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mercoledì 4 marzo 2026

Kawamura Genki, “Se i gatti scomparissero dal mondo” ed. 2020

                                                     Voci da mondi diversi. Giappone


Kawamura Genki, “Se i gatti scomparissero dal mondo”

Ed. Einaudi, trad. Anna Specchio, Euro 14,00   2019

 

     Un mal di testa. Una diagnosi: tumore al cervello. Al massimo gli restavano sei mesi di vita. Al minimo, una settimana.

Il protagonista, io narrante del breve romanzo di Kawamura Genki, ha solo trent’anni e vive da solo con un gatto. La madre è morta e lui è in disaccordo con il padre che non vede dalla morte della mamma.

È chiaro che la diagnosi lo ha sconvolto e per prima cosa pensa alle dieci cose che gli piacerebbe fare prima di morire. Tuttavia si arrende alla prima esperienza- lanciarsi con il paracadute. E a questo punto appare il Diavolo, vestito in maniera stravagante, ma dopotutto l’idea del diavolo è molto personale, forse è una sorta di alter ego. Inizia così una sorta di patto faustiano, la solita offerta del diavolo in cambio di un vantaggio che, in questo caso, è un allungamento della vita.

   In maniera leggera e scherzosa Kawamura rielabora il vecchissimo tema delle tentazioni di Satana. Nel Vangelo Satana faceva tre offerte a Gesù nel deserto- la trasformazione delle pietre in pane per interrompere il digiuno, il potere sui regni del mondo, l’invito a gettarsi dal pinnacolo del tempio per mostrare che Dio lo avrebbe salvato. Anche nel romanzo di Kawamura le proposte del Diavolo che il protagonista chiama Aloha sono tre. Al contrario di quelle del Vangelo che aggiungevano qualcosa, qui le proposte sottraggono qualcosa: se accetta di far scomparire dal mondo quello che il Diavolo gli propone, il nostro personaggio avrà ogni volta un giorno in più di vita. Lui si sente rinfrancato, gli sembra facilissimo, già si vede invecchiare tranquillamente. E invece no.


    I tre lunghi capitoli che seguono l’incontro con il Diavolo esaminano che cosa succederebbe se dal mondo scomparissero i telefoni (sembra una liberazione, dapprima, ma si traduce poi nella solitudine), i film (un capitolo ricco di citazioni di titoli e battute memorabili e poi, come scegliere quale film rivedere per l’ultima volta?), e gli orologi (con gli orologi scompare il tempo, e riaffiorano i ricordi di sua madre e del suo orologio che il padre si era messo in testa di riparare proprio il giorno in cui lei sarebbe morta). Sono tre giorni di vita in più, ognuno con incontri che gli fanno rivivere il passato- con l’ ex fidanzata che andava tanto d’accordo con sua madre, con l’amico che sapeva tutto dei film-, con riflessioni sulla vita che sono come una preparazione a quella finale che implica l’accettazione della morte. Perché, quando il Diavolo gli dice che la prossima scomparsa sarà quella dei gatti, no, lui proprio non ce la fa, a scambiare la sua esistenza con quella del suo amato gatto che gli ha perfino parlato, quasi fosse il gatto in “Alice nel paese delle meraviglie”.


     Nel protagonista che fa il postino non troviamo l’ambizione alla conoscenza totale, neppure a quella della magia nera, che c’era nel Faust di Christopher Marlowe, e neppure quella alla straordinaria ispirazione geniale del compositore che è nel romanzo di Thomas Mann. I due personaggi- lui e il Diavolo- non sono dei giganti come i protagonisti del passato, il tono stempera nel comico il tragico della situazione- come affrontare la morte, soprattutto la morte in giovane età. Eppure, anche se in maniera giocosa, il libro ci fa riflettere su che cosa è importante, sulla vacuità di oggetti che riteniamo indispensabili e sull’importanza delle persone e di ogni forma di vita.



mercoledì 24 dicembre 2025

Laura Imai Messina, “Le parole della pioggia” ed. 2025

                                                    Voci da mondi diversi. Giappone



Laura Imai Messina, “Le parole della pioggia”

Ed. Einaudi, pagg. 132, Euro 16,00

 

   L’idea della donna-ombrello era venuta ad un anziano dirigente alle soglie della pensione. Aveva pensato che sarebbe stato bello organizzare un servizio che avrebbe offerto un accompagnamento con l’ombrello a chi ne era sprovvisto ed era stato sorpreso dalla pioggia. Sarebbe stato bello fare la strada sotto l’ombrello di una donna, invece che affannarsi in un combini per comperare un ombrello da quattro soldi. E così era nata l’agenzia, fare la donna-ombrello era diventato un vero lavoro. C’era una sorta di parola d’ordine con cui esordivano le donne con un grande ombrello aperto, in attesa del cliente che le aveva prenotate. Era la frase “Sono nata in un giorno di pioggia”, perché dovevano farsi riconoscere.

