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domenica 17 novembre 2024

Han Kang, “Non dico addio” ed. 2024

                                                      Voci da mondi diversi. Corea

                                                  Guerra

premio Nobel

Han Kang, “Non dico addio”

Ed. Adelphi, trad. Lia Iovenitti, pagg. 265, Euro 20,00

 

     C’è un altro frammento di storia della Corea nel libro “Non dico addio” della scrittrice Han Kang, vincitrice del premio Nobel 2024. Un frammento che fa luce su un episodio forse ancora più doloroso della rivolta popolare di Gwangju soffocata nel sangue nel 1980 e rievocata in “Atti umani”- i massacri di Jeju in cui un numero imprecisato di persone, forse trentamila, forse di più, fu trucidato per eliminare qualunque supposto simpatizzante comunista. Lo sterminio iniziò il 3 aprile 1948- infatti viene ricordato semplicemente come ‘Jeju 4.3’- e proseguì nel 1949. Si era alla vigilia della guerra di Corea, tra il Nord, sostenuto dall’Unione Sovietica e dalla Cina, e il Sud, sostenuto dagli Stati Uniti. Nella paranoica paura del Comunismo furono proprio gli Stati Uniti a fomentare i massacri.

    La prima parte del libro era stata scritta precedentemente e solo in un secondo tempo Han Kang la rimaneggiò dandole un seguito. È uno stacco che si avverte, tra la prima e la seconda parte, e la prima parte occupa uno spazio troppo lungo, è come un’introduzione personale, tra il sogno e la realtà, ricca di immagini metaforiche, alla seconda parte che è in brutale contrasto con la prima.


La protagonista, Gyeong-ha, sta passando un periodo difficile- è sola, soffre di invalidanti emicranie, ha degli incubi ricorrenti a cui non sa dare spiegazioni. Quello che vede in sogno sembra un cimitero, invece delle lapidi ci sono dei tronchi neri su cui fiocca la neve, finché una marea avanza e lei si sveglia. La richiesta dell’amica Inseon, in ospedale perché si è tranciata due falangi lavorando il legno per il progetto del cimitero di tronchi che avrebbero dovuto realizzare insieme, la porta a Jeju, l’isola nello stretto di Corea. Inseon le ha chiesto qualcosa di strano a cui però Gyeong-ha non può sottrarsi: deve andare a dare da bere al pappagallino che altrimenti morirà.

    Inizia così il viaggio della protagonista, tra realtà, metafora, sogno, in una natura che è in apparenza pura e incontaminata, con la neve che cade in grossi fiocchi in un silenzio di ovatta. Che cosa si nasconde dietro questa apparenza? Il viaggio di Gyeong-ha per arrivare alla casa dell’amica è difficoltoso, dopo un percorso in autobus deve proseguire a piedi, perde la strada, cade lungo un pendio. Quando arriva alla casa trova il pappagallino morto, l’elettricità salta e lei rimane al buio e al freddo. Sono tutti segnali premonitori di quello che verrà a sapere, in parte raccontato da Inseon (come mai riappare accanto a lei? non era in ospedale? È un sogno? È morta e la visita sotto forma di spirito? Anche l’uccellino, che lei è sicura di avere sepolto, sembra tornare in vita) e in parte dalla madre di questa che aveva rivelato alla figlia il suo tremendo passato negli ultimi anni prima di morire e prima che la sua memoria fosse inghiottita dall’Alzheimer.


La madre e la zia erano sopravvissute al massacro in cui i loro genitori e un’altra sorella erano morti. E non avevano mai smesso di credere che anche il fratello potesse essere scampato, ne avevano seguito le tracce nelle varie prigioni da cui era passato, avevano ascoltato la testimonianza dell’uomo che lo aveva incontrato e che poi sarebbe diventato il padre di Inseon.

