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lunedì 22 aprile 2024

Daria Shualy, “La calda estate di Mazi Morris” ed. 2024

                                           Voci da mondi diversi. Israele

cento sfumature di giallo

Daria Shualy, “La calda estate di Mazi Morris”

Ed. Neri Pozza, trad. Raffaella Scardi, pagg. 335, Euro 19,00

 

     Questo è un noir come non ne avete mai letti, ambientato in una Tel Aviv che potrebbe anche essere New York per lo stile di vita che ci si conduce, in un Israele lontano anni luce da quello dei ‘gialli’ di Batya Gur, forse la prima scrittrice israeliana di gialli che io abbia letto trent’anni fa. Già, trent’anni fa. E in trent’anni le società cambiano, perfino i ricordi del passato più tragico possono affievolirsi.

    È un’estate caldissima a Tel Aviv. E Jasmin Schechter è scomparsa. Era in un bar all’aperto con il marito David, chiamato Dudi, e la bambina di tre anni. Dudi era entrato a prendere qualcosa da bere, un’auto (grigio metallizzato? Lo ha detto la bambina, le si può credere?) si è fermata e Jasmin si è accostata per dire qualcosa al conducente, aprendo la portiera. Poi è scomparsa. Jasmin che adorava la bambina, che, quando doveva passare qualche giorno lontano da lei, le telefonava ogni sera, non si è più fatta viva. È il marito che incarica l’investigatrice privata Mazi Morris di ritrovarla.


    Mazi è un personaggio unico e sorprendente. Iniziamo dal suo nome: Mazal vuol dire ‘fortuna’, ma lei non ne ha avuto affatto di fortuna nella vita. Non anticipo nulla, perché lei stessa ne parlerà solo verso la fine, quello che invece è un refrain costante è la nostalgia per il padre di cui, ad un certo punto, non ha saputo più niente, e però lei non ha mai perso la speranza di ritrovarlo. Suo padre era un grande amico del padre di Dudi e loro due erano inseparabili da bambini. Poi Mazi, capelli rasati, fisico da ragazzino, era entrata in polizia diventando uno degli elementi migliori, ma era stata ‘cacciata’ per comportamento inadeguato. Adesso è un’investigatrice privata e il fratello e la sorella adottivi sono i suoi aiutanti. Non ci vuole molto per capire quale sia stata ‘l’inadeguatezza’ di Mazi. Quando, in momenti di stress, dice di aver bisogno di una dose, non pensate che si tratti di droga, anche se a lei fa lo stesso effetto. Mazi è una ninfomane, ha bisogno di rapporti sessuali per rilassarsi e lavorare più lucidamente. Non importa con chi, anche se preferisce le sue conoscenze fisse- il suo vicino di casa, per esempio. E, paradossalmente (o forse no), non ha un rapporto fisico con un giornalista d’indagine di cui è innamorata.

    Dunque, Jasmin Schechter è scomparsa. Sembra che sia accaduto altre volte, in passato, che scomparisse. Una volta, addirittura, l’avevano ritrovata che faceva la cameriera all’Eliseo. Gli Schechter sono una potenza a Tel Aviv. E forse c’è qualcosa di vero quando si dice che enormi quantità di denaro non sono mai un guadagno pulito. Infatti. Se si alza il coperchio di una immaginaria scatola con l’etichetta ‘Schechter’ viene fuori di tutto. Corruzione, appalti pilotati, edifici di proprietà affittati a tenutarie di bordelli, traffico d’armi e, a livello privato, c’è ben altro ancora, difficile dire se è di peggio. Di certo, noi restiamo inorriditi.


    Il primo romanzo di Daria Shualy è un noir singolare- ci sono i delitti e ci sono i morti ma non c’è la tensione colma di paura in attesa di un assassinio, c’è un’indagine doppia, una per la ricerca della giovane Jasmin, e una che fornisca la spiegazione di tutto quello che è avvenuto e chi ne sia il responsabile. Non si tratta però solo di una ‘piccola’ vicenda famigliare, il quadro è ben più vasto, quello che si scopre riguarda un intero paese puntando il dito dell’accusa a personaggi in vista nel mondo della politica e dell’economia. E mai ci ricorderemmo che tutto sta accadendo in Israele, se non ci fosse la guerra sullo sfondo, le sirene d’allarme che seminano il panico, le esplosioni, il tracciamento dei razzi nel cielo.



sabato 24 febbraio 2024

Sarah Blau, “Le altre” ed. 2023

                                                        Voci da mondi diversi. Israele

cento sfumature di giallo

Sarah Blau, “Le altre”

Ed. Piemme, trad. Velia Februari, pagg. 259, Euro 18,90

   Sheila, Dina, Ronit, Naama. Quattro amiche fin dai tempi dell’università dove studiavano teologia vent’anni prima. Quattro amiche che avevano stretto un patto.

    Fin qui, non ci sarebbe niente di nuovo nel thriller della scrittrice israeliana Sarah Blau. E invece “Le altre” è un romanzo originale che propone una tematica molto attuale, molto discussa e controversa. Chi sono ‘le altre’ da cui prende il nome il gruppo delle quattro studentesse? Sono ‘le altre’ della Bibbia, donne forti che non hanno mai avuto figli- Miriam, Lilith, Mikal e la Strega di Endor. E, secondo la tesi sostenuta dalle ragazze, è stato per scelta che ‘le altre’ hanno rinunciato alla maternità. Proprio come loro che cantano insieme, Nessuno vuole figli, nessuno ha bisogno di figli e noi non li avremo mai, m-a-i!