   È qualcosa di diverso da un romanzo, “Le parole della pioggia” di Laura Imai Messina. È piuttosto una favola, un racconto leggero, fresco come la pioggia di aprile. In quella incredibile lingua giapponese che Laura Imai Messina, la scrittrice italiana che vive in Giappone da una ventina di anni, ci ha insegnato ad amare rivelandoci la ricchezza di parole, la sottigliezza delle sfumature di significato e il ‘segreto’ che si cela dietro la scelta dei kanji, non c’è una sola parola per dire ‘pioggia’. C’è la pioggia del cuore che suggerisce un turbamento interiore, c’è la pioggia profumata (chi di noi non ha sentito come se i polmoni si allargassero, respirando il profumo che sale dal terreno dopo una pioggia di primavera?), c’è la pioggia dell’inquietudine e la pioggia sottile come il pelo di gatto, c’è la pioggia abitudinaria (è quella che cade frequentemente, quella che ci stanca) e la pioggia demoniaca (viene giù con forte intensità), la pioggia di sakura o dei fiori di ciliegio che cade insieme ai petali (immaginate la meraviglia di guardare questa pioggia rossa attraverso un ombrello trasparente). Ci sono tanti tipi di ombrello- la provvista di ombrelli viene aumentata regolarmente, le donne-ombrello sono invitate a comprarlo, se ne vedono uno insolito o particolarmente bello. E deve essere grande, per riparare due persone.


    Non c’è una trama vera e propria in questo libro che ha la pioggia come protagonista principale e una donna-ombrello che acquista una maggiore importanza- è Aya, l’unica che è nata veramente in un giorno di pioggia e che ha una storia d’amore delicata con Toru, il giovane pugile che si allena a correre per la strada più ripida della città. Non vince, Toru, ma nella vita non è necessario vincere sempre, anche chi cade ha una lezione da impartire.


Di che cosa parlano, la donna-ombrello e il suo cliente, camminando sotto la pioggia? Parlano di niente e di tutto, ma in ogni caso quello che si dicono deve restare un segreto e solo ogni tanto le donne-ombrello accennano a qualcosa, a qualche confidenza. Il ruolo delle donne-ombrello si fa duplice, impedire che il cliente si bagni e impedire che si tenga pensieri e preoccupazioni solo per sé, perché è facile parlare con una sconosciuta che non si rivedrà più. E poi Tokyo ha una bellezza insospettata sotto la pioggia, è come se ci fossero più di una sola Tokyo nei riflessi delle pozzanghere o attraverso una cortina di acqua.

  Bellissime e suggestive le illustrazioni di Emiliano Ponzi.



 

 

mercoledì 1 ottobre 2025

Sanae Hoshio, “La casa del kintsugi” ed. 2025

                                               Voci da mondi diversi. Giappone



Sanae Hoshio, “La casa del kintsugi”

Ed. Mondadori, trad. G. Giordano, pagg. 203, Euro 20,00

   Ha qualcosa di magico, la parola giapponese ‘kintsugi’. E il kintsugi, anzi, l’arte del kintsugi, è magica. È l’antica tecnica con cui si riparano gli oggetti rotti saldandone i pezzi con una lacca speciale che poi viene ricoperta di polvere d’oro o d’argento. È una esaltazione dell’imperfezione, la si sottolinea senza nascondere nulla, abbellendola, dando all’oggetto nuova vita che si ricollega, però a quella passata.

   E allora non può che essere magico il romanzo di Sanae Hoshio che ha più di un livello di lettura.

   Il primo livello è il più facile- è la storia di tre donne della stessa famiglia, nonna, madre e figlia. Sono tre donne sole, la nonna perché è rimasta vedova (c’era stato un periodo in cui aveva molto sofferto, quando si era accorta che il marito la tradiva), la madre perché ha divorziato (per lei il lavoro era importante ma era troppo difficile conciliarlo con una famiglia senza la collaborazione del marito) e la figlia perché ha solo 16 anni e si trova davanti alla difficile scelta di una facoltà. Le storie private di queste tre donne potrebbero essere banali anche se il nostro interesse è risvegliato dalla condizione femminile rispecchiata dalle tre donne in tre epoche diverse- la nonna non ha potuto dedicarsi alla laccatura, come facevano gli uomini della sua famiglia, semplicemente perché apparteneva al sesso femminile, sua figlia non ha avuto dal padre il permesso di continuare a studiare perché, secondo lui, le donne che studiano non trovano marito, solo la giovane Mao respira il soffio della libertà ed è fortunata perché un ventaglio di possibilità si apre davanti a lei, scopre che c’è perfino una facoltà dell’artigianato.


