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domenica 11 ottobre 2026

Intervista a Trude Teige, autrice de "Il nonno respirava con il mare" ed. 2026

                                                


    La scrittrice norvegese Trude Teige ed io ci incontriamo in un simpatico bar nella Chinatown di Milano. Ci capiamo subito- a lei piace parlare dell’argomento che l’appassiona, la seconda guerra mondiale, ed è un argomento che appassiona anche me. Scopriamo di aver letto gli stessi libri che trattano della guerra, di conoscere le opere degli stessi scrittori. Parlare con lei è molto facile, poi chiede anche a Cristina, della casa editrice Fazi, di farci una foto mentre stiamo discorrendo.


Lei sta scrivendo una trilogia dove lo sfondo delle storie che racconta è la seconda guerra mondiale. La seconda guerra mondiale sembra così lontana, perché scriverne adesso? Forse è anche perché la Norvegia è stata più o meno lasciata fuori dai libri di Storia per quello che riguarda gli avvenimenti della guerra?

    Il mio progetto è scrivere le storie non dette e di cui non sappiamo di quello che è successo durante la guerra. La guerra è una storia di uomini raccontata da uomini.  E io ho trovato le storie non raccontate. È diventato il mio progetto, trovare le storie delle donne. Dobbiamo conoscere le storie delle donne. Era un progetto molto importante: una guerra definisce l’identità di una nazione. Finché conosciamo solo le storie degli uomini, conosciamo solo metà della storia, e se ne conosciamo solo metà, non possiamo afferrare l’identità della nazione. È iniziato quando ho incontrato una donna che, nel 1945, aveva sposato un tedesco ed era andata con lui in Germania. Quello che mi raccontò ebbe un forte impatto su di me- era vergognosa la maniera in cui era stata messa al bando.

    Quanto alla sua domanda sulla Norvegia- viaggiando, mi sono resa conto che non molti conoscono il ruolo che ha avuto la Norvegia nella seconda guerra mondiale. A differenza della Danimarca e della Svezia, noi siamo stati interamente occupati. La Norvegia era molto importante per Hitler, voleva impedire che gli alleati potessero arrivare in Germania dal Nord Est. Per questo stanziò 350000 soldati in Norvegia. Il ruolo della Norvegia è conosciuto dagli storici ma non da molti altri.


Mi sono chiesta perché, se la Norvegia era occupata dalle forze tedesche e la Germania era alleata del Giappone, un sottomarino giapponese attaccasse la nave mercantile norvegese su cui era imbarcato Konrad.

     Dopo Pearl Harbour il Giappone invase tutti gli altri paesi della sua area, c’era un’altra guerra nell’Oceano fra il Giappone e gli Stati Uniti e tutte le navi degli alleati venivano attaccate. Perché, sì, la Norvegia era occupata ma simpatizzava per gli alleati, si schierava a fianco degli alleati.

Dopo aver scritto il primo libro, sono venuta a conoscenza del campo di prigionia dei giapponesi a Giava, ho fatto molte ricerche ma, in realtà, non volevo scrivere la storia di un uomo. Poi ho letto che c’erano anche delle donne e dei bambini norvegesi nel campo e allora il libro diventò anche un libro che parlava delle donne.

Leggendo “Il nonno respirava con il mare”, piangiamo per la morte di una ragazza che abbiamo amato, in “Quando la nonna danzava sotto la pioggia” ci sono due punti importanti in cui le donne sono delle vittime: c’è la ragazza colpevolizzata per essersi innamorata di un tedesco e poi il suicidio di massa delle donne a Demmin. Sono le donne le vittime ignorate di tutte le guerre?

    Proprio così. Le donne sono le vittime della guerra di cui non si parla. La guerra è pericolosa per un uomo, spara, gli sparano, può morire, ma le donne soffrono perché i mariti sono al fronte, pensiamo adesso alle donne ucraine. La narrativa, però, non ne parla, la loro sofferenza non viene riconosciuta. Se poi pensiamo agli stupri di guerra…

È stato detto e scritto così tanto sui campi di concentramento tedeschi e così poco sui campi giapponesi e sull’Unità 731. Mi sono chiesta se sia perché la Germania è in Europa e ha riconosciuto la sua responsabilità in quanto è accaduto, mentre il Giappone non lo ha mai fatto, come se le bombe nucleari annullassero quello che loro avevano fatto prima.


