Visualizzazione post con etichetta Voci da mondi diversi. Svizzera. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Voci da mondi diversi. Svizzera. Mostra tutti i post

domenica 27 settembre 2026

Nelio Biedermann, “I Lázár” ed. 2026

                                                Voci da mondi diversi. Svizzera

     storia di famiglia


 Nelio Biedermann, “I Lázár”

Ed. Guanda, trad. Leonella Basiglini, pagg. 304, Euro 18,05

 

   Ai margini dell’oscuro bosco c’era ancora la neve del secolo defunto, quando Lajos von Lázár, il bambino trasparente dagli occhi azzurri come il mare, intravide per la prima volta l’uomo che, a lungo anche dopo la sua morte, avrebbe creduto essere suo padre.

    Quante cose ci dicono queste prime righe di apertura del romanzo del giovanissimo Nelio Biedermann che è cresciuto a Thalwil, sul lago di Zurigo, ma i cui nonni paterni, appartenenti alla nobiltà ungherese, si sono rifugiati in Svizzera negli anni Cinquanta.

Ci aiutano ad ambientare la storia che leggeremo- sono i primi giorni di gennaio del 1900 (ce lo dice la neve), il luogo (un castello, questo lo sapremo poi) è vicino a un bosco ‘oscuro’ come la selva oscura dantesca- anche questo bosco forse simboleggia il peccato, lo smarrimento, la confusione di scelte difficili-, il bambino che viene al mondo- uno dei protagonisti, forse il protagonista principale- non è come tutti gli altri e poi non è figlio di quello che crede essere suo padre. Sarà una storia che si srotolerà per più di mezzo secolo, che vedrà la fine dell’impero austro-ungarico, la caduta di una famiglia, l’avvicendarsi di diversi regimi politici che infine non lasceranno scelta tranne la fuga oltre i confini.

le Croci Frecciate

   Sándor von Lázár (verrà il giorno quando sarà meglio omettere il von nobiliare), la moglie Mária, i figli Ilona e Lajos, il fratello folle di Sándor, Lajos e Lilly e i loro figli Pista ed Eva- sono questi i personaggi del romanzo. O forse la vera protagonista è la Storia dentro cui si muovono, come attori, i personaggi. La fine del vecchio e baffuto imperatore significa il dissolvimento della grandezza del suo impero e, parallelamente, assistiamo alla fine tragica della madre di Lajos e allo scivolare di suo padre nell’alcolismo. I cambiamenti nella vita della famiglia incalzano, dalla residenza nel castello andranno prima a Pécs e poi a Budapest, mentre un altro uomo, con i ridicoli baffetti, questo, arringa le folle in Germania ed estende il suo potere in Ungheria. Quello di Hitler è un potere subdolo e strisciante in cui Lajos si trova invischiato- sarà travolto dai sensi di colpa quando si renderà conto di che cosa è stato corresponsabile. Solo quando, a guerra finita, il giovane Pista andrà a cercare la ragazza di cui era innamorato, verrà a sapere che era ebrea e che era scomparsa. Ormai tutti sanno dove. Forse il destino migliore è quello di Imre, lo zio di Lajos ossessionato dai ‘Notturni’ di Hoffman- c’è saggezza nella sua follia, proprio come in Re Lear? Che periodo buio della storia dell’Ungheria, quello della guerra con le Croci Frecciate e del dopoguerra con l’occupazione sovietica e il Partito Comunista guidato da Rákosi  (e i Lázár, ormai definitivamente senza il von, vivono in ristrettezze, sia di mezzi sia di spazio)!


   C’è un certo qual cambiamento nel tono narrativo del romanzo. La prima parte, più lontana nel tempo, ha i contorni più sfumati, c’è un certo non so che da realismo magico (vedi la nascita del bambino dalla pelle trasparente), mentre la narrazione si fa più dura e realista con gli avvenimenti più recenti che culminano con il coinvolgimento politico di Pista, la speranza in Imre Nagy, la rivoluzione del 1956, il trauma dei carri armati sovietici in Budapest, la decisione di lasciare l’Ungheria.


    Il linguaggio di Nelio Biedermann ha un nitore di altri tempi, può essere poetico o crudo senza mai essere esagerato, così come sono discreti i riferimenti a scrittori e grandi opere del passato- da Dante a Mann, a Roth, a Màrquez. È un’opera prima e non è particolarmente originale, ma la giovinezza dello scrittore ne fa un romanzo fuori dell’ordinario che suscita stupore e ammirazione per il suo autore.



