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sabato 17 gennaio 2026

Teresa Ciabatti, “Donnaregina” ed. 2025

                                                                    Casa Nostra. Qui Italia



Teresa Ciabatti, “Donnaregina”

Ed. Mondadori, pagg. 218, Euro 19,00

 

    Donnaregina, nel cuore di Napoli, vicinissimo al rione della Sanità.

    Giuseppe Misso, capo indiscusso del clan, l’uomo carismatico che comandò per anni nel Rione Sanità (dove, peraltro, nacque Totò). Ultimo di sette figli (un detto recita che, se il quinto figlio fa da tappezzeria, il settimo neppure viene denunciato all’anagrafe), iniziò a rubare a cinque anni, a quattordici anni e due giorni finì per la prima volta in carcere. Era nato nel 1947, un figlio della miseria del primissimo dopoguerra. All’inizio della sua ‘carriera’, Misso ‘lavorò’ insieme a Luigi Luciano- il soprannome per Misso era ‘o’ nasone’ (lui negò sempre, ma pare si sia fatto rifare il naso in Brasile) e per Luciano era ‘Lovigino’ perché era bello, con gli occhi azzurri, c’è chi dice che fosse l’uomo più bello di Napoli. Un’amicizia che finì male, tra un’ammazzatina e un’altra, una vera e propria faida. Erano specializzati in colpi grossi, o’ nasone e Lovigino, negli anni ‘80 fecero una rapina miliardaria ai danni del Monte dei Pegni del Banco di Napoli- era la loro specialità, furti e rapine nelle banche, negli uffici postali o dei furgoni blindati. Simpatizzante dell’estrema destra, fu processato (e poi prosciolto dall’accusa) per una sua presunta partecipazione alla strage del Rapido 904 la notte del 23 dicembre 1984. Adesso Giuseppe Misso è un ‘pentito’ e collaboratore di giustizia, sotto protezione dal 2011.


     L’ex camorrista Giuseppe Misso, che peraltro ha sempre rifiutato l’accusa di far parte della camorra, ha accettato di parlare con la scrittrice Teresa Ciabatti, di diventare il soggetto di un suo libro, lui, il criminale anomalo che aveva scritto un romanzo autobiografico di tutto rispetto, “I leoni di marmo”. Forse proprio per quello ha accettato, perché Teresa Ciabatti non è una giornalista di inchiesta, perché Misso ha intuito che lei avrebbe guardato oltre gli aspetti spettacolari della sua vita, oltre le uccisioni (o’ nasone lo diceva apertamente, che lui non mandava a uccidere, lui ammazzava di persona- quanti? Non si contano, di certo più di cento), avrebbe visto dentro di lui, avrebbe riportato i dettagli privati della sua vita, come il suo amore, anzi, la sua fissazione per i colombi, o l’episodio fantastico in cui- ne era certo, certissimo- aveva avvistato un UFO.

Luigi Giuliano

    Il romanzo “Donnaregina” nasce così, da colloqui diradati nel tempo, da chiacchiere ad un tavolo di ristorante, da messaggi sul telefono. La scrittrice entra nella vita di lui, lui entra in quella di lei. Perché, ad un certo punto, la biografia si intreccia con l’autobiografia, è come se ci fosse un’assonanza fra il criminale pentito e la scrittrice. Lui, con il suo fardello di una moglie molto amata e uccisa spietatamente in un agguato, il desiderio mai esaudito di un figlio con lei e i figli che, invece, sono arrivati con un’altra donna. Soprattutto con quel sentimento contrastante di amore e disprezzo per l’unico figlio maschio- era colpa sua, della sua assenza come padre, se Giulio era gay? La statura di quest’uomo si rivela in come l’amore paterno è capace di cambiarlo, lui, retaggio di una cultura maschilista che getta i ‘femminielli’ nei bidoni dell’immondizia, è capace di riconoscere a testa alta, in un’udienza, che suo figlio è gay (sì, usa questa parola, non più femminiello)- c’è qualcosa di vergognoso in questo?

murales di Michela Murgia a Napoli

   La scrittrice porta nei loro incontri se stessa, la sua amicizia con M. (Michela Murgia), il dolore per affrontare una morte annunciata e i suoi problemi familiari- anche lei, presa dalla scrittura, non è presente con marito e figlia, anche lei ha un rapporto difficile con la figlia che viene ricoverata più di una volta per autolesionismo. E Giuseppe Misso simpatizza con lei, le manda perfino gli auguri di buon onomastico, si informa sulla salute della figlia.

   Teresa Ciabatti ha una bella scrittura, ci piace l’angolazione ‘privata’ da cui ci presenta un uomo che la stampa ha sempre presentato come un criminale senza scrupoli, ci piace come accolga la sua autodifesa- lui non uccide donne e bambini, lui ha elargito denaro per soccorrere le vittime del terremoto, ha sempre cercato di aiutare i poveri del Rione, di regolamentare la camorra: ha cercato di manipolarla, o’ nasone?

E tuttavia la commistione delle due vite ci pare un poco pretestuosa, avremmo preferito leggere solo le confidenze di Giuseppe Misso, dell’uomo che trasforma il nome di un rione, Donnaregina, in un simbolo- tutte le donne sono regine.



venerdì 29 marzo 2024

Rudolf Hoess, “Comandante ad Auschwitz” ed. 2014

                                                   Voci da mondi diversi. Germania

      autobiografia

Rudolf Hoess, “Comandante ad Auschwitz”  

Ed. Einaudi, trad. Panzieri Saija, pagg. 268, Euro 13,00

 

    “Comandante ad Auschwitz” è l’autobiografia scritta, durante la prigionia, da Rudolf Hoess, militare e criminale di guerra tedesco, membro delle SS e primo comandante del campo di concentramento di Auschwitz.