    Le bombe su Hiroshima e Nagasaki sono dietro questo silenzio. L’effetto delle bombe atomiche è stato tale da ridurre tutti al silenzio. Ho incontrato in Germania un uomo di 81 anni- non aveva mai sentito parlare dei campi di prigionia in Asia. Quelli che avevano fatto ritorno, erano tornati molti anni dopo la fine della guerra e la gente non voleva più sentir parlare di guerra. Soltanto nel 2002 quelli che erano stati prigionieri in Asia ebbero un risarcimento. Io voglio parlare di quello di cui non si parla.

Tekla, Konrad, la Germania, il campo di prigionia giapponese. Quale sarà l’ambientazione, chi sarà protagonista del terzo romanzo?

    Il terzo libro sarà di nuovo sulle donne e sull’amicizia. Si può ancora essere amiche se abbiamo scelto la parte sbagliata? Una delle amiche di Tekla si era unita alla resistenza, un’altra era una lavoratrice forzata prelevata dall’Ucraina, lei, Tekla, aveva sposato ‘un nemico’. Hanno tutte delle storie diverse ma riescono ancora a capire, perdonare ed amare. Gli anni del romanzo vanno dal 1943 al 1952, è una storia del dopo guerra ambientata nella Norvegia al di sopra del circolo polare e nella Mosca del dopo guerra.


Lei è anche una giornalista. Come ha influenzato, il suo essere una giornalista, l’approccio all’argomento?

    Essere una giornalista ha un ruolo importantissimo per me. La giornalista che è in me si interessa a qualcosa, come giornalista sono capace di scavare e trovare qualcosa di non conosciuto. Faccio ricerche per anni e poi, quando inizio a scrivere, è come se gettassi per aria tante idee e a questo punto interviene la scrittrice che afferra le storie che le servono e le mette su una base che diventa vera. Gli sfondi di queste storie sono la cornice per i miei personaggi dei romanzi. Allora metto da parte la giornalista e inizio a immaginare. Non penso che potrei scrivere se non fossi una giornalista. Il mio principio è: non rinunciare, c’è sempre qualcuno che può darti la risposta.




 

mercoledì 23 settembre 2026

Intervista ad Artur Nuraj, autore di "Dio non uccide" 2026

 



Lei ha detto di aver scritto e pubblicato questo libro anni fa. Lo ripropone adesso, con delle modifiche. Quando è stato pubblicato la prima volta? Aveva un altro titolo? E ci sono differenze sostanziali tra la vecchia stesura e questa?

   È vero, ho scritto questo libro più di vent’anni fa e ho trovato un editore nel 2007, lo stesso che ha voluto fortemente ripubblicarlo. È uscito nelle librerie un anno dopo, con un altro titolo. Tuttavia, il romanzo è stato sottoposto da parte mia a una revisione massiccia, con diversi cambiamenti, in alcuni aspetti piuttosto profondi. La spina dorsale è rimasta intatta; ho cambiato, però, l’impostazione e alcune sfumature che riguardano la strategia dell’indagine. Togliendo alcuni capitoli e passaggi che appesantivano la storia e aggiungendone altri, ho cercato di dare alla narrazione un tono e un peso diversi rispetto a quella precedente. Con questo voglio dire che anche chi ha letto la prima versione ritroverà la “vecchia” storia, ringiovanita grazie a un restyling molto attuale, apprezzandone- spero- il lavoro fatto.

Che cosa l’ha spinta a ‘ripescarlo’? una situazione politica o, più in generale, un’atmosfera simile tra allora e adesso?


    Un po’ tutte e due. Lo scorso anno, più o meno in questo periodo, il mio editore, che ha sempre creduto nelle potenzialità della storia, dopo aver visto un documentario sull’11 settembre mi propose di riprendere in mano il romanzo e renderlo attuale, attingendo naturalmente alla mia esperienza di autore accumulata negli anni. Sicuramente questo rappresenta uno degli aspetti, che possiamo definire romantico”, legati alla decisione di riproporlo. Ma, prendendo atto della situazione delicata e, in alcuni casi, grave che sta attraversando il mondo intero- specialmente il Medio Oriente- ecco che questa storia ritorna più che mai attuale. Al di là dell’affetto che mi lega a questo romanzo, ho cercato naturalmente di farlo con un tono mirato e preciso, senza perdere di vista la sua identità originaria.

I ‘pericoli’, se vogliamo chiamarli così, che si evidenziano in questo thriller tesissimo provengono dalla mafia ucraina e da un’interpretazione estremista della religione musulmana. Iniziamo dalla mafia ucraina: ha sostituito sul campo quello che era stato il dominio della mafia italiana? Ci sono delle differenze tra le due mafie?

