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domenica 23 marzo 2025

Michel Jean, “Kukum” ed. 2025

                                             Voci da mondi diversi. Canada

      storia vera

     storia di famiglia


Michel Jean, “Kukum”

Ed. Marcos y Marcos, trad. Sara Giuliani, pagg. 224, Euro 17,10

   Un esergo bellissimo, ad introduzione di “Kukum” dello scrittore innu canadese Jean Michel. L’originale è in una lingua incomprensibile, ma la traduzione suona così: Non sempre mi ricordo da dove vengo,/ i sogni mi ricordano chi sono,/ le mie origini non mi lasceranno mai. Da queste parole, insieme al titolo, intuiamo che leggeremo la storia di un antico retaggio, di un patrimonio culturale che abbiamo il dovere di tutelare. E “Kukum” è la storia vera, seppur romanzata, della bisnonna dello scrittore stesso, la voce narrante che inizia il suo racconto da quando lei, quindicenne, lascia la casa degli zii che l’hanno cresciuta per seguire il ragazzo diciottenne che sposerà e amerà per tutta la vita.

   Lui, Thomas, è un innu, appartiene alla popolazione indigena della penisola del Labrador-Quebec, nel Canada orientale. Un tempo i primi esploratori francesi avevano dato loro il nome di  Montagnais che però venne sostituito ufficialmente nel 1990 con ‘innu’, che significa ‘l’essere umano’ nella loro lingua, l’immu-aimun.

   Lei, Almanda, ha origine irlandese- i suoi genitori erano emigrati dopo la serie di gravi carestie che avevano flagellato l’Irlanda e, però, erano morti prima ancora di stabilirsi nella nuova patria, lasciando lei bambina alle cure degli zii.


     Si vedono, da lontano dapprima, lui sulla sua canoa sul lago, lei sulla riva. Si innamorano- è l’incanto dell’amore giovane che non ha bisogno di parole, perché nessuno dei due conosce la lingua dell’altro, è l’amore che attrae gli opposti, lui con i capelli neri e la carnagione scura, lei bionda e con gli occhi azzurri. Lei lo segue fiduciosa, pronta a quella sfida, di arrivare tra gente che non conosce e che conduce una vita che le è del tutto estranea. È così facile adattarsi, quando si è giovani, quando si vuole condividere tutto con il proprio amato. Almanda impara a cacciare e impara il significato profondo della caccia, impara che si deve essere grati all’animale che si uccide perché la sua carne sarà nutrimento per la loro gente. Impara a fare i cesti, a infilare perline per adornare cappelli e abiti, a conciare le pelli che avrebbero venduto quando, con la bella stagione, sarebbero scesi verso sud, a trasportare la canoa nei tratti in cui non si può risalire il fiume. La famiglia di Thomas e Almanda diventa numerosa e vien il giorno in cui Almanda, che ha studiato, decide che la bambina più grande deve fermarsi a Pointe-Bleue per andare a scuola, mentre loro torneranno a Nord.


    Tutta questa prima parte sembra il racconto del Giardino dell’Eden in cui regna serenità e poesia e unione con la natura. Poi succede come succede nel Giardino dell’Eden e il serpente del Male che si insinua si chiama colonizzazione, sfruttamento dei territori, deforestazione- il rumore delle segherie infrange la quiete, il fiume è invaso dai tronchi che scendono a valle e non è più navigabile, gli innu non possono tornare nelle loro terre da dove derivavano la loro sussistenza, la disoccupazione e il cambiamento radicale di vita porta alcolismo, i bambini vengono portati via per essere messi in collegi. Forse è questo il peggio, il futuro negato alla cultura innu. Nel momento stesso in cui ai bambini è proibito parlare nella loro lingua, inizia per loro uno sradicamento, una perdita, la confusione sulla loro appartenenza.


    A poco serve la ribellione dell’ormai anziana Almanda che si rifiuta di lasciare la sua casa perché la ferrovia deve passare proprio di là, il suo viaggio a Québec per protestare contro il traffico incontrollato delle automobili  termina con la sua piccola vittoria: vengono costruiti dei marciapiedi. Ben poca cosa. Il tempo non si arresta. Forse a scuola si insegnerà l’innu-aimun, ma per i nipoti e i pronipoti Almanda è la grand-mère, non la kukum, con la parola ‘nonna’ nella loro lingua.

