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mercoledì 11 gennaio 2023

Gianni Dubbini Venier, "L'avventuriero" Intervista 2023

 

                                          copyright A. Kaufmann

     Un libro di viaggio ha sempre un fascino tutto suo, sia che faccia tornare alla mente paesaggi visti durante un nostro viaggio o che faccia sognare di scenari e paesi che abbiamo sempre desiderato vedere. Il libro “L’avventuriero” di Gianni Dubbini Venier ha un doppio fascino, perché ci parla di un viaggio nel presente che però segue le tracce di quello fatto da un ragazzo veneziano nel secolo diciassettesimo. Ne parliamo con lo scrittore.

All’inizio del libro racconta come si è imbattuto in Nicolò Manucci e come ha iniziato le ricerche su di lui. Be’, poteva finire lì, poteva pensare ‘che tosto questo ragazzino’. E invece si è letteralmente messo sulle sue tracce. Che cosa lo ha spinto?

    Ottima domanda. Mi ha spinto il desiderio di ripercorrere l’itinerario di un mio conterraneo e poi volevo allinearmi con una tradizione che non è propria del nostro paese, quella della letteratura di viaggio. Ho avuto la fortuna di avere come maestro William Dalrymple- lo conosco dal 2012- e ho avuto un percorso di formazione in Inghilterra, dove mi sono specializzato in archeologia orientale alla SOAS- School of Oriental and African Studies- dell’Università di Londra. Volevo seguire la tradizione del mondo anglosassone seguendo le tracce di qualcuno, ma pensando ad un viaggio nel presente in luoghi caldi del mondo- era il momento della guerra in Siria-, volevo guardare con occhi del presente quello che un viaggiatore vedeva nel passato.

Con la debita differenza di età, si è sentito ‘il doppio’ di Nicolò durante questa esperienza?

    Nicolò aveva quattordici anni, io ero il suo ‘doppio’ e tuttavia non è che io fossi lui o qualcosa del genere, non mi sono immedesimato in lui. Era una guida che andava ricontestualizzata, era un viaggio da adattare al mondo contemporaneo. Per tutti e tre- per Nicolò, per Angelica, la fotografa che mi accompagnava, e per me- è stato un viaggio di formazione. Dobbiamo pensare che nel ‘600 a 14 anni si era già uomini. La carriera del mozzo, del midshipman, iniziava ad un’età molto giovane. In quel senso io, a 27 anni, ero ancora un ragazzino.

È stato un viaggio avventuroso e affascinante su cui ora Le farò una serie di domande:

   qual è stato- se c’è stato- il momento in cui ha avuto più paura per se stesso?


   In Turchia, quando ci fu una serie di attentati dal 27 luglio del 2015 all’agosto dello stesso anno. Il presidente Erdoğan aveva riaperto il conflitto con i curdi e noi stavamo vivendo un momento storico, attraversavamo regioni in un periodo di cambiamenti epocali. Il 4 agosto i guerriglieri curdi del PKK fecero saltare in aria la caserma turca di Doğubayazit. A seguito di questo furono chiuse le frontiere con l’Iran, noi ci trovavamo nella zona orientale e molte strade di quell’area furono fatte saltare, un autobus di turisti fu preso in ostaggio in un posto non lontano da dove ci trovavamo noi- tutto sempre per mano dei guerriglieri curdi. Ci furono poi anche attentati dell’Isis a Sud e altri ancora a Istanbul…

 Qual è stato il tratto più difficile del percorso?

    Per i nervi, il tratto più difficile è stato quello turco dove eravamo esposti ad eventi di un’attualità dirompente. Per il nostro fisico, invece, è stato l’attraversamento della frontiera tra Armenia e Iran. C’era stato l’incidente sul fiume Aras, avevamo dovuto attraversare la frontiera a piedi, con una temperatura di 50 gradi.

 Lo spettacolo che più lo ha emozionato?


    Il monte Ararat, visto dal monastero di Khor Virap, perché quello era finalmente il luogo dove ci ricollegavamo all’itinerario di Manucci. Ce la stavamo facendo, dopo la deviazione causata dai confini blindati tra Armenia e Turchia per le relazioni compromesse dalla questione del genocidio armeno non riconosciuto dai turchi in quanto tale. Un’emozione metafisica causata dal paesaggio, la cima innevata che si stagliava contro il cielo e poi l’euforia di essere vicini al successo del viaggio- non avevamo affatto avuto la sicurezza di poter uscire dalla Turchia.

L’esperienza più ‘strana’ o insolita che ha vissuto?

     La fortuna di vedere gli atleti iraniani che ci hanno concesso di assistere agli allenamenti della loro ginnastica tradizionale, lo zurkaneh, una specie di arte marziale che proviene dal sufi. È stata un’esperienza unica, anche perché, oltretutto, le donne non sono ammesse ed è stata fatta un’eccezione per Angelica.


Di tutte le conoscenze fatte, quale la più memorabile e significativa?

