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domenica 21 giugno 2015

Allen Eskens, “Verità sepolte” ed. 2015

                                        Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
        cento sfumature di giallo
          FRESCO DI LETTURA

Allen Eskens, “Verità sepolte”
Ed. Neri Pozza, trad. Maddalena Togliani, pagg. 297, Euro 17,00

   Dichiarazione in articulo mortis. E’ così che l’ha chiamata. E’ una confessione vera per forza perché nessuno vuole morire mentendo.



Quella di Joe Talbert è una famiglia disastrata. Sua madre ha avuto due figli da due uomini diversi. Beve troppo e ha intorno a sé una girandola di uomini poco raccomandabili. Il fratello di Joe è autistico, vive nel suo piccolo mondo fatto di abitudini, basta poco per destabilizzarlo. Joe è riuscito ad allontanarsi da casa per frequentare l’università che si paga lavorando come buttafuori in un locale. Il compito che gli hanno assegnato per il corso di inglese è scrivere la biografia di qualcuno che possa dare un’occhiata indietro al passato, che abbia qualcosa di singolare da raccontare. E’ così che Joe incontra Carl Iverson in una casa di riposo. Carl non è un normale vecchietto un po’ rincitrullito. Ha scontato trent’anni di carcere per aver stuprato e ucciso nel 1980 la quattordicenne Crystal Hagen, dando fuoco poi al fienile in cui aveva trascinato il corpo. Carl si è sempre dichiarato innocente. Nessuno gli ha mai creduto. Neppure Joe gli crede, anche se un dubbio si insinua in lui quando Carl dice che gli racconterà tutto in articulo mortis: ha i giorni contati, il tumore al pancreas lo divora, chi mentirebbe in punto di morte? Anche l’amico a cui Carl ha salvato la vita in Vietnam pensa che sia impossibile che Carl Iverson abbia ucciso Crystal. Eppure Carl ha detto a Joe di avere sia ucciso sia assassinato durante la sua vita. E’ una distinzione sottile, quella tra uccidere e assassinare.
E Joe ascolterà Carl e l’amico Virgil raccontare della guerra, di azioni orrende, della lotta quotidiana per salvare l’anima oltre al corpo. Gli diventerà necessario indagare, cercare tra la vecchia documentazione, per scoprire le prove di una verità di cui ormai è convinto, in una lotta contro il tempo per restituire a Carl la sua dignità prima della morte. A rischio della sua, di morte, perché Joe è un ingenuo che sottovaluta il pericolo. Una triplice narrativa per un bel romanzo- la storia del veterano del Vietnam, quella della giovane vittima e quella di Joe, ragazzo costretto ad assumersi responsabilità che non dovrebbero competergli.


giovedì 18 giugno 2015

Carl-Johan Vallgren, “Il bambino ombra” ed. 2015

                                                                   vento del Nord
                                                                   cento sfumature di giallo
   FRESCO DI LETTURA


Carl-Johan Vallgren, “Il bambino ombra”
Ed. Marsilio, trad. Laura Cangemi, pagg. 336, Euro 18,50


Soldati che non provano paura. Soldati che uccidono senza riflettere. Evenienza molto rara. Qual è l’esercito che non sogna qualcosa del genere?

  Un primo capitolo di forte impatto, che terrà inchiodato il lettore fino all’ultima pagina del romanzo di Carl-Johan Vallgren. E’il 1970 e un padre sta andando a prendere la metropolitana con i suoi due bambini- uno è piccolo ed è in passeggino, l’altro si tiene con la manina al passeggino del fratello. Ci sono delle scale da fare, il padre schiaccia il pulsante dell’ascensore, il bambino più grande chiede se può andare a piedi per le scale. No, da solo, no. Una donna che era dietro di loro ai tornelli gli propone di salire con lei: aspetteranno insieme il papà finché non arriva con l’ascensore. Il bambino scompare, non si saprà più niente di lui. Si chiamava Kristoffer Klingberg, aveva la pelle scura, il suo fratellino era biondissimo. E i Klingberg avevano un impero fondato sull’alluminio.