    C’è però il secondo livello di lettura che è, forse, più lento ma affascinante perché ci introduce nel mondo dei laccatori facendoci apprezzare la pazienza, la serenità di quel lavoro manuale che non tiene conto del tempo e che, insieme, assicura una eternità di tempo agli oggetti che vengono riparati. L’arte del kintsugi va contro tutte le regole del mondo moderno, contro la perfezione ad ogni costo, contro l’automatismo, contro le mode fuggevoli. Sono tante le cose che non conoscevamo, dagli alberi della lacca e il modo di estrarre la lacca dalla corteccia alla maniera di riassemblare i cocci di vasi e scodelle, alla scelta del colore che meglio si addice alla riparazione, quello che aggiungerà qualcosa alla bellezza dell’oggetto.


    E c’è infine un terzo livello di lettura, quello che aggiunge un altro significato al kintsugi- anche noi essere umani abbiamo molto spesso bisogno di essere riparati, anche i nostri sentimenti o i nostri rapporti di amicizia o sentimentali. Tutti noi possiamo uscire da una crisi che ci ha infranto nel corpo o nell’animo, non uguali a prima, rappezzati ma migliori.


Dare lunga vita ad un oggetto è come dare lunga vita a un sentimento- il fermaglio di lacca che è stato regalato alla nonna da un giovane amico e che lei ha sempre conservato ne è il simbolo. La nonna ha avuto la sua vita, il fermaglio di lacca rosso è rimasto nascosto in un cassetto ma, in qualche modo, le ha dato la forza di andare avanti. È il passato che vive nel presente.

    “La casa del kintsugi” è un libro che consiglio a tutti quelli che amano il Giappone, o che sono interessati al Paese del Sol Levante e vogliono capirlo meglio.

purtroppo non ho trovato su internet una fotografia della scrittrice

    

mercoledì 17 settembre 2025

Aki Shimazaki, “Una campanella silenziosa” ed. 2025

                                            Voci da mondi diversi. Giappone



Aki Shimazaki, “Una campanella silenziosa”

Ed. Feltrinelli, trad. Cinzia Poli, pagg. 544, Euro 20,90

    Ha una sua cifra stilistica, Aki Shimazaki, che la rende immediatamente riconoscibile, che fa sì che i suoi romanzi non possano essere confusi con quelli di nessun altro scrittore giapponese. C’è un rincorrersi di immagini fiorite, nei suoi libri, la scelta di fiori, o alberi, o perfino insetti, che diventano una sorta di leit-motiv, che, per il significato nascosto che racchiudono, finiscono per identificarsi con un personaggio, si fanno metafora per questo.

     La famiglia Nire è la protagonista della nuova pentalogia di Aki Shimazaki- questa è un’altra peculiarità della scrittrice, dividere il suo racconto in cinque libri in ognuno dei quali il fuoco dell’attenzione è su un personaggio.

Nire è l’olmo, un albero. Un albero dà l’idea di solidità, dà l’idea di famiglia, con i rami che si protendono a promettere una nuova stagione.


Padre, madre, due figlie un figlio. Padre e madre vivono in una casa di riposo perché lei, Fujiko, ha il morbo di Azheimer. Le due figlie sono diversissime tra di loro- Kyoko, che è nata il primo di maggio, il giorno del mughetto, la campanella bianca che è il simbolo ricorrente nel libro, è molto bella, passa da un uomo all’altro, vive a Tokyo e lavora presso un’azienda americana; Anzu è una ceramista famosa per le sue creazioni squisite di vasi per l’ikebana, è divorziata con un figlio; Nobuki, il figlio ‘imprevisto’ arrivato tardi, non ha seguito l’usanza giapponese di vivere con la sua famiglia in casa dei genitori  prendendosene cura, è un ingegnere e abita poco lontano.

