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sabato 21 ottobre 2017

Antonio Soler, “Il sonno del caimano” ed. 2012

                                           Voci da mondi diversi. Penisola iberica
        guerra civile spagnola
         la Storia nel romanzo
         il libro ritrovato

Antonio Soler, “Il sonno del caimano”
Ed. Tropea, trad. Paola Tomasinelli, pagg.  188, Euro 14,50
Titolo originale: El sueño del caimán


     La mia vita è un treno. Sono un uomo che viaggia su un treno e questo treno è la mia vita. Percorro i vagoni del mio passato, retrocedendo, camminando all’indietro mentre il treno procede a tutta velocità verso il futuro. Un treno carico di persone. Mentre avanzo verso l’ultimo vagone riconosco alcune facce. Ogni volta sono più nitide, più definite nella memoria, mentre mi allontano dal presente. Mi guardano quei volti dagli occhi penetranti, e guardano pure il pavimento e fuori dai finestrini appannati dal vapore. Vedono passare indistintamente stazioni notturne dove sanno che non potranno mai scendere.

      Toronto. Hotel Regina, trentaquattro camere. Un portiere a cui mancano pochi mesi per andare in pensione. Si presenta un cliente a chiedere una camera. Dice il suo nome: Luis Bielsa. E il portiere lo riconosce.  Poi pensa che è impossibile che sia lo stesso uomo che gli ha spezzato la vita, quasi quarant’anni prima in Spagna. La carta d’identità riporta il nome per intero: Luis Bielsa Solá. Nato il 1919, residente a Barcellona. Il portiere non ricorda quale fosse il secondo cognome, determinante per identificare uno spagnolo senza errore, del Luis Bielsa responsabile dei nove anni che lui ha passato in un carcere franchista, del Luis Bielsa che, prima ancora di tradire lui e i compagni, lo aveva tradito rubandogli Vera, la donna che amava. Per un attimo pensa di avere un’allucinazione, di avere davanti un morto. No, Luis Bielsa allunga la mano per prendere la chiave magnetica della stanza 208, quella che in genere è riservata a una prostituta ma che il portiere gli dà perché è connessa alla portineria con un microfono nascosto. C’è, su quella mano, la cicatrice che aveva  il Bielsa del 1956? Il portiere non riesce a vedere. Il destino sarebbe proprio strano, se gli offrisse una possibilità di vendetta, o di giustizia, dopo tanto tempo.

    La guerra civile, che dominava il bellissimo romanzo “Il nome che ora dico” di Soler, resta come sfondo della vicenda che lo scrittore ci racconta adesso. Resta nelle imprese passate di cui si gloriava Bielsa, nel monumento alla brigata internazionale che è il motivo per cui Luis Bielsa è venuto in Canada dove si inaugurerà un monumento commemorativo. Ma l’anno cruciale, il 1956 che serve da spartiacque nella vita del protagonista narrante, è il dopo-guerra, quando i comunisti rialzano la testa, sognando la rivoluzione e la fine della dittatura, portando avanti la protesta con rapine e una sorta di lotta armata, programmando di far saltare una polveriera. Era questa l’impresa in cui erano coinvolti l’uomo che adesso fa il portiere, alcuni compagni di lotta e Vera. E Bielsa, il borghese che voleva fare il proletario. Fino all’agguato in una piazza deserta, uno di loro era morto, tutti gli altri arrestati e poi il processo, il carcere, l’esilio in Canada. C’era stato un Giuda tra di loro.

    Nella manciata di tempo che il portiere ha per prendere una decisione- telefonare all’altro compagno scarcerato dopo e arrivato da poco a Toronto? Agire da solo?- rivive tutto il passato. Come parlare di una vita non vissuta, del grigiore di un matrimonio senza amore, di giorni monotoni dietro il bancone della reception? Soler lo fa adottando uno stile tra il poetico e il metaforico in cui la realtà più brutale non è quella del passato lontano ma quella del presente dove un assassino ha colpito e continua a colpire in maniera selvaggia, amputando parti del corpo delle vittime. Il portiere sembra quasi aggirarsi come un sonnambulo lungo i suoi soliti itinerari a Toronto, casa e albergo. E’ come se, ora più che mai, avvertisse l’estraneità del paesaggio che lo circonda, della moglie morta che gli sorride da una fotografia. E’ proprio sua questa vita? Come sarebbe potuta essere altrimenti? “Senza di lui, senza Luis Bielsa, tutto sarebbe stato diverso, migliore.” E tuttavia Vera aveva sostenuto l’innocenza di Bielsa.
Passato e presente, dapprima separati nella narrazione, dapprima ricordo e realtà, si aggrovigliano poi, sono inestricabili l’uno dall’altro, causa ed effetto. Non serve girare intorno alla domanda di chi siano state le vittime e chi i carnefici. Allora l’immagine è quella del sonnecchiante caimano a pelo d’acqua che, nello spazio di un secondo, fa scomparire la preda.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it




mercoledì 18 ottobre 2017

Antonio Soler, "Il nome che ora dico" Intervista 2003

                                            Voci da mondi diversi. Penisola iberica
                                                   guerra civile spagnola



