martedì 30 dicembre 2014

Emma Healey, “Elizabeth è scomparsa” ed. 2014

                                             Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

                                                                FRESCO DI LETTURA

Emma Healey, “Elizabeth è scomparsa”
Ed. Mondadori, trad. Manuela Faimali, pagg. 285, Euro 17,00
Titolo originale: Elizabeth is Missing


      Nevicava. Una giornata perfetta, neve a dicembre, per immergersi nella lettura. Ho preso in mano “Elizabeth è scomparsa” e ho incominciato a leggere. Non mi sono accorta che aveva smesso di nevicare. Di certo, ad un certo punto, devo essermi interrotta per mangiare. Non mi sono accorta di aver acceso la luce. Quando ho finito il libro era ora di spegnere la luce e mettersi a dormire. Con la mente che seguiva il personaggio di Maud, di sua figlia Helen, della nipote Katy. E no, “Elizabeth è scomparsa” non è un giallo che fa girare le pagine febbrilmente per paura o per curiosità, anche se c’è un pizzico di mistero su dove possa mai essere finita Elizabeth, l’amica di Maud. E’ un romanzo scritto da una ventottenne inglese che dimostra una maturità incredibile nel trattare l’argomento e un’altrettanto incredibile bravura stilistica.
    La parola ‘Alzheimer’ non viene mai detta, ma la smemoratezza di Maud supera il limite della casualità. Maud deve avere più o meno ottant’anni, vive da sola, accudita e sorvegliata dal personale di assistenza che si avvicenda intorno a lei (e che lei spesso non riconosce) e dalla figlia Helen che- dobbiamo dirlo- ha un’infinita pazienza. Maud, o qualcun altro per lei, scrive dei memoranda su foglietti che spuntano dalle sue tasche, dalla borsa, dai cassetti, vecchi, nuovi, molto spesso uguali ad altri già scritti, come quello che raccomanda di non comprare altre pesche sciroppate (e Maud va al negozio e compra altre pesche sciroppate),
di non cucinare nulla, non ne ha bisogno, è tutto pronto (ma come, non può farsi un uovo? e poi lascia il gas acceso), di non mangiare più pane tostato (Maud risolve mangiando il pane senza farlo tostare, non ricorda proprio se ha già mangiato o no). Soprattutto abbondano i foglietti con scritto ‘Elizabeth è scomparsa’, la preoccupazione principale di Maud che è entrata di soppiatto in casa dell’amica per verificare- non c’è proprio, il frigorifero è vuoto. Maud non si fida di quello che dice il figlio di Elizabeth a cui lei telefona alle tre del mattino (non ha idea dell’ora, naturalmente), che sua madre sta bene.
    E’ Maud che racconta in prima persona e, ad un certo punto, il passato si sovrappone al presente nella sua mente, la confusione smemorata in cui sono immerse le sue giornate diventa confusione temporale, il passato è più vivido del presente, i ricordi di Maud sono nitidi e precisi. Non è solo la tendenza naturale degli anziani a rivivere la giovinezza, è il rovello di Maud, la scomparsa di Elizabeth, che la fa ritornare a pensare a quando- la guerra era finita da poco- sua sorella Sukey era scomparsa. La storia di quegli anni, il pensionante che alloggiava da loro e che forse era innamorato di Sukey, il razionamento dei viveri, le macerie dei bombardamenti, il matrimonio di Sukey con un uomo ambiguo e trafficone che faceva soldi con il mercato nero, la scomparsa di Sukey e il dolore dei genitori, acquista sempre più spazio nella narrativa di Maud. Le indagini fatte allora per ritrovare Sukey si mescolano alla sua ricerca di Elizabeth, mentre, tra il riso e il pianto, la figlia Helen va a prenderla nella stazione di polizia ogni volta che Maud si perde per strada, oppure nella casa che Maud continua a pensare sia sua, scordandosi che è stata venduta e ci abitano altre persone, rispondendo alle domande sempre uguali della madre, anche se sa che gliele rifarà nel giro di pochi minuti. Domande su Elizabeth, ma anche un’altra domanda fissa a cui Helen, curatrice di giardini, non fa caso perché le pare assurda, ‘qual è il terreno migliore per coltivare gli zucchini?’. E invece non è poi tanto assurda…

    Il libro- bellissimo- di Emma Healey è un libro sulla scomparsa. Non sono soltanto Elizabeth e Sukey ad essere scomparse, è Maud stessa che è scomparsa a se stessa. Che cosa è rimasto di Maud, la Maud che indossava gli abiti della sorella, la Maud sposa e madre che ora, ogni tanto, non riconosce neppure sua figlia? Scomparsa quanto Sukey, più scomparsa di Elizabeth. Possiamo sentire il nostro cuore farsi pesante, leggendo “Elizabeth è scomparsa”. Potremmo avere un rifiuto nel leggere di quello che potrebbe essere il nostro destino oppure nel riconoscere il comportamento di qualcuno che amiamo e di cui vediamo la mente sgretolarsi. Eppure, nelle pagine di Emma Healey, c’è un calore, un’empatia, un’aria di divertita rassegnazione, un’accettazione di quello che la vita ha in serbo per noi, che rendono il libro straordinario e, in una maniera strana, consolante.

Un libro che lascia il segno. Da non perdere.


domenica 28 dicembre 2014

Leif GW Persson, “In caduta libera come in un sogno” ed.2008

                                                                  vento del Nord
                                                                 cento sfumature di giallo
     il libro ritrovato


Leif GW Persson, “In caduta libera come in un sogno”
Ed. Marsilio, trad. Giorgio Puleo, pagg. 550, Euro
Titolo originale: Faller fritt som i en dröm



    “Quando ti trovi di fronte a una verità importante...puoi avere un effetto più devastante di quando scopri una grande menzogna. La verità ti colpisce molto di più di una menzogna. E quando la vedi davanti a te puoi andare in caduta libera come in un sogno. Come in uno di quei sogni orribili.”