     Le vicende della famiglia potrebbero essere banali, potrebbero rasentare il feuilleton se non fossero ‘salvate’ dalla delicatezza di Aki Shimazaki, dalla maniera in cui inserisce ogni pezzo del puzzle per completare l’insieme, per svelare segreti che resterebbero nascosti se non fosse per quella strana maniera di funzionare del cervello umano che funge da filtro quando è colpito da malattia, come se la verità fosse, alla fin fine, la cosa più importante.

monte Daisen

   Fujiko (il suo nome significa ‘figlia del Fuji’) è convinta che il monte Daisen che vede ora, da Yonago dove vivono, sia ancora il Fuji della sua infanzia, non riconosce più né marito né figli, anzi, pensa che il marito sia il suo fidanzato e torna a dargli del ‘lei’ e non vuole più dormire con lui accanto. Ricorda però una sua vecchia amica, ricorda un famoso direttore d’orchestra a cui insiste di dovere restituire dei soldi. Perché? prima di perdersi nel passato, aveva detto al figlio che si sarebbe separata dal marito, che non poteva più vivere con lui. Quali segreti, quali sofferenze nasconde il loro matrimonio?

    E poi c’è Kyoko, la figlia del mughetto. Attenzione, il mughetto sembra candido e innocente, eppure può anche essere velenoso. Anche la bella Kyoko è così. Senza che la sorella Anzu lo sapesse, Kyoko le ha fatto del male, perché Kyoko sembra incapace di amare.


   Ogni personaggio, in ogni generazione (sono quattro i giovani Nire figli dell’uno e delle altre), si svela a poco a poco. Le storie si intrecciano, tra passato e presente, la vecchia cultura del ‘miai’ (l’incontro formale in cui si valutava la possibilità di un matrimonio fra un ragazzo e una ragazza che non si conoscevano) è sostituita dal ‘goukon’ (appuntamento di gruppo organizzato per fare nuove conoscenze), tradimenti, divorzi, amori gay- una volta impensabili o tenuti nascosti- ora vengono accettati. Ed è straordinario come la lieve smemoratezza di Fujiko, il suo aver mollato l’ancora della realtà, il suo ritorno al passato senza alcun senso di colpa, -‘era una notte di luna piena’, dice come unica giustificazione-, dia l’avvio ad una rivisitazione del presente, dei legami famigliari, con una nuova accettazione di sé.

    Abbiamo più volte sottolineato lo stile minimalista della scrittura di Aki Shimazaki, in perfetta armonia con il contenuto dei suoi libri. Posso paragonarlo solo ai dipinti tratteggiati con punta fine che ammiriamo sui pannelli giapponesi.



martedì 3 giugno 2025

Keigo Higashino, “Delitto al mercato dei fiori di Tokyo” ed. 2025

                                           Voci da mondi diversi. Giappone

cento sfumature di giallo

Keigo Higashino, “Delitto al mercato dei fiori di Tokyo”

Ed. Piemme, Trad. Gaia Cangioli, pagg. 352, Euro 19,95

 

    Due prologhi con due mini vicende che naturalmente non sappiamo come saranno connesse con la storia principale del romanzo di Keigo Higashino, scrittore giapponese che ammiro per l’originalità delle sue trame.

Il primo prologo si apre con la descrizione di una tranquilla mattina di una famigliola- il padre esce per andare al lavoro e la moglie lo accompagna con la figlia piccola fino alla stazione. Sono quasi arrivati quando un uomo, con uno sguardo folle, si precipita su di loro con una sciabola insanguinata in mano. Uccide il marito e la moglie, la bimba sopravvive.

Il secondo prologo non è violento, ma è avvolto in una sorta di mistero. L’adolescente Gamō Sōta va controvoglia al mercato delle ipomee insieme ai genitori e al fratello. Lo fanno ogni anno per la festa di Tanabata, perché le ipomee sono un simbolo dell’estate. E dopo andranno a mangiare le anguille. È in questa occasione che Sōta incontra una ragazzina con cui fa amicizia- si scambieranno mail, inizierà a sbocciare un amore. Finché i genitori si intromettono e la ragazzina tronca ogni comunicazione, scompare letteralmente.


    Gamō Sōta resta uno dei protagonisti del romanzo, la ragazzina ricomparirà, ormai giovane donna, più avanti, quando capiremo anche l’importanza della prima scena di violenza. Compare sulla scena un’altra protagonista, all’inizio vero e proprio. Si chiama Akiyama Lino- a breve distanza di tempo muoiono suo cugino (si è suicidato e nessuno riesce a capire perché) e suo nonno. Il nonno era stato un ricercatore e adesso passava il tempo a coltivare la sua passione- letteralmente, perché coltivava fiori. L’ultima volta che Lino era andata a trovarlo, lui le aveva mostrato uno strano fiore giallo, dicendo che non sapeva che fiore fosse. Le aveva permesso di fargli una fotografia ma le aveva detto che non voleva la pubblicasse online sul blog di fiori e piante che lei teneva per lui. Ne parlava come se dovesse restare segreto, come se il fiore fosse in qualche modo pericoloso. Il nonno era morto assassinato e il fiore era scomparso.