    Una domanda intelligente e ben fatta. Direi che i pericoli arrivano sempre dalle cattive intenzioni. Tutti e tre gli aspetti appena citati rappresentano un pericolo rincorrente per la società. Non so dirti se la mafia ucraina, russa, messicana o chicchessia abbia sostituito sul campo quella italiana- sarei la persona meno indicata per farlo-, ma sta di fatto che tutte le organizzazioni criminali hanno un solo scopo: arricchirsi attraverso il crimine. Mentre l’estremismo religioso nasce da una convinzione malata e da una fede inculcata e plasmata in modo sbagliato, ben lontana dalla vera religione e dagli insegnamenti dei testi sacri. 

Credo che Lei, essendo albanese, abbia una conoscenza ravvicinata della religione musulmana e dei conflitti causati dall’estremismo religioso, come ci insegna la Storia dei Balcani. Mi pare che, nel suo libro, Lei evidenzi le due facce dell’Islam- o sbaglio?

la distruzione del ponte di Mostar 30 anni fa

   A essere sincero, io sono ateo. Tuttavia, nutro un profondo rispetto per chi è religioso. Conosco bene la religione musulmana perché in Albania è quella dominante rispetto alle altre. L’estremismo religioso, invece, l’ho studiato e l’ho conosciuto attraverso la stampa e la televisione; più di ogni altra cosa, attraverso la pagina oscura che racconta i conflitti balcanici degli anni ‘90. Non l’ho vissuto direttamente, perché nel mio Paese le religioni vivono in perfetta armonia. Si uniscono persino in matrimonio, mantenendo ognuno la propria religione e rispettando quella dell’altro. Direi che ogni religione, o quasi, ha due facce. La storia ci insegna che ci sono due modi di vivere e interpretare la religione: quello pacifico e spirituale e l’altro fondamentalista e radicale, ispirato a motivazioni politiche ed estremiste

Quante guerre si sono fatte, nella Storia, in nome della religione- anche i cristiani hanno avuto la loro parte, e non da poco. Eppure, come dice il titolo del libro, “Dio non uccide”. Di che cosa si tratta allora? Di una interpretazione dei testi piegata all’intento di mascherare una violenza insita nella natura umana?

    Come ho detto sopra, la religione è fatta di testi sacri, che lasciano una traccia da seguire, ma che, a loro volta, vengono interpretati a seconda di chi li legge e dei propri interessi. Quanto al titolo del libro, direi che è ispirato proprio alle due facce dell’Islam. C’è un Dio che guida l’individuo moralmente, insegnandogli la lotta spirituale contro i propri difetti e la convivenza secondo le leggi civili. E poi, secondo i fondamentalisti islamici, c’è un Dio che rifiuta le leggi umane, applica i testi sacri in modo dogmatico e cerca di imporre la “legge islamica” esclusivamente attraverso il jihadismo: una sanguinosa lotta contro l’Occidente e musulmanesimo moderato. Ma Dio, quello vero, non insegna e nemmeno vuole che si uccida in nome suo. 

Le pagine di apertura del libro sono molto significative- il bambino Mark che ammira lo yataghan nel museo, lo stesso yataghan che gli verrà regalato e che verrà da lui usato. Di che cosa diventa un simbolo lo yatagan?

   Il bambino Mark- il personaggio principale del romanzo-, beh, un po’ mi ci vedo in lui. E il personaggio di Jaçe, il vecchio che lo accompagnava al museo, era il mio caro nonno paterno: colui che mi ha cresciuto e di cui sento sempre il bisogno di far rivivere la presenza nei miei romanzi, un modo per averlo sempre vivo accanto a me. Quindi la pagina di apertura racconta un episodio vero, romanzato da quel bambino quando diventò un uomo, l’uomo che avrebbe voluto che suo nonno gli regalasse un pezzo di quel museo, come ricordo materiale della sua infanzia serena e piena di sogni, coccolata e protetta dal quel “vecchio che parlava poco e diceva tutto”, che però non vide mai suo nipote diventare uomo. Cosa simboleggia lo yàtaghan per Mark? Ciò che mio nonno è stato per me: luce, guida, ispirazione, redenzione. Per dirlo alla Kafka: la misura di tutte le cose.

La trama ci porta a riflettere sul tema della giustizia. Mi sono chiesta se il modo di agire di Mark risponda al codice albanese del kanun.