 

   

 

 

 

giovedì 8 maggio 2025

Jeremias Gotthelf, “Il ragno nero” ed. 1996

                                                                  Off the main road

Voci da mondi diversi. Svizzera

Jeremias Gotthelf, “Il ragno nero”

Ed. Adelphi (1996), trad. M. Mila, pagg. 184, Euro 13,30

 

    Era un pastore svizzero, Jeremias Gotthelf- un bellissimo cognome che si era scelto come pseudonimo, aiuto di Dio, e che ben si adattava al suo compito di pastore di anime. Il vero nome era Albert Bitzius, nato nel 1797 e morto nel 1854. Ci viene quasi un capogiro nel leggere queste date e rivolgere l’occhio all’abisso del tempo, perché poi, leggendo il suo racconto lungo “Il ragno nero”, ci stupiamo invece di quanto sia attuale, di quale monito sempre valido contenga.

    L’inizio è idilliaco- una festa di paese per un battesimo. Una natura verdeggiante, un villaggio incastonato tra le montagne, gente vestita a festa, si mangia e si beve in onore del nuovo bambino accolto nella comunità dei fedeli. Poi qualcuno fa un’osservazione sul legno scuro di una finestra, diversa da tutte le altre, e il nonno, una sorta di memoria storica, incomincia il suo racconto.

   La vita nel villaggio non è sempre stata così serena. C’era un castello sulla collina, c’era un cavaliere che spadroneggiava sui contadini. Dopo gli sforzi che questi avevano fatto per costruirgli il castello, il cavaliere non era soddisfatto. C’era troppo sole sulla salita per arrivare all’ingresso, avrebbero dovuto piantare- in breve tempo- un numero di betulle che fiancheggiassero la strada, facendo ombra. I contadini erano sgomenti. Se obbedivano avrebbero dovuto trascurare i campi e di che cosa si sarebbero nutriti? Ed ecco che arriva un cacciatore vestito di verde con una piuma rossa sul cappello, una barbetta rossa su un viso scuro, un naso ad uncino e un mento appuntito. Si dichiara pronto ad aiutarli a trasportare i tronchi con il suo carretto, il lavoro sarà finito a tempo. Si accontenterà di poco come ricompensa- un bambino non battezzato.


    È il tema eterno, ricorrente in tutte le culture, tra mito e leggenda, della lotta tra l’uomo e il diavolo, delle tentazioni a cui l’uomo è sottoposto da parte del diavolo che vuole impossessarsi della sua anima, ad iniziare dai Testi Sacri fino al dramma di Marlowe e al romanzo di Thomas Mann. È la lotta tra il Bene e il Male, una lotta senza quartiere.

   Nel racconto di Gotthelf i contadini si ritraggono inorriditi, poi una donna (ecco un’altra figura femminile che si accorda alla tradizione per suggerire l’astuzia ingannatrice) propone di accettare l’aiuto e di lasciare scornato poi il cacciatore verde al momento della consegna. Ma è così facile imbrogliare l’omino verde alias il diavolo? Anzi, le conseguenze sono terribili. Fa la sua comparsa il ragno nero a cui non si sfugge- la scelta stessa di aver rappresentato il Male sotto l’aspetto di un ragno dalle molteplici zampette che si può insinuare ovunque è significativa. Nel 1434 imperversava la Peste- ecco, il ragno nero è come quel flagello. E il ragno nero non colpisce solo il corpo dei malcapitati ma anche la loro anima- i contadini sono incattiviti e malevoli. Finché…e qui Gotthelf rispolvera un altro dettaglio delle leggende. L’astuzia e la bontà di un uomo riescono a imprigionare il ragno in un buco del legno e lo tappano dentro. C’è ancora un seguito…

dal film

    Ho letto che Elias Canetti ha scritto: ”Lessi Il Ragno Nero e mi sentii perseguitato, come se quel ragno si fosse annidato sul mio viso.” È l’impressione che ho avuto anche io leggendo il racconto, tanta è la forza descrittiva, il realismo con cui l’autore ci narra di questa eterna lotta. Colpisce, poi, il contrasto tra l’aracnide nero (ma ad un certo punto tutta la natura pullula di questi esseri neri) che contiene in sé una minaccia mortale e la quiete verdeggiante della natura che pare indifferente.

    Giustamente è stato definito un piccolo capolavoro.




    

mercoledì 5 febbraio 2025

Martin Suter, “Melody” ed. 2025

                                                         Voci da mondi diversi. Svizzera

cento sfumature di giallo

Martin Suter, “Melody”

Ed. Sellerio, trad. Marina Pugliano, pagg. 304, Euro 17,00

 

     Peter Stotz ha ottantaquattro anni e gli resta al massimo un anno da vivere. Ha avuto una vita piena, è stato un uomo influente, un consulente del governo, consigliere di amministrazione di varie aziende. Vive in una grande villa sulle colline di Zurigo e per lui è arrivato il momento di tirare le somme. Assume Tom Elmer, 34 anni, un doppio master in giurisprudenza e un urgente bisogno di lavorare. Stotz gli offre una cifra da capogiro per mettere ordine nelle sue carte in modo da presentare ai posteri una buona immagine di sé. In più Tom alloggerebbe in un suo appartamento all’interno della villa.