   La voce narrante è quella di Sheila e non rivelo nulla- è nella prima pagina- se dico che il romanzo inizia con un delitto. “Dina è stata uccisa all’una del mattino”. E Sheila incomincia il suo racconto dicendo che è pronta a ricevere la telefonata della polizia. Perché Sheila era stata a casa di Dina proprio la sera prima, ma chi le crederà se dice che Dina era viva quando lei se n’è andata? Erano anni che non si incontravano, da quando Dina le aveva rubato un’idea grazie alla quale aveva fatto una splendida carriera accademica, mentre Sheila era rimasta indietro, una ‘sfigata’. E certo che Sheila le serbava rancore. La modalità dell’assassinio, poi, facevano pensare a un altro motivo (raccapricciante, non dirò nulla).


    Da quattro sono rimaste in due, perché un’altra di loro, Naama, era morta anni prima. Si era suicidata (anche sulla vicenda di Naama non posso parlare, la scoprirete a poco a poco). Poi... E a questo punto, Sheila da possibile colpevole diventa la prossima possibile vittima.

    Il lettore capisce subito di non potersi fidare di quello che dice Sheila. Capisce che ha delle nevrosi- quelle matassine di capelli che si strappa e si trovano in tutti gli angoli della casa, il suo innamorarsi di uomini molto più giovani di lei, certi ricordi ossessivi, le filastrocche di un umorismo nero che le si affacciano di continuo alla mente, il tic tac tic tac dell’orologio biologico che le risuona in testa. È poi ancora così convinta del patto stretto tra lei e le amiche a vent’anni?

      Sheila non è un personaggio simpatico (cosa insolita per una protagonista) e non lo sono neppure le altre ex ragazze, ma la loro decisione è doppiamente interessante per la lettura del libro- per il rimando alle figure bibliche e per l’idea sempre più diffusa che essere donna non voglia dire necessariamente essere madre, che procreare debba esaurire le ambizioni femminili. Inoltre- e sarebbe una discussione interessante- hanno avuto dei ripensamenti, Sheila, Dina e Ronit, all’avvicinarsi dei fatidici quarant’anni? 


   Sono molte le allusioni agli ebrei ultraortodossi che sono agli antipodi di questa concezione della donna che rifiuta la maternità, ma non sono limitanti per la lettura del libro di Sarah Blau. Sappiamo benissimo che in ogni società e in ogni cultura, per quanto si reputino progressiste e liberali, c’è una frangia di conservatori per cui una vera donna è una madre e- quello che è peggio- la sterilità è una maledizione (senza neppure accertarsi se dipenda dall’uomo o dalla donna).

    Vale la pena di leggerlo. Un thriller psicologico che scorre veloce, tra false piste, flash back, brevi stralci di flusso di coscienza e storie bibliche che vale la pena approfondire.



sabato 18 novembre 2023

Saleit Shahaf Poleg, “Finché non tornerà la pioggia” ed. 2023

                                                               Voci da mondi diversi. Israele


Saleit Shahaf Poleg, “Finché non tornerà la pioggia”

Ed. Neri Pozza, trad. Raffaella Scardi, pagg. 234, Euro 18,00

    Dodici anni senza pioggia. Ha tutto di tutta una maledizione biblica, un fatto del genere. Tanto più che non piove da dodici anni su quell’insediamento di cui vengono ancora ricordati con rispetto i nomi dei padri fondatori, e però piove quando deve piovere, nelle stagioni giuste, oltre i suoi confini, nei campi vicini.

L’ultima pioggia era scesa leggera la mattina quando c’era stato un funerale senza una bara, solo con una salma coperta da un sudario, quasi che si dovesse sbrigare la faccenda di nascosto, in segreto.

   È questo l’inizio del romanzo di Salet Shahaf Poleg che ha passato la sua infanzia a Be’er Sheva e l’adolescenza in un moshav nella Valle di Jezreel, nel nord di Israele. Inizia con una siccità che è metafora di aridità d’animo, con un morto che si aggirerà nelle pagine del libro come un fantasma, proprio come quando era vivo, disseminando dietro di sé origami di carta, stormi di gru che danzavano sull’erba.

   La famiglia Shteinman è al centro del romanzo, ma non solo. Leggiamo la storia della famiglia seguendo i punti di vista dell’uno e dell’altro, quello che è successo in passato e quello che sta succedendo adesso, accenni oscuri a maledizioni, a segreti, a timori che qualcosa di infausto possa ripetersi, ma leggiamo anche di altri segreti, di un altro genere, più loschi, che riguardano l’insediamento, che possono aver attirato la punizione divina..


    Il nonno e la nonna, i vecchi, litigiosi come tutte le vecchie coppie, ognuno di loro con le sue manie- gli acquisti compulsivi su internet di lei, la collezione di armi bianche di lui. La sorella della nonna, Zipa, che ha lasciato alla nipote Yael la sua casa. Le tre figlie del nonno e della nonna- due sono morte, ormai, ed una, la madre di Yael e Gali, è a Londra per un anno sabbatico. La generazione più giovane, infine, Yael e Gali, che tornano a vivere nel villaggio dopo anni- Yael perché vuole ristrutturare la casa ereditata dalla prozia e farne un bed and breakfast, Gali perché intende sposarsi proprio lì, dopo anni passati in Canada, vuole un’atmosfera campagnola per le sue nozze.

    La narrazione passa da un personaggio all’altro e a volte può non essere facile riprendere il filo delle storie. L’attenzione è soprattutto su Yael e Gali, sulle loro tormentate storie d’amore, sulla diffidenza che i nonni avevano provato verso gli uomini che loro avevano scelto. E ora Yael è incinta. Ma ci sono troppe cose non dette, troppi segreti nascosti dai nonni, dalle loro figlie, dalla prozia Zipa.

