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venerdì 25 aprile 2025

Off the Main Road - Shyam Selvadurai, “Cinnamon Gardens”

                                              Voci da mondi diversi. Sri Lanka



Shyam Selvadurai, “Cinnamon Gardens”

In inglese ed. 1998

Ed. Il Saggiatore, trad. Erica Mannucci, 1999, euro 11,10

   Colombo, Ceylon. Anni ‘20. Cinnamon Gardens, un quartiere di ricchi ceylonesi, un ambiente chiuso, un’atmosfera soffocante, l’ipocrisia come legge.

    Due storie scorrono parallele, con due personaggi principali, Annalukshmi e lo zio Balendran, e molti, veramente molti, personaggi secondari ma indispensabili.

    Il filone della trama che riguarda Annalukshmi ci riporta all’Inghilterra di Jane Austen. Se Annalukshmi, la madre e le sorelle non indossassero i sari, potremmo pensare che fossero le sorelle Bennet. Teniamo a mente, prima di tutto, che ognuno di questi personaggi vive o ha vissuto una storia d’amore e che ogni coppia ha qualcosa da dirci.


Il padre di Annalukshmi vive in Malesia, è ritornato alla religione indù e per la madre, cristiana, era impossibile continuare a vivere con lui. Come per le sorelle Bennet, anche per Annalukshmi e le sue sorelle il problema è il matrimonio, Annalukshmi è la maggiore, se non si sposa lei, le altre non possono convolare a nozze. Ma Annalukshmi è la Elizabeth Bennet del romanzo- ha uno spirito ribelle e indipendente, ama leggere, insegna nella scuola che ha una direttrice inglese e la sua ambizione è di avere anche lei un ruolo direttivo (non sa che, in quanto nativa di Ceylon, le è impossibile). La scena in cui sfreccia sulla bicicletta che le hanno regalato (contro gli ordini della madre), suscitando l’orrore e le maldicenze delle donne per bene di Cinnamon Gardens, significa già tutto. Quando il padre sceglie un marito per lei, Annalukshmi scappa e non si fa trovare, e l’aspirante marito che è anche un loro cugino ripiega sposando la seconda sorella. Vedremo se sarà più o meno felice, se si farà andare bene un marito purchessia. Perché “Cinnamon Gardens” è un romanzo di coppie per lo più infelici, che fingono (se possono).

    Quando Balendran frequentava l’università in Inghilterra viveva con il ragazzo inglese di cui era innamorato. Il padre lo aveva saputo e si era precipitato a salvare il figlio minacciando al suo compagno di denunciarlo- il ricordo di Oscar Wilde è ancora vivo. Balendran era rientrato nei ranghi, si era sposato, aveva avuto un figlio, aveva nascosto la sua infelicità, l’accordo con la moglie era pacato e sereno. Finché, a quasi trent’anni di distanza, l’antico amante era arrivato a Colombo con un incarico del governo…

    Ci sono altre storie ancora, ma vale la pena di soffermarsi su due personaggi che hanno un profondo significato nel romanzo, il fratello maggiore di Balendran e il padre, un’eminenza nella società di Colombo.


Il fratello maggiore era stato ostracizzato perché si era innamorato di una ragazza di casta inferiore che faceva la domestica in casa loro. Si era rifiutato di lasciarla, in un atto di ribellione aveva addirittura ferito il padre prima di emigrare a Bombay. Ora sta morendo e Balendran va da lui: quello che trova lo lascia sorpreso e lo fa riflettere. Il fratello e la moglie vivono in povertà ma è chiaro che si amano ancora, hanno fatto studiare il figlio in Inghilterra con grandi sacrifici: è lui, il fratello, l’eroe del romanzo, quello che ha vissuto la vita che ha voluto affrontando le conseguenze delle sue scelte. E il padre invece, dopo quello che Balendran scopre su di lui, è il modello dell’ipocrisia, di chi esige dagli altri dei comportamenti che lui per primo non rispetta.

    Il romanzo è diventato un classico della letteratura anglo-indiana, un libro sfaccettato e ricco di sfumature, una lettura sempre molto piacevole.





martedì 8 aprile 2025

Shankari Chandran, “Song of the Sun God”

                                                                    Off the main road

Voci da mondi diversi. Australia
guerra civile in Sri Lanka

Shankari Chandran, “Song of the Sun God”

Ed. Ultimo Press, pagg. 388, Euro 11,18

       Inizia nel 1931 a Colombo, nello Sri Lanka quando ancora si chiamava Ceylon (diventò Sri Lanka nel 1972), e termina a Sydney, in Australia nel 2009. Un tempo lungo abbastanza da seguire le vicende di tre generazioni di una famiglia, quella di Rajan e Nala. Rajan veniva da una famiglia povera, ma aveva potuto studiare, era un medico, anzi il più giovane chirurgo di Ceylon. Era stato un matrimonio combinato secondo l’uso indiano, ma per loro era stato subito amore.

