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sabato 3 ottobre 2026

Sarah Dunant, “La marchesa” ed. 2026

                           Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

romanzo storico

Sarah Dunant, “La marchesa”

Ed. Neri Pozza, trad. Maddalena Togliani, pagg. 336, Euro 19,00

 

   È Isabella d’Este la Marchesa del nuovo romanzo di Sarah Dunant. Nata nel 1474, andata sposa a Francesco Gonzaga, guidò la città-Stato di Mantova (lui era un guerriero e lasciava spesso a lei gli impegni politici) negli anni difficili di guerre, alleanze e tradimenti, tra la fine del secolo XV e l’inizio del XVI.

    “La marchesa” non è il solito romanzo storico imperniato su una grande figura femminile. È un romanzo di ambientazione storica ma anche un libro di storia dell’arte (Isabella era una fine collezionista e, alla sua morte, lasciò una collezione straordinaria di dipinti, sculture, libri, strumenti musicali) e, in un certo qual senso, un’autobiografia della scrittrice stessa  che appare nelle vesti della studiosa che consulta le lettere e i quaderni di Isabella conservati in un ex convento e in una chiesa, sede dell’Archivio di Stato di Mantova. Perché è proprio Sarah Dunant, anche se non ne sappiamo il nome, la ricercatrice vestita con una maglia verde foglia, pantaloni ocra alla turca e una sciarpa gialla. La scelta narrativa della scrittrice è insolita per un romanzo storico: ricordate il libro “Amabili resti” di Alice Sebold? La sua storia (era stata uccisa) viene raccontata da lei stessa che aleggia sul nostro mondo con lo sguardo di chi ha lasciato la vita terrena. Così è per Isabella- guarda, osserva, le piace la donna che ha chiesto di consultare le sue lettere (l’avrebbe volentieri presa come dama di compagnia), le piace di meno lo storico dell’arte con gli occhiali su cui fa osservazioni ironiche, e intanto sbircia le lettere che la scrittrice consulta. E ricorda.


    Le lettere sono il punto di partenza per ricostruire la sua vita da un punto di vista personalissimo, intimo o ufficiale, secondo a chi le lettere sono indirizzate. In genere non ci si può fidare di chi parla di sé, ma Isabella è straordinaria anche in questo. È obiettiva. Sa bene di non essere mai stata bella, non come la sorella Beatrice che andò sposa a Ludovico Sforza. Era stata gelosa di Beatrice, Ludovico era un bell’uomo e Milano non era Mantova. Quanto a Francesco Gonzaga- Isabella non si sentiva affatto attratta da lui e, dallo scambio di lettere con la madre, ci lascia intendere quanto le pesasse l’intimità coniugale. La felicità che Isabella non trovava a letto, la frustrazione e sì, anche la preoccupazione per quell’erede che non arrivava, erano compensate dal suo interesse per l’arte, per tutte le forme di bellezza che erano arte. Tutti i nomi più famosi degli artisti del Rinascimento, contesi da una corte e dall’altra, appaiono in queste pagine, balzano fuori dalle sue lettere, con le commissioni date, accettate, rifiutate, insieme alle puntuali note critiche della marchesa. Leonardo, Michelangelo, Brunelleschi, Mantegna, Giulio Romano- per citare solo i grandissimi.

Francesco Gonzaga

    Dai campi di battaglia (quella epica di Fornovo del 1495 è stata resa memorabile dal dipinto commissionato ex-voto da Francesco a Mantegna) alle corti di Mantova, di Ferrara e a quella papale a Roma, dalla descrizione di abiti e tessuti e arredi alla cella in cui fu rinchiuso Francesco Gonzaga, dai parti, di Isabella, della sorella rivale che morì a soli ventidue anni dando alla luce il terzo figlio, al mal francese, come veniva chiamata la sifilide, che si portò via Francesco. E sempre lei, Isabella, in primo piano, più a suo agio al governo del ducato di Mantova che nella stanza da letto. E sempre lei, Isabella, che alita sui fogli della scrittrice ricercatrice, che fa sentire la sua presenza, quasi volesse continuare a vivere, almeno sulla carta.

    E la carta ci riporta in vita una donna eccezionale.



    

venerdì 8 maggio 2026

Philip Hensher, “L’impero del gelso” ed. 2016

                       Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

romanzo storico

Philip Hensher, “L’impero del gelso”

Ed. Settecolori, trad. F. Bagatti, pagg. 743, Euro 28,00

     Ora andrò lontano su al Nord, a giocare al Grande Gioco- è la citazione ormai famosa presa da “Kim”, il fortunato romanzo di Rudyard Kipling in cui il protagonista viene coinvolto in questo ‘gioco’, l’attività di spionaggio e intrigo politico tra Inghilterra e Russia per il controllo dell’Asia centrale nel XIX secolo. In realtà il termine venne usato per la prima volta da un ufficiale britannico, Arthur Connolly, per diventare poi estremamente popolare con il saggio di Peter Hopkirk che è proprio intitolato “Il grande gioco”, the Great Game.