    Hoess racconta tutta la sua vita, dall’infanzia e l’adolescenza, da quando si arruolò a soli 14 anni, mentendo sulla sua età, a quando fu nominato comandante di quello che sarebbe diventato il più grande ed efficiente campo di sterminio, fino a quando venne arrestato nel 1946 dalle forze britanniche. Il 2 aprile 1947 fu condannato a morte per impiccagione dalla Corte Suprema di Varsavia e la sentenza fu eseguita il 16 aprile davanti all’ingresso del crematorio di quel campo della cui efficienza si era vantato.


    Leggere questa autobiografia è, per molti versi, sconvolgente. E agghiacciante. Sconvolgente perché è la vita di una persona come tante che si trova a vivere in un’epoca dilaniata da due guerre in cui la decisione di quale strada prendere significa tutto, significa la scelta tra il Male e il Bene, anche se può implicare Vita o Morte. Sconvolgente perché- come ci si potrebbe aspettare che un uomo, cresciuto in una famiglia strettamente cattolica, disobbedisse alla legge divina rendendosi colpevole di crimini mostruosi, contrari a qualunque etica umana? Agghiacciante per la freddezza con cui parla della sua ‘carriera’, descrivendo le soluzioni da lui proposte per un ottimale funzionamento del campo di cui era stato nominato comandante, inclusa l’iniziativa di usare lo Zyklon B per gassare quanti più prigionieri possibile. Agghiacciante per il modo in cui, a mo’ di attenuante, ricordi la sua stessa esperienza del carcere (aveva scontato sei dei dieci anni a cui era stato condannato nel 1923 per aver ucciso un maestro elementare accusato di essere una spia bolscevica) che- a dir suo- lo renderebbe comprensivo delle necessità dei prigionieri. Agghiacciante anche la spiegazione fornita per la scritta Arbeit Macht Frei che sormonta il cancello di quell’Inferno che era Auschwitz, “la vita dietro le sbarre o dietro il filo spinato, alla lunga senza il lavoro diventa intollerabile, anzi, la peggiore delle punizioni”- se questo non è cinismo, che cosa è?


    E poi, sconvolgente e agghiacciante, è la sua giustificazione, uguale a quella di molti altri. Aveva obbedito agli ordini. Nessuna SS avrebbe mai disobbedito. Quello che Hitler ordinava era giusto. Lui, Hoess, non aveva ucciso nessuno personalmente. Lui, Hoess, non sopportava i bagni di sangue. E infatti l’uso del gas aveva avuto su di lui un effetto calmante.

   La lettura dell’autobiografia di Hoess, lo scorcio che abbiamo sulla sua doppia vita (la moglie e i bambini vivevano in una villetta fuori del campo e avevano tutto quello che potevano desiderare- la moglie non si faceva mai domande? La figlia Brigitte dirà di lui, in seguito, che per lei era l’uomo più buono del mondo) hanno su di noi un impatto fortissimo, più ancora del film “Zona di interesse”, ispirato al libro di Martin Amis dallo stesso titolo del film, e sugli schermi in questi giorni.





 

martedì 6 luglio 2021

Björn Larsson, “Nel nome del figlio” ed. 2021

                                                                       vento del Nord

                                                             biografia

              autobiografia

Björn Larsson, “Nel nome del figlio”

Ed. Iperborea, trad. A. Scali, pagg.206, Euro16,50        

 

   Tutto ha inizio con una data di fine estate, il 27 agosto 1961. Tutto finisce quello stesso giorno.

Il 27 agosto 1961, durante una gara di pesca, una piccola imbarcazione affonda nel lago Nedre Vätter, nella Svezia centrale. Avrebbe potuto trasportare al massimo quattro persone, invece a bordo c’erano sei adulti e due bambini. Morirono tutti. Uno di loro era l’elettricista Bernt Larsson, ventinove anni, il padre dello scrittore.

    Björn Larsson ricorda benissimo quel giorno. Aveva sette anni e mezzo. E, quando era tornato a scuola, dopo i funerali, aveva detto ad un amico che la morte del padre gli aveva dato più sollievo che dolore. Una confessione che dà molto da pensare, parole che rivelano qualcosa di cui forse Björn bambino non si rende neppure ben conto e per cui sono inutili le lacrime della madre a cui è stato riferito quanto detto dal figlio (che nega di essersi espresso così). Sarebbe meglio, forse, cercarne la causa, approfondire quale fosse il rapporto padre-figlio e poi indirizzare lo sdegno verso chi ha riportato le parole alla vedova- a che pro? Pura e semplice cattiveria.


     Inizia da qui il viaggio dello scrittore (in quanti viaggi abbiamo accompagnato Björn Larsson nei suoi libri, ad iniziare da “Il lungo viaggio del pirata Long John Silver”), questa volta non veleggiando sui mari, ma nella sua mente, alla ricerca dell’evanescente figura del padre scomparso troppo presto e finendo poi, per necessità di cose, per parlare di sé- una biografia che è nello stesso tempo autobiografia.

     Il lui bambino che ha conosciuto il padre ha veramente pochissimi ricordi. Di certo il padre, come tutti nei paesi nordici, beveva, e molto. Era perché aveva bevuto che non si era reso conto del pericolo dell’imbarcazione su cui era salito? Di certo i ricordi sgradevoli che il figlio (in tutta la narrazione Björn Larsson si identificherà come ‘il figlio’ de ‘il padre’) ha del padre sono collegati alle volte che questi aveva bevuto. Eppure suo padre avrebbe potuto avere una vita interessante e soddisfacente davanti a sé. I nonni non avevano avuto i mezzi per farlo studiare, ma il padre aveva molti interessi, oltre ad essere un ottimo elettricista. Aveva fatto ricerche per trovare l’uranio, aveva sete di avventura, aveva preso il brevetto di sommozzatore.

