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martedì 21 aprile 2026

Marco Cosentino e Domenico Dodaro, “La radiomante di Himmler” ed. 2026

 





                                                   Casa Nostra. Qui Italia

           romanzo storico
            spy story


Marco Cosentino e Domenico Dodaro, “La radiomante di Himmler”

Ed. Neri Pozza, pagg. 320, Euro 19,00

 

    Il romanzo si apre con una scena per noi difficile da comprendere: è il 1918, a Porto Santo Stefano, in Toscana, una ragazzina di tredici anni si è sentita male dopo essere tornata a casa, ha detto che aveva avuto forti giramenti di testa, è svenuta. A casa vomita un liquido scuro con una patina iridescente.

     Quella ragazzina è la protagonista del libro “La radiomante di Hitler”, scritto a quattro mani da Marco Cosentino e Domenico Dodaro che hanno il merito di far uscire dall’ombra la figura di una donna dimenticata dalla Storia. Nella finzione letteraria si chiama Maria Magnani e suo marito, ex colonnello dell’aviazione, Cosimo Corsi. Nella realtà lei era Maria Mataloni e lui Costantino Cattoi. Si erano conosciuti nel 1930, quando Maria, con in mano una bacchetta, aveva trovato una fonte idrica. Insieme avevano fondato una società radio geotecnica per la ricerca di fonti idriche, minerarie e archeologiche. Un filmato in bianco e nero dell’Istituto Luce testimonia il ritrovamento di resti etruschi a Leprignano. È il filmato che porta l’esistenza di Maria e delle sue doti straordinarie alla conoscenza del Reichsführer Heinrich Himmler, il secondo uomo più potente della Germania nazista. È qui che la realtà cede il posto all’immaginazione degli scrittori per una insolita spy-story che si svolge tra Berlino e Porto Santo Stefano, tra il fragore e la distruzione dei bombardamenti e la pace idilliaca.

parco archeologico di Roselle

    Himmler vuole Maria. A qualunque prezzo, anzi, ad un prezzo altissimo, un milione di lire che salverebbe la società dei due coniugi, in passivo da quando le doti di Maria si sono attenuate. La vuole perché crede che lei possa trovare il leggendario Oro del Reno con cui il suo posto privilegiato accanto a Hitler sarebbe assicurato. Vengono inviati in Toscana due agenti delle SS sotto copertura- fingono di essere interessati al ritrovamento di Atlantide, tema caro a Cosimo Corsi, per non scoprirsi troppo. E, guarda caso, arriva a Porto Santo Stefano un’altra coppia- lui è un americano che finge di essere un professore francese e, strana coincidenza che inizia a sembrare strana a Cosimo Corsi, anche lui è interessato alle ricerche del marito di Maria. Sospettano qualcosa i due italiani? Di certo sono allettati dai soldi ma, se la sentono di trasferirsi in Germania? E se Maria non riuscisse a soddisfare la richiesta, ora che sono consapevoli che l’attenzione è rivolta a lei?

Himmler

     Le scene erotiche del romanzo sembrano un poco fuori posto, ma sono una strizzata d’occhio a scene simili tipiche delle spy-story. Maria Magnani, che dovrebbe essere il personaggio principale, è un poco sbiadita in confronto alla coppia di spie tedesche e soprattutto in confronto a Himmler di cui ci viene data un’immagine diversa. Si accentua la sua propensione per le scienze esoteriche, per la divinazione, l’astrologia, insieme ai discorsi sulla razza (anche gli italiani sono disprezzati come una razza inferiore, un popolo privo di onore, codardo e vigliacco) ritornano di frequente quelli che esaltano la superiorità ancestrale della razza ariana. E poi è un marito e padre sollecito che telefona ogni giorno non alla moglie ma all’amante da cui ha avuto un figlio. L’ultimo dettaglio che completa il personaggio- esempio perfetto della banalità del male- è dato dai dolori addominali di cui soffre (psicosomatici?) e che possono essere alleviati solo da un massaggiatore di cui ha piena fiducia, anche se non è tedesco, anche se non è di ‘pura razza ariana’.



martedì 14 aprile 2026

Steffen Kopetzky, “Sacrificio di regina” ed. 2026

                                                Voci da mondi diversi. Germania

romanzo storico

biografia romanzata

spy story

Steffen Kopetzky, “Sacrificio di regina”

Ed. Settecolori, trad. Monica Pesetti, pagg. 456, Euro 26,00

    “Sacrificio di regina”- che cosa significa? Che cosa nasconde questa denominazione che appare in un fascicolo di vecchi incartamenti? Si allude forse a un qualche attentato ai danni della corona inglese? Oppure ad una mossa di scacchi?