    Il libraio di Isfahan, Iman. Mi ha dato lui stesso il permesso di fare il suo nome, perché racconta la sua esperienza di vendere titoli difficili da reperire in Iran, sottoposti a censura. Non posso dimenticare la sua ospitalità, come gestisce la libreria, con edizioni in farsi di libri come il ‘Candide’ di Voltaire- qualcosa di inimmaginabile, trovare la traduzione in farsi di libri come questo. Certo, c’è anche il Corano tra i libri che vende, ma sta accanto a Woody Allen, al Decamerone di Boccaccio. Non dimenticherò le nostre discussioni, il nostro parlare di quello che succede in Iran. E parlo tuttora con lui. È un’emozione capire meglio quello che succede tramite qualcuno che vive queste esperienze. Non riusciamo neppure ad immaginare che cosa voglia dire essere sempre a rischio di arresto e di tortura per quello che si fa o si dice. Non nei nostri tempi, almeno.

Il luogo dove tornerebbe subito, se potesse?

    Isfahan. Tornerei ad Isfahan, andrei a trovare il mio amico, andrei a rivedere la piazza- Meidan Naqsh-e-jahan in persiano, cioè ‘l’immagine del mondo’, la seconda piazza più grande del mondo, con quella splendida cupola azzurra, e il Chehel Sotoun, il palazzo per ricevere gli ambasciatori stranieri, il bazar…

Chehel Sotoun. il Palazzo delle Quaranta Colonne

Ha qualche rimpianto per qualcosa che non è riuscito a fare?

   No, sinceramente no. Anche la scelta di fare il viaggio in due pezzi ha un suo perché: siamo ripartiti dallo stesso punto. Vorrei ancora andare in India, spero di farlo quest’anno.

Ecco, a proposito di un viaggio in India- ha in programma un altro libro?

     Sì, come ho scritto nel poscritto del libro, vorrei continuare l’itinerario di Manucci nel subcontinente indiano. Lui ha vissuto in un tempo in cui non c’erano ancora le divisioni create dalla colonizzazione con le loro disastrose conseguenze. Io vorrei andare nell’India come l’aveva vista Manucci, senza tener conto delle frontiere, vorrei andare nel subcontinente indiano, nell’India come entità geografica e culturale che nel mondo Mogul di Manucci si estendeva da Kabul al Sud includendo Dacca e Lahore.



domenica 10 aprile 2022

Abdulrazak Gurnah, “Paradiso” ed. 2022

                                                     Voci da mondi diversi. Africa

         premio Nobel

     romanzo di formazione

Abdulrazak Gurnah, “Paradiso”

Ed. La Nave di Teseo, trad. A. Pezzotta, pagg. 368, Euro 19,00

   Inizi del secolo scorso nell’Africa orientale contesa tra colonizzatori inglesi e tedeschi.

    Yusuf ha dodici anni quando viene venduto dal padre al mercante Aziz che il ragazzo aveva finora ammirato e chiamato ‘zio’. Imparerà a chiamarlo ‘sayid’, padrone, e sarà Khalil a insegnarglielo, anche lui venduto ad Aziz anni prima. Era questa la tecnica del mercante- abbindolare qualcuno con speranze di grandi guadagni, prestargli dei soldi che poi non avrebbero potuto essere restituiti e prendersi in cambio qualche figlio (se poi c’era una ragazzina da prendere in pegno, tanto meglio. Era successo così alla sorella di Khalil quando aveva solo sette anni). Khalil diventerà una sorta di fratello maggiore, un amico per Yusuf che si accorgerà a poco a poco e con rammarico di non ricordare più né le fattezze del volto dei genitori né la loro voce.

     “Paradiso”, di Abdulrazak Gurnah, è un romanzo diverso da quelli che abbiamo già letto dello scrittore vincitore del premio Nobel 2021. Non è più centrato sul tema dell’estraniamento dell’uomo di colore che dall’Africa arriva in un paese europeo, è un romanzo di formazione e, nello stesso tempo, anche un romanzo di avventura. E il Paradiso del titolo è sia il giardino della dimora di Aziz, sia l’Africa stessa prima che la sua cultura originaria e il suo ambiente naturale venissero stravolti dai colonizzatori.


    Yusuf è incantato dal giardino di Aziz, ogni volta che può si introduce oltre i cancelli anche se non ne ha il permesso, diventa amico del vecchio giardiniere che gli insegna i rudimenti della cura delle piante, ammira gli specchietti appesi ai rami che riflettono barbagli di sole, si inebria dei profumi, si chiede quale sia il mistero nascosto dietro le finestre schermate della grande casa. Si dice che dentro quelle mura viva una Signora pazza…

    Viene il momento in cui il mercante decide che sia meglio allontanare Yusuf ed inizia il viaggio del ragazzino verso l’interno con una spedizione del cui fine lui non sa nulla, non sa di preciso che cosa venga trasportato e quale sia la meta finale. Si trova insieme a uomini che a volte si prendono gioco di lui, da cui a volte si deve difendere, che spesso lo guardano con sguardi lascivi. Perché- viene spesso ripetuto che Yusuf è un bel ragazzo, lo ammirano sia le donne sia gli uomini.