Ecco, come era stato possibile che un uomo in piene forze, provetto nuotatore, esperto nelle tecniche di salvataggio, fosse annegato, oltretutto ad una distanza relativamente breve dalla costa e in acque non fredde? Lo scrittore fa sue le ipotesi avanzate dai giornali dell’epoca e dalla descrizione di quanto era accaduto nello scritto di chi aveva rinvenuto il corpo del padre.


    Questo episodio cruciale non viene accantonato, Björn Larsson ci ritornerà ripetutamente sopra con domande che non hanno risposta, mentre altre domande si rincorrono, più esistenziali, di più ampio raggio. Riguardano l’ereditarietà, se esistano dei geni che tramandano inclinazioni e interessi e carattere. Pensando alla sua propria vita, a determinate esperienze, come l’anno trascorso a studiare in America, la sua specializzazione in francese e tutto quello che ne era seguito, Björn Larsson si domanda se sarebbe stato tutto uguale anche senza quella tragedia, anche senza l’assicurazione che a loro insaputa il padre aveva fatto e che aveva dato loro possibilità insperate.

      Il padre, la madre a cui il figlio ha proposto un legame di amicizia, gli amori, il suo diventare padre a sua volta, le letture, il mare, ancora domande sulla sorte del padre che diventa spunto per una riflessione di maggiore portata- non dovrebbe essere uguale per tutti il cordoglio, quando una persona scompare? Non è una gran livellatrice la morte? Perché, sui giornali, alcuni hanno la dignità di apparire con nome e cognome e altri sono dei numeri in una notizia?

    “Nel nome del figlio” è lo sguardo girato indietro per guardare al passato e cercare di interpretarlo, accettando quello che è stato, perché lo scrittore può dire di ‘non aver niente da rimpiangere, niente di cui dispiacersi, nessuno da incolpare eccetto se stesso, tantomeno suo padre’ e, ‘se potesse tornare indietro non cambierebbe quasi nulla’. C’è una quieta soddisfazione in questo, una consapevolezza che l’unica tragedia è quella di non vivere, di morire troppo presto, come suo padre, senza aver modo di realizzare i suoi sogni, qualunque fossero stati. E la riflessione dello scrittore diventa quella di tutti noi che leggiamo.

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domenica 27 giugno 2021

Hwang Sŏk-yŏng, “L’infinito mare dei vent’anni” ed. 2021

                                           Voci da mondi diversi. Corea

         

Hwang Sŏk-yŏng, “L’infinito mare dei vent’anni”

Ed. ObarraO, trad. A. De Benedittis, pagg. 225, Euro 18,00

 

      E poi arrivò l’inverno, e fu allora che venne deliberata la mia partenza per il Vietnam.

     Inizia così il romanzo autobiografico di Hwang Sŏk-yŏng, uno dei più grandi scrittori coreani viventi. Di lui avevamo già letto “L’ospite” (libro bellissimo) e qui ritroviamo un grande Sŏk-yŏng in quello che è il suo romanzo di formazione, bloccato da quelle due parole, l’inverno che già di per sé fa rabbrividire e il Vietnam che- lo sappiamo tutti- significa guerra e morte, una partenza probabilmente senza ritorno.

    Ed è così che, nei brevi due giorni di congedo prima di presentarsi, Chun (alter ego dello scrittore) ritorna a casa e poi si abbandona ai ricordi della sua breve vita fino a quel momento, con una tecnica narrativa che cancella le sfumature del passato e fa sembrare tutto come vissuto nel presente. Perché non è solo Chun a raccontare, intervengono i suoi amici, alternandosi, di modo che non solo cambia il punto di vista, non solo vediamo Chun attraverso gli occhi degli amici, ma anche acquistiamo una visione più ampia degli adolescenti in una Corea che è uscita da poco da una guerra che aveva definitivamente sancito la divisione della loro patria e che ora si appresta ad entrare in un’altra guerra che neppure capiscono. “non vi pare che i Vietcong somiglino tanto a quelli che in Corea combattevano per l’indipendenza?”. E’ tutta questione del messaggio che viene comunicato: ‘ci vogliono far credere che andiamo ad annientare i gruppi di comunisti per difendere la libertà.” Non lo sanno ancora, ma quella guerra sarebbe stata la fine della loro giovinezza, in un bagno di morte.


     “Io non so chi sono”, esordisce Chun in un capitolo. Perché la realtà è che i suoi genitori sono ormai poveri e tuttavia serbano l’orgoglio di quello che erano- avevano studiato al tempo della colonizzazione giapponese, non avevano mai lavorato come braccianti o operai, ambivano ad una educazione scolastica anche per il figlio. A Chun, invece, non piace la mentalità borghese dei genitori, nonostante abbia vinto due premi letterari abbandona la scuola, si dedica all’arrampicata con uno degli amici, per un certo periodo vive in isolamento sulla montagna, poi decide che vuole vedere la Corea e il romanzo diventa una sorta di on-the-road coreano con avventure, incontri, amicizie intense e passeggere, prime esperienze d’amore e di sesso.

    “Quanto è difficile vivere!”, dice Chun, una volta ritornato a casa. Il ragazzo che confessava di non sapere chi era, si sente in bilico tra ‘l’obbligo di far fronte alla nostra quotidianità e il desiderio di prenderne le distanze’.