   E’ il tentativo romanzesco della ricerca della verità il cuore di tenebra di “In caduta libera come in un sogno”, il libro del criminologo svedese Leif Persson che conclude la trilogia iniziata con “Tra la nostalgia dell’estate e il gelo dell’inverno”- una serie che è stata paragonata alla trilogia di Ellroy e ai libri inchiesta di Norman Mailer, un quadro molto noir dell’algida Svezia paradiso dello Stato Sociale.
E la conclusione non poteva essere altro che un’indagine esaustiva e particolareggiata del caso irrisolto più famoso d’Europa: l’omicidio del Primo Ministro Olof Palme, alle ventitre e venti di venerdì 28 febbraio 1986. Ucciso con un colpo di revolver alle spalle, nel centro di Stoccolma, mentre tornava con la moglie dal cinema.
Olof Palme
Ventun anni, cinque mesi e quattordici giorni dopo quel giorno di cui tutti ricordano lo shock della notizia, il capo della polizia nazionale Lars Martin Johansson, “l’uomo che vede dietro gli angoli” che già abbiamo conosciuto nei romanzi precedenti e ormai prossimo alla pensione, decide di riaprire le indagini, invitando i suoi collaboratori a riguardare con occhi nuovi tutta la documentazione (immensa, gli scatoloni ripieni di scartoffie occupano lo spazio equivalente a sei stanze). Come se fosse facile, in un caso che è già stato discusso e analizzato nei minimi particolari. Quando molte delle persone coinvolte, testimoni, informatori, possibili sospetti, sono ormai decedute. Alcuni anche in maniera piuttosto sospetta, a dire il vero. Ma almeno due dei commissari del cosiddetto “gruppo Palme”- la dirigente di polizia Anna Holt e la ‘piccola’ Lisa Mattei- erano veramente giovani all’epoca dei fatti e saranno loro gli ‘occhi freschi’ più adatti a riesaminare il caso.
     “In caduta libera come in un sogno” è una detective story singolare, prima di tutto perché riguarda un assassinio politico che è veramente accaduto, e poi per lo svolgersi stesso della trama, in quella maniera lenta, approfondita ed esaustiva che è la cifra dello stile di Leif Persson, come abbiamo osservato anche nel romanzo dal titolo altamente indicativo “Anatomia di un’indagine”. I movimenti del Primo Ministro nella sera fatale (l’aver congedato la scorta che era solito avere, la decisione di andare al cinema- chi era informato? in teoria lo aveva deciso all’ultimo momento, in pratica però…) vengono detti, ripetuti e analizzati; i passi dell’assassino vengono seguiti secondo tutte le possibili varianti indicate dai diversi testimoni (c’è persino una piccola mappa ad inizio libro); le differenti piste sono sviscerate da capo (c’era stato un povero diavolo che era stato subito incriminato, perché ci deve sempre essere un capro espiatorio da dare in pasto ai cittadini che esigono giustizia, un tal Christer Pettersson, il Lee Oswald della situazione; c’era stata addirittura una pista curda, perché è molto confortante pensare che l’assassino sia uno straniero…). Finché si arriva alla pista della polizia- perché mai era stata accantonata? Perché informazioni di chi aveva riconosciuto un ex poliziotto erano state insabbiate? Incartamenti registrati e scomparsi, un revolver che risulta falsamente rottamato, una traccia che porta in Spagna…

     La teoria che Leif Persson sviluppa nel suo romanzo potrebbe essere vera, o almeno potrebbe avvicinarsi alla verità, una verità così traumatizzante da dare l’impressione del sogno di quando improvvisamente cadi a capofitto in un buio che non finisce mai, così terribile che quando finalmente ti svegli hai la sensazione che il tuo petto stia per scoppiare. Perché non c’è niente a cui aggrapparsi nella voragine che si è spalancata davanti. Perché vengono meno tutte le certezze che tengono insieme una società civile  e democratica. Perché anche i migliori- come lo stimatissimo Lars Johansson- appaiono corruttibili dalla prossimità del Potere. Salvando solo un pezzo della sua anima, “Darò le dimissioni. Li ho già informati. Non ne posso più di quel lavoro. Non avrei mai creduto che potesse succedere, ma è così.”

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


Leif Persson, "In caduta libera come in un sogno" Intervista del 2008

                                                                cento sfumature di giallo
                                                                 vento del Nord



INTERVISTA A LEIF PERSSON, autore di “In caduta libera come in un sogno”


Fa caldo nella Mantova dei primi di settembre dove incontriamo Leif Persson che è stato invitato al Festival della Letteratura, insieme ad altri grandi ‘giallisti’ del Nord. Lui sbuffa, soffre il caldo- gli facciamo notare che, di recente, proprio in alcuni romanzi polizieschi svedesi e norvegesi, abbiamo letto di crimini che venivano commessi in un clima molto caldo e quindi non deve essere una novità per lui. Non risponde, ma lascia intendere che il caldo di Svezia e Norvegia è un’altra cosa. Iniziamo allora a parlare con lui del suo ultimo romanzo sul caso del Primo Ministro assassinato nel 1986.

Quando ho letto il suo primo romanzo, “Tra la nostalgia dell’estate e il gelo dell’inverno”, non avevo la minima idea che sarebbe stato il primo di una trilogia, “La caduta dello Stato Sociale”: aveva in mente l’intero schema, quando ha scritto il primo romanzo? Sapeva che avrebbe terminato con il caso Olof Palme?

     Sì, avevo un’idea dettagliata del piano dell’opera, perché avevo fatto una sinossi, avevo abbozzato le tre parti. Doveva venirne fuori una trilogia che potesse essere letta anche separatamente, avrei costruito delle storie diverse ma con lo stesso tema: il culmine sarebbe stato l’assassinio di Olof Palme e il periodo in cui visse- gli anni ‘60 e ‘70 erano fondamentali nella storia svedese. Quando, nel 1986, Palme fu assassinato, fu la crisi dello Stato Sociale- dopo ci furono dei governi conservatori-liberali. Se sei dell’idea che la solidarietà sia importante, ti mette tristezza vedere oggi la gente che dorme per strada. La Svezia ha imboccato la strada materialista, quella della soddisfazione individuale, del raggiungimento di obiettivi individuali. Oggi la Svezia è simile agli stati sulla costa orientale d’America.

Più ancora che romanzi polizieschi, i suoi libri sono dei ‘noir’ che ritraggono un’intera società senza dare una soluzione ai suoi mali. Siamo soliti pensare che nell’Europa del Nord si viva in Stati ideali. I suoi romanzi sembrano negare ciò: è questo il motivo per cui ha messo il caso Palme al centro della trama?
   Avevo delle ragioni personali: avevo passato migliaia di ore a investigare l’assassinio di Palme, che è il caso più complesso e ancora irrisolto che mai si sia presentato. Ed è raro che non si trovi la soluzione quando la vittima è una persona di quel livello. Ero curioso del caso, volevo scriverne per scrollarmelo dalla mente. Fu un crimine estremamente semplice ma talmente perfetto che la verità non è stata ancora scoperta. Il fatto che proprio quella sera Palme avesse ‘licenziato’ le guardie del corpo è quello che mi fa pensare ad una cospirazione. Palme fu ucciso per motivi politici da persone che avevano buone informazioni sui suoi giri e sapevano come prenderlo.


