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mercoledì 8 aprile 2026

Henrik Pontoppidan, “L’ospite regale” ed. 2026

                                             Voci da mondi diversi. Danimarca

            premio Nobel

Henrik Pontoppidan, “L’ospite regale”

Ed. Iperborea, trad. Fulvio Ferrari, pagg. 110, Euro 16,00

 

     È un premio Nobel dimenticato, lo scrittore danese Henrik Pontoppidan? Forse sì e, quasi certamente, è poco conosciuto. Nato nel 1857 a Fredericia, morì a Ordrup nel 1943 e ricevette il premio Nobel nel 1917, ex-aequo con Karl Gjellerup (altro scrittore danese di cui dobbiamo confessare di non sapere nulla).

Pontoppidan è considerato l’esponente maggiore della narrativa naturalista in Danimarca, ma “L’ospite regale”, appena pubblicato da Iperborea, ci pare staccarsi dalla forma naturalista, sembra più una favola leggera che nasconde un profondo significato.

    Sono passati sei anni da quando il giovane medico Arnold Højer era arrivato con l’altrettanto giovane moglie Emma a Sønderbøl nello Jylland. Venivano entrambi dalla capitale e si fa presto ad inneggiare la bellezza della vita in campagna- i primi tempi erano stati duri, era stato difficile abituarsi alla solitudine, a quell’isolamento- la stazione era a più di 20 km. di distanza, il paese era costituito da una manciata di casette di povera gente, non c’era nemmeno un prete con la sua famiglia, solo un maestro attaccabrighe. Adesso che Emma era sempre affaccendata ad occuparsi della casa e di tre bambini, le sembrava di essere stata terribilmente infantile quando aspettava il ritorno del marito seduta accanto alla finestra. C’è un certo che di simbolico nel fatto che avessero chiamato i bambini con i nomi biblici di Caino, Abele ed Eva- quello era il loro paradiso terrestre.


   Sappiamo però che il Paradiso terrestre non era per sempre, conosciamo la storia della tentazione del serpente e della cacciata dei primi uomini. E ci sarà anche un serpente ad insinuarsi nella casa dei due coniugi. Aspettavano dei parenti che sarebbero dovuti venire loro ospiti da Copenhagen. In loro vece era arrivato uno sconosciuto, un uomo distinto dalla corporatura massiccia, vestito con eleganza. Si presenta in maniera elusiva, dice di essere un amico del pastore (lo chiama però con un nome diverso da quello con cui lo conoscono gli Højer), se vogliono dargli un nome possono chiamarlo il principe Carnevale. Ma che cosa è ? uno scherzo? A Carnevale ogni scherzo vale…Emmy è diffidente, vorrebbe che il marito lo cacciasse via, ma non pare sia possibile.

    Inizia così una serata a dir poco insolita per Arnold ed Emmy. È il principe Carnevale che dà ordini, che addobba tavolo e sala per la cena, che chiede loro di cambiarsi e vestirsi eleganti (Emmy si vergogna ad indossare l’abito rosa di seta di quando era ragazza), che suona uno strumento che è una via di mezzo tra un mandolino e un liuto, che canta, che sembra corteggiare Emmy. E Arnold si ingelosisce.


   Questa storia di una notte di stravagante follia in cui non sembra succedere niente finisce con il Principe Carnevale se ne va, avvolto nel suo alone di mistero un poco sulfureo. Dietro di sé lascia però due persone che sono cambiate nel giro di una notte ed è questo il significato della ‘favola’. Arnold ed Emmy si erano adagiati in una tranquilla routine, adesso, invece, c’è in loro una certa inquietudine, una irrequietezza che è stimolante, c’è una spinta a non dare tutto per scontato, a godere delle solite cose come se si trattasse sempre di novità.

È significativa l’immagine con cui si chiude il racconto- Emmy, ormai ingrigita ma non ancora anziana, siede accanto alla finestra, guarda il tramonto e le nuvole che corrono nel cielo, ‘immagine dell’eterna inquietudine’.  



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sabato 21 marzo 2026

John Galsworthy, “Il Possidente”

                                                                  OFF THE MAIN ROAD

Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
          saga

Premio Nobel

John Galsworthy, “Il Possidente”

Ed. Elliot, trad. Gian Dauli, pagg. 316, Euro 9,90

 

      “The man of property”: un classico senza tempo. La prima pagina della mia copia del libro- scritto in caratteri piccolissimi, una edizione Penguin- riporta la data e il luogo di quando lo comperai: ‘London 1961’- e, come sempre mi succede in questi casi, mi sento precipitare nella voragine del tempo. Nel mio ricordo era un libro molto bello. Lo è ancora.

    Questo è il primo di tre romanzi e due interludi, pubblicati tra il 1906 e il 1921 con il titolo “La saga dei Forsyte”. L’autore, John Galsworthy, vinse il premio Nobel nel 1932, un anno prima di morire.

