domenica 26 febbraio 2023

Caroline Laurent, “Le rive della collera” ed. 2023

                                                 Voci da mondi diversi. Francia

        romanzo storico

       love story

Caroline Laurent, “Le rive della collera”

Ed. e/o. trad. Giuseppe Allegri, pagg. 343, Euro 19,00

 

   Isole Chagos, nell’Oceano indiano, a Sud delle Maldive e a nord-est dell’isola di Mauritius. Insieme a Mauritius facevano parte del Territorio britannico dell’Oceano Indiano. Quando Mauritius diventò indipendente nel 1968, la Gran Bretagna mantenne la sovranità sulle isole dandole in locazione agli Stati Uniti che vi installarono una base navale deportando gli abitanti. Nacque una controversia e nel 2019 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ingiunse al Regno Unito la restituzione delle Chagos a Mauritius.

    Il romanzo della scrittrice franco-mauriziana Caroline Laurent prende l’avvio dal 1967 per rivelarci il dramma dietro decisioni politiche che non prendevano in alcuna considerazione gli esseri umani che tali decisioni avrebbero riguardato. Nel 1966 un alto funzionario del Foreign Office britannico diceva, “L’oggetto dell’operazione è occupare qualche pietra che rimarrà nostra…non dovranno esserci indigeni a parte i gabbiani”. Parole di un cinismo sconvolgente.


    Marie-Pierre Ladouceur si innamora subito del mauriziano Gabriel quando lo vede sbarcare sull’isola per iniziare il suo lavoro come aiutante dell’amministratore coloniale. Non potrebbero essere più diversi. Lei ha la spontaneità, la gioia di vivere, la passionalità di chi è cresciuto in piena libertà. E’ scura di carnagione, è procace, è bella, ha già una figlia. Lui ha una pelle color caffelatte, è timido e gentile, elegante, con un profilo da uccello, non ha mai avvicinato una donna.

     La prima parte del libro ha la leggerezza di tutte le storie d’amore, ha il colore di un’isola sospesa tra mare e cielo, ha il folclore di un popolo che vive nel giardino dell’Eden. Le difficoltà che si insinuano in questa storia vengono dall’esterno, dall’ipocrisia di chi pensa sia improponibile il legame con una îlois, da chi sparla osservando che il piccolo Joséphin ha la fronte e gli occhi di un uomo che è stato l’amante di Marie. E però niente tocca la felicità della coppia, niente diminuisce l’amore di Gabriel per quel bambino che è suo figlio perché la paternità non è solo biologica.


      Poi il fulmine a ciel sereno. I chagossiani devono lasciare l’isola. Così, in quattro e quattr’otto. Hanno mezz’ora di tempo per fare fagotto prima di essere imbarcati per l’isola di Mauritius. Deportati. Le condizioni a bordo della nave sembrano quelle degli schiavi, ma la schiavitù è stata abolita più di un secolo prima, siamo nella seconda metà del ‘900 e tutto è così disumano da parere impossibile.

    La seconda parte, ambientata a Mauritius, è fatta di miseria, di baracche per alloggi, di lavori di fortuna, di fame, di follia, di morte. Di estraniamento da Gabriel, colpevole di aver saputo e taciuto, legato da un giuramento.

    E poi- e questa è Storia- inizia la presa di coscienza del sopruso e dell’illegalità, l’inizio del movimento per rivendicare Diego Garcìa per i chagossiani. Ci sarà uno sciopero della fame, la narrativa acquista punti di vista diversi perché sono passati gli anni e il bambino Joséphin è diventato un uomo e ha una sua voce. La conclusione- quella ufficiale- la conosciamo, quella dei personaggi è privilegio dei lettori scoprirla.


    “Le rive della collera” è un libro molto bello che lascia un segno profondo. Caroline Laurent ha saputo coinvolgerci, insegnandoci un frammento di Storia di cui eravamo all’oscuro: soltanto lo scorso anno i chagossiani hanno potuto rimettere piede a Diego Garcia e non ancora per rimanerci. Chi era ancora in vita dei duemila che erano stati deportati ha trovato case in rovina. La loro isola, diventata base ideale per i bombardieri americani, era irriconoscibile. Prima o poi se ne andranno, gli americani. Dopo vent’anni di bombardamenti su Afghanistan e Iraq, adesso gli Stati Uniti possono contare su altre basi in Bahrein, Kuwait, Emirati Arabi.

   Nella postfazione la scrittrice dice che sua madre, una mauriziana come sua nonna e la bisnonna e la bis-bisnonna, le raccontava questa storia- una tragedia insulare. Una storia vera.

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venerdì 24 febbraio 2023

Camilla Ghiotto, “Tempesta” ed. 2023

                                                                         Casa Nostra. Qui Italia

                                                     romanzo di formazione

Camilla Ghiotto, “Tempesta”

Ed. Salani, pagg. 352, Euro 18,00

     Era il nome di battaglia di suo padre, Tempesta. Suo padre era stato partigiano e non ci sarebbe niente di strano se l’età di lei, la figlia, fosse quella che ci si potrebbe aspettare da qualcuno nato nel dopoguerra. E invece no, perché Camilla, figlia di Tempesta alias Renzo Ghiotto, ha diciassette anni quando suo padre, novantaduenne, muore.