   Entriamo nel pieno del Grande Gioco nell’affascinante romanzo “L’impero del gelso” di Philip Hensher- e non lasciatevi impressionare dalla mole, perché le pagine scorrono via senza sforzo, come avviene sempre nei libri ben scritti e appassionanti.

    Le prime tre pagine sono dedicate ad una incisiva rappresentazione dell’emiro di Kabul. Dost Mohammed Khan è ammalato e chiama accanto a sé i suoi cinquantaquattro figli. Si presentano tutti tranne uno. Akbar ha mandato un messaggio dicendo che non può allontanarsi: la difesa dei confini del paese è più importante che sorreggere il capo del padre moribondo. Ci si aspetterebbe una reazione di sdegno da parte del Dost e invece questi approva che Akbar non sia venuto. Dei 54, “Tu, solo tra i miei figli, sei veramente mio figlio”. Una scena e delle parole che contengono in sé la fine del romanzo, composto da sezioni con diversi punti di vista, diversi personaggi al centro della scena, diverse allusioni ad altri famosi scrittori.


    È il 1830. Alexander Burns è un ambizioso ufficiale scozzese che, alla corte dell’emiro di Kabul, cerca di ingraziarselo per farne un alleato dell’Impero britannico che ha bisogno di rafforzare la difesa dei suoi confini in India. A Kabul è presente anche la sua controparte russa, l’altrettanto giovane Vitkevič- anche lui trama per conquistare l’amicizia dell’emiro per facilitare l’espansione russa verso i mari caldi del Sud. Questa sarà la trama centrale del romanzo, fiancheggiata da sottotrame in cui compare una miriade di altri personaggi, ognuno con la sua storia. In una prima sottotrama Alexander Burns è il beniamino della società londinese, incuriosita dal libro che ha scritto su quell’Afghanistan che sono in molti a non sapere neppure dove si trovi. Nella leggera atmosfera della Stagione di ricevimenti e balli  (impossibile non ricordare i romanzi di Jane Austen) Alexander Burns si innamora di Bella Garraway (lui non saprà mai che diventerà padre e che Bella dovrà ‘scomparire’ dalla scena londinese) e poi riparte per Kabul (c’è Joseph Conrad che affiora dalle pagine del diario/lettera che scrive a Bella durante il viaggio per mare) dove incontrerà un disertore inglese, fuggito dall’India dopo aver ucciso un commilitone, con una storia di violenze sessuali subite e in cerca di ragazzini che soddisfino le sue voglie. E incontrerà pure il russo Vitkevič a cui eravamo stati introdotti in un capitolo che aveva punti in comune con “Padri e figli” di Turgenev. Entrambi, insieme all’ambiguo disertore diventato mercante, sono oggetto di speculazioni e curiosità da parte degli afghani, entrambi cercano di accaparrarsi la simpatia dell’emiro.


   Sono capitoli ricchissimi e colorati, quelli in cui Hensher ci parla, tramite i suoi personaggi, del paesaggio, del clima, delle usanze, degli odori, dei colori, delle usanze dell’Afghanistan (che significato ha il ramo di gelso che parecchi di loro trovano sul cuscino del letto? Lo scopriranno troppo tardi), nonché della sostituzione di Dost Mohammed Khan sul trono con l’esecrabile Shah Shujah, il sovrano fantoccio voluto dagli inglesi. E. come prevedibile, con un Akbar come angelo vendicatore, ci avviciniamo lentamente ma in un crescendo di violenze, verso la scena finale dell’ingloriosa sconfitta inglese. Sono due brevi pagine scandite come al rullo di un tamburo dal passare dei giorni, ‘era il primo giorno di marcia, e la neve era cremisi di sangue’, ‘era il secondo giorno e la neve era cremisi di sangue’, al quinto giorno erano morti tutti gli uomini dell’Armata dell’Indo, solo uno era stato lasciato in vita, perché testimoniasse la strage. Era la fine della prima guerra anglo-afghana.

     Philip Hensher intreccia magistralmente realtà storica, personaggi esistiti veramente con immaginazione romanzesca e il risultato è un libro che ha un soffio epico, che ci insegna la Storia senza mai annoiarci.