In apparenza la trama di questo romanzo è semplice, è un’inchiesta su un assassinio su cui c’è un’enorme collezione di materiale: come le è stato possibile consultare i documenti? Sono aperti al pubblico per la consultazione?
   Ho potuto consultare il materiale del caso Palme perché ho lavorato per più di trent’anni con la polizia di Stato- è un materiale che non sarà mai accessibile al pubblico. E sì, una parte del libro è verità documentata, una parte è invenzione- volevo esprimere la mia opinione su quanto accaduto. Una terza parte, infine, non so se sia vera o falsa, è una possibilità. E’ così che funziona un romanzo: prendi la verità e la mescoli con le invenzioni.

Leggendo, abbiamo l’impressione che non siano solo Johansson e Lisa e Anna a studiare i documenti per scoprire qualcosa di nuovo, ma anche Lei: quanto è stato coinvolto personalmente nell’analisi di questo caso?
   Ero affascinato da questa indagine. Mi interessavano i documenti: ho passato mesi a studiarli. C’erano così tante domande e nessuna risposta. E questa montagna di carta- è tutto un pasticcio.

Quanto è plausibile la traccia della polizia, cioè di un colpevole che appartenga al corpo di polizia?
    Io sostengo una teoria della cospirazione non estrema, diciamo che c’è stata un certo grado di cospirazione. In casi così eclatanti, molto spesso i colpevoli sono persone vicino alla vittima, persone che dovrebbero difenderla e che sono quindi molto informate, che possono osservarla da vicino. Questa è la mia opinione, perché il mio rovello è- perché mai non c’erano le guardie del corpo? Ci sono buoni motivi empirici per giustificare la mia teoria.

Lei insegna criminologia: quanto pesa la comprensione della mente di un criminale nella risoluzione di un caso?
    Ho un orientamento più forense- mi pongo le domande: dove? quando? come? osservo il modo di operare di una persona: uno che si comporta così, che tipo di persona è? La personalità dell’assassino viene fuori dall’analisi di un delitto. Mi appoggio alle statistiche, mi chiedo: come si procede in delitti del genere? E per quello che riguarda questo delitto? In genere ho ragione l’85 % delle volte. Se sbaglio, molto spesso ho sbagliato perché c’è qualcosa di nuovo e allora mi serve per imparare.

Nella mia esperienza di lettrice non ricordo molti personaggi principali che siano così sgradevoli, odiosi, corrotti, e si potrebbero aggiungere chissà quanti altri aggettivi negativi, come Backström: perché ha messo un personaggio così a fianco di Johansson?
Backström nella serie televisiva
    La faccenda è che ho incontrato persone così nella polizia…La maggior parte dei romanzi polizieschi tende a idealizzare i personaggi. Spesso, invece, i poliziotti non sono così bravi: ci sono dei bravi poliziotti e dei poliziotti molto, molto meschini.

Johansson annuncia il suo ritiro in pensione, alla fine: leggeremo dei romanzi con un altro ispettore come protagonista?

    Ho in mente ancora una storia con lui- sarà “Il poliziotto che muore”: Johansson è già in pensione ma, per coincidenza, salta fuori qualcosa su un vecchio caso e allora lui ritorna in pista…

l'intervista è stata pubblicata su www.wuz.it


Leif GW Persson, “Un altro tempo, un’altra vita” ed. 2005

                                                                  vento del Nord
     cento sfumature di giallo
     il libro ritrovato


Leif GW Persson, “Un altro tempo, un’altra vita”
Ed. Marsilio, trad. Giorgio Puleo, pagg. 415, Euro 18,00

     L’abitudine alla lettura ci rende esigenti, anche nell’ambito della letteratura di genere non ci si accontenta più della solita indagine poliziesca, del serial killer con problemi psicologici, dei delitti a sfondo passionale o dovuti ad avidità di ricchezza. Nessuna banalità nel secondo romanzo dello scrittore svedese Leif Persson pubblicato dalla casa editrice Marsilio, “Un altro tempo, un’altra vita”, un libro che- come quelli di Henning Mankell, conterraneo di Persson- riesce difficile rinchiudere in una definizione di genere per l’ampiezza di sguardo, per la profondità della tematica che spazia in un lungo arco di tempo rivelando cause ed effetti delle azioni, per la capacità che è propria dei migliori thriller di aprirci gli occhi sui lati bui della società.
      Il titolo stesso- che si spezza in due all’inizio di ognuna delle sette parti del libro, alternando “un altro tempo” di un passato che inizia nel 1975 con “un’altra vita” nel presente- lascia sottintendere una possibilità di cambiamento, un evolversi della personalità di ognuno in direzioni diverse. Il “fatto” che dà inizio all’azione nel 1975 è l’attentato all’ambasciata tedesca di Stoccolma ad opera di quattro giovani che richiedono il rilascio dalle carceri tedesche di ventisei compagni, tra cui i leader del gruppo Baader-Meinhof.
Quello di cui si deve occupare la polizia nel novembre del 1989 è l’assassinio di un tal Eriksson,  impiegato di un ente pubblico. A parte due vecchi amici che incontrava saltuariamente, il morto non frequentava nessuno, non aveva alcuna amicizia femminile, i suoi colleghi erano d’accordo nel definirlo “un pezzo di merda”. Dovranno passare undici anni prima che il caso, a suo tempo abbandonato, venga risolto, e ne sono passati esattamente venticinque dal 24 aprile del famoso attentato finito con l’esplosione dell’ambasciata- abbastanza per far cadere qualunque reato in prescrizione. Si tirano le fila, le trame si collegano: che cosa rende così coinvolgente e appassionante un thriller in cui c’è un solo morto, e odioso per di più, oltre alle vittime dell’attentato? L’atmosfera e i personaggi. 1975- 1989- 2000: epoca di grandi irrequietezza la prima, posizioni radicali da parte dei giovani, manifestazioni anti-americane;
8 novembre 1989, data da non dimenticare, la caduta del muro di Berlino con tutte le sue conseguenze, dalla massiccia migrazione dei tedeschi dell’est all’apertura degli archivi della STASI e del KGB; il 2000, infine, è sia un altro tempo e un’altra vita per almeno uno dei protagonisti del fatto del 1975, eppure il passato ha dita lunghe che si estendono nel presente.

