma come ci si poteva imporre all’attenzione, diventare fotografi famosi, con dei nomi così smaccatamente ebrei? Robert Capa (che faceva venire in mente Frank Capra, il regista) e Gerda Taro erano una loro invenzione, e quanto meglio suonavano all’orecchio.

       Non si sa poi molto di Gerda, visse così poco. La scrittrice Helena Janeczeck ne traccia il ritratto mettendo insieme le tessere di un puzzle al centro del quale c’è lei, Gerda, travolta dal carro armato (nessuno era riuscito ad impedirle di avvicinarsi troppo?), intorno a lei gli amici, gli uomini che furono, a lungo o per breve tempo, i suoi amanti, la sua migliore amica, e, sullo sfondo, le città in cui visse- Stoccarda (dove si fidanzò con un uomo che continuò ad aiutarla economicamente anche quando lei era già a Parigi), Lipsia, Parigi (dove incontrò l’ungherese Robert che si chiamava ancora Endre, più giovane di lei, geniale, estroverso, esuberante quanto lei). Il libro procede, dunque, attraverso diversi punti di vista- quello dell’amica Ruth Cerf che conosceva i dettagli più intimi della vita di Gerda, quello dello studente di medicina Willy Chardack detto ‘il Bassotto’ (innamorato senza speranza), quello di Georg Kuritzkes, militante di sinistra soppiantato nel cuore di Gerda da Endre Friedmann quando questi compare sulla scena.
E allora, dai ricordi dell’uno o dell’altro, dal libro della Janeczeck balza fuori, più che ‘la fotografia’ della sola Gerda Taro, quella di un’intera generazione, di una gioventù bruciata non da alcol e vizi ma dalla Storia tumultuosa che spazzò l’Europa dagli anni ‘30 agli anni ’50 (era il 1954 quando Robert Capa, il fotografo spericolato che aveva coperto quattro guerre, morì in Vietnam nella prima guerra di Indocina). Erano tutti antifascisti e pronti a combattere e morire per i loro ideali, e la macchina fotografica era- per Gerda Taro e Robert Capa- lo strumento per documentare gli orrori della guerra, perché la parola ‘guerra’ non restasse solo una parola ma si focalizzasse in immagini di dolore e di distruzione e di morte.

     C’è anche un piccolo ‘mystery’ nella parte finale del libro, la storia della valigia smarrita e ritrovata in Messico, quella che conteneva i negativi delle foto di Capa e che poteva comprovare la discussa autenticità della sua fotografia più famosa, quella del miliziano colpito a morte, con le braccia aperte come in croce. E c’è pure un risvolto personale che riconduce alla storia dei genitori della scrittrice, ebrea di origine polacca naturalizzata italiana da oltre trent’anni.
     “La ragazza con la Leica” ha vinto l’edizione del premio Strega 2018.

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sabato 21 luglio 2018

Sandra Petrignani, “La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg” ed. 2018


                                                       Casa Nostra. Qui Italia
                                                                    biografia


Sandra Petrignani, “La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg”
Ed. Neri Pozza, pagg. 459, Euro 15,30

      Ci sono delle persone la cui storia della vita sembra un romanzo. Perché, se è pur vero che il tempo di ognuno di noi trabocca degli avvenimenti importanti che segnano un’epoca, spesso però  non lo viviamo consapevolmente, non vi prendiamo parte in maniera attiva come è successo a grandi personaggi. Come Natalia Ginzburg, una delle voci di maggior rilievo della letteratura italiana- impossibile dimenticare il suo “Lessico famigliare”, titolo che è entrato nel vocabolario di tutti noi per indicare i modi di dire così strettamente nostri, chiave del cuore della nostra famiglia. Ne “La corsara” Sandra Petrignani fa qualcosa di più che scrivere una biografia di Natalia Ginzburg nata Levi, ne traccia un ritratto, ce la fa conoscere, le legge il carattere nei lineamenti spigolosi del viso un poco indios, le spia nell’ombra degli occhi le tragedie della sua vita.
      Perché, a mano a mano che procediamo nella lettura, questa è una delle cose che più ci colpisce, di Natalia Ginzburg- la sua resilienza, la sua capacità di non lasciarsi abbattere dai colpi del destino, di vacillare ma di rialzarsi e di ricominciare da dove la sua vita si è interrotta: la morte del primo marito, Leone Ginzburg, torturato e ucciso dai nazisti nel 1944 (Natalia aveva ventotto anni e restava sola ad affrontare l’ultimo anno di guerra con tre bambini piccoli, passando da un nascondiglio all’altro), la nascita di una bambina affetta da una malattia genetica (figlia del secondo marito, Gabriele Baldini, critico letterario e docente universitario) e poi la morte di un altro bambino, a solo un anno di vita (un dolore così grande che lei non ne parlerà mai), la seconda vedovanza.


Eppure, nonostante tutto questo, nonostante si portasse dietro un velo di infelicità infantile (ultima di cinque, soggiogata dal timore di quel padre titanico che ben ricordiamo da “Lessico famigliare”, brutto anatroccolo accanto alla sfolgorante sorella Paola che sposerà Adriano Olivetti prima di lanciarsi in altri amori), nonostante la guerra che aveva attraversato, Natalia veleggia nella vita come una corsara, può concedersi una pausa nella scrittura ma riprende sempre a scrivere, a tradurre, a leggere testi di scrittori esordienti per scoprire nuovi talenti da proporre alla casa editrice Einaudi che Leone Ginzburg aveva collaborato a fondare insieme al mitico Giulio.

