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sabato 18 aprile 2026

Emeric Pressburger, “Le perle di vetro” ed. 2026

                    Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

                                         Voci da mondi diversi. Ungheria                    

noir psicologico

Emeric Pressburger, “Le perle di vetro”

Ed. Astoria, pagg. 272, Euro 19,00

 

   Quello delle perle di vetro è uno degli scherzi che Karl Braun, il protagonista del romanzo di Emeric Pressburger, racconta (infiocchettandolo) alla ragazza che corteggia, Helen. Quando viveva a Parigi Karl offriva ostriche alle ragazze che frequentava e inseriva una perla di vetro dentro le valve facendo loro credere che fossero così fortunate da aver trovato un piccolo tesoro. Tutto falso, sia il fatto che avesse vissuto a Parigi, sia, naturalmente la perla. E questa falsità è la migliore immagine per rappresentare Karl Braun- il suo stesso nome era falso, prima di tutto, così come il lavoro che svolgeva a Londra. Faceva l’accordatore di pianoforti, era un appassionato di musica classica. Falso. Falso. In realtà si chiamava Otto Reitmüller, era un neurochirurgo in fuga dalla Germania sconfitta, aveva ‘lavorato’ nel campo di concentramento di Wittau facendo esperimenti sul cervello dei prigionieri.

     Anni ‘60 a Londra. Anzi, siamo alla fine degli anni ’60- si avvicina il 1968 quando anche i crimini di guerra dopo venti anni cadranno in prescrizione e Karl Braun potrà uscire allo scoperto. Perché Karl Braun è un uomo perennemente in fuga, diffidente di tutto e di tutti, puntiglioso nell’aderire all’identità che si è costruito, attento a non rivelare nulla che potrebbe suscitare sospetti, attento a non contraddirsi. Si è costruito la personalità dell’uomo qualunque, grigio, senza amicizie, tutto casa e lavoro. Sì, è tedesco, ma è venuto via nel 1933 quando ha fiutato il pericolo del nazismo.


    Poi è attratto da una giovane donna separata dal marito- può permettersi di innamorarsi di lei? Karl era stato sposato, la moglie e il loro bambino erano morti nel terribile bombardamento di Amburgo del luglio 1943. Lui era scampato per quello che considera un miracolo, un segno del destino: era stato richiamato a Wittau perché doveva assolutamente vedere la reazione di un suo ‘paziente’ all’ultimo intervento a cui lo aveva sottoposto. E non era un segnale dall’alto, se si era salvato non voleva dire che il suo lavoro era un contributo alla Scienza, che era per il bene dell’umanità e doveva essere portato avanti? Karl dice le preghiere ogni giorno, è amorevole, affettuoso e rispettoso nei confronti di Helen a cui fa da Pigmalione. Il tarlo per il lettore, la scissione della sua coscienza:  è traumatizzato dalla morte di moglie e figlio durante l’Operazione Gomorra mentre non prova nulla per la morte che è lui stesso provocare.

     Emeric Pressburger, scrittore e regista di origine ungherese la cui madre morì ad Auschwitz, riesce, pagina dopo pagina, a darci l’idea perfetta della ‘banalità del male’ di cui parla Hannah Arendt creando un personaggio che è un uomo particolarmente intelligente (impossibile non ammirare sua preparazione quando va a Parigi con Helen e deve assolutamente farle credere di averci vissuto, di riconoscere i luoghi di cui le ha parlato, deve far combaciare i minimi dettagli di tutto quello che le ha raccontato), pieno di risorse quando deve improvvisare una fuga dai due uomini che sembrano seguirlo, e nello stesso tempo è un uomo come tanti altri, capace di affetti e gesti gentili.

luogo di una delle scene finali

“Le perle di vetro” è un noir psicologico in cui la tensione cresce gradualmente- dopo la prima parte di normalità della routine a Londra c’è una accelerazione del ritmo quando Karl Braun si sente braccato ed esce dalla quotidianità improvvisando per far perdere le tracce, mostrando la parte spietata di sé quando è pronto a sacrificare Helen per la sua salvezza. Riuscirà a fuggire in Argentina (c’è un’implicita accusa nelle scene in cui Karl Braun recupera senza problemi, senza domande, il denaro lasciato vent’anni prima in una banca svizzera) o sarà raggiunto da una giusta punizione?