Forse sarebbe bene che almeno Yael sapesse, per il bene del bambino che aspetta. Che sapesse perché la maledizione non grava solamente sull’insediamento arido ma anche su quella casa che ha ereditato e che il nonno vorrebbe far demolire.


 E poi c’è l’acqua, da sempre fonte di vita. C’è tutta una storia di sorgenti, di acquedotti, di truffe, che culmina in una scena  che ha qualcosa di ilare e insieme di catartico, quando un enorme getto di acqua zampilla dal terreno proprio dove ci si sta preparando al matrimonio di Gali (e qui c’è tutta un’altra storia dietro).

    Un finale dolce amaro, con il ritorno della pioggia, per un romanzo che guarda con realismo, tristezza e delusione, i fallimenti del sogno sionista, che vuole credere nella vita e nella forza dell’amore, ma con il cuore pesante, con timore per l’avvenire.

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lunedì 14 novembre 2022

Zeruya Shalev, “Dopo l’abbandono” ed. 2007

                                        Voci da mondi diversi. Israele

Zeruya Shalev, “Dopo l’abbandono”

Ed. Frassinelli, trad. Elena Loewenthal, pagg. 472, Euro 18,00 

 Una donna si è appena separata dal marito, è stata lei a volere la separazione, resterà nella loro casa con il figlio di sei anni, nonostante l’evidente sofferenza del marito e del bambino. Il tempo di adattamento sarà lungo, lei cercherà di tornare sui suoi passi, poi incontra uno psichiatra, se ne innamora e va a vivere con lui. Le difficoltà aumentano con la famiglia allargata, difficile evitare le gelosie tra i due figli di lui e quello di lei, arduo trovare del tempo da soli. L’amore non è mai perfetto.

 

 INTERVISTA A ZERUYA SHALEV

    E’ una storia tormentata che lascia un segno nel lettore, quella raccontata dalla scrittrice israeliana Zeruya Shalev nel suo nuovo romanzo “Dopo l’abbandono” che completa una sorta di trilogia sull’amore ai nostri giorni, come indicano in maniera allusiva pure i titoli dei libri precedenti, “Una relazione intima” e “Una storia coniugale”. Il primo, “Una relazione intima”, era una rovente storia di passione e sesso tra una ragazza e un uomo dell’età di suo padre; “Una storia coniugale” raccontava della dolorosa separazione di una coppia suggerendo, con l’accostamento dell’articolo “una” al nome e all’aggettivo, che questo sia l’esito banalmente normale di un matrimonio; ancora una separazione seguita da un nuovo innamoramento e dal formarsi di una nuova coppia in “Dopo l’abbandono”. Questa volta però quello che noi lettori avvertiamo come il personaggio principale è un bambino di sei anni, Ghili, anche se la voce narrante, le emozioni e i pensieri esplorati sono quelli della sua mamma, Ella, che ha appena lasciato Amnon, il padre del bambino.


E’ Ella che parla, descrive, riferisce dialoghi e parole dette da lei e da altri, in un flusso continuo non virgolettato che comunica un senso di urgenza e immediatezza, ma è la vocetta del bambino che si distacca dalle altre, ad iniziare dalle parole con cui il libro incomincia, “Sono morto, grida, la voce accaldata, il suo corpicino si dibatte sotto i miei occhi, sono completamente morto, morto per sempre, la bocca aperta scopre i tremuli denti da latte, sospesi sul nulla.”: è il giorno “dopo” la separazione dei genitori, quel terremoto famigliare di un’intensità pari a quello avvenuto quattromila anni prima nell’isola Santorini e avvertito fino in Egitto, come ci viene di continuo rammentato sia da Ella sia da Amnon, entrambi archeologi, in quello che è un contrappunto storico metaforico dell’intera vicenda.

     La paura dell’abbandono che prova Ghili ci fa male e ci porta a riflettere sui diritti degli adulti a modificare la propria vita alla ricerca della felicità- “pensavo che avevi deciso di lasciare me come hai fatto con papà”, dice il bambino dopo che Ella ha tardato ad andare a riprenderlo a casa dell’amico. Ci fanno male il suo disagio, la sua infelicità nel ritrovarsi ad essere un bambino a metà tra due genitori, che non si sente più ricco perché ha due case e due stanze, e neppure più amato perché ha un genitore alla volta tutto per sé. Perché invece ha nostalgia della mamma quando è con il papà e del papà quando è con la mamma. Perché ha solo sei anni e vorrebbe avere il bacio di entrambi prima di andare a letto. Perché affrontare un cambiamento di casa a sei anni, e non con mamma e papà ma per andare a vivere con un uomo che è uno sconosciuto e i due figli di questo, è inesplicabile.


I rapporti umani sono difficili, questo è quanto Zeruya Shalev vuole dirci. Si deve scavare in profondità, come fanno gli archeologi nelle loro ricerche, per capire le motivazioni dei nostri comportamenti- il padre tiranno e dominatore di Ella, quello ammalato di mente dello psichiatra Oded, nuovo compagno di Ella, un blocco della crescita di Ella che si collega, in qualche modo, con il suo infantilismo. Difficili i rapporti tra genitori e figli quanto quelli di coppia- almeno dopo che è passato l’incanto dell’innamoramento-, ancora più difficili all’interno dei nuovi legami quando gli equilibri sono precari: i figli del compagno non potranno mai essere come i propri, ed è così facile invece farsi del male- basta dire ad un bambino “non mi piacciono gli orsi”, quando è un orsetto di peluche che serve da tramite d’affetto, per respingere il bambino insieme al suo orso. Eppure la vita va avanti e bisogna coglierla a piene mani, con il suo bagaglio di felicità e infelicità, conquiste e sconfitte- è questo che sembra dirci il funerale di un’amica in chiusura del libro. Con la domanda colma di stupore di un altro bimbetto issato sulle spalle del padre, “ma non la vedrò più la mamma?”. 