 

martedì 21 aprile 2026

Marco Cosentino e Domenico Dodaro, “La radiomante di Himmler” ed. 2026

 





                                                   Casa Nostra. Qui Italia

           romanzo storico
            spy story


Marco Cosentino e Domenico Dodaro, “La radiomante di Himmler”

Ed. Neri Pozza, pagg. 320, Euro 19,00

 

    Il romanzo si apre con una scena per noi difficile da comprendere: è il 1918, a Porto Santo Stefano, in Toscana, una ragazzina di tredici anni si è sentita male dopo essere tornata a casa, ha detto che aveva avuto forti giramenti di testa, è svenuta. A casa vomita un liquido scuro con una patina iridescente.

     Quella ragazzina è la protagonista del libro “La radiomante di Hitler”, scritto a quattro mani da Marco Cosentino e Domenico Dodaro che hanno il merito di far uscire dall’ombra la figura di una donna dimenticata dalla Storia. Nella finzione letteraria si chiama Maria Magnani e suo marito, ex colonnello dell’aviazione, Cosimo Corsi. Nella realtà lei era Maria Mataloni e lui Costantino Cattoi. Si erano conosciuti nel 1930, quando Maria, con in mano una bacchetta, aveva trovato una fonte idrica. Insieme avevano fondato una società radio geotecnica per la ricerca di fonti idriche, minerarie e archeologiche. Un filmato in bianco e nero dell’Istituto Luce testimonia il ritrovamento di resti etruschi a Leprignano. È il filmato che porta l’esistenza di Maria e delle sue doti straordinarie alla conoscenza del Reichsführer Heinrich Himmler, il secondo uomo più potente della Germania nazista. È qui che la realtà cede il posto all’immaginazione degli scrittori per una insolita spy-story che si svolge tra Berlino e Porto Santo Stefano, tra il fragore e la distruzione dei bombardamenti e la pace idilliaca.

parco archeologico di Roselle

    Himmler vuole Maria. A qualunque prezzo, anzi, ad un prezzo altissimo, un milione di lire che salverebbe la società dei due coniugi, in passivo da quando le doti di Maria si sono attenuate. La vuole perché crede che lei possa trovare il leggendario Oro del Reno con cui il suo posto privilegiato accanto a Hitler sarebbe assicurato. Vengono inviati in Toscana due agenti delle SS sotto copertura- fingono di essere interessati al ritrovamento di Atlantide, tema caro a Cosimo Corsi, per non scoprirsi troppo. E, guarda caso, arriva a Porto Santo Stefano un’altra coppia- lui è un americano che finge di essere un professore francese e, strana coincidenza che inizia a sembrare strana a Cosimo Corsi, anche lui è interessato alle ricerche del marito di Maria. Sospettano qualcosa i due italiani? Di certo sono allettati dai soldi ma, se la sentono di trasferirsi in Germania? E se Maria non riuscisse a soddisfare la richiesta, ora che sono consapevoli che l’attenzione è rivolta a lei?

Himmler

     Le scene erotiche del romanzo sembrano un poco fuori posto, ma sono una strizzata d’occhio a scene simili tipiche delle spy-story. Maria Magnani, che dovrebbe essere il personaggio principale, è un poco sbiadita in confronto alla coppia di spie tedesche e soprattutto in confronto a Himmler di cui ci viene data un’immagine diversa. Si accentua la sua propensione per le scienze esoteriche, per la divinazione, l’astrologia, insieme ai discorsi sulla razza (anche gli italiani sono disprezzati come una razza inferiore, un popolo privo di onore, codardo e vigliacco) ritornano di frequente quelli che esaltano la superiorità ancestrale della razza ariana. E poi è un marito e padre sollecito che telefona ogni giorno non alla moglie ma all’amante da cui ha avuto un figlio. L’ultimo dettaglio che completa il personaggio- esempio perfetto della banalità del male- è dato dai dolori addominali di cui soffre (psicosomatici?) e che possono essere alleviati solo da un massaggiatore di cui ha piena fiducia, anche se non è tedesco, anche se non è di ‘pura razza ariana’.



martedì 14 aprile 2026

Steffen Kopetzky, “Sacrificio di regina” ed. 2026

                                                Voci da mondi diversi. Germania

romanzo storico

biografia romanzata

spy story

Steffen Kopetzky, “Sacrificio di regina”

Ed. Settecolori, trad. Monica Pesetti, pagg. 456, Euro 26,00

    “Sacrificio di regina”- che cosa significa? Che cosa nasconde questa denominazione che appare in un fascicolo di vecchi incartamenti? Si allude forse a un qualche attentato ai danni della corona inglese? Oppure ad una mossa di scacchi?