   Ritornerà spesso, nel libro di Steffen Kopetzky, il motivo del gioco di scacchi, sia con significato metaforico sia in una vera e propria partita giocata da Larisa Rejsner (partita memorabile dopo la quale a Larisa era stato regalato il pezzo della regina bianca, intagliato a mano, lo stesso pezzo che era stato fatto scivolare nella sua bara, come un omaggio finale). Così come ritornerà- un leit motiv- la frase trovata nello stesso manoscritto, Quando i continenti si risvegliano, gli imperi insulari vengono distrutti. E il concetto è chiaro: Asia ed Europa contro l’Inghilterra. Nel carteggio che un operaio mette nelle mani di Larisa, a Kabul nel 1922, l’ufficiale tedesco Oskar von Niedermayer pianificava di colpire l’impero britannico in India, partendo dall’Afghanistan- era il proseguimento del Grande Gioco fra Oriente e Occidente di cui abbiamo letto nel libro di Peter Hopkirk.


    Larisa Rejsner, che ora si propone di rintracciare Niedermayer e di farlo incontrare con il generale Michail Tuchačevskij (il Napoleone rosso della rivoluzione bolscevica) per attuare un’alleanza tra Mosca e Berlino, è la protagonista del libro di Kopetzky, non biografia, non ‘fiction’, piuttosto  romanzo storico, spy story, romanzo di grandi ideali e grandi speranze di cambiare il corso del mondo. E’ una protagonista che è anche un’eroina con tutte le doti che attribuiamo a questa figura- molto bella, affascinante, coraggiosa, colta, intelligente, indomita, ambiziosa.

    Era una donna eccezionale. Figlia di un professore di diritto e di un’aristocratica russa, si diplomò con la medaglia d’oro. Fu scrittrice, fondò insieme al padre una rivista che pubblicava articoli contro la guerra, fece parte della V Armata Rossa, fu nominata commissaria di Stato Maggiore della flotta del Volga, sposò il comandante della flotta del Volga e, quando questi fu nominato ambasciatore a Kabul, lo seguì in Afghanistan.

    “Sacrificio di Regina” è frutto di accurate ricerche, ma la narrazione non segue affatto un andamento cronologico. È come un puzzle in cui le varie tessere ricostruiscono la figura di questa donna straordinaria. E in ogni tessera persone diverse contribuiscono a narrarci un pezzo della sua storia. Appaiono così, accanto a lei, letterati (da Blok alla Achmatova, a Mandelštam, a Pašternak che avrebbe dato il suo nome all’indimenticabile Lara del “Dottor Živago” e avrebbe scritto la poesia da essere letta al suo funerale), uomini politici come Trockij e Ho Chi Minh, membri della sua famiglia (il marito che avrebbe preso il nome di Raskolnikov, come il personaggio di Delitto e Castigo, il fratello, la cugina che le assomigliava in maniera tale da potersi fare passare per lei), il rivoluzionario Radek che era il suo nuovo amore.

Radek

Il collante di queste tessere che aggiungono, ognuna, qualcosa alla figura di lei pur nel disordine temporale, la tessera centrale verso cui tutte convergono, è il funerale di Larisa, morta il 9 febbraio 1926 per tifo. Che noi stiamo per leggere una sorta di elogio funebre di Larisa Rejsner lo sappiamo subito, fin dal secondo capitolo intitolato “I becchini- Mosca, cimitero di Vagan’kovo, febbraio 1926”. Larisa, quindi, si muoverà su queste pagine, riprendendo nelle sue mani quel Grande Gioco (così chiamato da Kipling) nella speranza di porre fine alla supremazia colonialista britannica, entrando e uscendo da una realtà temporale in cui agisce ed è viva e un’altra in cui è diventata memoria. Sei stata tempesta di grazia- dicono i versi a lei dedicati da Pasternak- fuoco che viveVaga, allora, eroina, nei recessi della leggenda.
Oskar von Niedermayer

    L’ultima tessera del puzzle viene posta dal figlio di Larisa, il bambino che era cresciuto con la cugina-sosia di Larisa. Si trova a Berlino, nel 1948. Ha combattuto nell’esercito americano, è entrato, in borghese, nel settore sovietico e ha appena visto una rappresentazione propagandistica in cui, tra i marinai su una nave da guerra, appariva sua madre- lei sullo schermo, lui nel pubblico. Scrive un commento su Stalin e termina con le parole, ‘Vincerà la libertà!’: la fiaccola è passata a lui.



 

 

 

 

lunedì 27 ottobre 2025

Graham Greene, “Missione confidenziale” ed. 2025

                 Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

          spy story

Graham Greene, “Missione confidenziale”

Ed. Sellerio, trad. A. Bottini, pagg. 376, Euro 16,00

 

     Graham Greene chiamava “entertainments” i suoi romanzi del tipo di “Missione confidenziale” (The Confidential Agent il titolo originale) o “Il treno per Istanbul”. Erano i romanzi che scriveva per attenuare la tensione della scrittura di un altro genere di libri, quelli più tormentati per una problematica etica o politica. Così, come disse lui stesso, scrisse “Missione confidenziale” alternandolo alla stesura de “Il potere e la gloria”, uno dei suoi romanzi più belli e più profondi.