Stilos ha intervistato Zeruya Shalev, che è nata in un kibbutz nel 1959 e vive a Gerusalemme.


 “Dopo l’abbandono” chiude una trilogia di romanzi che parlano di donne e tuttavia sono diversi dalla tradizionale letteratura femminile: quale era il suo piano quando ha iniziato a scrivere il primo, “Una relazione intima”?

       Non avevo progettato di scrivere una trilogia, non mi piace progettare, credo nell’ispirazione- scrivo poesia e scrivo anche la prosa come fosse poesia. Naturalmente devo conoscere i miei personaggi e in che direzione andrà il libro, ma mi piace sorprendermi e trovarmi in un’avventura: scrivere è un’avventura per me. D’altra parte non penso sia una vera trilogia, i libri sono indipendenti l’uno dall’altro, solo quando ho scritto quest’ultimo mi sono resa conto che tutti e tre insieme creano una sorta di trilogia e non tanto perché al centro c’è un personaggio femminile, perché penso che gli uomini conoscano le stesse emozioni e io scrivo della condizione umana e non solo di quella femminile. Descrivo la complessità dei rapporti ma, prima di tutto, dei rapporti tra l’individuo e se stesso, scrivo dell’amore per noi stessi e non solo per un altro. Al centro dei tre libri ci sono le emozioni basilari, la relazione con i genitori, con il marito o il compagno, con i figli. I libri sono una trilogia nel senso che sono una ricerca sull’amore moderno e sulla famiglia moderna. E poi hanno in comune la voce, lo stile, che è molto intenso in tutti e tre, inquieto. Per me è importante perché sento che questa è la mia voce e la voce crea il dramma più della trama. E in tutti e tre ho colto tre donne diverse in un momento di crisi famigliare e ho cercato di vedere come si comportano in queste crisi.

 Il titolo originale di “Dopo l’abbandono” è “Thera”, uno dei nomi dell’isola di Santorini. Il tema dell’eruzione del vulcano, così come quello dell’archeologia, sono la spina dorsale del romanzo, le due grandi metafore per quello che sta succedendo?


     Sì, ho pensato molto alla scelta di una professione per la mia protagonista e mi sono resa conto che fare l’archeologa era l’unica cosa possibile per lei, perché è sempre occupata  con il passato e ha la tendenza a scavare e a trovare prove per quello che vuole, a fare ricerche sulla sua vita: Ella è come un archeologo dell’anima. Mi è capitato di leggere di questa eruzione a Thera e ho pensato che fosse la metafora giusta perché mostra visivamente la maniera in cui lei tratta il divorzio: è lei che prende l’iniziativa ma poi se ne pente, il suo comportamento è estremo come un’eruzione. La sua famiglia è l’isola e l’eruzione del vulcano viene da dentro di lei. Questo misto di passato e del potere di distruzione ma anche dell’opportunità di una nuova vita mi è parso la metafora più giusta per la sua storia.

 Quando Amnon incontra Ella per la prima volta, le dice che l’ha già vista, che assomiglia ad un dipinto in Thera conosciuto con il nome di “la parigina”: i comportamenti umani sono sempre uguali nei secoli e millennii?

     Non ci avevo pensato, ma è un’idea nuova e interessante. In realtà volevo fare in modo che per lui non fosse un incontro nuovo, nel momento in cui vede la somiglianza di lei con “la parigina” è come se lui l’avesse già incontrata: è una metafora del destino e avevo bisogno di questo legame con il tema dell’eruzione del vulcano a Thera.


 C’è un altro tema storico a cui si accenna spesso, la fuga degli ebrei dall’Egitto. E’ collegata in qualche maniera con la storia privata che stiamo leggendo?

     Cerco sempre di trovare dei legami tra la storia nazionale e quella famigliare. Se credi nella storia dell’Esodo- e molti storici dicono che non è vera, ma a me non interessa la verità storica- puoi trovare un legame tra la distruzione dell’isola di Thera e l’Esodo, perché le conseguenze di questa eruzione sono simili alle piaghe d’Egitto descritte nel Vecchio Testamento. E’ una maniera privata per Ella di interpretare il disastro che la libertà può provocare, perché è vero che gli ebrei sono diventati liberi una volta usciti dall’Egitto ma hanno sofferto per la loro libertà, forse ancora di più che durante la cattività: in questo modo Ella cerca la maniera di spiegare a se stessa la storia della sua famiglia. Ella si chiede se proprio doveva distruggere la famiglia, perché mai lo ha fatto. Si pone molte domande ma ci sono poche risposte; Ella cerca risposte nella storia antica, cerca di convincersi che ha fatto la cosa giusta, perché la lezione del passato è che dal disastro può nascere la libertà.

 Ella non è un personaggio simpatico. All’inizio stiamo dalla sua parte ma, proseguendo la lettura, non più. Perché? Perché ha fatto di una donna egoista e infantile il personaggio principale del libro?

