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mercoledì 18 febbraio 2026

Julia Navarro Fernández, “Il bambino che perse la guerra” Ed. 2026

                             Voci da mondi diversi. Penisola iberica

la Storia nel romanzo

Julia Navarro Fernández, “Il bambino che perse la guerra”

Ed. Salani, pagg. 562, Euro 19,00

 

     Madrid 1938. La guerra civile sta volgendo al termine, la sinistra repubblicana sarà sconfitta dalle forze nazionaliste di Franco che instaurerà un regime dittatoriale nel 1939. La repressione fu terribile, per tutti quelli che avevano anche solo mostrato simpatie per la sinistra il destino fu il carcere se non la fucilazione immediata.

     Agustín e Clotilde hanno un figlio, Pablo. Se tutto è perduto per loro, Agustín continua a credere nel socialismo e decide di affidare il bambino al militare russo per cui aveva lavorato come autista: Boris porterà Pablo in Russia, laggiù potrà crescere in una società migliore in cui tutti sono uguali, lui e Clotilde lo raggiungeranno. Il fatto che Clotilde si opponga non serve a niente. La scena in cui il bambino viene strappato alla madre e caricato su un’automobile è straziante. Pablo ha cinque anni. Piange. Chiama la mamma. Boris è infastidito dalle sue lacrime, rimpiange di aver preso questo impegno, per lui è una seccatura doversi occupare di un bambino che sembra anche avere la febbre, che vomita durante il viaggio per mare, che continua a piangere.

Franco

     Mosca. In Unione Sovietica Josif Stalin è il Segretario Generale del Partito Comunista, ma è necessario aver veramente fede nel comunismo per credere che la sua politica sia giusta e per il bene di tutti. Perché il dissenso non è ammesso. Non solo, basta molto meno che esprimere il proprio disaccordo o fare una qualunque critica per essere arrestati. Anche la letteratura, la poesia, le arti, la musica, hanno un colore. Deve essere rosso, deve essere di gradimento al ‘piccolo Padre’, non deve essere individualista, non deve essere ‘borghese’, deve esaltare ‘l’uomo nuovo’. È possibile che una poesia metta in pericolo la stabilità di un governo?


    La moglie di Boris, Anya, e il figlio Igor vivono  insieme alla zia e al padre di Anya- è grazie al titolo di Generale di questi, che ha combattuto gloriosamente a fianco di Lenin, che possono occupare  un intero appartamento. Più tardi la situazione cambierà- dopo che Anya sarà arrestata per essersi recata ad una riunione letteraria sperando di incontrare Pasternak, dopo che sarà imprigionata alla Lubianka, altre persone verranno ad abitare con loro, lo spazio si farà più ristretto, la paura delle delazioni sarà un soffio gelido sul collo.

     E intanto Pablo crescerà insieme a Igor, Anya diventerà una seconda mamma per lui, imparerà il russo, amerà la poesia quanto Anya.

    E in Spagna? Il fascino di questo romanzo, che inevitabilmente ci fa pensare ai grandi romanzi russi, è nella doppia narrativa, l’una specchio dell’altra. Cambia il governo, destra e sinistra, fascismo e comunismo, ma non cambia nulla. Due donne, Clotilde e Anya, la prima ha il dono di saper disegnare (caricature, purtroppo, e queste sì che possono essere un’arma), la seconda mette le poesie in musica e non sa tacere. Entrambe finiscono in prigione, entrambe sono torturate (e i sistemi di tortura sono esattamente uguali), entrambe hanno una seconda possibilità di salvarsi ma l’anelito alla libertà di espressione è più forte di tutto, il nuovo arresto sarà fatale per la loro salute.


    Che cosa il destino riserbi al bambino diventato ragazzo e poi giovane uomo in un paese non suo ma che impara a considerare suo per amore di chi lo ha cresciuto con generosità, è una storia di sofferenza e di amore che dovete leggere.

     C’è un afflato epico in questo romanzo di Julia Navarro che prende spunto da un dato reale: furono circa 3000 i bambini spagnoli mandati in Russia dai loro genitori con la speranza di metterli in salvo da una repressione che sapevano sarebbe stata durissima, fiduciosi che avrebbero avuto una vita migliore. Come Pablo, questi bambini vissero gli anni della seconda guerra mondiale in Russia e il loro rimpatrio fu difficile- molti di loro tornarono in Spagna solo dopo la morte di Franco nel 1975. Come avviene per tutti i romanzi storici, la Storia prende vita in queste pagine intrecciandosi alle vicende personali, rendendo toccanti traversie, sentimenti, dubbi e sofferenze.


 

 

martedì 9 dicembre 2025

Arturo Pérez-Reverte, “Il problema finale” ed. 2025

                               Voci da mondi diversi. Penisola iberica

cento sfumature di giallo

Arturo Pérez-Reverte, “Il problema finale”

Ed. Settecolori, trad. Bruno Arpaia, pagg. 346, Euro 23,00

   Un divertissement. Oppure un entertainment, come lo definirebbe Graham Greene. Un ‘giallo’ letterario. Un thriller del genere della ‘camera chiusa’. Un omaggio ad Agatha Christie e a Sir Conan Doyle. Un pastiche. Un’antologia di citazioni di Sherlock Holmes. Un mystery stuzzicante per il lettore. Una strizzata d’occhio a grandi attori del passato. Arturo Pérez-Reverte ritorna sulla scena narrativa con un romanzo che è una lettura piacevolissima e divertente.

