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lunedì 24 agosto 2026

Charlotte McConaghy, “Nero come il mare” ed. 2026

                                                        Voci da mondi diversi. Australia

thriller psicologico

Charlotte McConaghy, “Nero come il mare”

Ed. Fazi, pagg. 360, Euro 18,05

 

   Shearwater, un’isola vicino all’Antartide dove vengono custoditi milioni di semi per poter ricominciare da capo se il mondo che conosciamo verrà a una fine.

   I Salt, una famiglia che ha scelto di vivere sull’isola. Sono un padre, Dominic, e tre figli. La madre, amatissima moglie di Dominic, è morta dando alla luce l’ultimogenito. Fino a poco tempo fa c’era anche un gruppo di ricercatori sull’isola-  sono tutti morti o scomparsi.

   Le foche, gli elefanti di mare, i pinguini, gli albatros- incredibile il numero di animali che vivono sulle spiagge di Shearwater, per non dire delle balene di cui si vede il dorso prima che si rituffino nelle acque scure. E intanto quelle acque minacciano di sommergere l’isola, già delle spiagge sono scomparse- è l’effetto del cambiamento climatico-, è necessario mettere in salvo i preziosi semi. I Salt sono in attesa di una nave militare che deve arrivare entro tre o quattro settimane.

la banca dei semi nelle Svalbard

    Prima della nave arriva, però, una donna- sembra morta, è ferita, è sopravvissuta a un naufragio. C’è un alone di mistero che circonda Rowan- perché è lì? Che cosa o chi cerca? C’è un mistero che circonda lei ma c’è un altro mistero che circonda i Salt. Padre e figli tacciono, ma è chiaro che non stanno dicendo tutta la verità sui ricercatori che erano sull’isola. Ad esempio, perché Dominic ha nascosto il passaporto del capo del gruppetto dei ricercatori? Se fosse vero che è andato via, non avrebbe dovuto avere il passaporto con sé? E come si spiega tutto quel sangue che appare cospargendo di luminol il pavimento di una delle capanne? Perché la figlia diciassettenne non vive con il padre e i fratelli ma sulla spiaggia con le foche con cui pare intendersi senza parole?

   È difficile definire che tipo di thriller sia, il romanzo di Charlotte McConaghy. Thriller psicologico, thriller ecologico, romanzo che scava nel dolore della perdita e nella dinamica dei rapporti famigliari, nell’insorgere della violenza e nella solitudine che può alterare la personalità. È soprattutto, tuttavia, un romanzo che esalta la natura e la necessità di agire per preservarla- l’ambientazione sull’isola battuta dai venti e dall’oceano è straordinaria, i dettagli delle descrizioni delle piante, dei semi, degli animali e delle loro ‘voci’ sono affascinanti nonché istruttivi, sono uno stimolo per la nostra curiosità e per il nostro desiderio di saperne di più.

isola Macquarie

     Se molto è frutto dell’invenzione della scrittrice (una banca dei semi esiste nelle isole Svalbard ma non nell’Antartide), se l’isola di Shearwater non esiste, esiste però l’isola Macquarie, a circa metà strada tra la Tasmania e l’Antartide, patrimonio dell’umanità UNESCO, composta interamente da crosta oceanica e rocce del mantello terrestre, un rifugio per la fauna selvatica- milioni di pinguini  (è l’unico luogo di riproduzione al mondo per la specie dei pinguini reali), oltre a elefanti marini e foche sono ospitati sull’isola. Inoltre, sulla parte settentrionale si trova la Macquaire Island Station, una base di ricerca permanente gestita dall’Australian Antarctic Division.

È alla Macquaire che Charlotte McConaghy si è ispirata e, come sempre accade, sapere che c’è una ‘vera’ realtà dietro quella della finzione letteraria, rende la lettura ancora più interessante.



lunedì 14 aprile 2025

Alexandra Lapierre, “L’indomabile e misteriosissima Miles Franklin"

                                                       Voci da mondi diversi. Australia

biografia romanzata

Alexandra Lapierre, “L’indomabile e misteriosissima Miles Franklin"

Ed. e/o trad. Alberto Bracci Testasecca, pagg. 496, Euro 20,90

 

     Miles Franklin, chi era costui? Anzi, chi era costei? Perché Stella Maria Franklin, quando pubblicò il suo primo romanzo che la rese immediatamente famosa, aveva deciso di firmarsi con un nome maschile che era poi il cognome della famiglia materna, come già avevano fatto altre scrittrici prima di lei, da George Eliot a Georges Sand, sapendo che un nome femminile le avrebbe squalificate in partenza. Chi fosse Miles Franklin ce lo racconta, nel suo inimitabile stile, Alexandra Lapierre che ci trascina con entusiasmo per quasi 500 pagine, perché non è possibile non essere contagiati dal fervore con cui la finora sconosciuta (per noi) Miles Franklin affronta la vita, con un piglio battagliero che non ammette sconfitte.