    L’ho fatto di proposito. E’ facile creare un personaggio con cui identificarsi  ma io non voglio che i lettori amino Ella, voglio mostrare una personalità umana. Chiedo al lettore di non giudicarla ma di seguirla, con le sue debolezze- siamo tutti umani e lei cerca di affrontare un momento difficile. Ella è egoista perché è infelice, è infantile ma se fosse matura non ci sarebbe nessuna storia. Cerco dei personaggi umani con molte debolezze, così posso accompagnarli a diventare più maturi, voglio che impari; altrimenti, se Ella sapesse tutto, non potrei scrivere di lei.

 Stranamente il carattere più “forte” tra i personaggi è quello di Amnon, il marito abbandonato che si rivela essere il migliore, anche se all’inizio sembrava “il cattivo” della situazione…

    Ha ragione, penso sia una delle mie maniere di mostrare la complessità della situazione. E’ facile lasciare un marito debole o stupido che non si apprezza, ma volevo che Ella lasciasse un uomo da rimpiangere se no non ci sarebbe problema. Volevo mostrare come lui cambi; per lui la separazione è l’opportunità di svilupparsi come uomo e come padre e lui è capace di cogliere questa opportunità. Amnon mostra anche a Ella e a Oded come superare le difficoltà e penso che abbia ragione quando dice che è il più forte. Ecco perché è difficile per Ella; quando si rende conto che Amnon vale più di quanto pensasse, capisce anche che ha perso molto. E’ buffo, ma pare che in Israele molte lettrici ci abbiano ripensato e non abbiano divorziato, dopo aver letto il romanzo.

 Le voci dei bambini sono tenere, a volte buffe e a volte strazianti. Penso che lei debba avere dei figli per rendere le loro voci così convincenti. Anche Lei è passata attraverso una separazione: come hanno reagito i suoi figli alla sua separazione?

    Sono contenta di essere riuscita a rendere bene la voce dei bambini- sono molto vicina ai miei figli e ho cercato di imitare la voce di mio figlio in quella di Ghili. Passo molto tempo con loro e cerco di identificarmi con loro, è come se sentissi le loro voci dentro di me. La mia storia però è diversa: quando mi sono separata da mio marito mia figlia aveva solo 4 anni ed era diversa da Ghili, era troppo piccola. Non ho attraversato questo processo penoso, però conosco alcune delle emozioni di Ella e ho usato dei ricordi di quel tempo- conosco i tragici sentimenti di una famiglia spezzata.

 Una morte chiude il libro: la brevità della vita è qualcosa che dovremmo tenere sempre presente nelle difficoltà quotidiane?


    In un certo senso sì, volevo finire con un’esperienza che tutti e quattro i personaggi principali condividessero: erano così impegnati con la loro vita e alla fine si trovano insieme con una esperienza che non è la loro. Volevo che uscissero da sé davanti ad un dolore universale. La morte di una donna giovane è la morte delle illusioni, perché questa donna è simbolo della madre e della moglie perfetta. Ella l’ha invidiata a lungo, ricorda la festa a cui la donna aveva invitato tutti e adesso quella festa è diventata il funerale e mostra l’illusione della perfezione. Ella deve separarsi dall’illusione per essere matura e meno egoista, deve abbandonare l’illusione dell’amore romantico, deve lottare per dei momenti di felicità. Alla fine Ella sa che non sarà molto felice ma non è più così egoista, deve prendersi la responsabilità degli altri, di suo figlio, dei figli di Oded, di Oded stesso. Capisce che questa avventura della vita non ha anche fare con la felicità ma con il significato- la sua vita sarà più ricca di significato.

 Parlando di morte: sappiamo che Lei è stata ferita in un attentato terroristico, qualche anno fa. Nel romanzo Oded dice che non c’è luogo all’aperto che sia sicuro per portarci i bambini. Le è rimasta questa paura, del pericolo di andare ovunque? Come si convive con questa paura?


    Vivevo nella paura anche prima di restare ferita nell’attentato- sono tanti anni ormai che in Israele viviamo con la paura, dalla seconda Intifada, nel 2000. Ci sono stati dei periodi in cui avevo paura persino a mandare i bambini a scuola. Tre anni fa camminavo sul marciapiede- andavo sempre a piedi perché avevo paura di prendere un autobus- ed è esploso l’autobus che mi passava accanto: quando è destino…Mia figlia tuttora corre via quando sente un autobus che si avvicina. E tuttavia si impara a convivere con la paura, a calcolare quale strada sia meglio fare…

 Eppure non c’è quasi nessun riferimento nei suoi romanzi alla eterna guerra in Israele…

    E’ vero, ci sono pochissimi cenni nascosti alla situazione della vita in Israele; Oded ad un certo punto parla del trauma di un paziente- è un accenno piccolissimo autobiografico alla mia paura e a quello che mi è successo. Ho bisogno di questa separazione dalla realtà israeliana nella mia scrittura. Il pericolo è nello sfondo ma non voglio scriverne perché cerco nuove risposte nella mia scrittura. La letteratura è diversa dal giornalismo e, se scrivo della realtà, è troppo immediato e non mi interessa descrivere la realtà quotidiana in Israele. Cerco la profondità dell’animo, non so come fare letteratura dal terrore- è troppo tragico. Cerco piuttosto le tragedie nascoste nella situazione quotidiana della vita di coppia, della maternità. Non voglio scrivere del tragico conflitto o della tragedia palestinese.