Antonio Soler è nato a Màlaga nel 1956. Giornalista e sceneggiatore televisivo, ha scritto parecchi romanzi di cui in italiano è stato pubblicato "Gli angeli caduti" (il Saggiatore, 2000), vincitore del Premio Herralde de Novela e del Premio Nacional de la Critica. "Il nome che ora dico" ha vinto invece il Premio Primavera de Novela. Abbiamo parlato con lo scrittore, a Milano per la presentazione del suo libro e per un incontro sul tema de "Il giallo nei giorni della guerra" presso l'Università Cattolica, con l'intervento di Bruno Arpaia, Laura Grimaldi e Julio Martinez.

La Spagna sta conoscendo un momento di straordinaria fioritura letteraria dopo un lungo silenzio e mi sembra chiaro che la letteratura sia strettamente connessa alla politica.
      Quando è morto Franco si sperava ci sarebbe stata una valanga di opere maestre che erano state tenute chiuse nei bauli per via della censura. Si diceva che ci sarebbe stato un momento di splendore. Invece fu il contrario, tanto che si arrivò a coniare un modo di dire, "contro Franco vivevamo meglio". Dopo alcuni anni ci fu un interesse interno, in Spagna, verso quello che facevano gli autori spagnoli, sia in letteratura sia nel cinema.
Quando Franco era al potere c'era una specie di complesso per cui si pensava che tutto quello che si faceva in Spagna non aveva interesse. C'era una parola che definiva tutto, "spagnolata". Se si parlava della fine di un film, per esempio, si diceva "non me lo dire neppure, intanto so che è una spagnolata", perché non poteva uscire niente di buono da quel periodo scuro. E' stato una decina di anni più tardi, a partire dal 1985, che c'è stato un cambiamento, un interesse da parte dei lettori e degli spettatori per vedere quello che facevano scrittori e registi. Cambia tutto in Spagna da questo momento. C'è stata una grossa crescita nella letteratura, perchè c'è stata un'evoluzione artistica e anche degli importanti cambiamenti artistici nello stile del romanzo.

 E poi, leggendo il suo libro, riflettevo a come i tempi più dolorosi e travagliati di una nazione siano anche quelli che ispirano le opere più belle.
     Credo che sia stato uno scrittore cubano, Alejo Carpentier, che ha detto che la letteratura nasce dalla sofferenza. Ha ragione. Evidentemente la letteratura nasce sempre da un conflitto. Non si può fare letteratura sentita profondamente sul volo di una farfalla o su un giorno tranquillo. La letteratura deve la sua origine alla storia di un conflitto, un racconto di sofferenza e di passione, e quale maggior conflitto della guerra? La guerra civile è la potenziazione di qualunque guerra, la metafora di qualunque altra guerra

Il suo libro è anche un libro della memoria: mi pare che questi siano gli ultimi anni in cui chi è nato durante o dopo la guerra può raccogliere i ricordi di chi ha vissuto la guerra. Come è nato il suo libro?
     La mia famiglia visse la guerra in modo intenso. Mio padre, di cui racconto in parte la storia nel libro, fu soldato repubblicano in Madrid assediata. La famiglia di mia madre dovette abbandonare la città per evitare la perdita di alcuni di loro a causa della militanza politica. Durante la mia infanzia, a differenza di altri bambini che ascoltano la favola di Cappuccetto Rosso, io ascoltavo dalla nonna le storie della guerra, in modo che si formò una specie di mitologia nella mia testa, una mitologia piena di storie, a volte drammatiche, a volte tenere e divertenti. Tutti quelli della mia generazione in Spagna sono cresciuti con l'ombra di una guerra di cui non capivano bene le ragioni.



Mi ha colpito la frase di Sintora che dicendo "ho perduto la mia patria" identifica la patria con la donna che ama. E mi ha colpito leggere la stessa frase in un romanzo irlandese ambientato durante la guerra di insurrezione. E' difficile immaginarsi un ragazzo di oggi dire una frase simile.
      Ah, certamente. Quando c'era Franco ci fu un tale abuso della parola "patria" che assunse un significato peggiorativo. Chi diceva "patria" era di destra, e se no era qualcuno che negava i suoi. Con questa frase il protagonista Sintora dice anche, "non mi ingannerete, so qual è la mia vera radice, qual è il vero senso della mia vita". E' stato anche un omaggio all'amore o alla donna che può essere il sentimento definitivo nella vita di un uomo.