La violenza irrompe nel romanzo e nella felice vita della famiglia allietata dalla nascita di una bambina quando arrivano le notizie dei disordini a Gal Oya, nella parte orientale dell’isola- l’amatissimo cugino di Nala, quasi un fratello per lei, era stato ucciso, la moglie era rimasta in vita ma era profondamente traumatizzata e così pure la bambina, la piccola Dhara che aveva dovuto assistere a quello che i soldati facevano alla madre. Dhara crescerà con Priya, la figlia di Nala e Rajan, diventeranno inseparabili- ci penserà la vita, purtroppo, a separarle. È il 1956. Passeranno ancora anni prima che il conflitto diventi cruento. La guerra civile nello Sri Lanka che vide la maggioranza dei singalesi, per lo più buddisti, schierarsi contro la minoranza induista Tamil durò venticinque anni, dagli anni ‘80 al 2009. Una guerra combattuta con varie motivazioni- non c’erano solo le Tigri del Tamil che reclamavano uno stato indipendente al Nord, era anche una lotta tra diverse etnie e diverse religioni, dolorosa e tragica come solo una guerra fratricida può essere.

Colombo

    Dhara e Priya studieranno entrambe medicina, per passione Dhara, per compiacere il padre Priya. Delle due è Dhara quella più coinvolta nel movimento separatista, è Dhara che, come in un ripetersi della storia di sua madre, ne riporterà le ferite più profonde. Quando nasce Smrithi, l’amore di Dhara per lei non può essere sereno- Smrithi è il ricordo vivente di una violenza, è una cicatrice che non guarirà mai. Ed è così che diventerà per Priya la seconda figlia che non aveva potuto avere e crescerà a Sydney, con Priya, suo marito e il figlio, con i nonni Nala e Rajan.

    Lo spaesamento, la nostalgia, i cambiamenti a cui tutti gli emigrati devono abituarsi, diventano il filo conduttore della seconda vita dei personaggi. Ad alcuni riesce più facile ambientarsi, ad altri più difficile.


Si impone una scelta in ogni momento, in ogni giorno- che cosa si deve mantenere delle proprie usanze, delle proprie tradizioni, di tutto quello che fa la nostra cultura, perfino del nostro abbigliamento, e che cosa, invece, si può abbandonare come un fardello che è diventato troppo pesante. Il legame con Colombo, con chi è rimasto, con Dhara che ha ritenuto suo dovere restare, che non ha mai smesso di aiutare il movimento antigovernativo a rischio della vita, non si è mai interrotto. Ci sono le lettere che dicono quello che non si può dire, ci sono le telefonate, ci sono i viaggi di ritorno in cui sono due le madri che abbracciano Smrithi, anche se lei non lo sa.

   “Song of the Sun God” è, come Chai Time at Cinammon Gardens”, un libro molto bello, un romanzo che ci coinvolge e che ci appassiona, che ci fa vivere a fianco dei personaggi, che ci fa conoscere la Storia di un paese lontano nella maniera migliore- sì, forse anche la più facile-, attraverso le vite dei protagonisti.



 

lunedì 6 gennaio 2025

Shankari Chandran, “Chai time at Cinammon Gardens”

                                               Voci da mondi diversi. Australia

guerra civile in Sri Lanka
in altre lingue

Shankari Chandran, “Chai time at Cinammon Gardens”

Ultimo Press, pagg. 368, Euro 11,24

   Cinammon Garden- un quartiere di Colombo, nello Sri Lanka, di cui ricordavamo il nome dopo aver letto il romanzo con questo titolo di Shyam Selvadurai.

Profumo di tè speziato, il chai che si beve in tutto l’Oriente asiatico.

Un titolo che sa di nostalgia, un titolo che trae in inganno, perché il romanzo di Shankara Chandran, vincitore del Miles Franklin Prize, il più prestigioso premio letterario australiano, è pieno di nostalgia ma anche di dolore, di umiliazione, di atrocità, di guerra.

   Cinammon Gardens è il nome di una casa di riposo per anziani nel quartiere di Westgrove, a Sydney, in Australia. Dagli anni ’80 del ‘900 i proprietari sono Maya e Zhakir Ali, fuggiti dallo Sri Lanka dopo che Zhakir, un archeologo di templi, era stato arrestato e pesantemente torturato nel corso della guerra civile insieme al padre di Maya, anche lui un famoso archeologo. Il padre di Maya era morto e Zhakir non sarebbe mai più stato lo stesso- era crollato sotto le torture, aveva ritrattato tutto, aveva giurato che avrebbe distrutto il libro scritto con il suocero in cui la scoperta di un tempio Tamil nel nord era la prova che i Tamil erano arrivati per primi sull’isola.