    Primi del ‘900. Stella Franklin è la prima di sette fratelli e sorelle e vive in una fattoria nel bush, nell’entroterra australiano. Sono spazi infiniti eppure così chiusi, così soffocanti per Stella che mal sopporta la stretta morale vittoriana del suo tempo in quella colonia britannica. E sfoga la sua ribellione in quel libro, “La mia brillante carriera”, che è un attacco feroce contro le limitazioni a cui una donna è sottoposta, contro l’ipocrisia del legame matrimoniale, contro quell’unica scelta che si prospetta a una donna, quasi che senza un uomo a fianco non possa essere nessuno, contro la Chiesa e una religione soffocante. La reazione a quel libro è duplice- Stella credeva ingenuamente che non sarebbe stata riconosciuta come l’autrice, e invece tutte le persone che aveva mordacemente rappresentato si riconobbero pur sotto altro nome…e si scagliarono contro di lei. Poi, quando arrivarono i riconoscimenti dei critici, quando tutte le pagine letterarie la esaltarono, lo sdegno si trasformò in orgoglio per quella ragazzetta con la treccia sulle spalle che aveva dato una voce all’Australia.


    Inizia una nuova vita per Stella. Andrà a Sydney dove sarà corteggiatissima sia dagli uomini sia dalle signore dell’ambiente ‘bene’, e poi in California, dove arriva proprio quando San Francisco è distrutta dal terremoto, da lì si sposta sulla costa orientale facendo sempre nuove conoscenze, adattandosi ad una vita di ristrettezze economiche, a mille lavori tra cui perfino la cavallerizza di un circo. Incontra donne con cui condivide le idee portando avanti la lotta per l’uguaglianza delle donne agli uomini e per il diritto di voto, resta sconvolta dall’incendio che causa la morte di 129 operaie di una fabbrica di camicie a New York nel 1908, parte per l’Europa allo scoppio della guerra e si offre come volontaria per prestare servizio in un ospedale da campo nei Balcani.

dal film

Si fa forza davanti al dolore immenso per i lutti famigliari, soprattutto per la perdita dell’amata sorella, e intanto scrive, scrive, nonostante i disagi e le malattie e le ansie per i genitori che cambiano casa di continuo dopo i ripetuti fallimenti del padre. E, nel rincorrersi di tutte queste vicende, non ho accennato alle amicizie e al contrasto con la madre e agli amori- non vuole legarsi a nessuno, Stella, aveva lasciato un fidanzato in Australia ma lui avrebbe finito per sposare un’altra, c’è un’ambiguità in lei, una sensualità repressa, una paura del maschio che lei vorrebbe solo come un amico affettuoso.

    Dopo la frustrazione di vedersi respingere tutti gli scritti, un anno dopo l’altro, sarà solo dopo che ritorna a vivere in Australia che Stella conosce di nuovo il grande successo. Ma si nasconde dietro stravaganti pseudonimi, non vuole essere collegata alla Miles Franklin del famoso esordio, e scrive romanzi che sono una bandiera per l’Australia, libri che parlano del bush e degli aborigeni e dei primi coloni, pescando dalla storia di entrambi i rami della sua famiglia.

     “L’indomabile e misteriosissima Miles Franklin” è un romanzo travolgente come la personalità della scrittrice di cui traccia la biografia.



martedì 8 aprile 2025

Shankari Chandran, “Song of the Sun God”

                                                                    Off the main road

Voci da mondi diversi. Australia
guerra civile in Sri Lanka

Shankari Chandran, “Song of the Sun God”

Ed. Ultimo Press, pagg. 388, Euro 11,18

       Inizia nel 1931 a Colombo, nello Sri Lanka quando ancora si chiamava Ceylon (diventò Sri Lanka nel 1972), e termina a Sydney, in Australia nel 2009. Un tempo lungo abbastanza da seguire le vicende di tre generazioni di una famiglia, quella di Rajan e Nala. Rajan veniva da una famiglia povera, ma aveva potuto studiare, era un medico, anzi il più giovane chirurgo di Ceylon. Era stato un matrimonio combinato secondo l’uso indiano, ma per loro era stato subito amore.

La violenza irrompe nel romanzo e nella felice vita della famiglia allietata dalla nascita di una bambina quando arrivano le notizie dei disordini a Gal Oya, nella parte orientale dell’isola- l’amatissimo cugino di Nala, quasi un fratello per lei, era stato ucciso, la moglie era rimasta in vita ma era profondamente traumatizzata e così pure la bambina, la piccola Dhara che aveva dovuto assistere a quello che i soldati facevano alla madre. Dhara crescerà con Priya, la figlia di Nala e Rajan, diventeranno inseparabili- ci penserà la vita, purtroppo, a separarle. È il 1956. Passeranno ancora anni prima che il conflitto diventi cruento. La guerra civile nello Sri Lanka che vide la maggioranza dei singalesi, per lo più buddisti, schierarsi contro la minoranza induista Tamil durò venticinque anni, dagli anni ‘80 al 2009. Una guerra combattuta con varie motivazioni- non c’erano solo le Tigri del Tamil che reclamavano uno stato indipendente al Nord, era anche una lotta tra diverse etnie e diverse religioni, dolorosa e tragica come solo una guerra fratricida può essere.