È anche per sottrarsi alla banalità della sua vita che Chun partecipa ad una manifestazione e finisce in prigione. È una esperienza importante che gli fa conoscere un compagno di cella, ‘il Capitano’, che gli sarà d’esempio: il Capitano non ha paura della vita e neppure ne soffre. Dapprima lo porta con sé su un peschereccio di calamari e poi in un cantiere.


     L’inquietudine che porta Chun da una parte all’altra, sempre in cerca di qualcosa di diverso, lo farà approdare in un monastero: è questo che vuole veramente? O è meglio farla finita con tutto?

    Il convoglio che lo trasporta lontano con gli altri soldati segna la fine della giovinezza. “Aveva ragione il Capitano: la vita va vissuta giorno per giorno.”

E il buio che inghiotte il treno non è solo quello della galleria. È il buio dell’ignoto e del futuro. Il frastuono delle ruote anticipa quello degli spari e dei cannoni.

     C’è l’irruenza e la voglia di vivere dei vent’anni, nel romanzo di Hwang Sŏk-yŏng, temprate, però, da un filo di malinconia per l’incertezza del futuro che va al di là della usuale incertezza dei giovani del mondo occidentale, perché qui è di vita o di morte che si tratta. E la malinconia, che ammanta anche il paesaggio, si riveste di poesia.



 

 

mercoledì 31 marzo 2021

Shiori Itō, “Black Box” ed. 2021

                                           Voci da mondi diversi. Giappone


Shiori Itō, “Black Box”

Ed. Inari, trad. A. Ozumi, Euro 18,00

   Black Box, come la scatola nera, il dispositivo elettronico che permette di registrare le informazioni riguardanti un mezzo di trasporto e il comportamento del guidatore- è questo il titolo del libro della scrittrice e giornalista giapponese Itō Shiori e, mentre procediamo nella lettura, ci rendiamo conto del doppio significato di questo titolo. Se ci fosse stata una scatola nera, sarebbe stato facile dimostrare quanto era accaduto in quella scatola nera- la stanza chiusa di un albergo- in cui si era consumato il crimine.

    Era il 2015 quando Itō Shiori aveva accettato un invito a cena da parte di Noriyuki Yamaguchi, giornalista televisivo molto noto e biografo dell’allora primo ministro Shinzo Abe, per discutere con lui di una possibile proposta di lavoro. Lui l’aveva fatta bere, lei si era risvegliata in una stanza d’albergo- lui l’aveva violentata. Forse Itō Shiori sarebbe dovuta andare subito a fare la denuncia, invece era andata in un ambulatorio ginecologico per farsi dare la pillola del giorno dopo. Passeranno cinque giorni prima che vada dalla polizia- ed è la penosa trafila per essere ascoltata e per ottenere giustizia che Ito Shiori racconta in “Black Box”.


    Nella prima parte del libro Itō Shiori ci parla di sé e della sua vita ‘prima’- ne viene fuori il ritratto di una ragazza brillante e ambiziosa, piena di iniziative, con esperienze di viaggi e soggiorni di studio e lavoro all’estero. Non è certamente una sprovveduta quella che si è recata all’appuntamento con Yamaguchi. E, ricostruendo i fatti, le appare chiaro che il giornalista debba averle fatto assumere la ‘droga dello stupro’ o, più semplicemente, abbia messo un sonnifero nel suo bicchiere. Solo quello può spiegare la sua perdita di coscienza comprovata dalla videocamera all’ingresso dell’albergo che la mostrano trascinata verso l’ascensore da Yagamuchi.

    Non ci sono leggi recenti in Giappone che riguardino gli stupri, la parola stessa viene evitata con eufemismi, nella sua denuncia Itō Shiori si scontra con reazioni di cui purtroppo conosciamo molto bene i meccanismi- uguali anche da noi. Leggiamo delle domande umilianti a cui deve rispondere, del sospetto accusatorio che lei fosse consenziente, della difficoltà ad intentare una causa per mancanza di testimoni, della paura di ritorsioni che la spingono a chiedere ospitalità ad una amica, della vergogna, non sua, ma della sorella e dei genitori che le chiedono di non dire il suo cognome.


    E invece per Itō Shiori questa diventa una battaglia da combattere per tutte le donne, perché sua sorella non debba passare attraverso quello che sta soffrendo lei, il suo libro è come una bandiera da sventolare perché la parola di un uomo smetta di essere più valida di quella di una donna, perché vengano aperti centri di supporto dove le donne possano rivolgersi subito ‘dopo’ e ricevere cure fisiche e psicologiche adeguate. Perché Itō Shiori parla molto di questo, di come sia stato un trauma profondo, impossibile da dimenticare, di come le abbia instillato la paura di essere avvicinata da un uomo- nelle ricerche da lei fatte non sono pochi i casi delle ragazze che si sono suicidate. Ed è significativo che, in una graduatoria del numero di denunce per stupro, al primo posto sia la Svezia e all’ultimo sia il Giappone con un ridicolo 1%. Non vuol dire che ci sono più uomini pervertiti in Svezia e meno in Giappone. In Giappone si tace, in Svezia la polizia dà seguito alle denunce.

     In Giappone il mandato di arresto per Yamaguchi fu ritirato all’ultimo momento e il suo caso tolto dal capo della polizia che si occupava delle indagini- chi c’era di così potente alle spalle di Yamaguchi? Ad essere sinceri pensavo che una cosa del genere non potesse accadere nell’onorevole Giappone.


     Non è un romanzo, ma è un libro sconvolgente che sia le donne sia gli uomini dovrebbero leggere- peccato che non saranno certo i ‘possibili’ stupratori’ a leggerlo.