     Politica internazionale e affari interni, servizi segreti, spionaggio e controspionaggio, cortina di ferro e corruzione, c’è tutto questo nella trama del romanzo di Persson, oltre ad una varietà di personaggi maschili e femminili facenti parte del corpo di polizia di cui alcuni suscitano in noi sentimenti di simpatia e di ammirazione e altri di disgusto e disprezzo, come la coppia Bäckström e Wiijnbladh, omofobi e ottusi, fonte continua di battute sarcastiche da parte dei colleghi.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


sabato 27 dicembre 2014

Amos Oz, “Giuda” ed. 2014

                                                        Voci da mondi diversi. Medio Oriente
       FRESCO DI LETTURA


Amos Oz, “Giuda”
Ed. Feltrinelli, trad. Elena Loewenthal, pagg. 329, Euro 15,30

    Giuda. Il nome più evitato da sempre. Quello che nessun genitore penserebbe mai di dare al proprio bambino. Il traditore per eccellenza, l’uomo- non un uomo qualunque, ma uno degli apostoli, un seguace, un amico, dunque- che vendette Gesù per trenta denari. Che, avvicinandosi a lui e dandogli un bacio, lo identificò consegnandolo ai suoi nemici.
   Questa è la storia tramandata da due millenni nella tradizione cristiana. Ma andarono veramente così le cose? Amos Oz, nel suo ultimo romanzo intitolato, per l’appunto, “Giuda”, mette in discussione la figura dell’apostolo, smentisce i dettagli che sono rimasti incollati al personaggio di Giuda- trenta denari era una somma ridicola e Giuda apparteneva ad una famiglia benestante, venderlo per così poco? E poi: tutti conoscevano Gesù, che bisogno c’era di individuarlo con un bacio?-, capovolge interamente il significato del suo gesto. Giuda vende Gesù perché crede in lui più di quanto Gesù creda in se stesso, perché crede veramente che facendosi crocifiggere possa redimere l’umanità. E poi è certo che Gesù non morirà. Sarà lui, Giuda, a morire, disperato. E’ l’idea stessa del tradimento che Amos Oz capovolge, insieme a quella del traditore. Colui che è un traditore per gli uni, è un rivoluzionario che non accetta le convenzioni per gli altri. Avviene per il traditore quello che avviene per i partigiani, considerati terroristi dall’altra parte del fronte.
     “Giuda” non è un romanzo semplice, perché Amos Oz ricama una serie di storie intorno a quella del personaggio dei Vangeli per approfondire il tema, per chiarirlo ad altri livelli e in contesti diversi. Il protagonista- lo strumento che serve ad Oz per trattare del ‘tradimento’- è il giovane Shemuel Asch, studente universitario impegnato a scrivere una tesi su Gesù visto dagli ebrei. Shemuel attraversa un momento di crisi e decide di interrompere gli studi ed abbandonare Gerusalemme- suo padre non può più mantenerlo, la sua ragazza lo ha lasciato. Un annuncio visto in caffetteria gli offre una soluzione. Shemuel dovrà intrattenere un anziano parzialmente invalido dal tardo pomeriggio fino alle undici di sera. La ricompensa non sarà alta, ma comprende l’alloggio e un pasto.

   La casa in cui Shemuel si trasferisce è avvolta nel mistero, ad iniziare dalla scritta sulla porta- a chi apparteneva? Ora ci abita il colto settantenne Gershom Wald e una donna sensuale che nulla dice di sé, Atalia Abrabanel. Qual è il rapporto tra i due? A mano a mano che la storia si dipana, si allarga anche il tema del tradimento- i figli possono tradire le aspettative dei genitori, i genitori possono tradire i figli consegnando loro ideali sbagliati, un intero paese può tradire il suo popolo. E un personaggio assente giganteggia sulla scena. E’ Shaltiel Abrabanel, il padre di Atalia, morto da tempo, considerato un traditore perché contrario alla fondazione di qualunque Stato. O non era forse un visionario utopista che credeva nell’amore universale, pur essendo incapace di amare la propria figlia? Shaltiel Abrabanel non è l’unico grande personaggio presente anche se assente. Senza contare Gesù e Giuda (Shemuel è affascinato dalla figura di Gesù, un traditore anche in questo, oltre che nei confronti dei genitori?), il figlio di Gershom Wald, morto nei primi giorni di guerra del ‘48, si aggira come un fantasma tra le mura della casa. Perché si era arruolato, nonostante non fosse stato dichiarato abile? Qual è la responsabilità dei genitori verso i figli? Chi tradisce chi?
    Qualche sprazzo di leggerezza allevia questo romanzo profondamente impegnato di Amos Oz. Shemuel Asch, goffo, innamorato senza speranza, possibile figlio ‘adottivo’, che inciampa nel falso scalino ed è costretto suo malgrado a farsi accudire da Atalia, ci diverte e ci fa tenerezza, controparte dell’altro ragazzo morto troppo presto a cui non possiamo fare a meno di pensare di continuo, insieme a tutti i figli di Israele che hanno perso la vita in una guerra senza fine.

E ci chiediamo se il ‘traditore’ Shaltiel Abrabanel non avesse dopotutto ragione. E se i traditori non siano ‘gli altri’. Un libro che farà discutere.


venerdì 26 dicembre 2014

Leif GW Persson, “Anatomia di un’indagine”

                                                                         vento del Nord
           cento sfumature di giallo
           il libro ritrovato


Leif GW Persson, “Anatomia di un’indagine”
Ed. Marsilio, trad. Giorgio Puleo, pagg. 551, Euro 18,50
Titolo originale: Linda – som i Lindamordet


  In un momento tra le due e mezzo e le tre del mattino, aveva detto a una compagna di corso che aveva intenzione di andare a casa a dormire. Uno dei buttafuori l’aveva vista lasciare il locale, poco prima delle tre, sembra, e a sentir lui, quando l’aveva vista sparire attraverso la piazza in direzione di Pär Lagerkvists Väg, Linda era sobria e sola, né felice né triste.