   Inizia così questo rapporto intenso tra il vecchio e il giovane- Stotz ha una maniera di raccontare che tiene avvinti, Tom è incuriosito e irretito, complici anche l’arte culinaria della governante italiana e i tanti bicchieri o bicchierini di vino e liquori pregiati (Tom non se n’è accorto, ma Peter Stotz è un alcolista). Fin da subito i ricordi di Stotz girano intorno a Melody, il grande amore della sua vita il cui ritratto è ovunque nella villa- Tom lo ha notato perché la ragazza ritratta è molto bella, con occhi di velluto. C’è anche una stanza che è rimasta intatta, era la stanza da ricamo di Melody. Melody, Melody, Melody, artista del ricamo, libraia e grande lettrice. Stotz se ne era innamorato subito, appena l’aveva vista nella libreria in cui lavorava e in cui era tornato per cercare romanzi d’amore. Melody con un nome perfetto per lei, la traduzione del suo vero nome in arabo. Perché la famiglia di Melody è marocchina, lei è musulmana e oltretutto è fidanzata anche se il suo è un matrimonio combinato a cui lei sarebbe ben lieta di sfuggire.


    La storia d’amore di Stotz (vent’anni più di Melody) viene fuori come a puntate, il corteggiamento, la conquista, la presentazione alla famiglia di lei, il rifiuto dei suoi genitori di acconsentire a queste nozze, l’ira del fratello, la fuoriuscita di Melody dalla casa paterna, gli accordi per il matrimonio, l’abito da sposa con un velo che era un hijab. E poi…e poi Melody era scomparsa. Era stata rapita? Era stata uccisa? Era semplicemente scappata perché aveva cambiato idea? Tutta la rimanente vita di Stotz era stata dedicata a cercarla, a seguire ogni possibile traccia fino nei paesi più remoti.

    Quando c’è un solo narratore, la domanda più ovvia è- fino a che punto dobbiamo credergli? Anche Tom è tra impietosito e perplesso e si rende sempre più conto che Stotz in realtà vuole incaricarlo di ‘trovare’ Melody.


La storia d’amore di Tom con la nipote del suo datore di lavoro (diventerà una ricchissima ereditiera, ma anche Tom non sarà messo male con il lascito del suo datore di lavoro) serve da controparte a quella del magnate- romantica, vagheggiata, idealizzata, nel passato rivissuto momento per momento, parola per parola, quella del vecchio Stotz, vissuta totalmente nel presente e ancorata nella realtà quella di Tom che ripercorrerà, insieme alla bella nipote, ogni tappa della ricerca che Peter Stotz ha raccontato con dovizia di particolari. Quello che scopriranno sarà sorprendente- per loro e per noi.

    Abbiamo sempre apprezzato lo stile dello scrittore svizzero, il suo umorismo, la secchezza dei dialoghi, la misura delle sue descrizioni. In questo romanzo Suter gioca ad accumulare enigmi, a far dubitare il lettore su tutto quello che legge, ad allentare l’atmosfera con descrizioni di piatti squisiti e non convenzionali pur nella loro semplicità e bicchieri di cognac d’annata scelti ad hoc secondo il ricordo del momento.




domenica 7 aprile 2024

Joël Dicker, “Un animale selvaggio” ed. 2024

                                                        Voci da mondi diversi. Svizzera

cento sfumature di giallo

Joël Dicker, “Un animale selvaggio”

Ed. La Nave di Teseo, trad.  , pagg. 448, Euro 20,90

 

    Quando si dice ‘una coppia perfetta’…- tutto è perfetto nella vita dei due protagonisti di “Un animale selvaggio”, il nuovo romanzo di Joël Dicker. Loro due sono perfetti, prima di tutto. Bellissimi entrambi, Sophie e Arpad, e innamorati. Con lavori di prestigio- Sophie è avvocato e Arpad è un banchiere. Sono nel fiore degli anni- all’inizio del romanzo Sophie compirà quarant’anni a giorni. Hanno due bambini, maschietto e femminuccia. Abitano a Ginevra in una stupenda casa di vetro circondata dal verde, sul limitare di una foresta.

   Un’altra coppia fa da contrappunto a questa. Non sono perfetti, non sono ricchi, non hanno lavori di prestigio, non abitano in una casa di vetro ma in una villetta in una zona chiamata ‘l’Obbrobrio’, il che dice tutto. Lui fa parte di un corpo speciale di polizia, lei è commessa in un negozio. Hanno anche loro due bambini ed è tramite i bambini, compagni di giochi, che le due coppie si incontrano e iniziano a frequentarsi, con conseguenze imprevedibili. Perché l’ammirazione di lei per questa coppia perfetta diventa invidia, mentre lui, folgorato dalla bellezza di Sophie, diventa un voyeur- che cosa c’è di più facile, con il pretesto di portare a spasso il cane, che spiare qualcuno che abita in una casa di vetro? Già questo è grave per un poliziotto, il fatto è che, in questa ossessione, lui si spinge oltre, rischiando parecchio sia professionalmente sia nel suo legame coniugale.