       La spedizione si addentra in zone selvagge, tra una vegetazione lussureggiante, sfidando zanzare dalla puntura mortale, acque putride, malattie, incontri con tribù che esigono tributi per lasciarli passare e con europei che spadroneggiano e che stupiscono il ragazzo con la loro pelle bianca. Sono loro il serpente che si annida nel Giardino dell’Eden?

      Oppure il serpente della tentazione si nasconde nel giardino con gli alberi con gli specchietti, dove Yusuf scopre, al suo ritorno, vivono due donne, una più anziana che si incapriccia di lui e una più giovane di cui lui si innamora…ma sono entrambe mogli di Aziz.

    Il fascino del romanzo è soprattutto nelle pagine (la maggior parte del libro) in cui gli uomini di Aziz si addentrano in quello che sembra ‘il cuore di tenebra’ di Conrad e il viaggio assume una dimensione duplice, come in tutti i romanzi di crescita. Sono pagine che aiutano anche noi a scoprire un continente. Ma proseguiamo la lettura aspettando sempre che il romanzo ‘prenda il volo’, il che non accade ed il finale ci pare scontato e un poco deludente.

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domenica 14 febbraio 2021

Alberto Beonio- Brocchieri, "Marc de Fer" Intervista

                                                Casa Nostra. Qui Italia

   

   La lettura di “Marc de Fer” mi ha trasportato in un’epoca, il ‘600, di cui avevo vaghi ricordi degli anni di scuola come di un secolo di guerre senza fine e con alleanze complicate, in un paese, la Francia, in cui non ho viaggiato molto tranne che per motivi di studio. Avevo la curiosità, quindi, di saperne di più, di parlare con Alberto Beonio Brocchieri, autore di “Marc de Fer” e di due intriganti romanzi che avevo molto apprezzato, “Il mistero della donna scomparsa” e “I bugiardi di Dio”.

Dal suo esordio come romanziere con un libro ambientato in un prossimo futuro, “Il mistero della donna scomparsa”, ad un tuffo nel passato con questo romanzo storico ambientato nel ‘600 attraverso un thriller ‘filosofico’, “I bugiardi di Dio”. Ci parla del suo percorso letterario?

   


Non mi è facile rispondere. Ho scritto il primo romanzo, “Il mistero della donna scomparsa”, dopo un soggiorno a Roma- Roma mi aveva conquistato e mi sembrava lo scenario giusto per una storia. Nel 2004 avevo la chiara percezione che il problema dell’immigrazione sarebbe diventato di estrema gravità nel corso degli anni e avevo avuto questa idea, di Roma arroccata in una cittadella e intorno c’era il mondo che in qualche modo la circondava e la assaliva.

    Il secondo romanzo, “I bugiardi di Dio”, è stato un salto in una dimensione diversa. Il thriller è una scusa per parlare di un personaggio scomodo, spretato ma che non ha abbandonato la fede. La vicenda gialla illumina il personaggio che scrive un libro, “I bugiardi di Dio”, per dire che il rapporto con Dio è inconoscibile e soprattutto lo è attraverso le segreterie religiose di qualunque religione si tratti. Ed è un romanzo ambientato ai nostri giorni.


    Questo terzo romanzo nasce da una confluenza di diverse cose: la più antica è la mia passione per la scherma e la seconda matrice è l’ignoranza. Mi sono reso conto che, nelle mie conoscenze, il ‘600 era un’area scura. Ricordavo qualche nome, qualche personaggio, e allora mi sono messo a frugarci dentro come quando c’è qualcosa che veramente ti interessa. Ne è venuto fuori un quadro non da storico ma da amateur, per cui sentivo questo periodo in tutto il suo fascino. Infine mi piaceva l’idea di percorrere questo tempo con un personaggio diverso dai soliti, un personaggio che, nel corso della sua vita, trascorre vicende straordinarie, sia in senso personale sia in senso storico. Straordinarie perché ha veramente fortuna, gli capitano situazioni fortunate di cui coglie il lato utile. Mentre va avanti nella sua vicenda si accorge che questo procedere nel mondo è molto bello, ma alla fine presenta un conto da pagare. E allora bisogna fare una scelta, capire a che cosa si è disposti a rinunciare per tenere il potere. Mi interessava la vicenda umana vista nella chiave interpretativa della storia di potere. Il potere è un personaggio importante. Alla fine Marc prende una decisione saggia ma anche coraggiosa che rispecchia quello che lui è, tutto il suo personaggio.

Mi ha incuriosito la scelta sia del periodo storico- scelta che Lei ha già spiegato- sia quella dell’ambientazione in Francia. Perché il ‘600 in Francia?

Brive

   Ho scelto la Francia per una questione di banale gusto estetico. Mi è sempre piaciuto il Midi della Francia- la Guascogna, la Borgogna, la zona moschettiera. Sono luoghi bellissimi, sia per la presenza storica e per la dolcezza paesaggistica. Non è una bellezza gridata ma è di una dolcezza straordinaria. E la vecchia casa dei conti di Ferréol, che sono significativamente presenti in tutta la narrazione, è proprio lì, a Brive, sul corso della Dordogna.