    In genere, di un romanzo seriale di indagine poliziesca, ci si ricorda del protagonista ispettore per le sue caratteristiche positive, la sua simpatia, il suo humour, o la sua capacità di entrare in contatto con il prossimo, o la sua umanità. O forse anche per l’infelicità che offusca la sua immagine. Nel caso dello scrittore svedese Leif Persson, invece, il personaggio che non dimentichiamo è spregevole: il commissario Bäckström è arrogante, presuntuoso, egocentrico, limitato, imbroglione, volgare. Se vi viene in mente qualche altro aggettivo che possa contribuire a dare un quadro negativo di un essere umano, aggiungetelo pure- certamente gli si addice. Come faccia a restare al suo posto, è un mistero. Anche alla fine di questo nuovo romanzo, “Anatomia di un’indagine”, scatta un’inchiesta nei suoi confronti, eppure Bäckström la fa franca. Ecco, è anche furbo e intrallazzatore.
   La nuova inchiesta in cui ritroviamo Bäckström prende l’avvio in una stranamente torrida estate svedese: nella tranquilla cittadina di Växjö la ventenne Linda Wallin, allieva della scuola di polizia, viene trovata brutalmente uccisa in casa. E’ quasi certo che conoscesse l’assassino perché non ci sono segni di effrazione; l’uomo è fuggito dalla finestra, si deve essere rivestito in fretta perché si è lasciato dietro le mutande. Particolare non da poco perché è proprio su questo paio di mutande di marca comune in Svezia che si basa la trama e il gioco di ironia alle spalle di Bäckström. Perché questi decide di sottoporre l’intera popolazione di Växjö, o quasi, all’esame del DNA. Sospetti e non, uomini e persino qualche donna, in una montante assurdità che si misura in numeri record che fanno gongolare il nostro Bäckström: 500? 600? Peccato che l’assassino non si trovi, mentre Bäckström spende e spande soldi della polizia, cioè dello Stato, cioè dei contribuenti: lavaggio di tutto il guardaroba, biancheria inclusa, film porno su un canale a pagamento della tv, cene e alcolici.
Festa d'estate in Svezia
     Da una parte questo commissario che non ha fiuto e si basa sulla tecnologia, in contrapposizione un’altra vecchia conoscenza, l’ispettore Johansson che è “il poliziotto che riesce a vedere dietro gli angoli” e che per fortuna restituisce il rispetto del lettore verso il corpo di polizia. Anche se interviene tardi, un po’ troppo in un romanzo che impiega 551 pagine per risolvere un delitto avvenuto all’inizio. Detto questo, e che avremmo quindi apprezzato un paio di centinaia di pagine in meno, ci hanno colpito alcune osservazioni, in una vicenda che si svolge nel Nord dell’Europa, un’area per certi versi così diversa (si sottolinea il clima insolitamente caldo a cui si attribuiscono un certo tipo di delitti) eppure così simile alla nostra- e mi riferisco a recenti episodi di cronaca nera in cui le vittime sono donne. A come i delitti vengano usati mediaticamente, a come, perché ciò sia di maggiore effetto, i casi prendano il nome della ragazza uccisa- Chiara, Meredith, Hina. O la povera Linda del romanzo. Uccise di nuovo quotidianamente per la sete vampiresca del pubblico.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it



                                                                                                





lunedì 22 dicembre 2014

Leif Persson, “La vera storia del naso di Pinocchio” ed. 2014

                                                                     vento del Nord
                                                                     cento sfumature di giallo
     FRESCO DI LETTURA

Leif Persson, “La vera storia del naso di Pinocchio”
Ed. Marsilio, trad. Katia De Marco, pagg. 617, Euro 16,58
Titolo originale: Den sanna historien om Pinocchios näsa


    Nell’estate del 1907, la famiglia di Biondi riceve nella grande casa di Firenze la visita di un lontano parente della nonna di Anna Maria. Ed è proprio per lei che l’ospite passa da Firenze, almeno secondo le lettere inviate al marchese e padre di famiglia prima del suo arrivo. Si chiama principe Sergej, appartiene alla grande casa dei Romanov, lontano parente dello zar, e come tutti i membri di quella famiglia è immensamente ricco. Inoltre è un pessimo russo, nel senso che preferisce vivere gran parte della sua vita in Europa, lasciando che siano gli amministratori a occuparsi delle sue enormi proprietà terriere in Russia, dalla Carelia al Nord fino a Baku sul mar Caspio al Sud.

   Ingredienti per un giallo: mettete insieme un coniglio vittima di maltrattamenti, un barone amico del re di Svezia aggredito con un catalogo d’arte arrotolato, un avvocato noto per essere il difensore della malavita trovato morto nella sua casa (insieme al suo cane), il commissario più antipatico, odioso, spregevole, disgustoso della scena letteraria di genere- il nuovo romanzo del criminologo svedese Leif Persson si annuncia fin dalle prime pagine come divertente. Anzi, più che semplicemente divertente, il divertimento sfocia nel grottesco, a ben osservare. Che cosa ci può essere di più assurdo di darsi tanto da fare per un coniglio? E poi- ma che arma è un catalogo d’arte (la vittima nega che ci sia stata l’aggressione)? Quanto al commissario Evert Bäckström, è una vecchia conoscenza, il personaggio su cui Leif Persson sfoga il suo malcontento, la sua insoddisfazione, la sua rabbia impotente verso i peggiori membri del corpo di polizia che ha avuto occasione di conoscere. E Evert Bäckström è talmente grandiosamente negativo, talmente traboccante di vizi e comportamenti disonesti da essere un gigante grottesco di cui si può parlare solo con selvaggia ironia.
     Il nocciolo della trama de “La vera storia del naso di Pinocchio” è un traffico di opere d’arte russe un tempo appartenute ad un re svedese che aveva sposato una principessa russa (matrimonio finito male). Le icone non sono di particolar pregio ma nella collezione c’è anche un pezzo straordinario, sia per la manifattura sia per la storia che c’è dietro. Si tratta di un carillon raffigurante Pinocchio, con tanto di naso che si allunga mentre suona la musica e Pinocchio sta dicendo bugie e si ritrae appena il carillon si ferma.
E’ opera del famoso Fabergé, l’artista delle splendide uova che lo zar regalava alla moglie e alla madre per Pasqua. Il carillon con Pinocchio era stato fatto per lo zarević Aleksej. Tra quante mani è passato il carillon di Fabergé? Di certo ha un valore enorme. Se l’avvocato ucciso era un tipo ambiguo, un trafficante imbroglione, il nostro Evert Bäckström non è da meno ed è questo che, come al solito, rende così interessante il romanzo di Persson, l’inestricabile intrecciarsi del male con il bene apparente, l’insinuarsi del male e della corruzione ad ogni livello della società, lo smascheramento di istituzioni in cui un tempo si riponeva fiducia.