    La narrativa del romanzo- storia di una famiglia, storia dello Sri Lanka, storia dell’Australia- si sviluppa in un arco di tempo che va dagli anni ‘80 del secolo scorso ai giorni nostri, con cinque personaggi principali che si alternano alla ribalta. E l’inizio sembra idilliaco, con gli anziani ospiti di Cinammon Gardens che vengono trattati con affetto, viziati con i cibi che ricordino loro la vita passata, tempo trascorso in una stanza giochi, mentre noi veniamo introdotti a conoscere Maya (scrive romanzi seriali con una protagonista australiana sotto uno pseudonimo del tutto australiano dopo essersi vista rifiutare manoscritti giudicati troppo ‘etnici’), Zakhir che si sveglia ancora con gli incubi di notte e poi, ad un certo punto scompare e viene dato per morto, la loro figlia Anji che lavora come psichiatra nella casa di riposo, la sua amica bionda e australiana, Nikki, che è geriatra, Ruben, infine, uomo tuttofare a Cinammon Gardens, anche lui fuggito dalla guerra civile con il corpo segnato da cicatrici. C’è un’ombra pesante in questo quadro di persone che cercano di recuperare una qualche serenità, c’è il nome della bimba Florence, figlia di Nikki, una bimba di tre anni della cui morte sapremo i dettagli solo alla fine.


È un’ombra che ne introduce altre, come nubi oscure che si addensano su Cinammon Gardens. Ruben viene assalito e picchiato mentre ritorna dal lavoro (conosce dieci lingue, insegna Tamil), graffiti oltraggiosi appaiono sui muri della casa di riposo, il marito di Nikki, che sta per essere estromesso dal suo partito e abbandonato dalla moglie, cavalca l’onda del razzismo. Bastano poche parole che vengono stravolte e gonfiate a dismisura perché si accenda la discussione, volino accuse- le solite accuse che si rivolgono agli immigrati anche se hanno lavorato onestamente per anni nel paese che li ha accolti, anche se conoscono la storia di questo paese meglio degli indigeni.

    La Storia non insegna niente, tutto si ripete. Ad ogni episodio di violenza nella moderna Australia che sembra aver dimenticato le sue origini corrisponde la violenza perpetrata nel passato in un altro paese, il silenzio che l’Australia bianca ha imposto agli aborigeni è il silenzio a cui si vuol ridurre la cultura Tamil. E allora la voce di un libro deve essere salvata, si può morire per un libro, perché è il simbolo della libertà di pensiero, ci si può gettare nelle fiamme per salvare un libro, come fa Ruben nell’incendio finale che riduce tutto in cenere, un fuoco che aveva covato a lungo prima di divampare insieme alle passioni, all’odio, alla gelosia.


   Forse non è equanime la descrizione dei personaggi, forse la maggioranza dei personaggi australiani sono cattivi mentre gli indiani dello Sri Lanka sono grandiosi anche quando sono deboli come Zakhir e diventano degli eroi quando sono generosi come Ruben (solo nelle ultime pagine sappiamo quello che ha passato e come non sia arrivato per caso a Cinammon Gardens). E comunque sono tutti indimenticabili.



martedì 13 dicembre 2022

Henri de Montherlant, “La reine morte”

                                                     Voci da mondi diversi. Francia

             dramma

Henri de Montherlant, “La reine morte”

Ed. Hachette, pagg. 109, Euro 5,99 (formato kindle. La mia vecchia edizione nei mitici Livres de Poche non esiste più, c’è però anche una edizione inglese)

      Ho sentito parlare di Inés de Castro più o meno ogni giorno, durante il mio viaggio in Portogallo. Il che è straordinario, perché Inès de Castro è morta a trent’anni, nel 1355, fatta assassinare dal suocero, re Alfonso IV.

    Inés de Castro è protagonista di una storia d’amore, una di quelle storie alla ‘Romeo e Giulietta’, tanto più affascinanti e memorabili perché tragiche, perché non c’è niente che susciti emozione come amore e morte. L’erede al trono di Portogallo, don Pedro, si era perdutamente innamorato di Inés quando questa era la dama di compagnia di sua moglie Costanza, ma solo dopo la morte di Costanza il loro legame era stato svelato a tutti. E naturalmente re Alfonso si era opposto al matrimonio del figlio con una donna che era anche una figlia illegittima, senza sapere che i due erano già sposati di nascosto. Per ridurre il figlio all’obbedienza re Alfonso aveva dato ascolto ai suoi consiglieri facendo uccidere Inés. Ne era seguita una guerra civile tra padre e figlio e, quando don Pedro aveva ereditato il trono, aveva fatto riesumare la salma- era il 1360. In una cerimonia molto macabra, aveva incoronato Inés regina obbligando più di 300 notabili del regno a sfilare davanti al cadavere vestito con uno sfarzoso abito viola e a baciarle la mano. La mano di uno scheletro.


     Sui miei scaffali ho trovato il dramma in tre atti di Henri De Montherlant, “La reine morte” (la data in prima pagina indica che l’ho letto nel 1964, confesso che non serbavo altro ricordo che il titolo)- un piccolo gioiello.

    L’autore modifica alcuni dei fatti, ma ha poca importanza. “La reine morte” è prima di tutto un dramma psicologico, uno scontro tra padre e figlio, un problema di coscienza di un sovrano che ha già troppo sangue sulle sue mani e non vuole averne altro ora che sente la sua fine avvicinarsi, un’alleanza improbabile tra donne, una grande storia d’amore.