    Nel 2012 il caso mai risolto della scomparsa di Kristoffer torna alla ribalta perché scompare Joel, ‘il fratello sul passeggino’. E la moglie Angela decide di rivolgersi a Danny Katz che, secondo il marito, era l’unico uomo di cui lui potesse fidarsi. E’ un personaggio singolare, il quarantaquattrenne Danny Katz, di certo il più interessante del libro insieme al procuratore Eva con cui Danny condivide un lontano passato di droga e furti (erano due adolescenti) e che adesso incrocia di nuovo il suo cammino. Danny è un ex interprete al ministero degli Esteri, ex traduttore e programmatore di software alla Difesa, ma è anche un ex tossicodipendente: come sia stato possibile per lui tirarsi fuori dalla droga e arrivare ad occupare posizioni così delicate e cruciali è uno dei tanti misteri che verranno svelati nel romanzo, mentre alla scomparsa di Joel seguono parecchie morti violente. Forse sono troppi, questi misteri, e forse sono anche troppo ‘esotici’. In un romanzo che ha il pregio indubbio di essere un page turner ben scritto, un libro che si divora, la parte della trama che odora di stregoneria e ci porta a Santo Domingo non è molto convincente, così come non lo sono le motivazioni dell’assassino. Per “Il bambino ombra” azzarderei una definizione che è un ossimoro: è un bel brutto romanzo.


domenica 16 marzo 2014

Raymond Chandler, "Il grande sonno" 1939

                                                            cento sfumature di giallo
                                                            il libro ritrovato
                       in breve

Raymond Chandler, “Il grande sonno”
Ed. Feltrinelli, trad. Oreste Del Buono, Euro 8,50

   Raymond Chandler è un mito nella letteratura di genere. E’, per eccellenza, lo scrittore di romanzi ‘hard-boiled’ sulla scia di Dashiel Hammett. Di lui Chandler, nel saggio “La semplice arte del delitto”, ha scritto: “Hammett ha restituito il delitto alla gente che lo commette, e non semplicemente per fornire un cadavere ai lettori; e con mezzi accessibili, non con pistole da duello intarsiate, curaro e pesci tropicali.” La frecciata alle signore del giallo, Agatha Christie, Dorothy Sayers, o all’americano S.S.Van Dine, è chiara. Basta con i delitti garbati, il crimine è una faccenda sporca, restituiamogli la sua lordura, il sangue, la brutalità, il linguaggio della malavita. Un investigatore è uno sleuth, una pistola è una gat. Basta indugiare su descrizioni di camere chiuse, non c’è tempo per questo quando l’azione è incalzante, come nel tipo di vita dove si spara e si ammazza senza riguardo a nessuno. Prevale il dialogo, nei romanzi di Raymond Chandler- perfetto per gli adattamenti sul grande schermo. E infatti molti dei suoi libri diventarono film. 
Humphrey Bogart ne "Il grande sonno"
   Ho preso in mano “Il grande sonno”, del 1939, dopo aver letto il romanzo di John Banville/Benjamin Black “La bionda dagli occhi neri” in cui lo scrittore irlandese fa rivivere Philip Marlowe, leggendario quanto il suo padre letterario. La trama ha inizio quando un uomo molto ricco e molto anziano chiede l’aiuto di Marlowe per bloccare un tentativo di ricatto che gli è stato fatto. Il vecchio generale è facilmente passibile di ricatti: ha due figlie belle e viziate, la minore, poi, è una ninfomane che si droga di etere e si lascia fotografare nuda. Quando Philip Marlowe arriva sulla scena, succede di tutto, i morti non si contano, le persone che scompaiono volontariamente o vengono fatte scomparire, neppure. Tra le persone scomparse c’è anche uno dei mariti della figlia maggiore del generale, un genero che il vecchio amava molto, un tal Rusty Regan che aveva anche combattuto nelle fila dell’IRA in Irlanda (Marlowe accenna a lui ne “La bionda con gli occhi neri”- un richiamo che è una mossa astuta da parte di Banville). Il finale è uno spot di luce sul carattere di Philip Marlowe, un po’ beone, molto donnaiolo, veloce con la pistola, ma anche molto umano e con un codice etico personale.