    Emeric Pressburger morì in Gran Bretagna, dove era molto noto per le sue sceneggiature di film, nel 1988, “Le perle di vetro” fu pubblicato per la prima volta nel 1966 ed è una bella riscoperta.




sabato 27 luglio 2024

Alaine Polcz, “Donna sul fronte” ed. 2024

                                                Voci da mondi diversi. Ungheria

                                          seconda guerra mondiale


Alaine Polcz, “Donna sul fronte”

Ed. Anfora, a cura di Mónika Szilágyi, trad. Antonio D’Auria, pagg. 224, Euro 17,10

 

    1944. Transilvania, allora ungherese- solo dopo la guerra sarebbe diventata rumena. Kolozsvár, oggi Cluj. Alaine ha diciannove anni, è innamorata, si sposa. Delusione immediata, anche se lei si impunta a pensare che sia grande amore, è così ingenua da credergli quando lui le dice che si è infettata in un bagno pubblico. Poi devono scappare. Il fronte russo-rumeno avanza.

    È con questa fuga che inizia la guerra personale di Alaine che la racconta in un romanzo in prima persona che è tante cose insieme- drammatico romanzo di formazione, diario in cui a tratti sembra che la voce narrante parli in una sorta di monologo interiore, libro di un frammento di Storia vissuta sulla propria pelle, storia d’amore e di disamore.

Cluj

    Fuggono, Alaine e János. Si riparano e dormono dove capita, in rifugi improbabili, in pagliai, nelle stalle, anche nel castello degli Esterházy per un breve periodo. Gli fanno compagnia altri disperati in fuga come loro, un cagnolino che tiene caldo ad Alaine quando se lo mette sui piedi o sul collo, la madre di János (una donna dolcissima, il contrario del figlio freddo e indifferente- perché l’ha sposata, si chiede Alaine che non smette di amarlo e di preoccuparsi per lui), i pidocchi. Sono tutti infestati dai pidocchi. Alaine ci scherza sopra- sorridiamo e amiamo più che mai questa ragazza che è capace di ridere facendo differenza tra pidocchio e pidocchio-, ma sono un tormento oltre che origine di malattie. Perché poi ci sono anche le malattie vere e proprie, le febbri e nessun medicinale. Gli spari e le bombe. Alaine si presta come infermiera, quando può, perché aveva seguito un tirocinio. Avrebbe voluto studiare medicina, ma il fidanzato si era opposto (dopo, dopo che tutto sarà finito, si iscriverà a psicologia, diventerà tanatologa, introdurrà gli Hospice in Ungheria e farà psicoterapia ai bambini con il metodo dei giocattoli).


    Il cuore dolente del libro, la ferita che doveva essere messa a nudo e fatta spurgare perché potesse guarire, è la terribile esperienza degli stupri subiti per lo più dai soldati dell’Armata Rossa. E ancora una volta non possiamo che ammirare ed amare la giovane Alaine per il modo in cui ne parla. Riesce, con una forza di spirito eccezionale, a distaccarsi dal sé che è stato violentato, offeso, umiliato, ridotto ad un oggetto preda di lussuria, e a descrivere quanto le è accaduto- una volta, due volte, cento, mille volte- come se fosse un osservatore esterno, come se non stesse accadendo a lei. Dopotutto non era lei, non era lei come donna, come essere umano, schiacciata a terra da quei bestioni. Doveva pensare che era il suo corpo e non lei, a lei non facevano niente. Solo così poteva sopravvivere. Nonostante questa forza interiore, Alaine sopravvisse, sì, ma aveva contratto malattie per cui non c’erano medicine adeguate alla fine della guerra. E iniziò il lungo calvario delle cure mediche e della lentissima parziale guarigione.


    Quello degli stupri di guerra non è un argomento nuovo e non ci stupisce. Si sapeva che, benché fossero proibiti, benché fosse prevista anche la fucilazione, erano da temere e da aspettare da parte dell’esercito vittorioso. Nel 1937-38 le atrocità commesse dai giapponesi in quella che allora era la capitale della Cina passarono alla Storia addirittura sotto il nome de ‘lo stupro di Nanchino’, identificando la violenza sulle donne con quella su un’intera città, così come ne “La ciociara” di Moravia lo stupro di Rosetta e della figlia ad opera dei soldati marocchini diventa il simbolo dello stupro di tutta l’Italia. Nel libro del lituano Šlepikas ”Il mio nome è Maryté”, si parla degli stupri dell’Armata Rossa (una delle donne protagoniste ne muore) e così pure nel diario anonimo (per volere dell’autrice) pubblicato da Einaudi nel 2004 con il titolo “Diario di una berlinese”.  Ricordo quanto fosse stata agghiacciante la lettura di questo diario, più ancora forse dello scritto autobiografico di Alaine. Quello che differenzia Alaine, quello che suscita la nostra ammirazione per lei, è la sua resilienza, la sua capacità di contestualizzare questa terribile esperienza, di riconoscere, accanto al comportamento bestiale, i lati buoni del carattere russo, la loro occasionale generosità, il loro amore per i bambini. E ci colpisce nel profondo la sua grandezza d’animo quando rinuncia ad accusare, dopo averlo riconosciuto, un singolo soldato russo per averla violentata. Uno per tanti- che senso aveva punire con la morte solo lui?