      È il 1960. Una tempesta ha bloccato nove turisti nell’albergo sull’isola di Utakos, di fronte a Corfù. Al lettore viene immediatamente in mente quel capolavoro di Agatha Christie che è “Dieci piccoli indiani”. Il libro di Pérez-Reverte non finisce con ‘e poi non rimase nessuno’, non c’è neppure una filastrocca che serve da linea guida, ma di certo c’è un legame nella sequenza dei morti assassinati che inizia con un apparente suicidio, quello di una signorina inglese che viaggia con un’amica. La situazione è tipica del delitto ‘impossible’- la porta di un capanno sulla spiaggia chiusa dall’interno, una corda, una sola traccia di orme sulla sabbia. Eppure l’io narrante che verrà investito dell’incarico di indagare su questa morte, nell’impossibilità della polizia greca di raggiungere l’isola, non è affatto convinto che si tratti di un suicidio. Viene naturale affidare a lui questo compito, nello sconcerto generale. Perché è un volto noto  a chiunque frequenti le sale cinematografiche, è un attore ormai sul viale del tramonto, ma lui è Sherlock Holmes.


Aver impersonato il più famoso investigatore fa sì che abbia assimilato la sua tecnica e il suo fiuto investigativi, che si muova, guardi, ascolti, si comporti come se fosse Sherlock Holmes. E se Holmes aveva bisogno della cocaina per aguzzare l’intuito, Hopalong Basil (il suo vero nome è Ormond) si trattiene con una ferrea autodisciplina, ma le bottiglie dietro il bancone del bar sono come le sirene per Ulisse per lui. Accanto a Basil/Sherlock spunta naturalmente il dottor Watson nei panni di uno scrittore di gialli da quattro soldi, anche lui ospite prigioniero dell’isola.

   Lo scrittore e l’attore, colui che inventa delle trame e colui che le porta in scena- è come leggere un romanzo dentro un romanzo, tra i fatti che succedono nell’albergo, un secondo, un terzo morto, e i rimandi letterari, la schermaglia a battute di frasi o ricordi di situazioni nei libri di Conan Doyle o in film in cui recitava Ormond, le allusioni dettagliate a incontri o bevute insieme ad attori come Cary Grant o Tyrone Power o Ava Gardner, o perfino Sophia Loren.

Sir Arthur Conan -Doyle

     “A volte la vita imita l’arte”, dice il personaggio scrittore a Ormond che osserva che il suo è un ruolo romanzesco come investigatore sull’isola. Ed è proprio il caso di dire così, quando ogni delitto viene inscenato come se fosse tratto da un romanzo già letto. E che fare della famosa frase che è diventata un cliché, ‘l’assassino è il maggiordomo’, per indicare che il colpevole è qualcuno a cui non penseremmo perché fuori dal giro? Ne “Il problema finale” dovremo aspettare anni per sapere chi è l’assassino, dopo colpi di scena e sorprese, dopo la fine della tempesta che sembra essere diventata una tempesta metaforica, con la calma che significa sia l’arrivo della polizia sia il commiato dai personaggi.

   Un piccolo appunto sulla veste grafica del libro- che piacere leggere di nuovo un libro con copertina rigida, una rilegatura simile a quelle di un tempo e una bella carta. Sembra un’edizione in stile con i personaggi.



mercoledì 18 settembre 2024

Julio Manuel de la Rosa, “L’ultima battaglia” ed. 2024

                                           Voci da mondi diversi. Penisola iberica

       seconda guerra mondiale

Julio Manuel de la Rosa, “L’ultima battaglia”

Ed. Scritturapura, trad. Marino Magliani, pagg. 100, Euro 14,25

 

   Ha disertato. Lui, il protagonista narrante che dapprima dice di non ricordare il suo nome, così come non ricorda la sua faccia, poi dice che a volte gli pare di ricordare di chiamarsi Hurbinek o forse Henek, ha abbandonato Stalingrado in macerie, convinto che ormai la battaglia sia persa dopo quasi sette mesi di combattimenti strada per strada, palazzo per palazzo. È un soldato dell’Armata Rossa, anzi è un tiratore scelto, e a un certo punto dice a se stesso che no, forse non è un disertore, scappare da una città che è già morta non è disertare.

    Henek fugge dalla Città Eroica che era diventata un Inferno per arrivare in un altro Inferno, perché- errore imperdonabile- sale su un treno che lo porta a quella che lui chiama la Grande Baracca. E questo è un Inferno inimmaginabile. Lì conosce un italiano, ‘il ragazzo chimico che non poté evitare di aiutare, nel laboratorio, quel dottore di cui tremo a pronunciare il nome’, quello che diventò un famoso scrittore e, anni dopo, si gettò nella tromba delle scale.