Colombo

    Dhara e Priya studieranno entrambe medicina, per passione Dhara, per compiacere il padre Priya. Delle due è Dhara quella più coinvolta nel movimento separatista, è Dhara che, come in un ripetersi della storia di sua madre, ne riporterà le ferite più profonde. Quando nasce Smrithi, l’amore di Dhara per lei non può essere sereno- Smrithi è il ricordo vivente di una violenza, è una cicatrice che non guarirà mai. Ed è così che diventerà per Priya la seconda figlia che non aveva potuto avere e crescerà a Sydney, con Priya, suo marito e il figlio, con i nonni Nala e Rajan.

    Lo spaesamento, la nostalgia, i cambiamenti a cui tutti gli emigrati devono abituarsi, diventano il filo conduttore della seconda vita dei personaggi. Ad alcuni riesce più facile ambientarsi, ad altri più difficile.


Si impone una scelta in ogni momento, in ogni giorno- che cosa si deve mantenere delle proprie usanze, delle proprie tradizioni, di tutto quello che fa la nostra cultura, perfino del nostro abbigliamento, e che cosa, invece, si può abbandonare come un fardello che è diventato troppo pesante. Il legame con Colombo, con chi è rimasto, con Dhara che ha ritenuto suo dovere restare, che non ha mai smesso di aiutare il movimento antigovernativo a rischio della vita, non si è mai interrotto. Ci sono le lettere che dicono quello che non si può dire, ci sono le telefonate, ci sono i viaggi di ritorno in cui sono due le madri che abbracciano Smrithi, anche se lei non lo sa.

   “Song of the Sun God” è, come Chai Time at Cinammon Gardens”, un libro molto bello, un romanzo che ci coinvolge e che ci appassiona, che ci fa vivere a fianco dei personaggi, che ci fa conoscere la Storia di un paese lontano nella maniera migliore- sì, forse anche la più facile-, attraverso le vite dei protagonisti.



 

lunedì 6 gennaio 2025

Shankari Chandran, “Chai time at Cinammon Gardens”

                                               Voci da mondi diversi. Australia

guerra civile in Sri Lanka
in altre lingue

Shankari Chandran, “Chai time at Cinammon Gardens”

Ultimo Press, pagg. 368, Euro 11,24

   Cinammon Garden- un quartiere di Colombo, nello Sri Lanka, di cui ricordavamo il nome dopo aver letto il romanzo con questo titolo di Shyam Selvadurai.

Profumo di tè speziato, il chai che si beve in tutto l’Oriente asiatico.

Un titolo che sa di nostalgia, un titolo che trae in inganno, perché il romanzo di Shankara Chandran, vincitore del Miles Franklin Prize, il più prestigioso premio letterario australiano, è pieno di nostalgia ma anche di dolore, di umiliazione, di atrocità, di guerra.

   Cinammon Gardens è il nome di una casa di riposo per anziani nel quartiere di Westgrove, a Sydney, in Australia. Dagli anni ’80 del ‘900 i proprietari sono Maya e Zhakir Ali, fuggiti dallo Sri Lanka dopo che Zhakir, un archeologo di templi, era stato arrestato e pesantemente torturato nel corso della guerra civile insieme al padre di Maya, anche lui un famoso archeologo. Il padre di Maya era morto e Zhakir non sarebbe mai più stato lo stesso- era crollato sotto le torture, aveva ritrattato tutto, aveva giurato che avrebbe distrutto il libro scritto con il suocero in cui la scoperta di un tempio Tamil nel nord era la prova che i Tamil erano arrivati per primi sull’isola.


    La narrativa del romanzo- storia di una famiglia, storia dello Sri Lanka, storia dell’Australia- si sviluppa in un arco di tempo che va dagli anni ‘80 del secolo scorso ai giorni nostri, con cinque personaggi principali che si alternano alla ribalta. E l’inizio sembra idilliaco, con gli anziani ospiti di Cinammon Gardens che vengono trattati con affetto, viziati con i cibi che ricordino loro la vita passata, tempo trascorso in una stanza giochi, mentre noi veniamo introdotti a conoscere Maya (scrive romanzi seriali con una protagonista australiana sotto uno pseudonimo del tutto australiano dopo essersi vista rifiutare manoscritti giudicati troppo ‘etnici’), Zakhir che si sveglia ancora con gli incubi di notte e poi, ad un certo punto scompare e viene dato per morto, la loro figlia Anji che lavora come psichiatra nella casa di riposo, la sua amica bionda e australiana, Nikki, che è geriatra, Ruben, infine, uomo tuttofare a Cinammon Gardens, anche lui fuggito dalla guerra civile con il corpo segnato da cicatrici. C’è un’ombra pesante in questo quadro di persone che cercano di recuperare una qualche serenità, c’è il nome della bimba Florence, figlia di Nikki, una bimba di tre anni della cui morte sapremo i dettagli solo alla fine.