 “Tempesta” è un libro autobiografico, dunque, anzi doppiamente autobiografico con una narratrice in prima persona- Camilla- e un narratore in terza persona, Renzo Ghiotto stesso nelle pagine del suo diario. Ed è anche un romanzo di una doppia formazione- quella di Camilla, che diventa grande scoprendo il padre, e del padre, il ragazzo che sale sui monti a diciotto anni per combattere i fascisti e, quando scende da quei monti perché la guerra è finita, è un uomo.

    Ci è capitato spesso di incontrare coppie in cui l’uomo è di parecchio più grande della sua compagna (meno spesso l’opposto, anche se ne abbiamo un esempio tra i nostri vicini francesi) e di riflettere su come funzioni un rapporto tra due persone con un’età così diversa. Molto raramente, quasi mai, abbiamo pensato a che cosa provi un bambino a cui gli amichetti chiedono se è suo nonno l’uomo che lo ha abbracciato davanti alla porta della scuola o dell’asilo. E Camilla si vergogna, Camilla risponde che sì, è suo nonno, Camilla chiede alla mamma (aveva vent’anni quando aveva conosciuto lui che ne aveva cinquanta) se il padre può andare a dormire dalla nonna la sera che la sua amica sarà sua ospite.

Renzo Ghiotto

È vecchio, Tempesta, c’è poco da fare. Cammina con un bastone, gli trema la mano quando mangia. Poi, però, parla davanti alla folla riunita nella piazza di Vicenza per il 25 aprile ed è capace di commuovere, di infuocare gli animi. Camilla spera che i compagni di scuola pensino che il loro cognome uguale sia una coincidenza, sì, è orgogliosa di lui ma è dibattuta nel suo intimo. E poi suo padre muore e Camilla sente il bisogno di capirlo, di sapere di lui, di rivivere il suo passato.

     C’è uno stacco netto tra le pagine in cui la ragazza “si confessa” e quelle del diario di Renzo Ghiotto. Ci sarebbe piaciuto che ci fosse un legame maggiore, come un commento a lato da parte della figlia, tra le due storie e invece le pagine del diario ci riportano a ottanta anni fa, con un salto temporale così brusco da farci sentire spaesati. È proprio l’impressione che deve avere provato la figlia- era veramente un altro mondo quello in cui un ragazzo di diciotto anni (l’età di lei, Camilla!) era stato torturato, era fuggito dall’arruolamento in Marina, aveva imbracciato le armi perché una cosa gli era ben chiara: doveva difendere la libertà. A Malga delle Fossette Renzo Ghiotto tornava ogni anno con la moglie e la figlia, quasi in pellegrinaggio, per ricordare- l’agguato dei tedeschi, gli spari, i compagni morti e feriti.


    Quando Camilla riprende la voce, è come se, solo ora che lui non c’è più per fare da interlocutore e per rispondere alle sue domande, lei mettesse a fuoco il passato di suo padre, solo ora si chiede se lei ne sarebbe capace, di patire il freddo, la fame, la paura, per essere coerente con le sue idee.

    Ci sono due gioventù a confronto, in “Tempesta”. Non c’è nostalgia per un tempo che non c’è più ma la volontà di trarre una lezione da quel passato, di perpetuare un insegnamento, di mantenere in vita, nell’unica maniera possibile, chi la vita l’ha lasciata. Un libro sofferto e coraggioso.

 Molto bella la copertina, con il copricapo che Renzo amava indossare e che sembra la prua di una nave con le due figurette di padre e figlia. Niente a che fare con il Titanic.

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martedì 21 febbraio 2023

Sandro Veronesi e Edoardo De Angelis, “Comandante” ed. 2023

                                                                      Casa Nostra. Qui Italia

       seconda guerra mondiale

Sandro Veronesi e Edoardo De Angelis, “Comandante”

Ed. Bompiani, pagg. 160, Euro 16,00

      Non accade spesso che prima si giri un film e dopo venga scritto un libro sulla vicenda del film, che prima si scriva una sceneggiatura e dopo di questa il romanzo. È quello che è successo per “Comandante”, il film diretto dal regista Edoardo De Angelis con Pierfrancesco Favino nel ruolo di protagonista che uscirà nelle sale nella seconda metà di quest’anno. In una breve introduzione Sandro Veronesi racconta come è nato questo libro scritto a quattro mani e ispirato alla figura di un uomo eroico veramente esistito.