È Soames Forsyte il protagonista di questo primo romanzo, è lui ‘il possidente’ (questo è il titolo in italiano), ma, insieme a lui tutta la famiglia Forsyte vive su queste pagine, e la famiglia Forsyte rappresenta l’alta media borghesia inglese- Galsworthy conia addirittura un sostantivo, ‘forsyteismo’, per indicare l’atteggiamento, il ‘credo’ della società a cui i Forsyte appartengono. Un credo che si riassume in una sola parola, ‘possesso’. È questo il metro di giudizio per stimare il valore di una persona, o di una cosa. ‘Quanto costa?’, ‘quanto avrà pagato?’, ‘su quanti soldi all’anno può contare?’. È lo stesso divario che appare in “Howards End” di Forster, del 1910, fra i Wilcoxes per cui è il denaro che conta e le sorelle Schlegel amanti dell’arte, della musica e della letteratura.

sullo schermo

    Il più anziano della famiglia, il maggiore dei numerosi fratelli e sorelle Forsyte, è Jolyon, un gran vecchio e una figura molto bella, forse perché ha già molto sofferto. Suo figlio, Jolyon come lui, ha abbandonato la moglie e la piccola June, per inseguire l’amore. Scandalo in famiglia. Oltretutto fa il pittore- un Forsyte squattrinato e artista? June è cresciuta con il nonno che la adora ed è pronto ad accettare in famiglia l’architetto Philip Bosinney di cui è innamorata. I Forsyte gli appioppano subito un soprannome che dice tutto il loro disprezzo per lui- ‘il bucaniere’, che è come dire, il filibustiere, il pirata. E tuttavia Soames, per auto glorificarsi e per ingraziarsi la moglie Irene, affida proprio al bucaniere l’incarico di costruire per lui una villa in campagna. Da questo punto tutto è prevedibile- il matrimonio di Soames con Irene è un’unione di facciata, lei è bellissima, lui l’ha corteggiata a lungo finché lei ha ceduto (soldi, sempre questione di soldi: che altre scelte ha una donna senza un patrimonio oltre a quella di sposare un uomo ricco?), Soames non riesce proprio a capire perché lei lo odi, e poi, diamine, lei è sua moglie, lei è sua, un suo possesso, una moglie deve adempiere al dovere coniugale, volente o no. E l’amore tra Irene e Bosinney è come una fiammata, povera piccola June, che possibilità ha di tenersi il fidanzato? La fiammata diventa un incendio che distruggerà tutto e tutti.


    I personaggi sono tanti ma Galsworthy è un maestro sia nell’esaminare l’evolversi dei rapporti tra padri e figli (il grande vecchio, Jolyon, si riavvicina al figlio, artista anche lui come Bosinney), tra nonno e nipoti, tra mariti e mogli, sia nella delicatezza fatta di sottintesi con cui osserva l’attrazione fatale fra Irene e l’architetto (nessuna scena li ritrae da soli eppure anche il non-detto è chiaro), sia nello scrivere del divorante desiderio di vendetta di Soames, sia, infine, nel dipingere sullo sfondo Londra con i suoi parchi e la sua nebbia o la dolce campagna inglese.

    Viene da pensare che nessuno scrittore contemporaneo è più capace di scrivere romanzi come questo.



   

martedì 9 settembre 2025

Abdulrazak Gurnah, “Furto” ed. 2025

                                               Voci da mondi diversi. Africa

                                                  premio Nobel


Abdulrazak Gurnah, “Furto”

Ed. La Nave di Teseo, trad. Alberto Cristofori, pagg. 368, Euro 20,90

   Nel primo romanzo dopo il conferimento del premio Nobel nel 2021 Abdulrazak Gurnah non esce dalla Tanzania, i suoi personaggi si muovono negli anni ‘90, studiano e trovano lavoro in patria cercando di cambiare qualcosa, di smuovere il paese verso nuove idee, verso la modernità, rinunciando alla fuga all’estero.

     Dopo un preambolo che già contiene le radici di un cambiamento- una giovane donna deve accettare il matrimonio con un uomo più vecchio di lei e che lei non ama ma non ne accetterà la violenza e ritornerà a vivere con il padre e la madre per poi risposarsi- i personaggi di cui seguiremo le vicende sono tre: Karim, Fauzia e Badar.

    Karim è l’unico figlio della donna che abbiamo conosciuto nelle prime pagine, forse è un figlio non voluto, forse è un ricordo perenne di un matrimonio forzato, forse è per questo che Karim viene abbandonato con leggerezza a vivere prima con i nonni e poi con un fratellastro quando sua madre si risposa e va ad abitare a Das er Salam. Karim è intelligente e ambizioso, studia, frequenta l’università, trova un buon lavoro, farà carriera. E a un certo punto incontra Fauzia e se ne innamora, ricambiato.