    La costruzione del romanzo si sposta su più piani temporali, tra il presente, nel 2022 e un passato di quindici anni prima, mentre tutta l’azione converge verso la data della rapina, il 2 luglio 2022, in un count-down che tiene il fiato in sospeso. Ci sono accenni e poi chiarificazioni ai trascorsi di Arpad (tenuti ben segreti) e a quelli di Sophie (tenuti ancora più segreti), compare sulla scena un altro personaggio che sta alle costole di Sophie prima di venire allo scoperto, c’è un leit-motiv il cui significato scopriamo solo alla fine e che spiega il titolo- una pantera tatuata sulla coscia di Sophie. Non è solo un vezzo che attrae e incuriosisce aumentando il suo fascino, e c’è un’altra persona che si è fatta tatuare lo stesso felino come pegno d’amore.


Che cosa succede, poi, il fatidico giorno della rapina? Il lettore non se lo aspetta e resta sorpreso.

    A poco a poco, scena dopo scena, tre dei quattro personaggi perdono la loro aura, due di loro perdono anche ogni ammirazione possiamo aver provato nei loro confronti e il sentimento di invidia di una si svuota trasformandosi in delusione e amarezza. Non è tutto oro quel che luccica, come si suol dire. I colpi di scena si susseguono, la situazione viene ribaltata più di una volta e il finale è imprevedibile e rocambolesco.

    Il romanzo di Joël Dicker è destinato a diventare un best-seller perché ha tutte le caratteristiche ‘giuste’, e potrebbe anche servire come esempio in una scuola di scrittura. Lo stile è perfin troppo scarno ma facile da seguire, le sorprese e i segreti sono ben calibrati, c’è un mix di amore, sesso, scene idilliache, oggetti simbolici e iconici (l’anello pantera di Cartier, la casa di vetro che dovrebbe ospitare persone che non hanno niente da nascondere), le false piste sono intriganti. Di certo piacerà a molti.



 

sabato 8 aprile 2023

Arno Camenisch, “Anni d’oro” ed. 2023

                                                      Voci da mondi diversi. Svizzera


Arno Camenisch, “Anni d’oro”

Ed. Keller, trad. Elisa Leonzio, pagg. 124, Euro 13,50

   Un chiosco con la pompa della benzina, ma anche con barattoli di caramelle ben in mostra, giornali e la possibilità di bere un caffè o una bibita. E poi non è un chiosco qualunque, ha un’insegna luminosa che si vede da lontano, che attira i viaggiatori. E questa insegna, vanto di Margrit e di Rosa-Maria che da cinquantun anni gestiscono il chiosco, assume un valore simbolico- la luce non è solo quella dell’insegna, è pure quella che emanano le due anziane signorine, con la loro empatia, con il loro amabile chiacchiericcio che riporta in vita il passato. Perché loro due sono lì ‘per ascoltare’, per raccogliere le confidenze e gli sfoghi delle persone.

   Cinquantun anni è già più di mezzo secolo. Mezzo secolo visto da un piccolo angolo di mondo in Svizzera, con i ricordi che iniziano dallo storico allunaggio nell’estate del 1969. E già abbiamo un’idea di ‘come’ Margrit e Rosa-Maria (del loro aspetto sappiamo poco o niente, solo che Rosa-Maria deve sempre spingere in su gli occhiali dorati che le scivolano sul naso) rievochino il passato, mescolando le notizie che hanno la vivezza delle immagini viste in televisione o su uno dei giornali che vendono nel chiosco, con qualche aneddoto, qualche battuta che aggiunge un tocco ilare alla notizia ‘pubblica’. Immaginiamo, ad esempio, che qualcuno si sia perso la scena del primo uomo sulla luna perché proprio in quel momento doveva andare al cesso- per sempre lo avrebbe raccontato così, a sua vergogna.