    Queste testimonianze spezzate, questi ricordi frammentari, gli esami delle fotografie a bassa risoluzione, i racconti a volte ripetuti- sono la parte più bella del libro, come se si scrollassero di dosso tutta la neve che è caduta su Jeju per rivelarsi, come se le cataste impressionanti di ossa bianche trovate in una grotta volessero prendere la parola e vincere lo smemoramento dell’Alzheimer, come se tutti quei bambini uccisi- quanti bambini, anche neonati-, implumi come il pappagallino morto, esigessero di avere nel ricordo la vita che non gli era stato concesso di avere.

    Non c’è fine agli orrori, nel passato e nel presente.



martedì 15 ottobre 2024

Han Kang, “Atti umani” ed. 2017

                                                      Voci da mondi diversi. Corea

                                                     guerra

premio Nobel 2024

Han Kang, “Atti umani”

Ed. Adelphi, trad. Milena Zemira Ciccimarra, pagg. 205, Euro 11,40

 

      Era il 18 maggio 1980. “5/18”- è con questa numero che si ricorda la data del massacro di Gwangju, nella Corea del Sud. Un bagno di sangue. Da 1000 a 2000 le vittime, forse di più. Come sempre, in questi casi, è impossibile sapere il numero esatto. Nell’ottobre del 1979 c’era stato un primo colpo di stato con l’assassinio del presidente Park Chung-hee, seguito da un secondo colpo di stato a due mesi di distanza: Chun Doon-hwan aveva instaurato un regime dittatoriale che aveva suscitato proteste e manifestazioni da parte di professori e studenti a partire dal marzo 1980. Si chiedevano riforme democratiche e l’abolizione della legge marziale. Seguì una violenta repressione in seguito alla quale aumentarono le proteste fino a culminare nei fatti di sangue del 18 maggio a Gwangju. L’esercito soffocò la rivolta con atti di tremenda crudeltà e il 27 maggio i carri armati entravano in città. Era stata una ‘piccola Tienanmen coreana’.

Chun Doon-hwan

    La Storia di quei giorni (poco conosciuta in Occidente) è lo sfondo del romanzo “Atti umani” della scrittrice Han Kang, vincitrice del premio Nobel 2024. È un libro grondante sangue e dolore, un racconto a più voci e in tempi diversi, perché un episodio così drammatico non si esaurisce nei giorni in cui accaddero i fatti ma lascia una ferita aperta, una memoria mai sopita delle violenze subite, della perdita di chi ci era caro, un susseguirsi di domande senza risposta su che cosa si sarebbe potuto fare per cambiare il corso del destino.

   Il libro è composto da sette ‘quadri’ con sette personaggi ed inizia con un ragazzino di quindici anni, Dong-ho (il suo nome riapparirà spesso in queste pagine, diventa il simbolo della rivolta e della spietatezza dei militari che non esitano a infierire su donne e bambini) che cerca il suo amico. Sua madre, che comparirà in quadro più avanti, aveva cercato di farlo tornare a casa prima che l’esercito entrasse in città. Non ci era riuscita e passerà il resto della sua vita a piangere il figlio e a sentirsi in colpa. Con Don-Ho entriamo nella palestra dove vengono portati i corpi di quelli che sono stati uccisi, solleviamo il lenzuolo che ricopre i cadaveri, restiamo inorriditi dalle ferite.


Una ragazza si prende cura dei morti, li ripulisce, accompagna i familiari per il riconoscimento, accende candele per smorzare il puzzo. La rivediamo cinque anni dopo, lavora come redattrice e si incarica di sottoporre i testi all’ufficio della censura- verrà portata nell’ufficio della polizia e schiaffeggiata perché denunci il nome del traduttore dell’ultima opera teatrale che ha consegnato e di cui non è rimasto quasi nulla dopo le cancellature della censura. Leggiamo di un’operaia e di un prigioniero- quello che tutte queste persone, vive o morte, hanno in comune è l’impossibilità di dimenticare. Anche i sopravvissuti sono morti, sono morti dentro. Hanno subito torture atroci, rivivono le sevizie negli incubi, cercano di annegare i ricordi nell’alcol, alcuni finiscono per suicidarsi.