   L’amore è una liberazione per Fauzia, cresciuta sotto l’ala protettiva della madre che ha sempre temuto, nonostante le rassicurazioni dei medici, che si potesse ripresentare un attacco epilettico come quelli che aveva avuto Fauzia da bambina. Fauzia è la degna compagna di Karim, è una giovane donna colta, laureata, che ama insegnare.

    Quanto a Badar, dapprima pensiamo che sia l’elemento ‘stonato’ del trio di amici. Suo padre lo vende, in pratica, perché faccia il servo in casa della madre di Karim. Ma, c’è un ‘ma’, c’è un segreto nella sua esistenza, c’è la storia di un furto.

    “Furto” è il titolo del romanzo e ne apprendiamo appieno il significato nel corso della lettura, perché c’è più di un furto dopo quello iniziale che riguarda Badar e che corrisponde alla idea generalizzata. Anche Badar verrà accusato, ingiustamente, di furto. Anche Karim si renderà colpevole di furto quando abbandonerà la moglie, anche la Tanzania stessa è stata vittima di furto durante la colonizzazione.


Ed allora questo romanzo, dall’andamento così tranquillo e tradizionale, senza grande innovazione e rumore, si amplia, diventa un romanzo che ci parla con pacatezza della Storia della Tanzania, di sfruttamento, di discriminazione, di tradizione e di modernità, di nuovi modelli di vita e di nuove aspirazioni.

    I tre protagonisti cambiano, la vita li obbliga a cambiare, sono i tempi a cambiare e anche i sentimenti cambiano, l’arrivo di una bambina doveva essere la felicità e invece scombina gli equilibri, c’è ancora un altro ‘furto’ alla fine. 

E noi dobbiamo riflettere.



mercoledì 12 marzo 2025

Aleksandr Solzenicyn, “Reparto C”

                                                                                       Off the main road

Consigli per letture e riletture
Premio Nobel

Aleksandr Solzenicyn, “Reparto C”

Ed. Einaudi, trad. Giulio Dacosta, pagg. 580

    Quando siamo delusi da tutte le novità impilate sui banchi delle librerie, quando non sembra più esserci nessun romanzo che non ci dia l’impressione di perdere tempo, prendiamo in mano un romanzo russo e sarà tutta un’altra storia. Forse è la storia travagliata e tragica della Russia, forse è il loro clima impietoso che costringe ad una vita che si chiude nell’interno della casa e nell’interno dell’anima portando alla riflessione- ci deve essere qualcosa che fa sì che i romanzi russi siano diversi, abbiano una pienezza che non ci stanca e non ci annoia, che regge anche ad una rilettura a distanza di anni.

     Avevo letto “Reparto C” di Aleksandr Solzenicyn nel 1969. L’ho riletto adesso: è sempre uno splendido romanzo. Scritto tra il 1963 e il 1967, il segretario dell’Unione degli Scrittori dell’URSS ne vietò la pubblicazione sulla rivista Novyi Mir anche se il libro era già circolato clandestinamente. All’insaputa dell’autore il romanzo fu pubblicato in Europa e la stampa russa iniziò una campagna denigratoria contro l’autore che nel 1969 fu espulso dall’Unione degli Scrittori. In Italia apparve dapprima, nel 1968, con il titolo di “Divisione Cancro” di ‘autore anonimo’ presso Il Saggiatore e dopo, con il titolo “Reparto C”, presso Einaudi e con il nome dell’autore.


    1955, due anni dopo la morte di Stalin. Una città mai nominata, presumibilmente Tashkent. Un ospedale per gli ammalati di cancro- Solzenicyn stesso fu ricoverato nell’ospedale oncologico della capitale uzbeca e molto di quello che leggiamo è la sua propria esperienza. Il  padiglione 13 (nella numerazione avrebbero dovuto saltare questo numero sfortunato) è un microcosmo, la controparte di quello rappresentato ne “L’arcipelago Gulag” che l’autore scrisse contemporaneamente. La morte è in attesa, sia per gli uomini del reparto C sia per i prigionieri nel Gulag, ma nell’ospedale si combatte per allontanare la morte curando gli ammalati, mentre nel Gulag si cerca di affrettarne la fine.

     Due gruppi di personaggi- gli ammalati- e sono uomini, i medici- e sono per lo più donne. Ad un certo punto compare, unica, una ragazzina spavalda, con i capelli gialli, che è ammalata ma si rifiuta anche solo di pensarlo e che fa amicizia con il giovane Demka. Lo compatisce, come farà a vivere, Demka, se gli amputano una gamba? Più tardi, lei che doveva fermarsi pochi giorni, piangerà sconsolata accanto al letto dell’amico- come potrà indossare un costume da bagno?