E veniamo al protagonista di questo che, oltre ad essere un romanzo storico, è un romanzo di formazione. Veniamo al ‘cavaliere senza macchia e senza paura’: ci parli di Marc, di quello che voleva che Marc fosse e rappresentasse.

    Marc non è senza macchia e senza paura. Senza paura sì, è coraggioso. Senza macchia no: sa navigare tra se stesso e gli eventi in un equilibrio non facile. Marc ha coraggio e molto buon senso. Istintivamente sa usare l’uno o l’altro. Molto spesso è indirizzato dall’idea di fare carriera.

Questo personaggio è venuto fuori perché mi interessava la figura di un uomo che parte da una condizione umile- appartiene ad una famiglia di contadini-, diventa per caso un oste aiutando suo padre nella locanda e poi soldato. E da lì incomincia il suo incontro con il potere, un potere grande che lo solleva in alto sulla scala sociale ed economica. Però questa scalata non è gratis. È per questo che mi piaceva creare questo personaggio, per cercare di indagare la dialettica tra individuo e potere.


 Tra i personaggi che affollano il libro, tutti descritti in maniera memorabile, ce ne sono due di cui vorrei sapere di più: il capitano de Ferréol, quasi un secondo padre per Marc, e il principe di Condé.

    Sono due figure diverse. Il Capitano de Ferréol è un personaggio molto segreto che si svela a poco a poco, una di quelle persone che sembrano fredde e distanti e poi si dimostrano in una dimensione di umanità profonda. Anche qui c’è la dialettica tra individuo e potere. È condizionato per tutta la vita dai pregiudizi della sua ascendenza di nobiltà. Se ne libererà anche grazie all’avvicinamento con Marc che gli fa scoprire il senso di una individualità piena e profonda.

  

Il principe di Condé

Condé è Condé, lo incontriamo dapprima giovane quando ruzzola giù da cavallo e poi lo affianchiamo durante la battaglia di Rocroi. Condé è l’impersonificazione del Potere, dei soldi e della casata, ma in accettabile dimensione umana. Non dimentica mai di essere un principe, d’altra parte essere un Condé significava essere uno degli uomini più in vista del paese. È un personaggio che mette sotto scacco la coscienza di Marc e gli impone una scelta difficile.

   Aggiungerei però un terzo personaggio importante: Dewick. Dewick è il ‘600, è l’uomo nuovo nel suo tempo. Non è simpatico e positivo, ma è un osservatore di quello che succede intorno a lui e nel pensiero di questo secolo. È uno scienziato del comportamento umano perché osserva, cataloga, capisce le persone intorno a lui e se ne serve.

Anche di due donne vorrei sapere di più. in un romanzo in cui la guerra è in primo piano, le donne sono marginali, però Magdalene è importante. Arianne è più sottotono, quasi in disparte. Sono due donne agli antitesi?

   Non del tutto. Lo sono per tipologia di vita e di persona. Hanno due elementi in comune: un’infanzia segnata da una tragedia e poi sono donne franche, oneste, che non si infingono, che non cercano di apparire diverse da quello che sono. Hanno fierezza della loro identità. Magdalene adombra anche la tragedia delle streghe: è un ambito in cui non ho voluto entrare, e però volevo che si avvertisse.

 I capitoli in cui Marc prende lezioni di spada da Monsieur Hermès sono scritti da qualcuno che non si è solo informato, ma che è un esperto: sbaglio?

lo scrittore in pedana con il nipote

    No, li ha scritti qualcuno che, tra quando era ragazzo e poi anziano, ha fatto vent’anni e più di pedana: per me quello per la scherma è stato amore vero, passione per l’incontro, lo scontro, il duello con un altro, con tutte le furbizie  e la preparazione. La scherma è uno sport bellissimo che mi ha accompagnato negli anni e che ho rivissuto in questo capitolo. Marc non fa sport, il non saper maneggiare la spada gli ha causato un problema serio e deve imparare.

Nelle scene dell’apprendistato con la spada appare un personaggio senza nome ma che noi riconosciamo benissimo: Cyrano de Bergérac. È una strizzata d’occhio ad un famoso personaggio veramente esistito e all’ancora più famoso dramma di Edmond Rostand?

    Ovviamente sì. È una strizzata d’occhio che non so se verrà riconosciuta. Ci ho giocato. Ho adorato Cyrano de Bergerac sia nella sua versione cartacea sia in quella cinematografica. Cyrano è proprio lui, in questa scena. E poi devo dire un’altra cosa: in una realtà dentro di me Cyrano è il padre del figlio della sorella di Marc. Potrebbe essere un altro romanzo…

Un’ultima domanda sulla guerra. Guerra vera, verissima, eppure, in un certo senso, anche metafora della condizione umana.

    Purtroppo sì. Ho lasciato trasparire l’amarezza di constatare che l’uomo è, per metà, ‘una schifezza’. In bocca a Gaston metto delle parole a questo proposito: la guerra è sacra ed è stata sacra perché in pace l’uomo si racconta favole su se stesso, ma in guerra cadono tutte le maschere. In guerra l’uomo diventa quello che è davvero, un’altra cosa. La realtà è che l’uomo gode nel far male ai suoi simili.