   Ritornerà spesso, nel libro di Steffen Kopetzky, il motivo del gioco di scacchi, sia con significato metaforico sia in una vera e propria partita giocata da Larisa Rejsner (partita memorabile dopo la quale a Larisa era stato regalato il pezzo della regina bianca, intagliato a mano, lo stesso pezzo che era stato fatto scivolare nella sua bara, come un omaggio finale). Così come ritornerà- un leit motiv- la frase trovata nello stesso manoscritto, Quando i continenti si risvegliano, gli imperi insulari vengono distrutti. E il concetto è chiaro: Asia ed Europa contro l’Inghilterra. Nel carteggio che un operaio mette nelle mani di Larisa, a Kabul nel 1922, l’ufficiale tedesco Oskar von Niedermayer pianificava di colpire l’impero britannico in India, partendo dall’Afghanistan- era il proseguimento del Grande Gioco fra Oriente e Occidente di cui abbiamo letto nel libro di Peter Hopkirk.


    Larisa Rejsner, che ora si propone di rintracciare Niedermayer e di farlo incontrare con il generale Michail Tuchačevskij (il Napoleone rosso della rivoluzione bolscevica) per attuare un’alleanza tra Mosca e Berlino, è la protagonista del libro di Kopetzky, non biografia, non ‘fiction’, piuttosto  romanzo storico, spy story, romanzo di grandi ideali e grandi speranze di cambiare il corso del mondo. E’ una protagonista che è anche un’eroina con tutte le doti che attribuiamo a questa figura- molto bella, affascinante, coraggiosa, colta, intelligente, indomita, ambiziosa.

    Era una donna eccezionale. Figlia di un professore di diritto e di un’aristocratica russa, si diplomò con la medaglia d’oro. Fu scrittrice, fondò insieme al padre una rivista che pubblicava articoli contro la guerra, fece parte della V Armata Rossa, fu nominata commissaria di Stato Maggiore della flotta del Volga, sposò il comandante della flotta del Volga e, quando questi fu nominato ambasciatore a Kabul, lo seguì in Afghanistan.

    “Sacrificio di Regina” è frutto di accurate ricerche, ma la narrazione non segue affatto un andamento cronologico. È come un puzzle in cui le varie tessere ricostruiscono la figura di questa donna straordinaria. E in ogni tessera persone diverse contribuiscono a narrarci un pezzo della sua storia. Appaiono così, accanto a lei, letterati (da Blok alla Achmatova, a Mandelštam, a Pašternak che avrebbe dato il suo nome all’indimenticabile Lara del “Dottor Živago” e avrebbe scritto la poesia da essere letta al suo funerale), uomini politici come Trockij e Ho Chi Minh, membri della sua famiglia (il marito che avrebbe preso il nome di Raskolnikov, come il personaggio di Delitto e Castigo, il fratello, la cugina che le assomigliava in maniera tale da potersi fare passare per lei), il rivoluzionario Radek che era il suo nuovo amore.

Radek

Il collante di queste tessere che aggiungono, ognuna, qualcosa alla figura di lei pur nel disordine temporale, la tessera centrale verso cui tutte convergono, è il funerale di Larisa, morta il 9 febbraio 1926 per tifo. Che noi stiamo per leggere una sorta di elogio funebre di Larisa Rejsner lo sappiamo subito, fin dal secondo capitolo intitolato “I becchini- Mosca, cimitero di Vagan’kovo, febbraio 1926”. Larisa, quindi, si muoverà su queste pagine, riprendendo nelle sue mani quel Grande Gioco (così chiamato da Kipling) nella speranza di porre fine alla supremazia colonialista britannica, entrando e uscendo da una realtà temporale in cui agisce ed è viva e un’altra in cui è diventata memoria. Sei stata tempesta di grazia- dicono i versi a lei dedicati da Pasternak- fuoco che vive…Vaga, allora, eroina, nei recessi della leggenda.
Oskar von Niedermayer

    L’ultima tessera del puzzle viene posta dal figlio di Larisa, il bambino che era cresciuto con la cugina-sosia di Larisa. Si trova a Berlino, nel 1948. Ha combattuto nell’esercito americano, è entrato, in borghese, nel settore sovietico e ha appena visto una rappresentazione propagandistica in cui, tra i marinai su una nave da guerra, appariva sua madre- lei sullo schermo, lui nel pubblico. Scrive un commento su Stalin e termina con le parole, ‘Vincerà la libertà!’: la fiaccola è passata a lui.