Non c’è possibilità di intesa tra re Alfonso e il figlio don Pedro, il padre rimprovera al figlio di essere cambiato dopo il compimento dei tredici anni di età, il figlio non condivide l’atteggiamento guerriero del padre e non osa neppure dirgli che il suo rifiuto di sposare l’infanta di Navarra è dovuto al fatto che lui e Inés si sono sposati in segreto.


Perché Alfonso cerca di essere comprensivo- che sposi l’Infanta per il bene del Portogallo e che si tenga Inés per amante. E quando i suoi consiglieri gli dicono che c’è una sola maniera per salvare il Portogallo ed è uccidere Inés, Alfonso tentenna, convoca Inés, è conquistato dalla sua dolcezza. Conquista tutti, Inés. Anche l’Infanta che dovrebbe vederla come sua rivale. Anzi, l’Infanta di Navarra vorrebbe convincere Inés a salpare con lei per allontanarsi dalla minaccia che aleggia nell’aria. E qui entra in campo l’amore. Inés non vuole fuggire, Inés non può vivere lontano da Pedro. La sua sorte è segnata.

    C’è qualcosa dell’atmosfera di “Assassinio nella cattedrale” di Eliot nell’esito di un delitto annunciato, nell’assassinio di una vittima che ha un’aura di bontà e quasi di santità. E il dramma di Montherlant, in uno stile limpido e scorrevole, fa rivivere la dolce Inés per noi. Il monumento funebre in sua memoria si trova nella cattedrale di Alcobaça e i tre assassini, gravati dal peso del sarcofago su cui giace l’immagine in marmo di Inés, hanno sembianze antropomorfe. Solo delle bestie potevano uccidere una donna con il bambino che portava in grembo.





giovedì 27 gennaio 2022

Abdulrazak Gurnah, “Admiring silence”

                                                Voci da mondi diversi. Africa

     Diaspora africana
      premio Nobel

Abdulrazak Gurnah, “Admiring silence”

Ed. Bloomsbury, pagg. 246, Euro 6,62 (kindle)

 

    Un narratore senza nome. Non facciamo fatica ad immaginare che sia lo stesso autore che esprime i suoi sentimenti ed almeno una parte delle esperienze da lui vissute in prima persona.

    Una narrativa scandita in tre parti e in due luoghi- Inghilterra, Zanzibar, di nuovo Inghilterra.

    Un silenzio che significa tante cose- silenzio di cose non dette affatto, silenzio parziale su una realtà edulcorata, rettificata, trasformata (che lo stesso narratore sia arrivato a credere che sia quella la vera realtà?)

   L’io narrante torna a casa dopo una visita medica. Il dottore gli ha diagnosticato un problema cardiaco, dovrà fare altri esami. Lo dice ad Emma, la donna inglese con cui convive senza che si siano mai sposati (è stata lei a non voler contrarre un legame così borghese). Lo dice alla loro figlia diciassettenne Amelia, in piena ribellione adolescenziale. Gli piace quell’atmosfera di preoccupazione e di rinnovato affetto suscitata dalla notizia allarmante.


    Questo dettaglio iniziale sulla condizione di salute del protagonista sembra non avere grande importanza, e invece assume una valenza metaforica più ampia. Ha un cuore diviso, il protagonista. Tra l’Inghilterra, che dovrebbe essere la sua nuova patria, ‘home’, la dimora dei suoi affetti, e Zanzibar, dove è nato e cresciuto, dove vive ancora la sua famiglia con cui mantiene uno sporadico contatto epistolare, da dove è fuggito via Kenya, con un passaporto falso. E dove adesso, dopo più di vent’anni, per un’amnistia, può ritornare.

    Questa prima parte ‘inglese’ ricostruisce la sua vita dopo il suo arrivo. Sono pagine che esprimono il dramma dell’estraneità, di essere un uomo di colore in un paese di bianchi, di venire da un’isola esotica che i più non sanno collocare sull’atlante geografico e però sanno che faceva parte dell’Impero. Lui aveva studiato, aveva trovato una scuola in cui insegnare (è anche la lotta quotidiana con alunni maleducati e ignoranti che ha causato i suoi problemi di cuore?), si era innamorato di Emma. Anzi, lei si era innamorata di lui, forse in spregio ai suoi genitori benpensanti, e lo aveva conquistato, con la sua bellezza, la sua spavalderia, la sua sfida a tutto il mondo. Ma quello che le aveva raccontato della sua vita di prima era solo una verità parziale e lei ignorava che la madre di lui non sapeva nulla né di lei né della loro figlia. Quando era stato il momento per lei di presentarlo alla sua famiglia, era stata una dura prova. Le scene degli incontri con i suoi genitori hanno un che di cinematografico, di “Indovina chi viene a cena?”, con la madre di lei che si sforza di non lasciarsi sfuggire niente di disappropriato, il padre che, beandosi del passato colonialista, neppure si accorge della selvaggia ironia del compagno di sua figlia che si diverte a dipingere per lui il quadro che lui vuole, di un popolo selvaggio, che ha ancora abitudini cannibalesche, salvato dagli inglesi.