    La vicenda procede coinvolgendo un gruppo musicale di cui faceva parte il cugino defunto di Lino, riappaiono sulla scena sia Gamō Sōta sia la ragazza che era stata il suo primo amore (suona la tastiera nella band ma scompare di nuovo dopo che Gamō Sōta le si è avvicinato), veniamo a sapere molto sulle piante, sulla creazione artificiale di nuovi semi, sulla rosa blu e sulla misteriosa ipomea gialla che una volta nasceva spontanea in natura e poi era scomparsa, sull’uso dei semi preziosi per alcuni (tanto da spingere ad un delitto?), ma anche sulle incertezze nella vita di Akiyama Lino che prometteva di essere una nuotatrice così brava da ambire alle Olimpiadi (perché aveva smesso di nuotare deludendo tutti, anche il nonno?) e in quella di Gamō Sōta, ingegnere nucleare che vede sfumare le possibilità di carriera dopo il disastro di Fukushima. Il finale, poi, offrirà la spiegazione della scena iniziale.


    Ancora una volta Keigo Higashino non ci delude, per la novità della trama, per la ricchezza delle problematiche dei personaggi (dovrei ricordare anche l’ispettore di polizia e il motivo personale che lo spinge a risolvere il caso), per i leggeri riferimenti alle tradizioni e alla cultura giapponese (mai così accentuati da trasformarli in voluto colore locale).




 

 

giovedì 17 aprile 2025

Tommaso Scotti, “Il segreto del vecchio signor Nakamura” ed. 2025

                                   Voci da mondi diversi. Giappone

cento sfumature di giallo

Tommaso Scotti, “Il segreto del vecchio signor Nakamura”

Ed. Longanesi, pagg. 366, Euro 18,50

 

   Tokyo. 10 dicembre 1968. Un finto poliziotto in motocicletta ferma il veicolo di una banca che porta 300 milioni di yen in contanti, inventa una storia secondo cui un attentato ha fatto saltare in aria la casa del direttore della banca e dice che ci deve essere una bomba anche sulla loro auto. I quattro bancari scendono a precipizio dall’auto, l’uomo perlustra l’abitacolo, si infila sotto, dice che c’è un candelotto di dinamite, esce un gran fumo, lui grida agli altri di scappare, si mette al volante e sfreccia via. I soldi non furono mai ritrovati e tanto meno il ladro. Il denaro era assicurato, gli stipendi dei lavoratori della Toshiba furono pagati con solo un giorno di ritardo, a perderci, quindi, fu solo la compagnia assicurativa.

    Questi sono i fatti su cui Tommaso Scotti, lo scrittore italiano che da anni vive in Giappone, basa il suo nuovo romanzo. Tutto vero, dunque. Poi, come sappiamo, sono l’arte e l’inventiva dello scrittore che ricamano sull’intreccio e che rendono vivi i protagonisti.

identikit

     2018. Sono passati cinquant’anni, ci sarà un servizio televisivo sul furto più famoso del secolo in Giappone, un giornalista e una cameraman vengono inviati a intervistare Nakamura, il vecchio ispettore che aveva diretto le indagini all’epoca. E il tempo si riavvolge, torna indietro di cinquant’anni.

La narrazione, però, scorre su un doppio binario- quello del passato, con tutti gli avvenimenti, lo stupore, lo sgomento, la ricerca di un colpevole purchessia, con un Nakamura giovane che ci colpisce per quel suo sguardo vuoto e la fissazione di contare tutto, di identificare qualunque aspetto della realtà con un numero (solo alla fine capiremo il perché di entrambe le sue peculiarità), gli indagati (Nakamura ci sa dire il numero esatto che è un numero di sei cifre), gli interrogatori, il tutto in capitoli che iniziano con una data seguita dalle ore o dai giorni che sono passati dal furto.

la moto del finto poliziotto

Il secondo binario è quello del presente, quando Nakamura ha quasi novant’anni e le sue innocue manie di vecchio. Ha una memoria eccezionale, ricorda tutti i dettagli del caso. Ricorda anche gli errori che hanno portato dolore e morte, come l’accusa fatta al figlio di un poliziotto (il ragazzo si è suicidato, era un’ammissione di colpa? E il denaro dove era?), come un’altra accusa fatta molto tempo dopo ad un uomo che poi venne interamente scagionato, ma intanto il suo nome era andato in pasto alla stampa e la sua vita era stata rovinata (anche lui si era suicidato). E il collega che lavorava troppo e che non aveva retto allo stress? Sì, il furto di per sé non aveva avuto vittime, ma dopo…