E se Henek è il protagonista che ci narra la sua esperienza, al suo fianco c’è sempre l’ombra di Primo Levi di cui ricorda le parole, di un’umana saggezza che aiuta a vivere. Finché si muore perché non si resiste più, perché da Auschwitz non si esce mai, perché anche Henek, come Primo Levi, si è scontrato con l’indifferenza e l’incapacità di capire degli altri, anche della propria famiglia.

   E comunque Henek riesce a scappare dalla Grande Baracca. Il ragazzo italiano lo aveva incoraggiato e ce l’aveva fatta, per ritrovarsi un’altra volta nella steppa sconfinata senza sapere in che direzione andare. C’è un intermezzo in questa fuga, una breve parentesi di vita quasi normale quando il fuggitivo arriva ad un gruppo di capanne disabitate dove una donna gli offre rifugio, lo nutre, lo cura. E’ una sosta che lo rimette in forze, che lo fa sentire quasi come una volta.


    La narrativa è zigzagante come il suo cammino nella steppa. I ricordi si mescolano, dalla Grande Baracca si passa a Stalingrado dove Henek era il discepolo prediletto del maestro istruttore Zaitzev di cui era stato a fianco nel duello contro l’ufficiale tedesco Konings (un duello che ha ispirato il film “Il nemico alle porte” del 2001, diretto da Jean-Jacques Annaud). Quella steppa tutta uguale e senza confine gli dà quasi delle allucinazioni, la linea che separa il sogno e la realtà, il ricordo del passato e il presente, è sottile, Dio ha smesso di esistere in questo mondo in guerra. E la guerra diventa l’unica realtà, quella che lui ha combattuto e quella che sogna e che non è la sua, in un paese caldo dove si parla una lingua musicale. La guerra è la dimensione del mondo.

    Il finale chiude il cerchio- nel suo girare senza meta Henek ritorna alla Grande Baracca, senza neppure rendersene conto. C’è un gran silenzio. Non ci sono più le sentinelle-cani, non abbaiano più nella loro lingua gutturale quelli che lui ha sempre chiamato i soldati-cani. Per mille e una volta lui si ripete che la guerra è finita. Resta la montagna di morti ad accogliere l’esercito sconosciuto che avanza pacificamente con il volto coperto da fazzoletti.


    Julio Manuel de la Rosa ha scritto un libro sulla guerra, un libro veloce che si concentra su due momenti, su due tremende manifestazioni della guerra che ha devastato l’Europa nel ‘900. È come se non restasse altro da dire sulla guerra e sulle conseguenze per chi l’ha vissuta. dopo aver visitato il Grande Baraccone e la Città Eroica. Lo stile è magnetico e il paesaggio spoglio della steppa diventa una grande metafora della condizione umana.



    

venerdì 10 maggio 2024

Alicia Giménez Bartlett, “La donna che fugge” ed. 2024

                                         Voci da mondi diversi. Penisola iberica

cento sfumature di giallo

Alicia Giménez Bartlett, “La donna che fugge”

Ed. Sellerio, trad. Maria Nicola, pagg. 430, Euro 17,00

    E’ sempre un gradito ritorno, quello di Petra Delicado, ispettrice della polizia di Barcellona. Il suo e quello del viceispettore Garzón Fermín. Sono un’accoppiata vincente, con il loro scoppiettante scambio di battute, la loro perfetta intesa, il piacere condiviso per una birretta o anche un bicchiere di qualcosa di più forte o per l’assaggio di qualche prelibatezza. Gli assaggi non mancheranno in questa nuova inchiesta nel’ambiente dei food trucks, i furgoni che vendono cibo di strada o specialità cucinate sul momento. A me questa del fud trac sembra una grandissima cazzata, dice Fermín (finirà poi per apprezzare, e molto).

   Christophe Dufour, 38 anni, cittadino francese residente in Spagna, cuoco specializzato in cibo francese in un food truck, è stato ucciso con un paio di coltellate al cuore durante la notte.


Nessuna delle persone che dormivano nei due furgoni gastronomici a lato di quello di Christophe avevano visto o sentito nulla. Christophe e il suo socio si alternavano a dormire sul furgone e in un albergo- quella notte toccava a Christophe. Il socio non sapeva niente, sapeva poco anche della vita privata di Christophe che, a quanto pare, era un tipo riservato. Dagli scontrini e dalle chiacchiere dei gestori dei food trucks riuniti per una settimana gastronomica in quella piazza di Barcellona, salta fuori la figura di una donna molto bella, bruna, che aveva fatto grandi acquisti da Christophe.  Guarda caso anche la donna era francese. Si conoscevano, quei due? Quando si scoprirà che sia Christophe che la donna avevano dei passaporti falsi, si incomincia a capire che ci dovevano essere grossi traffici fra di loro. Droga? Probabile. Un regolamento dei conti? Chissà. Possibile che il socio non sapesse proprio niente? E comunque la sua disperazione, quando il suo camion viene distrutto, è vera.