    Quando il narratore parte per Zanzibar, qualcosa si è già incrinato nell’unione con Emma. E il suo ritorno in patria- un trauma per lui- comporta altri silenzi, altre verità addolcite. Non c’è niente che funzioni in quella che un tempo, in un’altra vita, era ‘home’ per lui. Il malgoverno, la corruzione, la povertà, la mancanza di beni di consumo basilari, si esprimono tutti nella disgustosa e catastrofica ostruzione dei servizi igienici. È come se l’intero paese nuotasse nella (chiedo venia) merda. Oltretutto il protagonista si trova ad affrontare due nodi cruciali- la verità su suo padre e la pressante insistenza di sua madre perché si sposi.

    È un uomo più che mai diviso e più che mai spaesato, quello che ritornerà in Inghilterra. Per trovare…

   Un altro tassello per completare il quadro della letteratura degli strappi dell’emigrazione, opera dello scrittore che ha vinto il premio Nobel 2021.




   

martedì 12 ottobre 2021

Abdulrazak Gurnah, “Afterlives” - PREMIO NOBEL 2021

                                                           Voci da mondi diversi. Africa

   diaspora africana

  PREMIO NOBEL 

 

Abdulrazak Gurnah, “Afterlives”

Ed. Bloomsbury Publishing, pagg. 231, Euro 6,50 (digitale)

     

   Ogni anno mi astengo dal leggere gli articoli in cui si specula sul possibile vincitore del premio Nobel per la Letteratura- quando mai hanno indovinato? E, tanto per cambiare, l’annuncio del 7 ottobre con cui il premio veniva conferito allo scrittore tanzaniano Abdulrazak Gurnah è stato una sorpresa per tutti. La motivazione del premio, “per la sua intransigente e profonda analisi sugli effetti del colonialismo e sul destino dei rifugiati tra culture e continenti”, ha suscitato subito la nostra curiosità e l’impressione (anche se non ancora fondata sulla lettura dei suoi libri) che finalmente (possiamo dirlo?) la scelta sia caduta su uno scrittore che ha veramente qualcosa da dire, che leggeremo storie di un passato che riverbera nel presente.

    Quattro personaggi principali in “Afterlives”, il romanzo più recente di Abdulrazak Gurnah, ambientato nell’Africa orientale occupata dai tedeschi agli inizi del ‘900 (dopo la prima guerra mondiale i tedeschi sarebbero stati sostituiti dagli inglesi- cambiava poi molto?). Khalifa, Ilyas, Hamza, Afiya. Dapprincipio sembra che le storie che leggiamo siano slegate tra di loro, capiremo dopo che non è così. E dapprincipio siamo indotti a credere che sia Khalifa, figlio di un’africana e di un indiano, il protagonista. Invece Khalifa retrocederà sullo sfondo per poi riapparire, ma in secondo piano, rivelando una generosità e un’umanità che non ci aspettavamo da lui.


    Ilyas era un bambino quando era stato rapito dagli Ascari della Schutztruppe tedesca. Era scappato, era riuscito a tornare nel suo villaggio per trovare i genitori morti e la sorellina Afiya affidata ad una coppia di ‘zii’ che la trattavano come una schiava. Ilyas prende Afiya con sé, poi, tra lo sconcerto di tutti, decide di arruolarsi volontario nella Schutztruppe, a fianco dei tedeschi contro gli inglesi. Perché lo fa? Quella guerra non ha senso per lui. Ammirazione per la cultura tedesca, per tutto quello che rappresentano? Di lui non si saprà più nulla. Fino alla fine.

    Hamza era stato venduto dai suoi genitori, era scappato e si era unito, anche lui, alla Schutztruppe. A Hamza è dedicata la lunga parte centrale del romanzo, tutto quello che la precede è una preparazione, niente è inutile o marginale, ogni piccola vicenda concorre a fare la Storia.


Gurnah non indugia in descrizioni, capiamo che Hamza deve essere di bell’aspetto perché gli occhi (così stupefacentemente azzurri visti dai nativi) dell’ufficiale tedesco si fermano su di lui prima di sceglierlo come suo attendente. Un privilegio discutibile. Di certo l’ufficiale lo protegge, però Hamza diventa anche l’oggetto di un’attenzione difficile da qualificare. L’ufficiale gli insegna il tedesco, gli fa leggere Schiller, dice che gli ricorda suo fratello, ma il suo disprezzo è costante, venato di violenza e desiderio mai apertamente manifesto. E però l’ufficiale tedesco salva Hamza quando questi viene selvaggiamente colpito da un altro ufficiale che lo riduce in fin di vita. Trasportato in una missione, Hamza è curato da un pastore, uno dei molti personaggi marginali che hanno, però, la loro importanza nel libro, per la parte attiva che rivestono nella vicenda e per il loro significato.

   Afiya, infine, la sorellina di Ilyas. Per fortuna Ilyas le aveva insegnato a scrivere, perché era riuscita a mandare un messaggio a Khalifa (come il fratello le aveva detto di fare) quando era stata picchiata dallo ‘zio’ da cui Ilyas l’aveva riportata, semplicemente proprio perché era stata sorpresa a scrivere e una donna non deve saper scrivere- a chi scriverebbe? A un mezzano? Da questo punto, dopo che Khalifa prende Afiya a vivere con lui e la moglie, dopo il ritorno di Hamza, la storia procede ‘in salita’, non senza il rischio, per Afiya, di restare rinchiusa nell’asfittico mondo delle donne in cui vorrebbe tenerla la moglie di Khalifa.