 Anche nel suo precedente romanzo, "Gli angeli caduti", lei parla del mondo degli artisti, cantanti e ballerine in quello, nani, maghi, fachiri in questo. E il nome di Arturo Reyes ritorna in entrambi.
    
In tutti i miei libri ho sviluppato un universo che ha una logica interna, una concordanza, in modo che ci sono dei personaggi che appaiono in tutti i miei libri. Non è niente di nuovo, lo ha fatto anche Balzac, o Faulkner. I miei libri contengono storie indipendenti, ma si possono leggere come una continuità. Questa gente, il mondo degli artisti, sono persone che non si identificano con il mondo che li circonda, vivono in una marginalità e tendono a unirsi tra di loro, come i diseredati della terra che trovano rifugio tra la gente che è come loro.

 Entrambi i suoi romanzi non sono "per voce sola", piuttosto romanzi corali.
    Mi interessano i romanzi in cui il protagonista non è solo una persona. E' un modo di riflettere la vita: la vita è piena di personaggi secondari, anche se ognuno pensa di essere il protagonista assoluto del mondo. E a me i personaggi secondari interessano quanto i protagonisti. Quando lavoro su un personaggio secondario lo faccio con la stessa intensità con cui lavoro sul personaggio principale, tanto  che spesso penso che potrei scrivere un romanzo su uno dei personaggi secondari. Penso che lavorare a fondo sui personaggi minori contribuisca a dare maggiore prospettiva e profondità al romanzo. Mi pare che tutto sembri più vero.

Gli anni della guerra vengono chiamati gli "anni del furore", e viene in mente il verso di Shakespeare. Che significato hanno avuto gli anni della furia e del furore?
    In Spagna gli anni del furore ebbero un doppio significato perché la guerra fu la fine di un sogno, il sogno della repubblica. Dobbiamo considerare che la democrazia in Spagna è durata 5 anni: quando iniziò la repubblica, nel 1931, fu anche l'inizio di un sogno e la guerra civile fu la fine sanguinante di questo sogno, l'inizio di un tunnel che è durato 40 anni. La furia della guerra spagnola è smisurata, perché, ad esempio, l'ultima guerra in Italia è finita, sì, con grande sofferenza, ma poi è iniziata un'epoca di speranza. In Spagna, invece, la fine della guerra è stata l'inizio della dittatura, di oscurità, della censura, della mancanza di libertà, tutto molto più doloroso. In definitiva fu la fine di un sogno.   


Antonio Soler, "Il nome che ora dico"    


Ed. Tropea, pagg.222, Euro 14,00

martedì 17 ottobre 2017

Antonio Soler, "Il nome che ora dico" ed. 2003

                                       Voci da mondi diversi. Penisola iberica
       guerra civile spagnola
        il libro ritrovato

Antonio  Soler, "Il nome che ora dico"
 Ed. Tropea, pagg.222, Euro 14,00


    Chi è il vero protagonista del romanzo dello scrittore spagnolo Antonio Soler? Il ragazzo Gustavo Sintora che ha perso la famiglia in un bombardamento durante la guerra civile spagnola? O Serena Vergara, la donna di cui lui si innamora, quella con gli occhi di tramonto per cui scrive gli appunti in quaderni che ne manterranno viva la memoria? O la Spagna stessa, rappresentata dal caporale Solé Vera e dai suoi uomini, un distaccamento speciale che scorta un gruppo di maghi, nani, fachiri e toreri che danno spettacoli nei villaggi, o le migliaia di morti di questa guerra fratricida? O Madrid assediata, una "tomba che non voleva saperne di essere una tomba", una città come una nave senza capitano e senza rotta? Romanzo di una formazione che passa attraverso le vie più dolorose dell'amore e della morte e romanzo corale in cui ogni voce ha il suo timbro unico e indimenticabile.
Romanzo d'amore, della storia di Gustavo Sintora, il ragazzo dalla faccia di bambino con gli occhi sognanti perché miope, e una donna sposata che ha 15 anni più di lui. Romanzo di una nazione divisa di cui si racconta la storia al seguito di questo strano distaccamento guidato dal caporale Solé Vera con il giubbotto di cuoio, con Enrique Montoyo che parla con la s e che sogna di andare in "Franscia" e sposare una ragazza con gli occhi "assurri", il meccanico Doblas che ha una faccia da camion, e il gitano Ansaura che percorre tutta la guerra ripetendo il nome della moglie, una litania, una preghiera, tanto che anche lei, Amalia Monedero che non appare mai nel libro, diventa un personaggio. E poi Corrons, il marito di Serena con la faccia da morto, il fachiro triste torturato dai fascisti che gli cuciranno la bocca con il filo spinato, il mago Ramirez e il Tessile che salta per aria su una bomba. 
Quella sera Gustavo Sintora scrive sul suo quaderno che è terminata la sua gioventù ed è diventato un uomo. E poi il tempo in cui il Tessile era ancora vivo diventa il tempo in cui un futuro era ancora possibile, perchè dopo la sua morte ci sarebbe stata la carneficina dell'Ebro, quando anche chi è rimasto vivo è ormai un cadavere a cui batte il cuore, un fantasma con dei ricordi. Tutto finito, speranza, ideali.
     Muore Montoya, muore il gitano fucilato mentre compie lo sforzo titanico di tornare a piedi verso Barcellona con una macchina da cucire sulle spalle, il regalo per la sua Amalia Monedero. E sarebbero tutti dimenticati, come milioni di uomini che vissero "gli anni del furore", se non fosse per i quaderni di appunti di Gustavo Sintora affidati al figlio di Solé Vera, seconda voce narrante del romanzo. Si intrecciano e si alternano le due narrazioni, sognante e quasi incredula quella di Gustavo Sintora che vive gli avvenimenti di cui scrive, filtrata attraverso i racconti del padre quella in terza persona del figlio di Solé. Eppure perfettamente armonizzate e sincroniche, in quel riprendere il racconto dell'uno dove questo si interrompe. Lirico e realista, buffo e drammatico, tenero e crudele, uno splendido romanzo.