Tashkent

     I degenti vengono alla ribalta uno per volta, a poco a poco li conosciamo tutti e sappiamo tutto di loro. Uno, però, diventa il protagonista- l’alter ego dello scrittore. È Kostoglotov, ex topografo, ex combattente, ex deportato ed ora condannato al confino perpetuo. È colto, sa discutere con i medici sulle terapie a cui lo sottopongono, è un lottatore impavido che non si arrende. Ed è anche protagonista di una delle più belle storie d’amore della letteratura. Perché nel grigiore dell’ospedale, nell’ansia quotidiana dei controlli medici per vedere a che punto è il tumore dell’uno o dell’altro, fiorisce anche l’amore insieme alla speranza di poter godere ancora di un frammento di vita.

Di contro a Kostoglotov un altro personaggio deve essere citato. Rusanov è la controparte di Kostoglotov. Rusanov arriva altezzoso, pretenderebbe maggiore attenzione, non vorrebbe mescolarsi a questa gentaglia. E invece deve. Se Kostoglotov ha conosciuto il Gulag, in teoria Rusanov sarebbe potuto essere il suo delatore. È terrorizzato, Rusanov, quando la moglie gli dice che ‘stanno tornando’. Tornano i sopravvissuti alla deportazione- e se volessero vendicarsi?


    Eleggiamo anche tra i medici due protagoniste, due donne eccezionali- la Doncova, che si è prodigata oltre ogni limite, che ha fatto scuola a tutti gli altri medici, e che ora è ammalata anche lei. E Vera Gangart, anzi Vega, con il nomignolo che confida a Kostoglotov. Vega dall’iniziale del nome e cognome, Vega come la quinta stella più luminosa del cielo notturno. La dolcissima Vega, così paziente, così umana, che ha tempo per tutti gli ammalati, che ha una parola di conforto per ognuno. E’ di lei che Kostoglotov si innamora, ricambiato. Ma può avere un futuro questo amore?

    Come in quell’altro bellissimo romanzo che si svolge tra ammalati, “La montagna incantata” di Thomas Mann, anche qui ci sono discussioni politiche ed etiche tra i personaggi. E’ lo spettro della morte che invita a riflessioni su quale sia il senso della vita, è la fine di un’epoca (nel romanzo di Mann incombe la prima guerra mondiale e in quello di Solzenycin il rivolgimento del dopo-Stalin) che spinge a farsi domande sulle idee del passato e sul futuro.

     Aleksandr Solzenicyn vinse il premio Nobel nel 1970. Non andò a ritirarlo per timore che non gli venisse concesso di rientrare in patria. Testimone e vittima del regime comunista, questo scrittore- grande quanto Tolstoj e Dostojevskji- sembra essere stato dimenticato, messo da parte. C’è da chiedersi il perché.

    Leggete, o rileggete Solzenicyn. C’è un solo rischio: quello di non essere soddisfatti da qualunque altra lettura si inizi dopo di lui.



 

 

domenica 17 novembre 2024

Han Kang, “Non dico addio” ed. 2024

                                                      Voci da mondi diversi. Corea

                                                  Guerra

premio Nobel

Han Kang, “Non dico addio”

Ed. Adelphi, trad. Lia Iovenitti, pagg. 265, Euro 20,00

 

     C’è un altro frammento di storia della Corea nel libro “Non dico addio” della scrittrice Han Kang, vincitrice del premio Nobel 2024. Un frammento che fa luce su un episodio forse ancora più doloroso della rivolta popolare di Gwangju soffocata nel sangue nel 1980 e rievocata in “Atti umani”- i massacri di Jeju in cui un numero imprecisato di persone, forse trentamila, forse di più, fu trucidato per eliminare qualunque supposto simpatizzante comunista. Lo sterminio iniziò il 3 aprile 1948- infatti viene ricordato semplicemente come ‘Jeju 4.3’- e proseguì nel 1949. Si era alla vigilia della guerra di Corea, tra il Nord, sostenuto dall’Unione Sovietica e dalla Cina, e il Sud, sostenuto dagli Stati Uniti. Nella paranoica paura del Comunismo furono proprio gli Stati Uniti a fomentare i massacri.

    La prima parte del libro era stata scritta precedentemente e solo in un secondo tempo Han Kang la rimaneggiò dandole un seguito. È uno stacco che si avverte, tra la prima e la seconda parte, e la prima parte occupa uno spazio troppo lungo, è come un’introduzione personale, tra il sogno e la realtà, ricca di immagini metaforiche, alla seconda parte che è in brutale contrasto con la prima.


La protagonista, Gyeong-ha, sta passando un periodo difficile- è sola, soffre di invalidanti emicranie, ha degli incubi ricorrenti a cui non sa dare spiegazioni. Quello che vede in sogno sembra un cimitero, invece delle lapidi ci sono dei tronchi neri su cui fiocca la neve, finché una marea avanza e lei si sveglia. La richiesta dell’amica Inseon, in ospedale perché si è tranciata due falangi lavorando il legno per il progetto del cimitero di tronchi che avrebbero dovuto realizzare insieme, la porta a Jeju, l’isola nello stretto di Corea. Inseon le ha chiesto qualcosa di strano a cui però Gyeong-ha non può sottrarsi: deve andare a dare da bere al pappagallino che altrimenti morirà.