    Il giornalista è preso dal racconto di Nakamura, la cameraman è insofferente, le pare che perdano tempo a seguire quel vecchio che adesso si è messo in mente di uscire, di andare a comprare il tè, a farsi tagliare i capelli, a ritirare un timbro, a mangiare qualche specialità.

timbro giapponese

Perché in apparenza queste digressioni che ci portano in locali così prettamente giapponesi, descrivendo personaggi che hanno avuto una vita difficile, mettendo a confronto la vita aspra del dopoguerra con quella dei tempi moderni, sono come degli ‘aside’ a teatro, scene collaterali che offrono un pretesto per farci conoscere meglio- con un filo di nostalgia- usanze che stanno scomparendo. Ne capiremo meglio solo nella conclusione il significato e il valore, perché il finale (lo scrittore ammette che è una sua invenzione) è sorprendente, ci soddisfa, ci fa pensare un poco a Robin Hood.

    “Non sai chi sei finché non lo sei”, è l’insegnamento del romanzo su cui riflettere, e questa non è l’unica lezione di un libro che ha una delicatezza tutta sua nell’affrontare un’indagine poliziesca.



mercoledì 20 novembre 2024

Laura Imai Messina, “Tutti gli indirizzi perduti” ed. 2024

                                                      Voci da mondi diversi. Giappone



Laura Imai Messina, “Tutti gli indirizzi perduti”

Ed. Einaudi, pagg. 240, Euro 19,50

 

     È vero. C’è un Ufficio Postale alla deriva sull’isola di Awashima nel mare interno di Seto, in Giappone. Deve il suo nome al fatto che lì vengono recapitate tutte le lettere senza un destinatario, come messaggi gettati in mare chiusi in una bottiglia, lasciati in balia delle onde, alla deriva.

Se non fosse vero, definiremmo subito il nuovo libro di Laura Imai Messina come un romanzo tra il sentimentale e il favolistico, un po’ sdolcinato, uno di quei romanzi che ti fanno pensare solo a cose belle, a parole che non si perdono nell’aria, a legami profondi anche se si sono esauriti in un attimo. E, leggendolo, penseremmo che sarebbe bello se la vita fosse così, che ci piacerebbe.

    La vita è così e il romanzo è un inno alla scrittura, alle lettere che una volta era così comune scrivere per mantenere i contatti, al rito di chiudere un foglio in una busta e andare a spedirlo dopo averlo affrancato. Perché  i sentimenti e i pensieri affidati a parole sulla carta sono preziosi e durano per sempre.


I destinatari delle lettere che finiscono all’Ufficio Postale alla deriva sono i più vari, i più fantasiosi. C’è chi scrive ricordando quando, da bambino, aveva tagliato la coda a una lucertola e le chiede perdono. Chi rimpiange un fuggevole incontro su un autobus di Roma con una ragazza che leggeva un libro di Kawabata. Chi ringrazia la vecchia vicina di casa che gli leggeva a voce alta prima che lui si addormentasse. Chi mantiene in vita, scrivendole, la moglie tanto amata. Chi scrive a se stesso una lettera per quando sarà adulto. Ci commuoviamo a leggere queste lettere alla deriva, si commuove Risa che sbarca sull’isola con un incarico a tempo per catalogare le lettere.

    Risa è perfetta per questo lavoro. La conosciamo nelle prime pagine quando- è così piccola che non sa neppure il suo nome- arriva sulla porta di persone sconosciute con una lettera in mano da consegnare (nell’isola di Awashima troverà una lettera proprio per lei, scritta da quello che allora era un bambino e, insieme alla sua mamma, aveva asciugato e rivestito la bimbetta che sedeva sul gradino della loro casa). Ma il padre di Risa fa il postino e lei ha appreso da lui l’amore per le vite segrete nascoste nelle buste.


   Tre filoni si alternano nella trama di “Tutti gli indirizzi perduti”- il motivo nascosto per cui Risa è venuta nell’isola: trovare le lettere che sua madre spediva regolarmente all’Ufficio Postale alla deriva e scoprire così che cosa affliggeva sua madre, che cosa faceva di lei una madre poetica e stravagante oppure una madre assente e incapace di fare qualunque cosa; una storia d’amore che può aiutare Risa ad uscire dalla gabbia di paura che le impedisce di avere un bambino perché teme di assomigliare a sua madre; il coro che si leva dalle lettere, tenere, tristi, dolci, amare, riflessive, ognuna con un frammento di vita da raccontare- un tesoro di ricchezza. E, sullo sfondo, un altro coro, quello degli abitanti dell’isola, ognuno con il suo passato e la sua storia, dapprima diffidenti verso la sconosciuta, poi stretti intorno a lei quando Risa ha un crollo.