      Sono tanti i nomi famosi nel mondo della letteratura (e, più generalmente, in quello della cultura) che costellano le pagine del libro di Sandra Petrignani- Elsa Morante e Alberto Moravia, Pasolini e Bassani, Carlo Levi e Primo Levi, e altri, e altri ancora. E “La corsara” diventa una lettura affascinante, perché l’autrice non inventa, non presume di poter entrare nella mente né di Natalia né degli altri protagonisti- sono troppo importanti, sarebbe un’arroganza il presumere di poter parlare in loro vece. Sandra Petrignani ripercorre la vita di Natalia attraverso una ricchissima documentazione, ci fa entrare dentro i suoi romanzi, nel prima, durante e dopo della loro stesura, traccia un parallelismo tra i personaggi creati da Natalia e Natalia stessa, fa nascere in noi il desiderio di leggere i suoi libri o di rileggere quelli che già abbiamo letto (e già questo dice molto de “La corsara”).

     La figura di Natalia Ginzburg esce fuori a tutto tondo da “La corsara”, con la sua timidezza e ritrosia ma anche con la fermezza e la precisione delle sue idee, con il pudore dei suoi sentimenti e la partecipazione attiva alle problematiche del suo tempo- una donna coraggiosa, sensibile e colta che ha saputo essere moglie e madre E una grande scrittrice.
     “La corsara” di Sandra Petrignani si è classificato al terzo posto nel Premio Strega 2018. Meritava di più.

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domenica 1 giugno 2014

Melania Mazzucco, "Vita" ed. 2003

                                                        Casa Nostra. Qui Italia
                                                         il libro ritrovato


Il romanzo che ha vinto il Premio Strega 2003
Melania Mazzucco, “Vita”
 Ed. Rizzoli, pagg. 396, Euro 16,00

Era appena uscito, il libro di Melania Mazzucco, e già circolavano le voci che avrebbe vinto il Premio Strega. Puntuale, il premio è arrivato, meritatissimo. Ha sapore di antico quella copertina con una fotografia color seppia che non ha bisogno di data per riportarci all’inizio del secolo, con un vicolo buio che si indovina povero e i ragazzini infagottati in giacchette e pantaloni lunghi, eppure il romanzo “Vita” è stranamente moderno, con la sua storia di immigranti, della lacerazione di lasciarsi il mondo noto alle spalle, dello straniamento provato fra della gente di cui non si capisce la lingua, della solidarietà che lega quelli che provengono dallo stesso paese, quasi fossero tutti una famiglia. E’ sufficiente cambiare il nome della nazione d’arrivo e di quella di partenza, e poi il dramma di povertà e disperazione, la volontà di resistere per realizzare il sogno di un futuro migliore, sono gli stessi di altra gente che sbarca su altre spiagge, anche oggi. Si chiamano Diamante e Vita, i due protagonisti del romanzo della Mazzucco e sembrerebbero due nomi inventati a bella posta, tanto sono perfetti, e invece no, si chiamavano proprio così il ragazzino di 12 anni e la bambina di 9, entrambi Mazzucco di cognome, che erano partiti da Minturno con destinazione New York, nel 1903.
In realtà Diamante è un soprannome, perché è sopravvissuto alla morte di cinque fratellini: era il più forte, lui, duro come un diamante, con qualcosa dello scintillio del diamante nell’azzurro degli occhi. E invece dieci anni di America lo avrebbero spento, a vendere giornali, a lavorare nelle pompe funebri, come waterboy nell’Ohio. Senza riuscire a risparmiare. Anche se forse, più che le fatiche, la fame, le malattie, era stato il tradimento di Vita a piegarlo, a spingerlo ad accettare il passaggio gratuito di ritorno in Italia per il servizio militare che gli avrebbe assicurato qualche soldo. Ma è Vita il vero personaggio luminoso del romanzo, una forza vitale, la bambina che fantastica che Enrico Caruso sia suo padre perché non le piace quello che ha incontrato a New York, la ragazzina caparbia, la donna che impara l’inglese e aprirà un ristorante e diventerà poi agente immobiliare, amata da Rocco, da Geremia e da Diamante naturalmente.
Melania Mazzucco ha fatto ricerche accurate negli archivi di New York, ha ritrovato nomi, date di sbarco, di interventi da parte di assistenti sociali, articoli di giornali, ha ascoltato i racconti fatti da suo padre, uno dei figli di Diamante, ha letto le lettere scritte dal figlio di Vita, Diamante II, arrivato a Minturno con l’esercito americano nel 1945. In uno straordinario mescolarsi di fatti reali e immaginati, in una New York che per certi versi ricorda quella del film di Scorsese e in una Minturno poverissima e analfabeta, si muove una folla di personaggi splendidamente caratterizzati, tanto che il titolo, “Vita”, assume un significato che va al di là del nome della protagonista: romanzo come vita, di una gente, di un tempo, di una città; romanzo come mezzo per tenere in vita la memoria di chi non c’è più e senza di cui la nostra stessa vita non sarebbe stata possibile.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net

Melania Mazzucco