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lunedì 24 giugno 2024

Alvydas Šlepikas, “Il mio nome è Maryté” ed. 2024

                                                 Voci da mondi diversi. Lituania

    seconda guerra mondiale

Alvydas Šlepikas, “Il mio nome è Maryté”

Ed. La Nave di Teseo, trad. Adriano Cerri, pagg. 256, Euro 20,90

 

    Aveva sette o otto anni. Le avevano detto che, se glielo domandavano, doveva dire “Il mio nome è Maryté”. Non sapeva dire nient’altro in lituano, ma mai, assolutamente mai, i soldati russi dovevano sospettare che lei si chiamasse in realtà Renate e fosse tedesca. L’avrebbero uccisa.

   Si stima siano stati circa 45.000 i bambini o ragazzi tedeschi della Prussia Orientale che in qualche maniera riuscirono ad arrivare in Lituania, mentre l’Armata Rossa avanzava e ai tedeschi di quei territori veniva proibito, in un primo tempo, di evacuare. Erano per lo più orfani o bambini lasciati indietro dai genitori portati via a forza nei campi di lavoro oppure addirittura venduti per un poco di cibo per sfamare gli altri figli. Li chiamavano “Wolfskinder”, i figli del lupo, o i bambini lupo, perché giravano affamati nelle foreste, mangiando qualunque cosa fosse più o meno commestibile. Si offrivano per lavorare nelle fattorie e molti contadini lituani, per interesse o per generosità, li alloggiarono anche se era proibito- chi dava lavoro ai bambini tedeschi poteva essere mandato in Siberia, se scoperto o denunciato.


    Il libro di Alvydas Šlepikas ci racconta della odissea dei ‘piccoli tedeschi’ in una narrativa spezzata e frammentata come lo era la vita dei bambini e di quello che restava della loro famiglia. Il piccolo nucleo famigliare che conosciamo all’inizio, formato da mamma, zia e bambini a cui si aggiunge poi un’amica con i suoi due figli, si assottiglia a poco a poco. Il primo ad allontanarsi è il maschietto più grande- andrà in Lituania nascosto in un carico di carbone su un treno merci e poi tornerà indietro con le cibarie che è riuscito a procurarsi. È la prima parte di una storia che ci paralizza il cuore tra compassione e incredulità. Ci chiediamo quanto grande sia stata la disperazione di una madre per spingere un figlio dodicenne verso un’impresa difficile e pericolosa anche per un adulto. Ci chiediamo quanto grande sia stato il coraggio e il senso di responsabilità e l’altruismo di un bambino che non mangia quello che porta nello zaino per non privarne il fratellino minore che piagnucola di continuo, ‘ho fame’. Ci chiediamo quanto grande sia stato il terrore di una donna- perché ha visto come è stata ridotta la sua amica- per impiastricciare i visetti delle sue bambine per risparmiarle dalla bestialità dei soldati russi.


    Nella gelida legnaia che è diventata la loro casa il ragazzino non trova più nessuno ed è un altro frammento di storia che seguiamo, quello che ha in primo piano la sorellina Renate diventata Maryté. Anche lei si offriva per fare qualunque lavoro (chi l’avrebbe presa, così piccola?), credeva di essere stata fortunata, di aver trovato un nuovo papà e una nuova mamma…

    Nella postfazione lo scrittore dice di aver saputo di due bambine con questo nome, due bambine diventate donne che non volevano si venisse a sapere del loro passato e infatti solo dopo il 1990, dopo la fine dell’Unione Sovietica, quelli che erano stati i Wolfskinder poterono rivelare la loro identità. Quanti lo avranno fatto? Quanti avranno preferito non disseppellire ricordi traumatici? Quanti avranno scelto di mantenere nome e cognome lituani piuttosto che riprendere una identità tedesca che non diceva loro nulla?

    Nel 2010 c’erano ancora un centinaio di quegli ex-bambini che vivevano ancora in Lituania. Mentre quella tedesca non contempla alcun risarcimento per gli ex-bambini lupo, la legge lituana concede loro una piccola pensione aggiuntiva.

   Un film di Rick Ostermann, del 1913 ricorda l’odissea dimenticata dei bambini lupo.



mercoledì 31 maggio 2023

Michael Frank, “Cento volte sabato” ed. 2023

                                 Voci da mondi diversi. Diaspora ebraica

             Shoah

Michael Frank, “Cento volte sabato”

Ed. Einaudi, trad. Marco Rossari, pagg. 256, Euro 19,50

 

    Stella Levi e la ricerca di un mondo perduto, recita il sottotitolo del libro di Michael Frank. Quanti mondi sono andati persi, distrutti, trascinati nel vortice di morte della seconda guerra mondiale. Abbiamo letto tanto di quella yiddishland scomparsa nel cuore dell’Europa, non avevamo ancora sentito parlare del mondo giudeo-spagnolo di Rodi a cui appartiene Stella Levi, così simile e così diverso dagli shtetl della Polonia.