 

 

 

 

sabato 31 maggio 2025

Carla Maria Russo, “Il velo di Lucrezia” ed. 2025

                                                                   Casa Nostra. Qui Italia

         romanzo storico
       biografia romanzata

Carla Maria Russo, “Il velo di Lucrezia”

Ed. Neri Pozza, pagg. 346, Euro 19,00

     La conosciamo da sempre, la fanciulla ritratta nel quadro Lippina conservato agli Uffizi. Forse non conoscevamo il suo nome, Lucrezia Buti, e neppure che Lippina fosse l’affettuoso nomignolo con cui la chiamava Fra Filippo Lippi, il famoso pittore che era anche- diremmo oggi- il suo compagno, il suo amante, che le aveva dato due figli. Da sempre abbiamo ammirato la purezza di quel volto di Madonna, con il filo di perle che le scende sulla fronte e il velo drappeggiato sulla testa a sostituire la convenzionale aureola. Il bambino Gesù non è sulle ginocchia di questa Madonna, più Mea Domina, più giovane donna assorta nei suoi pensieri che madre divina, ma è sostenuto da due angeli, uno dei quali ci guarda con degli occhi da monello.

     Sembra che abbia gli occhi di miele, è veramente bella, Lucrezia. E, guardando il quadro, indoviniamo anche che chi l’ha dipinta doveva essere innamorato di lei.

Fra Filippo Lippi

Fra Filippo Lippi è il protagonista del nuovo romanzo di Carla Maria Russo, “Il velo di Lucrezia”, insieme a Lucrezia, la monaca sedicenne di cui lui, di trent’anni più grande di lei, si innamorò perdutamente.

    Filippo Lippi nacque a Firenze nel 1406. È tutta la Firenze di quel tempo glorioso per la fioritura delle arti che rivive nelle pagine del romanzo di Carla Maria Russo mentre seguiamo la fanciullezza del protagonista, rimasto orfano giovanissimo e dotato, però, di uno straordinario dono che lo spingeva a disegnare, con un pezzo di carbone, sui muri della sua stanza, in mancanza di carta. Disegnava di tutto, uomini e donne, vecchi e giovani, parti del corpo e animali.

A volte ci sono dei rivolgimenti fortunati in una vita che sembra segnata dalla sfortuna- e Filippo Lippi ebbe parecchi colpi di fortuna che sfruttò al massimo grazie al suo genio. La zia che lo aveva allevato lo affidò ad un convento di carmelitani prima di morire e lì il recalcitrante Filippo incontrò un abate comprensivo che gli lasciò briglia sciolta, in seguito fece conoscenza del già famoso Masaccio che diventò il suo maestro, conquistò perfino le simpatie di Cosimo dei Medici che lo riforniva di denaro.

'Madonna della cintola', il quadro galeotto. Lucrezia è santa Margherita sulla sinistra

     Lucrezia Buti e la sorella Spinetta erano state messe in convento dal fratello per cui erano un peso. E per Lucrezia il convento era una prigione. Fra Filippo Lippi era il cappellano del convento e il ‘galeotto’ fra i due fu il quadro che gli era stato commissionato dalla madre superiora- il pittore scelse Lucrezia come modella per santa Margherita. Il seguito si può indovinare- questa è una storia d’amore con zone d’ombra, la storia di una giovinetta sedotta da un uomo con esperienza che per lei è anche l’unico mezzo di fuga. E, lasciando il convento incinta, non c’era possibilità di ritorno.

    Con “Il velo di Lucrezia” Carla Maria Russo ha abbandonato (non del tutto) le protagoniste femminili dei romanzi storici che abbiamo letto con passione e dimostra la sua versatilità cimentandosi con un personaggio maschile (se non sbaglio soltanto “Il cavaliere del giglio” è il suo unico libro con un uomo- Farinata degli Uberti- nel ruolo di personaggio principale). Filippo Lippi non è un nobile, non è un guerriero, non è un uomo di corte- è un pittore.


E l’attrattiva del romanzo è anche nell’ambiente che circonda il pittore- non solo Masaccio ma anche Beato Angelico, Brunelleschi, i pittori fiamminghi, fanno la loro comparsa in queste pagine. Con Filippo Lippi esaminiamo le loro opere, analizziamo le tecniche diverse, impariamo sul colore e perfino sui pennelli da usare, assistiamo al ‘farsi’ del quadro pennellata dopo pennellata, fino al compimento dell’opera, quando il pittore diventa geloso del suo quadro, è innamorato della donna del ritratto più che di quella in carne ed ossa- è quasi la sindrome di Stendhal.

    Biografia romanzata di un pittore, ritratto di un’epoca, manuale di pittura, storia d’amore- il romanzo di Carla Maria Russo è tutto questo. Ed è anche una esaltazione dell’arte, una riflessione sull’arte che rende immortale il soggetto rappresentato oltre a chi lo ha dipinto. Chi mai ricorderebbe una tal Lucrezia Buti se non fosse lì, nel quadro, con il velo che le incornicia i capelli biondi?