    C’è soltanto un’iniziale ad indicare i nomi del protagonista e del suo antagonista: D. è un agente segreto in missione ‘confidenziale’ in Inghilterra e L. è la sua controparte, l’agente segreto incaricato della stessa missione ma per conto dei nemici del partito di D. Si trovano entrambi sul traghetto che li porta da Calais a Dover, entrambi vengono da un paese in guerra, non sappiamo quale paese e quale guerra, ma- sono gli anni ‘30 del ‘900- possiamo pensare che si tratti della guerra civile in Spagna, entrambi devono contrattare per l’acquisto di carbone, indispensabile per vincere la guerra in corso.


   Non ha proprio niente dell’agente segreto, D. Nella vita prima della guerra lui faceva tutt’altro, era professore universitario di Lingue Romanze, negli ambienti intellettuali aveva una certa fama per aver trovato il Codice di Berna che offriva una nuova interpretazione del finale della Chanson de Roland- il vero eroe non è Orlando che rifiuta il suggerimento di Oliviero di suonare il corno per chiamare in aiuto le forze di Carlo Magno, ma è il realista Oliviero che non infligge il colpo fatale all’amico Orlando per sbaglio ma con odio perché è responsabile di tante vite sprecate. È questa una storia che ci viene riferita perché allusiva a quello che accadrà? E comunque, anche nell’Inghilterra che non conosce e non ha quasi mai conosciuto la guerra, D. è inseguito dalla guerra, anzi, si porta la guerra dentro lui stesso dopo l’esperienza di due anni di carcere, dopo essere rimasto sepolto sotto le macerie della sua casa, dopo che sua moglie è stata fucilata per sbaglio.

    Ci accorgiamo subito, leggendo, che è come se Greene si stesse divertendo nello scrivere, come se mettesse per iscritto avvenimenti al limite tra l’assurdo e il ridicolo dopo essersi chiesto che cosa poteva far succedere- perché succede proprio di tutto a D. Prima l’incontro con L., poi quello con Rose, la femme fatale di turno che, guarda caso, è la figlia di quel Lord Benditch con cui D. deve trattare (è affidabile, lei?), poi con il direttore dell’assurda scuola di Entrenationo dove si insegna una lingua che scimmiotta l’esperanto, un ometto illuso che risponde al nome di Bellows (in italiano può significare ‘muggito’ o ‘mantice’) e con l’insegnante di quella lingua universale che dovrebbe essere il suo contatto (farà una brutta fine), con la piccola servetta dell’albergo che si innamora di lui per la sua gentilezza (anche lei farà una brutta fine, ne è lui responsabile?).


     Non c’è un momento di pausa nel romanzo, nella pace inglese rimbomba l’eco della guerra che insegue D., che causa altri morti anche lontano dalla sua terra. Nella ridda di improbabilità c’è anche un finale rocambolesco che conclude questo ‘intrattenimento’. Eppure, anche nella sua voluta leggerezza, Greene resta un grande scrittore che riesce a inserire quesiti morali nelle avventure più strampalate, che gioca con la lingua, con i nomi stessi che inserisce nel romanzo (c’è una marginale Miss Glover, il cognome di un’amante dello stesso Greene), che ci offre sempre una lettura intelligente.



mercoledì 29 maggio 2024

Alan Hlad, “I cacciatori di libri nascosti” ed. 2024

                     Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

                                             seconda guerra mondiale

   spy story

Alan Hlad, “I cacciatori di libri nascosti”

Ed. Piemme, trad. Annalisa Carena, pagg. 412, Euro 22,00

 

     È un romanzo. È una storia vera. E’ una storia vera coinvolgente e affascinante come un romanzo. È una spy story e anche una storia d’amore. Una storia di coraggio e di integrità, di quando si è chiamati a mettere in gioco la nostra vita per salvare la vita di altri, per poterci ancora guardare allo specchio senza vergogna.

    Inizia il 22 dicembre 1941, due settimane dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbour, quando il presidente Roosevelt, su suggerimento del colonnello Donovan, dà il via libera per una missione speciale in Europa. Dei bibliotecari specializzati in microfilmaggio saranno mandati nei paesi neutrali con il compito di salvare giornali, manoscritti e libri contenuti nelle biblioteche, prima che possano essere distrutti come è già successo a Berlino nel rogo del 10 maggio 1933. Se poi riusciranno a mettere le mani su pubblicazioni del Reich con informazioni che potrebbero servire per cambiare l’esito della guerra, saranno tenuti a microfilmare pure quelli e a inoltrarli a Washington tramite voli speciali.


    Maria Alves (il personaggio vero si chiamava Adele Kibre e operava da Stoccolma), figlia di due fotografi, poliglotta, unica donna esperta di microfilm nella Public Library di New York, riesce ad essere tra i prescelti che andranno a Lisbona, in Portogallo (paese neutrale anche se più o meno apertamente simpatizzante con il nazismo). Il modo in cui Maria riesce a spuntarla per riuscire a vincere la diffidenza che porta a scartare le donne per una simile missione, la sua audacia e prontezza di spirito, la sua sfacciataggine nell’assumere una falsa identità pur di raggiungere il suo scopo, conquistano il colonnello Donovan e anche noi. La sua creatività nel prendere l’iniziativa è la sua carta vincente, più che la sua indiscussa abilità nel suo lavoro.