     La narratrice è lei, Stella, nata a Rodi nel 1923, ma c’è un secondo narratore che raccoglie la sua storia ed è quel Michael Frank di cui abbiamo già letto il frizzante “I formidabili Frank”. Per cento sabati, nel tempo del riposo dello Shabbat,  a quasi cento anni (il numero perfetto che si ripete due volte), Stella ha incontrato Michael Frank e ha ricostruito per lui- e per noi, e per se stessa- il mondo della Juderia in cui è nata e cresciuta. E il racconto si fa più vivace, Stella parla, ogni tanto Michael Frank interloquisce, fa domande, chiede spiegazioni, cerca di puntualizzare senza mai invadere l’intimità dei racconti di Stella, senza mai forzarla. Anche se mai Stella si lascerebbe forzare, perché da ogni sua parola avvertiamo la sua tempra, la sua indipendenza di spirito, quella energia vitale che le è servita per sopravvivere e per continuare a vivere, senza mai arrendersi, costruendosi una seconda vita.


   Non è solo il fascino di un tempo lontano e di uno stile di vita più ‘a misura di uomo’ che affiora dalla descrizione della vita a Rodi. È anche l’incanto di un’isola fatta di sole e di luce e di azzurrità in cui gente di religione diversa- greci ortodossi, cattolici, minoranze turche musulmane ed ebrei- aveva convissuto pacificamente per secoli. La famiglia di Stella era numerosa, sette tra fratelli e sorelle. Il maggiore era già andato via da Rodi prima che nascessero le ultime due sorelle, Renée e Stella. Stella racconta, della sorella intellettuale, di quella che preparava il corredo, della raffinatezza di Renée che soffriva d’asma e veniva viziata, della strana usanza della enserradura, delle chiacchiere delle donne nel kortijo, di quando lei, Stella, a quattordici anni aveva preparato la valigia per il giorno in cui sarebbe andata a frequentare l’università in Italia.

     Gli italiani erano arrivati nel 1923 a Rodi. Quando Michael Frank chiede a Stella quale sia la sua ‘lingua dominante’, lei non ha dubbi, ‘Fin dall’inizio ho adorato la lingua italiana’, perché assomigliava alla sua, perché studiava in quella lingua, perché le aveva aperto la mente e il cuore. Gli italiani portarono tante migliorie a Rodi, si fecero amare. Poi furono gli italiani che, nel 1943, stilarono l’elenco dei 1700 ebrei dell’isola che furono deportati dai nazisti.


Passano molti sabati, sabati in cui Stella parla di feste, di cibo, di incontri, di amicizie e di amori con dei giovani italiani, prima che arrivi a parlare delle leggi razziali che le impedivano di frequentare la scuola, del professore che organizzò delle lezioni per gli studenti ebrei (era innamorato di lei? più tardi le dirà che il suo rifiuto di sposarlo era stato il suo più grande dolore), e del fatidico 23 luglio 1944 quando l’intera comunità ebraica di Rodi fu caricata su una nave. La macchina di sterminio tedesca continuava ad operare in una maniera paradossalmente perfetta e assurda. Che cosa poteva essere più assurdamente inutile di quel dispendio di forze e di mezzi per quello che fu il viaggio di deportazione più lungo- da Rodi ad Atene e poi in treno risalire l’Europa fino ad Auschwitz?  Il novanta per cento fu ucciso all’arrivo. Stella sopravvisse.

     Tutti i fratelli e sorelle sopravvissero alla Shoah. Stella parla dei campi, ma è come se volesse gettarsi alle spalle quel ricordo- sia lei sia la sorella si fecero togliere il numero tatuato sul braccio, dopo, quando arrivarono in America dove iniziarono un’altra vita.

    La bellezza di questo libro è nella doppia voce, è nella maniera in cui questa donna eccezionale rivive il suo passato senza fare dell’indicibile esperienza dei campi il nodo focale del suo racconto. Le sue memorie puntano lì, certo, ma c’è anche tanto altro di cui parlare ed è quel tanto altro che forse spiega la sua resilienza- ci vuole intelligenza anche per vivere.

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sabato 3 dicembre 2022

Monika Helfer, “I Moosbrugger” ed. 2022

                                                     Voci da mondi diversi. Austria

                                               storia di famiglia


Monika Helfer, “I Moosbrugger”

Ed. Keller, trad. Scilla Forti, pagg. 210, Euro 16,50

    Li chiamavano ‘gli Emarginati’. Perché i Moosbrugger vivevano in fondo alla valle, isolati- i loro antenati erano arrivati tardi e si erano presi la terra che nessuno voleva, perché difficile da coltivare. E poi erano diventati gli Emarginati per altri motivi, dopo che Josef era partito per la guerra e chiacchiere maligne giravano su Maria.

    La bella Maria. Viene detto ripetutamente, che non c’era nessuna altra donna bella come Maria. E che, se fosse vissuta in una grande città, la sua bellezza sarebbe stata un vanto, considerata differentemente da come veniva guardata nel piccolo paese, quasi che tanta bellezza fosse un segno del demonio.

La bella Maria era la nonna dell’io narrante che cerca di ricostruire la storia della sua famiglia. E lo fa in una maniera che cattura immediatamente l’attenzione, dipingendo dei personaggi così vivi che è come se li avessimo sempre conosciuti e di cui sentiremo la mancanza, quando, uno dopo l’altro scompaiono.