 La recensione e l'intervista sono state pubblicate sulla rivista letteraria "Stilos"

copertina dell'edizione del 2007



                                                                                                  

domenica 16 ottobre 2022

Zeruya Shalev, “Quel che resta della vita” ed. 2007

                                                               Voci da mondi diversi. Israele


Zeruya Shalev, “Quel che resta della vita”

Ed. Feltrinelli, trad. Elena Loewenthal, pagg. 373, Euro 17,00

Titolo originale: She’erit ha-chaim

Non capisci, Ghideon, sussurra, tutt’a un tratto ho capito che cosa dobbiamo fare, so che sulle prime ti sembrerà una follia ma se ci pensi bene allora capirai che sarà magnifico per tutti noi, e lui si muove nervosamente sulla sedia rovinata dal tempo e dalla pioggia, che cosa vuoi dire?, domanda, e allora per la prima volta lei si trova di fronte alle parole nude e crude, non sono più aleatorie come poco fa nella stanza di sua madre e nemmeno mute come erano sullo schermo dl computer, così ha un attimo di esitazione prima di pronunciarle a bassa voce: voglio adottare un bambino.

        Una donna anziana in una stanza d’ospedale. La figlia e il figlio vengono a trovarla- sono insofferenti, sentono come un obbligo il doversi occupare della vecchia madre. Sono entrambi sposati, Dina ha una figlia di sedici anni e Avner ha due maschietti. Intorno a questi personaggi la scrittrice israeliana Zeruya Shalev costruisce il suo romanzo “Quel che resta della vita”. Non è solo Hemda, nel suo letto d’ospedale, a fare i conti con come ha vissuto e a prospettarsi come voglia o possa impiegare il tempo che le resta da vivere. Anche Dina e Avner, per motivi diversi, tirano le somme ed entrambi arrivano a prendere delle decisioni sofferte che sconvolgono la loro vita e quella della loro famiglia.

    Che nome incongruo per la sua personalità, Hemda che significa ‘grazia’. Non c’era nulla di aggraziato in Hemda, la prima bambina nata nel kibbutz, una bambina infelice con una mamma sempre lontana con incarichi importanti, un padre che la amava ma che esigeva molto da lei, troppo. Chissà se era stato per un rifiuto del modello madre-figlia che Hemda non aveva amato Dina ed era stata, invece, appassionatamente legata al secondogenito Avner. Con tutte le conseguenze che possiamo immaginare.


In questo momento di bilanci, quando la prospettiva della morte della madre porta i due figli in prima linea nella corsa della vita, Avner (l’avvocato difensore dei diritti civili che viene chiamato per spregio ‘l’avvocato dei beduini’) mette in discussione il rapporto con la moglie che è stata anche la prima e unica ragazza che abbia avuto (e c’è, in contrasto, un’altra storia d’amore di cui Avner è stato testimone involontario), mentre Dina, quarantasei anni, si fa cogliere da un tardivo desiderio di maternità e vuole adottare un bambino.

     Nessuno di questi personaggi è felice, neppure la figlia adolescente di Dina alle prese con la delusione del primo amore. Ma che peso hanno i motivi di queste infelicità in paragone con quanto di più serio possa accadere, come la morte del giovane professore universitario che Avner ha spiato dietro la tenda dell’ospedale? Oppure tutti i casi di ingiustizia sofferti dagli arabi difesi in tribunale da Avner? Oppure- ed è la riflessione su cui si chiude il libro- la tristezza dipinta sul visino di un bambino di due anni che attende, sulla seggiolina di un orfanotrofio, che qualcuno lo voglia, che una mamma lo porti via al posto della sua, di mamma, che lo ha abbandonato. Prenderà un altro nome, questo bambino, si chiamerà Hemdat e, chiudendo il cerchio di infelicità che è incominciato con Hemda, segnerà un nuovo inizio, un impegno d’amore per quel che resta della vita.


       “Quel che resta della vita” non deve essere stato un romanzo facile da scrivere perché questo nucleo famigliare, non diversamente da molti altri, si avvita su esperienze dolorose del passato- se Dina e Avner soffrono è perché la loro madre ha a sua volta sofferto, e così pure i genitori dei loro genitori- e la narrazione di Zeruya Shalev non è lineare, passa da ricordi del passato al presente, da un personaggio all’altro, allacciando un capitolo a quello seguente nel suo stile particolare fatto da un flusso narrativo che mescola la riflessione, o il monologo interiore, al dialogo. La scrittrice è, però, bravissima nell’esplorare le dinamiche dei rapporti tra mogli e mariti, tra genitori e figli, nel sondare l’incertezza davanti ad un bivio che obbliga ad una scelta, nella disanima impietosa delle strade scelte e di quelle scartate. E allora Dina, tanto criticata da tutti, accusata di volere un altro figlio per uno squilibrio ormonale dell’età, diventa il simbolo positivo di una presa di posizione per non avere rimpianti di sorta in ciò che si fatto in ‘quel che resta della vita’.

La recensione è stata precedentemente pubblicata sul sito di Wuz



sabato 8 ottobre 2022

Zeruya Shalev, “Stupore” ed. 2022

                                                               Voci da mondi diversi. Israele

    la Storia nel romanzo
   love story

Zeruya Shalev, “Stupore”

Ed. Feltrinelli, trad. Elena Loewenthal, pagg. 320, Euro 19,00

 

      Non ci stupisce più lo stile narrativo di Zeruya Shalev- una Virginia Woolf israeliana, un flusso di coscienza facile da seguire, più simile a quello della scrittrice inglese che a quello dell’autore di “Ulisse”. È uno stile che le permette di passare con leggerezza da dialoghi riportati a riflessioni dell’uno o dell’altro protagonista, a descrizioni dell’ambiente in cui la scena si sta svolgendo. Quello che importa alla scrittrice, tuttavia, è esplorare la mente delle donne che sono i personaggi principali dei suoi romanzi, portando in superficie ricordi del passato che vanno a formare la realtà del presente.