Il tour dei ciclisti che passava sulla strada (e non si parlava allora di doping e neppure di biciclette che in pratica vanno da sole), personaggi famosi, il parroco che va a comprare dei giornaletti che loro gli danno facendo finta di niente, le pene d’amore del postino, le grandi catastrofi naturali, allagamenti e uragani, il compaesano che è rifiorito dopo che la moglie lo ha lasciato, osservazioni sui cambiamenti climatici (e a loro vengono in mente i Moonboots che furoreggiavano in passato quando le temperature erano spesso sotto lo zero, così come i colbacchi di pelliccia), Chernobyl e le conseguenze, qualcuno che ha il vizio del gioco e qualcuno invece che vince al biglietto della lotteria, l’allegria della gente quando è caduto il muro di Berlino…


    “Anni d’oro” è una straordinaria carrellata su cinquant’anni della nostra Storia, mescolando piccole vicende private con eventi di importanza mondiale, perché la nostra Storia è proprio in quel miscuglio, e le vite dei ‘piccoli’ hanno la stessa importanza di quelle dei ‘grandi’ di cui sono un riflesso. E il fascino di questo racconto è proprio in questo, è nella voce delle due donne che sembrano aver vissuto attraverso la vita degli altri- di loro non sappiamo quasi nulla, a parte una serata stravagante di cui parlano gioiosamente.

    Terminiamo la lettura pensando che l’oro del passato è negli occhi e nella mente di chi lo ricorda, è nello scenario illuminato dall’insegna che è come un faro per i viaggiatori, che indica la strada da seguire- e non solo letteralmente.



lunedì 2 settembre 2019

Alex Capus, “Una questione di tempo” ed. 2019


                                                            Voci da mondi diversi. Svizzera
                                                         prima guerra mondiale

Alex Capus, “Una questione di tempo”
Ed. Keller, trad. Franco Filice, pagg. , Euro 17,00

     Inizia dalla fine, il romanzo basato su un frammento di storia vera dello scrittore svizzero Alex Capus. Inizia con un uomo, Anton Rüder, che giunge in vista dei binari di una ferrovia. Sono dieci giorni che fugge nella savana. E’ stremato. Sente odore di pappa d’avena. Neppure vede i soldati inglesi intorno al fuoco. Si precipita sul pentolone, fugge, si inciampa, cade, lecca il cibo che si è rovesciato addosso, piomba nel sonno: sappiamo che è vivo, che questo personaggio che ancora non conosciamo deve essere sopravvissuto ad una terribile avventura. Ci prepariamo a leggerla.
    E’ il novembre del 1913 e tre maestri costruttori di navi ricevono l’ordine dell’Imperatore Guglielmo di smontare la nave a vapore Götzen, trasportarla nelle colonie tedesche dell’Africa orientale e rimontarla sulle sponde del Lago Tanganica. E’ un lavoro ben pagato, i tre staranno lontani da casa per un annetto, ne vale la pena.
   
In Inghilterra il comandante Geoffrey Spicer-Simson deve obbedire ad un ordine analogo che, però, sfiora l’impossibile: trasporterà due piccole imbarcazioni, a cui lui darà il nome assurdo e ridicolo di Mimi e Toutou, prima per mare fino a Città del Capo e poi via terra, su un sentiero non battuto nella giungla, fino all’altra sponda, quella inglese, del Lago Tanganica. Perché intanto è scoppiata la guerra, le due bagnarole inglesi devo assolutamente mettere fuori gioco la nave tedesca, l’unica di cui sono a conoscenza, più vecchia e più piccola della Götzen.
    La narrazione segue questi due filoni e il tono di ognuna è molto diverso. Quando i tre tedeschi arrivano in Africa, un nuovo mondo si spalanca davanti a loro- si scontrano con la rigida disciplina dell’esercito (il tenente capitano von Zimmer è decisamente antipatico e arrogante), vedono (e non approvano) l’atteggiamento colonialista, imparano ad apprezzare la natura selvaggia, il cibo, la compagnia di quegli uomini (e anche delle donne) che hanno la pelle diversa da loro ma con cui si intendono benissimo. E si crea una spaccatura: gli indigeni disprezzati e trattati come esseri inferiori da von Zimmer e da coloro che questi rappresenta, rispettano e diventano amici dei tre lavoratori tedeschi. Davanti alle lacrime di Anton Rüder, sconvolto dalla sua prima esperienza di guerra, l’elegante guerriero Masai dice: lascialo piangere. Ogni giovane guerriero dopo la prima battaglia è addolorato per aver perso l’innocenza. È un fatto normale e necessario. E dopo, E’ sbagliato mandare in guerra dei costruttori di navi: siete dei bravi operai, non guerrieri.

    Il filone ‘inglese’ ha da subito un tono fortemente ironico che sfocia nel comico. Perché Spicer-Simson è uno sbruffone e un gradasso, è ridicolo nei suoi atteggiamenti e tale appare agli occhi degli altri. Le sue imprese prima della spedizione in Africa lo coprono di vergogna, tanto da venire destituito. Ma chi altro potrebbe accettare un incarico così assurdo e disperato come quello che gli viene affidato? E qui Spicer-Simson si riscatta. Non solo perché, nonostante le sue spacconate, dimostra di essere un bravo comandante, ma anche perché si ridimensiona e, stranamente, il giudizio che lui dà di se stesso cambia in maniera inversa a come cambia l’opinione che gli altri hanno di lui.