la recensione e l'intervista che segue sono state pubblicate su www.stradanove.net





sabato 13 maggio 2017

Antonio Steffenoni, "Paloma è tornata" Intervista 2003

                                             Casa Nostra. Qui Italia
                                             guerra civile spagnola
                                             il libro ritrovato


   Non è perché Paloma è tornata che Antonio Sagarra Campos scende di nuovo nell'arena dopo 11 anni di assenza. Perchè non è un romanzo d'amore il libro di Antonio Steffenoni, "Paloma è tornata". C'è anche l'amore, ma c'è soprattutto la consapevolezza di una dignità personale per la quale vale la pena di morire. Quando Antonio Sagarra Campos aveva chiuso ingloriosamente la sua carriera, tutti avevano pensato che l'amore per una donna lo avesse rovinato. Che fosse l'infelicità la causa del suo declino. Ed era vero che l'amore lo aveva rovinato, ma perché lo aveva reso vulnerabile e si era macchiato di una colpa che lui, soprannominato "il Rosso" non solo per il bagliore dei suoi capelli al sole, non aveva mai potuto perdonarsi. A una settimana dalle prime elezioni democratiche della Spagna post-Franco, Paloma è tornata con suo marito, noto sostenitore del regime franchista, pronto a collaborare adesso con il nuovo governo. E l'ultima corrida di Antonio Sagarra Campos è orchestrata per mostrarlo di nuovo in tutto il suo splendore, come quando era l'idolo delle folle e nessuno sapeva che quel corteggiare la morte era anche una sfida continua al regime. Un'ultima corrida per riprendere in mano la sua vita, per non rendere inutili tante morti, per comunicare il messaggio di un'ultima protesta. Stilos ha parlato con Antonio Steffenoni di corride, di toreri, della Spagna e del suo libro.

INTERVISTA AD ANTONIO STEFFENONI

Lei è spagnolo per parte di madre e un immaginario lettore le dà subito il diritto di parlare di corride. Il grande Hemingway ha scritto molto sulle corride: gli spagnoli gli concedono questo diritto?

    Gli spagnoli apprezzano moltissimo Hemingway, gli perdonano tutto per due motivi: perché ha amato veramente la Spagna e lo ha dimostrato. Hemingway era in Spagna negli anni '20 e poi negli anni '30, durante la guerra civile, rischiando la vita perché era a Madrid sotto le bombe. Ha portato denaro in Spagna, ha scritto il testo di un documentario sulla guerra civile spagnola, diffuso a New York e in tutta l'America mentre la guerra era in atto per chiedere finanziamenti , e poi ha fatto il suo ultimo viaggio da sano in Spagna, nel 1959, per festeggiare il suo sessantesimo compleanno in un paese che lui amava moltissimo. Il secondo motivo è che Hemingway era straordinariamente competente, ha scritto di corride avendone grande competenza. E' una competenza che anche io penso di avere, perché ho incominciato ad andare a vedere le prime corride con mio zio quando avevo 7 anni, ne ho viste tante, credo le migliori, ai tempi in cui le corride erano ancora "serie".
  