Adele Kibre

    Maria parte per Lisbona a bordo di un Clipper Yankee, un massiccio idrovolante della Pan Am che si schiantò sul fiume Tago il 22 febbraio 1943 (un disastro aereo vero anche se dimenticato). Maria si salva, anche se avrà sempre paura degli aerei e dell’acqua, ed inizia la sua avventura, così ricca di avvenimenti e di incontri e di trame segrete che lascio a voi scoprire.

    La traccia principale del libro è la missione dei bibliotecari, ma, ad un certo punto diventa una storia di spionaggio e di controspionaggio, sempre più pericolosa. È sufficiente dire che Maria conoscerà Eva Braun e verrà portata al Nido dell’Aquila (avrebbe rifiutato di accompagnare il suo nuovo ‘amico’, se avesse saputo).

Clipper Yankee

   Ci sono però altre due tracce che possono essere considerate una sola, una il risvolto dolce dell’altra che invece è dolorosa e rischiosa.

Tiago è il libraio che riesce a procurare più libri interessanti a Maria, però è nel mirino del PIDE, la polizia politica di Salazar. Perché nella sua piccola libreria c’è un andirivieni di persone che destano sospetto. È facile intuire che cosa si celi nella libreria di Tiago, che cosa nasconda sotto una piastrella del suo ufficio, perché l’anziana signora che lo aiuta in negozio accenda la radio per avvisarlo quando entra il temuto agente del PIDE. Durante il conflitto Lisbona era il trampolino che permetteva il salto verso la libertà, il porto da cui salpare per l’America. Vi confluivano ebrei in fuga dal nazismo, senza documenti validi, disposti ad attendere dormendo all’addiaccio. Molti arrivavano dalla Francia, dalla zona di Bordeaux dove i nonni ebrei di Tiago avevano dei vitigni. Era la ‘via della vite’ che seguivano, perché a loro volta i genitori di Tiago avevano delle vigne nei dintorni di Porto.


Questa è l’altra traccia piena di rischi del romanzo e la sua controparte, unico soffio di leggerezza nei tempi bui, è quella dell’amore tra Tiago e Maria.

    “I cacciatori di libri nascosti”, The Book Spy il titolo originale, colma una lacuna- sapevamo della fuga degli ebrei attraverso il Portogallo, sapevamo dei Monuments Men che avevano il compito di salvare le opere d’arte, non eravamo a conoscenza, invece, dell’IDC, in italiano Commissione Interdipartimentale per l’Acquisizione di Pubblicazioni Straniere.



giovedì 27 maggio 2021

Ulla Lenze, “Le tre vite di Josef Klein” ed. 2021

                         Voci da mondi diversi. Area germanica

 seconda guerra mondiale

   spy-story

Ulla Lenze, “Le tre vite di Josef Klein”

Ed. Marsilio, trad. Fabio Cremonesi, pagg. 274, Euro 17,00

 

    Josef. Joe. José. Tre nomi, tre identità, tre paesi per lo stesso uomo, originario di Neuss in Germania. Era Josef per la Germania da cui era andato via per fuggire dalla miseria che era seguita alla prima guerra mondiale, Joe in America, dove aveva preso la cittadinanza, José in Costa Rica dove era approdato, seguendo la via dei topi dopo la seconda guerra mondiale, lui che peraltro non era affatto nazista (o, almeno, diceva di non esserlo). Di cognome fa Klein, ‘piccolo’ in tedesco. Ed è un uomo ‘piccolo’ che resta coinvolto, suo malgrado e senza sapersi sottrarre, in qualcosa più grande di lui.

    Anche i tempi della narrazione sono tre- il 1939 e il 1940 a New York, il 1949 di ritorno a Neuss, il 1953 e il 1955 in Costa Rica.

Neuss

    Non era stato facile, per Josef, ambientarsi alla vita in America. I tedeschi non erano ben visti, il suo forte accento rivelava subito la sua provenienza, nella terra dalle mille possibilità non era così scontato trovare un lavoro. Lo aveva poi trovato in una piccola tipografia che stampava volantini di qualunque indirizzo politico o religioso. A Josef non interessava, voleva tenersi alla larga da possibili coinvolgimenti. Aveva una passione: la radio. Girava una manopola e poteva sintonizzarsi con tutto il mondo- una magia. Sarà la radio a regalargli la felicità dell’amore e a causare anche la sua rovina. L’amore è Lauren, una ragazza non bella ma vivace e ambiziosa, vorrebbe diventare giornalista. La rovina sono i filonazisti americani.