   Sì, è un romanzo che racconta e fa riflettere sulla giustizia, quella personale, solitaria, lontana dai canoni della rettitudine perché bramata a lungo, perseguitata ogni minuto e ogni secondo, fino al suo compimento. Perché l’uomo, in sé, se gli vengono toccate quelle corde che gli spezzano l’anima in due, allora è pronto a fare altrettanto con l’autore di quella vile azione. Tuttavia, il modo di agire di Mark nel romanzo non è una risposta al codice del Kanun, bensì una caratteristica dell’uomo albanese. C’è un antico detto della mia terra che recita: “Non si tocca ciò che un albanese ha più caro, altrimenti conoscerai il suo lato peggiore, quello che nemmeno lui sa di avere”.

bomba in metropolitana

Termino le mie domande con quella che è una duplice riflessione che forse non richiede commenti (e però li chiedo a Lei)- da un attentato in Russia ad uno in America, da un capo all’altro del mondo la violenza non ha confini, così come il diffondersi della corruzione senza limiti, anche dove sarebbe lecito per un cittadino riporre la fiducia.

  Di questi tempi la “fiducia” è una parola che tanto viene usata, ma poco praticata nel suo vero significato. Perché la fiducia viene concessa dall’uomo semplice, ma ha bisogno di essere alimentata dagli uomini veri, e non da mercanti di armi, che scambiano le anime delle persone per litri, a barile.



 

domenica 20 settembre 2026

INTERVISTA A LOUISA YOUNG, autrice di "Le ore d'oro" - 15.09.2026

INTERVISTA A LOUISA YOUNG

    Soltanto lei poteva cimentarsi nell’impresa di dare un seguito alla saga dei Cazalet tanto amata da lettrici e lettori. Perché Elizabeth Jane Howard è ‘zia Jane’ per Louisa Young, una zia d’acquisto, la moglie del fratello di suo padre.

    Sa parlare anche in italiano, Louisa Young, e sembra che si diverta a mettersi alla prova. Le chiediamo come mai sa parlarlo. Ci dice che, quando era piccola, i suoi genitori vivevano a Roma e a lei piaceva moltissimo l’Italia. Avrebbe voluto avere i capelli neri e ricci, gli occhi scuri e profondi, la pelle ambrata…

    Le piace parlare, comunque, e si presta volentieri a rispondere alle domande che le vengono rivolte da me e dalle altre giornaliste presenti all’incontro.

    Noi lettori della saga dei Cazalet ci siamo sentiti orfani quando abbiamo terminato il quinto volume di Elizabeth Jane Howard. Ha provato anche Lei il nostro desiderio di sapere che cosa riservava il futuro ai personaggi che erano diventati nostri amici? E c’era un personaggio in particolare a cui si era affezionata e di cui voleva continuare la storia?

     Un personaggio che amo è Clary che mi assomiglia, poi amo Polly, mi piace la madre di Gerald e mi piace Louise che non aveva studiato ma che era così intelligente senza saperlo.

   Sì, desideravo sapere che cosa riservava la vita ai Cazalet, anche se lo scrittore deve avere rispetto per i suoi personaggi, in fin dei conti lo scrittore è un po’ come Dio, può dare la vita e la morte…

Ha sentito la responsabilità di continuare questa storia?

    Sì. Mi sono chiesta, ‘chi sono io per continuare?’, però ho anche pensato, ‘sarebbe divertente’. Ho iniziato a parlarne con la mia agente, con mia figlia, con il mio editor in Inghilterra, con l’editor della Fazi, e tutti mi hanno detto, ‘è un’ottima idea!’.

Quale è stata la parte più difficile? C’erano tanti personaggi, tanti fili da gestire…

   La parte più difficile è stato proprio il peso della responsabilità. Sapevo che tanti amavano i Cazalet, io per prima. Ma io stessa mi ritrovavo dentro il libro. Jane era sposata con il fratello di mio padre e io ho riconosciuto lo zio Peter nel marito di Louise, così come ho riconosciuto mio padre in Hugh. Nel libro ho trovato quello che i miei genitori avrebbero fatto quando avevano vent’anni. Il luogo, poi, è West London dove ho passato la mia vita. E io mi sono lanciata in questo mondo.

Jane Howard

Nel suo libro c’è come un passaggio del testimone, dai tre fratelli che dominano la narrativa di Elizabeth Jane, alle tre giovani donne. Che cosa simboleggia questo passaggio?