     Abdulrazak Gurnah non lancia accuse, non dice niente apertamente. La Storia è lì, davanti ai nostri occhi. Il senso di superiorità dei tedeschi colonizzatori, il disprezzo, la convinzione di essere la salvezza per i selvaggi nativi che cela la voglia di un maggiore Lebensraum, lo spazio vitale di cui sarebbero andati in cerca i nazisti, l’indifferenza verso la vita o la morte di uomini ritenuti inferiori e, dall’altra parte, la fascinazione degli Ascari verso un popolo dominante, le guerre incomprensibili per gli africani, le rivolte di quelli che oggi verrebbero definiti ‘terroristi’- è tutto lì, nelle piccole storie dei personaggi, storie che parlano di violenza, di crudeltà e di morte, ma anche di atti di altruismo e di amore.

    “Afterlives”- lo dice il titolo- non è solo la storia di ‘allora’, è anche la storia del ‘dopo’, dell' 'oggi', delle cicatrici, dei traumi, dei condizionamenti lasciati dal colonialismo.

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domenica 10 ottobre 2021

Subramanian Shankar, “No end to the journey” ed. 2005

                                                      Voci da mondi diversi. India

      romanzo di formazione
     in altre lingue

Subramanian Shankar, “No end to the journey”

Ed. Steerforth Press, pagg. 265, Euro 20,16

 

    Paavalampatti, India del Sud. Lo stesso villaggio che noi lettori italiani abbiamo conosciuto nel romanzo da poco pubblicato in italiano dello stesso autore, “Il fantasma del tamarindo”. La strada che si biforca come una Y dove sorge il tempio, la zona abitata dai bramini e quella, più lontano, dove vivono gli ‘intoccabili’.

     Il sessantacinquenne Gopalakrishnan è tornato da poco a vivere a Paavalampatti per restare vicino alla madre rimasta vedova. Non è stato contento di tornare, dopo aver passato quarant’anni a New Delhi dove aveva un impiego statale. Ogni mattina Gopalakrishnan esce per fare una passeggiata salutare. È un abitudinario. Camminare gli fa bene e concede spazio ai suoi ricordi.

     Questa è una storia di padri e di figli- le donne restano nell’ombra. L’educazione che Gopalakrishnan aveva ricevuto da suo padre era stata molto severa, così come severe erano state le punizioni. Andare a studiare a Madras gli era parsa una liberazione. E a Madras aveva conosciuto Murthy che sarebbe stato il suo grande amico, da imitare, da seguire. Perché Murthy era ambizioso e aveva afferrato al volo l’opportunità di presentarsi per un colloquio e lavorare alla radio, a Delhi. Era stato il primo lungo viaggio di Gopalakrishnan, ci volevano giorni per raggiungere Delhi in treno. E tuttavia, in un’epoca ancora di tempi lunghi, un viaggio era un’esperienza esaltante, un avvicinarsi graduale ad una nuova vita, un tempo di riflessioni.

Delhi

    Avevano girato pagina, lui e Murthy, dopo aver ottenuto il lavoro alla radio. Libertà era abitare in un miniappartamento. Era discutere fino a tardi. Era frequentare nuovi ambienti e conoscere altre persone. La tappa seguente era stato il matrimonio- prima Murthy che aveva anche continuato la sua ascesa come giornalista, poi Gopalakrishnan che aveva accettato di buon grado la sposa scelta per lui dai suoi genitori. E finalmente, dopo anni di attese frustranti, era arrivato un bambino, che però li aveva fatti penare, svogliato a scuola, bravo a giocare a cricket.

      La singolarità del libro di Subramanian Shankar è nel fatto che è un romanzo di formazione ma, e questo non è frequente nei romanzi di crescita, è una formazione che dura tutta la vita- non c’è fine al viaggio, come dice bene il titolo. Si potrebbe pensare che Gopalakrishnan, arrivato all’età della pensione, possa finalmente godersi una vita tranquilla, senza preoccupazioni di soldi. E invece.

Madras

    Se per i primi due terzi del libro Gopalakrishnan è il protagonista assoluto, nel restante terzo del libro succede qualcosa che scombina l’esistenza sua e della moglie. Il figlio Surash arriva a Paavalampatti, all’improvviso, nonostante avesse detto che non sarebbe riuscito a venire per la festa di Diwali (sono tanti gli scorci colorati di feste e usanze che ritroviamo In “No end to the journey”, le pagine dedicate ai preparativi per Diwali ne sono un bell’esempio). Sembrava aver messo la testa a posto, Surash. Lavorava nel ramo degli immobili, insieme ad un amico. Arriva, non parla, non spiega nulla, dorme. I genitori lo giustificano, sarà stanco dopo il viaggio. Poi una telefonata- cercano Suresh, è Gopalakrishnan a rispondere al telefono. E il suo mondo crolla in pezzi. Non c’è mai fine al viaggio, si deve continuamente cercare di comprendere la realtà, si deve mediare, si deve aiutare un figlio anche se è sciagurato.