    I tedeschi che ha incontrato, apertamente simpatizzanti del Führer, approfittano della sua abilità come radioamatore per intrappolarlo. Joe diffida di loro e li trova antipatici, che cosa nascondono dietro quelle cifre che inviano nell’etere, dicendo che sono questioni commerciali? È come se Joe sapesse ma non volesse sapere, finché sarà Lauren ad incoraggiarlo, ad andare a fare denuncia all’FBI. Questo piccolo uomo si trova schiacciato fra due colossi, non c’è modo di sfuggire né all’uno né all’altro.

Ellis Island, fino al 1954 'alloggio-prigione' per gli immigrati

   Quando ritorna in Germania, dopo aver scontato anni di prigione ad Ellis Island, non ha un soldo- chi mai torna dall’America senza essere diventato ricco?- e deve chiedere ospitalità al fratello. Si apre un nuovo capitolo della sua vita. Joe che è tornato ad essere Josef, è ancora una volta guardato con sospetto: che razza di tedesco è se non ha preso parte alla guerra? Intorno a lui distruzione e macerie. E sempre aleggia su di lui la minaccia di essere ripescato ed obbligato a fare ancora quello che non vuole fare- si parla di rovesciare il governo di Adenauer.

     La sua terza vita, infine, quando riesce ad arrivare a Buenos Aires, senza però liberarsi delle vecchie conoscenze che, più che mai, tramano di far resuscitare il Reich con l’appoggio di Peròn.

Costa Rica

    All’inizio del libro, ad introdurre la vicenda di Josef Klein, Ulla Lenze precisa che questo è un romanzo ed è quindi frutto di invenzione, anche se è basato sulla storia del suo prozio Josef Klein, fratello di suo nonno, quel Carl che, nel libro, spadroneggia su moglie e figli. E l’interesse che suscita in noi il romanzo nasce dal fatto che questa sia la ‘piccola’ storia di un uomo qualunque, un uomo che non ha cultura- ha letto e riletto solo il libro di Thoreau, “Walden”,- e che  annaspa per distinguere il bene dal male, quello che è giusto e quello che non lo è, quello che è vero e quello che è falso.

     E tuttavia ci resta il dubbio che il piccolo Josef non sia proprio la vittima che la scrittrice ci presenta- alla fin fine gli aveva fatto comodo, per la sua ultima fuga, ricorrere a quelli che diceva considerare suoi nemici.

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la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it



martedì 12 maggio 2020

Graham Greene, “The human factor”


                              Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                              spy-story


Graham Greene, “The human factor”
Ed. New Ed., pagg. 290, Euro 12,63, formato Kindle 8,49

       Una spy-story scritta da Graham Greene non è una banale spy-story. Non c’è niente dell’atmosfera seduttiva e affascinante delle imprese di 007 o dei libri di Le Carré. Già il titolo, “The human factor”, lascia intuire qualcosa di diverso, quel fattore umano di cui la ‘vera’ spia non dovrebbe curarsi- e infatti più di un personaggio del romanzo non se ne cura affatto e considera la morte come un danno collaterale, un incidente di percorso se qualcuno muore per sbaglio. Ma c’è Maurice Castle, il protagonista del romanzo. E Maurice Castle è diverso.
     La trama prende avvio piuttosto lentamente ed è anche abbastanza prevedibile, ma Greene sa come tenere il lettore incollato alle sue pagine, l’atmosfera di dubbio e di incertezza finisce per avvolgerlo e il dialogo è superbo.
    C’è una fuoriuscita di notizie dal settore dei Servizi in cui lavora Maurice Castle con il collega più giovane, Davis. Siamo in piena Guerra Fredda, il mondo è diviso in due blocchi, il Comunismo è il nemico numero Uno e l’ambito di cui si occupano Castle e Davis è l’Africa. Maurice ha vissuto in Sud Africa, ne odiava l’apartheid, è riuscito ad andarsene di là in maniera avventurosa portando con sé la donna di colore che amava e il figlio di lei a cui vuole bene come fosse suo.
Maurice si reca spesso a comprare dei libri in una piccola libreria, acquista sempre due copie dello stesso volume- gli piace discutere delle sue letture con un amico, ma chiunque abbia letto dei libri di spionaggio pensa a messaggi in codice.
     Oltre a Maurice, che ha superato l’età del pensionamento e che pensa prima di tutto alla sicurezza della moglie e del figlio, e a Davis, giovane, sventato e innamorato della segretaria (ma forse anche qualunque altra donna gli andrebbe bene), c’è tutta una galleria di personaggi che hanno ben poco delle spie dell’immaginario- Dinfrey, un animo tormentato quanto Castle, che vorrebbe dare le dimissioni ma non riesce a decidersi, un capo che è incapace di prendersi la responsabilità di decisioni estreme, l’odioso dottor Percival che ‘non si aspettava’ che delle gocce da lui sciolte in un bicchiere d’alcol avessero un effetto così prontamente letale.