  Nel 2017 Itō Shiori è diventata ‘il volto’ del movimento Me Too, contro le molestie sessuali e le violenze sulle donne.

  Nel 2019 Itō Shiori ha vinto la causa contro Yamaguchi.

  Nel 2020 il governo giapponese ha annunciato una serie di riforme per ridurre le violenze sessuali nel paese.

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domenica 25 ottobre 2020

Fahrad Bitani, “L’ultimo lenzuolo bianco” ed. 2020

                                                   Voci da mondi diversi. Afghanistan

         romanzo di formazione

 
Fahrad Bitani, “L’ultimo lenzuolo bianco”

Ed. Neri Pozza, pagg. 206, Euro 17,00

 

   Quando Fahrad, in Italia dove il padre ha un incarico diplomatico, vede sventolare le bandiere bianche fuori dalle ambasciate, sussulta di paura- i talebani sono arrivati anche in Italia? Perché quello è il loro vessillo. Il padre lo tranquillizza- in questo mondo, lontano dall’Afghanistan divorato dalle guerre, il bianco è un colore di pace.

     La reazione di Fahrad ci dice tanto dell’Afghanistan in cui ci porta con il suo libro che non ha pregi letterari, ma ha il valore di una testimonianza.

     “Non sono uno scrittore”, esordisce Fahrad Bitani, “io sono un militare e mio padre è un generale afghano. Ho studiato Scienze Strategiche all’Accademia militare di Modena. E nel mio paese ho fatto la guerra, come fanno tutti i soldati.”

    In queste poche righe c’è il riassunto essenziale de “L’ultimo lenzuolo bianco”, ma Fahrad ha 33 anni quando scrive e c’è altro che gli preme raccontare- perché si sappia.

    Alcune date sono punti di svolta nella sua narrazione, affastellata di immagini spesso scioccanti. Nato nel 1986, Fahrad deve credere a quello che gli dicono i suoi genitori, che c’è stato veramente un “prima” con re Zahir Shah che aveva instaurato una monarchia costituzionale, quando le donne non portavano il burqa, a Kabul c’era un’università di prestigio e pure un collegio femminile: era un Islam dai costumi liberi.

Zahir Shah

     Poi il colpo di Stato nel 1973 e l’inizio delle lotte interne fra le varie etnie. Il padre di Fahrad è generale dell’esercito dell’ultimo presidente della Repubblica Democratica afghana, Najibullah Ahmadzai. Si respira ancora: il presidente assicura la pluralità dei partiti, la libertà di espressione, un sistema giudiziario indipendente.

    1992. addio alla Repubblica Democratica, Rabbani diventa presidente del Nuovo Stato Islamico. Il padre di Fahrad è arrestato dai mujaheddin. Esce di prigione perché rinnega il passato e diventa combattente. Quattro anni da incubo. Quando arrivano i talebani, nel  1996, sembrano una liberazione e invece non è cambiato niente. Il padre di Fahrad finisce di nuovo in carcere, da dove riuscirà a fuggire.

     Il racconto di questi anni- fino al ritorno dei mujaheddin, sostenuti dagli americani, nel 2003, e l’approdo in Italia nel 2004- è fitto di avvenimenti e di descrizioni di una situazione spaventosa. È la brutalità che permea l’aria che fa spavento. La brutalità che diventa spettacolo. L’orrore delle mani mozzate per furto, delle donne che si accasciano sotto il lancio delle pietre perché condannate come adultere, la violenza che diventa un divertimento esemplare, qualcosa a cui si desidera prendere parte attivamente in prima persona.


    Il potere del mullah Omar- il comandante supremo dei talebani- si basa sull’ignoranza della popolazione: quando manca l’educazione scolastica, quando l’unico libro consentito è il Corano, un popolo è facile preda delle dittature. Quando le donne non valgono nulla, quando lo stupro è uno spettacolo a cui si assiste con indifferenza, i figli possono essere facilmente manipolati.

     I bambini afghani non hanno un’infanzia normale. Tutti i bambini, ovunque, hanno giocato alla guerra, ma c’è più realismo nel gioco dei bambini afghani, in quell’ambizione di uccidere un infedele. E Fahrad Bitani ci parla con orrore e disgusto del “bachabazi” che significa “divertimento sul bambino”, l’abitudine diffusa, di un uomo adulto, di avere un ragazzino per divertimento. È un segno di potere, un vanto raccontarlo.


Neppure il popolare gioco di far volare gli aquiloni, reso famoso dal bestseller “Il cacciatore di aquiloni”, riesce ad ingannarci. Anzi, il gioco, che si chiude in maniera drammatica, ci toglie ogni speranza. L’innocenza infantile è morta in Afghanistan.

    Questo romanzo-testimonianza è anche, però, un romanzo di formazione, il percorso individuale di un giovane che non resta insensibile davanti alle esperienze di un mondo diverso dal suo. Il ragazzo viziato che arriva in Italia pensando che i soldi e il potere lo mettano al di sopra della legge, cambia, lentamente. Resta un musulmano, ma riesce a vedere “oltre la nebbia del fondamentalismo”, e dice basta all’indottrinamento- vuole cercare la verità. Questo è il nuovo Fahrad Bitani (contro cui è stata emessa una fatwa).

     “L’ultimo lenzuolo bianco” è un libro duro da leggere, ma è una voce “dall’interno” dell’Afghanistan che dobbiamo ascoltare. 