È un’ombra che ne introduce altre, come nubi oscure che si addensano su Cinammon Gardens. Ruben viene assalito e picchiato mentre ritorna dal lavoro (conosce dieci lingue, insegna Tamil), graffiti oltraggiosi appaiono sui muri della casa di riposo, il marito di Nikki, che sta per essere estromesso dal suo partito e abbandonato dalla moglie, cavalca l’onda del razzismo. Bastano poche parole che vengono stravolte e gonfiate a dismisura perché si accenda la discussione, volino accuse- le solite accuse che si rivolgono agli immigrati anche se hanno lavorato onestamente per anni nel paese che li ha accolti, anche se conoscono la storia di questo paese meglio degli indigeni.

    La Storia non insegna niente, tutto si ripete. Ad ogni episodio di violenza nella moderna Australia che sembra aver dimenticato le sue origini corrisponde la violenza perpetrata nel passato in un altro paese, il silenzio che l’Australia bianca ha imposto agli aborigeni è il silenzio a cui si vuol ridurre la cultura Tamil. E allora la voce di un libro deve essere salvata, si può morire per un libro, perché è il simbolo della libertà di pensiero, ci si può gettare nelle fiamme per salvare un libro, come fa Ruben nell’incendio finale che riduce tutto in cenere, un fuoco che aveva covato a lungo prima di divampare insieme alle passioni, all’odio, alla gelosia.


   Forse non è equanime la descrizione dei personaggi, forse la maggioranza dei personaggi australiani sono cattivi mentre gli indiani dello Sri Lanka sono grandiosi anche quando sono deboli come Zakhir e diventano degli eroi quando sono generosi come Ruben (solo nelle ultime pagine sappiamo quello che ha passato e come non sia arrivato per caso a Cinammon Gardens). E comunque sono tutti indimenticabili.



sabato 10 dicembre 2022

Geraldine Brooks, “Come il vento” ed. 2022

                                                    Voci da mondi diversi. Australia



Geraldine Brooks, “Come il vento”

Ed. Neri Pozza, trad. Massimo Ortelio, pagg. 390, Euro 20,00

 

   Lexington, Kentucky, 1850. Jarret era lì, nella stalla, quando il puledro era nato. Era stato amore a prima vista, del ragazzino nero con il puledro dal manto rossiccio, una stella bianca sul muso e le zampe bianche. Gli era stato dato il nome di Darley, cambiato poi in Lexington quando si era reso necessario identificare quello straordinario cavallo con il Kentucky. Ci si aspettava molto da Darley, figlio di un cavallo dal carattere difficile ma che era stato capace di vincere, in sette anni, quaranta delle quarantacinque gare a cui aveva partecipato. E Darley diventato Lexington avrebbe mantenuto le promesse, sarebbe diventato il primo, grande purosangue d’America.


   È Lexington il protagonista del romanzo di Geraldine Brooks, con un coprotagonista che impariamo ad amare quanto il cavallo baio- Jarret, figlio dell’addestratore di cavalli Harry che era riuscito a comprare la libertà per sé ma non per il figlio. Jarret sarà sempre vicino al ‘suo’ cavallo, ne condividerà i successi, capace di avvertire in lui timori e malesseri, di prevenirli e di curarli, mettendo al primo posto la salute e la felicità di Lexington, riconoscendogli una dignità pari a quella di un essere umano.

   Il racconto di Geraldine Brooks non è, però, una narrazione piatta della vita e delle vittorie di uno splendido cavallo, è movimentata dall’alternarsi di diversi punti di vista, di voci diverse su piani temporali che distano più di un secolo l’uno dall’altro.

Theo, Jess, Thomas Scott, Martha Jackson- le voci dei primi due ci giungono dal 2019, Thomas Scott è contemporaneo di Jarret e del suo cavallo, i capitoli di Martha Jackson hanno una data nella metà degli anni ‘50 del ‘900. Se Jarret è il personaggio che si identifica con il cavallo, gli altri quattro hanno a che fare con la storia di Lexington in un’altra singolare maniera che ha un che di affascinante perché, ognuno a suo modo, sono loro ad avere il merito di rendere eterna la fama del baio. Thomas Scott aveva dipinto Lexington in tutta la sua gloria, il quadro (uno dei molti, in realtà) era passato per le mani della gallerista Martha Jackson e poi di Theo, giornalista e storico dell’arte nero, che lo aveva raccolto tra le immondizie prima di incontrare Jess il cui lavoro era ricostruire lo scheletro di Lexington.