    Che importanza aveva dove giacevi una volta che eri morto? In uno sporco pozzo di scarico o in una torre di marmo in cima ad una collina? Eri morto, dormivi il grande sonno, non ti preoccupavi di quelle cose lì. Petrolio ed acqua erano lo stesso per te, come fossero vento ed aria. Stavi solo dormendo il grande sonno, senza curarti della bruttura di come eri morto o dove tu fossi caduto. Io, adesso, facevo parte della bruttura.                                                                                                     



   Premetto di avere letto in originale “The big sleep” e il linguaggio è la prima cosa che mi ha colpito, del tutto differente da quello usato da Banville che, però, ho letto invece nella traduzione italiana. Quello di Banville è più ‘gentile’, pur restando secco e brusco. Tutto il romanzo di Banville è più ‘gentile’, a ben vedere. Ciò non toglie che John Banville si sia calato perfettamente nei panni del personaggio non suo e lo abbia quindi fatto suo, con qualche impercettibile ritocco. Confesso: a me è piaciuto di più il Philip Marlowe tornato in vita come Lazzaro. Questione di gusti.

lo scrittore Raymond Chandler    

lunedì 10 marzo 2014

Natalia Ginzburg, "Lessico famigliare" 1963

                                                                              
 
                               audiolibro
                               in breve

Natalia Ginzburg, “Lessico famigliare” letto da Margherita Buy
Ed. emons audiolibri, CD Mp3, versione integrale, durata 6 ore e 35 minuti, Euro 16,90

     “Lessico Famigliare” ha vinto il premio Strega nel 1963, l’anno in cui è stato pubblicato la prima volta. Io devo averlo letto quell’anno stesso, o l’anno seguente. Il romanzo di Natalia Ginzburg è tra quelli che- molto bello nel mio ricordo- ho messo nella lista dei ‘da rileggere’, assolutamente, per verificare come ha retto a distanza di tempo, se e come avrei cambiato in qualche maniera il mio giudizio. Però non so se, sospinta dall’invincibile curiosità per quanto di nuovo viene scritto, per la ricchezza di traduzioni di romanzi che ci avvicinano mondi lontani, avrei trovato così presto il tempo per fermarmi e rileggerlo. Mi è arrivato tra le mani l’audiolibro, “Lessico famigliare”, letto da Margherita Buy: una duplice scoperta straordinaria. Ho scoperto che il libro non è solo molto bello ma bellissimo. E che ‘rileggerlo’ ascoltandone la lettura fatta da una grande attrice che modula voci diverse, lo rende ancora più bello.      


    Il libro di Natalia Ginzburg è troppo noto perché ne scriva una recensione. E’ un’autobiografia ‘parlata’ della famiglia Levi- padre, madre e cinque figli, di cui Natalia è la più piccola- dagli anni ‘20 agli anni ‘50. C’è la voce di Natalia dietro le piccole e grandi vicende famigliari, dietro i ricordi minuti della vita quotidiana, dei litigi tra fratelli, delle gite ‘forzate’ in montagna, degli amici che frequentano la casa Levi, e poi la guerra e l’antifascismo, la persecuzione degli ebrei e gli arresti, il confino, il dopoguerra. Intanto i ragazzi Levi si sono sposati, la sorella di Natalia ha sposato in prime nozze Adriano Olivetti, lei, Natalia, sposa Leone Ginzburg che muore in carcere nel 1944. Ma di tutto, di avvenimenti e persone, si parla con un tono lieve, perché il legame famigliare è fortissimo e dà la forza per andare avanti, perché nessuno di loro- neppure lo scrittore Cesare Pavese- è ancora famoso, nessuno è circondato dall’aura di leggenda che arriva dopo la morte, a distanza di tempo. 