Lo aveva nominato l’Ammiraglio Pettorino, Comandante della Guardia costiera, in un discorso fatto nella tragica estate del 2018 quando un’ondata xenofoba si era rovesciata sull’Italia e alla Guardia costiera si era impedito di salvare i migranti che annegavano. L’Ammiraglio Pettorino aveva ricordato la luminosa figura del Comandante Salvatore Todaro che nel 1940 aveva disatteso gli ordini dell’Ammiraglio tedesco Karl Dönitz salvando l’equipaggio della nave belga affondata dal suo sottomarino nell’oceano Atlantico. Salvatore Todaro si era preso tutta la responsabilità di quanto aveva fatto e, alla richiesta di una spiegazione, aveva risposto, “Perché noi siamo marinai, marinai italiani, abbiamo duemila anni di civiltà e noi queste cose le facciamo.” Perché la guerra è la guerra, ma il mare è il mare, e un uomo in mare non è più un nemico ma un naufrago. Il mare ha la sua legge e la sua morale.


    Chi era questo Salvatore Todaro, personaggio da “Cuore” di De Amicis? Ad inizio di questo romanzo corale, ricco di voci e di persone, ce ne parla la moglie. Da lei sappiamo che il marito era stato gravemente ferito durante un’esercitazione da cui era uscito con danni irreversibili alla spina dorsale- il suo torace era imprigionato in un busto di ferro. Immaginate: era nato nel 1908, aveva 32 anni all’epoca dei fatti, sarebbe morto due anni dopo al largo di Tunisi durante il bombardamento aereo che colpì la nave su cui era imbarcato. 32 anni e dolori costanti alla schiena, non era il giovane sprezzante del pericolo perché ancora convinto di essere invincibile. Aveva una maturità, una capacità di prendere decisioni e assumersene le responsabilità che ci appare impensabile per i suoi coetanei di oggi.


   Salvatore, nomen omen. Il sommergibile di Todaro era passato attraverso le forche caudine dello stretto di Gibilterra e navigava nell’Atlantico. Si era profilata all’orizzonte la forma di una nave mercantile che viaggiava al buio, scortata da una nave inglese. È una nave belga, di un paese neutrale, perché ha tutte le luci spente? Cannoneggiano loro per primi. Il sottomarino di Todaro affonda la nave. È a questo punto che Todaro diventa un eroe. Per l’ordine di tirare a bordo i naufraghi, e poi quello di trainarli sulle scialuppe fino alle isole Azzorre, sfidando il pericolo di incontrare una nave nemica (come avviene) senza potersi inabissare.

    Pensiamo ai versi di Walt Whitman, “o Capitano, mio Capitano”, mentre, uno dopo l’altro, prendono la parola il marconista, l’aiutante di bordo dal volto sfigurato per un incidente che lo affratella al Comandante, il motorista-corallaro, il triestino che ha con sé il suo violino, il cambusiere, le donne che sono rimaste a terra ad aspettarli, un microcosmo che parla dialetti diversi incomprensibili tra di loro. Una cosa li accomuna, su una cosa si intendono tutti- il rispetto e l’ammirazione per lui, il Comandante, la loro piena fiducia nelle sue decisioni anche se non le capiscono del tutto, anche se forse non le condividono. Perché risparmiare la vita a chi, anche ora, anche adesso che la loro presenza sul sottomarino mette a rischio la vita di tutti, tende loro un agguato, comportandosi da nemico?


  Regista e scrittore riescono perfettamente, pur nell’economia delle pagine, a renderci la personalità distinta dei vari militari. Riconosciamo le loro voci, ricostruiamo, pezzo dopo pezzo, la storia di ognuno di loro E quella del loro Comandante, il protagonista assoluto.

     Da leggere. Perché siamo italiani. Per ricordarci che ci sono dei valori e delle leggi che superano la contingenza del momento, che siamo uomini.

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lunedì 20 febbraio 2023

Alicia Giménez-Bartlett, “La presidente” ed. 2023

                                   Voci da mondi diversi. Penisola iberica

cento sfumature di giallo

Alicia Giménez-Bartlett, “La presidente”

Ed. Sellerio, trad. Maria Nicola, pagg. 407, Euro 16,00

 

   È morta l’ex Presidente della Comunità Valenciana. Vita Castellá è morta in un albergo a Madrid dopo aver bevuto una tazzina di caffè al cianuro. La cameriera che le aveva portato il caffè di notte dice di aver lasciato la tazzina fuori della porta per rispondere ad una chiamata al cellulare e di averglielo poi servito anche se si era raffreddato.

    Vita era stata un personaggio molto controverso. Amava il potere, questo era chiaro. E gestiva questo potere in maniera personale, elargendo privilegi, concedendo favori e appalti. La rete di corruzione aveva finito per imprigionare la città di Valenza, arricchendo una vasta cerchia di persone. Ci sarebbe stato un processo- c’era qualcuno che aveva paura che Vita facesse nomi, che sollevasse il coperchio del vaso di Pandora?