    In primo piano c’è la storia di questo eccezionale cavallo che seguiamo mentre cambia di padrone, fremendo per l’ingiustizia della legge che, nel 1850, proibisce ad un nero di possedere un cavallo e di farlo gareggiare. Ci pare di essere fra gli scommettitori, puntando su di lui, ammirandolo come se lo vedessimo su uno schermo. La gloria, poi la brusca interruzione delle corse (Jess ne scopre il motivo, esaminando lo scheletro) e un secondo tipo di gloria come padre di una progenie numerosa e altrettanto valida quanto lui.

    In secondo piano c’è uno schizzo degli stati del Sud prima della guerra di secessione, quando la schiavitù era la norma e la base della ricchezza, i padroni bianchi erano arbitri di vita e di morte sugli schiavi neri e castighi terribili venivano inflitti a chi cercava di fuggire verso la libertà. È questo, quasi certamente,il motivo per cui nella trama c’è il personaggio di Theo, testimone, con la sua tragica fine, di come tutto sia cambiato ma sia rimasto uguale.


    Ricordo soltanto un altro romanzo con un protagonista equino, “War horse” di Michael Morpurgo, adattato anche in un film diretto da Spielberg. In entrambi i romanzi colpisce la straordinaria ‘umanità’ del cavallo che rende possibile il legame di amicizia, di fedeltà e di amore, con l’uomo- un ragazzo in entrambi i romanzi.

    Un libro appassionante che piacerà agli amanti degli animali, a chi predilige i romanzi storici (molti dei personaggi che appaiono nel libro sono esistiti veramente) e a chi piace la storia dell’arte, anche quella di nicchia.

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sabato 30 aprile 2022

Michael Robotham, “Brava ragazza, cattiva ragazza” ed. 2022

                                                 Voci da mondi diversi. Australia

cento sfumature di giallo

Michael Robotham, “Brava ragazza, cattiva ragazza”

Ed. Fazi, trad. Giuseppe Marano, pagg. 400, Euro 17,10

     Evie. Non è il suo vero nome. Quello non lo sa nessuno. Così come nessuno sa la sua vera età. Ha una storia orrenda alle spalle. É stata trovata in una stanza segreta, denutrita e sporca, nella casa dove l’uomo che era stato il suo carceriere era morto- e da un pezzo- legato ad una sedia. Era stato torturato in maniera efferata. Adesso Evie è in una casa di accoglienza per ragazzi disadattati e problematici.

   Jodie, quindici anni, stella del pattinaggio artistico di Nottingham. Non era tornata a casa, la sera dopo aver assistito ai fuochi d’artificio per il Guy Fawkes’ Day. Il suo cadavere giaceva su un sentiero. Il delitto di un pervertito? Oppure?

   Cyrus, giovane psicologo, anche lui, come Evie, con un passato traumatizzante. É proprio Cyrus, dopo aver conosciuto Evie nella struttura in cui lei è ospitata, che si offre di farle da tutore finché non avrà compiuto i diciotto anni nella data di nascita che il giudice le ha attribuito.


    Inizialmente sembra che le due vicende- quella di Evie, diffidente nei confronti di tutti, in fuga anche da un generoso e innocuo Cyrus che fa di tutto per metterla a suo agio, facile preda di gente senza scrupoli, e quella della ragazza che ha iniziato a pattinare in pratica quando faceva i primi passi- non abbiano niente a che fare l’una con l’altra. É lo psicologo Cyrus che le collega e, in seguito, il gioco della sorte.

   Con uno dei protagonisti che è uno psicologo ci sembra quanto mai adeguato che l’interesse del romanzo sia centrato sulla psicologia dei personaggi. Di Evie abbiamo solo sprazzi di flashback, non sappiamo mai se quello che dice è vero o no. Così come non sappiamo, come non riesce a saperlo Cyrus, che cosa le sia accaduto, come sia stata trattata dall’uomo trovato morto. Soffre forse della sindrome di Stoccolma? A volte risponde con dei versi di canzoni, è chiaro che non vuole parlare, lei che ha una abilità singolare- quella di capire dallo sguardo se chi ha di fronte stia mentendo. Evie è difficile da comprendere, è carente di affetto, capace di grandi generosità- lo vedremo nelle scene finali.  

     Il personaggio di Jodie riserva più sorprese. La ragazzina che mirava in alto con i suoi meriti sportivi (o era qualcun altro che mirava in alto per lei, sottoponendola a stress e sacrifici che lei non era più disposta ad accettare?) non era poi così ingenua e innocente. Da dove venivano i soldi trovati nel suo armadietto a scuola? E il pacchetto di preservativi, poi?