Mi ha affascinato il tema della corrida e il modo in cui lei ne parla. E' più che mai chiaro che ci sono due modi di vedere la corrida.
    Fatta la premessa che la corrida è veramente uno spettacolo atroce e barbarico e crudele, se ne può parlare ugualmente, tenendo a mente, prima di tutto, che cosa è stata la corrida tra gli anni '30  e gli anni '60 in Spagna. Era una delle tre possibili carriere per i poveri. Le altre due possibilità erano farsi prete o entrare nella guardia civile. La corrida era la cruna dell'ago, che poi era la cruna della morte, attraverso cui passare per arrivare al benessere, ad essere qualcuno. La Spagna di cui stiamo parlando era il paese in cui interi villaggi non avevano acqua, non avevano né luce né fogne. Forse non si sa che durante la guerra civile le corride sono state sospese perché i tori erano troppo magri, perché non c'era di che nutrirli. Bisogna sempre ricordare che cosa era questo spettacolo che ha origini leggendarie, pare che il primo torero sia stato El Cid Campeador. E' una di quelle pratiche che ha a che fare con la natura un po' sbruffona, un po' tragica e sadica degli spagnoli. Io ho iniziato ad andare alla corrida a 7 anni insieme ad uno zio spagnolo supercompetente e ho goduto delle grandi corride con la sensibilità di un ragazzo di 7 anni, quindi in adorazione dell'eroe, in anni in cui non c'era la sensibilità animalista di oggi. Sono tornato a vedere una corrida lo scorso anno ed effettivamente adesso è inguardabile, perché adesso l'attenzione va alla povera bestia torturata. Quando ero piccolo il toro era un mostro terribile che attaccava con furore una specie di sacerdote della bellezza e del coraggio. La corrida è uno spettacolo cruento che riesce a mettere insieme la crudeltà e una bellezza straordinaria. Poi è arrivata la televisione, sono arrivati i turisti e la corrida è diventata semplice spettacolo.


E mi è sembrato che la corrida, nel suo libro, possa essere una metafora per la lotta al franchismo.
    In questo libro c'è un personaggio che, in qualche modo, rappresenta la corrida come una lotta dignitosa, in cui tu ti metti in gioco e sei pronto a morire. Con un toro ci puoi lasciare la pelle, o puoi fare una figura da vigliacco davanti a un pubblico che ha pagato per vederti coraggioso. Il personaggio del mio libro vuol dire che la vita ha un senso se la si vive con dignità e coraggio. Quando si vive in un paese abbrutito dalla crudeltà della tirannia, come lo è stato la Spagna per quasi 40 anni, fare una scelta di antifranchismo è stata una scelta di grande coraggio. Non si può dimenticare che il franchismo è stato molto più crudele del fascismo, solo dopo la fine della guerra sono state giustiziate quasi mezzo milione di persone. In questo momento estremo questo personaggio vuole mostrare a se stesso e agli altri che una vita senza coraggio non vale la pena di essere vissuta. Lui sa che in un momento della sua vita ha mancato di dignità e si impone di pagare un prezzo.

 Antonio ci piace perché è un eroe. Che cosa rappresenta il torero nell'immaginario popolare? e che cosa rappresentano i trajes de luces?

    Per i poveri il torero è il sogno del riscatto, l'eroe con cui ti identifichi e attraverso il quale ti innalzi. E' un sogno possibile, un mito raggiungibile. E' il mito estremo del coraggio, non un coraggio bruto, ma il coraggio di chi sottomette la sua paura ad una tecnica sopraffina. Il torero ha dei passi da fare con precisione, ordine, competenza. Quello del torero è il coraggio competente. E' una figura che in parte fa sognare e in parte è educativa, educa ad imparare un'arte. E il traje de luces è l'aspetto tra il folkloristico, spettacolare e religioso che c'è nella corrida. Infatti non si dice che il torero "indossa" il traje de luces, ma c'è la "vestizione" del torero. E' come i paramenti del sacerdote, per officiare una funzione religiosa che ha a che fare con la vita e con la morte.

Nel libro vengono nominati molti toreri famosi, chi aveva in mente per Antonio Sagarra Campos?
    Non mi sono ispirato a nessuno in particolare; però, forse, questo torero è la fusione di due grandi, Antonio Ordoñez, un torero di straordinario coraggio, eleganza, compostezza, e Miguel Baez, che era un pazzo, voleva far vedere che sfidava la morte con mosse plateali.


Che cosa ne pensa delle donne torero?   
Non ne ho mai vista una, ma la corrida non è una pratica di forza, perciò non c'è niente che impedisca ad una donna di fare il torero. Anche la stoccata finale, se è giustamente calibrata, non richiede una forza particolare. E siccome la corrida è uno spettacolo di grazia e bellezza straordinarie, penso che una donna torero possa aggiungere molto al fascino di questo spettacolo.