    Il nuovo romanzo di Alicia Giménez-Bartlett inizia subito con un morto- ne seguiranno molti altri. La novità de “La presidente” è che la protagonista non è più l’ispettrice della polizia di Barcellona Petra Delicado che ci aveva anche raccontato la sua vita fittizia nel libro “Autobiografia”. È stata sostituita da ben due ispettrici, due giovani sorelle appena uscite dall’Accademia di Polizia- Berta e Marta Miralles. Sono loro a doversi occupare del caso di Vita Castellá. MA c’è puzza di bruciato nella loro nomina. Due inesperte investigatrici per l’assassinio di un personaggio così importante?


    Il fatto è che ufficialmente è stato dichiarato che Vita è morta d’infarto. Questa è la versione che sia il ministro sia il capo della polizia hanno dato alla stampa. Perché questa menzogna in attesa che il caso (e se è stato infarto non è neppure un caso) venga archiviato? E comunque, dato che un’inchiesta della polizia è inevitabile, la soluzione furba è affidare le indagini a due pivelline. Non conoscono di che cosa sono capaci Berta e Marta…

     Ci sono solo due anni di differenza di età, potrebbero sembrare gemelle ma i loro caratteri sono diversissimi. Berta è reduce da una delusione amorosa, è la più razionale, seria, ligia al dovere. Marta è frizzante, leggera, prende meno seriamente il lavoro anche se poi si mostrerà competente e pronta di riflessi. E comunque hanno fiuto, non si accontentano di scaldare la sedia come il loro superiore si auspicava, non badano a infrangere norme della polizia, mentono sul loro operato ai loro superiori- d’altra parte, questi non mentono a loro?

    C’è un terzo personaggio che affianca le sorelle Miralles nelle indagini ed è l’addetto stampa della ex Presidente, un ometto che- come Berta- soffre per una delusione amorosa (il suo compagno lo ha lasciato) e che si mette a loro disposizione in maniera un poco dilettantesca.


   Dal vaso di Pandora scoperchiato esce di tutto, l’immagine di quella doppia Valencia, la città antica e quella nuovissima intorno al famoso Acquario, ne esce sporcata. E tuttavia non possiamo dire di essere soddisfatti al termine della lettura. Forse ci eravamo affezionati a Petra e non siamo pronti a lasciarci conquistare dalle due sorelle, però ci sembra che si calchi troppo sulle loro caratteristiche, facciamo fatica a prendere sul serio un’investigatrice che, mentre è in servizio, entra a provarsi abiti da Zara e ha un flirt con un possibile testimone. Abbiamo capito che Marta ha un carattere giocoso che serve per differenziarla dalla sorella, ma a volte ci sembra troppo sfacciatamente ‘non poliziesco’.

Le schermaglie verbali che avevano reso famosi il duo Petra-Firmìn sono qui sostituite da quelle delle due sorelle, quasi Marta coprisse il ruolo che era stato del simpatico ‘secondo’ di Petra. E, in aggiunta ai vari elementi che rendono anomalo questo romanzo poliziesco, anche il ruolo ben poco professionale attribuito all’ometto che era stato a servizio della Presidente ci pare poco probabile.




 

 

sabato 18 febbraio 2023

Orso Tosco, “Nanga Parbat” ed. 2023

                                                                    Casa Nostra. Qui Italia


Orso Tosco, “Nanga Parbat”

Ed. 66thand2nd, pagg. 119, Euro 15,00

La sfida è soltanto per gli altri.

Per chi resta in attesa, aspettando impaziente le novità, controllando ansiosamente il meteo.

La sfida è nelle parole di chi sta per partire e di chi riesce a tornare.

Ma una volta che ci si trova lassù non esiste più alcuna sfida.

C’è qualcosa di più prezioso e bello, ci sono lo spazio e il tempo, ci sono uomini e donne che provano a sfuggire a entrambi.

    Nanga Parbat, la Montagna Nuda oppure, secondo il significato del nome in sanscrito, la Montagna degli Dei, la nona montagna più alta della terra con la sua cima che raggiunge gli 8126 metri. Che cosa spinge uomini e donne, lillipuziani ai piedi del gigante, a raggiungere la cima del Nanga Parbat?

È quello che si chiede Orso Tosco nel suo libro, storia di uomini e donne che ci hanno provato, che hanno avuto successo, che hanno fallito e poi hanno provato ancora, che sapevano a che cosa andavano incontro eppure non gli importava- pensavano forse che il loro amore per la Montagna degli Dei sarebbe stato uno scudo?-, che hanno trovato la gloria oppure la morte su quelle pareti di ghiaccio. E poi, insieme alle storie delle imprese verso la cima del Nanga Parbat, c’è anche una sorta di storia dell’alpinismo, di come sia cambiato mentre cambiavano anche le attrezzature e le risorse. E sempre lei, la Montagna, il Nanga Parbat (un nome che si impone, così fortemente accentato), come protagonista assoluta. Lei che non cambia nel cambiare del tempo e degli uomini, lei che sembra guardare impassibile quelle formiche scure che si arrampicano lungo i suoi fianchi.