    Quanto a Cyrus, anche se abbiamo qualche dubbio sulla legittimità del suo incarico di tutore della ragazza minorenne che ha avuto in cura, ci piace questo ragazzo che vive nella grande casa fatiscente dei nonni e che arriva addirittura a comperare un cane per Evie, dopo aver detto che assolutamente non lo avrebbe fatto, perché si rende conto di quanto sia importante per lei e possa esserle di aiuto.

     La lettura di “Brava ragazza cattiva ragazza” scorre veloce, fa restare più volte con il fiato in sospeso. Le storie principali ci fanno entrare nelle case delle famiglie di chi è coinvolto, ci prospettano complesse dinamiche nei rapporti tra genitori e figli e tra coniugi. Fino al colpo di scena finale. Sorprendente. 

E tuttavia...no, uno scrittore non può terminare così un romanzo, con punti di domanda senza risposte. É come se ci dicesse di aspettare il seguito, se vogliamo saperne di più. Aspetteremo.

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lunedì 3 gennaio 2022

Christina Stead, “L’uomo che amava i bambini” ed. 2021

                                                   Voci da mondi diversi. Australia

          storia di famiglia

Christina Stead, “L’uomo che amava i bambini”

Ed. Adelphi, trad. F. Bossi, pagg.659, Euro 16,00

 

  “Che titolo ambiguo”, ha osservato una persona sconosciuta che occhieggiava il titolo del libro che stavo leggendo. Mettiamo in fuga ogni ambiguità- l’uomo che amava i bambini del romanzo della scrittrice australiana Christina Stead è un padre di famiglia con sette figli e, se stesse a lui, ne vorrebbe ancora, magari con la pelle nera o gialla, in uno slancio di amore universale.

    Quello di Christina Stead non è un romanzo nuovo. La scrittrice è morta nel 1983 e il romanzo è stato pubblicato per la prima volta nel 1940 e ha avuto, in seguito, fortune alterne. È stato per lo più ignorato fino ad una lode esaltante di Jonathan Franzen una decina di anni fa. È stato paragonato a “Guerra e Pace” e alla “Recherche” di Proust. Non posso essere d’accordo, anche se di certo è un romanzo singolare nel suo selvaggio attacco alla famiglia.

   I Pollit sono i protagonisti- il padre Sam, la madre Henny, una figlia del primo matrimonio di Sam, altri cinque bambini che poi diventano sei. E la loro grande casa, Toboga House, di proprietà del padre di Henny (la dovranno lasciare, per trasferirsi in un’altra casa alquanto fatiscente).


    Sam e Henny sono una coppia che farebbe passare a chiunque la voglia di sposarsi- sono in lite perpetua e l’atmosfera in quella casa, fra improperi e urla e minacce, è quella dell’anticamera dell’inferno.

Sam è il personaggio più odioso che io abbia mai incontrato in un romanzo. Non perché sia cattivo, ma è insopportabile con la sua ingiustificata continua allegria, i suoi bamboleggiamenti, il linguaggio sulla falsariga di quello storpiato infantile con cui si rivolge ai figli. Migliora solo nei sei mesi in cui viene mandato per lavoro (è un biologo) in Malesia. Laggiù, circondato da adulti, diventa una persona normale.

Henny, tanto bruna quanto Sam è biondo, è altrettanto odiosa. Perché si è sposata? Non lo sa neppure lei. Ricordiamoci che Henny appartiene ad una realtà pre-pillola- sembra che tutti questi figli siano arrivati per caso, non voluti, anche se, per il sesto, non aveva forse accettato l’invito di Sam a fare un altro bambino? Anche se poi erano stati avanzati dei dubbi se il piccolo Chuppy fosse figlio di Sam o piuttosto dell’amico di Henny. Henny non fa che gridare, minacciare di suicidarsi e, in alternativa, di ammazzare i bambini. Per non dire delle ingiurie che scaglia contro la figlia che Sam aveva avuto dalla prima moglie, Louise, il brutto anatroccolo che aveva perso la mamma quando era piccolissima- parole velenose, cattive, che fanno male. La cronica mancanza di soldi appesantisce la situazione. Louise dice: “Quando mi avvicino a casa, comincio a tremare come una foglia…non so perché. Non ho mai detto a nessuno come vanno le cose a casa.” E poi: “Non ne parlo perché nessuno mi crederebbe!”.


    Se cerchiamo una lettura estremamente realista, “L’uomo che amava i bambini”, è il libro giusto. Non ci sono lenti rosa che addolciscano il quadro della famiglia Pollit. Anzi, le lenti si tingono di nero alla fine. E tuttavia c’è troppo e troppo ripetitivo. La famiglia Pollit basta e avanza, non ci sarebbe bisogno delle sotto-storie e di tutti gli altri personaggi delle famiglie dell’uno e dell’altra, perché appesantiscono la narrazione.