    Inizia così il viaggio della protagonista, tra realtà, metafora, sogno, in una natura che è in apparenza pura e incontaminata, con la neve che cade in grossi fiocchi in un silenzio di ovatta. Che cosa si nasconde dietro questa apparenza? Il viaggio di Gyeong-ha per arrivare alla casa dell’amica è difficoltoso, dopo un percorso in autobus deve proseguire a piedi, perde la strada, cade lungo un pendio. Quando arriva alla casa trova il pappagallino morto, l’elettricità salta e lei rimane al buio e al freddo. Sono tutti segnali premonitori di quello che verrà a sapere, in parte raccontato da Inseon (come mai riappare accanto a lei? non era in ospedale? È un sogno? È morta e la visita sotto forma di spirito? Anche l’uccellino, che lei è sicura di avere sepolto, sembra tornare in vita) e in parte dalla madre di questa che aveva rivelato alla figlia il suo tremendo passato negli ultimi anni prima di morire e prima che la sua memoria fosse inghiottita dall’Alzheimer.


La madre e la zia erano sopravvissute al massacro in cui i loro genitori e un’altra sorella erano morti. E non avevano mai smesso di credere che anche il fratello potesse essere scampato, ne avevano seguito le tracce nelle varie prigioni da cui era passato, avevano ascoltato la testimonianza dell’uomo che lo aveva incontrato e che poi sarebbe diventato il padre di Inseon.

    Queste testimonianze spezzate, questi ricordi frammentari, gli esami delle fotografie a bassa risoluzione, i racconti a volte ripetuti- sono la parte più bella del libro, come se si scrollassero di dosso tutta la neve che è caduta su Jeju per rivelarsi, come se le cataste impressionanti di ossa bianche trovate in una grotta volessero prendere la parola e vincere lo smemoramento dell’Alzheimer, come se tutti quei bambini uccisi- quanti bambini, anche neonati-, implumi come il pappagallino morto, esigessero di avere nel ricordo la vita che non gli era stato concesso di avere.

    Non c’è fine agli orrori, nel passato e nel presente.



martedì 15 ottobre 2024

Han Kang, “Atti umani” ed. 2017

                                                      Voci da mondi diversi. Corea

                                                     guerra

premio Nobel 2024

Han Kang, “Atti umani”

Ed. Adelphi, trad. Milena Zemira Ciccimarra, pagg. 205, Euro 11,40

 

      Era il 18 maggio 1980. “5/18”- è con questa numero che si ricorda la data del massacro di Gwangju, nella Corea del Sud. Un bagno di sangue. Da 1000 a 2000 le vittime, forse di più. Come sempre, in questi casi, è impossibile sapere il numero esatto. Nell’ottobre del 1979 c’era stato un primo colpo di stato con l’assassinio del presidente Park Chung-hee, seguito da un secondo colpo di stato a due mesi di distanza: Chun Doon-hwan aveva instaurato un regime dittatoriale che aveva suscitato proteste e manifestazioni da parte di professori e studenti a partire dal marzo 1980. Si chiedevano riforme democratiche e l’abolizione della legge marziale. Seguì una violenta repressione in seguito alla quale aumentarono le proteste fino a culminare nei fatti di sangue del 18 maggio a Gwangju. L’esercito soffocò la rivolta con atti di tremenda crudeltà e il 27 maggio i carri armati entravano in città. Era stata una ‘piccola Tienanmen coreana’.

Chun Doon-hwan

    La Storia di quei giorni (poco conosciuta in Occidente) è lo sfondo del romanzo “Atti umani” della scrittrice Han Kang, vincitrice del premio Nobel 2024. È un libro grondante sangue e dolore, un racconto a più voci e in tempi diversi, perché un episodio così drammatico non si esaurisce nei giorni in cui accaddero i fatti ma lascia una ferita aperta, una memoria mai sopita delle violenze subite, della perdita di chi ci era caro, un susseguirsi di domande senza risposta su che cosa si sarebbe potuto fare per cambiare il corso del destino.

   Il libro è composto da sette ‘quadri’ con sette personaggi ed inizia con un ragazzino di quindici anni, Dong-ho (il suo nome riapparirà spesso in queste pagine, diventa il simbolo della rivolta e della spietatezza dei militari che non esitano a infierire su donne e bambini) che cerca il suo amico. Sua madre, che comparirà in quadro più avanti, aveva cercato di farlo tornare a casa prima che l’esercito entrasse in città. Non ci era riuscita e passerà il resto della sua vita a piangere il figlio e a sentirsi in colpa. Con Don-Ho entriamo nella palestra dove vengono portati i corpi di quelli che sono stati uccisi, solleviamo il lenzuolo che ricopre i cadaveri, restiamo inorriditi dalle ferite.