    Han Kang aveva nove anni all’epoca della rivolta. Da adulta sente che è suo dovere indagare, consultare la documentazione che riesce a trovare (il viso del ragazzino Hong-do la perseguita, riesce a parlare con suo fratello), mettere per iscritto la storia di quei giorni, preservare la memoria delle persone e dei fatti, rompere la barriera del silenzio. Lo fa con uno stile asciutto che non si concede sentimentalismi- in quale altro modo si può parlare di sevizie, torture, atrocità e morte violenta? In quale altro modo si può parlare di una società in cui la pietà è morta? E l’alternarsi di voci diverse, di vivi e di morti, il passaggio da un ‘io narrante’ in prima persona ad una seconda o terza persona, lo spostarsi del tempo, dall’epoca dei fatti agli anni seguenti, fino a quelli più vicini a noi, ci dà l’idea di eternità- delle persone, ma non solo. Del dolore e dell’ingiustizia e del diritto alla libertà.

Un libro per chi vuol sapere, per chi non ha paura di confrontarsi con la malvagità umana. Da leggere.

     Un film del 2017, “A taxi driver”, diretto da Jang Hoon, si ispira alle vicende del 18 maggio 1980.



 

domenica 24 maggio 2020

Constantine Pleshakov, “L’ultima flotta dello zar” ed. 2008


                                                       Voci da mondi diversi. Russia
                                                                    guerra

Constantine Pleshakov, “L’ultima flotta dello zar”
Ed. Corbaccio, trad. F. Roncacci, pagg. 398

     Sono cinque le grandi battaglie navali che hanno segnato la Storia- quella di Lepanto, di Trafalgar, dello Jutland, delle Midway e di Tsushima. Di quest’ultima (non ultima cronologicamente) sappiamo poco in Europa Occidentale: anni fa il poeta scozzese Douglas Dunn scrisse un lungo poema dal titolo “The Donkey’s Ears” (le Orecchie dell’Asino, con riferimento alle due punte gemelle dell’isola di Tsushima) su questa battaglia, chiamandola ‘la Trafalgar dell’Est’. Perché ebbe luogo nello stretto di Corea coinvolgendo Russia e Giappone, mettendo fine alle pretese espansionistiche della Russia sulla Corea e consegnando invece al Giappone l’egemonia sull’Asia continentale orientale che sarebbe durata fino al 1945. Ne “L’ultima flotta dello zar” (il titolo originale, “The tsar’s last Armada”, richiama alla memoria le vicende della memorabile sconfitta dell’Invincibile Armata spagnola nel 1588) Constantine Pleshakov racconta la Storia di quegli anni, il 1904 e il 1905, che culminarono con la prima sconfitta di una potenza europea da parte di una nazione asiatica e che videro germogliare in Russia i semi della rivoluzione operaia e contadina contro il sacrificio di uomini richiesto dalle imprese marinare in Oriente.
la Suvorov, nave dell'ammiraglio russo
     Pleshakov inizia da lontano- è lunga la rotta da San Pietroburgo al mar del Giappone. Inizia presentandoci ‘gli attori’ della Storia, lo zar Nicola II che aveva finalmente avuto, nell’agosto del 1904, il tanto desiderato figlio maschio dopo le prime quattro bambine, l’ambiente della sua corte e soprattutto l’ammiraglio Zinovij Petrovič Rožestvenskij, un personaggio affascinante, un gigante, degno avversario della sua controparte giapponese, l’ammiraglio Togo Heihachino. Sono nomi a noi sconosciuti, ma, mentre quello di Togo rifulgerà di gloria dopo la vittoria, su quello di Rožestvenskij si addenseranno delle ombre. Gli verrà addossata la responsabilità della sconfitta, verrà messo in dubbio che fosse veramente incosciente dopo essere stato gravemente ferito, che avesse precedentemente dato ordini chiari per scongiurare la resa. Eppure Rožestvenskij uscì a testa alta dal processo, senza mai mostrare cedimenti, prendendosi anche colpe che non aveva. Per ritirarsi poi a vita privata.
Zinovij Petrovič Rožestvenskij
    La flotta russa salpò da Tallin, allora Reval, sul mar Baltico il 28 settembre 1904. La rotta prevedeva passare dal canale della Manica e poi scendere verso sud costeggiando l’Africa doppiando il Capo di Buona Speranza prima di risalire verso nord-est. Le navi furono però obbligate ad una lunghissima sosta di due mesi in Madagscar prima di proseguire verso l’Oceano Indiano (ed era già marzo 1905) per entrare a maggio nell’Oceano Pacifico. Mesi lunghi, lunghissimi, a trattare porti di scalo con gli alleati francesi, a domare marinai che approfittavano di ogni sbarco per gozzovigliare, a cercare rifornimenti di carbone, a riparare avarie, a combattere contro le malattie fisiche e psichiche della ciurma. E intanto era arrivata la notizia della caduta di Port Arthur e dell’annientamento della Prima flotta del Pacifico: era da quasi un anno che i giapponesi aspettavano Cane Pazzo, come era soprannominato Rožestvenskij, e il suo rivale Togo aveva avuto tutto il tempo di riparare le sue navi mentre il rivale fremeva a Nosy Bé in Madagscar prima di decidere di proseguire senza attendere la Terza Squadra del Pacifico.
Togo Heihachino
    I tre possibili stretti per arrivare nel Mar del Giappone, a Vladivostock, erano tutti pericolosi, si prestavano tutti ad agguati. Cane Pazzo decise di tentare quello di Tsushima. Alle 13,49 del 14 maggio 1905 la Suvorov, la corazzata dell’ammiraglio Rožestvenskij sparava il primo colpo contro la Mikasa di Togo. Alle 14,30 la Suvorov era già esclusa dalla battaglia, Rožestvenskij era stato gravemente ferito e si era riusciti a trasportarlo sulla torpediniera Bujnij. Il 15 maggio la resa: delle 38 navi dell’Armada russa soltanto tre avrebbero raggiunto Vladivostock.
    Documentato, incalzante, appassionante, un libro che colma una lacuna, una lettura per chi ama la Storia, per chi ama il mare, per chi ama le grandi sfide.