    Incominciamo dal 1871, quando il britannico Albert Mummery fu tra i primi a promuovere un approccio il più possibile naturale, a fare a meno delle guide locali, a cercare nuovi percorsi per la salita. Morì sul Nanga Parbat, Albert Mummery, ma è impossibile dimenticarlo- lo sperone alla cui base trovò la morte porta il suo nome.

lo sperone Mummery

Nel 1932 ci fu il primo tentativo tedesco, con Willy Merkl, un tentativo che assume un significato particolare inquadrato nel nascente Terzo Reich. La Montagna degli Dei era Unser Berg per i tedeschi, era un ritorno a casa per il popolo ariano secondo le dottrine teosofiche di cui era fautore Himmler. Anche Merkl morì sul Nanga Parbat, nella seconda spedizione del 1934, insieme ad altri nove.

   Seguono le storie di altri, degli italiani altoatesini Messner (uno dei due fratelli Messner morì suscitando dubbi sulle circostanze, chiarite quando fu ritrovato il corpo, proprio dove Reinhold aveva indicato di aver visto il fratello per l’ultima volta), della coppia Nives Meroi- Romano Benet il cui successo fu nell’aver saputo rinunciare e rimandare la conquista della cima (la loro è una storia d’amore personale oltre che di amore per la montagna), del polacco che sostituì l’esaltazione provocata dall’eroina con quella dell’ascesa, e poi di Tom Ballard (aveva scalato la sua prima montagna quando ancora non era nato: sua madre, Alison Hargreaves era incinta di lui di sei mesi), Daniele Nardi, Simone MoroStorie diverse nella loro uguaglianza, diverse le scelte dei percorsi e di come affrontare le difficoltà quasi sovrumane, uguale l’ossessione, che è una forma estrema di amore, il desiderio di libertà e di assoluto.

Daniele Nardi

    “Nanga Parbat” si legge come un grandioso libro di avventura e, se per noi lettori di pianura, di collina o di mare (Orso Tosco stesso è ‘di mare’, nato e cresciuto in Liguria), quella che ci pare una sfida, sì, una sfida contro la morte, risulta incomprensibile, ne siamo tuttavia affascinati. Perché riusciamo a percepire il desiderio di assoluto, quasi un portarsi lontano dalla pazza folla, così lontano da dimenticare perfino la sua presenza, e, insieme, quello di mettersi alla prova, di raggiungere il limite dell’umano.

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mercoledì 15 febbraio 2023

Jørn Lier Horst, “Corpi dimenticati” ed. 2023

                                                                          Vento del Nord

        cento sfumature di giallo

Jørn Lier Horst, “Corpi dimenticati”

Ed. Rizzoli, trad. Eva Valvo, pagg. 391, Euro 20,00

 

     Questo romanzo è un thriller, lo dice il sottotitolo, “La nuova indagine dell’ispettore William Wisting”, e però soffermiamoci un attimo sul titolo  (diverso in originale e anche quello con un significato interessante che si chiarisce leggendo il romanzo): “Corpi dimenticati”. Quanta tristezza in queste due parole. Allude a persone che sono diventate solo dei corpi, dei cadaveri, e sono anche state dimenticate, perché mai ritrovate, abbandonate in una impropria sepoltura. È un titolo che anticipa il tema del libro che va al di là del filone giallo- la tristezza della solitudine, e essere soli (come dice un personaggio) è non sentire la mancanza di nessuno. Così come nessuno sente la tua mancanza.

    A Larvik, cento chilometri a sud di Oslo, Viggo Hansen, sessantun anni, viene trovato morto nel salotto di casa sua. Seduto in poltrona, con il televisore acceso. Ancora acceso dopo quattro mesi. Perché Viggo Hansen è morto da quattro mesi e nessuno se ne accorto, nessuno si è insospettito. Sembra morto per cause naturali, il caso è chiuso senza neppure essere aperto.


   Line Wisting, giornalista e figlia dell’ispettore Wisting, vuole scrivere un articolo su questa morte che l’ha colpita, perché la casa di Viggo è nella stessa strada in cui si trova la casa di suo padre, quella in cui lei stessa ha abitato prima di trasferirsi a Oslo. Ricorda benissimo Viggo, di come i bambini avessero paura di lui che era solito uscire solo di sera. Ne vuole scrivere perché fra poco sarà Natale, luminarie e alberi di Natale in giro, musichette che invitano alla bontà, e un uomo è morto senza che nessuno lo sapesse. Che tipo di società è diventata, la nostra?

    Line torna a Larvik e intanto un altro cadavere viene ritrovato, appoggiato ad un abete in un bosco dove si vanno a tagliare gli alberi di Natale. Anche questo non è un morto recente, deve essere lì dall’estate. È, anzi, era un professore americano e si era messo sulle tracce di un serial killer ricercato dall’FBI che aveva già ucciso un buon numero di ragazze (tutte bionde) in America prima di spostarsi in Norvegia da dove venivano i suoi antenati. Quanti casi c’erano stati di ragazze scomparse in Norvegia? Tutte bionde, tutte ‘raccolte’ su un’autostrada?