    Credo che gli anni ‘60 siano stati difficili per le donne che hanno 40 anni. Negli anni ‘60 le ragazze più giovani possono fare di tutto, era molto diverso da quello che avevano potuto fare Louise, Clary, Polly. Dovevano invidiare le ragazze giovani, loro che non avevano neppure potuto frequentare una scuola. Adesso c’erano meravigliose opportunità, c’era perfino la pillola che dava via libera al sesso. La generazione dei maschi se la cavava peggio. Alcuni restano sullo sfondo, altri convivono con i fantasmi del passato. I tre uomini Cazalet sapevano quello che ci si aspettava da loro. Che lavorassero nell’azienda del legname di famiglia. Ora le aspettative sono cambiate. Quando perdono la sicurezza dell’attività di famiglia, per loro è anche una liberazione. Simon ha una vita più tranquilla, pur con le difficoltà del suo essere gay. Altri personaggi maschili non sono molto interessanti, per questo li ho allontanati. Però forse li farò ritornare, forse diventeranno interessanti…

Rupert è il fratello minore che ha combattuto nella seconda guerra mondiale. La guerra lo segue nel cuore e nella testa. Incarna gli orrori del ‘900 e ha un ruolo fondamentale. Quando ha capito che per raccontare il futuro doveva tornare nel passato?

    Perché l’onda della guerra continua, lascia cicatrici fisiche e psicologiche- pensiamo solo a quanti reduci dal Vietnam si sono suicidati o hanno avuto la vita distrutta dalla droga o dall’alcol. Ha anche un effetto sulla moglie e sui figli che devono vivere con gli uomini che hanno queste cicatrici. Rupert non sa mai decidere, è legato ad un altrove.

Era un filone che richiedeva di essere sviluppato maggiormente. E ci sono Cazalet che non abbiamo ancora incontrato…

dal film

I confini tra le classi sociali si confondono, ne è una prova l’amichetta di Buttercup, la bambina di colore Omola Omole. Come è stato rompere questa bolla?

    Osservo i personaggi, come si muovono. La famiglia ha perso i soldi, ormai non tutti possono andare ad una scuola privata, non ci sono più le governanti che danno una prima scolarizzazione, alcuni vanno ad una scuola locale.

Quando andavo a scuola io, nella West London, nel 1965 c’erano 600 studenti e parlavano 86 lingue diverse. Omola fu la mia prima amica. Era nigeriana. Io sono Buttercup. Non l’ho più vista da allora. Volevo mettere Lola nel romanzo, voglio che qualcuno legga il libro e glielo faccia notare, ‘Lola, questa sei tu!’.

La scrittura. Come ha potuto continuare la scrittura di un’altra persona? Come raccontare qualcosa di nuovo così in armonia con chi l’aveva preceduta?

   Ammiro la scrittura di mia zia Jane. Ammiro la scuola di scrittrici degli anni ‘40, ‘50, ‘60, tutte sottostimate. Mi trovo ancora nella loro scrittura. Ho riletto 5 volte i Cazalet, mi sono imbevuta dello stile e della voce, non per copiarla ma per sviluppare la voce seguendo i tempi. Volevo seguire questo cambiamento come si sviluppa nella storia dentro la Storia.

Ci può raccontare un aneddoto su Elizabeth Jane Howard?

  Una volta venne a casa nostra con il marito Kingsley Amis che allora era molto famoso. Non piaceva a nessuno in famiglia, era sempre ubriaco. Quella volta Jane aveva con sé il suo romanzo che era appena stato pubblicato. C’era un altro ospite e, mentre zia Jane mostrava il suo libro, questi si avvicinò a Kingsley Amis porgendogli una copia di un suo libro per farselo firmare- ed era un libro pubblicato 5 anni prima! Mia mamma era furente per questa mancanza di riguardo verso zia Jane.


La casa. Fakenham House. Ho pensato a tutte le case dei romanzi inglesi, Thornfield Hall, Wuthering Heights, Manderley, Howards End, Darlington Hall, per citarne alcune. Fakenham House mi ha affascinato, sembra uscire da un quadro di Escher. Mi sono chiesta se, con il suo disordine architettonico, con la varietà di stili, fosse una metafora per questa famiglia con secondi matrimoni, figli di primo letto, rapporti diversi.

    Jane l’avrebbe fatta così. La casa è importante nella letteratura inglese. Poi le cose sono cambiate. Dopo la guerra non c’erano più i soldi per mantenere questo genere di casa, non si poteva più avere servitori. La casa che descrivo è anche una metafora per il declino della famiglia.

Mi è parso geniale l’inizio, sospeso tra futuro e passato: veniamo introdotti alla piccola Buttercup che rappresenta il futuro dei Cazalet e, subito dopo, leggiamo della festa di Natale del 1962, a 4 anni di distanza dal Natale con cui si chiudeva l’ultimo romanzo, nel 1958, in un’altra casa.

   Io non ci avevo pensato, a dire il vero, ma mi è già stato fatto notare. Io ho ripescato un ricordo di me stessa bambina, caduta nella neve a testa in giù, con solo gli stivaletti in vista.

Jane pensava di aver finito con la saga? O è morta prima di scrivere un altro libro? e lei ha in mente tre libri?