    “Una questione di tempo” è un libro che si legge sospinti dal desiderio di sapere di più, di scoprire che cosa accadrà- e questo è straordinario perché in realtà noi sappiamo dall’epilogo in apertura che tutto finirà molto male. Ma vogliamo sapere come verrà orchestrata questa guerra assurda da un lato e dall’altro del lago. Assurda perché- che cosa stanno facendo tedeschi, belgi e inglesi sul Lago Tanganica? Che cosa ha a che fare tutto questo con una guerra che si combatte a migliaia di chilometri da qui, con accordi finali su cui ben poco influiranno una o due navi affondate nel Lago Tanganica?
    Piace l’atmosfera, piacciono i personaggi (anche quelli di colore), piace quel non so che di avventuroso, piace la comicità che trasforma la realtà in assurdo.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook
Alex Capus sarà presente al Festival della Letteratura di Mantova





martedì 12 giugno 2018

Joël Dicker, “La scomparsa di Stephanie Mailer” ed. 2018


                                                Voci da mondi diversi. Svizzera
cento sfumature di giallo


Joël Dicker, “La scomparsa di Stephanie Mailer”
Ed. La Nave di Teseo, trad. V. Vega, pagg. 640, Euro 18,70


     30 luglio 1994. Orphea, un’idilliaca cittadina immaginaria non lontana da New York. Quella sera- proprio quella di apertura del nuovissimo Festival di Orphea- una tragedia aveva sconvolto l’atmosfera sognante: un quadruplice omicidio, l’intera famiglia del sindaco (tre persone, compreso il bambino) e una giovane donna che passava davanti alla loro casa facendo jogging erano stati abbattuti a colpi di pistola. Del caso si erano occupati due giovani ispettori di polizia, Jesse Rosenberg e Derek Scott. Il colpevole era morto durante un inseguimento.
     23 giugno 2014. Fervono i preparativi per l’ormai tradizionale festival annuale di Orphea, a Jesse Rosenberg mancano una manciata di giorni per andare in pensione, tutti si congratulano per una carriera di successo quando spunta una voce discorde. La giornalista Stephanie Mailer insinua il dubbio che nel 1994 la persona sbagliata sia stata incriminata, che Rosenberg e Scott non abbiano visto un’altra realtà che era sotto i loro occhi. Poi scompare. Il suo corpo verrà ritrovato alcuni giorni dopo.

     Questi i fatti del nuovo romanzo di Joël Dicker che ritorna al genere poliziesco che lo aveva reso famoso con “La verità sul caso Harry Québer”, dopo aver sperimentato una sorta di saga con “La famiglia Baltimore”. La vicenda de “La scomparsa di Stephanie Mailer” si svolge su due piani temporali, ricostruendo i fatti del 1994 e seguendo quello che avviene nel presente, vent’anni dopo- ci saranno altri omicidi, una serie di morti concatenati l’uno all’altro in un isterismo parossistico che ci lascia dubbiosi, sulla soglia dell’incredulità- e la narrazione si sposta tra diversi punti di vista arricchendosi delle storie personali dei vari personaggi. Che sono troppi, a dire il vero, e tratteggiati spesso troppo superficialmente.
     Il leit motiv del romanzo è racchiuso in due parole che sono anche il titolo della rappresentazione che andrà in scena nell’edizione del festival del 2014- La Notte Buia. Erano parole che erano apparse anche in scritte sui muri dopo i fatti del 1994- che cosa è ‘la notte buia’? E’ una notte di tregenda, una discesa negli inferi dell’animo umano quando il peggio viene fuori in violenza e sangue. Il nome della città di Orphea ci ricorda che Orfeo era disceso nell’Ade per tirarne fuori la sua amata e poi, uscendone, si era girato indietro per sincerarsi che fosse proprio lei a seguirlo, e non un’ombra. E l’aveva persa per sempre. Perché non si esce indenni dagli inferi. Anche Orphea non sarà più la stessa quando terminerà la notte buia e tutta la verità, con il suo carico di dolore, verrà alla luce in un mondo che ha perso la dimensione dell’idillio e del sogno per rivelarsi totalmente privo di una qualunque morale: “Quando uccidi una volta, puoi uccidere due volte. E quando hai ucciso due volte, puoi uccidere l’intera umanità. Non ci sono più limiti.”

