martedì 31 gennaio 2023

Jean-Luc Bannalec, “Marea bretone” ed. 2022

                                                                    cento sfumature di giallo



Jean-Luc Bannalec, “Marea bretone”

Ed. Neri Pozza, trad. Chiara Ujka, pagg. 411, Euro 19,00

   Quando ho terminato di leggere “Marea bretone” di Jean-Luc Bannalec avrei fatto la valigia e sarei immediatamente partita per la Bretagna. Per Douarnenez, il villaggio bretone con quattro porti dove attraccano i pescherecci stracolmi di sardine, per l’Ile-de-Sein, l’isoletta sassosa spazzata dai venti. Perché il ‘giallo’ di Bannalec (pseudonimo francese per uno scrittore tedesco) trabocca del fascino di questi luoghi alla fine del continente europeo- non per niente si chiama Finistère la punta estrema della Bretagna, dove finisce la terra ed inizia l’oceano- e ci si ritrova di continuo a cercare su google immagini dei villaggi o delle isole descritte, quasi per confrontare se le fotografie combaciano con il paesaggio che la penna dello scrittore ci ha suggerito. C’è un altro affascinante filone nel libro di Bannalec che esula dalla trama gialla o si unisce ad essa in maniera fantasiosa- è quello delle leggende bretoni, così simili a quelle della Cornovaglia che le è dirimpetto al di là della Manica. Il parigino commissario Dupin ascolta scettico quando il suo collaboratore, l’ispettore bretone Riwal, gli parla della mitica città di Ys sommersa dalle acque o della mala sorte che aspetta chi ha visto sette tombe invece di sei nel cimitero o di mago Merlino. Eppure questa è la Bretagna, tanto quanto la sua lingua incomprensibile o i piatti di pesce della sua deliziosa cucina.


    E torniamo alla trama gialla a cui possiamo solo accennare. Una pescatrice dell’Ile de Sein è stata trovata morta nel mercato ittico di Douarnenez, con la gola squarciata. Era una donna molto bella e molto attiva nella lotta contro il contrabbando e contro la distruzione delle riserve marine. Quando una seconda donna, una biologa amica della pescatrice, viene uccisa nella stessa maniera, è chiaro che il movente va ricercato nell’impegno comune delle due donne che contrasta l’avidità e la mancanza di riguardo verso la natura di pescatori con ben altre imbarcazioni e ben altro tonnellaggio di pescato. Oppure c’è dell’altro ancora? Possibile che ci sia qualcosa di reale nelle leggende di Ys?


     La soluzione della trama gialla (dopo varie disavventure del nostro Dupin, preso tra le assillanti telefonate della madre che lo vuole a Parigi per la sua festa di compleanno ed un tormentoso mal di mare) non ci soddisfa appieno. Siamo invece molto interessati alle spiegazioni che riguardano il Parc d’Iroise, un parco naturale marino di cui si deve proteggere l’ecosistema- nelle sue acque ci sono più di 300 specie di alghe e più di 120 specie di pesci, nonché uccelli di specie protetta. Erano le acque ideali per la biologa che parlava con i delfini!

   Un centinaio di pagine in meno avrebbero reso meno evidente la debolezza del filone giallo salvando l’incanto delle descrizioni e delle leggende (a volte un po’ troppo lunghe). 



domenica 29 gennaio 2023

Charlotte Link, “La notte di Kate” ed. 2023

                                Voci da mondi diversi. Area germanica

cento sfumature di giallo

Charlotte Link, “La notte di Kate”

Ed. Corbaccio, trad. Maria A. Petrelli, pagg. 456, Euro 19,90

 

 Ricordiamo di certo Kate Linville, sergente investigativo della North York Police, così come ricordiamo l’ex ispettore Caleb Hale che ha dovuto dimettersi- era ubriaco al momento dei gravi fatti avvenuti in un appartamento di Scarborough (nel romanzo precedente, “Senza colpa”) ed era stato incapace di prendere decisioni migliori riguardo all’intervento della polizia. Anche il curriculum di Kate ha delle macchie che le impediscono un avanzamento di carriera, ha la tendenza ad infrangere le regole mettendo a rischio la sua stessa vita.