    Jane pensava di aver finito e sì, ci saranno altri due libri, dopo “Le ore d’oro”. Ho già scritto il secondo ma devo ancora pensare al terzo.


lunedì 11 maggio 2026

Intervista a Giulio Passerini, autore di "Inimicizie letterarie"

                                     Casa Nostra. Qui Italia

                                              Intervista

copy Alessandra Fuccillo

    

     Il breve libro di Giulio Passerini sugli insulti letterari mi aveva così divertito, così incuriosito, che gli ho chiesto se aveva tempo per rispondere a qualche domanda per soddisfare il mio desiderio di ‘saperne di più’.

Qual è stata la scintilla, il punto di partenza per il suo libro, la sua raccolta di insulti?

    Avevo trovato per caso un litigio fra due scrittori, mi incuriosivano delle storie così e poi, conoscendo gli scrittori, ho immaginato che ci fossero tanti altri casi di litigi e di insulti. Ho fatto delle ricerche e ne ho trovato abbastanza per scriverne in un piccolo libro.

E poi, come è proceduta la ricerca di quali insulti scegliere?

     In realtà è una ricerca che si fa da sola, gli insulti sono come le battute e poi ho ricostruito la storia che ha portato a questo momento in cui due scrittori si sono, per così dire, fronteggiati. A volte c’è una bella storia dietro, a volte di bello c’è solo l’insulto e allora lo scartavo. Tutte quelle che ho trovato- e non sono poi tante- sono finite nel libro.

La citazione iniziale con la domanda- un insulto che corrisponde al vero, è un insulto?- è molto intrigante. Pensa che sia un insulto se quello che si dice è vero?

     Assolutamente sì. A volte un insulto può anche essere un complimento, ci sono gli insulti che mettono in luce l’invidia per un’altra persona e corrispondono al vero perché dicono la verità su quelli che lo pronunciano.

A sentimento, quale degli scrittori citati Le è più simpatico? E quale più antipatico?

     Il più simpatico, forse, è Mark Twain, uno dei peggiori invece- e può suonare strano- è Ungaretti. Pitigrilli è simpatico e anche un poco mefistofelico, era una canaglia ma era molto simpatico.

Pitigrilli

Mi è parso che la motivazione principale degli insulti fosse una rivalità nel campo del successo, di libri venduti, di riconoscimenti. È così?

     Bisogna fare un passo indietro: è dall’ego che nasce la rivalità, è un misto di arroganza e di insicurezza, si tratta per lo più di un grande talento che però ha anche il suo costo che è una complessità interiore, una fragilità emotiva. Questo miscuglio mi rende più cari questi scrittori, provo quasi un sentimento affettuoso verso di loro.

 C’è qualche scrittore che è superiore a questo tipo di invidia?

   Philip Roth fu insultato da Franzen ma lo ha ignorato, anzi, Roth ha avuto parole di elogio per Franzen e questa è stata, in un certo senso, una pena maggiore che ha inflitto al suo rivale.

Ci sono un paio di scrittori che si sono rappacificati, ad esempio i grandi nomi di Márquez e Vargas Llosa che mi pare siano gli unici che avessero anche contrasti politici.

   La politica in realtà c’entrava solo in piccola parte nella rivalità tra Márquez e Vargas Llosa. C’è sempre qualcos’altro, nel loro caso c’era anche una rivalità e una gelosia amorosa.

 Un’altra mia impressione è stata che gli insulti fra gli scrittori italiani fossero diversi, avessero un altro peso, fossero meno ‘giocosi’.

Amalia Guglielminetti

    La realtà è che siamo un piccolo paese, c’è più spazio nel mondo di quanto ce ne sia in Italia, e poi forse c’entra anche il retroterra cattolico. Pitigrilli era una vera canaglia, si divertiva a lanciare insulti, aveva anche degli aspetti sadici. E poi c’era in lui una voglia di rivalsa perché Amalia Guglielminetti lo aveva portato nel mondo delle lettere, lui le era grato ma non l’aveva perdonata. Doveva mostrare quanto valeva. La loro storia sentimentale ha lasciato degli strascichi. Inoltre bisogna considerare che c’era anche rivalità tra le loro riviste.

Il caso più difficile da spiegare è quello del poeta Quasimodo, oggetto di molti insulti dopo l’assegnazione del Nobel.

  La colpa è in buona parte del brutto carattere di Quasimodo, e poi del provincialismo da parte degli italiani. Si pensa sempre che un riconoscimento così importante sia usurpato, che sarebbe dovuto andare a qualcun altro, c’è invidia.



Vale la pena di leggere questa raccolta di insulti. Si può anche imparare ad insultare con arte.
