     Il finale è quanto mai lontano dall’inizio. Sono passati i tempi in cui il padre rappresentava l’autorità assoluta. Sembrano passati anche i tempi dei valori di onestà e integrità. E i due genitori di Surash ci fanno pena. Hanno sbagliato? Dove? Quando?

    C’è il colore dell’India nel romanzo di Subramanian Shankar, ma il contrasto tra diverse generazioni, tra antico e moderno, è lo stesso là, qui e in ogni luogo, così come universali sono le ansie dei genitori, la sensazione di aver mancato in qualcosa di indefinibile e, nello stesso tempo, la disponibilità a correre in aiuto dei figli.

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lunedì 16 agosto 2021

Peter May, “The noble path”

                  Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

cento sfumature di giallo

il libro dimenticato

in altre lingue

Peter May, “The noble path”

Ed. Quercus, pagg. 532, Euro 8,38

     1978. La scena che apre il libro è a Belfast. Intorno ad un tavolo dove c’è la fotografia di un uomo con una cicatrice sulla guancia, tre uomini ne sentenziano la morte in quanto responsabile dell’uccisione di compagni membri dell’IRA. L’uomo che deve morire è Jack Elliot, un mercenario, un soldato a pagamento.

      Nella seconda scena si sta svolgendo un funerale. Ci sono pochissime persone ad assistere. È morta la madre della giovanissima ragazza che è lì presente, accompagnata dal suo corteggiatore. Lisa Robinson ha la visione fuggevole di un uomo in piedi, un po’ discosto. Ha una cicatrice sulla guancia.

    Il nuovo incarico affidato a Jack Elliot prevede che vada in Cambogia- Ang Yuon offre un compenso altissimo perché Elliot trovi sua moglie e i suoi due figli e li porti fuori dalla Cambogia. Se sono ancora vivi. Quando Pol Pot aveva preso il potere con i suoi Khmer Rossi, nel 1976, Ang Yuon era fuggito abbandonando moglie e figli. La loro sorte era stata quella degli altri cambogiani- no, forse erano stati più fortunati. Perché, nonostante il duro lavoro nei campi, nonostante la fame cronica e le malattie, nonostante che la figlia avesse dovuto soggiacere alle voglie di un sorvegliante del campo dove vivevano in baracche, nonostante- e questo è ancora più straziante- al figlio, un bambino di dodici anni, fosse stato fatto imbracciare un fucile con l’ordine di uccidere, erano sopravvissuti.


    La trama del romanzo (insolito per Peter May, al di fuori delle serie con Lewis e Enzo) segue una duplice traccia ed entrambe le tracce mirano ad un ricongiungimento famigliare. Perché Lisa, in Inghilterra, ha scoperto, frugando tra le carte della madre, che suo padre non è morto come lei le aveva fatto credere. Ha anche scoperto il perché di questa damnatio memoriae e, da una vecchia foto, riconosce suo padre nel misterioso spettatore al cimitero: Jack Elliot. Si mette in cerca di lui, non può attendere, prende un volo per Bangkok per scoprire, laggiù, che lui è partito per la Cambogia.

    L’operazione di Jack in Cambogia è pericolosa ed inizia male, con un tradimento da parte del tailandese che avrebbe dovuto essere di aiuto. Jack ha ‘arruolato’ due vecchi commilitoni, senza sapere che uno non ha paura di morire perché sta già morendo per tumore, e l’altro (piccolo e magro, esperto della guerra nei cunicoli sotterranei dei nordvietnamiti) vuole assolutamente vivere per far crescere il figlio in America.


    Entrambi i filoni sono ricchi di suspense e di orrore. Quello che Jack vedrà nella cosiddetta Kampuchea Democratica è pari agli orrori commessi dai nazisti. Crudeltà allo stato puro. Morte e distruzione. Phnom Penh, la Perla dell’Asia, deserta e in rovine. Il fatto che la famiglia di Ang Yuon sia viva, e che Jack riesca a ritrovarli, è miracoloso. Il tempo stringe, i Vietnamiti stanno per invadere la Cambogia, il ritorno via terra è precluso. Non vi anticipo altro, e però non posso tacere che i fuggitivi giungono in vista degli splendidi templi di Angkor, le vestigia di un passato grandioso in brutale contrasto con il presente.

    Lisa Robinson, che ora ha preso il cognome di Elliott, arriva in Thailandia con la baldanza e la sprovvedutezza dei suoi 18 anni. Anzi, la sua fiducia mal riposta nel prossimo ci sembra sconfinare nella stupidità che neppure la sua giovane età riesce a giustificare. Lisa si fida di tutti. Del tassista che le fa da guida, del marpione che la ospita dicendo che è amico del padre, della bellissima donna che le fa indossare un abito audace per una cena durante la quale Lisa accetta il garbato corteggiamento di un generale che finge un atteggiamento di protezione paterna. Possibile che Lisa sia così ingenua? Possibile che salga in auto con sconosciuti che hanno in mente trame obbrobriose? Siamo in Thailandia…


    Il finale ci riserba un’ultima sorpresa.