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venerdì 20 gennaio 2017

Sumia Sukkar, “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” ed. 2016

                             Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
           guerra
           FRESCO DI LETTURA

Sumia Sukkar, “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra”
Ed. Il Sirente, trad. B.Benini, pagg. 275, Euro 12,75

       Era il 2012 quando la città di Aleppo, in Siria, iniziò ad essere al centro della guerra civile fra forze governative e ribelli. Adam, il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra, rappresenta tutti noi che viviamo lontani e siamo ignari delle cause che hanno scatenato la guerra, che facciamo fatica a capire. Anche Adam non capisce: ha quattordici anni ma non si comporta e non si esprime come un suo coetaneo. Sembra più infantile, ci dice lui stesso che sente dire di sé che è ‘strano’ e che i compagni di scuola lo prendono in giro per questo e lo lasciano in disparte. E’ il più giovane in una famiglia numerosa- ha tre fratelli e una sorella. Ed è la sorella Jasmine che si prende cura di lui dopo che la mamma è morta. Adam non vuole essere toccato, non vuole che il suo cibo sia mescolato a quello di altri e ha una passione per i colori. Anzi, ha una predisposizione per il disegno e la pittura, riesce ad esprimere nei suoi quadri quello che ha dentro di sé e mai riuscirebbe a comunicare con le parole- sono i colori che gli danno la chiave di accesso della realtà. Jasmine è rosso rubino per lui- e il rosso è un colore di forza vitale e d’amore. Prima dell’inizio dei bombardamenti l’atmosfera di Aleppo è arancione e azzurro di cielo e di luce e di sole. Anche i libri hanno un colore: Aschenbach, il protagonista di “Morte a Venezia”, è grigio (d’altra parte il grigio della cenere è nel suo stesso nome, anche se Adam non lo sa). Poi cambierà tutto, perché il rosso diventerà il colore del sangue, Adam arriverà a dipingere con il sangue, e il mondo si incupirà nelle tonalità del nero e del grigio e del viola.