Una ragazza si prende cura dei morti, li ripulisce, accompagna i familiari per il riconoscimento, accende candele per smorzare il puzzo. La rivediamo cinque anni dopo, lavora come redattrice e si incarica di sottoporre i testi all’ufficio della censura- verrà portata nell’ufficio della polizia e schiaffeggiata perché denunci il nome del traduttore dell’ultima opera teatrale che ha consegnato e di cui non è rimasto quasi nulla dopo le cancellature della censura. Leggiamo di un’operaia e di un prigioniero- quello che tutte queste persone, vive o morte, hanno in comune è l’impossibilità di dimenticare. Anche i sopravvissuti sono morti, sono morti dentro. Hanno subito torture atroci, rivivono le sevizie negli incubi, cercano di annegare i ricordi nell’alcol, alcuni finiscono per suicidarsi.

    Han Kang aveva nove anni all’epoca della rivolta. Da adulta sente che è suo dovere indagare, consultare la documentazione che riesce a trovare (il viso del ragazzino Hong-do la perseguita, riesce a parlare con suo fratello), mettere per iscritto la storia di quei giorni, preservare la memoria delle persone e dei fatti, rompere la barriera del silenzio. Lo fa con uno stile asciutto che non si concede sentimentalismi- in quale altro modo si può parlare di sevizie, torture, atrocità e morte violenta? In quale altro modo si può parlare di una società in cui la pietà è morta? E l’alternarsi di voci diverse, di vivi e di morti, il passaggio da un ‘io narrante’ in prima persona ad una seconda o terza persona, lo spostarsi del tempo, dall’epoca dei fatti agli anni seguenti, fino a quelli più vicini a noi, ci dà l’idea di eternità- delle persone, ma non solo. Del dolore e dell’ingiustizia e del diritto alla libertà.

Un libro per chi vuol sapere, per chi non ha paura di confrontarsi con la malvagità umana. Da leggere.

     Un film del 2017, “A taxi driver”, diretto da Jang Hoon, si ispira alle vicende del 18 maggio 1980.



 

venerdì 11 ottobre 2024

PREMIO NOBEL

 




Il premio Nobel per la letteratura 2024 è stato conferito alla scrittrice coreana HAN KANG.

La mia recensione del suo romanzo “L’ora di greco” è stata pubblicata il 26 gennaio 2024.



domenica 29 ottobre 2023

Jon Fosse, “Mattino e sera” ed. 2019

                                                                             vento del Nord

        premio Nobel 2023

Jon Fosse, “Mattino e sera”

Ed. La Nave di Teseo, trad. Margherita Podestà Heir, pagg. 160, Euro 16,00

        Da quanto è vecchio il mondo, da sempre, la mattina e la sera, il sorgere e il tramontare del sole, sono l’immagine dell’inizio e della fine della vita.

Il breve romanzo di Jon Fosse, breve come un respiro, come la vita stessa, inizia con un bambino che viene al mondo. Si chiamerà Johannes. Come il nonno. Farà il pescatore. Come il nonno.

    È il nonno Johannes il protagonista, nel suo ultimo giorno su questa terra o forse quando è già nell’aldilà o forse quando è sulla soglia dell’altro mondo.

Si sveglia, Johannes. Si sveglia? O è già nel grande sonno dove sogna di svegliarsi? Pensa che adesso farà le solite cose, una tazza di caffè e una sigaretta, come sempre. Quando- è ormai sera- la figlia minore arriva in casa del padre, preoccupata perché le hanno fatto sapere che Johannes non si è visto per tutto il giorno, le sigarette sono lì sul tavolo, il caffè non è stato fatto.


   Seguiamo Johannes nell’arco della giornata- la sua ultima, uguale a tutte le altre. E veniamo a sapere tutto o quasi di lui, del primo amore con la ragazza così bella messa incinta da un altro, dell’incontro con quella che sarebbe poi diventata sua moglie, dei figli, della barca e delle uscite quotidiane in mare, dell’amico Peter che lo aveva salvato ripescandolo con un arpione la volta che lui, Johannes, era caduto in acqua e stava per annegare. Incontra anche Peter, in questo giorno, e a tratti gli pare naturale- non è tutto come al solito?- a tratti, invece, si stupisce- non è morto, Peter? Appare come una sorta di figura evanescente, un fantasma, Peter, con i capelli lungi e radi perché è da un po’ che Johannes non glieli taglia. È come se Peter entrasse e uscisse da un sogno, come se attraversasse un sipario trasparente. Lo stesso fa la moglie molto amata, che gli viene incontro mentre lui rientra- perché lo ha lasciato solo, andandosene prima di lui? E la figlia, che si affretta verso la sua casa, e non lo vede? Farà finta di non vederlo?