    È un mondo di uomini soli, quello che ci dipinge Graham Greene. Un mondo fatto di silenzi perché i mariti non possono tornare a casa alla sera e parlare con le mogli del loro lavoro, un mondo senza amici in cui anche i valori più importanti sono ambigui. La gratitudine: fino a che punto ci si deve spingere per gratitudine? Deve durare in eterno, la gratitudine? Che onere possiamo e dobbiamo accettare per gratitudine? E la parola ‘tradimento’: non si finisce forse per tradire sempre qualcuno o qualcosa? Tradire non è necessariamente il contrario di essere leali. E poi c’è il fattore umano, l’elemento imponderabile, quello che si tralascia di mettere in conto quando si programma una strategia. Che peso ha, il fattore umano? Non lo stesso per tutti, purtroppo, in qualunque circostanza.
     Sono questi interrogativi che rendono sempre speciali, sempre validi, sempre spunto di riflessioni tutti i romanzi di Graham Greene.
Ho trovato in casa una vecchia copia in inglese (ereditata da una zia). Di certo è uno dei romanzi di Greene che la casa editrice Sellerio riproporrà.

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giovedì 7 marzo 2019

Kate Atkinson, “Una ragazza riservata” ed. 2019


                                           Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
         spy-story
      romanzo di formazione


Kate Atkinson, “Una ragazza riservata”
Ed. Nord, trad. Alessandro Storti, pagg. 360, Euro 18,00

     1980. Londra. Una donna muore investita da un’auto mentre attraversa una strada. Prima di morire pensa che forse era distratta, forse ha guardato nella direzione sbagliata per controllare se arrivasse qualche auto- ha vissuto trent’anni all’estero ed è tornata da poco. Qualcuno la chiama per nome per accertarsi se sia cosciente, “Miss Armstrong…”
     1950. La guerra è finita da cinque anni. Finita del tutto? Quali strascichi ha lasciato? Juliet Armstrong lavora alla BBC, si occupa di programmi di intrattenimento- è importante risollevare il morale degli inglesi afflitti dalle restrizioni economiche e dalle rovine di una capitale che non è ancora stata ricostruita. Le viene recapitato un messaggio anonimo. E’ una oscura minaccia, “pagherai per quello che hai fatto”.
     1940. La diciottenne Juliet (è stanca di sentirsi chiedere dove sia Romeo, è questa una premessa al suo cambiare nome?) viene assunta dai servizi segreti per sbobinare registrazioni. Passa tutto il giorno a battere sui tasti della macchina da scrivere, cercando di capire le voci registrate sui nastri, inventando, ogni tanto, quello che non capisce. In realtà è un compito delicato: le conversazioni che trascrive sono tra un agente infiltrato e cittadini britannici simpatizzanti del Reich. Ogni dettaglio può essere di rilievo, ora che sono iniziati i bombardamenti su Londra.

      “Una ragazza riservata” è un affascinante romanzo che è nello stesso tempo romanzo di formazione e spy-story, in un alternarsi di tempi che rendono più drammatica la vicenda e più forte la tensione. Fa tenerezza, la Juliet sprovveduta e romantica del 1940, rimasta da poco orfana di madre e costretta, perciò, ad abbandonare gli studi e cercarsi un lavoro. Capisce e non capisce quello che si sta svolgendo nella stanza accanto a quella in cui lei lavora. Di certo non capisce appieno il pericolo della situazione quando diventa agente operativo e le si chiede di frequentare un circolo di signore filonaziste sotto il nome di Iris. Non capisce neppure che cosa si nasconda dietro il corteggiamento goffo e inconcludente del suo capo che le regala un anello ma neppure le da un bacio. E poi ci sono degli sviluppi imprevisti, quello che sembrava un gioco, una recita mascherata, si fa terribilmente serio, l’esito si macchia di sangue. Diventare grandi in tempo di guerra è una faccenda dolorosa, un avventurarsi letteralmente in terra straniera. La Juliet del 1950 è cambiata, è più smaliziata, più diffidente, più all’erta. Perché sa molto di più ed è cosciente di pericoli nascosti. Anche di quello insito nella richiesta di un ultimo lavoro per l’MI5, anche nel riapparire sospetto di persone che non vedeva da cinque anni. E se questa seconda narrativa è meno serrata di quella del 1940, ha una sua giustificazione. Si tratta ancora di registrazioni, ma di ben altro genere- è cessata l’urgenza della guerra anche se- e Juliet non se ne rende conto affatto- un’altra guerra, ‘fredda’ questa volta, si profila all’orizzonte. E il nemico è il vecchio alleato russo.

     Come nei migliori film (o libri) di spionaggio, ci sono figure incappottate e temibili che si appostano nell’ombra per poi ghermire la loro preda, Londra è una città grigia dove le carbonaie sono il luogo ideale per nascondere cadaveri, non è ancora l’era degli aerei e la Gran Bretagna è un’isola da cui si può fuggire solo via mare vedendo allontanarsi nella bruma le bianche scogliere di Dover. Juliet fugge. E noi, arrivati alla fine del libro, torniamo a rileggere l’inizio.
    Lo stile della Atkinson è splendido e raffinato come al solito, ricco di allusioni letterarie, con frasi che si rincorrono lasciando una traccia come nella favola di Hansel e Gretel (pure Juliet pensa alla favola dei fratelli Grimm) e tocca a noi seguire i sassolini, percorso da un’ironia leggera, stupendamente femminile.