 

venerdì 11 aprile 2025

Laura Calosso, “Anita” ed. 2025

                                                                Casa Nostra. Qui Italia

          biografia romanzata

Laura Calosso, “Anita”

Ed. Sem, pagg. 304, Euro 18,05

    Anita Garibaldi, quando studiavamo storia alla scuola elementare, era per noi un mito, una leggenda che accendeva la nostra immaginazione, tanto più che quello che di lei veniva detto era poco, pochissimo- che l’eroe dei due mondi l’aveva conosciuta proprio quando combatteva per la libertà di quell’altro mondo lontano da noi, che se ne era innamorato, che lei lo aveva seguito quando era tornato in Italia, che era morta nella fuga verso Venezia dopo la caduta di Roma. Abbiamo in mente il quadro che la ritrae, portata a braccia da Garibaldi nella laguna di Comacchio.


     Era una figura nell’ombra, Anita Garibaldi, illuminata dalla luce riflessa del marito Giuseppe. Il romanzo di Laura Calosso la fa rivivere, le dà una sua dignità, una sua personalità, come è avvenuto di recente, in altri romanzi, per altri personaggi femminili che finora erano stati poco più di un nome- valga come esempio “La prima regina” di Alessandra Selmi. La scrittrice dice, nella postfazione, di aver fatto molte ricerche per l’ambientazione e le vicende storiche che fanno da cornice alla vita di Anita. Quanto al suo carattere, ai suoi sentimenti, alle sue reazioni- questo è il privilegio dello scrittore, il sapersi immedesimare, il rendere plausibile e credibile la persona che prende vita sulle sue pagine.

    Anita- era così che la chiamava Giuseppe Garibaldi, con il nome spagnolo che traduceva il suo, Ana o Aninha nel diminutivo portoghese, e anche per noi sarà sempre Anita, mentre facciamo fatica a pensare a Giuseppe come José, il nome che le aveva dato lei. Nata in Brasile nel 1821, i genitori l’avevano fatta sposare a 14 anni con un uomo più anziano. Possiamo stupirci se si innamorò a prima vista dell’uomo biondo e con gli occhi azzurri che conobbe a Laguna quando aveva diciassette anni? Possiamo stupirci che, davanti alle parole di lui che sono entrate nella leggenda, ‘tu devi essere mia’, lei non ci abbia pensato un attimo e l’abbia seguito? Neppure un ripensamento per il marito, che in effetti scompare e Garibaldi dovette usare la sua influenza per farlo dichiarare morto quando si decise a sposare Anita, cosa a cui lei teneva moltissimo perché già avevano avuto dei figli.


    È Anita il centro del romanzo, è lei che descrive se stessa, carnagione scura, capelli scuri. È lei che, soprattutto, ci dice del suo carattere, della sua determinazione, del suo coraggio, della sua abilità nel cavalcare, del suo comportamento che ha ben poco di femminile ma forse, proprio per questo, ha fatto innamorare il suo ‘José’. Anita non ci nasconde la sua gelosia- si sapeva che Garibaldi era un donnaiolo. Per lei lui era il centro del suo mondo, i bambini venivano dopo. Leggiamo degli scontri nella regione del Rìo Grande e le fughe e poi il trasferimento a Montevideo, il breve periodo in cui lei era felice, ma Garibaldi, come insegnante di matematica, scalpitava perché non era un lavoro per lui. Il ritorno a Nizza e la descrizione tutta femminile del rapporto con quella suocera religiosissima che continuava a pensare che fossero due peccatori concubini.


    Ci appassiona vedere uscire dall’ombra Anita Garibaldi, è intrigante vedere lui, l’eroe, attraverso gli occhi di lei, un uomo per cui l’ideale della libertà e dell’uguaglianza veniva prima di tutto, un padre che aveva portato il figlioletto neonato in un fazzoletto appeso al suo collo durante una fuga, che aveva pianto quando aveva saputo della morte della piccola Rosita, ma che forse non avrebbe dovuto sposarsi e formare una famiglia se il suo primo interesse era altrove. Anita questo non lo riconoscerà mai, lo amerà fino alla fine, moriranno, lei e la creatura che portava in grembo, per seguirlo nei mille pericoli.

    Un romanzo d’avventura, d’amore e di guerra.



 

martedì 18 febbraio 2025

Alessandra Selmi, “La prima regina” ed. 2025

                                                                     Casa Nostra. Qui Italia

            romanzo storico

Alessandra Selmi, “La prima regina”

Ed. Nord, pagg. 384, Euro 19,00

 

      1868. Monza. Due donne- no, sono due ragazze, anzi una è poco più che una bambina- entrano nella Villa Reale. Margherita e Nora. La principessa e la servetta. Come in una favola.