      Quello che Sumia Sukkar, nata e cresciuta in Inghilterra in una famiglia siriana-algerina, descrive, è un frammento di guerra, con scene apocalittiche viste attraverso gli occhi di un ragazzino che forse ha la sindrome di Asperger, che si chiede che cosa stia succedendo, chi siano i buoni e chi i cattivi e perché si fanno la guerra? non sono forse tutti siriani? I suoi punti fermi crollano uno dopo l’altro, proprio come gli edifici che si sbriciolano in un grigiore di polvere e macerie- prima un fratello (l’intellettuale che scrive poesie), poi l’altro (ritornerà preceduto da una scena raccapricciante), poi la sorella (sappiamo che cosa attenda una donna catturata durante una guerra, e il velo in testa non è certo uno scudo. Quando riappare, Adam non la riconosce), il padre è precipitato in una demenza precoce causata dal dolore. Soltanto un gattino, salvato dalle rovine, può ricompensare, in parte, Adam per quello che ha perso. La lunga marcia verso Damasco è il cammino della speranza verso la salvezza di un riparo.


     Il romanzo di Sumia Sukkar non ha la pretesa di essere un libro di storia, pare essere un libro scritto di getto, come se la giovane scrittrice fosse rimasta sconvolta nel vedere la distruzione nelle immagini del paese in cui la sua famiglia ha radici. Manca di precisione e alcune delle scene descritte appaiono improbabili (le reazioni di feriti gravissimi in ospedale, il ritorno di un fratello in condizioni che non voglio anticipare ma che sono in contrasto con il suo comportamento troppo naturale). Non viene mai detto chiaramente quale sia la sindrome di Adam ed è meglio così: se non è definita, per il lettore è più facile accettare le discrepanze tra i suoi atteggiamenti. E tuttavia, ciò detto, è un libro che si legge facilmente e che ci avvicina ad un paese, ad una guerra, ad un dramma che non possono lasciarci indifferenti.


giovedì 13 ottobre 2016

Sándor Kopácsi, “Abbiamo quaranta fucili, compagno colonnello” ed. 2016

                                               Voci da mondi diversi. Europa dell 'Est
               guerra
               FRESCO DI LETTURA

Sándor  Kopácsi, “Abbiamo quaranta fucili, compagno colonnello”
Ed. e/o, trad. A. Trezza, pagg. 419, Euro 13,60


     Budapest. 23 ottobre 1956: iniziava la rivoluzione ungherese. 4 ottobre 1956: dopo neppure quindici giorni di lotta e di folle esaltazione, la rivoluzione era già finita, sotto i cingoli dei carri armati sovietici. “Abbiamo quaranta fucili compagno colonnello” è il racconto di quei giorni, del periodo precedente e dei sette anni seguenti, fatto da uno dei protagonisti principali- Sándor  Kopácsi, allora questore della città, da sempre membro del partito comunista.
     La rivoluzione era incominciata come una semplice manifestazione degli studenti in sostegno degli avvenimenti di Poznán, in Polonia, dove il regime aveva duramente represso un’altra manifestazione di studenti, e si era poi trasformata in una accesa protesta contro la dittatura di tipo stalinista di Matyás Rákosi e più genericamente contro la presenza sovietica in Ungheria.
Era come un fuoco che covava sotto la cenere e che divampò veloce e improvviso: le scene descritte da Kopácsi, dei poliziotti che si erano affiancati ai manifestanti che avrebbero dovuto combattere, sono significative. Lo stesso Sándor  Kopácsi, la cui fedeltà al partito non si poteva mettere in dubbio, ebbe solo alcuni momenti di esitazione prima di aderire alla rivoluzione. Si trattava- dopo tutto- di scegliere se seguire il famigerato e odiato Rákosi oppure il nuovo eroe della scena ungherese, l’ex primo ministro Imre Nagy, che già aveva mostrato la sua propensione per un nuovo corso, moderando l’industrializzazione, permettendo ai contadini di abbandonare la collettivizzazione, scarcerando prigionieri e cercando in ogni modo di ridurre l’atmosfera del terrore. Che c’era sempre, peraltro.
Imre Nagy