Prima di tutti, o meglio, dopo la bella Maria, il capofamiglia Josef, un bell’uomo, l’unico dei cinque che erano partiti dal paese per andare in guerra a ritornare a casa. Era un uomo diverso, quando era tornato, lo era già quando lo avevano rivisto per delle licenze, era diventato taciturno, un poco assente. Tanto che la figlia Kathe, la zia Kathe, aveva smesso di chiamarlo ‘papà’. Era ‘il padre’. Avevano altri tre figli, Josef e Maria, e ne avrebbero avuto altri tre. È straordinario come la scrittrice riesca ad evitare che il lettore si confonda, davanti a tanti personaggi. Se stesse dipingendo un quadro, potremmo immaginarla mentre dipinge prima a grandi tratti lo sfondo e le persone, dopo ritorna con altre pennellate, una volta, due volte, tre volte, finché il primogenito è quello che ha un’intesa speciale con gli animali di cui è lui a doversi occupare, Kathe è la figlia che fa le veci della madre quando è necessario, Lorenz è bravissimo in matematica e, a soli nove anni, imbraccia il fucile per tenere lontano il sindaco che non accetta di essere rifiutato da Maria, Walter dai capelli rossi è il piccolo di casa e diventerà uno sciupa femmine. Per gran parte del libro sono solo questi quattro figli a reggere le fila della trama- sono gli anni di guerra in cui Josef è lontano e la sua assenza scatenerà le male lingue quando un tedesco conosciuto al mercato andrà per ben due volte nella casa degli Emarginati. Di chi è figlia Greta, la madre dell’io narrante? È stata concepita durante una licenza di Josef o è figlia del tedesco di Hannover? La narratrice immagina la scena, della bella e giovane nonna colpita dal fulmine d’amore quando ha conosciuto il tedesco, pronta ad andare a cercarlo se il marito non fosse tornato. Lei stessa vorrebbe sapere la verità, dopotutto Greta è sua madre, ma l’interrogativo rimane aperto fino alla fine, anche se Josef aveva sempre fatto come se Greta neppure esistesse.


    Si alternano passato e presente nel romanzo di Monika Helfer. Prevale il passato con la vita quasi primitiva nel piccolo paese, la durezza degli anni di quella guerra per cui gli uomini erano partiti giurando fedeltà ad un imperatore che, a guerra finita, non c’era più, la fame, la meschinità della piccola gente, e poi, a grandi balzi, si seguono le vicende dei personaggi (di quelli che restano, perché molti, compresa la bella Maria, muoiono presto) nel presente, attraverso un’altra guerra.

    “I Moosbrugger” è una indimenticabile saga famigliare non appesantita da troppe pagine, raccontata con brio, con profondità ma con leggerezza, in uno stile che ha tutta la vivacità di un racconto orale. E noi restiamo orfani dei Moosbrugger, quando terminiamo di leggere il libro.

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venerdì 16 settembre 2022

Reine Arcache Melvin, “Tradite” ed. 2022

                                              Voci da mondi diversi. Filippine

la Storia nel romanzo
love story

Reine Arcache Melvin, “Tradite”

Ed. e/o. trad. Paola D’Accardi, pagg. 483, Euro 19,50

 

      In esilio sapevano che niente poteva durare, eppure la famiglia cercò di sentirsi a casa nel nuovo paese.

Il nuovo paese è l’America. La città in cui si sforzano di sentirsi a casa fabbricandosi dei riti- la messa domenicale, la passeggiata lungo la spiaggia, il poker che il padre giocava con gli altri dissidenti filippini- è san Francisco. E la loro famiglia è composta dai genitori e due figlie.

     Il padre, Gregorio, era stato un oppositore del regime dittatoriale. Incarcerato e sottoposto a tortura, era riuscito a fuggire, approdando in California con moglie e figlie. Lali e Pilar, ora ventenni (Lali è la maggiore ma sono nate nello stesso anno), hanno la bellezza un poco esotica del paese da cui vengono. Lali è estroversa e sensuale, Pilar è il suo opposto.

Sembrava che la vita lontana da Manila, dopo otto anni di esilio politico, fosse possibile quando Gregorio viene assassinato e la famiglia ritorna in patria- Lali ha sposato Arturo, figlioccio del dittatore, e questo è sufficiente per assicurare una protezione per se stessa, la sorella e la madre.

Manila

È questo il primo tradimento di questo bel romanzo ambientato nelle Filippine negli anni finali della dittatura di Marcos seguiti da quelli della presidenza di Cory Aquino. Ne seguiranno altri, a tutti i livelli, famigliari e politici, perché il fascino del romanzo è in questo stretto intreccio di personale e pubblico, nell’esplorazione di sentimenti, pulsioni e interessi- fino a che punto si riesce a mantenere la propria integrità sotto la pressione di minacce per la propria vita o per quella di chi ci è caro?

     Pilar, la vestale della memoria paterna, si era sdegnata per l’unione della sorella con i nemici del padre, sospettati addirittura di averlo fatto uccidere. Eppure non può fare a meno di sentirsi attratta anche lei da Arturo e sarà Lali stessa a spingerla tra le sue braccia quando, incinta, sente di non avere più alcuna attrattiva per il marito. Meglio sapere Arturo con la sorella che con un’altra… lei poi se lo riprenderà. Ma questo è un altro tradimento, solo in apparenza diverso da quello della stessa Lali con uno straniero che raccoglie in una stanzetta cieca le fotografie degli orrori e delle violenze che accadono di continuo nelle isole delle Filippine. E in seguito, quando Arturo si candida alle elezioni, non è anche questo un tradimento? Quando Lali accetta di parlare ai comizi e di sostenerlo, non tradisce la memoria del padre, acclamato come un eroe? Ma era stato poi veramente un eroe, Gregorio? Oppure era venuto a patti con la sua coscienza e aveva tradito, in nome della famiglia?