    Uomini dell’FBI arrivano dall’America per collaborare con William Wisting nella ricerca di questo pericoloso assassino che sembra si sia impossessato dell’identità di un norvegese e che- come aveva scoperto il professore ucciso-ha l’abitudine di sbarazzarsi delle sue vittime gettandole in un pozzo.


     In un freddo glaciale, con le temperature che precipitano sotto zero, in un paesaggio che diventa la metafora della freddezza del cuore, del disinteresse verso i propri simili, si svolgono due ricerche parallele, quella della giornalista Line e di suo padre, l’ispettore Wisting. Quando l’assassino è un serial killer, la paura serpeggia nelle pagine e, quando l’ispettore protagonista ha una figlia che scava in un passato che la porta troppo vicino all’assassino, sappiamo che la sua vita sarà in pericolo.

    Il thriller di Jørn Lier Horst termina con un ritorno alla normalità: il reportage di Line Wisting viene pubblicato il 27 di dicembre, lei è tornata a Oslo, suo padre è rimasto da solo in casa. Continua a nevicare, i fiocchi di neve creano un muro grigio tra William Wisting e il mondo esterno. Lui guarda dalla finestra la casa vuota dove aveva abitato Viggo Hansen, si siede in poltrona e sembra ripetere le piccole azioni dell’uomo dimenticato da tutti- guarda la guida Tv, si sintonizza con un canale che trasmette un film su un ragazzino rimasto solo in casa e si addormenta. Fuori si era alzato un vento forte che spazzava via ogni impronta dalla neve.



 

sabato 11 febbraio 2023

Michael McDowell, “Blackwater 1. La piena” ed. 2023

                            Voci da mondi diversi. Stati uniti d'America

                 romanzo gotico
               saga

Michael McDowell, “Blackwater 1. La piena

Ed. Neri Pozza Beat, trad. E. Cantoni, pagg. 250, Euro 9,90

     Confesso subito di essere stata diffidente nei confronti di questo libro, “Blackwater”, il primo di sei che usciranno a scadenza quindicinale. Sapevo che era un miscuglio di generi- horror, gotico, feuilleton, romantico, realistico. Sapevo (altro motivo in più per essere diffidente) che sarebbe uscito a puntate, come nella sua prima edizione del 1983, e, quando un romanzo esce a puntate, risponde al consiglio che Wilkie Collins aveva dato, più di un secolo fa, all’amico Charles Dickens: falli ridere, falli piangere, falli aspettare. Temevo quindi il sensazionalismo.

    Ho letto “La piena”, il primo volume, in un giorno- direi proprio che Michael McDowell è riuscito in pieno a stregarmi. E tutti i possibili difetti anticipati diventano parte della magia del romanzo.


   Perdido, in Alabama. 1919. Il fiume ha esondato, gli abitanti hanno dovuto lasciare le loro case. La famiglia dei Caskey, una delle più ricche della cittadina, è al centro della trama. Posseggono segherie, sono commercianti di legname. Il capofamiglia è la vedova Mary Love, una donna di ferro, la matriarca che dirige le sorti di tutti e di tutto, della figlia che si avvia a diventare una zitella e del figlio maschio, Oscar, che è incapace di sottrarsi ai suoi ordini. Perfino il debole cognato (ha una moglie alcolizzata e una bambina) ha timore di lei. Mentre le acque fangose del Perdido sommergono ancora le abitazioni, Oscar e il servitore di colore salvano una giovane donna che vedono, sola, attraverso la finestra dell’albergo. Lei sale sulla loro barca, il servitore nero tornerà poi a prendere le sue due valigie. Ne riuscirà a prendere solo una, guarda caso la valigia scomparsa conteneva i documenti della ragazza dai capelli rossi come il fango. Non c’è niente che provi che il suo nome sia Elinor Dammert, che venga da Wade, che abbia studiato allo Huntingdon College, che abbia un diploma da insegnante. Chiedere informazioni su una povera donna che ha perso tutto? Assolutamente no. Come ha fatto a sopravvivere per dei giorni senza neppure essersi bagnata nella stanza d’albergo?


    Quando si legge un libro come “Blackwater” si deve essere pronti a sospendere l’incredulità, a non farsi domande sulla strana fanciulla che sembra essere la regina delle acque, che sembra cambiare forma, che fa attecchire davanti alla casa dei Caskey delle querce d’acqua che crescono a velocità vertiginosa. E poi succedono parecchie cose strane, anche delle morti opportune. C’è chi soccombe al fascino di Elinor (il cognato di Mary Love che la ospita in casa sua, la sua bambina, Oscar, soprattutto Oscar che se ne innamora), c’è chi ne diffida e la odia (Mary Love, anche perché Elinor le ruba il figlio), c’è chi non sa per chi schierarsi (la sorella di Oscar, la servitù di colore). Succedono cose strane, accettiamole. Echi della Belle Dame sans Merci di Keats, di Ligeia di E. A. Poe, di tutte le donne incantatrici come Circe risuonano nelle pagine de “La piena”.