    Si susseguono i colloqui con gli altri venditori dei food truck, va bene che a fine giornata erano tutti molto stanchi, ma è possibile che non avessero mai notato un certo andirivieni dal camion del prestante francese? Seguiranno poi altri morti…


Il brancolare nel buio, il non avere il minimo indizio, rende molto nervosi Petra e Fermín, la vita coniugale di entrambi ne risente. E, a fianco della traccia del romanzo di indagine poliziesca, ne scorre un’altra, improntata ad una sensibilità e a riflessioni più femminili, che indaga sul significato della vita coniugale. È vero che Petra aveva messo in chiaro con il marito quanto fosse importante per lei il suo lavoro e come questo avrebbe sempre avuto la precedenza su tutto, ma riesce a resistere un matrimonio quando gli orari sono impazziti e non ci si incontra quasi mai, quando Petra fa piano per andare a dormire per non svegliare Marcos e Marcos fa piano quando si alza per non svegliare Petra? Che cosa è poi questa storia che Marcos sogna di comprare una casa in campagna e vivere in un idillio agreste? Anzi, l’ha già comprata…Anche la moglie di Fermín si lamenta, perché lui non le presta attenzione, perché a lui una tenda vale l’altra, che scelga quello che le pare…

Petra nei film

Sembrano dissidi di poca importanza, la tendenza è a sottovalutarli pensando che ci sia sempre tempo per rimediare, e invece sono come la famosa goccia che erode la roccia, ora dopo ora, giorno dopo giorno. E finisce che la tensione è sempre alta, sia nell’ambito dell’indagine sia in quello privato.

    C’è un finale per entrambe le tracce- sospettavamo un poco di quello del filone poliziesco, mentre giunge come una sorpresa quello del filone privato (e Alicia Giménez Bartlett ci deve assolutamente un seguito, non può lasciarci così). Se c’è un filo di stanchezza in quello che è il quattordicesimo romanzo della serie, è vinto però dal brio, dalla vivacità, dallo humour mordace e del tutto caratteristico dei personaggi che non ci stancano mai.



    

 

 

venerdì 20 ottobre 2023

Maria Judite de Carvalho, “Gli armadi vuoti” ed. 2023

                                   Voci da mondi diversi. Penisola iberica

           love story

Maria Judite de Carvalho, “Gli armadi vuoti”

Ed. Sellerio, trad. Vincenzo Barca, pagg. 178, Euro 14,00

 

    Donne, tutte donne nel romanzo della scrittrice portoghese Maria Judite de Carvalho, nata a Lisbona nel 1921 e morta nel 1998. Gli uomini ci sono, ma o scompaiono presto dalla scena (uno è anziano e confinato a letto, uno muore giovane) oppure sono pieni di sé nella sicurezza della loro ricchezza, ma sono vuoti dentro (l’uomo che, dopo aver corteggiato la protagonista, ne sposerà la figlia).

   Ana, Dora Rosàrio, la zia Julia, Lisa. Ana è la suocera, una donna dal carattere deciso e volitivo, Dora è una figuretta che sembra abbia paura della propria ombra, la zia Julia ha periodicamente delle crisi in cui parla con il suo vecchio innamorato, Lisa, figlia di Dora, diciassette anni, ha le idee ben precise su quello che vuole. E quello che vuole è non assomigliare alla madre.

   Dora Rosàrio ha sposato Duarte quando era molto giovane, non ha mai avuto occhi altro che per lui, è vissuta in sua adorazione giustificando la sua indolenza e la sua mancanza di ambizione. Alla sua morte improvvisa Dora si è ritrovata con una figlia piccola, senza soldi, senza un lavoro. Soprattutto si è ritrovata vuota, in mancanza del marito intorno a cui ha sempre fatto ruotare la sua vita. Dora esisteva per lui, non per se stessa, non per la figlia. E Dora continua a esistere per lui, nel suo ricordo. Dora non vuole essere consolata, le va bene vivere con un fantasma.


     Poi succedono due cose, a distanza di tempo. Trova lavoro in un negozio di antiquariato- lei non sa niente di mobili, non sa niente di nulla, ma un’amica la incoraggia, imparerà, ha o non ha bisogno di soldi? E poi la suocera, nel giorno in cui Lisa compie diciassette anni, le svela qualcosa che riguarda Duarte, qualcosa di sconvolgente che metterà fine al suo lutto prolungato.

    Dora era, per sua figlia, ‘senza speranza e senza età’. Non sarà più così, è il momento di cambiare. Dora riprende possesso della sua vita, riacquista la giovinezza non ancora scomparsa, forse anche l’interesse per un uomo…


   La storia di queste donne, di Dora prima di tutto, viene raccontata da una osservatrice esterna di cui non conosceremo l’identità fino quasi alla fine, quando saranno successe altre cose ancora. Solo un punto di vista esterno può essere obiettivo, può cercare di dare una distaccata interpretazione psicologica delle persone coinvolte. E la fine sorprende lei per prima, un’altra donna che dipende da un uomo, ma che, forse, riesce a recuperare la sua libertà. Cosa che non fa Lisa. Perché Lisa, nonostante non voglia assomigliare a Dora, finisce nella vecchia trappola. Ci finisce ad occhi aperti, non per amore ma per soldi. È diverso?