Cory Aquino

     È come se il libro fosse spaccato in due, con una frattura che è come quella di un tradimento. Una parte del libro ci racconta storie d’amore, di dubbi d’amore, di erotismo e passione. È una parte che in apparenza è scollata dall’altra e invece è necessaria per bilanciarla, perché quest’altra, questa seconda parte, è l’aspetto della stessa realtà, ma è atroce. La violenza è quotidiana, villaggi incendiati, uomini, donne e bambini uccisi senza pietà. Da chi? Gli uni addossano le colpe agli altri- sono state le forze del governo, i vigilantes, o chi? Altri tradimenti…Una nave affonda, a bordo c’era un numero di persone di gran lunga superiore a quello che poteva portare. La nave era di proprietà della famiglia di Arturo- sono danni collaterali? Bisogna mentire, nascondere, insabbiare, corrompere. Perché tutti sono corrompibili, secondo quello che c’è in ballo.


    E dietro, dietro tutto questo, dietro la violenza, la crudeltà e la corruzione, c’è un paese che vive di superstizioni e folklore, un paese di contrasti, di miseria totale (una madre a cui hanno ucciso il marito affida a Lali il figlio più piccolo e non è insolito per i poveri regalare i bambini a chi se ne può occupare meglio- tradisce la sua bambina, Lali, amando di più il piccolo sconosciuto?) e ricchezze incredibilmente sfacciate (la madre di Arturo fa il bagno nel latte, un’allusione alle abitudini di Imelda Marcos, peraltro mai nominata, come neppure il marito), un paese di una bellezza lussureggiante e selvaggia.

   Leggiamo per vivere altre vite, per sapere di altri paesi. “Tradite” è un libro da leggere.   

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martedì 18 gennaio 2022

Yasmina Khadra, “Le rondini di Kabul” ed. 2021

                                               Voci da mondi diversi. Medio Oriente

    la Storia nel romanzo

Yasmina Khadra, “Le rondini di Kabul”

Ed. Sellerio, pagg. 228, Euro14,00

 

   Ogni cosa al mondo ha una fine e nessun male è eterno. Si fa fatica ad avere fiducia in questa profezia che Yasmina Khadra (pseudonimo dello scrittore algerino Mohamed Moulessehoul) cita nella prefazione di questo romanzo, ripubblicato ora a vent’anni dalla sua apparizione sui nostri scaffali.  Ne è la prova il fatto stesso che sia stato ripubblicato, che non abbia perso la sua attualità, che potremmo assistere oggi alle scene sconvolgenti che leggiamo su queste pagine, perché  a volte ritornano, e no, non sono fantasmi ad essere tornati, ma i talebani a Kabul, e con loro gli spettri del passato, più spaventosi ancora. Sembravano in fuga da questi spettri, le persone che abbiamo visto sugli schermi correre per cercare di salire sugli aerei in partenza dall’aeroporto di Kabul nei giorni recenti. Li abbiamo visti aggrapparsi ai carrelli, alle ali degli aerei- e non potevano non sapere che quella era una morte certa. Forse migliore di quella che li aspettava restando.

    Due coppie sono le protagoniste de “Le rondini di Kabul”. Il guardiano del carcere Atiq e la moglie Mussarat, ammalata di tumore, e una coppia borghese- lui, Mohsen, studiava scienze politiche all’università e lei, Zunaira, avrebbe voluto diventare magistrato. Somma ironia, un carceriere in un paese che è tutto un carcere, un’ammalata terminale in un paese distrutto e moribondo, un futuro diplomatico in un Afghanistan isolato dai paesi democratici, un magistrato dove regna sovrana la sharia.


   C’è una differenza abissale tra le due coppie, sia nel loro modo di vivere la realtà che li circonda, sia nel sentimento che li unisce. Atiq e Mussarat fanno parte del sistema, il lavoro di Atiq lo rende quasi un privilegiato e lui ormai si è incallito davanti alle miserie di quei prigionieri destinati ad essere brutalmente giustiziati. Alla moglie è legato dalla gratitudine- lei gli ha salvato la vita in passato, ora tocca a lui prendersi cura di lei. Per Mohsen e Zunaira il mondo si è capovolto. Erano più che benestanti e ora hanno perso tutto, resta loro l’amore, lo stesso che li lega da quando erano studenti. E condividono l’orrore verso le squadre dei guardiani della morale, verso la sistematica uccisione della felicità, dell’allegria, dell’arte, della musica. Quando Zunaira indosserà l’odiato burqa, sarà per il motivo opposto per cui dovrebbe indossarlo, per protesta, per esprimere lo sconforto davanti a quell’operazione strisciante di persuasione dei talebani, capaci di attirare seguaci con l’oscuro fascino malvagio della violenza- a questo sono destinate le esecuzioni pubbliche come la lapidazione dell’adultera. Significa trasformare la violenza in spettacolo, autorizzarla, incoraggiare il sentimento di esaltazione del sentirsi giudici onnipotenti. E quando Mohsen- Mohsen!- scaglia una pietra, è la fine. La fine della bontà, la fine dell’amore con la moglie.