Antonio Steffenoni, "Paloma è tornata"
Ed. Tropea, pagg.253, Euro 14,00

l'intervista è stata pubblicata sulla rivista Stilos



Antonio Steffenoni, "Paloma è tornata" ed. 2003

                                                                   Casa Nostra. Qui Italia
          guerra civile spagnola
           il libro ritrovato


Antonio Steffenoni, "Paloma è tornata"
 Ed. Tropea, pagg.249, Euro 14,00

     Quante cose si possono voler dire in tre parole, "Paloma è tornata". Un nome di donna, un verbo che implica un'attesa e una sorpresa. E l'attesa può essere stata vissuta con ansia e desiderio, o con timore. Paloma può essere tornata perché i casi della vita l'hanno fatta tornare, per riprendere le fila del passato, per vendicarsi, chissà. E comunque perché Paloma sia tornata ci viene detto lentamente, ma non è la lentezza la prima qualità di un torero? Non è con la sua lentezza che il torero gioca a placare la furia del toro? Nel raccontare una storia la lentezza giustamente calibrata dà spazio ad altre storie, costruisce il personaggio principale, dà voce ai personaggi secondari. E' Paco, il banderillero di Antonio Sagarra Campos "il Rosso", che racconta, facendosi da parte per lasciar parlare Antonio, l'amico Santiago, il suocero di Antonio, a integrare una storia che riguarda un intero paese e affonda in un passato che, come ama dire Antonio citando i greci, si stende davanti a noi perché è l'unico tempo che possiamo vedere e che conosciamo.
E così il tempo del racconto si sposta di continuo, tra il presente, una sera di giugno 1977 a una settimana dalle prime elezioni del dopo-Franco, nella plaza de toros di Barcellona dove Antonio è tornato a toreare dopo un'assenza di dieci anni, un passato recente in cui la ricomparsa di Paloma assume per Antonio un significato politico più che sentimentale, il tempo più lontano in cui il più acclamato torero di Spagna aveva perso la testa per questa donna affascinante che non aveva mai lasciato il marito, e un lontanissimo 1936, quando Antonio era stato obbligato a guardare i falangisti che violentavano sua madre e ad affrontare il suo primo toro. Era diventato il torero "sole e ombra", scintillante di talento ombreggiato dai suoi ricordi, e aveva usato questo talento come una sfida verso il franchismo che aveva distrutto la sua famiglia, perché lui, grazie alla sua fama, era "intoccabile" e per questo gli venivano affidati i compiti più rischiosi dall'opposizione.
Finchè era iniziata la storia con Paloma, e Antonio era stato sospettato di fare il doppio gioco e obbligato a scegliere. Si era disintegrato, Antonio, aveva chiuso con le corride dopo un'ultima drammatica esibizione in cui era stato incornato. E se adesso decide di tornare a toreare, non è per lei, Paloma, come non era stato a causa sua che aveva smesso. E' per poter fare un'ultima clamorosa denuncia, perché i suoi amici non siano morti invano, perché una nuova Spagna non può iniziare con la collaborazione (ma non era più giusto il termine "collaborazionismo" che si usava in guerra?) con dei criminali franchisti come José Luis Aguilera Fuentes, marito di Paloma. Non è un romanzo d'amore, il libro di Steffenoni. C'è anche l'amore, ma ci sono l'amicizia, gli ideali politici, il valore della dignità personale, la necessità del coraggio, espressi attraverso la metafora della corrida, la lotta contro forze oscure che richiede assoluto controllo di sé e rispetto di regole fisse perché soltanto questo impedisce all'uomo di scendere ad un livello bestiale, in questa e in qualunque guerra.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net






domenica 14 febbraio 2016

Almudena Grandes, “Il ragazzo che leggeva Verne” ed. 2012

                                                        Voci da mondi diversi. Penisola iberica
              la Storia nel romanzo
              guerra civile spagnola
                il libro ritrovato

Almudena Grandes, “Il ragazzo che leggeva Verne”
Ed. Guanda, trad. Roberta Bovaia, pagg. 413, Euro 18,50
Titolo originale: El lector de Julio Verne



Quando Cencerro e Crispín intonarono a gran voce l’Internazionale, il tenente colonnello Marzal bestemmiò. In quel momento si rese conto che, invece di vincere quella battaglia, l’aveva già persa, perché ci sono morti che valgono di più di tante vite messe insieme. E capì che Crispín e Cencerro stavano per morire, si stavano accomiatando, ma che loro non erano riusciti a eliminarli, perché sarebbero nati tanti bambini che si sarebbero chiamati Tomás e avrebbero avuto fratelli battezzati José Crispín, e prima o poi tutti loro avrebbero scoperto la ragione per cui portavano quei nomi.