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la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it



domenica 28 giugno 2020

Paolo Di Stefano, “Noi” ed. 2020


                                                               Casa Nostra. Qui Italia
            storia di famiglia

Paolo Di Stefano, “Noi”
Ed. Bompiani, pagg.  608, Euro  22,00 (formato Kindle 12,99)

    Un nonno. Un padre. Un fratellino morto troppo presto. Sono questi i personaggi principali che vivono- sì, vivono anche quando non ci sono più come presenza fisica- nelle pagine del romanzo autobiografico “Noi” di Paolo Di Stefano. E poi la nonna moglie del nonno pecoraio, gli altri nonni e cioè i genitori della mamma, zii e zie, i due fratelli e la sorella dello scrittore-narratore Paolo. Perché “Noi” è- come dice il titolo- un grande romanzo di famiglia, fitto di ricordi, di parole, di immagini impresse sulla retina della memoria. E anche di avvenimenti di quasi un secolo di Storia d’Italia, di costumi sociali e di cambiamenti economici sempre sullo sfondo di Avola, in Sicilia.
     Occupano tanto spazio, il nonno e il padre Vannuzzu. E sono sentimenti ambigui e complessi, quelli che legano nonno e padre e, di riflesso, il nipote Paolo. Perché il nonno che è stato un padre-padrone, un femminaro che aveva tradito la moglie con chissà quante donne, che aveva un numero imprecisato di figli illegittimi, questo uomo verso cui si prova un lieve disprezzo e da cui è meglio allontanarsi, esercita uno strano potere di fascinazione sul figlio che ritorna sempre alla famiglia di origine, anche quando ha trovato lavoro al Nord, prima a Milano e poi in Svizzera. Questo nonno  è anche capace di trasformarsi e di addolcirsi, di lasciarsi tirare i baffi quando prende in braccio il piccolo Claudio, il nipotino a cui non è capace di negare niente, neppure la tanto desiderata automobilina verde a pedali che il bambino aveva fatto a tempo ad usare solo una volta, nel corridoio di casa.
Avola
      Che adulto può diventare il figlio che cresce accanto ad un padre così, che lo caccia spesso di casa e che non rispetta sua moglie? Vannuzzu è sempre insicuro di sé e di quello che vuole, il figlio del femminaro dalle tante donne è un timido che sublima pensieri d’amore, che dedica versi alle donne che vagheggia, che neppure si accorge se queste non lo corrispondono. Per non dire della volta che viene respinto proprio perché figlio di suo padre. Vorrebbe studiare ma impiegherà degli anni per laurearsi in lettere classiche. Andrà al Nord per poi tornare a Sud, come se ci fosse un elastico che lo tira e poi lo ritira indietro- forse questo elastico è la madre che lo ricatta, forse è il sentimento di amore-odio per il padre, forse è Avola, è la Sicilia con il suo clima dolce o infuocato ben diverso da quello milanese che gli appare freddo e ostile. Si sposa, Vannuzzu, accetta la cattedra a Lugano, ogni estate si mette in auto per tornare ad Avola. Alla sera legge poesie ad alta voce ai bambini e poi, a volte, viene invaso da una furia che è una replica delle tremende scene violente del padre. E sua moglie non ha trovato mezzo migliore, per porvi fine, che svenire, accentrando tutta l’attenzione. Eppure c’è molto affetto per questo padre piccolo e calvo che si è conquistato un posto nel mondo partendo dal nulla, che guiderà senza mai fermarsi,  su quella strada che aveva fatto tante volte con l’auto stracarica di bambini e bagagli (quanti ricordi, quanti aneddoti buffi di quei viaggi) e che adesso trasportava la piccola bara di Claudio, morto per leucemia a cinque anni, da tumulare nella terra che era e rimane la sua.
Lugano
     “Noi” è un libro dominato da una grande presenza, quella del nonno, e da una grande assenza, quella di Claudio. La sua vocetta si fa sentire quasi subito in questa storia di famiglia. Non la riconosciamo, perché non conosciamo ancora Claudio.
Devono passare anni prima che lui entri nella storia, gli anni del femminaro e del piccolo professore calvo e dei tre fratelli più grandi. Il suo passaggio in famiglia sarà breve ma, se all’inizio pensavamo che il romanzo fosse l’elegia per un padre, mentre leggiamo ci rendiamo conto che è, invece, un omaggio straziante alla memoria del fratellino, prestandogli parole non dette, scherzi mai fatti, un’amichetta immaginaria, il ricordo del pupazzo Brontolo da cui non si separava mai. Pagina dopo pagina, aspettiamo gli intermezzi della voce di Claudio che si addormentò per sempre il 9 aprile 1967, il giorno in cui la Juve vinceva il Bologna con un goal straordinario di Burgnich.
      Le donne sono, invece, personaggi secondari, ombre dei mariti, in questo romanzo molto italiano e per molti versi molto regionalista. Un romanzo bello, affabulatore, la rielaborazione di un trauma alleggerito da sprazzi di umorismo e ironia, con una narrativa che mescola passato e presente.

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la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it


        


    