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la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it



mercoledì 13 febbraio 2019

Javier Marías, “Il tuo volto domani” ed. 2005


                                                Voci da mondi diversi. Penisola iberica
                                                                spy-story

Javier Marías, “Il tuo volto domani”
Ed. Einaudi, trad. Glauco Felici, pagg. 372, Euro 18,80


     Ha un effetto come di lampo e di tuono, ogni nuovo romanzo di Javier Marías, illuminando la scena letteraria e sovrastando ogni altra voce. Eppure, la sua voce ha un tono sommesso, incantatore, ipnotico, con le lunghe frasi che si srotolano per riavvolgersi su se stesse, la malia delle parole cercate, ripetute, rivisitate in sinonimi e contrari, che lanciano un’idea, un pensiero, e poi scavano, approfondiscono, ironizzano, ti obbligano a riflettere. Un libro sulla parola e sul silenzio, questo “Febbre e Lancia”, il primo di una trilogia che ha ancora una volta un titolo shakespeariano, “Il tuo volto domani”. Incomincia dicendo “Non bisognerebbe mai raccontare niente”, perché raccontare significa concedere fiducia, e quanti si meritano questa fiducia? Ma poi è quello che il narratore fa- raccontare, in un lungo monologo che è tale anche quando pare un dialogo. 
E’ lo stesso narratore di “Tutte le anime”, ma con un nome questa volta. Più di un nome, con parecchie varianti del suo (ma è così anche per gli altri personaggi: non è forse un eccesso di fiducia pericoloso, farsi conoscere con il vero nome?): solo sua madre lo ha sempre chiamato Jacques, sua moglie Luisa lo chiama Jaime o con il cognome Deza, in Inghilterra diventa Jack, o Yago, in Spagna Jaime, o Jacobo, o Diego, o Santiago. Jaime è tornato in Inghilterra, dove aveva insegnato a Oxford, perché si sta separando dalla moglie- un primo accenno ad un altro tema del libro, quello del tradimento.
Il tempo di questa storia, che una storia non è, è un lungo fine settimana, ad un party offerto da Sir Peter Wheeler, un vecchio professore che già abbiamo conosciuto in “Tutte le anime”. Ma il tempo di Javier Marías è un tempo proustiano o joyciano, che è poi quello di Laurence Sterne, da cui Marías ha imparato anche il metodo narrativo, di procedere con digressioni, le più affascinanti digressioni della letteratura contemporanea. Non c’è distanza tra presente, passato e futuro. Nel presente al linguista e traduttore Jaime viene offerto il lavoro di “interprete di vite”, “traduttore di persone”, dei loro comportamenti e reazioni, possibili gradi di lealtà e di viltà. Un lavoro per cui Jaime sembra avere una disposizione particolare, che è poi quella che veniva richiesta dai sistemi di spionaggio MI6 e MI5, la Military Intelligence dei servizi segreti interni ed esterni, per cui hanno lavorato sia Wheeler sia il misterioso Mr. Tupra. Si tratta di azzardarsi a parlare, ascoltando e interpretando gli altri, raccontando quello che è un futuro probabile o soltanto possibile. Ed è a questo interrogativo- come si può passare metà della propria vita con un amico senza avvedersi di come potrebbe diventare, in certe circostanze? come si può non accorgersi che qualcuno così vicino a noi ci tradirà? “come posso non conoscere oggi il tuo volto domani”?- che si collegano gli episodi di storia del passato avvenuti durante la guerra civile spagnola, la scomparsa del trotzkista Andreu Nin, tradito dai comunisti, l’arresto del padre di Deza per una delazione, la morte del fratello di sua madre, giustiziato senza colpa.
      Il pericolo della parola come tradimento e, d’altra parte, quello del silenzio imposto, è al centro della lunga digressione di Wheeler sulla campagna del “careless talk” in Inghilterra (il nostro “taci, il nemico ti ascolta”). Da qui la reiterazione che suona come un mantra shakespeariano, “taci, taci e allora salvati”, “taci, taci e allora salvami”. Ma il silenzio è solo dei morti. Non è un romanzo di spionaggio, quello di Marías, anche se contiene un omaggio a Ian Fleming citando delle pagine di “Dalla Russia con amore”, piuttosto un libro di spie, in cui spiare non ha solo un’accezione negativa, ma anche il valore di saper ascoltare. C’è un accenno di mystery nel romanzo, e qui il riferimento è a Conan Doyle e anche a Henry James con cui Marías condivide pure la capacità di caricare di significati ogni sorriso, ogni occhiata, ogni discorso. C’è, ad esempio, una macchia di sangue sul pavimento di legno della casa di Wheeler, una macchia che Deza cerca di cancellare e che non verrà mai spiegata e che serve per la digressione della storia sull’amico Comendador; e c’è il mistero della donna con il cane che segue Deza nella pioggia e che suona il suo citofono alla fine, dicendo solo “sono io”. Ma c’è anche la storia tenuta in sospeso e poi rivelata della moglie di Wheeler, e del segreto di Wheeler stesso, fratello del Toby Rylands che è già stato “maestro” di Deza, uno il doppio dell’altro, estraniati da un cognome diverso e poi riuniti da una scelta comune. 
    Termina come è iniziato, “Febbre e Lancia” che feriscono e fanno soffrire, con l’affermazione “In realtà non si dovrebbe raccontare mai niente”, perché la vita non è raccontabile e noi moriamo quando ci rendiamo conto che il nostro vissuto è stato annullato, e con quello i nostri ricordi irraccontabili.