Il terrore, la paura delle delazioni o di essere sorvegliati, la quotidiana incertezza sulla sicurezza della vita propria e dei propri famigliari, serpeggiano nelle pagine di Sándor  Kopácsi, che è un testimone oculare e un narratore di eccezione. Racconta di quei giorni convulsi, del coraggio degli studenti che combattevano con armi fatte in casa, delle bottiglie molotov, delle bandiere sventolanti a cui era stata tagliata via la parte con l’emblema che ne dichiarava l’appartenenza all’Unione Sovietica trasformandole nel tricolore nazionale. E’ molto umano, Sándor  Kopácsi, e nel suo racconto, dal passo veloce, quasi ansimante per tutte le novità che si susseguono e a cui è difficile stare dietro, dettagliato e appassionato, c’è posto anche per l’amore per la moglie, per dirci dei comportamenti impulsivi e anticonvenzionali di lei, e per la preoccupazione per la sorte della figlia che, fortunatamente, trovò riparo presso l’ambasciata jugoslava insieme a ‘zio Imre’.

    La caduta, dopo l’esaltazione alle stelle. Come avevano potuto illudersi, gli ungheresi, che l’Unione Sovietica li avrebbe lasciati andare? Dapprima furono voci, poi il rombo inequivocabile dei grossi mostri T34 che si avvicinavano. I carri armati nella bella città sul Danubio. Sándor  Kopácsi fu arrestato. Imre Nagy pure, e a tradimento, perché, trasportato in aereo in Romania, gli era stata assicurata la vita (morì impiccato il 16 giugno 1958). Sándor  Kopácsi fu condannato all’ergastolo, liberato per un’amnistia dopo sette anni.

    Il tono di voce di Sándor  Kopácsi è cambiato. Si sente la delusione, la sofferenza, anche quella fisica, la lotta interna per non farsi sopraffare dallo scoramento. Descrive il processo, e poi gli anni di prigione, le torture, la reazione alle notizie che filtrano, l’altalenarsi di speranze e frustrazioni. Poi la libertà e il mancato riconoscimento dei diritti civili. Infine l’emigrazione, raggiungendo la figlia che già era stata mandata in Canada. Sappiamo che Sándor  Kopácsi è morto a Toronto nel 2001. Di lui ci resta questo libro: anche se non possiamo non tener conto che è uno scritto soggettivo, “Abbiamo quaranta fucili, compagno colonnello” è pur sempre una testimonianza straordinaria.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


   





sabato 1 ottobre 2016

Sorj Chalandon, “La quarta parete” ed. 2016

                                                          Voci da mondi diversi. Francia
             guerra
            FRESCO DI LETTURA

Sorj Chalandon, “La quarta parete”
Ed. Keller, trad. S. Turato, pagg. 288, Euro 17,50