   Johannes è stato un brav’uomo, non è stato facile provvedere alla famiglia facendo il pescatore, eppure ce l’ha fatta.


In questo romanzo che ha un contenuto non originale, la bravura di Jon Fosse è nella poeticità della scelta delle situazioni e della lingua, nel creare l’impressione del crepuscolo della vita tra rimpianto per quanto è passato e soddisfazione del conchiudere la propria esistenza in pace con tutto e con tutti. Lo stile narrativo si fa notare, come in “Settologia” per la punteggiatura- ci sono le virgole ma non i punti. Eppure la mancanza dei punti non ha importanza, il lettore è obbligato a fare una pausa nella lettura ogni volta che lo scrittore va a capo. Un vezzo stilistico, dunque?

  


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sabato 14 ottobre 2023

Jon Fosse, “Io è un altro. Settologia (Vol. 3-5)

                                                                            vento del Nord

           Premio Nobel 2023

Jon Fosse, “Io è un altro. Settologia (Vol. 3-5)

Ed. La Nave di Teseo, trad. Margherita Podestà Heir, pagg. 304, Euro 22,00

    È successo tutto come al solito. Dopo le mille speculazioni, dopo le liste di possibili vincitori tra cui alcuni nomi ricorrono da anni in questa rincorsa al premio Nobel, il 5 di ottobre è stato annunciato che il premio è stato conferito al norvegese Jon Fosse- come al solito da un po’ di anni a questa parte, uno sconosciuto per la maggior parte dei lettori italiani nonostante due sue opere siano nel catalogo della Nave di Teseo (una terza è appena stata pubblicata il 10 di ottobre) e il libro del suo Teatro sia stato pubblicato nel 2006 dalla casa editrice Editoria e Spettacolo. Eppure in Norvegia è talmente noto che gli è stato concesso dal Re di risiedere, per meriti letterari, nella residenza onoraria di Grotten, e il Daily Telegraph lo considera uno dei 100 geni viventi. Sessantaquattrenne, sposato con sei figli, alcolizzato fino a un decennio di anni fa, si è convertito al cattolicesimo nel 2012.

   “Io è un altro. Settologia 3-5” è il seguito di “Settologia I-II. L’altro nome”, pubblicato nel 2019. L’inizio contiene la cifra stilistica del romanzo- E mi vedo mentre osservo il dipinto con le due linee, una viola e una marrone che si intersecano al centro, e penso che il soggiorno è così freddo e che, a prescindere dall’ora è troppo presto per alzarsi, allora perché mi sono alzato?....scrutando nel buio vedo Asle in cortile, è seduto sull’altalena, ma non si dondola…

residenza di Grotten

    L’io narrante è l’anziano pittore Asle che aggiungerà a poco a poco dettagli che ci aiutano ad immaginarlo- capelli grigi raccolti in una coda per compensare l’inizio di calvizie, giacca di velluto nero, borsa di cuoio che è la stessa che si era comprato da ragazzo, quando era andato a studiare lontano da casa. Il secondo Asle che il pittore vede in cortile è se stesso da bambino che deve affrontare la mamma (sempre citata come ‘Madre’, accanto a ‘Padre’, ‘Nonno’ e ‘Nonna’, ‘Sorella’, ‘Medico’, ‘Panettiere’ e così via) che gli chiede furibonda dove abbia preso le tre corone che erano nelle tasche dei suoi pantaloni. Il presente confluisce senza stacco nel passato per tornare nel presente. Asle pittore con il quadro delle due linee che vuole tenere per sé invece di regalarlo all’amico pescatore Åsleik (uno dei pochissimi nomi che appaiono nel romanzo, insieme a quello della moglie morta, Ales- tutti riconducibili al nome del protagonista) si alterna ad Asle bambino e poi ragazzino che eccelle in una sola materia a scuola, il disegno, e che a quindici anni va a vivere da solo ad Aga per frequentare il Liceo e poi l’Accademia. La narrativa poi ritorna al presente con Asle che porta i suoi quadri alla galleria che li esporrà (quando il racconto scivola nel passato troviamo la storia di come Asle sia arrivato ad acquistare la fama con questi quadri di pittura astratta che non piacevano a nessuno delle sue conoscenze), e, se nel passato Asle giovane andava a trovare al ricovero la Nonna a cui era molto affezionato, nel presente cerca di essere ammesso all’ospedale dove un altro Asle, pittore anche lui e chiamato Omonimo nelle pagine del passato, sta morendo. Era stato proprio lui, Asle il protagonista, a trovarlo ubriaco, forse in coma etilico, sul bordo della strada, nella neve. Da subito, quando Asle giovane aveva fatto conoscenza di Omonimo, abbiamo capito che questi è il suo doppio, che la sua discesa nell’alcolismo è quella che si annuncia al narratore nel momento stesso che accetta che un amico alteri la sua data di nascita sulla carta di identità per poter comperare la birra.