   La narrativa è veloce, il tono è leggero, la problematica sempre valida- cambierà mai la condizione femminile di sudditanza all’uomo?



giovedì 16 marzo 2023

Bernardo Atxaga, "Il figlio del fisarmonicista" intervista 2008

 Ripropongo l'intervista da me fatta a Bernardo Atxaga durante il Festival della Letteratura di Mantova del 2008


Il Festival della Letteratura di Mantova si è svolto all’insegna del linguaggio quest’anno- lingue delle minoranze, lingue che corrono il pericolo di scomparire, lingue perseguitate in certi periodi storici. Una serie quotidiana di eventi era dedicata ad un ‘vocabolario europeo’, in cui ogni scrittore ‘regalava’ una parola della sua lingua. In questo contesto il romanzo di Bernardo Atxaga (pseudonimo di Joseba Irazu, scrittore nato nel 1951 a Asteasu, Guipuzcoa) acquista un valore particolare- basta pensare al dettaglio delle parole della lingua basca che il protagonista seppellisce per gioco insieme alle sue bambine. Abbiamo parlato con lui del suo romanzo e dei Paesi Baschi. 

Iniziamo da un personaggio ‘non umano’ che ho trovato intrigante: la farfalla. Di che cosa è il simbolo la farfalla e i cento modi di dire farfalla?

     Penso che in un libro di finzione narrativa tutti gli elementi debbano essere sfruttati, debbano ‘lavorare’ molto. E la farfalla non può essere solo simbolo dello spirito. Ad esempio, quando una farfalla esce volando da una tomba, è un simbolo di resurrezione. E nel libro è questo, però le farfalle rappresentano anche i personaggi. In un capitolo ad ogni persona corrisponde una classe di farfalle- questo è valido anche per i falsi entomologi per cui la farfalla è la scusa per essere sul posto. Per me personalmente la farfalla è un elemento della mia personalità: nel centinaio di poesie che ho scritto, in una trentina appare la farfalla. Nella lingua spagnola la parola farfalla, mariposa, viene da una canzone alla Vergine Maria, dalle parole che dicono, ‘Maria, fermati, posati’- c’è un’associazione tra la farfalla bianca e Maria. In basco è notevole che ci siano quasi 100 modi di dire ‘farfalla’- il più raro è pinpilìnpausa, una parola che imita non un suono ma il movimento: è una rarità linguistica.


 Il libro è pervaso dalla nostalgia per un mondo che scompare: il ‘vecchio paese’, ‘la vecchia lingua’…teme l’assimilazione da parte della Spagna e della cultura spagnola? C’è stato un tentativo di genocidio culturale da parte della Spagna franchista?

     Credo che il tono del libro sia elegiaco più che nostalgico, perché inizia dalla fine della vita. Mi piace il tono elegiaco, mi piace lo sguardo sulla vita dalla fine, c’è molta verità nello sguardo finale come nello sguardo dei vecchi. I vecchi sanno quello che è importante nella vita, hanno esperienza. Mi piacciono gli sguardi finali, sono più esatti. Il rapporto dei Paesi Baschi con la Spagna della dittatura fu molto duro, ma non sarebbe giusto dire che la dittatura fu contro i baschi. Non fu una lotta tra Spagna e baschi, non fu una repressione di una dittatura fascista sui diversi. Era contro la cultura basca, questo sì. Non posso e non voglio dimenticare che era proibito parlare in basco in pubblico e anche a scuola, naturalmente. Era una situazione incredibile a pensarci ora. E tuttavia c’erano molti baschi nel governo franchista.

 Di quali significati aggiunti, di quali dramma aggiunti, si è caricata la guerra civile nei paesi baschi?

     Durò più a lungo nei paesi baschi. E’ apparsa ora una tomba collettiva di 1000 persone fucilate in Andalusia, in Navarra 3000 persone furono fucilate nel primo mese di guerra: ora viene fuori la verità. Nei paesi baschi fino al 1958 non si poteva pubblicare un libro in basco: il dopo-guerra durava ancora. Prendiamo il caso di Guernica- il primo bombardamento su civili nel corso della guerra. Fino a quasi il 1970 non si poteva scrivere che il bombardamento era stato opera dei nazi-fascisti: l’ombra durò di più sui paesi baschi. Perché la guerra civile fu brutale in Andalusia, in Navarra, e non sarebbe giusto dire che fu più tremenda nei paesi baschi. Quello che fu brutto è che non ci poteva essere un’università nei paesi baschi, oltre a quella privata. E’ paradossale che io mi sia laureato all’università di Bilbao e che, però, sui documenti, risulti laureato a Valladolid.