    Laura Imai Messina ha un dono speciale, quello di scrivere in uno stile che non è realismo magico, è pura e semplice magia, è poesia in prosa, è la capacità di leggere i sentimenti, di trovare la bellezza che si nasconde ovunque. Vorrei scrivere anche io una lettera, o più di una, all’Ufficio Postale alla deriva.




domenica 27 ottobre 2024

Yokomizo Seishi, “Il detective Kindaichi e la maledizione degli Inugami” ed. 2024

                                            Voci da mondi diversi. Giappone

cento sfumature di giallo


 Yokomizo Seishi, “Il detective Kindaichi e la maledizione degli Inugami”

Ed. Sellerio, trad. F. Vitucci, pagg.411, Euro 16,00

  

  Un altro romanzo di Yokomizo Seishi, lo scrittore giapponese nato a Tokyo nel 1902 e morto nel 1981 che iniziò a pubblicare negli anni ‘30 del Novecento i suoi ‘gialli’ che hanno per protagonista il detective Kindaichi.

Come i libri precedenti, anche “Il detective Kindaichi e la maledizione degli Inugami”, è un mystery, un tipo di ‘giallo’ pieno di interrogativi da risolvere, un puzzle di cui si devono cercare le tessere, ricco di colpi di scena, di piste che non portano da nessuna parte e di false piste.

    Qui tutto inizia con una lettera inviata a Kindaichi da uno studio legale della città di Nasu insieme ad un libro intitolato La vita di Inugami Sahee. Il suddetto Inugami Sahee, morto di recente (in un febbraio degli anni ‘40) nella sua casa sul lago di Nasu, era stato il fondatore di un vasto impero industriale ed era conosciuto come il re della Seta Grezza. Si era fatto da solo, aveva avuto però la fortuna di incontrare, a diciassette anni, il sacerdote scintoista Nonomiya che lo aveva aiutato (e molto probabilmente aveva avuto una relazione amorosa con lui. Nella lettera l’avvocato esprimeva il timore, anzi la quasi certezza, che qualcosa di terribile potesse accadere. Parlava addirittura di un possibile delitto, pregando Kindaishi di recarsi sul posto.


    La questione spinosa è legata al testamento di Inugami, un testamento pieno di codicilli in cui il capofamiglia prendeva in esame tutte le varianti della successione- sembrava veramente un invito ad un omicidio.

Un albero genealogico ad inizio libro aiuta il lettore occidentale, confuso da tutti i nomi simili in cui si imbatte nella famiglia di Inugami Sahee che non si era mai sposato e aveva avuto tre figlie da tre donne diverse. Nel suo testamento Inugami non considerava affatto le figlie, per cui non aveva avuto mai affetto. I possibili eredi sono i nipoti maschi- Sukekiyo, Suketake e Suketomo. Il privilegiato è Sukekiyo che però non è ancora tornato dalla guerra. E poi, con sorpresa generale, c’è la bellissima Tamayo, nipote del sacerdote scintoista, e spunta anche un nome maschile che nessuno ha mai sentito, un tal Shizuma. Chi è? Che rapporti aveva con Inugame?


    La questione sarebbe già abbastanza intricata senza l’aggiunta del ritorno di Sukekiyo. Il quale, però, è stato ferito in guerra e porta sul viso sfigurato una maschera di gomma che ne riproduce le fattezze in una fissità enigmatica. E’ veramente lui? In gioco c’è il patrimonio, legato al matrimonio con la bella Tamayo.

   Già era morto l’avvocato che aveva scritto la lettera, inizia poi la sequenza di altri omicidi commessi in maniera ‘fantasiosa’ che allude ai tre simboli di potere della casata, il crisantemo, il koto (strumento musicale a corde) e l’ascia).

Koto

Vengono fuori segreti taciuti fin troppo a lungo, legami amorosi insospettati, figli illegittimi, gelosie e desideri di vendetta con un breve flash sulla guerra combattuta dal Giappone in Birmania.

   L’ambiente è un paesaggio innevato e freddo come i sentimenti nella famiglia Inugami, anche la celebrata bellezza di Tamayo è fredda. Tutto ben lontano dal Giappone colorato di rosa dei fiori di ciliegio.  