   

    

domenica 9 novembre 2025

Intervista a Kristen Loesch, autrice de "La vedova di Hong Kong" 2025

                          Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

                                 cento sfumature di giallo

                                  mystery


Cina, Hong Kong, presente, passato, un assassinio di cui sono rimaste tracce di sangue senza cadaveri, fantasmi e burattini. Parliamo con Kristen Loesch
 del suo intrigante romanzo, “La vedova di Hong Kong”.

Ho osservato che Lei scava nel passato dei suoi personaggi  e dei paesi in cui vivono- era così ne “La bambola di porcellana” e pure ne “La vedova di Hong Kong”. Che cosa La affascina nel passato?

   La verità è che non lo so! Tutto quello che so è che sono sempre stata attratta dalla Storia. Ho studiato Storia all’Università e ho esplorato elementi di Storia russa per la mia tesi del Master. Mi piaceva soprattutto la scoperta della Storia al di là dei libri di testo: la vita della gente comune, le storie che si perdono nel tempo e, più di tutto, i segreti. Sento come se il passato estendesse i suoi tentacoli in così tanti aspetti della nostra vita. E tuttavia, in un certo senso, ci è per sempre inaccessibile- questi temi affiorano con forza nei miei libri.

Parlando del passato- non sapevo che ci fosse un ghetto a Shanghai. Era molto affollato? Aveva cancelli che venivano chiusi di notte, come quelli in Europa? O era semplicemente un’area in cui erano rinchiusi gli ebrei?

il ghetto di Shanghai nel 1943

     Non è l’unica, penso che siano in molti a non sapere che c’era un ghetto a Shanghai. Mentre cresceva la persecuzione degli ebrei nella Germania nazista degli anni ‘30 del ‘900, Shanghai era uno dei pochi posti al mondo in cui i rifugiati ebrei erano benvenuti. Quindi c’era una popolazione abbastanza numerosa quando la Guerra del Pacifico si intensificò nei primi anni ‘40. Era molto affollata, c’erano molti cinesi che vivevano già nell’area designata per i cosìddetti ‘rifugiati apolidi’ e le condizioni di vita erano miserabili. No, non aveva un cancello, ma soltanto alcuni residenti con lasciapassare speciali potevano uscire. Era controllato da amministratori giapponesi e pattugliato da soldati giapponesi.

In entrambi i romanzi Lei trasporta il lettore in paesi lontani- era la Russia nel primo romanzo ed è la Cina in questo. Da dove proviene il suo interesse per questi paesi?

    In entrambi i casi il mio interesse risale alla storia della mia famiglia, e, stranamente, al mio nonno materno. Era originario della Cina settentrionale e aveva una parte di sangue russo. Per quello che riguarda la Russia, poi, fin da bambina mi sono sentita attratta dalla letteratura russa.

    Mi è piaciuta la voce della protagonista de “La vedova di Hong Kong”. Mi è piaciuta molto la sua voce di quando era bambina. C’è un personaggio nel romanzo nei cui panni Le è stato più difficile mettersi? Io ho pensato che Holly Zhang fosse un personaggio difficile e ambiguo.

    Grazie per le sue parole gentili sulla voce di Mei. Di tutti i miei personaggi, è per Mei che provo più affetto e mi chiedo se sia per tutto il tempo che passiamo con lei nella sua giovinezza, quando è così innocente ed interamente alla mercé delle persone e delle forze intorno a lei. É stato divertente scrivere di Holly Zhang, anche se ha ragione a dire che è ambigua e poi ci sono in lei molte parti in conflitto- mi è piaciuta la sfida di scriverne. Direi che il personaggio di cui mi è stato più difficile scrivere è quello di Mei come giovane donna (è stato più facile scrivere di lei da bambina e poi da donna anziana), e, dopo Mei, ho trovato difficile scrivere di Jamie.

      Come è riuscita a seguire i tre filoni temporali in maniera coerente? Non faceva confusione?

    É stato certamente un compito difficile entrare ed uscire in tre narrative. Non sono certa che lo rifarò. Ci sono state alcune volte in cui ho dovuto separare I tre filoni temporali in tre diversi documenti Word e lavorarci uno alla volta per essere certa che la storia scorresse. Mi sentivo spesso sopraffatta e tuttavia amavo quei momenti quando riuscivo a sentire che i filoni si incastravano acquistando significato. Sono questi i momenti che amo di più anche come lettrice di romanzi storici su diversi piani temporali.

     Nella nota a fine libro accenna ai suoi parenti cinesi e al tempo passato a Hong Kong- che cosa c’è della storia della sua famiglia nel romanzo? Che cosa ha conservato, in Lei, della sua eredità cinese? Voglio dire- c’è in Lei qualcosa che pensa sia dovuto all’origine cinese della sua famiglia?