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Recensione e intervista saranno pubblicate su www.stradanove.it



sabato 13 febbraio 2021

Alberto Beonio-Brocchieri, “Marc de Fer” ed. 2021

                                                                            Casa Nostra. Qui Italia

        romanzo storico
      romanzo di formazione

 Alberto Beonio-Brocchieri, “Marc de Fer”

Ed. Simonelli, pagg. 403, Euro 6,99 (formato kindle)

    Marc dei Cuisiniers. Marc de Fer. Tenente Marc de Fer. Capitano Marc de Fer. Colonnello Marc de Fer. Monsieur Marc de Fer le Comte de Gaillac: ecco l’ascesa di questo personaggio che domina le pagine del romanzo storico di Alberto Beonio Brocchieri.

Eri un servo, con solo intelligenza e coraggio- gli viene detto alla fine. Perché la sua famiglia era stata da sempre al servizio del conte de Ferréol- erano dei semplici contadini. Poi il padre di Marc aveva salvato il conte, facendogli scudo con il suo corpo e rimanendo lui al suo posto sotto il peso di una trave crollata. Una vita per una schiena spezzata, un podere e una locanda per delle gambe divenute inutili, un servizio nell’esercito e il grado di tenente per Marc per renderlo degno di sposare la figlia del conte. E così Marc dei Cuisiniers (il nome con cui tutti conoscevano ormai la sua famiglia) era partito per addestrarsi alla guerra, senza sapere che cosa lo aspettava, con il solo desiderio di rendersi degno della contessina.

     In Francia regna Luigi XIII, l’erede al trono non è ancora nato, sarà accolto con tripudio quando viene al mondo e sarà il futuro re Sole. La realtà in cui il ragazzo di campagna Marc viene catapultato è quella della guerra cosiddetta ‘dei trent’anni’ perché durò dal 1618 al 1648- uno dei peggiori conflitti armati che coinvolse più o meno tutte le potenze europee. Marc, preso sotto l’ala del capitano de Ferréol, cugino del conte, si distingue presto per ardire e per intelligenza.

Luigi XIII

    “Marc de Fer” è allo stesso tempo un romanzo storico e un romanzo di formazione, un romanzo di guerra e un romanzo d’amore, un romanzo che parla di lealtà e di legami di amicizie e di oltraggiosi tradimenti.

Quando Marc si allontana dalla locanda sul miglior cavallo del conte, è poco più che un ragazzo. Pensa di guadagnarsi quel grado- tenente- e di tornare a riprendere la sua vita. Tornerà, sì, ma due volte. La prima volta sperimenterà su se stesso la ferita del tradimento. Così bruciante da fargli voltare le spalle e darsi per morto, perché nessuno sappia che è tornato e che è stato umiliato. Ci vorranno anni, non per dimenticare- quello, mai-, ma per capire che i legami di sangue non si spezzano con un falso certificato di morte, che le radici affondano in profondità e non è facile divellerle. Il secondo ritorno sarà circonfuso dell’aura della sua neo-nobiltà conquistata sul campo delle battaglie, con l’intelligenza e l’astuzia che, più di una volta, gli hanno fatto sventare congiure e salvare la vita del principe di Condé, con il ‘cervello fino’ dell’ex contadino che gli ha fatto escogitare strategie di attacco e difesa degni dei famosi trattati sulla guerra.

    C’è altro ancora in questo personaggio che abbiamo incominciato ad amare apprezzando le sue reazioni agli ordini che gli vengono dati- quando gli viene comandato di sparare ad un cane per metterlo alla prova (esegue, ma quanto gli pesa), quando razziano il cibo ai contadini (“parlavano francese come noi. Facciamo la guerra contro di loro?”), quando- è questo è l’ordine peggiore- deve stuprare una ragazzina (il ricordo di quello a cui non ha potuto sottrarsi tormenterà Marc per sempre). Amiamo la sua eticità, il suo distinguere tra bene e male senza autogiustificarsi. Amiamo il suo entusiasmo, quando accoglie come un’arte le lezioni del maestro di spada, il suo stupore incantato quando vede per la prima volta il mare (ci ricorda Carlino che scopre il mare ne “Le confessioni di un italiano” di Ippolito Nievo), la sua umiltà quando impara a leggere, la sua capacità di coniugare il potere che- se ne rende ben conto- lo sta cambiando e un comportamento equo che gli assicura la devozione dei suoi uomini, il suo distinguere fra sesso e amore, il suo mantenere la sua dignità mettendo in chiaro con la marchesa attempata che non può comprare le sue prestazioni.

Luigi XIV il futuro Re Sole

    Intorno a questo personaggio dominante ruotano delle donne, ognuna un frammento della sua vita- la madre, la sorella, il primo amore, la marchesa, Arianne (la tentazione della sicurezza) e Magdalene, la maga delle erbe, colei che cura il corpo e l’anima, lo spirito indipendente che toccherà a lui, l’invitto Marc de Fer, rincorrere.

    Azione e sentimento, guerra e pace. Il fascino del romanzo di una volta che non perde mai la sua attualità. Appassionante, da leggere.