  Un romanzo poetico e drammatico, l’epopea di un popolo indigeno che non conoscevamo e che ha conosciuto la sorte degli indiani d’America e degli aborigeni australiani.


lo scrittore sarà presente oggi a Book Pride

 

domenica 1 gennaio 2017

Melania G. Mazzucco, “Io sono con te” ed. 2016

                                                                 Casa Nostra. Qui Italia
        una storia vera
      FRESCO DI LETTURA


Melania G. Mazzucco, “Io sono con te”
Ed. Einaudi, pagg. 252, Euro 17,50

     Dieu le veut. Lo vuole Dio. E’ il nome della clinica che Brigitte Zébé aveva aperto a Matadi in Congo. Una clinica dove lei faceva l’infermiera e dirigeva uno staff di medici qualificati, pronti ad aiutare quelli che si presentavano in cerca di aiuto anche se non avevano la possibilità di pagare. Dieu le veut, è il mantra che Brigitte ripete con fede ma anche con una sorta di fatalismo mentre affronta le difficoltà più incredibili di questa sua nuova vita di rifugiata in un paese di cui non sapeva nulla, in cui non conosce nessuno e non comprende nessuno quando le viene rivolta la parola. Dieu le veut, e intanto piange. La sua vita perduta, i figli perduti, morti, chissà. Il futuro buio.

“Io sono con te” è la storia di Brigitte Zébé rifugiata approdata a Roma. E Melania Mazzucco è la scrittrice che raccoglie la sua storia facendosi portavoce di Brigitte.
Quando ho letto “Voci del verbo andare” di Jenny Erpenbeck, dove un professore in pensione si avvicinava ai rifugiati e ascoltava le loro storie, mi sono chiesta perché non avessimo anche noi uno scrittore che facesse qualcosa di simile, proprio noi che siamo il paese dove la maggior parte di questi disperati in fuga sbarca e dove quindi ha diritto di chiedere asilo politico, perché non ci fosse uno scrittore italiano che se la sentisse di prendere questo fardello di dolore sulle proprie spalle. Ecco: Melania Mazzucco è la risposta, è lei che per mesi ha ascoltato Brigitte, che ne ha raccolto le parole e le lacrime. Nel libro si intrecciano tempi diversi fatti di flash immediati sul presente di una donna che si aggira per la stazione Termini- sembra in stato confusionale, e come potrebbe non esserlo, catapultata in un paese sconosciuto, impreparata al clima freddo di una Roma autunnale, con in tasca venti euro del cui valore non ha idea-, che dorme per terra, timorosa di tutto, che viene indirizzata al Centro di via Astalli dove immediatamente riceve cure mediche, sia fisiche sia psicologiche, e di flash-back sul passato, su come la vita tranquilla (per quanto possa essere tranquilla la vita in Congo) di Brigitte, vedova con quattro figli e un lavoro ben avviato, sia stata sconvolta dal suo rifiuto di uccidere con dolcezza dei manifestanti ricoverati nella sua clinica.
I ricordi peggiori, la prigione, le torture, le violenze, la fame, la bestialità dei carcerieri e poi la salvezza insperata- perché il bene fatto torna sempre indietro, Dieu le veut- e quel viaggio verso l’ignoto, vengono per ultimi perché è come se si riaprissero le cicatrici, come se tutto il corpo dolesse di nuovo. Niente vien tralasciato nel racconto della vita di Brigitte, nessun dettaglio del suo nuovo inizio con gli aiuti del Centro di via Astalli diretto dai gesuiti, degli incontri fatti con persone eccezionali che hanno scelto di dedicare la loro professionalità all’aiuto dei rifugiati, dell’iter arduo per avere i documenti, perché le venga riconosciuto il diritto di asilo, per avere un alloggio, per imparare la lingua, per inserirsi nel mondo del lavoro, per cercare di ritrovare i figli e poi per riconquistare l’affetto e la fiducia di questi figli che si erano sentiti abbandonati da lei, così all’improvviso.

    Si esce diversi dalla lettura di “Io sono con te” (sono parole tratte dal libro di Isaia, “Tu non temere, perché io sono con te”). Melania Mazzucco è una bravissima scrittrice, la sua empatia è straordinaria e Brigitte è una persona fuori dal comune. La sua storia cambia la nostra maniera di guardare le persone di colore agli angoli delle strade. Di certo non saranno tutti come Brigitte, ma dovremmo pensare a lei e non girare alla larga. E dovremmo dare degli scampoli del nostro tempo e tagliare un margine del sovrappiù che tutti abbiamo e contattare i centri di accoglienza per rifugiati.
Un romanzo molto bello e generoso contro la discriminazione.