     Del romanzo di Dicker apprezziamo la costruzione, l’aver fatto ricorso alla tecnica drammatica del ‘play within the play’, lo spettacolo dentro lo spettacolo di tradizione scespiriana, cosicché ad un certo punto quello che avviene sul palcoscenico del festival è parte integrante di quanto sta succedendo in città. E tuttavia c’è un eccessivo rimescolamento di carte che certamente mantiene alto il livello di tensione ma ha anche un che di artificioso nell’alternarsi di tragedia e commedia grottesca, nel confronto tra arte e vita. Anche se, in questo registro narrativo, ci sono delle osservazioni che ci deliziano- la graduatoria dell’importanza dei romanzi che mette al primo posto i romanzi incomprensibili e all’ultimo i romanzi rosa, collocando il genere poliziesco al penultimo posto, oppure l’affermazione del molto odiato critico Ostrovsky secondo cui un critico non dovrebbe mai scrivere un romanzo e uno scrittore non dovrebbe mai scrivere una recensione critica del libro di un altro scrittore.  Le rivelazioni del finale, però, hanno dell’incredibile e la soluzione del caso della scomparsa di Stephanie Mailer arriva dopo più di 600 pagine- troppe, non è il caso di dirlo.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook.



giovedì 1 dicembre 2016

Sandrine Fabbri, “Domani è domenica” ed. 2016

                                                                   Voci da mondi diversi. Svizzera
               autobiografia
               FRESCO DI LETTURA


Sandrine Fabbri, “Domani è domenica”
Ed. Keller, trad. Daniela Almansi, pagg. 192, Euro 12,75

  Chissà che cosa vuol dire, per una bambina di undici anni, perdere la madre. Chissà che cosa vuol dire, per una bambina di undici anni, essere nella stanza accanto, sentire un rumore, affacciarsi alla finestra e vedere il corpo della madre sull’asfalto. Vuol dire qualcosa di così orribile che proprio non si riesce ad immaginare altro che un piccolo cuore che si arresta insieme a quello della mamma, per poi riprendere a battere ma diversamente. Gli occhi hanno impresso sulla retina un corpo senza vita, negli orecchi gli ultimi rumori, l’acqua che scorreva nel bagno- Sandrine sorvegliava quella sua mamma che entrava e usciva dalla clinica psichiatrica, un sesto senso di lei bambina la avvisava del pericolo, non l’avrebbe mai lasciata sola, ma la mamma se la scrollava bruscamente di dosso. Come quella volta- che la lasciasse stare, andava in bagno. Dovrà passare molto tempo prima che Sandrine riesca ad affrontare il fantasma del passato, a scriverne nelle pagine di questo libro.
    C’è tutto un percorso alle spalle di Sandrine Fabbri. C’è la ricerca di un passato non suo ma dei suoi genitori, un’indagine sulla loro vita per capire che cosa abbia portato sua madre a togliersi la vita.

E’ terribile, ma è così: è il matrimonio che ha tolto a sua madre il desiderio di vivere. Perché si è sposata, allora? Lei, svizzera, esuberante e piena di vita, circondata da corteggiatori se non anche da amanti. Lui, uno sloveno fuggito dalla Jugoslavia che era finito a lavorare al Cern a Ginevra, un tipo possessivo che non voleva che lei avesse un impiego fuori casa. Non aveva saputo sottrarsi alla sua corte?
    Sandrine fruga in una scatola piena di fotografie e cartoline. In una foto la mamma è con l’uomo di cui diceva che era stato ‘il grande amore della sua vita’. Perché non aveva sposato lui, invece?
   Sandrine sa bene quanto potesse essere duro vivere a fianco di un uomo come suo padre- in fin dei conti lei è rimasta sola con lui dopo la morte della mamma. E il padre si comportava con la figlia esattamente come aveva fatto con la madre: lui sapeva quello di cui lei, loro, avevano bisogno. Loro erano sue, lui avrebbe dato loro tutto quello di cui avevano bisogno.
    E’ così che i ricordi si intrecciano- quelli del passato ricostruito della mamma con quelli di lei, Sandrine, che diventa un’adolescente ribelle che cerca l’amore ma è incapace di viverlo, che cambia un uomo dopo l’altro per non stringere mai il rapporto, che torna a casa e si sente insultare dal padre.

   Muore anche il padre e c’è un altro passato da recuperare. Di un uomo che aveva avuto un altro nome che è stato italianizzato a forza quando è espatriato, che Sandrine scopre soltanto adesso. Così come scopre solo ora- non dovrebbe toccare ad un figlio scoprire queste cose- le difficoltà che i genitori devono aver avuto nel rapporto coniugale più intimo.
E poi resta ancora una cosa da fare, andare alla clinica, sapere di più sul male oscuro della mamma, sulle terapie che le erano state fatte, su come sia potuto succedere quello che è successo.