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A breve seguirà intervista con lo scrittore


 

giovedì 7 gennaio 2021

Daniel Mason, “L’accordatore di piano” ed. 2019

                                  Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

Daniel Mason, “L’accordatore di piano”

Ed. Superbeat, trad. Maria Nicola, pagg. 814, Euro 18,00

   1886. Londra. Edgar Drake, accordatore di pianoforti, viene convocato dal Ministero della Guerra. Quello che gli chiedono è strano e decisamente insolito ma, proprio perché è così intrigante, ad Edgar è impossibile rifiutare. Deve partire per la Birmania, colonia britannica, per riparare il pianoforte del maggiore medico Anthony Carroll. Il compenso sarà adeguato- per i tre mesi in cui starà via riceverà una somma pari ad un anno intero di lavoro.

     Non sono i soldi ad attirare Edgar Drake. Non è neppure la vanità, che questa richiesta sia stata fatta proprio a lui. È l’idea di poter ‘vedere’ e ‘toccare’ niente meno che un pianoforte Érard del 1840, il meglio del meglio. Della Birmania non sa nulla, ma è solleticato dalla meta esotica. E lui è l’ultimo a domandarsi che cosa ci faccia un maggiore medico con un pianoforte in una postazione di guerra e in Birmania. Perché qualunque sia l’esigenza di Anthony Carroll, Edgar Drake la capisce.


    Sono i superiori di Carroll a non capire- circolano tante voci su Carroll, voci che ne hanno fatto un personaggio di leggenda. A Drake racconteranno, una volta che è arrivato a Mandalay, di come Carroll abbia fermato un attacco di indigeni shan cantando. Di come Carroll abbia fatto della musica uno strumento di pace. Di come abbia imparato la lingua locale laggiù, a Mae Lwin, quell’avamposto che non è indicato su nessuna carta geografica. E c’è molto altro ancora che Drake scoprirà dopo aver incontrato questo personaggio carismatico.

    La situazione in Birmania è complessa in questi ultimi anni dell’800. La supremazia inglese nel sud asiatico è rivaleggiata dai francesi nel delta del Mekong e dai russi lungo i confini settentrionali dove le etnie shan si considerano nemiche dei birmani. E Carroll cerca di negoziare un trattato di alleanza con metodi tutti suoi che includono anche la musica.


    È un personaggio sfaccettato ma anche ambiguo, questo Anthony Carroll. È indubbio che sia ammirato e rispettato dai locali. Quanto a lui, ha quella curiosità intelligente del vero viaggiatore e si differenzia dai dominatori inglesi. Carroll non è solo un appassionato di musica, ma lo è anche della fauna e della flora. Carroll non si limita ad impiegare i rimedi occidentali per curare i locali che si presentano nel piccolo ospedale che ha aperto a Mae Lwin, ha imparato ad usare le erbe secondo l’antica tradizione orientale. Edgar Drake ne è conquistato, anche se cerca di sottrarsi al suo fascino, anche se cerca di opporsi ad alcune sue richieste- senza riuscirci.

   Quello di Drake è un viaggio di scoperta e di formazione, anche se è tutt’altro che giovane. Di giovane, però, ha la qualità che lo accomuna a Carroll, la curiosità e la ricettività. Drake è pronto a lasciarsi incantare da tutto, dall’unica storia dell’uomo cieco a bordo della nave, dalle cupole d’oro dei templi birmani, dal canto degli uccelli nella foresta, dal gorgoglio del fiume Salween, dalle risatine dei bambini che lo spiano dalle fessure della capanna, dalla thanaka, la pasta bianca che le donne si mettono sul volto. Dall’Érard e da Khin Myo. Dall’Érard perché è un sogno di pianoforte, da Khin Myo perché è un sogno di donna. Anche se è così diversa dalla moglie che Drake ama moltissimo, anche se- e questo gli è chiaro dopo- è la donna di Carroll.


    Non può finire bene la storia di un uomo conquistato dall’Oriente in guerra. È l’eterno contrasto Oriente-Occidente, la favola che i colonizzatori si vogliono raccontare- di portare la civiltà a popoli selvaggi-, la totale mancanza di comprensione versus la tentazione dell’assimilazione. 

Chi è Anthony Carroll in realtà? Se Edgar Drake assomiglia a Marlowe che si addentra nel Congo nel romanzo di Joseph Conrad, Mae Lwin non è affatto il cuore di tenebra, piuttosto il suo contrario, e Carroll non è Kurtz che contempla l’orrore nel suo avamposto.

È forse un disertore, come il colonnello Walter Kurtz interpretato da Marlon Brando in Apocalypse Now, il film di Coppola, storia rivisitata da Ben Pastor in “Le vergini delle rocce” dove il mitico Ter Vishap sarebbe in realtà un generale romano scomparso e dato per morto?

   E poi tutto finisce, nella pioggia, in uno sparo. Meglio dimenticare come suggeriscono, ancora una volta ambiguamente, i versi che Carroll ha trascritto per Drake, che parlano dei compagni di Ulisse che mangiano i fiori di loto e poi non hanno più voglia di partire e preferiscono restare lì, “a cibarsi di loto e obliare il ritorno.”