    La ruota gira, la trasformazione di Atiq e di Mussarat avviene in direzione opposta, perché forse c’è ancora uno spiraglio per l’umanità, anche se il finale sembra non lasciare alcuna speranza. Torneranno a volare le rondini su Kabul?

   Un romanzo che ha la stessa potenza di vent’anni fa, e lo constatiamo con una profonda amarezza, con una certa incredulità, incapaci di comprendere come la Storia sia un serpente che si mangia la coda. Irrimediabilmente.  




domenica 21 aprile 2019

Kyung-Sook Shin, “La danzatrice di Seul” ed. 2019


                                                         Voci da mondi diversi. Corea
                                                               biografia romanzata


Kyung-Sook Shin, “La danzatrice di Seul”
Ed. Piemme, trad. V. Februari, pagg. 422, Euro 16,15


   1891, Yi Jin ha ventun anni. Sta salpando dalla Corea diretta in Francia. L’emissario francese a Seul, Victor Collin de Plancy, ha avuto l’ardire inaudito di dichiarare al re che è innamorato di lei, dama e danzatrice di corte, che intende portarla con sé a Parigi e sposarla. E nonostante gli ostacoli, nonostante che la legge coreana stabilisca che una dama di corte non possa né sposarsi né abbandonare la corte dove era stata ammessa (e Jin aveva solo cinque anni all’epoca- era diventata quasi una figlia per la regina, a sostituire la sua bimba che era morta piccolissima), il re aveva acconsentito a quel matrimonio. Anzi, aveva dato a Jin il suo proprio cognome per tutelarla, perché forse non si fidava che il francese avrebbe mantenuto le sue promesse.
    E così Jin parte. E’ la prima donna coreana ad andare così lontano. La regina, una donna dal polso di ferro, curiosa e colta, la invidia. E’ stata lei a manovrare perché Jin partisse, per allontanarla dagli occhi predatori del re. Le chiede di scriverle, di raccontarle di quel mondo che lei, reclusa nella sua prigione dorata, non vedrà mai.

      “La danzatrice di Seul”, della scrittrice coreana Kyung-Sook Shin (prima coreana e prima donna a vincere il Man Asian Literary Prize nel 2012 con il romanzo “Prenditi cura di lei”), è diviso in tre parti. Dapprima l’infanzia di Jin, l’amicizia fraterna con il bambino muto che suonava il flauto, l’incontro con padre Blanc che le insegnerà le prime parole di francese, l’ingresso a corte: Jin è bellissima, impara qualunque cosa in fretta, il suo corpo si muove flessuoso con la musica. Diventa la migliore danzatrice di corte. L’emissario francese Victor ricorderà per sempre la prima volta in cui l’aveva vista, sul ponte del Fiume di Seta. Nella seconda parte Jin è a Parigi. Non indossa più gli abiti coreani. Se non fosse per i suoi tratti esotici (chi la incontra pensa che sia cinese, o giapponese, nessuno ha mai sentito parlare della Corea), potrebbe essere un’elegante ragazza francese. Conosce Maupassant che la prende in simpatia, aiuta l’unico altro coreano presente a Parigi a tradurre in francese un libro coreano (quest’uomo sarà la causa della sua rovina. E non solo sua). Nella terza parte, infine, Victor riaccompagna Jin a Seul, sperando che guarisca dal sonnambulismo che l’ha afflitta. E a Seul si dipanerà la tragedia finale. Della monarchia, della regina, di Jin. E’ il 1895.

     Nella nota finale l’autrice ci dice come è nato questo libro- da un libro sulla dinastia Joseon pubblicato in Francia più di un secolo fa. Conteneva un accenno al primo diplomatico francese in Corea che si era innamorato di una danzatrice di corte ed era tornato a Parigi con lei. Pochissimo veniva detto di Yi Jin e niente del tutto riuscì a trovare Kyung-Sook Shin su di lei, nonostante le ricerche. Ma non è questo il ruolo dello scrittore? Riportare in vita personaggi che la Storia ha inghiottito? Non è questo il potere e la magia della scrittura? Inventare, immaginare, creare e rendere credibile un personaggio? Kyung-Sook Shin precisa che il suo non è un romanzo storico, che non aveva intenzione di essere precisa come è tenuto a fare uno storico.
E la sua Jin, eterea come una farfalla, ci incanta. Perché questo non è solo un romanzo d’amore romantico che supera ogni barriera. Perché l’amore romantico finisce, perché la realtà è che Jin non riuscirà a superare la sensazione di essere un’estranea per quanto bene accolta, non potrà non sentirsi ferita quando si accorge del tenace spirito colonialista di Victor che sostiene che è giusto che opere d’arte come la Venere di Milo o la Vittoria di Samotracia siano al Louvre piuttosto che nei paesi a cui appartengono di diritto- che fine avrebbero fatto, se i francesi invasori non le avessero portate via? Anche lei, Jin, è come una ceramica Celadon da mettere in mostra? Chi è lei? Qual è il suo posto nel mondo?
    Oriente e Occidente non sono mai stati così distanti come nel romanzo di Kyung-Sook Shin dove l’affascinante atmosfera esotica si unisce ad un’interessantissima ambientazione storica negli anni in cui la Corea era contesa da Giappone e Cina e cercava alleanze in Europa. 