 Dopo la farfalla, un altro personaggio centrale e non umano: il nascondiglio. Mi è parso che il nascondiglio abbia un significato arcano, al di là del luogo in cui si sfugge al nemico…

      Il nascondiglio esiste veramente: nella mia casa c’era un nascondiglio così che risaliva al secolo XIX. Dava l’idea di un paese in guerra. L’ho utilizzato perché mi serviva un posto per nascondere il cappello e tirare fuori la storia dell’americano. E’ un simbolo della storia dei paesi baschi: in passato serviva per nascondere i ragazzi che si sottraevano alla leva forzata durante le guerre carliste; nella guerra civile serviva per nascondere quelli che erano perseguitati; nella mia generazione per nascondere i sequestrati…rappresenta la storia politica e violenta dei paesi baschi.

 Ora una domanda su cui Lei- o meglio, il personaggio-scrittore- ironizza nel romanzo: c’è Lei dietro Joseba, c’è qualcosa di lei in entrambi i due personaggi?

     Ci sono tante persone dietro tutti i personaggi di questo romanzo: quelli che hanno studiato con me a scuola e poi i miei compagni di università. Ma anche i miei fratelli e la mia famiglia: io sono dietro tutto quello che accade nel romanzo. Non si può arrivare alla verità poetica se non si ha un’esperienza diretta. Io prendo dettagli dalla mia esperienza, penso a mio fratello, al mio editor basco…quello che racconto è tutto esatto, non c’è retorica.


 Senza svelare nomi: perché denuncia l’impresa, il ‘traditore’? perché non approva i metodi terroristici? Perché non crede nelle finalità?

      Il finale del libro, la questione del traditore, è stata occasione di una forte polemica in Spagna. Ma la mia spiegazione del tradimento viene dalla mia esperienza: tradisce per motivi molto realistici, si rende conto che ci sarà presto un’amnistia e che ne godranno quelli che sono in carcere in quel momento. E pensa che, se invece finisce in prigione dopo, ci resterà per almeno vent’anni. Quello del traditore fu un calcolo reale e che ha funzionato. Mio fratello era stato arrestato un anno prima e ne uscì proprio con l’amnistia. Mentre il personaggio che mi ha ispirato il capo entomologo è appena uscito dal carcere uno o due anni fa. Certo che il tradimento ha suscitato una tale reazione nei paesi baschi- perché non c’era nessuna ideologia dietro. Eppure fu una decisione non certo bella ma comprensibile.



martedì 14 marzo 2023

Bernardo Atxaga, “Il figlio del fisarmonicista” ed. 2023

 La casa editrice 21lettere ha ripubblicato un romanzo bellissimo uscito per Einaudi nel 2008 con il titolo "Il libro di mio fratello". 21lettere lo ripropone con il titolo originale e io pubblico la mia recensione già apparsa a suo tempo sul sito del comune di Modena (Stradanove) e l'intervista con lo scrittore durante il Festival di Mantova.                                  


Bernardo Atxaga, “Il figlio del fisarmonicista”

Ed. 21lettere pagg. 448, Euro 20,00

 

    Due amici, due quasi fratelli. David e Joseba. Hanno così tanto in comune, hanno condiviso talmente tante esperienze nella loro vita. Entrambi sono nati e cresciuti nella terra a cui Bernardo Atxaga dà il nome di Obaba, rendendola mitica- e Obaba è una delle minuscole e tormentate aree d’Europa che hanno vita a sé stante nei confini di Stati più grandi. In questo caso i paesi Baschi, tra Spagna e Francia, terra di luce e di ombre, di montagne e pascoli e bestiame.

Libro speculare, libro doppio e con due titoli, - “Il figlio del fisarmonicista” (che è quello che gli ha dato David), e “Il libro di mio fratello” (quello suggerito dalla moglie di David al romanzo completo, che include le revisioni e aggiunte di Joseba)-, il racconto inizia dalla fine, quando Joseba riceve il quaderno scritto in basco da David: lo leggerà in aereo, tornando in Spagna dalla California, dove è andato a trovare l’amico, dove poi lo ha accompagnato nell’ultimo viaggio al cimitero. E’ David l’io narrante nella maggior parte del romanzo, fulcro e filtro di tutte le vicende. E’ lui il figlio del fisarmonicista, suonatore di fisarmonica lui stesso finché questo strumento diventa l’emblema dell’antagonismo con il padre, quando un’amica consegna a David il ‘quaderno del gorilla’ (c’è un gorilla raffigurato sulla copertina, ma che simbolo minaccioso diventa questo animale!) con l’elenco delle persone fucilate dai fascisti a Obaba e David è roso dal dubbio, dalla quasi certezza, di essere figlio di un assassino.


    Perché “Il libro di mio fratello” è un romanzo che ha molti strati e molti livelli di lettura. Se la prima pagina rievoca il primo giorno di scuola, quando la maestra invitò David a suonare, questo è un romanzo di formazione e di crescita, attraverso lo studio, le amicizie (Joseba, ma anche lo stalliere Lubis, anche Martìn, il figlio dell’uomo soprannominato Berlino per le sue simpatie naziste), gli amori (Teresa che lo corteggia senza respiro, Virginia che poi sposa il suo marinaio), i legami famigliari (la madre, ma soprattutto lo zio Juan, il suo vero maestro, da cui David erediterà il ranch in California), la malattia (la scoliosi deformante di uno, la poliomielite dell’altra), la morte (Lubis- si vuol far credere che sia scivolato nel fiume, mentre pescava).