   Non possiamo che concordare con le famose parole di Tolstoj che fanno da incipit ad Anna Karenina, “Ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo”- è quello su cui Christina Stead cerca di riflettere, si è infelici fin dall’inizio senza forse neppure saperlo? Si accumula infelicità su infelicità fino a che è impossibile tollerarla? È possibile essere profondamente infelici e al contempo essere dei buoni genitori? Come è possibile non riverberare questa infelicità sui figli, vittime innocenti?

    La nuova edizione Adelphi del romanzo di Christina Stead è preceduta da un’introduzione di Jonathan Franzen ed in chiusura contiene un saggio di illuminante di Randall Jarrell. 



 

     

domenica 18 luglio 2021

Kate Grenville, “Una stanza fatta di foglie” ed. 2021

 

                                              Voci da mondi diversi. Australia


Kate  Grenville, “Una stanza fatta di foglie”

Ed. Neri Pozza, trad. Simona Fefé, pagg. 352, Euro  18,00

 

    È entrato in inglese nel nostro lessico, il titolo “A room of one’s own”, per indicare uno spazio che la donna rivendica solamente per sé. Nel romanzo di Kate Grenville lo ritroviamo in francese, con una strizzata d’occhio a Virginia Woolf da parte della scrittrice australiana, mon petit coin à moi- sono le parole con cui Dawes, studioso appassionato di astronomia e botanica, interessato alle lingue dei nativi australiani e il personaggio più accattivante del libro (a parte la protagonista), indica la stanza fatta di foglie, nascosta tutt’intorno dalla vegetazione, verso cui conduce Elizabeth- sarà il luogo dei loro incontri d’amore, segreti e appassionati, un Giardino dell’Eden.

    Elizabeth Macarthur e suo marito John sono veramente esistiti, la loro effigie, come pionieri nell’Australia dei primi anni dell’800, è sulle banconote, la loro casa, Elizabeth Farm, è un museo.


La scatola di latta contenente le memorie di Elizabeth che dà ‘il via’ al romanzo, è invece un’invenzione, il tradizionale espediente narrativo del genere del manoscritto ritrovato in soffitta. E tuttavia, pur facendo concessioni alla libertà immaginativa dello scrittore, le vicende del libro sono basate su vecchi documenti d’archivio e gli stralci delle lettere sono tratti dalle vere lettere di Elizabeth.

     Era il 1790 quando Elizabeth salpò con il marito e il figlio neonato per la colonia penale del Nuovo Galles del Sud, da poco istituita. Era stato un matrimonio riparatore ed Elizabeth doveva essere grata per questa conclusione di un amplesso che era durato pochi minuti in una notte di curiosità. Nelle lettere che scrive all’amica, Elizabeth diventa maestra nell’arte dei doppi significati e delle allusioni, del dire senza dire, del lasciar intendere- sa che il marito le leggerà prima di inoltrarle. Non c’è mai la minima illusione, mai si parla di amore, solo di abbracci (sgradevoli) notturni per adempiere un dovere.


     L’arrivo nella colonia è sconvolgente. Ci sono loro, i britannici che fanno parte dell’esercito, ci sono le loro mogli, c’è un governatore, un pastore della Chiesa. E poi ci sono gli altri, i galeotti per cui la pena di morte è stata scambiata con un esilio al fine di popolare la colonia con una mano d’opera non pagata. Sono uomini e donne che hanno commesso le infrazioni più varie che oggigiorno ci sembrano di ben poca entità- uno di loro, che darà poi un inestimabile aiuto ad Elizabeth, era stato condannato a morte per aver rubato un montone. E poi, più in basso ancora, ci sono i nativi su cui circolano le voci più assurde (ritenute vere, peraltro), come ad esempio che mangino i propri figli.

    Non è soltanto al nuovo ambiente sociale e alle regole non scritte di questo che Elizabeth si deve abituare. Deve imparare a ‘gestire’ il marito, ambizioso, presuntuoso, geloso, arrogante, con un esagerato e molto personale senso dell’onore. Deve imparare a non confrontare le verdi colline del Devon che sono ormai un lontano ricordo con questo nuovo paesaggio arido dove anche l’aria sa di polvere e dove perfino i vivere scarseggiano.

Elizabeth Farm

    È un personaggio entusiasmante, questa Elizabeth Macarthur. È la dimostrazione di quello che può fare una donna in circostanze sfavorevoli quando usa il cervello per trarre quello che può nella situazione in cui si trova. Può imparare cose nuove- l’astronomia e la botanica. Può imparare l’amore, cautelandosi nel rischio. Può aprire gli occhi e sottrarsi ai luoghi comuni che vedono i nativi come selvaggi e non come esseri umani a cui si è rubata la terra. Può, usando l’astuzia oltre che l’intelligenza, favorire le velleità del marito che, senza di lei, mai avrebbe avuto il successo che ebbe come allevatore di pecore e padre dell’industria laniera australiana. Può farsi una ragione che la sua vita è del tutto cambiata e conviene derivarne il meglio, imparando ad amare quel paese che le svela tutta la sua sterminata bellezza, che è diventato la sua ‘casa’, a sostituire quella che conviene dimenticare.