    Nel libro ho intessuto molte delle esperienze giovanili di mio nonno: come Mei, veniva da un piccolo villaggio rurale, finì a Shanghai e poi dovette fuggire dalla Cina durante la Rivoluzione Comunista. Come Mei, non rivide più nessuno di quelli che si era lasciato alle spalle. Trovava difficile parlare di quei decenni della sua vita, il che naturalmente mi rendeva ancora più interessata a saperne qualcosa, ma so che erano molto dolorosi. Penso che, scrivendo questo romanzo, io abbia cercato di onorare la mia eredità cinese e abbia anche cercato di sentirmi più vicina ad essa. Sono cresciuta parlando mandarino e in stretto contatto con la parte cinese della mia famiglia e voglio mantenere viva quella parte di me.


Perché scegliere il Peak per Maidenhair House?

     Quando vivevo a Hong Kong ero attratta dal Victoria Peak, dalla sua bellezza e dal suo mistero. Per tradizione è un’area molto ricca e appartata; naturalmente adesso ci sono sentieri su cui sciamano i turisti e in cima c’è una vasta piattaforma-belvedere, con ristoranti e tutto quello che ci si può aspettare come trappola per turisti in una grande città, ma, nello stesso tempo, è ancora inquietante e remota, con tratti che sono poco più che una giungla punteggiata da case nascoste. Una di queste case è una dimora abbandonata che ho usato come ispirazione per Maidenhair House, la magione  del mio romanzo. Si dice che sia infestata dai fantasmi e certamente lo sembra.

   I personaggi/non-personaggi più intriganti del romanzo sono I fantasmi (a proposito, li chiama ‘ghosts’ o ‘phantoms’? farebbe differenza?). Sono entrambi important nella cultura cinese. Che cosa rappresentano? I fantasmi sono forse sentimenti repressi o parti del passato dei personaggi? Le marionette sono una sorta di ‘doppio’?


    Li chiamo ‘ghosts’, ma questa è una grande domanda. La differenza tra ‘phantoms’ e ‘ghosts’ è sottile. ‘Ghosts’ in genere sono gli spiriti dei defunti. Il significato di ‘phantoms’ è più ampio e meno specifico. Un ‘phantom’ potrebbe essere un ‘ghost’ o potrebbe anche essere un altro tipo di apparizione, e ha anche un altro significato che si riferisce a un’illusione, a qualcosa di allucinatorio o di immaginato. Penso inoltre che ‘phantom’ abbia una sfumatura leggermente più minacciosa di ‘ghosts’, anche se non sono certa del perché. E sì, assolutamente, i fantasmi sono parte integrante della cultura cinese, c’è una mitologia ricca e affascinante su di loro, come pure ci sono tradizioni, festival, riti e così via. Questo si collega con il tradizionale teatro delle ombre cinese che viene usato per raccontare leggende e storie. Nel mio romanzo i personaggi sono tormentati sia da fantasmi veri e propri sia da fantasmi metaforici, da persone veramente morte ma anche dal loro stesso passato, in un certo senso da quello che sono stati. Penso che il teatro delle ombre sia un ottimo simbolo per questo: un burattino ombra è la rappresentazione piatta, bidimensionale, di una persona, incompleto per definizione, mancante di dettagli. Non controlla i suoi movimenti, non ha una sua potenza. In questo modo i burattini sono come fantasmi.

La peonia è una specie di simbolo che scorre per tutto il romanzo ed acquista significati diversi. Le peonie sono fiori molto cinesi, vero? Quando sono stata in Cina le ho viste ovunque, spesso su sciarpe e tessuti.


    Le peonie sono ovunque in Cina e probabilmente sono il fiore riconosciuto come il più cinese fra tutti, per i non-cinesi. Sono certa ci siano lunghi articoli, se non libri interi, dedicati al significato e all’importanza delle peonie. Nel romanzo la madre di Mei usava una peonia intagliata nella carta come firma e Mei indossa uno spillone per capelli con la peonia che riveste un gran significato per lei. La peonia simboleggia ricchezza, prosperità, successo e amore, fra le altre cose, e io volevo che questo piccolo simbolo incredibilmente positivo fosse qualcosa a cui Mei si aggrappa mentre affronta le sue molte sfide.

Sta già lavorando ad un altro romanzo con un’ambientazione diversa?

    E sì! Non mi è permesso dirne molto, ma posso dire che sarà in una nuova ambientazione e che sarà un altro thriller gotico su sfondo storico.