mercoledì 29 aprile 2020

Per Olov Enquist, Un’altra vita- Intervista 2010


                                            vento del Nord
                                           autobiografia

Per Olov Enquist, Un’altra vita

Ed. Iperborea, trad. Katia De Marco, pagg. 533, Euro 19,50


     C’è una domanda assillante che ricorre lungo tutto il libro Un’altra vita di Per Olov Enquist. Una domanda senza risposta, anche se forse è proprio per cercare questa risposta che lo scrittore fa una lunga pausa- per guardare indietro alla sua vita: ‘Se tutto era cominciato così bene, com’era potuto finire così male?’. Per Olov (che poi gli amici chiameranno P.O.) era stato un bambino bravissimo, gioia e consolazione della madre, un’insegnante rimasta vedova quando il figlio aveva solo sei mesi. Bravo in quanto buono, bravo in quanto intelligente e studioso. Era arrivato al punto di inventarsi un peccato da confessare il sabato, quando la mamma lo obbligava ad un esame di coscienza settimanale.
   C’è un grande musicista che viene spesso nominato, in tutto il libro. Una figura da non imitare, anche se la musica da lui composta è bellissima. La madre aveva regalato a Per Olov un grammofono e tre dischi, quando lui aveva quattordici anni. Uno dei dischi era Finlandia di Sibelius. Sibelius non era mai riuscito a scrivere l’Ottava sinfonia: per quarant’anni aveva promesso che l’avrebbe presto terminata, che mancavano poche note. Quarant’anni di ubriachezza ininterrotta, senza aver realizzato il grande obiettivo della sua vita. Se ci si mette a bere, è la fine: è questa la lezione della madre di Per Olov. Per Olov Enquist ci arriverà vicino- a distruggersi con il bere. Ancora oggi si chiede come sia potuto sopravvivere, come abbia ricevuto in regalo un’altra vita.
Sibelius
    Enquist racconta di sé in terza persona, descrivendosi dall’esterno, come per avere una prospettiva migliore. E questo allontanamento da sé gli riesce facile in tutta la prima parte- quella che copre il numero maggiore di anni- del libro. La severa educazione religiosa, gli studi, la storia di famiglia (il nonno aveva fatto un solo viaggio nella sua vita, in treno fino a Stoccolma per esibire la sua volpe dallo splendido pelo), i colloqui di un bambino solo con il padre morto (lo chiama ‘il Benefattore’ e pensa sia suo compito raccontargli di un mondo che lui non può più sperimentare), il grosso salto per frequentare l’università a Upssala, le amicizie, lo sport (che sarà sempre importantissimo per lui, una sfida personale a superare sempre se stesso), l’amore, il primo matrimonio e la nascita del figlio, il secondo grande amore della sua vita per la donna che gli resterà accanto fino alla fine degli anni bui. E la sua vocazione letteraria, naturalmente- i primi scritti, le opere teatrali, la faticosa ricerca per il libro I legionari, sui 146 legionari baltici arruolati nelle Waffen-SS, internati in Svezia ed estradati nel 1946.
Università di Upssala
Per qualcuno che, come Enquist, è nato nel 1934, ha un notevole intelletto e una acuta consapevolezza del tempo in cui vive, la storia personale passa attraverso la Storia- e non solo quella europea. Così Enquist registra l’impatto fortissimo della guerra in Vietnam prima, del Muro di Berlino poi. Seguiranno altri eventi che lo segnano profondamente, come hanno segnato l’Europa, o l’America: la banda Baader-Meinhof, il primo gravissimo attentato terrorista contro gli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco nel 1972, il movimento pacifista e quello contro la discriminazione razziale negli Stati Uniti.
    Quando, perché inizia a bere? Quando perde il controllo dei bicchieri, delle bottiglie bevute? Il distacco tra voce narrante e narrazione si assottiglia quando Enquist inizia a parlare della sua discesa all’inferno. Pare quasi che faccia uno sforzo enorme a ricordare quello che ha vissuto con una mente annebbiata dall’alcol, e che il ricordo sia molto doloroso. Per la coscienza dello spreco di anni, per la comprensione del dolore che ha arrecato ad altri. E tuttavia è d’obbligo per lui non celare nulla dell’abiezione in cui è caduto, solo scendendo lucidamente al fondo potrà risalire a rivedere la luce. Che significa poter nuovamente scrivere, e la scrittura è la salvezza.
  Un’autobiografia è una confessione- a se stesso, prima ancora che agli altri-,è un tirare le somme quando ci si accorge che la clessidra del tempo si sta svuotando, si vuole contare ogni granello di sabbia che è già passato attraverso la strozzatura. E’ importante per avere un senso pieno del vissuto. Accade allora che molti dettagli siano superflui per un lettore, che ci siano delle lungaggini che appesantiscono il testo. E tuttavia la lettura di Un’altra vita è talmente coinvolgente che ne usciamo segnati, contagiati dall’onestà, dal coraggio (perché ci vuole coraggio per rivelarsi), dalla lucidità dello scrittore svedese che, alla fine, immaginando che la sua maestra d’asilo gli chieda di che cosa parli il suo libro, risponde: ‘Della resurrezione’.
    Stilos ha incontrato il grande scrittore svedese.
al Salone del Libro di Torino nel 2010
 Intervista a Per Olov Enquist

Scrivere un’autobiografia: in uno dei suoi primi romanzi, L’occhio di cristallo, il protagonista era una donna e Lei stesso ha detto che sarebbe stato troppo rivelatore mettere nel romanzo un giovane padre, come Lei era al tempo. Non importa più rivelarsi ad una certa età?
      Ho scritto quel romanzo nel 1961 e non l’ho mai più letto- cinquanta anni fa. So che la protagonista era una donna, ma non ricordo una riga di quel romanzo. Ricordo che non sapevo come scrivere e che non osavo scrivere di un protagonista maschile, come sarebbe stato ovvio. E’ curioso: che cosa ho detto di quella donna? Forse nascondevo una certa autobiografia in quel testo? In un altro libro ho scritto di un padre e di un figlio…Ora sono più vecchio e posso guardarmi indietro. Avevo una storia da dire, una storia non bella che finisce nel 1990, quando sono uscito dal mio problema. Dopo di allora, per diciassette anni ho pensato che non ne avrei mai scritto. Invece, poi, è stato facile e divertente: ho scritto della mia giovinezza, della mia carriera- se si può parlare di carriera per uno scrittore-, dei viaggi e infine di quei quindici anni del tutto persi.