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it
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sabato 19 agosto 2017

Andrei Kurkov, “Picnic sul ghiaccio” ed. 2017

                                                    Voci da mondi diversi. Russia
             satira
            FRESCO DI LETTURA


Andrei Kurkov, “Picnic sul ghiaccio”
Ed. Keller, trad. Rosa Mauro, pagg. 256, Euro 17,00

  Inizi del secondo millennio. L’Unione Sovietica si è appena dissolta nello stupore e nella confusione generale.
  Siamo a Kiev. Il quarantenne Viktor sembra aver accumulato catastrofi: la fidanzata lo ha lasciato, lui è un aspirante scrittore senza lavoro, in più si è accollato (per disperazione?) la compagnia di un pinguino affidatogli dallo zoo cittadino che ormai non ha i mezzi per nutrire tutti gli animali. All’improvviso un colpo di fortuna. Il direttore di un giornale gli affida il compito di redigere dei ‘coccodrilli’, di preparare i necrologi per persone che sono ancora vive e vegete, scegliendole a caso tra i vip frequentemente nominati sulle pagine dei giornali. La paga è ottima, Viktor si mette all’opera e all’inizio il lavoro gli piace e lo incuriosisce. Sfoga le sue velleità letterarie scrivendo dei pezzi succosi, ricchi di dettagli, sconfinando anche in riflessioni filosofiche-metafisiche. Poi qualcosa cambia. Alla libera scelta dei soggetti dei ‘coccodrilli’ si sostituisce l’indicazione più precisa fornita dal direttore che fa recapitare a Viktor dei dossier esaustivi su persone ai vertici in ambienti e occupazioni diverse. Qualcos’altro ancora, che dapprima non insospettisce Viktor: muore (suicidio?) la persona per cui aveva scritto il suo primo necrologio. Viktor dovrebbe essere contento, no? Anche se i pezzi non portano la sua firma (meglio così, aveva detto il direttore), non desiderava forse di essere letto? E poi capita a tutti di morire. Tuttavia, ad un certo punto, i morti che hanno il necrologio già pronto aumentano in maniera vertiginosa.

    Non ho ancora detto nulla di Misha, il pinguino triste che non si trova a suo agio nel clima (quello vero e non metaforico) di Kiev. Misha diventa, in un certo senso, l’alter ego di Viktor che si mette in contatto con il pinguinologo che lavorava allo zoo e si prendeva cura di lui, per saperne di più, dei pinguini, per poter rendere più felice Misha. Il vecchio pinguinologo è un relitto del passato- lui, la sua casa con i mobili antiquati, le fotografie appese al muro che devono risalire agli anni ‘70, sono la memoria di un tempo che non esiste più e che suscita qualche rimpianto. E questa non è l’unica nuova presenza nella vita solitaria di Viktor. Come conseguenza indiretta dei ‘coccodrilli’, una bambina, Sonja, viene affidata a tempo indeterminato a Viktor, e poi arriverà l’amicizia con un poliziotto e il quasi-amore per la baby-sitter di Sonja. Adesso potrebbero anche essere l’immagine di una famigliola felice, anche se così scombinata- Viktor, una ragazza giovane, una bambina e un pinguino.

    E’ leggero, gustoso, affilato, divertente, il romanzo di Andrei Kurkov. Non saprei se definirlo noir o satira politica ma, con uno stile in equilibrio tra realtà e grottesco, con qualcosa di surreale, Andrei Kurkov dipinge il quadro di una situazione così nuova per un ex stato dell’ex Unione Sovietica che il protagonista ingenuo quanto uno sconcertato pinguino lontano dalla sua Antartide non riesce a capire e tanto meno ad immaginare. Quando i morti aumentano, quando, misteriosamente e ripetutamente, qualcuno riesce ad entrare di notte a casa sua per lasciargli messaggi, quando il direttore gli consiglia di allontanarsi da Kiev per qualche giorno (e Viktor, Sonja e pinguino trovano rifugio nella dacia del poliziotto), quando la presenza di Misha è richiesta (a suon di dollari in contanti) a dei funerali, Viktor chiude occhi ed orecchi, acconsente, accetta, va avanti come se niente fosse continuando nelle sue piccole azioni di bontà- prendersi cura del pinguinologo ammalato di tumore, badare alla bambina e a Misha. Finché tutto diventa impossibile, nel finale che non vi rivelo ma che fa dire a Viktor, “sono io il pinguino!”. Perché? Che cosa è successo, ancora?
    Leggete “Picnic sul ghiaccio”. Vi divertirete, masticando amaro.


per contattarmi: picconem@yahoo.com

    

martedì 28 ottobre 2014

Richard Morais, "Amore, cucina e curry" ed. 2014

                                                            Voci da mondi diversi.                         
                                                            fresco di lettura


Richard Morais, “Amore, cucina e curry”
Ed. Neri Pozza, trad. F. Novajra, pagg. 283, Euro 12,75
Titolo originale: The Hundred-Foot Journey


    “Non mi piace quello che sta facendo”.
    “Cosa?”
  “Nella nostra strada. Non mi piace la musica, l’insegna. E’ orrenda. Così dozzinale.”
  “Non avevo mai visto mio padre restare a corto di parole, ma dopo quella stoccata era come se qualcuno gli avesse tirato un potente diretto allo stomaco.
  “E’ di pessimo gusto” continuò Madame Mallory spazzolandosi via dalla manica un pelo immaginario. “Deve toglierla. Quel genere di cose andrà bene in India, ma non qui”.