    La formazione avviene anche attraverso la conoscenza e la presa di coscienza: la guerra civile è finita da un quarto di secolo, Guernica è stata bombardata nel 1937, nella stessa famiglia ci sono stati schieramenti opposti. In quale modo è stato coinvolto il padre di David? E allora il romanzo è anche un libro sulla guerra fra fratelli, per addentrarsi poi nelle azioni del movimento separatista, sul dolore dell’espatrio. Sul tradimento- il libro si chiude con tre confessioni, una delle quali ci giunge a sorpresa. Sull’identità culturale e linguistica- bellissima la poesia che apre il romanzo e che parla di una lingua che scompare- così muoiono le parole antiche…
Guernica

     Tra i tanti personaggi del libro ne vogliamo sottolineare ancora due, che sono dei luoghi e che diventano dei simboli: una casa che ha un nome, Iruain, ed è la casa del cuore di David, immersa nella natura e vicina alla natura, rifugio fisico e spirituale, e un nascondiglio dentro questa stessa casa che ha un ruolo centrale nella trama in tre momenti diversi. E vorremmo aggiungere le farfalle che svolazzano nelle pagine del romanzo- vuoi come esempio di parola che scompare (mitxirrika), o di bellezza del luogo, o, infine, come pretesto per un attentato dell’ETA.

La recensione è stata pubblicata sul sito di Stradanove.

A breve seguirà l'intervista con lo scrittore.



     

lunedì 20 febbraio 2023

Alicia Giménez-Bartlett, “La presidente” ed. 2023

                                   Voci da mondi diversi. Penisola iberica

cento sfumature di giallo

Alicia Giménez-Bartlett, “La presidente”

Ed. Sellerio, trad. Maria Nicola, pagg. 407, Euro 16,00

 

   È morta l’ex Presidente della Comunità Valenciana. Vita Castellá è morta in un albergo a Madrid dopo aver bevuto una tazzina di caffè al cianuro. La cameriera che le aveva portato il caffè di notte dice di aver lasciato la tazzina fuori della porta per rispondere ad una chiamata al cellulare e di averglielo poi servito anche se si era raffreddato.

    Vita era stata un personaggio molto controverso. Amava il potere, questo era chiaro. E gestiva questo potere in maniera personale, elargendo privilegi, concedendo favori e appalti. La rete di corruzione aveva finito per imprigionare la città di Valenza, arricchendo una vasta cerchia di persone. Ci sarebbe stato un processo- c’era qualcuno che aveva paura che Vita facesse nomi, che sollevasse il coperchio del vaso di Pandora?

    Il nuovo romanzo di Alicia Giménez-Bartlett inizia subito con un morto- ne seguiranno molti altri. La novità de “La presidente” è che la protagonista non è più l’ispettrice della polizia di Barcellona Petra Delicado che ci aveva anche raccontato la sua vita fittizia nel libro “Autobiografia”. È stata sostituita da ben due ispettrici, due giovani sorelle appena uscite dall’Accademia di Polizia- Berta e Marta Miralles. Sono loro a doversi occupare del caso di Vita Castellá. MA c’è puzza di bruciato nella loro nomina. Due inesperte investigatrici per l’assassinio di un personaggio così importante?


    Il fatto è che ufficialmente è stato dichiarato che Vita è morta d’infarto. Questa è la versione che sia il ministro sia il capo della polizia hanno dato alla stampa. Perché questa menzogna in attesa che il caso (e se è stato infarto non è neppure un caso) venga archiviato? E comunque, dato che un’inchiesta della polizia è inevitabile, la soluzione furba è affidare le indagini a due pivelline. Non conoscono di che cosa sono capaci Berta e Marta…

     Ci sono solo due anni di differenza di età, potrebbero sembrare gemelle ma i loro caratteri sono diversissimi. Berta è reduce da una delusione amorosa, è la più razionale, seria, ligia al dovere. Marta è frizzante, leggera, prende meno seriamente il lavoro anche se poi si mostrerà competente e pronta di riflessi. E comunque hanno fiuto, non si accontentano di scaldare la sedia come il loro superiore si auspicava, non badano a infrangere norme della polizia, mentono sul loro operato ai loro superiori- d’altra parte, questi non mentono a loro?

    C’è un terzo personaggio che affianca le sorelle Miralles nelle indagini ed è l’addetto stampa della ex Presidente, un ometto che- come Berta- soffre per una delusione amorosa (il suo compagno lo ha lasciato) e che si mette a loro disposizione in maniera un poco dilettantesca.