    Una piacevole lettura senza scossoni che fa pensare al genere di indagine deduttiva di Poe, perfetta per chi ama esplorare le cento sfumature del giallo.



venerdì 18 ottobre 2024

Murakami Haruki, “La città e le sue mura incerte” ed. 2024

                                           Voci da mondi diversi. Giappone



Murakami Haruki, “La città e le sue mura incerte”

Ed. Einaudi, trad. Antonietta Pastore, pagg. 560, Euro 21,80

 

     Ormai lo sappiamo. Prima di iniziare a leggere un romanzo di Murakami Haruki dobbiamo abbandonare la presa della ragione, dobbiamo affidarci alla  sua scrittura senza farci tante domande. Solo allora siamo pronti alla lettura.

     “La città e le sue mura incerte” è diviso in tre parti. La prima è un rifacimento di una novella del 1980 che aveva lo stesso titolo del romanzo. È la storia soffusa dell’incanto del primo amore di un ragazzo diciassettenne e una ragazza che ha un anno meno di lui. Poi lei scompare e lui, per cercarla, entra nella città che avevano passato ore insieme ad immaginare, in ogni minimo dettaglio. Nella seconda parte il protagonista, che ormai ha superato la quarantina, abbandona il suo lavoro e accetta l’incarico di direttore di una biblioteca in una piccola città. Nella terza parte, infine, la storia riprende il filo dentro la città dalle alte mura con un nuovo personaggio che aveva addirittura disegnato una mappa della città fantastica dopo averla sentita descrivere dal direttore della biblioteca.

    La storia dei due adolescenti ha la dolcezza della scoperta dell’amore, fatto di passeggiate, di soste sulle panchine del parco, di parole, parole, parole. Lei racconta della città con alte mura, aggiungendo dettagli che rendono credibile l’incredibile.


Quando lei scompare e lui entra nella città per cercarla, noi lettori siamo messi alla prova. C’è un Guardiano che sorveglia le mura, nessuno può uscire, chi entra deve abbandonare la sua ombra, unicorni tristi si aggirano per le strade e sono gli unici che possono uscire e rientrare. Quando muoiono, il Guardiano provvede a bruciarli. Il ragazzo viene assunto nella biblioteca, il suo compito è fare il Lettore di Sogni. I sogni che gli vengono consegnati in lettura hanno la forma di uova e, per poterli leggere, ha dovuto accettare che i suoi occhi venissero feriti (non ci viene mai spiegato come e perché, possiamo solo immaginare che i sogni non possano essere letti con una capacità visiva perfetta). Ci arrovelliamo anche sul significato dell’ombra che finirebbe per morire se non si ricongiunge al suo proprietario, che cerca di convincerlo a fuggire con lei. E pensiamo a Peter Pan a cui Wendy cuce la sua ombra, a Schlemil ne “La storia straordinaria di Peter Schlemil” di von Chamisso che vende la sua ombra al diavolo per acquistare la ricchezza.

    Nella seconda parte siamo in una città reale e il collegamento con la prima parte sembra è un’altra biblioteca- sembra allora che sia la biblioteca, il valore dei libri, il centro della narrazione. La realtà non è poi così semplice neppure in questa città isolata e con pochi abitanti. Il precedente direttore, che passa le consegne al protagonista, è un tipo stravagante. Indossa sempre un basco nero (e fin qui passi, anche se un basco in quella località del Giappone nessuno lo aveva mai visto) e una gonna a portafoglio sopra una calzamaglia nera. Ci spiegherà lui perché e quando ha iniziato a vestirsi così- è una storia molto triste. C’è dell’altro ancora, riguardo al vecchio direttore, dell’altro che, ancora una volta, è una sfida per la nostra ragione. Nella biblioteca, peraltro, incontriamo un altro personaggio che ha la sua dose di stranezza- un giovane con la sindrome del Savant, che ha, cioè, grandi limiti cognitivi ma anche capacità al di fuori della norma, ad esempio legge, legge sempre e legge di tutto e ricorda tutto.


     È questo giovane, che il protagonista chiama Yellow Submarine dalla scritta sulla sua felpa, che ci riporta nella città dalle alte mura dove il cerchio si chiude.

    “La città e le sue alte mura” è un romanzo che ci lascia perplessi. Come ho detto prima, siamo abituati all’atmosfera sospesa dei libri di Murakami, al passare dal mondo reale a quello immaginario attraversando un confine trasparente, a dialogare con personaggi che solo i protagonisti riescono a vedere, a cercare significati che possono essere diversi per ogni lettore, ma questa volta c’è molto di ‘già letto’, la narrativa è lenta e spesso ripetitiva. Ciò non toglie che non possiamo fare a meno di domandarci perché mai, anno dopo anno, il Comitato del Nobel dell’Accademia svedese non conferisca l’ambito premio a Murakami Haruki.