   Un romanzo ammaliante, anche se meno maturo del romanzo seguente di Daniel Mason, il bellissimo “Soldato d’inverno”.

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venerdì 11 dicembre 2020

Nicole C. Vosseler, “La baronessa del ghiaccio” ed. 2020

                                                       Voci da mondi diversi. Area germanica

             love story

        romanzo d'avventura

Nicole C. Vosseler, “La baronessa del ghiaccio”

Ed. Neri Pozza, trad. R. Scarabelli, pagg. 316, Euro 19,00

    Un re Tudor, 1806. No, non è come si può pensare un discendente di Re Enrico VIII della dinastia Tudor dell’Inghilterra. Questo Tudor era soprannominato ‘il Re del ghiaccio’, perché agli inizi del secolo XIX ebbe l’idea brillante di trasportare il ghiaccio dal Massachusetts alle isole caraibiche. Quando ne sentì parlare da un marinaio, Griša Voronin fu dapprima incredulo, poi scettico, poi…perché no? Si poteva fare. Sua sorella Katja ‘capiva’ il ghiaccio, avrebbe potuto aiutare. Perché no? Nei paesi in cui il caldo faceva andare a male le provviste, oppure, più semplicemente, faceva agognare una bibita fresca, il ghiaccio sarebbe andato a ruba. E il Re del ghiaccio avrebbe avuto una rivale degna di lui, la Baronessa del ghiaccio.

Frederic Tudor

    Torniamo indietro, perché il romanzo di Nicole Vosseler deve essere assaporato con la lentezza con cui assaporereste un ghiacciolo.

È il 1882 quando Griša, tredici anni, e la sorellina Katja di nove anni scappano di casa. Sono figli di un servo della gleba, se vengono presi saranno arrestati, devono lasciare la Russia. Lui, Griša, ha sete di avventura, guarda lontano. Quando arriveranno a Tromso, si imbarcherà su una baleniera, alternerà mesi in mare con periodi di tempo a terra- di certo non lascerà mai sua sorella di cui si sente responsabile. Lei, Katja, è un topolino che sboccerà in una splendida  ragazza con gli occhi chiari come il ghiaccio e i capelli corvini, una volontà di ferro e nessuna smanceria femminile. E con il ghiaccio Katja ha un rapporto speciale, in un’altra epoca sarebbe potuta diventare glaciologa, come Smilla, la protagonista del romanzo di Peter Hoeg. Katja sente il ghiaccio cantare, con il tocco delle dita ne percepisce lo spessore e la solidità.

Riproduzione del palazzo di ghiaccio voluto dall'Imperatrice Anna nel 1740

   Sono tante le avventure in serbo per i due fratelli Voronin. Non si fermano in Norvegia e neppure in Danimarca. Arriveranno ad Amburgo, un vivace porto commerciale. Dapprima sarà una conoscenza casuale, quella con i fratelli Thilo e Christian, proprietari di una bottega di merci varie, e poi diventerà molto di più- una stretta amicizia, amore, un sodalizio commerciale, tra alti e bassi, illusioni e delusioni, fino al successo della grande impresa. Successo insperato con una premessa azzardata, tanto da sembrare folle, ma li consacrerà come Baroni del Ghiaccio, perché riusciranno a battere il Re in velocità.

    Il romanzo di Nicole Vosseler ha parecchi piani di lettura- è questo il suo fascino, come per il precedente libro “Il botanista inglese”.

   È un romanzo di formazione in cui seguiamo da vicino la ‘crescita’ dei diversi personaggi- le difficili decisioni di vita da prendere, le scelte d’amore, tanto più tormentate quando si è incerti sulle proprie preferenze sessuali o quando l’immaturità rende incapaci di distinguere tra ‘lussuria, amicizia e amore’. Si sbaglia, si soffre, si fa soffrire, si conoscono momenti di felicità sublime e il trionfo della soddisfazione per aver ottenuto quello per cui si è lottato.

    È anche il romanzo di un viaggio a tappe, che coincidono con la ‘crescita’ personale. Viaggio vero che ci porta nei mari del Nord a caccia di balene e poi nella terra dei ghiacci a venti gradi sotto zero, in paesaggi di una glaciale bellezza, e viaggio di conoscenza- dell’altro e di se stesso. “Succedeva sempre così, che all’estero si cambiava opinione su qualcuno che si pensava di conoscere?”. Perché il viaggio è come una lente, crea una distanza che permette lucidità di visione.

Calabrosa

   E infine è un intrigante dizionario del ghiaccio- ognuna delle cinque parti del libro è preceduta da una breve spiegazione di un diverso tipo di ghiaccio: ghiaccio fisso, calabrosa, ghiaccio nero, ghiaccio a candela, polvere di diamante. Se dapprima pensiamo che sia uno sfoggio di erudizione, oppure una sorta di gioco che spieghi la passione di Katja per il ghiaccio, ci rendiamo poi conto che, in una maniera sottile, c’è una corrispondenza con il capitolo che segue, che avanziamo con cautela o con maggiore sicurezza sulla lastra delle vicende e dei sentimenti, fino al lucente Diamond Ice, uno sfavillante bagliore di successo.