Domina la figura del padre- solo la mamma sembra capace di addomesticarlo, già chiamandolo “Beppino”, deviando le sue sfuriate, addolcendo i suoi malumori. Giuseppe Levi, scienziato, medico, insegnante di Rita Levi Montalcini e di Renato Dulbecco, che resterà sempre nella mente dei suoi figli e dei lettori per le sue colorite espressioni, quelle che rendono unico il lessico di “Lessico famigliare”. E tuttavia il lessico di famiglia non è solo il linguaggio (questo libro, così 'parlato', è veramente perfetto per un audiolibro), ma è anche la corrente di pensiero, l'ideologia, l'intreccio di sentimenti, l'atmosfera intera che circonda questa famiglia per molti versi esemplare.                                                                                                                                                          


la scrittrice Natalia Ginzburg. Sopra, a destra, lo scrittore Cesare Pavese
                                     

sabato 1 marzo 2014

Alessia Gazzola, "Sindrome da cuore in sospeso" 2012

                                                                        cento sfumature di giallo

   
               in breve


Alessia Gazzola, “Sindrome da cuore in sospeso”                                         
Ed. Longanesi, pagg. 143, Euro 9,86

       Una volta tanto, sono contenta di non essere riuscita a leggere un libro al momento ‘giusto’, subito dopo la sua pubblicazione. Perché ho appena terminato “Le ossa della principessa”, il nuovo romanzo di Alessia Gazzola della serie che ha come protagonista Alice Allevi, specializzanda in medicina legale, e, come mi succede spesso quando un personaggio mi è simpatico, facevo fatica a distaccarmi da Alice, mi dispiaceva salutarla fino al prossimo incontro in un nuovo libro. Ed ecco, invece, la possibilità di ritrovarla in “Sindrome da cuore in sospeso”, il prequel che non mi era capitato tra le mani appena pubblicato.
    Ecco Alice, dunque, un’Alice inedita di ventitre anni che è piena di dubbi sulla strada da intraprendere. Con un fratello che sospetta essere ‘gaio’ (come dice la nonna), Alice non osa deludere le aspettative dei genitori, eppure non ce la fa proprio ad affrontare quotidianamente il dolore degli ammalati. Succede qualcosa che la aiuterà a scegliere: muore la badante russa della nonna, le hanno sparato in fronte. Il medico legale che viene ad esaminare il corpo è Claudio Conforti, il bel Claudio un po’ strabico che inizia subito a bistrattare la giovane Alice. E tuttavia Alice ne è affascinata, tanto da presentare domanda di iscrizione all’istituto di anatomopatologia.                  
    


     Chiudo la vetrinetta e, in una maniera che non mi è ancora del tutto chiara, succede qualcosa di irreparabile. Una catastrofe, la cui portata mi è resa evidente dal grido di un Nooo! Da moviola del dottor Conforti.
  Mortimer scivola via dalle mie mani, come fosse dotato di vita autonoma.
  Rovina sul pavimento dove, con precisione premeditata, si spacca in due metà esatte.

    Anche se con qualche forzatura, anche se le scene con la nonna e le altre vecchiette di Sacrofano ci ricordano, al femminile, i romanzi di Marco Malvaldi, “Sindrome da cuore in sospeso” è una lettura piacevolissima, frizzante come quella delle storie seguenti di Alice Allevi. C’è il filone giallo (una storia dolorosa come possono esserlo quelle dei disperati che abbandonano il mondo che conoscono per venire in cerca di lavoro, una storia di donne che non può non farci male), e c’è il filone rosa, con le schermaglie tra Alice e il dottor Conforti tra cui non è ancora successo niente, facciamo la conoscenza della giapponesina che condividerà la casa con Alice (anche lei un’immigrata, ma quanto diversa dalla povera badante), ridiamo delle disavventure di Alice che mettono in mostra quanto sia maldestra (adorabilmente maldestra, in maniera consolante, la sentiamo ‘una di noi’), apprezziamo per la prima volta il suo intuito poliziesco (la nonna si vanta che lo ha ereditato da lei).
    E infine possiamo accomiatarci da lei, con la sensazione soddisfatta di quando ci capita di sfogliare un album di vecchie fotografie che ritraggono un qualche amico come era ‘prima’ che lo incontrassimo.