   Non riesce ad essere distaccata, la voce di Sandrine Fabbri che parla del suicidio della madre. E’una voce che formula frasi brevi, quasi ad inghiottire le lacrime. A volte sembra debba tirare un respiro, come se stesse passandosi la mano sugli occhi per scacciare un ricordo o forse, invece, per richiamarlo. C’è poesia nelle sue frasi, la poesia di un amore troncato, del rimpianto di non aver potuto godere di quello che spetta ad ogni bambino di godere, del tormento di non aver capito quello che non avrebbe mai potuto capire.


martedì 5 luglio 2016

Alain C. Sulzer, "Il Concerto" ed. 2013

                                                         Voci da mondi diversi. Svizzera
               il libro ritrovato

Alain C. Sulzer, "Il Concerto"
Titolo originale: Aus den Fugen
Traduzione di Emanuela Cervini
pagg. 221, Euro 15,00 - Ed. Sellerio 2013


  • Una sera di settembre a Berlino. Il clou della serata sarà il concerto del famoso pianista Marek Olsberg alla Filamornica. Olsberg è un mito, un biglietto per il suo concerto vale oro. È stato un bambino prodigio, vive per la musica, lui è la sua musica.

  • Il romanzo “Il concerto”, dello scrittore svizzero Alain Claude Sulzer, si muove tra la manciata di ore che precedono l’inizio, cariche di fremente attesa, e quella delle ore, vibranti di una ben diversa atmosfera, che seguono la fine - o la ‘non-fine’ - del concerto, come un morire, uno svanire di note e di tante altre cose.
  •      Sulzer ha scelto un singolare microcosmo per parlarci delle tante sfaccettature della vita, dei sentimenti, delle ambizioni e dei desideri che fanno vivere gli uomini. Al centro di tutto e di tutti c’è Marek Olsberg, il mostro sacro rispettato e temuto, scortato ovunque dalla sua segretaria - la sua ombra - Astrid Maurer che lo conosce meglio di chiunque, che è al suo fianco per impedire che le noie del mondo dei comuni mortali turbino la sua concentrazione musicale.
  • Gli altri protagonisti del romanzo sono, o dovrebbero essere, appassionati melomani entusiasti all’idea di sentir finalmente suonare il grande Marek. Gente agiata che ha potuto permettersi l’acquisto del biglietto. La signora Esther e la sua amica Solveig. Sophie, la zia nubile che accompagna la nipote Klara. L’agente teatrale Claudius con il suo amichetto Nico. L’agente pubblicitario Johannes, appena tornato da New York, che si trova ad avere per caso due biglietti e cerca una escort che vada con lui. Per completare il quadro, la signora dell’alta società che offrirà un ricevimento al pianista nella sua splendida magione di Potzdam e il cameriere da lei ingaggiato, ex studente di matematica, ex scacchista, ladro in erba.
  •      Come nel movimento di una sinfonia c’è un crescendo nel romanzo, un apice trionfale e poi un decrescendo. L’occhio della cinepresa di Sulzer punta dapprima su ogni personaggio singolarmente, ad iniziare da Marek che sceglie il pianoforte fino al cameriere che si dà da fare per il rinfresco a Potzdam, poi l’obiettivo diventa un grand’angolo per inquadrare la sala del concerto dove il grande Olsberg incanta il pubblico. Finché… Marek Olsberg smette di suonare. Poco prima dell’intervallo. Smette. Dice “E’ tutto.” Si alza e se ne va. Sconcerto. Nessuno ha capito bene che cosa sia successo. Nessuno sa come comportarsi. Quando è chiaro che non ci sarà un seguito, gli ascoltatori escono e tornano a casa.

  •     È un gran maestro, Sulzer. Ha orchestrato le vicende dei suoi personaggi in modo da farci presagire un momento di svolta, un punto di non ritorno che coincide con la decisione del grande pianista di non suonare più. Che cosa succede, quando escono in anticipo sul previsto dalla sala del concerto? Ognuno di loro dovrà affrontare qualcosa che non si aspettava, ognuno di loro verrà a sapere qualcosa che di certo cambierà il corso della sua vita, perfino quel Johannes che era rimasto in un letto d’albergo avrà una sorpresa non del tutto gradita con l’affascinante escort il cui volto gli era sembrato di conoscere. E anche il cameriere Lorenz avrà un’inaspettata libertà di azione quando si spengono le luci nella villa dove non si è presentato nessun ospite. E Marek? Perché ha interrotto l’esibizione? Che ne sarà di lui? ecco, a fianco delle microstorie di questo microcosmo, l’enigma del comportamento di Marek Olsberg potrebbe passare inosservato e restare misterioso, eppure ci sono un paio di frasi del pianista che inducono pure noi ad arrestarci - “a volte mi sembrava di esistere solo durante i momenti al pianoforte”, “Non si può andare avanti così. Impossibile. Devo smettere. Se continuo succederà qualcosa di brutto, qualcosa di peggio che smettere e far arrabbiare un sacco di gente.” Quello di Olsberg è il disagio di chi non sa più chi sia, tanto si identifica con quello che fa. Smettere di fare per essere - è quello che ci dice Sulzer in questo raffinato romanzo a suon di musica.
         la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it