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a breve seguirà intervista con la scrittrice





    

 

sabato 11 aprile 2020

Michael Palin, “Il mistero dell’Erebus” ed. 2020


                                       Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                                        romanzo storico
         romanzo d'avventura

Michael Palin, “Il mistero dell’Erebus”
Ed. Neri Pozza, trad, Ada Arduini, pagg.  formato Kindle Euro 9,99

      Nomen omen. Non è certo ben augurale, per una nave, il nome Erebus. Erebus come il dio del caos e dell’oscurità. Più appropriato per il maestoso vulcano nell’Antartide a cui il capitano James Clark Ross diede lo stesso nome della nave che, invece, scomparve nel 1846, durante un’altra spedizione insieme al capitano Sir John Franklin e all’intero equipaggio, mentre cercava il favoleggiato passaggio a Nord-Ovest che avrebbe accorciato la distanza tra la Gran Bretagna e l’Oriente. Per poi riapparire nel 2014, a 168 anni di distanza. Sembra la storia di una nave fantasma, di quelle di cui si legge nei libri di avventura per ragazzi.
     L’autore dell’affascinante libro che racconta la storia dell’Erebus, Sir Michael Edward Palin, meriterebbe lui stesso un libro in cui essere il protagonista assoluto con le avventure della sua vita- attore, comico (è uno dei noti Monty Python), presentatore televisivo, sceneggiatore, protagonista di documentari di viaggio (due treni britannici portano il suo nome), presidente della Royal Geographic Society, fondatore di un centro per bambini balbuzienti. Con una simile tempra, un centinaio di anni prima avrebbe potuto trovarsi sul ponte dell’Erebus, a scrutare le pareti di ghiaccio.
il vulcano Erebus

     Ah, for just one time I would take the Northwest Passage/ To find the hand of Franklin reaching for the Beaufort Sea…è il ritornello che lo scrittore canta nel bar della nave da ricerca russa, sulle tracce di Sir John Franklin. È il 2017 e sono le ultime pagine del libro che inizia, invece, con le scene del cantiere del Galles in cui, nel 1823, si costruiscono le due navi Erebus e Terror, destinate a viaggiare insieme. Ne seguiremo le vicende- dapprima nella fortunata spedizione nell’Antartico, dal 1837 al 1840, e poi in quella senza ritorno.

       Non era stata un’impresa da poco, passare tre inverni nell’Antartide a bordo dell’Erebus. Ci voleva il carisma del capitano James Clark Ross, un uomo di grande fascino fisico, coraggioso e competente, per tenere sotto controllo un equipaggio che, ad un certo punto, sarebbe volentieri tornato indietro. Ma per James Ross trovare il polo magnetico era un’ossessione, come la balena bianca per il capitano Achab. Dopo il rientro, però, Ross non era più voluto partire. E l’incarico di guidare la spedizione alla ricerca del passaggio a Nord-Ovest era stato affidato a Sir John Franklin, non più giovane, con una moglie ambiziosa.
Sir James Clark Ross
     Leggiamo dei preparativi, di che cosa venne caricato a bordo, tutti i dettagli dagli abiti ai viveri, perfino ai libri da leggere. E poi dei capitani delle due navi, della loro personalità e di quella degli altri membri dell’equipaggio- del medico che amava cacciare, dell’ufficiale che documentava la spedizione con disegni. Perché la grande avventura era mirata a scoperte geografiche, a mappare terre sconosciute, ma anche a documentare la fauna e la flora dei paesi dei ghiacci. Leggiamo della cocciuta fede di Jane Franklin nel ritorno del marito anche quando era chiaro a tutti che troppo tempo era passato dall’ultimo avvistamento, delle spedizioni per ritrovare le navi (più di una e tutte infruttuose), del rifiuto inorridito di credere che i disgraziati sopravvissuti avessero dovuto ricorrere al cannibalismo. Altre avventure, ipotesi, rassegnazione. Fino al 2014, quando furono ritrovati i resti dell’Erebus al largo della King William Island nel  territorio degli inuit, confermando quello che questi avevano dichiarato ai membri delle spedizioni di salvataggio dell’800. Nel 2016 anche la Terror fu ritrovata.
Sir John Franklin
     Storie come quella di questi grandi velieri hanno una magia tutta loro. In un mondo in cui ormai conosciamo pressoché tutto e in cui gli spostamenti sono diventati all’ordine del giorno, imprese come quella di Ross e di Franklin appaiono eroiche e loro stessi sono l’incarnazione del mito di Ulisse che brucia dal desiderio to follow knowledge like a sinking star, di inseguire il sapere come la stella che si inabissa, “di navigare al di là del tramonto”. E forse anche per noi “non è troppo tardi per cercare un mondo più nuovo”, con scopi diversi, con mete diverse, anche se non a bordo di una nave.
     Un libro molto bello e molto ben documentato che si legge come un grandioso libro di avventura. Una fonte d’ispirazione.

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la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it