      Lo chiamano Nino per distinguerlo da suo padre Antonino. Ha nove anni quando incomincia a parlarci del triennio del terrore, 1947-49, a Fuensanta de Martos dove vive con la famiglia. Non in una casa come le altre, ma nella caserma. Abitare nella caserma perché suo padre è una guardia civil è uno dei punti chiave della storia di formazione che Nino ci racconta. Perché non è vero che la guerra civile spagnola è finita nel ‘39: “era una guerra e non sarebbe finita mai”, è il leit motiv del nuovo romanzo di Almudena Grandes, secondo della serie di “Episodi di una guerra interminabile” iniziata con “Inés e l’allegria”. Le mura sono sottili all’interno della caserma, sono paratie erette per far spazio alle famiglie delle guardie, e si sente tutto quello che avviene.
Il peggio avviene di notte- grida, colpi, urla, gemiti. E quando cala il silenzio l’immaginazione proietta nella mente scene terribili. La sorellina minore di Nino si rifugia nel letto del fratello e lui la rassicura come può- le dice che stanno proiettando un film, non sta succedendo niente, no, quella non è la voce della persona che lei pensa, è un attore che sta parlando. Lui, Nino, sa che non è così e incomincia a farsi delle domande. Quando suo padre gli annuncia che gli farà prendere lezioni di dattilografia, perché Nino è piccolo di statura e non sarà di certo ammesso nel corpo delle guardias civiles, Nino è contento perché non ha nessun desiderio di calcare le orme del padre. Forse, senza mai dirlo, anche il padre preferisce che il bambino resti piccolo di statura. Ed è così che Nino sarà autorizzato a recarsi regolarmente al podere delle Bionde dove sono rimaste solo donne- gli uomini, oppositori al regime franchista, o sono passati in Francia o sono morti. Laggiù Nino imparerà a scrivere a macchina con una vedova ‘rossa’ che gli insegnerà anche il francese e gli spalancherà il mondo dei libri. Alla lettura lo aveva già istradato, quasi per caso, Pepe il Portoghese, un giovane che è venuto a vivere sulla montagna dietro Fuensanta con cui Nino ha stretto amicizia. Un uomo alquanto misterioso, questo Pepe il Portoghese, eppure, forse perché è così cordiale, amichevole e servizievole, forse perché è di così bell’aspetto e dall’apparenza innocua, nessuno si fa delle domande su di lui. Anche perché l’attenzione di tutto il paese- guardias civiles e abitanti- è puntata sul mitico guerrigliero Cencerro.
Tomás Villén Roldán

      Se Nino è il protagonista bambino, la voce narrante che ci racconta dal punto di vista di un’innocenza violata i colpi di mano dei partigiani, le rappresaglie delle guardie, gli arresti, le fucilazioni nella schiena secondo ‘la legge della fuga’, Cencerro è l’eroe assoluto del romanzo. Uno di quegli eroi da romanzo epico che cessano di essere uomini in carne e ossa e diventano leggende. Perché il primo Cencerro si chiamava in realtà Tomás Villén Roldán e si era suicidato il 17 luglio 1947 per non cadere nelle mani di chi gli stava dando la caccia.
Ma Cencerro non poteva morire: viveva in quella stupida canzonetta “La mucca da latte” che era proibito cantare nella Sierra del Sud perché un verso diceva che alla mucca si era legato al collo un cencerro, un campanaccio, e le voci si alzavano trionfanti a quella parola; viveva in chi aveva preso in mano le redini della guerriglia assaltando l’auto che trasportava il sindaco con una borsa piena di soldi e lasciando poi una banconota firmata ‘Cencerro’ alla taverna del paese. Quando Pepe invita Nino a pensare su ‘come’ e ‘chi’ voglia diventare, in pratica la scelta è tra suo padre e Cencerro. Anche se Pepe (gran bel personaggio) riesce a far capire a Nino come suo padre non debba essere disprezzato, come ci possano essere dei casi in cui si è obbligati a scegliere tra due mali. E la scelta potrà tormentarci per tutta la vita. Ecco perché il mondo si capovolge quando Nino vede piangere suo padre.
     Con questo secondo romanzo- più svelto e compatto di “Inés e l’allegria”- si delinea più chiaramente il progetto di Almudena Grandes: disegnare un quadro con la tecnica delle tessere del mosaico, o del puzzle. Lo sfondo è il passato, non la Storia grande dei manuali, ma quella altrettanto grande fatta di persone vere (Nino ha un nome, esiste veramente, si chiama Cristino Pérez Meléndez), di piccole e grandi imprese, di sentimenti che solo ora possono essere rivelati. Prima che sia troppo tardi, che nessuno li raccolga, che cadano nell’oblio.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


    



sabato 13 febbraio 2016

Almudena Grandes, “Inés e l’allegria” ed. 2011

                                                     Voci da mondi diversi. Penisola iberica
                la Storia nel romanzo
                guerra civile spagnola
                il libro ritrovato


Almudena Grandes, “Inés e l’allegria”
Ed. Guanda, trad. Roberta Bovaia, pagg. 741, Euro 20,00
Titolo originale: Inés y la alegría

“Non so dirti perché, ma non mi piace.”
    Perché l’aria non aveva il profumo, la consistenza che avrebbe dovuto avere. Perché gli abitanti del paese non erano usciti di casa per accoglierci. Perché tutte le porte, tutte le finestre erano chiuse, e nessun bambino, nessuna donna era scesa a curiosare in strada. Perché fiutavo la loro paura attraverso il buco della serratura. Perché nessuno mi aveva abbracciato, nessuno mi aveva sorriso, nessuno aveva alzato il pugno o aveva applaudito da quando eravamo arrivati lì.