    Atara e Rachel. Una donna di cinquant’anni e una che ha superato i novanta e che non si conoscono, non sanno quale sia il legame tra di loro. Atara, il cui nome significa ‘corona’ ma non ha idea che deve questo nome ad un’altra Atara, morta a vent’anni, e Rachel, che non piange i suoi figli (come dice il profeta Geremia) ma l’uomo che ha amato, il ragazzo che è stato il suo primo marito e che l’ha lasciata, all’improvviso, senza spiegazioni.

   L’ultima volta che Atara aveva visto suo padre (un famoso professore e studioso), lui stava già malissimo, non l’aveva riconosciuta, l’aveva chiamata Rachel, “vattene se vuoi restare viva”, le aveva detto. Ecco come Atara aveva saputo che suo padre era già stato sposato. Aveva fatto delle ricerche, aveva incontrato Rachel per caso a teatro, sarebbe andata a trovarla.


   Un capitolo per Atara e uno per Rachel. Uno per la vita di una e uno per la vita dell’altra. Una porta chiusa davanti a Rachel che, in passato, chiede invano alla madre del marito di farla entrare e parlare con lui, e una porta chiusa davanti ad Atara, perché Rachel è stata presa dalla paura di disseppellire i ricordi lasciando entrare Atara. Ma solo Rachel ormai può dire ad Atara perché suo padre l’ha chiamata così. È lei che possiede la memoria degli anni che precedettero la fondazione dello stato di Israele, lei che faceva parte della Lehi, l’organizzazione paramilitare di matrice sionista che operò durante il mandato britannico della Palestina. E allora i suoi ricordi intrecciano vicende di attentati, di esplosioni, di fughe, di nascondigli, di giorni passati in carcere con altre storie che sembrano essere meno rilevanti per lei, perché un poco aveva finito di vivere, emotivamente, dopo che l’amore della sua giovinezza era scomparso, anche se si era risposata e aveva avuto due figli. Ma aveva dovuto promettere al nuovo marito che non avrebbe mai parlato con nessuno dell’altro, di quello che sarebbe diventato il padre di Atara.


     Un padre duro con lei, Atara, e non con sua sorella. È la figura paterna che incide sulla scelta dei compagni di vita di una figlia? Comunque Atara aveva fatto delle scelte, giuste o sbagliate, che avevano fatto soffrire lei stessa e chi le era vicino. Era come se dovesse espiare di continuo per aver preso certe decisioni che non poteva fare a meno di prendere.

    Quando tutto è venuto alla luce, dopo che Atara si confronta con un’altra morte e con una decisione da parte del figlio che la stupisce e che contribuisce ad avvicinarla a Rachel, il cerchio si chiude con le parole di suo padre prima di morire, quando aveva scambiato la figlia per la prima moglie, “perdonami, Rachel, tutto quel che è mio è tuo, tutto quel che non ho è tuo”.

     “Stupore” è un libro potente per la forza delle emozioni che contiene e che ci comunica, per saper unire la Storia travagliata di un paese con quella, altrettanto travagliata pur se in tono di diversa drammaticità, dei personaggi, anche se a volte ci stanchiamo dell’andamento dei pensieri che sembrano arrotolarsi su se stessi, in apparenza ripetendosi nei continui cambiamenti.

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domenica 2 ottobre 2022

Ayelet Gundar-Goshen. “Dove si nasconde il lupo” ed. 2022

                                                   Voci da mondi diversi. Israele

                                                cento sfumature di giallo


Ayelet Gundar-Goshen. “Dove si nasconde il lupo”

Ed. Neri Pozza, trad. Raffaella Scardi, pagg. 297, Euro 19,00

 

    Palo Alto, nella Silycon Valley.

 Sarebbe dovuto essere il paradiso promesso per loro, Micail e Lilach, che vengono da Israele, la Terra Promessa in cui non c’è mai pace, in cui si trema per l’agguato mortale che può aspettare tuo figlio, tuo marito o te stessa ad ogni angolo di strada. E invece, ‘dove si nasconde il lupo?’- è la domanda che Lilach finisce per chiedersi anche qui, proprio qui, a Palo Alto. Non c’è pace, non c’è sicurezza neppure qui, nella dorata California.

   Il nodo centrale del libro, il dubbio che attanaglia Lilach, è nelle prime righe del romanzo. Mio figlio si chiama Adam Shuster. Ha gli occhi del colore del mare di Tel Aviv. Dicono che è stato lui a ucciderlo. Ma non è vero. Su questo dubbio si fondano le paure, l’ansia, l’angoscia di Lilach, la madre di Adam, voce narrante di questo thriller o mystery psicologico che affronta temi importanti.

   Tutto incomincia con un atroce atto di violenza antisemita. Un uomo afroamericano è entrato con un machete nella sinagoga, proprio la sera di Rosh Hashanah, il capodanno ebraico, quando c’erano più di duecento persone in preghiera. Era stata uccisa una ragazza che si era messa davanti ai suoi nonni per far loro da schermo. Eppure quella era una delle città più verdi, tranquille e sicure degli Stati Uniti.


   E dopo c’era stata la morte di un compagno di scuola di Adam, Jamal, durante una festa a cui anche Adam aveva partecipato. Quando la diagnosi è che Jamal è morto per overdose, sua madre si ribella- Jamal non faceva uso di droghe, è impossibile, qualcuno deve avergli messo la droga nel bicchiere. Ma la madre conosceva bene suo figlio? Sapeva che faceva parte del gruppo Nation of Islam? Che cosa sapeva, poi, della sua vita più intima?