Per chi si scrive un’autobiografia? Per gli altri o per se stesso?
     Ad essere onesto, l’ho scritta per me stesso. Mi alzavo alle sei e, all’idea di mettermi a scrivere,  pensavo, ‘che giornata splendida!’. Non pensavo alle critiche, non pensavo ai lettori- ma non penso mai ad un lettore, anche quando scrivevo per il teatro non pensavo mai al pubblico. Questo non significa che sottovaluto il lettore. Il fatto è che, quando scrivo, devo prima di tutto dire quello che sento dentro.

E non c’è forse, come accennava prima, una traccia autobiografica in tutti i suoi libri?
   
Sì. Cinque anni fa avrei detto di no e invece persino ne I Legionari, che è un romanzo politico, si possono trovare molte cose autobiografiche. Anche ne La biblioteca del Capitano Nemo, che giudico il mio miglior libro, mi muovo intorno, cerco di venire a parlare di me e poi sfuggo. Questo libro, Un’altra vita, è più diretto, naturalmente.

Si parla molto di sport nel libro: qual è il punto di contatto tra sport e letteratura?
     Sono stato attivo in due attività sportive, il salto in alto e il football- ero portiere. Quello che c’è in comune tra un saltatore e un portiere, è che sei da solo. Se ti alleni come saltatore, ti alleni da solo, è uno sport solitario, gareggi con te stesso. Devi allenarti e misurarti con te stesso. Quando scrivi sei molto solo. Non saprei dire che cosa  ci sia in comune: sei un bravo sportivo se hai senso del ritmo. Il processo di scrivere richiede senso del ritmo nella prosa e nella composizione del romanzo. Forse è questo. E poi, sia nello sport sia nella scrittura, devi essere ostinato, non rinunciare mai, non aver paura di essere da solo. Perché sei da solo con il testo, in una stanza vuota e solo con la storia che hai nella testa e che dirai. Parli soltanto con i tuoi personaggi. Il problema è quando i personaggi tacciono e non si muovono…


Ci sono parecchi punti di svolta nella sua vita che corrispondono, per lo più, ai punti di svolta della Storia d’Europa. Il primo è forse il 1965, con la guerra del Vietnam?
     Direi piuttosto che per me la prima data importante sia stata il 1956, quando ho fatto il grosso salto dal Nord della Svezia a Upssala, per l’università. Nuovi libri, nuovi amici. Andare all’università è stato un lungo viaggio, un lungo salto. Nel 1965 scrivevo I Legionari, andai nell’Unione Sovietica, non è stato facile. Poi c’è stato Berlino. Berlino e il Muro, la DDR. Ho imparato più negli anni a Berlino che in qualunque altro periodo della mia vita.


E’ stato a lungo scrittore di teatro. Lei ha detto che scrivere per il teatro è un lavoro meno solitario che non quello dello scrittore di romanzi. Ma qual è la differenza sostanziale, per uno scrittore?
    Nel teatro tutto deve venire dalla bocca degli attori, non si possono scrivere pagine di indagine psicologica. Scrivere un romanzo è un’esperienza unica: un romanzo è fabulazione, hai il controllo totale, nessuno si intromette, come accade invece nel teatro. Nel teatro sei parte di una squadra, c’è il regista, ci sono gli attori: troppe persone interferiscono e perdi il controllo. E tuttavia il teatro ha un forte impatto immediato.

La sua lunga dolorosissima crisi con l’alcol è stata causata in parte dal blocco dello scrittore?
     Sì, ma è vero anche l’opposto. Non scrivevo perché bevevo e bevevo perché non scrivevo. Era connesso. Oggi non ci penso, non è bene analizzarsi troppo. Ho smesso di bere. Nella mia autobiografia c’è molto umorismo nero- ho usato un certo umorismo perché altrimenti non ne avrei potuto scrivere. Infatti per ben 17 anni non ho affatto pensato di scriverne.

Si è sentito libero, sgravato di un fardello, dopo averne scritto? E’ stato, usando l’ immagine che Lei ha preso da Coleridge, come lasciar cadere l’albatross dentro il mare?

     Sì, l’albatross è così bello lassù, a terra è goffo. Gli scrittori non dovrebbero scrivere di sé perché sarebbero goffi, dovrebbero volare sempre in alto. Sono felice di aver scritto questo libro e sì, mi sono sentito liberato del peso dell’albatross intorno al mio collo.

La mia ultima domanda non Le farà piacere. In questa autobiografia manca, stranamente, la parte riservata ai sentimenti: c’è pochissimo di quello che Lei prova per i figli e per le donne della sua vita. E’ quella una rivelazione troppo personale? E’ l’ultima porta da aprire?
    Quando ha iniziato a farmi la domanda, ho sospettato che mi avrebbe chiesto questo. E’ vero. Il libro finisce nel 1990. Quello sarà per un altro libro. Quando scrivevo di quell’ultimo periodo, non biasimavo nessuno tranne me stesso, non volevo gettare nessuna ombra sulle mie mogli. Ecco perché non ne ho parlato. Dopo aver scritto il libro ho mandato il manoscritto in lettura alle mie ex mogli e ai miei figli, perché non volevo ferirli. Nessuno di loro ha voluto che togliessi alcunché dal testo, ma è vero che ci sono dei buchi neri. Ma tutto il libro è concentrato su una sola frase: com’è possibile che fosse incominciato tutto così bene e che poi finisse in quella maniera? Tuttavia io sono qui, sono vivo, ma poteva anche finire diversamente. Perché tutto è finito così male? E perché sono sopravvissuto? Non conosco la risposta, ma ci sono forse delle risposte nel libro che altri al di fuori della mia storia- e non io- riescono a vedere.

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista letteraria "Stilos"
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