La scrittrice Alessia Gazzola              
                      





domenica 9 febbraio 2014

Winifred Watson, "Un giorno di gloria per Miss Pettigrew"





                           in breve



Winifred Watson, “Un giorno di gloria per Miss Pettigrew”
Ed. BEAT, trad. Isabella Zani, pagg. 207, Euro 9,00

Titolo originale: Miss Pettigrew Lives for a Day

Incantevole, deliziosa, questa Miss Pettigrew. Delizioso il breve romanzo di Winifred Watson, pubblicato per la prima volta nel 1938. E’ un romanzo datato?- è questa la prima domanda che ci poniamo, quando riprendiamo in mano un libro di molti anni fa. Niente affatto, a meno che non si vogliano considerare ‘datati’ alcuni dettagli che riguardano la protagonista. Perché Miss Pettigrew è sulla quarantina e, nel 1938, una donna della sua età, non sposata, era irrimediabilmente una zitella, senza la benché minima aspirazione o speranza di cambiare stato civile, senza la minima possibilità di essere ‘vista’ come donna da un uomo. E’ un detto comune, che gli uomini sono sempre in cerca di carne giovane, soprattutto se loro stessi si sono lasciati la giovinezza alle spalle.
     Si chiama Ginevra Pettigrew, il nome di una regina e un cognome che accentua la sua insignificanza. Fa l’istitutrice, o la governante. Lei sceglierebbe la definizione che la sminuisce al massimo. E’ un topolino, Miss Pettigrew. Suona il campanello di Miss LaFosse: è l’indirizzo che le ha dato l’impiegata dell’ufficio di collocamento, l’ultima speranza di trovare un lavoro in un momento in cui pare che nessuno abbia bisogno di un’istitutrice. Quando la porta si apre, altro che l’ingresso di Alice nel Paese delle Meraviglie!
                                             
        
                                                     


     Miss Pettigrew si trova catapultata in un’altra dimensione, nelle ore che scandiscono il tempo fino al mattino dopo, il grigio topolino si trasformerà in una donna dal fascino maturo, capace di usare la sua fresca ingenuità come se fosse un gioiello di cui adornarsi. E’ il gioco degli equivoci, tanto per incominciare- dove sono i bambini a cui la nostra Miss Pettigrew dovrebbe insegnare? Neppure l’ombra di bambini, al loro posto, uno, due, tre uomini che si contendono l’attenzione dell’incantevole Miss LaFosse che incanta perfino Miss Pettigrew. La quale scopre di avere una capacità straordinaria di inventiva nel mentire, nel recitare una parte che non è la sua, nel pronunciare perle di saggezza, aiutando Miss LaFosse a districarsi tra i suoi ammiratori.

  “Io” disse “non sono mai stata amata in vita mia. E voglio saperlo. L’ho sempre voluto sapere, e come me vorrebbero saperlo a centinaia. NE VALE LA PENA?”
  “Secondo me sì” rispose Miss LaFosse.
  Miss Pettigrew si sedette e disse:
 “Io sono più vecchia di lei, e sono una stupida. Non sono intelligente come lei, né bella, e neanche scaltra. Non le consiglio il matrimonio per virtù o per convinzione, ma per esperienza. Non ho amici, non ho soldi, non ho una famiglia: vorrei solo che tutto questo le fosse risparmiato.”

     Non è tutto qui. Quando si tratta di andare nel locale dove si esibisce Miss LaFosse (un locale dove si canta e si balla? un luogo di perdizione?), Miss Pettigrew si lascia truccare e abbigliare: è veramente lei, la donna del tutto diversa che la guarda dallo specchio?


    Il libro di Winifred Watson può avere il colore rosa, ma è un rosa raffinato, il rosa di un golfino di cachemire che non è stucchevole, non stanca. Perché, con raffinatezza ed eleganza, c’è un messaggio nella storia della grigia Cenerentola che si trasforma, un invito a vivere, un ‘carpe diem’ senza esagerazioni ma anche senza troppe restrizioni.


la scrittrice Winifred Watson