     Il romanzo inizia con un antefatto del 2010. Un ragazzo sedicenne grasso, molto grasso, obeso- a scuola lo chiamavano Fatty- viene trovato rantolante nella sua abitazione. Ci deve essere stata un’effrazione, la stanza in cui lui giace è uno sconquasso. Tantissime le impronte- la sera prima c’era stata una festa per il compleanno della madre.


  Nove anni dopo. Nevica a Scarborough in quella notte verso la fine dell’anno. Le automobili procedono lentamente. Una donna vede l’auto davanti alla sua, guidata da una donna che forse conosce, inchiodare per non investire un uomo molto alto che è in mezzo alla strada. L’uomo apre lo sportello del passeggero e sale. Il giorno dopo la donna verrà trovata morta, mentre quella che ha visto la scena non si reca alla polizia per testimoniare. Di che cosa ha paura?

    L’andamento della trama segue, in certo qual senso, quello di “Senza colpa”- un cold case che si rivelerà connesso con la nuova scia di delitti, una serie di morti veramente numerosi, tante storie che in apparenza non hanno nulla in comune (‘dove è il filo rosso?’, si chiede una scoraggiata Kate Linville), false piste e colpi di scena. In più c’è anche il ritrovamento del cadavere di un personaggio del romanzo precedente E dei capitoli con un racconto in prima persona, di che cosa si provi ad essere obeso, rifiutato dalla ragazza che sembrava ricambiare la nostra simpatia, oggetto non solo di scherno per i compagni di scuola, ma anche di disprezzo per il proprio padre.


     Il segreto del successo di Charlotte Link (scrittrice tedesca che ha scelto l’ambientazione anglosassone per il suo filone di ‘gialli’) è nella caratterizzazione dei due personaggi principali- l’investigatrice che potrebbe passare inosservata come donna e l’affascinante Caleb che, da bravo ispettore inglese, ha un problema di alcolismo e che, ancora una volta e sempre per lo stesso motivo, mette a rischio la vita di altri- e nella tensione fortissima che riesce a costruire obbligando il lettore a divorare il libro. E tuttavia non possiamo non osservare che la scrittrice ricorre a dei mezzi un po’ troppo eclatanti per tener desta l’attenzione e la curiosità- il suo pregio diventa anche il suo difetto. Bella l’atmosfera, con la neve che cade, un biancore su cui risalta il rosso del sangue, una metafora di purezza, insieme alla prossimità del Natale, con cui stride la lotta contro il Male.



venerdì 27 gennaio 2023

Maggie O’Farrell, “Ritratto di un matrimonio” ed. 2022

                      Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

romanzo storico

Maggie O’Farrell, “Ritratto di un matrimonio”

Ed. Guanda, trad. Stefania De Franco, pagg. 384, Euro 19,00

 

     Quella è la mia ultima duchessa, nel dipinto appeso al muro,/ sembra quasi che sia viva.

    That’s my last Duchess painted on the wall,/ Looking as if she were alive.

Ho letto così tante volte la poesia di Robert Browning, “My last Duchess”, da saperla a memoria. Il Duca che mostra la sua collezione d’arte all’emissario di un conte mentre si stanno volgendo le trattative per un suo prossimo matrimonio- passerà poi, nello stesso tono, ad indicare una statua in bronzo di Nettuno accennando alla dote della futura sposa che suppone sarà adeguata- e la piccola Duchessa che ormai vive solo nel ritratto, che sorrideva troppo e a tutti. Diedi degli ordini;/ allora tutti i sorrisi si fermarono insieme.

Browning

    Si chiamava Lucrezia, quinta figlia di Cosimo dei Medici, la giovane del ritratto che andò sposa ad Alfonso II d’Este nel 1560. Non aveva neppure sedici anni quando morì un anno dopo. Sembra che sia morta di tisi, anche se Robert Browning suggerisce altrimenti. Dopotutto non ci sarebbe stato niente di strano o di insolito- sia la sorella sia la cognata di Lucrezia morirono assassinate, tolte di mezzo nel modo più veloce. Alfonso II aveva fretta di avere un erede, avrebbe dovuto sposare Maria, la sorella di Lucrezia, ma Maria era morta di febbre malarica, Lucrezia era stato ‘il rimpiazzo’ (vocabolo di moda in questi giorni dopo la pubblicazione dell’autobiografia di un principe). Era troppo giovane, Lucrezia, quando Alfonso dirottò la sua scelta su di lei, aveva solo tredici anni e passarono due anni prima che le nozze venissero consumate, ma era figlia di Eleonora di Toledo, conosciuta con l’appellativo di ‘la Fecundissima’ perché mise al mondo ben undici figli (parecchi morirono da bambini, parecchi di morte non naturale) e Alfonso sperava che la figlia fosse prolifica come la madre. Non fu così. Fu questo che spinse Alfonso ad avvelenare Lucrezia, come si sospettò all’epoca?