     Una protagonista narratrice femminile, Inés. Un protagonista narratore maschile, il capitano Galán. Un terzo narratore ‘neutro’, la scrittrice stessa che inserisce i capitoli con i ragguagli storici, spiegando e riempiendo le lacune delle altre due narrative. Il tempo e il luogo dell’azione: una settimana alla fine di ottobre del 1944 in un luogo sui Pirenei, con un epilogo molto più tardi, dopo la morte del Caudillo Franco.
     Con “Inés e l’allegria” Almudena Grandes ci ha dato un altro romanzo- dopo “Cuore di ghiaccio”- di vasto respiro. Un altro romanzo che non si limita a raccontarci una storia, ma che intende esplorare la Storia, gli anni sofferti della guerra civile, della dittatura, della paura e del silenzio.

Tra il 19 e il 27 ottobre 1944 l’esercito dell’Unione nazionale spagnola varcò la frontiera francese per invadere la valle d’Aran. Quello che i capi pensavano: era chiaro che ormai Hitler avrebbe perso la guerra, Franco restava senza sostegno, gli alleati avrebbero aiutato i repubblicani, il popolo spagnolo li avrebbe accolti con esultanza come liberatori. Quello che accadde: non arrivarono i rinforzi promessi agli uomini che avevano occupato la valle, o per una fuoriuscita di notizie o per tradimento l’effetto sorpresa venne a mancare, e quanto al sollevamento popolare…cinque anni di carceri franchiste avevano spento qualunque fantasia di libertà.

     Ci sono personaggi veri (la Pasionaria Dolores Ibárruri, Jesús Monzón, Carmen de Pedro e altri) e personaggi fittizi che potrebbero essere veri- i compagni d’arme di Galán, tutti rigorosamente con il nome di battaglia, e la famiglia fascista di Inés, nonché le altre donne che circondano Inés. Il Bocas che parla troppo (morirà, il Bocas, e ci saranno tanti Miguelitos a ricordarlo, perché i suoi compagni daranno il suo nome ai figli), lo Zurdo dal dolce accento delle Canarie (come Galán, anche lui incontra l’amore nella settimana sui monti), Comprendes che finisce ogni frase con la domanda, comprendes?, Montse che impara a cucinare da Inés e Virtudes che viene fucilata. E soprattutto Galán e Inés, i due protagonisti, due voci diversissime, tanto quanto la storia che hanno alle spalle. Il fratello di Inés è il delegato della Falange spagnola di Lérida, durante la guerra lei aveva allestito un ufficio del Soccorso rosso  internazionale nella grande casa di famiglia (se i suoi lo avessero saputo!), era stata tradita, rinchiusa nello spaventoso carcere di Ventas, liberata grazie al fratello che però l’aveva spedita in convento…audacia, sprezzo delle convenzioni, libertà interiore e, sì, allegria, nonostante tutto. Se fosse soltanto una storia di sesso, la storia di Inés e Galán sarebbe forse più realista ma ci appassionerebbe di meno. Invece è una storia d’amore, destinata a durare tutta la vita, nonostante le insinuazioni iniziali che Inés possa essere un’infiltrata della Falange. Quando è Inés a parlare, prevale il lato femminile della vicenda: è la prima volta che leggiamo ricette di cucina intrecciate ad amore e guerra. Quando la parola passa a Galàn, ci vengono in mente i versi di Byron in cui diceva che per una donna l’amore è tutto, per un uomo è solo una parte della vita. Perché il bel capitano, per quanto innamorato, ha altre priorità, adesso e anche dopo, quando entrambi trovano rifugio a Tolosa, la città francese prediletta dagli spagnoli in esilio.
donne repubblicane nel carcere di Ventas
Eppure, potevano fidarsi di lei, apparsa in groppa a un cavallo e con un cesto pieno di ciambelle, gli uomini che erano entrati in Spagna sognando di liberarla? C’è tutto il carattere di Inès in questa apparizione che fa innamorare Galán:

     Una frase fa da leit motiv nel romanzo di Almudena Grandes: La Storia immortale crea strani effetti quando s’intreccia con l’amore dei corpi immortali. E’ questa frase che spiega l’alchimia del romanzo, in equilibrio tra durezza e sentimento, azioni di guerra e fornelli in cucina, cameratismo maschile e passione d’amore, speranze ardenti e delusioni cocenti. La scrittrice ci annuncia che questo è il primo “di sei romanzi indipendenti, accomunati dallo stesso spirito e da un titolo: ‘Episodi di una guerra interminabile’.” E’ un progetto grandioso. Suggeriremmo però di alleggerire i prossimi romanzi di un paio di centinaia di pagine. 

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