     Da Mumbai all’Inghilterra, da Londra a Lumière, in Francia, dal paesino nel Giura a Parigi. Dall’essere un ragazzino che gioca in strada in India, affinando l’olfatto tra profumi di spezie e maleodoranti acque di scolo, a diventare un famoso chef, l’unico straniero che si sia mai aggiudicato le ambite tre stelle della guida Michelin che premia i migliori ristoranti. Questa è la storia di Hassan Haji- il cognome ci dà subito un’informazione importante che spiega la forzata emigrazione della famiglia. Haji è un pellegrino musulmano che adempie il precetto di recarsi alla Mecca: in quanto musulmani gli Haji sono dovuti andarsene, per evitare il peggio dopo l’inizio dei tumulti. D’altra parte c’era già stata una rottura nella vita della famiglia: quando la madre di Hassan era morta, i colori dell’India erano sbiaditi, l’allegria era scomparsa, dopotutto non era stato un male partire.   

    “Amore, cucina e curry” (già pubblicato con il titolo “Madame Mallory e il piccolo chef indiano”) ha un avvio che non è certo originale, ricalcando parecchi cliché ed offrendoci immagini stereotipate di un paese dei cui profumi nei cibi speziati ci siamo un poco stancati di leggere, con la figura dominante di un capofamiglia roboante ed estroso che decide della sorte di tutti, lanciandosi in un viaggio itinerante di scoperta insieme alla sua numerosa famiglia. Perfino l’incontro/scontro/confronto con la signora Mallory, quando gli Haji interrompono i vagabondaggi e si fermano nella piccola Lumière, è alquanto scontato. E tuttavia la vivacità dello stile di Richard Morais, la vividezza quasi cinematografica delle scene, l’umorismo delle battute e delle controbattute sono tali che la lettura ci diverte, guidandoci fino al cambiamento di scena, quando l’arte culinaria di Hassan si volge dalla tradizione indiana a quella francese.
    C’è un prima e un dopo, dunque. Il ‘prima’ è la battaglia combattuta senza quartiere a colpi di pentole e piatti, di pesci e tagli di carne e verdure. Cerchiamo di capirci: il ristorante della signora Mallory è un’istituzione a Lumière. Ha i suoi clienti fissi, si è guadagnato due stelle Michelin. E adesso arrivano questi stranieri rumorosi, disordinati e volgari, e vogliono mettersi in competizione con il Saule Pleureur? Madame Mallory ha visto con i suoi occhi raccogliere del cibo dal pavimento e rimetterlo in pentola, nella cucina della Maison Mumbai. Abbas Haji vuole guerra? E guerra sia! Lui va presto al mercato per requisire tutto quello che c’è di meglio? Bene, lei andrà ancora prima. Allora lui noleggia un camion frigorifero e va a fare la spesa nella città vicino. Lei protesta per la musica a tutto volume e riesce a far chiudere il ristorante all’aperto? E lui ripesca un’ordinanza che la costringe a far segare i rami del salice che si allungano sulla strada- il salice piangente che dà il nome al ristorante di Madame Mallory!!!

La guerra finisce bruscamente perché succede qualcosa che non doveva succedere, anche se è stato un incidente. L’acerrima nemica diventa l’angelo custode, la maestra di Hassan che si trasferisce al Saule Pleureur come apprendista: Madame Mallory ha riconosciuto in lui l’istinto geniale che lei non ha, il ragazzo arriverà dove lei non è arrivata, penserà lei ad insegnargli. Da questo momento la via alle stelle (anche quelle Michelin) è aperta davanti a Hassan.
    “Amore, cucina e curry” ci fa scoprire molte cose, da quelle più ovvie del divario culturale o dell’acuta nostalgia per il paese che si è dovuto lasciare, ad altre che faranno la delizia degli amanti della buona cucina. Perché impariamo tanto anche noi, alla dura scuola di Madame Mallory. Bisogna studiare parecchio per arrivare lontano, bisogna saper riconoscere la differenza tra un’ostrica e un’altra, oltre che, più banalmente, la freschezza di un alimento. E bisogna osare: seguire passo a passo la preparazione dei piatti riinventati, personalizzati da Hassan, è meglio che leggere ricette su un libro di cucina. Insieme, apprendiamo anche quali difficoltà si nascondano dietro lo scintillio dei bicchieri e le tovaglie inamidate, quanto sia difficile far quadrare i conti. E infine che ci si arricchisce interiormente, che si dà di più, non restando chiusi nelle tradizioni del proprio mondo.