Un romanzo che non è dello stesso livello della trilogia dell’ “Uomo di Lewis”, perché i cenni storici e le descrizioni della Cambogia dei Khmer Rossi sembrano essere presi in prestito, e tuttavia ha una sua attrattiva, soprattutto per la tematica dell’innocenza violata- dei due figli di Ang  Yuon e della figlia di Elliot. Sembra quasi che i figli debbano scontare le colpe dei padri. 


 

venerdì 21 maggio 2021

Gong Ji-Young, “Our happy time”

                                                               Voci da mondi diversi. Corea

         love story

Gong Ji-Young, “Our happy time” (fuori stampa nell’edizione italiana)

Ed. Short Books, pagg. 273, Euro 3,99 (ed. kindle)

 

      Un titolo insolito per un libro in cui uno dei due protagonisti è rinchiuso in una cella nel braccio della morte, in attesa dell’esecuzione. Il significato di quella ‘felicità’ si chiarirà a poco a poco, per quanto incredibile e difficile da accettare per chi legge.

    Yujeong, sulla trentina, appartiene ad una famiglia ricca di Seoul, ha tre fratelli più grandi, una madre che non desiderava un quarto figlio e con cui lei è in perenne conflitto. In passato Yujeong ha avuto una breve fama come cantante, ha studiato in Francia dove ha preso una laurea ‘facile’, di quelle che i soldi possono comprare. Di notte passa da un bar all’altro. Ha cercato di suicidarsi tre volte. Forse non voleva veramente morire, visto che non ci è mai riuscita?

     Yunsu è un criminale, ha stuprato una ragazzina e ha ucciso una donna per derubarla. Aveva dei precedenti penali prima di finire nel braccio della morte. Nessuno può salvarlo di certo dalla morte.

    La ragazza dissoluta che cerca la morte e il giovane condannato a morte si incontrano tramite una suora, zia di Yujeong, il terzo personaggio importante del romanzo. Suor Monica è una donna generosa dalla religiosità né di facciata né convenzionale, anche se a tratti ci sembra stucchevole. È lei che propone a Yujeong, se proprio non vuole andare in terapia, di accompagnarla nella sua visita settimanale in carcere. E Yujeong, dapprima riottosa, acconsente.


     La narrativa è duplice e affidata a due voci- molto più lunga e dettagliata quella di Yujeong, più breve quella delle pagine del taccuino di Yunsu. La vita della tipica ragazza viziata e piena di soldi, con qualcuno sempre pronto a tirarla fuori dai guai e ad offrirle soluzioni alternative e quella di un ragazzo cresciuto in miseria estrema con un padre ubriacone e violento, una madre che se ne era andata di casa, un fratellino diventato cieco a causa di un pesticida che il padre sciagurato gli aveva fatto bere. Casa di lusso e viaggi all’estero per Yujeong, orfanotrofi e la strada per Yunsu e il fratello. Yujeong ha cercato ripetutamente di suicidarsi perché non ha mai superato il trauma di qualcosa che le è successo quando aveva quindici anni- l’omertà famigliare era quella che lei non riusciva a perdonare. Yunsu attende di morire, senza sapere quando, perché i crimini peggiori sono venuti dopo una serie di furti e violenze- quali altre possibilità avrebbe avuto in una società indifferente? Il fratello psichiatra di Yujeong spiega, in maniera alquanto didattica, come a violenza risponda violenza, come da un ambiente degradato non possa venire fuori altro che un criminale. Come si spiega, però, la violenza, occultata, taciuta per connivenza e per comodo, che si esercita in altre sfere? È l’ipocrisia il peggior peccato?


    L’andamento della trama è prevedibile. Giovedì dopo giovedì, i due protagonisti cambiano nel loro atteggiamento. L’una si abbassa, per così dire. L’altro si innalza. Si amplia il loro campo di comprensione. Cadono i pregiudizi dell’uno e dell’altra. Nasce un sentimento- di amore?- facilmente comprensibile. Si apre per ognuno di loro la nuova dimensione del perdono. E intanto entrambe le verità delle loro vite vengono svelate.

     Il significato del romanzo è chiaro, perfin troppo chiaro. Gli esseri umani non sono o bianchi o neri. Non esiste persona interamente buona o interamente cattiva. Perfino la colpa può non essere assoluta, così come il vero e il falso sono elusivi, separati da un esile tratto di confine. Per questo il messaggio contro la pena di morte è fortissimo e il libro ha ricevuto un premio speciale da Amnesty International.


    “Our happy time” non è un romanzo del tutto convincente, a volte ci irrita il tono quasi misticheggiante e la melodrammaticità della situazione. La lettura è però scorrevole, con il personaggio maschile più attraente di quello femminile- fino alla fine preghiamo anche noi, con Yujeong, che qualcosa cambi, che l’esecuzione venga sospesa.