    Sono le domande che la madre di Jamal rivolge a Lilach- è sicura di conoscere bene il figlio Adam? Di certo Adam è rimasto scosso da questa morte, accusa malesseri che lo tengono lontano dalla scuola e dal funerale di Jamal. Ma Lilach è lontana dal sospettare che il suo ‘bambino’ possa aver fatto qualcosa di male. Finché compaiono scritte sui muri della scuola che apertamente accusano Adam, finché scopre che Adam ha sempre taciuto di essere stato bullizzato da Jamal, finché l’israeliano istruttore di krav maga appare sulla scena e si insinua nella loro famiglia, finché succede di peggio che scritte sui muri…


    Fin dall’inizio del libro il lettore è catturato dal dubbio, proprio come Lilach. Come Lilach il lettore vuole credere nell’innocenza di Adam e non sa se prestare ascolto agli indizi contro di lui. Quali indizi, poi? La polizia e i cani antidroga non trovano assolutamente nulla. Perché però l’istruttore di arti marziali (a Lilach non piace che istighi i ragazzi alla violenza) consiglia che Adam cancelli le ricerche fatte sul suo computer? Ed era per pura curiosità che Adam aveva cercato spiegazioni sul come preparare la metanfetamina in casa?

    Si resta sospesi e la tensione è fortissima e aumenta quando si aggiunge una sottotrama che mina ulteriormente la tranquillità famigliare inserendo altri dubbi- chi si è macchiato di spionaggio industriale causando danni incalcolabili alla figura di Micael?

   “Dove si nasconde il lupo” è un romanzo pieno di sottili incertezze- la linea tra vittima e carnefice non è mai marcata nettamente, e neppure tra colpevolezza e innocenza, si parla di antisemitismo ma anche di discriminazione nei confronti dei neri, di diritto ad avere la propria vita ma anche di responsabilità verso chi ci ha dato la vita o se ne è fatto carico.

    Quanto alla fine- ci lascia in sospeso, quasi che la verità sia insondabile, troppo sfaccettata.

   Da leggere.

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sabato 27 novembre 2021

Abraham Yehoshua, “La figlia unica” ed. 2021

                                                       Voci da mondi diversi. Israele


Abraham Yehoshua, “La figlia unica”

Ed. Einaudi, Trad. A. Shomroni, pagg. 168, Euro 18,00

 

   È come una favola di Natale, il breve nuovo romanzo di Abraham Yehoshua. È il suo omaggio all’Italia, perché ambientato in una cittadina senza nome ma italiana, e poi in una località marina dove ogni anno c’è una grande festa per il Carnevale e in un’altra località con impianti sciistici in montagna. Anche la protagonista, l’undicenne Rachele Luzzatto, è italiana e la sua è una famiglia mista, con una doppia appartenenza religiosa.

    Si sta avvicinando il Natale, l’insegnante fa leggere “Cuore” di De Amicis in classe (un altro singolare omaggio all’Italia che ci invita a rileggere questo classico che da anni abbiamo accantonato), Rachele è stata scelta per recitare la parte di Maria nel Presepe vivente- è perfetta con quei suoi riccioli scuri, la madre di Gesù doveva assomigliarle. Ma Rachele non sarà Maria, anche se ci tiene tanto. Suo padre non vuole. Loro sono ebrei, non se ne parla proprio. Rachele non capisce quel divieto: è una recita, non è la stessa cosa che se lei andasse a Messa.


    La delusione di Rachele cede il posto alla preoccupazione di tutta la famiglia per il delicato intervento a cui si dovrà sottoporre il padre- l’interpretazione di Rachele, semplificando, è che al papà è cresciuta un’ appendice al cervello. Dopotutto il papà le aveva detto che forse il suo cervello si era ingrossato per accordarsi con il nuovo mondo che era più difficile da capire.

    Sono questi i due nodi intorno a cui si svolge il romanzo di Yehoshua ed è come se il pericolo di una fine imminente ridimensionasse tutto, invitasse ad una tolleranza, ad una convivenza di fedi diverse- bello il personaggio del dolce nonno cattolico, bello anche quello del nonno ebreo che racconta con umorismo di come si fosse travestito da prete per sfuggire ai nazisti durante la guerra. E, quasi a riprendere il tema dei travestimenti, dopo il travestimento di Rachele per la festa della nonna che è quasi una parodia di un ebreo ortodosso, è comica la scena del rabbino (insegnante di ebraico a quella ragazzina curiosa che è Rachele) che si mescola alle maschere del Carnevale e ne è spaventato- sembra una versione molto edulcorata del “Doppio sogno” di Schnitzler dove tutti possono avere un altro aspetto e chissà se questo ‘doppio’ possa servire per avere una doppia prospettiva.


    Yehoshua è un maestro della lievità. Con leggerezza, con i personaggi opposti delle due nonne, con il cammeo dell’insegnante in pensione che incoraggia ad una rilettura e un approfondimento del libro di De Amicis, con la giovane protagonista che si appresta ad entrare nel mondo degli adulti preparandosi al Bat Mitzvah e chiede di leggere un altro brano per non offendere la sensibilità del nonno cattolico, perfino con il ‘personaggio’ della cagna anziana verso cui tutti sono così solleciti perché deve partorire (un parallelo nel mondo animale con il papà di Rachele ammalato?), con tutta questa variegata famiglia lo scrittore ci dà una grande lezione di multiculturalismo e di integrazione e di tolleranza.

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