       In gergo teatrale la quarta parete è la parete immaginaria che separa gli attori dal pubblico, che li isola nel mondo in cui stanno recitando, che crea un distacco con la realtà che è là, nel buio, di fronte a loro, che gli permette di calarsi interamente nella loro parte. Non c’è proprio, letteralmente, il quarto muro nel locale di Beirut dove una compagnia improvvisata di attori metterà in scena l’ “Antigone” di Anouilh- sono gli anni ‘80 del secolo passato, la guerra civile dilania il Libano, le bombe hanno abbattuto il muro.
      Dopo “Il mio traditore” e “Chiederò perdono ai sogni”- entrambi con un protagonista che aveva vissuto in prima persona gli anni dei ‘troubles’ nell’Irlanda del Nord-, Sorj Chalandon ritorna al tema della guerra, in Libano questa volta, un conflitto che ha ‘coperto’ lui stesso come giornalista per il quotidiano Libération.
Georges, alter ego di Chalandon, è un eterno studente alla Sorbona, ha preso parte ai movimenti studenteschi tra i ranghi dell’estrema sinistra, ha manifestato a favore della Palestina- ora è sposato, ha una bambina. Sam, un amico fraterno dei vecchi tempi, un ebreo greco fuggito dalla dittatura dei colonnelli, sta morendo in ospedale e chiede a Georges di realizzare il suo sogno portando a termine quello che lui ha iniziato: mettere in scena l’Antigone di Anouilh a Beirut, far sospendere gli spari per il tempo della tragedia, avvicinare- anche se per il breve tempo della recita- le diverse comunità religiose in lotta tra di loro. Perché le donne e gli uomini con cui Sam ha già parlato, i futuri attori, appartengono a diverse confessioni- il suo Creonte è un cristiano maronita, Antigone è palestinese, Emone (il fidanzato di Antigone) è druso, le guardie sono sciite…Sul palcoscenico dovranno dimenticare i loro veri nomi, mettere da parte le inimicizie e parlare con la voce di Creonte, di Antigone, di Emone. Ci riusciranno? Avranno il permesso di farlo? Reciteranno in un tempo sospeso tra gli spari? E’ solo l’utopia di un folle, un ebreo i cui genitori sono stati deportati da Salonicco dai nazisti per finire ad Auschwitz?

    E così Georges parte per Beirut, con le copie della tragedia di Anouilh nella valigia. Non è pronto per la realtà complessa che lo aspetta, gli scontri degli studenti con la polizia dei suoi anni giovanili sono ben altra cosa in confronto agli aerei israeliani che volano bassi, alla distruzione che vede intorno a sé, alla paura che lo paralizza quando deve mostrare il lasciapassare (ne ha cinque diversi) ai posti di blocco. Dapprima sembra che sia possibile realizzare il sogno di Sam, sventolare un’immaginaria bandiera bianca di pace sui tre muri di un teatro improvvisato, ravvicinare i nemici sul palco di terra battuta. Poi. Poi…Georges è ferito (‘abbiamo sempre due occhi di troppo’: c’è qualcosa di metaforico nella temporanea cecità di Georges?), Georges assiste al massacro nel campo profughi di Shatila- è il 18 settembre 1982. L’orrore. L’orrore. Questi non sono morti che si rialzano quando cala il sipario. Si può sopravvivere ad una guerra ma non se ne esce indenni. E il finale di “La quarta parete” è un finale di tragedia, di un’altra tragedia che ha sostituito quella di Anouilh.

     Si sente la partecipazione dello scrittore, in quello che scrive. Si sente la voce di chi ha visto da vicino. Di chi vorrebbe, disperatamente vorrebbe, che la guerra si potesse fermare, che il sogno dell’ebreo greco moribondo potesse diventare realtà per farlo morire in pace. Le frasi di Chalandon sono brevi, secche, stranamente poetiche e, in una qualche maniera, sono in perfetta sintonia con lo stile di Jean Anouilh.

Un libro molto bello, a cui si continua a pensare.


giovedì 15 settembre 2016

Ron Leshem, “Tredici soldati” ed. 2008

                                               Voci da mondi diversi. Medio Oriente
          guerra 
           il libro ritrovato

Ron Leshem, “Tredici soldati”
Ed. Rizzoli, trad. Ofra Bannet e Raffaella Scardi, pagg. 370, Euro 17,00

   Dulce et decorum est pro patria mori- se c’è un paese al mondo per cui ha ancora un valore la retorica del verso di Orazio, questo è Israele. Se c’è un paese al mondo che manda i suoi figli a combattere perché da loro dipendono altre vite, questo è proprio quella tormentata striscia di terra così splendidamente collocata, sul blu Mediterraneo, e così stritolata dalla pressione degli stati arabi confinanti. Con una storia di guerra che risale alla sua stessa nascita. E allora il nome del protagonista del libro “Tredici soldati” di Ron Leshem, l’ufficiale ventunenne che comanda un gruppo di soldati nell’avamposto di Beaufort in Libano nel 1999-2000, ci pare quanto mai adeguato, un incitamento continuo per quelli che lui a volte chiama “i bambini”. Si chiama Liraz Liberti, ma è conosciuto come Erez: certo, Erez può essere un nome proprio, ma la prima associazione che viene in mente è con la vagheggiata Erez Israel, la terra di Israele, la patria, la dimora perduta. Erez punta su questo per spronare i suoi soldati a resistere, per giustificare la loro presenza in Libano: la vecchia fortezza dei crociati è un luogo cruciale per frenare Hezbollah, per difendere i villaggi israeliani a ridosso del confine. Che poi questa difesa assuma l’aspetto di un suicidio, soprattutto quando inizia a circolare la voce di un prossimo ritiro, quando si spuntano i giorni dal calendario e ogni morte in più appare inutile- rende più difficile il compito di Erez.