    Leif Persson è uno scrittore coraggioso, non teme gettare il sospetto sulla casa reale- sospetto infondato nel caso del bottino d’arte, ma sappiamo che il re di Svezia è stato molto ‘chiacchierato’ per altro e non è al di sopra di ogni illazione-, inizia il romanzo con grande slancio facendoci pensare che stia godendo pure lui a scrivere questa nuova storia che sembra paradossale, poi, però, si dilunga un po’ troppo e finiamo anche per stancarci e ridere amaro della stupidità vanagloriosa di Bäckström, dei colpi di scena e dell’apparizione di nuovi personaggi su una scena già affollata. Peccato, perché all’interno di un romanzo già intrigante ci sono due piccoli romanzi gioiello collegati alla trama ma anche vere e proprie ‘storie a sé’, lunghe digressioni sulla ‘vera storia del naso di Pinocchio’ che sono un affascinante tuffo nel passato della Russia zarista, dell’Inghilterra durante la seconda guerra mondiale con un aggancio perfino all’Italia. Ed è anche una splendida trovata, quella di raccontare del famoso burattino bugiardo di Collodi per parlare della menzogna diffusa ovunque, della maschera che nasconde le vere fattezze dei più.

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domenica 21 dicembre 2014

Arnaldur Indriðason

                                                      vento del Nord     
                                                       un autore




Arnaldur Indriðason è nato a Reykjavic, in Islanda, nel 1961. Vive tuttora lì con la moglie e i tre figli. Si è laureato in storia nel 1996 e ha lavorato come giornalista e critico cinematografico. E' noto per i suoi romanzi polizieschi che hanno come protagonista Erlendur Sveinsson, il commissario triste che si appassiona ai casi di persone scomparse. Ha vinto numerosi premi, tra cui il Glasnyckeln e il Gold Dagger



Arnaldur Indriðason, “Cielo nero” ed. 2012

                                                               vento del Nord
                                                               cento sfumature di giallo
                                                               il libro ritrovato


Arnaldur Indriðason, “Cielo nero”
Ed. Guanda, trad. Silvia Cosimini, pagg. 341, Euro 18,00

         In “Cielo nero”, il nuovo romanzo di Arnaldur Indriðason, manca dalla scena Erlendur, il protagonista dei romanzi seriali dello scrittore islandese, l’ispettore triste specializzato nella ricerca di persone scomparse, tormentato dal senso di colpa per aver lasciato andare la mano del fratellino la volta che, bambini entrambi, si trovavano sull’altopiano ed era scoppiata improvvisa la bufera- il piccolo non era stato più ritrovato. E da qui la sua ossessione. Manca anche l’ispettrice Elinborg e resta in primo piano Sigurður Óli, l’agente che si è separato dalla sua compagna dopo una crisi durata anni che riverbera ancora in queste pagine: dopo esami clinici, tentativi infruttuosi, aborti, Sigurður e Bergþóra avevano dovuto rassegnarsi a non avere figli.
      In una qualche maniera la storia privata delle difficoltà di coppia di Sigurður e Bergþóra e tutta la problematica intorno alla questione di avere o non avere figli, di ricorrere all’adozione per supplire alla mancanza di un bambino in casa, si aggancia all’inchiesta di cui è incaricato Sigurður, serve da sfondo e da contrasto. Il dettaglio insolito del caso- una donna, Lina, è stata brutalmente aggredita nella sua abitazione e morirà a pochi giorni di distanza- è nel fatto che è proprio Sigurður Óli a trovare il corpo apparentemente senza vita di Lina, è Sigurður Óli a telefonare alla polizia e a rincorrere inutilmente lo sconosciuto che era ancora in casa nel momento che Sigurður entrava dalla porta socchiusa. E Sigurður si trovava lì perché un vecchio amico lo aveva incaricato di cercare di dissuadere la donna dal portare avanti il ricatto con cui minacciava suo cognato. A quanto pare Lina e il suo compagno facevano parte di un club di ‘scambisti’, avevano filmato gli incontri e usavano il materiale compromettente per ottenere soldi. Sigurður Óli avrà qualche problema a giustificare la sua presenza sul luogo del crimine- povero Sigurður che non aveva la più pallida idea di che cosa fosse uno swing party, anzi pensava che si trattasse di un concerto jazz…altro che scambio di coppie per vivacizzare un matrimonio!
    La trama di “Cielo nero”, tuttavia, è molto più complessa. Forse non è casuale che Erlendur, che vive nel passato, sia assente, perché non saprebbe raccapezzarsi nella nuova Islanda delle speculazioni fiscali e degli arricchimenti strepitosi, dell’abbandono di qualunque codice etico e dell’asservimento al denaro. Perché Lina era segretaria in uno studio di commercialisti e aveva preso parte ad escursioni organizzate per gruppi speciali, una sorta di diversivo premio dopo incontri di lavoro. Aveva anche sentito frasi che non erano destinate a lei, aveva incontrato degli amici, tutti dipendenti di una banca, che si erano recati in gita nella parte occidentale del paese dove imponenti dirupi di lava nera venivano chiamati cielo nero perché chi, per un disgraziato incidente, precipitava in mare, cadendo vedeva giganteggiare su di sé quella massa scura invece del cielo. E uno dei quattro non era ritornato. Come mai gli amici si erano separati in gruppetti di due? Come mai quello che conosceva la zona aveva abbandonato l’altro dopo un litigio, sapendo che quelle rocce erano pericolose? E, guarda caso, cielo nero era anche l’espressione con cui veniva chiamato l’edificio di basalto della Banca d’Islanda…

    C’è poi un’altra trama minore che serve da rincalzo e che, come ho anticipato, si allaccia alla tematica dei bambini- chi non ne ha, ne soffre; chi ne ha, spesso li trascura o, peggio, assiste indifferente ad abusi commessi su di loro. Un ubriacone, Andrés, perseguita Sigurður perché deve dirgli qualcosa. Noi sappiamo di che cosa si tratta perché Andrés ci ha reso testimoni della sua rivalsa e ci ha proiettato nei ricordi del suo passato che lo ha fatto sprofondare nell’alcol per dimenticare. Ma Sigurður lo scoprirà troppo tardi.

    Non ci delude, questa nuova prova di Arnaldur Indriðason. Perché, come sempre più spesso accade, il suo è un romanzo che contiene un’inchiesta e, oltre al filone di indagine poliziesca, tratteggia l’immagine di un intero paese con sensibilità e profondità.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


Arnaldur Indriðason, “Un doppio sospetto” ed.2011

                                                                vento del Nord
 cento sfumature di giallo
il libro ritrovato



Arnaldur Indriðason, “Un doppio sospetto”
Ed. Guanda, trad.Silvia Cosimini, pagg. 316, Euro 18,00