la recensione è stata pubblicata sulla rivista "Stilos"







                                                                              

domenica 10 febbraio 2019

Javier Marìas, “Berta Isla” ed. 2018


                                            Voci da mondi diversi. Penisola iberica
            spy-story
            love story

Javier Marìas, “Berta Isla”
Ed. Einaudi, trad. M. Nicola, pagg 480, Euro 18,70

      C’è tutto Javier Marìas in questo suo nuovo splendido romanzo che ha un titolo breve con un nome, quello della protagonista. Ovvero: è lei, Berta Isla, la protagonista del romanzo, lei che, secondo l’uso spagnolo, dovrebbe in realtà chiamarsi Berta Isla de Nevinson, aggiungendo il cognome del marito al suo, come fosse di sua proprietà? O piuttosto il protagonista è suo marito Tomás o Thomas o Tom Nevinson che a un certo punto assumerà un altro nome e poi un altro ancora? Perché c’è un buon motivo se Berta, innamorata di Tomás da quando era una studentessa, non aggiunge il suo cognome al proprio- dopo un rientro a Madrid da Oxford dove studiava, Tomás era apparso cambiato. Più ritirato in se stesso, come se ci fosse un’ombra sulla sua vita. E- erano già sposati e avevano un bambino piccolo- l’aveva avvisata che il suo lavoro nel Foreign Office lo avrebbe obbligato a stare lontano per lunghi periodi, che a volte lui non avrebbe potuto neppure contattarla, che lei avrebbe dovuto essere paziente. Berta era stata paziente, anche quando non era riuscita a rintracciarlo e lei doveva dirgli che qualcuno aveva messo in pericolo la vita del loro bambino. Poi, nel 1982, all’epoca dell’assurda guerra delle Falklands, Tomás era partito ed era in pratica scomparso.

      Noi lettori siamo gli spettatori che sappiamo tutto o, almeno, quasi tutto fino ad un certo punto. Sappiamo quello che è successo ad Oxford e che- come allude il titolo del romanzo di Joseph Conrad, “L’agente segreto”, che un personaggio sta leggendo- Tomás è stato reclutato dall’MI6 o dall’MI5. D’altra parte ricordiamo bene Peter Wheeler e il misterioso Mr. Tupra che avevamo conosciuto in altri romanzi di Javier Marìas. Forse anche Berta sa ma non vuol sapere, così come quando lo aspetta per anni e anni e continua ad aspettarlo nonostante sia stata dichiarata vedova, è perché non vuole credere che Tomás sia morto. Continua a tornare sul tema dello spionaggio, sugli agenti segreti, Javier Marìas. Gioca con i nomi e con le diverse identità- ma non siamo forse tutti diverse persone in una, come il Tomás per metà spagnolo e per metà inglese per nascita (da qui i diversi modi di dire il suo nome), già predisposto ad essere tanti in uno? Tema affascinante, quello di chi deve assumere personalità diverse, costruirsi storie di vita diverse: gli sarà poi possibile tornare al suo vero sé? Saprà ancora qual è il suo vero ‘io’?
Di fronte a lui l’altra protagonista o quella che serve come uno specchio per il personaggio di Tomás, Berta che di cognome fa Isla e può anche essere un cognome comune in Spagna ma noi pensiamo che ‘isla’ significa ‘isola’ e questa donna è così, è isolata nella sua solitudine, fedele all’unica se stessa che è moglie e madre, fedele all’uomo che ha ‘determinato’ di amare per tutta la vita. Per mantenere l’immagine dell’isola, Berta è lì, in preda delle burrasche da cui però non si lascia intaccare, spiaggia a cui un naufrago può approdare. Uno splendido personaggio.
     Ho già detto altre volte che, quando si legge un romanzo di Javier Marìas, si deve essere pronti a lasciarsi trascinare dal suo linguaggio ricco, dal suo girare intorno ad una frase o a un pensiero per poi tornarci, per suggerirci altri significati oltre a quelli che già ci sono chiari. Senza stancarci mai. Javier Marìas è unico.

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