     Hanno a mala pena vent’anni, i soldati del gruppo di Erez, e scherzano con la morte. Hanno inventato il gioco del “mai più” che si fa quando muore un amico: ognuno deve buttare là una frase con quello che il ragazzo morto ormai non farà più. Più strampalato è quello che si dice, meglio è. Per ridere in faccia alla morte. Per non precipitare nella follia quando un razzo uccide il tuo migliore amico. Chi muore “va sprecato”, nel lessico da trincea che apprendiamo da Erez. E’ anche questa una maniera per rinominare la realtà. O per passare il tempo. Così un soldato è ‘stellicato’ quando è preso da stanchezza bellica. Non c’è posto per il dubbio a Beaufort. Quando l’infermiere River dice, “Noi moriremo uno dopo l’altro, e sarà per niente, perché alla fine ripiegheremo, non c’è dubbio. Ma una parte di noi uscirà in una bara, ed è un peccato morire così, senza motivo, è triste.”, Erez si arrabbia, “con idee simili sarai un combattente di merda; saranno i dubbi ad ammazzarti.” Questo è Erez il duro, che è finito in prigione per aver attaccato il nemico senza rispettare gli ordini. Erez che, tuttavia, non riesce ad immaginare altro che gli riempia la vita, neppure la ragazza che ama. Che non riesce a tener fede al giuramento fatto all’amico Oshri, secondo cui uno ucciderà l’altro, se questo dovesse restare gravemente menomato.

    “Tredici soldati” è una sorta di diario di guerra, un libro memorabile da accostare ai famosi “Niente di nuovo sul fronte occidentale” e “Morte a credito”. Pieno di dettagli di giornate scandite da regole ferree, in ascolto di rumori che possano annunciare un attacco, perforando il buio della notte con le lenti a infrarossi per scorgere il nemico. Ma anche di ore pigre di scherzi e battute, di parole salaci e sogni di ragazze. Di giochi di “mai più”. Perché muore Zitlawi che era riuscito a farsi la ragazza ortodossa, muore Ziv che era arrivato a Beaufort con la maglietta pacifista, muore Spitzer, e il Libano è questo, il luogo dove ti ricopri del sangue del tuo amico. “Ne valeva la pena? Cerco di convincermi che è valso quello che abbiamo perso. Ma non ci riesco”, dice River, l’antitesi di Erez.
    Dopo 18 anni di occupazione, nel maggio del 2000, Barak ordina il ritiro dal Libano. La fortezza di Beaufort viene fatta saltare in aria, aleggia cupa la domanda di River, avvalorata dall’ammissione del generale Kaplan- forse è stato tutto un errore, la presa del monte, prima di tutto. Perché in realtà era stato emanato un contrordine che non era mai arrivato. E Tsahal- acronimo per indicare l’esercito di difesa, come fosse una sola entità- si era lanciato all’attacco dell’avamposto.

    Storia di una ritirata, “Tredici soldati” mette in dubbio la strategia politica israeliana in pagine a volte comiche e a volte drammatiche, dove la risata salva dalla morsa della paura e dove l’assenza di Dio (è difficile rimanere religiosi a Beaufort, dice Erez) è colmata da quella speciale solidarietà che si crea in una “banda di fratelli”. Un libro molto duro, molto sofferto, molto bello. Da leggere.

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