   Un uomo avvicina una ragazza in un bar. Lei indossa una maglietta con la scritta San Francisco. La città americana è un pretesto per iniziare a chiacchierare. I due escono insieme dal locale. Due giorni dopo arriva la denuncia alla centrale di polizia di Reykjavíc: un uomo è stato trovato morto nel suo appartamento. Indossa una maglietta insanguinata con la scritta San Francisco, ha la gola tagliata, forse con un rasoio, forse con un coltello.
    La novità del nuovo thriller dello scrittore islandese Arnaldur Indriðason, “Un doppio sospetto”, è che non c’è più Erlendur Sveinsson a guidare le indagini bensì la sua collega Elínborg. L’agente triste ossessionato dalla vicenda della sua infanzia- la tempesta che lo aveva sorpreso con il fratellino e la scomparsa di questi- è partito per quindici giorni di ferie nei fiordi orientali ed Elínborg si trova a sostituirlo insieme a Sigurður Óli.
E’ una sostituzione casuale ma, per parecchi versi, adeguata al caso. Perché Runólfur, il giovane morto, risulta essere un personaggio con dei problemi comportamentali: la causa è forse da cercarsi nella stretta educazione che gli ha dato la madre? E Elínborg- un figlio adottivo, tre figli suoi- è una madre che si interroga di continuo sulle sue responsabilità nei confronti dei figli: in che cosa ha sbagliato per far sì che il nipote di suo marito che loro avevano adottato scegliesse di andare a stare con il padre naturale che neppure conosceva? E il suo primogenito che tiene un blog che infastidisce Elínborg e che già parla di cercarsi un appartamento- perché lo fa? E come incoraggiare la figlia minore di intelligenza superiore alla media?
C’è un altro motivo ancora per cui Elínborg è adatta a questa indagine: è probabile che sia stata una donna ad uccidere Runólfur. Nella sua gola sono state trovate pasticche del farmaco chiamato ‘la droga dello stupro’, alla polizia sono arrivate parecchie denunce di donne violentate dopo una serata in cui di certo avevano bevuto ma non così tanto da far perdere loro la memoria di quanto fosse successo. E’ stato un assassinio dettato dalla vendetta?
    Conosciamo bene il passo lento dei romanzi di Arnaldur Indriðason- di una lentezza che non annoia ma che invita a riflettere, che è specchio di uno stile di vita che forse va cambiando, per quanto possibile, nell’imitazione del modello americano. Sappiamo che il pregio dei suoi libri non è nel ritmo concitato, nella scarica di adrenalina causata dal terrore. E’ nello scavare nei fatti che sono il risultato di  vecchi eventi o di traumi, nell’esplorare la psicologia dei personaggi, siano criminali o vittime, agenti di polizia o testimoni. E il tema di “Un doppio sospetto”, la violenza sulle donne con tutto quello che questa comporta, in Islanda così come in ogni altro paese,- l’umiliazione, la ferita dell’anima, la vergogna, la paura a denunciare quanto è successo per non incorrere nell’ulteriore affronto di sentirsi sospettata di ‘essersela cercata’, la diffidenza verso l’altro sesso che accompagnerà queste donne per tutta la vita- è quanto mai attuale e dolente. Fa parte di uno scenario poco confortante in cui l’emancipazione della donna va di pari passo con la sua mercificazione, mentre l’ambita uguaglianza tra i sessi si dimostra inesistente nel momento stesso in cui non c’è difesa contro la violenza del maschio.
     Il finale di “Un doppio sospetto” riunisce le fila, risolve l’indagine lasciandoci però con un interrogativo che nulla ha a che fare con questa: che ne è del cupo Erlendur? Perché l’auto da lui noleggiata è stata ritrovata parcheggiata vicino ad un cimitero? Speriamo che il prossimo romanzo ci rassicuri sulla sua sorte.
   

 la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net




Arnaldur Indriðason, "Un grande gelo" ed. 2010

                                                                 vento del Nord
                                                                  cento sfumature di giallo
      il libro ritrovato



Arnaldur Indriðason, “Un grande gelo”
Ed. Guanda, trad. Silvia Cosimini, pagg. 300, Euro 17,00

    E’ un romanzo agghiacciante, questo “Un grande gelo” dello scrittore islandese Arnaldur Indriðason. A lettura terminata sembra di avere il cuore in una morsa di ghiaccio, e non perché si svolge nella gelida Islanda, non perché ci siamo imbattuti in una serie di morti raccapriccianti, non perché sia un tipo di thriller che ci fa controllare se la porta di casa è ben chiusa e se abbiamo abbassato le tapparelle. Tutt’altro: muore ‘solo’ un bambino, all’inizio del romanzo, e non abbiamo mai veramente il timore che ci possa essere un’altra vittima. Ma, quando si scopre il colpevole, quando ascoltiamo le motivazioni del crimine, la banalità del male ci sconvolge più di quanto potrebbe fare la sua eccezionalità. E ci rendiamo conto che il Male non ha confini, che non c’è una geografia del Male. E che spesso non è solo l’esecutore del crimine ad essere colpevole.
     Tutti parlavano bene del bambino che è stato trovato morto nell’area dei giardini condominiali del grosso edificio in cui abitava. Era un bel bambino di dieci anni, bruno. Assomigliava alla mamma thailandese e non al padre islandese. I genitori erano separati, il piccolo Elías aveva un fratello maggiore che la madre aveva avuto da una relazione precedente, in Thailandia. Il commissario Erlendur Sveinsson, che abbiamo appreso a conoscere bene nella serie dei romanzi di indagine poliziesca di Arnaldur Indriðason, indaga sul delitto, insieme a Sigurður Óli e a Elínborg. Il primo luogo dove si svolgono le ricerche e si fanno domande è la scuola frequentata da Elías. Quello che salta fuori è sconcertante. In una nuova realtà sociale di forte immigrazione, in Islanda come negli altri paesi europei, affiora un forte razzismo nei confronti degli stranieri, e proprio nella scuola, che dovrebbe essere un luogo di cultura dove si suppone che la conoscenza debba sconfiggere i pregiudizi dettati dall’ignoranza.
Ci sono stati episodi di bullismo tra gli alunni, sono volati pesanti insulti, c’è stato qualche scazzottamento. Niente di tremendamente grave, ma un segnale d’allarme. Soprattutto c’è qualche insegnante che fomenta l’intolleranza, che pronuncia frasi pericolosamente estreme, “l’Islanda agli islandesi”, che vorrebbe sbattere fuori gli stranieri, rimandarli là da dove sono venuti (purtroppo certi slogan sono uguali ovunque). E’ stato un delitto di matrice razzista? Il colpevole è l’insegnante con cui Niran, il fratello interamente tailandese di Elías, aveva litigato? Oppure c’è altro dietro la morte di Elías, è stato forse ucciso da un pedofilo riapparso dopo anni sulla scena?
     Mi stupisco sempre (anche se ormai non dovrei più stupirmi) della capacità che gli scrittori nordici di gialli o noir hanno di elaborare una trama profonda, partendo da uno spunto non originale, di ampliare la tematica, di riproporla sotto la forma di storie diverse, di trovare in piccole storie agganci con la storia principale. Così, in “Un grande gelo”, c’è un’idea centrale che è una forte denuncia della discriminazione. Ma è esaminata da diverse angolature, prospettandoci dapprima il fascino dell’esotico che gli uomini del Nord sentono, quando vanno in vacanza nei paradisi d’Oriente, la maniera in cui sfruttano a loro vantaggio l’attrattiva di una sicurezza economica sconosciuta alle donne di laggiù, e poi le difficoltà che gli immigrati incontrano- lo shock del clima, la barriera della lingua, la ricchezza che si rivela essere un inganno, dato il costo della vita. In più, c’è il problema dei figli, presi tra due mondi e due culture, due lingue e spesso due nomi diversi.
Oltre a questo, c’è anche un risvolto più intimo e personale, perché l’assassinio del piccolo Elías tocca corde diverse nei tre poliziotti che conosciamo. Elínborg, l’unica donna, avverte più degli altri lo strazio della madre, perché è madre anche lei e ha appena avuto la figlia ammalata (ma che cosa è un’influenza a paragone della morte?); Sigurður è toccato in un’altra duplice maniera: qui c’è un bambino morto e lui e sua moglie non riescono ad avere figli; qui c’è un bambino morto che è thailandese e sua moglie insiste per adottare un bambino straniero. Quanto al nostro Erlendur, i cui figli sono adulti e gli danno sempre problemi, rivede in Elías e Niran se stesso e il suo fratellino, il senso di colpa di Niran che non ha saputo proteggere Elías è quello di Erlendur che non si perdonerà mai di aver lasciato andare la manina del fratello nella tormenta di neve.