   Dal vaso di Pandora scoperchiato esce di tutto, l’immagine di quella doppia Valencia, la città antica e quella nuovissima intorno al famoso Acquario, ne esce sporcata. E tuttavia non possiamo dire di essere soddisfatti al termine della lettura. Forse ci eravamo affezionati a Petra e non siamo pronti a lasciarci conquistare dalle due sorelle, però ci sembra che si calchi troppo sulle loro caratteristiche, facciamo fatica a prendere sul serio un’investigatrice che, mentre è in servizio, entra a provarsi abiti da Zara e ha un flirt con un possibile testimone. Abbiamo capito che Marta ha un carattere giocoso che serve per differenziarla dalla sorella, ma a volte ci sembra troppo sfacciatamente ‘non poliziesco’.

Le schermaglie verbali che avevano reso famosi il duo Petra-Firmìn sono qui sostituite da quelle delle due sorelle, quasi Marta coprisse il ruolo che era stato del simpatico ‘secondo’ di Petra. E, in aggiunta ai vari elementi che rendono anomalo questo romanzo poliziesco, anche il ruolo ben poco professionale attribuito all’ometto che era stato a servizio della Presidente ci pare poco probabile.




 

 

venerdì 24 giugno 2022

Javier Cercas, “Il castello di Barbablù” ed. 2022

                              Voci da mondi diversi. Penisola iberica

  cento sfumature di giallo

Javier Cercas, “Il castello di Barbablù”

Ed. Guanda, trad. B. Arpaia, pagg. 420, Euro 19,00

 

   Ritorna Melchor Marín, il poliziotto della Terra Alta, in Catalogna, che ora non fa più il poliziotto ma lavora nella biblioteca dove un tempo lavorava la moglie Olga. Ha un passato burrascoso, Melchor Marín, non ha avuto una vita facile e ha sempre tenuto nascosto alla figlia Cosette (deve il suo nome al romanzo preferito di Melchor, “I miserabili”) che la morte di Olga non è stata dovuta ad un incidente. Quando qualcuno dice a Cosette, ormai diciassettenne, che sua madre è stata uccisa come conseguenza del caso di cui suo padre si stava occupando, lei va in crisi. Cosette dovrebbe presentarsi all’esame di ammissione all’università, ma non è più sicura di nulla, neppure di voler studiare, e parte con un’amica per una vacanza a Majorca. L’amica ritorna da sola. Cosette si è fermata sull’isola, ha bisogno di  pensare, fa sapere al padre di non cercarla.

   Non cercarla? Come fa un padre, e per di più un padre che è stato poliziotto e conosce meglio di chiunque altro a quali pericoli una ragazza sola può esporsi, ad aspettare tranquillo che la figlia si faccia viva? È come se Melchor avesse un sesto senso, è il sesto senso di un genitore, perché dopo due giorni Cosette non è più nell’albergo dove alloggiava, anche se la valigia è ancora nella sua stanza.

Pollença

    Il titolo del libro, ripreso dai titoli degli articoli che compariranno sui giornali, si riferisce chiaramente al personaggio della fiaba di Perrault, quel Barbablù che conservava i cadaveri delle mogli in una stanza chiusa a chiave. Il Barbablù del romanzo di Cercas è un finanziere ricco e potente, stimato da tutti per il suo impegno umanitario. È possibile che un uomo così in vista abbia un lato nascosto, un Mr.Hyde dedito a festini per cui si procaccia ragazzine che soddisfino la lussuria sua e dei suoi amici? Forse sì, visto che possiede una villa valutata una cifra da capogiro a Formentera, inaccessibile e blindata? Cosette è finita forse in questa villa?

    Le ricerche iniziali di Melchor, che dimentica che ora è solamente un padre  (quante ragazze scompaiono, anche volutamente, a Majorca?) e non più un poliziotto, si scontrano con l’indifferenza della polizia dell’isola che sembra faccia apposta a procedere con lentezza- sembra una donchisciottesca lotta contro i mulini a vento. Finché Melchor si rende conto che c’è un vero e proprio muro di omertà intorno al magnate. Si apre uno spiraglio, però, quando un messaggio anonimo indirizza Melchor da qualcuno che può dirgli di più.

   Quella che si ingaggia sull’isola è una gigantesca lotta tra il Bene e il Male, dove il Bene diventa la difesa delle donne e il Male si spacca tra un male minore e un Male peggiore che ingloba pedofili e violenza, stupri e sadici delitti, corruzione e connivenza a tutti i livelli. Non ci può essere una fine immediata, pur con feriti e morti dopo una incursione nel castello di Barbablù preparata con la massima precisione e ad alto rischio. La fine si trascinerà nel tempo ma avrà un valore catartico anche per Cosette che riesce a superare il trauma subito (si riesce veramente a superare del tutto una simile esperienza?).


    C’è un grosso impegno sociale ed etico nel romanzo di Javier Cercas. C’è la volontà di smascherare chi detiene il potere dei soldi o degli incarichi pubblici e di denunciare soprusi sessuali e violenze perpetrati nei confronti delle donne, per lo più impuniti o, peggio ancora, attribuiti a comportamenti femminili consenzienti.

   Osserviamo infine due particolarità del libro- il tempo dell’azione che si svolge nel futuro e la ricorrente allusione pirandelliana ai romanzi di Cercas in cui il personaggio è proprio Melchor- è la vita che copia il romanzo o il romanzo che copia la vita? Quale è la realtà?

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