     Questa però non è una favola- Margherita Maria Teresa Giovanna aveva solo diciassette anni quando andò in sposa a Umberto I, futuro re d’Italia, il che faceva di Margherita la futura prima Regina.

Povera Margherita. Umberto era suo cugino primo, le nozze erano state combinate, lui non l’amava e non l’avrebbe mai amata, preso com’era dalla duchessa Litta da cui avrebbe avuto anche un figlio. Dopotutto era una tradizione di famiglia- tutti sapevano che suo padre, il re Vittorio Emanuele II, aveva un’amante, ‘la bella Rosina’, che gli aveva dato due figli a cui lui voleva più bene che ai propri figli legittimi. Tutta la corte sapeva e bisbigliava, ci vollero mesi prima che il matrimonio venisse consumato, ci volle un ordine impartito dal Re. Niente romanticismo per Margherita che era bella, intelligente, colta, piena di interessi. Faceva sfigurare il marito, durante i ricevimenti, quasi a punirlo per l’umiliazione che doveva subire perché Umberto non aveva occhi che per la Litta che Margherita era obbligata ad invitare.


    Nora era la sorella del guardiacaccia che si era preso cura di lei dopo la morte dei genitori. Era stato un colpo di fortuna che Nora fosse stata assunta a corte dove era arrivata come un coniglietto spaventato. Non sapeva fare niente, figurarsi se era in grado di fare un inchino davanti ai principi. Tuttavia il vecchio maggiordomo, che la chiamava sempre con il nome di sua figlia morta da piccola, l’aveva presa sotto la sua ala. Nora gli chiese di insegnarle a leggere e a scrivere ed iniziò così ‘l’ascesa’ di questa ragazzina che diventerà la cameriera personale di Margherita diventata regina, si diletterà a scrivere dapprima brevi racconti prima di cimentarsi con un romanzo.


    Il destino di due donne a confronto, dunque. Una prigioniera di un matrimonio infelice e una che avrà il coraggio di sfidare le norme convivendo con il giornalista a cui si era rivolta per chiedergli di aiutarla a cercare l’amica che era stata, pure lei, a servizio dei Savoia. Entrambe si sforzano, per quanto possibile, di liberarsi dalle convenzioni e di realizzarsi in quanto ‘persone’ prima che donne. Margherita seguirà la sua passione per la montagna- la Capanna Osservatorio Regina Margherita, a 4454 metri sul monte Rosa, è il rifugio alpino più alto d’Europa. Era come se, nella fatica dello scalare una vetta, respirando quell’aria rarefatta, lei lasciasse dietro di sé l’atmosfera soffocante della corte, l’indifferenza del marito, la gelosia nei confronti dell’amante di lui.

La piccola e generosa Nora troverà l’amica Ottilia, si prenderà cura di lei e anche di suo figlio, che è figlio illegittimo di Re Umberto. Perché il personaggio minore di Ottilia è la controparte di Nora. Anche Ottilia è a servizio dei principi di casa Savoia, ma Ottilia è lusingata dalle attenzioni del principe bellimbusto, si illude di poter essere come Cenerentola, è così ingenua da pensare che Umberto riconosca come suo il figlio che aspetta da lui, che il bracciale di perle che riceve in dono sia un pegno d’amore e non un benservito. La fine di Ottilia, cacciata dalla Villa Reale, è tristemente scontata e così pure quella di suo figlio che cresce con il desiderio di vendicarsi del padre.


     Alessandra Selmi ci fa vivere nelle stanze della Villa Reale di Monza e del Quirinale, ricrea per noi l’atmosfera di fine ottocento nella neo-nata Italia unita, ci descrive abiti e acconciature, porcellane e argenterie. Come in alcuni romanzi inglesi, seguendo i due personaggi principali la scrittrice ci porta nei ‘piani alti’ e nei ‘piani bassi’ delle magioni abitate dal Re e dalla Regina dandoci così una doppia visione dell’epoca. La storia della prima Regina termina, come tutti sappiamo, con l’assassinio del Re. Morto il Re, Viva il Re. Con Vittorio Emanuele III il titolo di Regina passa alla moglie Elena, principessa di Montenegro, meno regale, meno consapevole del suo ruolo, la moglie perfetta per un Re complessato dalla sua statura- anche questi sono dettagli che Alessandra Selmi insinua con discrezione in una biografia che può essere disdegnata dagli storici ma che ha il grande pregio di essere una piacevolissima (e istruttiva) lettura.




martedì 14 gennaio 2025

Alessandro Barbero, “Romanzo russo” ed. 2024

                                                                   Casa Nostra. Qui Italia

     romanzo storico

Alessandro Barbero, “Romanzo russo”

Ed. Sellerio, pagg. 684, Euro 19,00

 

   Secondo romanzo dello storico Alessandro Barbero, “Romanzo russo” fu pubblicato per la prima volta da Mondadori nel 1998, in un tempo più vicino a quello in cui si muovono i personaggi. Fu tradotto in inglese, ma in Italia fu dimenticato e lo rileggiamo ora grazie alla ristampa della casa editrice Sellerio.