   “Donna sul fronte” è un libro importante, un libro da leggere per il suo duplice valore come documento storico e come testimonianza personale.


   

      

mercoledì 20 aprile 2022

Gábor T. Szántó, “1945 e altre storie” ed. 2022

                                         Voci da mondi diversi. Ungheria

          racconti

Gábor T. Szántó, “1945 e altre storie”

Ed. Anfora, trad. Richárd Janczer e Mónika Szilágyi, pagg. 232, Euro 18,50

     Lui, lo scrittore, sceneggiatore, poeta e saggista Gábor T. Szántó, si definisce ‘l’ultimo scrittore ebreo d’Ungheria’. E l’ebraicità, la Shoah, l’antisemitismo, sono tematiche importanti nei racconti riuniti in “1945”, titolo che suggerisce un tempo immediatamente dopo la tragedia della seconda guerra mondiale. Vedremo, però, che non sono gli unici temi, ce ne sono degli altri, ugualmente anche se diversamente dolorosi.

     Che cosa è successo in quel ‘dopo’? come è stato rielaborato quello che era accaduto, da una parte e dall’altra? Il racconto iniziale, “Il ritorno”, da cui è stato tratto il film diretto dal regista ungherese Ferenc Török, stabilisce l’atmosfera e punta l’attenzione non tanto sui due ebrei, uno anziano ed uno giovane, che ritornano in un villaggio su un treno composto solo da una locomotiva, da un vagone passeggeri e uno merci, quanto sugli abitanti che assistono allo scaricare di undici casse e quindi al passaggio di un carretto seguito dai due uomini in lutto e diretto al cimitero.

    ‘Sono tornati…Sono tornati…”, parole come un soffio di vento che percorre le strade del villaggio, entra nelle case, suscita domande, riporta ricordi alla mente, scatena paure. È chiaro chi siano quelli che sono tornati. Il passato riaffiora a sprazzi- case e negozi di cui, dopo la partenza di ‘quelli’, altri si erano impossessati (li rivorranno indietro?), mobili e suppellettili trafugati (li rivorranno indietro?). E che altro vorranno di nuovo? Ricorderanno i visi di chi è rimasto impassibile allora?


   Il racconto è tutto giocato sul non detto, sul ricordo che si preferirebbe non ricordare, mentre il carretto con le dodici casse (contengono cosmetici, corre la voce) sfila per le vie del paese, anomalo carro funebre. Quanto sia anomalo, quanto sia macabro, lo vedremo nel finale. Cosmetici…E intanto, in questi bisbigli, abbiamo percepito la meschinità dei moventi di questi ungheresi che si sono avvantaggiati del genocidio. È la colpevolezza del silenzio, del distogliere lo sguardo, che è sconvolgente.

   In un altro racconto due sopravvissuti cercano di farsi giustizia da soli. Un racconto breve che punta il dito sullo scandaloso rinserimento nelle loro funzioni di coloro che si sono macchiati di crimini di guerra e sono rimasti impuniti. In “A onor del vero” Szántó ritorna sul tema dell’impunità- due fratelli rapiscono un vecchio nazista che vive in tutta tranquillità, lo rinchiudono in una cantina obbligandolo a guardare, a ciclo continuo, il filmato sulla liberazione dei campi con le scene agghiaccianti delle montagne di morti scheletrici. Ma non sono stati solo gli ebrei ad essere vittime della guerra- ne “La notte più lunga” il tema della ‘casa’ e dell’esproprio è affrontato con riguardo alla deportazione  e alla sostituzione di alcune comunità etniche in territorio ungherese. Si può pesare il dolore su una bilancia?


     Lo scrittore affronta anche altri argomenti- una forma distorta di amore materno nato dalla solitudine e dall’isolamento, la scoperta dell’amore omosessuale e infine il dramma dell’incertezza dell’identità sessuale in “Trans”, dove un ragazzo vuole diventare rabbino ma vuole anche sottoporsi all’operazione per diventare donna, e perora la sua causa con un’argomentazione lucida che rivela un intelletto brillante.

    Lo stile di tutti questi racconti è asciutto e spoglio, lascia trapelare i pensieri dei protagonisti, il conflitto interiore che li spinge all’azione. Sono racconti che ci parlano di ingiustizie, di sofferenze nascoste, di ferite mai rimarginate, di un passato che non passa, di pregiudizi e di un antisemitismo che non è mai scomparso.

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