    Tra presente e passato, tra bevute e smemoratezze, c’è tutta la vita di Asle in queste pagine, la passione dominante per la pittura e quella per la moglie che ha avuto su di lui una così grande influenza da indurlo a convertirsi al cattolicesimo, ci sono le sue riflessioni sulla religione, l’importanza e il significato della  fede, la recita delle preghiere in latino, e lo sguardo fisso sulla sedia vuota della moglie su cui non permette a nessuno di sedersi.

    Il flusso di coscienza usato da Fosse ricorda Joyce, così come il breve tempo della narrazione ricorda quell’unico giorno di “Ulisse”, mentre le riflessioni sul finir della vita e il gioco di nomi uguali o simili a quello del protagonista richiamano alla mente “Malone muore” di Samuel Becket. L’uso della punteggiatura è personale in questo romanzo che finisce per essere un poco claustrofobico. Per una strana alchimia, per l’indubbia bravura dello scrittore nel creare pause, non sentiamo la mancanza di virgole e punti- non c’è un punto, un full stop neppure alla fine del libro. Indica che tutto continua? Magari in un’altra vita?

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sabato 27 maggio 2023

Isaac B. Singer, “Max e Flora” ed. 2023

                                    Voci da mondi diversi. Diaspora ebraica

      premio Nobel

Isaac B. Singer, “Max e Flora”

Ed. Adelphi, trad. E. Zevi, pagg. 207, Euro 19,00

 

     Torniamo in via Krochmalna, a Varsavia, teatro delle vicende di “Keyla la Rossa”. Torniamo nella strada del ghetto popolata da trafficoni, ladri, prostitute- l’altra faccia della società ebraica, quella senza le palandrane nere e i peyot ai lati del viso, in quella yiddishland ormai scomparsa. E ritroviamo Max Shpindler in “Max e Flora”.

    Max si è dato una ripulita, andando a Buenos Aires. Ha messo su una facciata di perbenismo- in Argentina ha fatto fortuna con una fabbrica di borsette, è sposato con Flora, si amano. E adesso sono tornati a Varsavia in cerca di ‘merce fresca’. Sì, perché, dietro le borsette che giustificano i guadagni, c’è il bordello gestito da una tal Berta e Max si è impegnato a portare un buon numero di ragazze vergini. A lui il diritto di sedurle e istradarle, Flora lo sa e non è gelosa.

   Poi l’amico Meir  Panna Acida (niente come questi soprannomi, e a Meir aggiungiamo la moglie Leah Lingualunga, Itche il Guercio e Srulke il Tonto, ci dà l’idea dell’ambiente di via Krochmalna) gli presenta Rashka, una biondina quindicenne che fa la serva presso una vecchia signora. E Max perde la testa, è certo di essere innamorato. Non ha nessuna intenzione di portarla nel bordello di Berta, Rashka è per lui.


    Le vicende di Max tornato a Varsavia sfiorano il tragicomico. Dovrebbe essere meno ingenuo, alla sua età, invece si lascia irretire da una gruppo di anarchici a cui fornisce dei soldi, per poi tirarsi indietro con la paura che lo ricerchino per ucciderlo, rapisce Rashka sorvolando sul fatto che lei non ha documenti e lui è perseguibile, visto che Rashka è minorenne, la porta in una cittadina termale facendola passare per sua figlia. E Flora? Max non vuole più saperne di Flora da quando ha scoperto che, quando l’ha conosciuta, non era affatto una ragazza innocente ma una prostituta. Lo sapevano tutti, lavorava con Leah Lingualunga, come poteva Max non aver mai avuto il minimo sospetto?

    Pensa di uccidere Flora, pensa di uccidere l’uomo che era stato il suo amante e che Flora ha di nuovo incontrato a Varsavia, no, non la ucciderà, non ucciderà neppure l’amante, la ama ancora, no, non la ama, è stanco di Rashka che è proprio una bambina con cui non può parlare di tutto come faceva con Flora. È pieno di dubbi e di incertezze, Max, sugli altri, su se stesso, sulla vita che ha condotto finora. Si ritrova perfino a pensare a valori spirituali che mai lo avevano turbato prima. Che cosa gli succede? È sapere che l’amico Meir sta morendo che lo spinge ad altri pensieri?

Via Krochmalna oggi

    Questo tassello che ricompone un mondo che non c’è più (“Max e Flora” completa la trilogia iniziata con “Il ciarlatano”) è scritto con la precisione, il colore, la ricchezza di dettagli che contraddistinguono lo stile di Isaac Bashevis Singer, premio Nobel 1978. Uno stile che riesce a combinare vivacità, ironia, leggerezza e profondità, cinismo e una certa qual tristezza di sottofondo. Perché la conclusione, che tira le fila delle varie vicende e raduna sulla scena tutti i personaggi, sia quelli maggiori sia quelli minori, è naturalmente tragico.

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