    Dimenticato il romanzo e dimenticati quegli anni sul finire degli ’80, nell’epoca di Michail Gorbaciov, penultimo segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica dal 1985 al 1991. Sembrano così lontani gli anni di Gorbaciov. L’uomo che con la sua politica della Trasparenza, ‘glasnost’, e della Riforma, ‘perestrojka’, ebbe un ruolo fondamentale nella riunificazione delle due Germanie e nella fine della Guerra Fredda. Con questo romanzo Alessandro Barbero ci porta a Mosca e a Baku nel 1988, giusto un anno prima della caduta del muro di Berlino che diede origine alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, come il primo masso di una valanga.


    Tutto inizia quando il professor Obilin assegna a Tanja una tesi di laurea su “I quadri del Partito nella regione di Baku dal 1945 al 1953”. Va bene la Trasparenza, ma non si rende conto di quanto siano pericolose delle ricerche su quegli anni? non pensa che sarebbe meglio lasciar accumulare la polvere sugli scaffali degli archivi? Perché Tanja è caparbia, non si lascia scoraggiare da nulla, va perfino a Baku a sue spese ed arriva a scoperte sorprendenti, si imbatte per caso anche nelle registrazioni del processo a suo nonno, morto proprio in quegli anni. Subisce delle intimidazioni, Tanja, finirà per dover fuggire da Baku.

Baku

     C’è pure una seconda trama, parallela e di pari importanza a questa, in cui il protagonista è il giudice Nazar Kallistratovic Lappa, che deve indagare sull’assassinio di un capo religioso mussulmano a Baku e, però, anche per lui, come per Tanja, la ricerca è come scoperchiare un vaso di Pandora. Il fatto è che molte delle persone responsabili dei fatti di sangue, delle purghe, delle torture, degli esili in Siberia, sono ancora vivi, si sentono tremare la terra sotto i piedi (anche letteralmente- il terremoto del 1988 nell’ Armenia settentrionale fu di magnitudo 7) e fanno di tutto per ostacolare le indagini del giudice che, proprio come Tanja, deve abbandonare Baku in fretta e furia.

   

terremoto del 1988

In “Come vi piace” Shakespeare diceva ‘Tutta la vita è un palcoscenico e gli uomini e le donne sono soltanto attori’- è un attore il terzo personaggio di rilievo, quello che alla fine esce con indosso la divisa da generale che gli serve per recitare e poi se ne spoglia davanti agli occhi attoniti di chi è in coda come lui per comprare del sapone e interpreta quel gesto in tutt’altra maniera.

   Non per niente Barbero è uno storico e deve aver fatto ricerche approfondite (come la sua Tanja) perché “Romanzo russo” è un romanzo molto russo, perché non solo le vecchie grasse donne russe compaiono nelle sue pagine (quante ne abbiamo incontrate nei romanzi dell’800 russi?), ma anche i nuovi ricchi, l’elegante spacciatore di droga, l’ex membro del KGB che traffica in armi, e poi le popolazioni finora silenziose delle repubbliche più lontane, azeri e armeni che niente hanno dimenticato del passato di cui, qua e là, affiora la nostalgia, quel ‘si stava meglio allora’ che però ha dimenticato gli orrori.


Perfino lo stile è molto russo. Con intelligenza e finezza, senza alcuna finzione, Barbero echeggia Bulgakov che è perfino citato e alla nostra mente affiorano i ricordi di altri grandi scrittori, se non fosse altro che per l’ampio respiro del romanzo. Il racconto è indirizzato spesso ad un ‘tu’ lettore che dà l’impressione di una voce interna ai fatti e altre volte, invece, si sente la voce di un narratore onnisciente. Sempre ironica, sempre accattivante, come se volesse sdrammatizzare quanto sta accadendo, perché in fin dei conti si è conosciuto anche di peggio.

    Il sottotitolo è un verso del poeta Osip Mandelstam, mandato da Stalin a morire in un Gulag- “Fiutando i futuri supplizi”-, un verso molto significativo che fa riflettere: sono solo Tanja e Nazar che vengono messi in guardia?