La scrittrice norvegese Trude Teige ed io ci incontriamo in un simpatico bar nella Chinatown di Milano. Ci capiamo subito- a lei piace parlare dell’argomento che l’appassiona, la seconda guerra mondiale, ed è un argomento che appassiona anche me. Scopriamo di aver letto gli stessi libri che trattano della guerra, di conoscere le opere degli stessi scrittori. Parlare con lei è molto facile, poi chiede anche a Cristina, della casa editrice Fazi, di farci una foto mentre stiamo discorrendo.
Lei sta scrivendo una trilogia dove lo
sfondo delle storie che racconta è la seconda guerra mondiale. La seconda
guerra mondiale sembra così lontana, perché scriverne adesso? Forse è anche
perché la Norvegia è stata più o meno lasciata fuori dai libri di Storia per
quello che riguarda gli avvenimenti della guerra?
Il mio progetto è scrivere le storie non
dette e di cui non sappiamo di quello che è successo durante la guerra. La
guerra è una storia di uomini raccontata da uomini. E io ho trovato le storie non raccontate. È
diventato il mio progetto, trovare le storie delle donne. Dobbiamo conoscere le
storie delle donne. Era un progetto molto importante: una guerra definisce
l’identità di una nazione. Finché conosciamo solo le storie degli uomini,
conosciamo solo metà della storia, e se ne conosciamo solo metà, non possiamo
afferrare l’identità della nazione. È iniziato quando ho incontrato una donna
che, nel 1945, aveva sposato un tedesco ed era andata con lui in Germania.
Quello che mi raccontò ebbe un forte impatto su di me- era vergognosa la
maniera in cui era stata messa al bando.
Quanto alla sua domanda sulla Norvegia- viaggiando, mi sono resa conto che non molti conoscono il ruolo che ha avuto la Norvegia nella seconda guerra mondiale. A differenza della Danimarca e della Svezia, noi siamo stati interamente occupati. La Norvegia era molto importante per Hitler, voleva impedire che gli alleati potessero arrivare in Germania dal Nord Est. Per questo stanziò 350000 soldati in Norvegia. Il ruolo della Norvegia è conosciuto dagli storici ma non da molti altri.
Mi sono chiesta perché, se la Norvegia
era occupata dalle forze tedesche e la Germania era alleata del Giappone, un
sottomarino giapponese attaccasse la nave mercantile norvegese su cui era
imbarcato Konrad.
Dopo Pearl Harbour il Giappone invase
tutti gli altri paesi della sua area, c’era un’altra guerra nell’Oceano fra il
Giappone e gli Stati Uniti e tutte le navi degli alleati venivano attaccate.
Perché, sì, la Norvegia era occupata ma simpatizzava per gli alleati, si
schierava a fianco degli alleati.
Dopo
aver scritto il primo libro, sono venuta a conoscenza del campo di prigionia
dei giapponesi a Giava, ho fatto molte ricerche ma, in realtà, non volevo
scrivere la storia di un uomo. Poi ho letto che c’erano anche delle donne e dei
bambini norvegesi nel campo e allora il libro diventò anche un libro che
parlava delle donne.
Leggendo “Il nonno respirava con il
mare”, piangiamo per la morte di una ragazza che abbiamo amato, in “Quando la
nonna danzava sotto la pioggia” ci sono due punti importanti in cui le donne
sono delle vittime: c’è la ragazza colpevolizzata per essersi innamorata di un
tedesco e poi il suicidio di massa delle donne a Demmin. Sono le donne le
vittime ignorate di tutte le guerre?
Proprio così. Le donne sono le vittime
della guerra di cui non si parla. La guerra è pericolosa per un uomo, spara,
gli sparano, può morire, ma le donne soffrono perché i mariti sono al fronte,
pensiamo adesso alle donne ucraine. La narrativa, però, non ne parla, la loro
sofferenza non viene riconosciuta. Se poi pensiamo agli stupri di guerra…
È stato detto e scritto così tanto sui campi di concentramento tedeschi e così poco sui campi giapponesi e sull’Unità 731. Mi sono chiesta se sia perché la Germania è in Europa e ha riconosciuto la sua responsabilità in quanto è accaduto, mentre il Giappone non lo ha mai fatto, come se le bombe nucleari annullassero quello che loro avevano fatto prima.
Le bombe su Hiroshima e Nagasaki sono
dietro questo silenzio. L’effetto delle bombe atomiche è stato tale da ridurre
tutti al silenzio. Ho incontrato in Germania un uomo di 81 anni- non aveva mai
sentito parlare dei campi di prigionia in Asia. Quelli che avevano fatto
ritorno, erano tornati molti anni dopo la fine della guerra e la gente non
voleva più sentir parlare di guerra. Soltanto nel 2002 quelli che erano stati
prigionieri in Asia ebbero un risarcimento. Io voglio parlare di quello di cui
non si parla.
Tekla, Konrad, la Germania, il campo di
prigionia giapponese. Quale sarà l’ambientazione, chi sarà protagonista del
terzo romanzo?
Il terzo libro sarà di nuovo sulle donne e sull’amicizia. Si può ancora essere amiche se abbiamo scelto la parte sbagliata? Una delle amiche di Tekla si era unita alla resistenza, un’altra era una lavoratrice forzata prelevata dall’Ucraina, lei, Tekla, aveva sposato ‘un nemico’. Hanno tutte delle storie diverse ma riescono ancora a capire, perdonare ed amare. Gli anni del romanzo vanno dal 1943 al 1952, è una storia del dopo guerra ambientata nella Norvegia al di sopra del circolo polare e nella Mosca del dopo guerra.
Lei è anche una giornalista. Come ha
influenzato, il suo essere una giornalista, l’approccio all’argomento?
Essere una giornalista ha un ruolo
importantissimo per me. La giornalista che è in me si interessa a qualcosa, come
giornalista sono capace di scavare e trovare qualcosa di non conosciuto. Faccio
ricerche per anni e poi, quando inizio a scrivere, è come se gettassi per aria
tante idee e a questo punto interviene la scrittrice che afferra le storie che
le servono e le mette su una base che diventa vera. Gli sfondi di queste storie
sono la cornice per i miei personaggi dei romanzi. Allora metto da parte la
giornalista e inizio a immaginare. Non penso che potrei scrivere se non fossi
una giornalista. Il mio principio è: non rinunciare, c’è sempre qualcuno che
può darti la risposta.






