   Il finale obbedisce al ‘fateli aspettare’- è un colpo basso, ci lascia pieni di curiosità a contare i giorni prima dell’uscita del seguito. Sperando che non deluda.

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mercoledì 8 febbraio 2023

Diego Zandel, “Eredità colpevole” ed. 2023

                                                                     Casa Nostra. Qui Italia

cento sfumature di giallo

Diego Zandel, “Eredità colpevole”

Ed. Voland, pagg. 256, Euro 19,00

 

    Un capitolo di storia italiana di cui, colpevolmente, si parla poco. Di cui pochi sanno. Di cui si sa poco. Per lo più si ricorda l’impresa di D’Annunzio su Fiume, perché fu scenografica, perché ottenne (come il Vate desiderava) attenzione proprio perché così clamorosa e, in definitiva, autoesaltante.

    L’Istria e tutta la regione che si affaccia sull’Adriatico, subito al di là di quello che adesso è il confine. Alla fine della seconda guerra mondiale l’Istria fu data a quella che allora era la Jugoslavia e iniziò l’esodo degli italiani per sfuggire a quella che fu una vera e propria pulizia etnica da parte dei titini. Partirono, gli italiani, abbandonando tutto tranne che la vita, iniziandone una nuova da profughi, ospitati in campi di raccolta in condizioni facilmente immaginabili prima di riuscire a trovare una loro strada.


Lo stesso scrittore, Diego Zandel, profugo insieme ai suoi genitori, nacque nel 1948 nell’ospedale di Fermo, nelle Marche, perché la sua famiglia era ospite nel campo di Servigliano. E intanto proseguivano gli eccidi in quella che un tempo era la loro terra, venivano uccisi gli italiani, sia che fossero dichiaratamente fascisti sia che non lo fossero, e le foibe diventarono tristemente famose come il metodo insieme di uccisione e di sepoltura più pratico. Uno sparo alla nuca sull’orlo di una foiba e le vittime che vi precipitavano dentro erano due, legate una all’altra, una di loro ancora viva: erano state ‘infoibate’- che orrore, che tristezza, un verbo coniato ‘ad hoc’, fa pensare al linguaggio dei nazisti.

    “Eredità colpevole” è ambientato negli anni 2000: un giudice viene ucciso sulla soglia di casa. L’atto è rivendicato da un gruppo di estrema destra che ha ritenuto il giudice responsabile per il non procedere- in pratica l’assoluzione- nel processo intentato contro il criminale di guerra Josip Strčić (personaggio liberamente ispirato a Oskar Piškulić), uno dei più efferati infoibatori. Prima di lui il pubblico ministero era stato sollevato dall’incarico- chi c’era dietro la volontà di insabbiare tutto, di non consegnare un criminale alla giustizia?


    Il narratore è il giornalista e scrittore Guido Lebnaz, fiumano di origine, figlio di profughi e con una triste storia famigliare alle spalle, conseguenza dell’asprezza dell’esperienza vissuta dai suoi genitori. Salta fuori il nome di un possibile esecutore dell’assassinio del giudice. Lebnaz fruga nella memoria, è un nome che ha già sentito, riesce a rintracciare l’uomo che però ha cambiato vita, non è stato di certo lui ad avere sparato. Prova ne è che qualcuno attenta alla vita di Lebnaz stesso, quando questo si allontana dal luogo dell’incontro. Questo è solo l’inizio, questa non sarà l’unica volta che qualcuno cerca di togliere di mezzo il giornalista. Perché le sue ricerche lo portano in Venezia Giulia, passo dopo passo, incontro dopo incontro, morto dopo morto (purtroppo), dopo aver spulciato vecchie carte negli archivi dove sono stati registrati i nomi dei profughi, Guido Lebnaz si avvicina alla verità, a scoprire l’identità del mandante. La sorpresa sarà diversa da come era sembrata, perché tutte le carte vengono rovesciate alla fine.


    “Eredità colpevole” è uno di quei romanzi a cui la definizione di genere va stretta. Si indaga su un delitto, si cercherà il colpevole di altri delitti, ma in realtà si vuole parlare di altro, si vuole portare alla luce un passato sepolto, rendere giustizia ai morti e ai vivi, alla fine degli uni e alle sofferenze degli altri, si vuole riflettere sull’eterno interrogativo- fino a che punto le colpe dei padri ricadono sui figli? Fino a che punto l’eredità genetica influisce sul formarsi di una persona? È possibile affrancarsi da questa?

    La fine del romanzo, poi, è una celebrazione della giustizia che, a costo della sofferenza personale, deve prevalere ad ogni costo.

Incalzante e rivelatore, la vicenda sarebbe stata ugualmente appassionante senza lo scontato risvolto sentimentale che ci sembra una concessione ad un certo gusto dei lettori.