   Il film tratto dal libro è apparso da poco sui nostri schermi, con la regia di Lasse Hallström e Helen Mirren nel ruolo di Madame Mallory.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it



Richard Morais, "Amore, Cucina e Curry" - Trailer italiano ufficiale

  

                                                          Voci da mondi diversi
                                                           dal libro al film

Ecco il trailer del film, con la regia di Lasse Hallström e l'interpretazione di Helen Mirren, tratto dal libro di Richard Morais.

giovedì 23 ottobre 2014

Eva Stachniak, "Il Palazzo d'Inverno" ed. 2014

                                                                Voci da mondi diversi
  la Storia nel romanzo
  fresco di lettura


Eva Stachniak, “Il Palazzo d’Inverno”
Ed. Beat, trad. Ada Arduini, pagg. 409, Euro 13,90
Titolo originale: The Winter Palace

     Il giorno del matrimonio, venerdì 21 agosto, l’imperatrice in persona contribuì al trucco e alla vestizione della sposa. Le diede un tocco di belletto alle guance, le mise la corona ducale sui capelli appena arricciati e la strinse forte prima che la sarta effettuasse gli ultimi ritocchi.
   “Un giorno pieno di gioia” dichiarò Elisabetta. “Un nuovo inizio”.
   Fu un giorno di trombe e di timpani, di centoventi carrozze che lasciarono il Palazzo d’Inverno dirette verso la chiesa.


     1744. Si chiama ancora Sofia Anhalt-Zerbst. Ha quattordici anni. Arriva a San Pietroburgo, magra, con il mento a punta, le calze rammendate: è stata scelta come fidanzata del granduca Pietro, nipote e futuro erede della zarina Elisabetta, Imperatrice di Russia.
     1765. Da vent’anni ormai il suo nome non è più Sofia- solo il suo amante polacco, Stanisław Poniatowski, la chiama così nell’intimità. Convertendosi alla religione ortodossa ha preso il nome di Caterina, come la moglie di Pietro il Grande, l’Imperatore che aveva realizzato il sogno della città sulla Neva, la finestra della Russia sull’Occidente.
La storia della ragazzina che diventa un’imperatrice illuminata e amata viene raccontata da una persona che le era molto vicino,  quasi sua coetanea, quasi un suo doppio, perché Barbara- o Varvara, la versione russa del suo nome- è anche lei ‘straniera’ in Russia, figlia di un legatore polacco emigrato in cerca di migliori guadagni che aveva acquistato rispetto alla corte di Elisabetta. Tanto che, rimasta orfana, a Varvara viene trovata un’occupazione al seguito dell’Imperatrice: sarà la ‘lingua’, la spia che ascolta e riferisce qualunque chiacchiera, pettegolezzo, qualunque occhiata abbia osservato, o biglietto passato di mano. E noi lettori abbiamo l’impressione di sbirciare attraverso uno spioncino vent’anni di Storia. Figure grandi rimpicciolite, a tratti deformate dall’angolazione particolare, figure che rimangono nell’ombra e poi appaiono nel centro del minuscolo obiettivo, bisbigli e voci che si alzano di tono.

    Succedono tante cose nell’arco di vent’anni. Cose che cambiano la vita della piccola principessa Sofia- il matrimonio infelice con il granduca che non riesce a consumare le nozze, un primo amante, un secondo, un terzo: a Elisabetta non importa chi abbia messo incinta Caterina. Importa solo che il trono abbia un erede. Cambia Caterina che diventa donna soffrendo e poi gioendo ma in segreto, e poi straziata dal vedersi portare via prima il bambino dato alla luce a rischio della vita, e poi anche la bambina figlia di Stanisław, l’uomo che ha acceso di luce i suoi giorni: come può una madre accontentarsi di vedere i figli una volta alla settimana? Meglio allora la vita del suo doppio, di Varvara che, proprio come Sofia/Caterina, ha sposato l’uomo che l’imperatrice ha scelto per lei, ma ha potuto almeno godere appieno della maternità e ha visto il marito addolcirsi accanto alla piccola Darja. Anche Varvara cambia negli anni. Impara ad apprezzare l’infelice granduchessa, diventa quasi una sorella maggiore per lei, schermandola e proteggendola, favorendo i suoi incontri clandestini, vivendo un’altra esistenza attraverso lei. E dopo, quando il gioco politico si fa più sottile- ha rischiato parecchio, la Russia, con alleanze non gradite ma volute dal prussiano granduca Pietro (un grosso bambino mai cresciuto che gioca con i soldatini schierati per la guerra)- Varvara si schiera dalla parte di Caterina nei giorni convulsi che portano al colpo di stato che la instaura non come reggente ma come imperatrice di tutte le Russie.

   Il passare del tempo non è riflesso soltanto nella crescita e nei cambiamenti dei personaggi nell’affascinante romanzo di Eva Stachniak. Si modifica lentamente anche una parte del popolo russo, stanco dell’ostentata ricchezza e degli sprechi dell’entourage imperiale (quindicimila abiti da sera nel guardaroba di Elisabetta che non metteva mai due volte lo stesso vestito), viene splendidamente rifatto il Palazzo d’Inverno dall’italiano Rastrelli- un altro enorme dispendio di denaro, ma quale meraviglia! E le chiacchiere di Varvara ci portano da un palazzo all’altro, dal Palazzo d’Inverno al palazzo provvisorio, da quello di Oranienbaum a Carskoe Tselo e a Peterhof con le sue fontane zampillanti, tra fruscii di sete e broccati, tende e tappezzerie, nella sala d’ambra ammiccante di luci dorate, in corse in slitta sulla neve che scricchiola.
   “Il Palazzo d’Inverno” è un romanzo, non è pura Storia, è finzione narrativa, ma che bel romanzo, che rende viva la Storia, che ci avvicina ai grandi nomi che hanno fatto quella Storia introducendoci nei saloni dalla porta di servizio.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


       


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