    Un romanzo da leggere, una storia di personaggi veri, di avventura e di scoperta, di iniziativa e di coraggio, di paesaggi splendidi. E anche una storia d’amore.

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domenica 11 aprile 2021

Chris Hammer, “Scrublands Noir” ed. 2021

                                                       Voci da mondi diversi. Australia

cento sfumature di giallo

Chris Hammer, “Scrublands Noir”

Ed. Neri Pozza, trad. A. Biavasco e V. Guani, pagg. 425, Euro 19,00

     L’antefatto. Siamo a Riversend, una piccola cittadina in un’area dell’Australia dove il clima è secco, la vegetazione scarsa, la temperatura supera i 40° e l’aria è arroventata. Un gruppo di uomini attende fuori della chiesa l’inizio della funzione. Hanno appena scambiato due chiacchiere con il sacerdote. Questo è entrato per prepararsi. Quando esce dalla chiesa indossa i paramenti ma ha anche in mano un fucile da caccia con il mirino. Uccide cinque persone prima che arrivi il poliziotto. Il prete sarà il sesto morto.

     Un anno dopo. Il giornalista Martin Scarsden arriva a Riversend. Deve scrivere un pezzo sulla cittadina e sui suoi abitanti in occasione dell’anniversario della strage- come sono cambiati, come hanno vissuto questo tempo ‘dopo’ l’inspiegabile pluriomicidio. Per Martin è l’occasione per ridare lustro alla sua carriera- ha passato un periodo orribile dopo una brutta avventura a Gaza. E tuttavia si scontra subito con l’ostilità e la diffidenza della gente del posto che non ha gradito quello che la stampa ha detto di loro e soprattutto quello che è stato scritto su Byron Swift, l’aitante e carismatico sacerdote. È stupefacente: Byron Swift ha ucciso cinque persone eppure tutti ne parlano bene. Due donne lo amano ancora e lo difendono, con una di loro Martin avrà una storia.


    “Scrublands noir” è un libro che si divora, un vero page-turner anche se potrebbe essere migliore con un centinaio di pagine in meno. L’ambientazione, prima di tutto, lo rende insolito. Lo scrittore è bravissimo nel farci sentire il caldo implacabile, l’aria che sembra bruciare la pelle. Quando scoppia un incendio nelle Scrublands, ci sembra quasi che quelle fiamme distruttive acquistino un valore metaforico e quando un incendio abbatte l’albergo ormai chiuso, mandando in fumo delle prove e ustionando un poliziotto, ci sembra che sia il segno di un castigo superiore. E, quando tutto è risolto e i misteri sono spiegati, ci pare giusto che nuvoloni si accumulino su Riversend ed una pioggia catartica si rovesci sulla cittadina.

   Il secondo elemento che rende il romanzo diverso è il fatto che tutto sembra già finire con l’inizio. Ci sono i morti, c’è il colpevole. È quello che basta alla polizia. Basta, però, a noi? Di certo non basta a Martin che si trova suo malgrado a cercare di capire perché quello straordinario sacerdote abbia ammazzato tutte quelle persone. Non crede possibile che sia stato colto da un raptus. È il mestiere di Martin, quello di far parlare le persone, e lui ci riesce benissimo. E però non è che il puzzle si ricomponga, tessera dopo tessera. Riversend sembra essere un paese maledetto- si aggiungono altri morti, tra colpi di scena da far tenere il fiato in sospeso. Una decina di morti, abbastanza da svuotare la città, se si aggiungono a quelli che già se ne sono andati a causa della siccità prolungata. E forse sono troppi, così come sono troppi i filoni, succedono troppe cose, risultano coinvolti anche i Bikers che sembrano cavalieri dell’apocalisse sulle loro moto rombanti a cui non avevamo prestato attenzione, pensando fossero turisti.

    Infine, lungo tutto il romanzo, c’è una riflessione sul potere della stampa, nel bene e ancora più spesso nel male, su come la fame di notizie, l’ambizione di ottenere un articolo in prima pagina puntando sulla sensazionalità più che sulla veridicità di quanto si scrive, possa causare danni alle persone coinvolte la cui intimità e i cui sentimenti non vengono rispettati.

   C’è però una cosa da dire a questo proposito, una cosa che fa di questo romanzo, oltre che un thriller, un romanzo di formazione- l’esperienza di Riversend fa cambiare Martin il solitario, che ha sempre usato le persone, che ha sempre dato la precedenza allo scoop. La sua storia d’amore con una ragazza madre è piuttosto superficiale ma, insieme agli incubi ricorrenti della brutta avventura a Gaza, gli serve per riflettere su che cosa implichi ‘essere’ una notizia, diventare il pasto succulento per lettori in cerca di brividi e di scandali.

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