    Anche questa volta Arnaldur Indriðason non ci ha deluso.

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venerdì 19 dicembre 2014

Pina Ligas, "Solo il mio silenzio" ed. 2014

                                                                 Casa Nostra. Qui Italia
          FRESCO DI LETTURA


Pina Ligas, “Solo il mio silenzio”
Ed. Pintore, pagg. 202, Euro 15,00

    “No che non va bene! Tu hai sbagliato e tutti noi paghiamo il tuo sbaglio, cosa credi che se ti intestardisci come un asino tutto si risolve? Pensa solo a questo figlio come dovrà crescere. Pensa a noi, ai tuoi fratelli e a Juanne che dovremo abbassare la testa quando ci faranno il verso del bue. A tua sorella quando verrà additata come la sorella della bagassa”.

   Diciamo, ‘Sardegna’. E pensiamo a sole, mare di un blu che è inutile andare a cercarlo alle Seychelles, spiagge di sabbia bianca, Costa Smeralda, estate, atmosfera spensierata di vacanza. Non pensiamo all’altra Sardegna carica di tradizioni e di un peso millenario di stenti, sfruttamento, malattie endemiche come la malaria o il favismo che hanno alterato la struttura ossea degli abitanti. Non pensiamo alla chiusura che è propria di un’isola dove è giocoforza che le idee innovative e i cambiamenti arrivino con ritardo e vengano accolti con diffidenza. E’ questa Sardegna dove il colore dominante è il nero dei fazzoletti che coprono il capo delle donne che fa da sfondo nel romanzo dolente di Pina Ligas. 

     Si intitola “Solo il mio silenzio”, perché il silenzio è il muraglione di difesa dell’isola e degli isolani, solo il silenzio può sviare una vendetta o una rappresaglia, può difendere fino alla morte un segreto gelosamente custodito. Il silenzio pesa su cinque generazioni di Ferrai: quando Vittoria, figlia di Juanne Ferrai, mette al mondo un figlio senza essere sposata, nessuno e niente riesce a farle dire il nome di chi l’ha messa incinta. Il bimbo è biondo, ha gli occhi chiari, quando mai il padre le ha permesso di andare a servizio da dei continentali? Vittoria tace, sa fin troppo bene che un nome darebbe inizio ad una catena di sangue. Chiama il figlio Vincenzo, non è un nome di famiglia. Sempre, in ogni luogo, un bastardo è oggetto di canzonature e insulti, figurarsi in Sardegna. Burdiscu. E’ un marchio che Vissente si porterà dietro tutta la vita. Insisterà a chiedere a sua madre fin sul letto di morte di dirgli il nome del padre. La sua famiglia vivrà chiusa, ‘blindata’ in un’isola chiusa- Vincenzo non permetterà che alle sue figlie succeda quello che è successo a sua madre. Peggio ancora, le sue figlie non si sposeranno neppure, ci penserà lui ad allontanare i pretendenti. E peccato che nessuna di loro voglia entrare in convento, sposare Cristo come hanno fatto due cugine. Soltanto una di loro, la piccola Silvia, sfuggirà alla sorveglianza paterna, solo lei si sposa. Ma finirà veramente con lei l’ossessione della verginità e dell’onore?
   Se questa è la storia di fondo che scorre nelle pagine del romanzo, altre piccole storie ampliano la vicenda famigliare, ci fanno conoscere la vita della Sardegna di fine ‘800 e della prima metà del ‘900, quali siano state le conseguenze negative dell’unità d’Italia per l’isola, il durissimo lavoro in miniera senza alcuna tutela per i minatori (Giulio, uno dei figli di Vincenzo, emigra in America per sfuggire al buio tombale della miniera di carbone), la migrazione degli abitanti della marina verso la montagna per salvarsi dal clima insalubre, la diffusione della malaria che falcia vittime in ogni famiglia prima delle bonifiche mussoliniane, quell’altra malattia, il favismo, che è diventata parte del patrimonio genetico sardo e che colpisce la bimba Silvia.
    Il linguaggio che impiega Pina Ligas per raccontarci la sua Sardegna è colloquiale, popolare e spontaneo, e ben ci stanno alcuni termini dialettali, muccadore, valentia, biddunchi, burdiscu (niente paura, una nota a pié pagina traduce le parole), non solo perché danno colore, ma perché sono quelli ‘giusti’ in questo contesto, aggiungono forza e drammaticità alla narrazione.
Il romanzo di Pina Ligas ha il sapore del realismo verghiano. Nonostante i colori che balenano nelle descrizioni della natura, “Solo il mio silenzio” è come un film in bianco e nero. Anzi, è come se il bianco e il nero- soprattutto il nero- lottassero per spegnere i colori, per soffocare l’anelito alla gioia, come se questa fosse una colpa. Un romanzo aspro e ruvido quanto i cespugli di lentisco o di ginestra che ricoprono l’isola.


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