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domenica 5 febbraio 2023

Zhang Ling, “Rondine, Vento, Stella” ed. 2023

                                                       Voci da mondi diversi. Cina

storia d'amore e di guerra

Zhang Ling, “Rondine, Vento, Stella”

Ed. Nord, trad. F. Toticchi, pagg. 352, Euro 19,00

 

    6 agosto 1945. L’aereonautica militare americana sgancia la bomba atomica su Hiroshima.

    9 agosto 1945, Una seconda bomba colpisce Nagasaki.

   15 agosto 1945. L’imperatore Hirohito annuncia ufficialmente, in un discorso radio, la resa del Giappone.

Quel 15 agosto 1945 si festeggia in grande nel campo di addestramento di Yuehu in Cina. La guerra è finita, i brindisi continuano per giorni. Si torna a casa. Almeno, i soldati americani di stanza in Cina per addestrare i cinesi nella lotta contro il Giappone saranno rimpatriati. Tre amici- e le amicizie strette in tempo di guerra hanno una valenza maggiore- si separeranno.

    Il reverendo Billy, medico da campo delle forze alleate, tornerà in Canada. Vuole raccogliere fondi per poi fare ritorno e fondare un ospedale.

   L’ufficiale Ian Ferguson rimpatrierà negli Stati Uniti, ma anche lui ha in programma di tornare, se riuscirà a realizzare il suo sogno.

    Il soldato semplice Liu Zhaohu ha davanti a sé un futuro più incerto, perché la Cina è sull’orlo della guerra civile.

C’è qualcosa di più della stima e dell’amicizia che lega questi tre uomini così diversi. Una donna. Tre uomini e una donna. Tre uomini che amano la stessa donna. E lei, chi ama?


     Nello stupore alcolico dei festeggiamenti per la resa, i tre uomini si scambiano una promessa: quando saranno morti, si incontreranno lì, nella stessa data della resa, il 15 di agosto. Il primo ad arrivare , il primo spirito ad arrivare, è il reverendo Billy, morto sulla nave che lo porta in Canada. Dovrà aspettare diciotto anni prima che lo raggiunga Liu Zhaohu e infine, settant’anni dopo la loro promessa, arriverà anche il più longevo di loro, Ian Ferguson. E inizia il loro racconto.

    Sono i loro tre spiriti, quindi, a parlare, a ricordare, a costruire la loro storia nella Storia, a restituirci il loro passato. E, anche se non prende mai la parola, anche se apparirà in una scena finale in cui è viva in carne e ossa, è la donna la vera protagonista del romanzo, quella attorno a cui ruota tutto. Una donna, anzi una ragazza al tempo in cui tutti loro si trovavano nel campo di addestramento, con tre nomi, quasi a significare un aspetto diverso di lei che aveva avuto una vita così difficile, così dolorosa.


Per Zhaohu lei era Ah Yan, Rondine, la sua amica di sempre, la ragazzina a cui aveva insegnato a scrivere. Ah Yan gli aveva salvato la vita quando era poco più di una bambina, dichiarando che lui era suo marito e risparmiandogli così la prigionia. E dopo? Che cosa era successo perché Zhaohu la disconoscesse, arrivando addirittura a divorziare da lei? Sappiamo degli stupri di guerra, possiamo immaginarlo.

    Per Billy, molto più anziano di lei, era Stella, la luce della sua vita. L’aveva accolta e curata in condizioni disperate, le aveva insegnato le cure mediche più facili, aveva fatto di lei una levatrice.

    Per Ian Ferguson era Vento, era come un soffio d’aria liberatore che lo aveva trasportato via dalla sua vita di prima, facendo impallidire il ricordo della ragazza che sperava di poter sposare e che invece aveva sposato un altro.

   La guerra, gli scontri con i giapponesi, gli agguati e le morti strazianti, ma anche il villaggio dei quarantuno scalini che scendono al fiume, i campi da tè, le scarpe fatte di stoffa, le inimicizie fra i commilitoni, e poi- per i due che avevano vissuto di più- quello che era successo dopo, che cosa ne era stato di Ian che non aveva mantenuto la promessa fatta a Vento, e di Zhaohu che sarebbe stato salvato una seconda volta da Ah Yan dopo anni di lavoro forzato in una miniera di carbone.


E sempre, in ogni racconto, giganteggia la figura di una ragazza indomabile, forte e fiera che reagisce ad ogni colpo della vita, messaggera di speranza come la Rondine, brillante come una Stella, rigenerante come il Vento.

    Un capitolo a sé lo ha il racconto di due cani, sì, due cani innamorati, diversi tra di loro come lo è Ah Yan da ognuno dei tre uomini. Uno è il cane addestrato per essere un cane militare e l’altra è una deliziosa cagnetta bianca. Il cane Ghost (anche lui uno spirito?) morirà da eroe, la cagnetta Millie andrà regolarmente sulla sua tomba- è una piccola storia canina specchio di quella umana.

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