Alfonso non ebbe figli neppure dai seguenti due matrimoni, non lasciò in giro neppure un figlio bastardo.


     Maggie O’Farrell sembra appassionarsi nel dare vita a donne vissute nell’ombra. Dopo la moglie di Shakespeare in “Nel nome del figlio”, la sua penna ci racconta di un’altra giovane donna, una ragazzina, che ha mantenuto il suo segreto nei secoli in quel quadro appeso al muro. Quando ci accingiamo a leggere “Ritratto di un matrimonio” sappiamo già che ben poco è documentato su Lucrezia di Cosimo dei Medici, che ci affidiamo al privilegio dello scrittore di inventare un personaggio basandosi sugli esigui dati e sulle ricerche dell’ambiente e della società del tempo. E- dobbiamo dirlo- Maggie O’Farrell è bravissima. Lucrezia esce dal dipinto, la vediamo bambina un poco ribelle e audace che accarezza una tigre del serraglio paterno, poi ragazzina che vorrebbe sottrarsi al matrimonio imposto, abbigliata sontuosamente per le nozze, ci sembra di toccare le sete che frusciano, di restare abbagliati dallo scintillio del rubino che Alfonso le ha regalato, di sentire il peso dei suoi meravigliosi capelli. Proviamo la sua stessa paura davanti all’ignoto- è poco più di una bambina quando deve lasciare la famiglia e Firenze per seguire Alfonso a Ferrara. Anche noi lettori o lettrici, come la scrittrice, stiamo dalla parte di Lucrezia, diffidiamo di Alfonso che può essere un marito innamorato e un sovrano crudele, arbitro di vita e di morte, fiutiamo il pericolo quando il pittore e i suoi aiutanti arrivano a corte perché abbiamo visto di che cosa è capace Alfonso, quando scopre l’inappropriato legame amoroso della sorella.


     Chi conosce la poesia di Browning si accorge anche di quando i suoi versi filtrano nella narrativa di Maggie O’Farrell la cui capacità descrittiva, così straordinaria da dipingere un quadro vivente per i nostri occhi, è però a volte sovrabbondante, di parole e di dettagli e rischia di stancare. C’è però anche un interessante espediente narrativo, un flash su una storia alternativa, del tipo di “Sliding doors”- e se, invece di immolarsi, come una vittima predestinata, Lucrezia avesse raccolto l’invito a fuggire?

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lunedì 23 gennaio 2023

Francesca Giannone, “La portalettere” ed. 2023

                                                                    Casa Nostra. Qui Italia

            storia di famiglia

Francesca Giannone, “La portalettere”

Ed. Nord, pagg. 416, Euro 19,00

 

    1934. Lei, Anna, è molto bella. Occhi verdi, capelli scuri. Forse è soprattutto la sua carnagione che la differenzia dalle donne di quel Sud dove è appena arrivata, insieme al marito Carlo. Dopo, quando la conosceremo meglio, sarà anche la sua tempra e il suo carattere a farne una donna diversa- lei sarà sempre ‘la straniera’, quella che ha idee strane, che fa cose strane invece che restarsene in casa a pulire e cucinare. Suo marito, allegro e gioviale, la ama per questo. Anche il fratello maggiore di suo marito, Antonio, se ne innamora appena la vede.

    Anna ‘la forestiera’ arriva nel Salento, a Lizzanello (vicino a Lecce), dall’estremo ponente ligure, da Pigna dove insegnava e si sentiva indipendente. È difficile per Anna inserirsi nel nuovo ambiente, adattarsi alla curiosità della cognata, alla lingua che suona così diversa da quella del suo paese di origine, ai piatti della cucina pugliese. Coltivare il basilico, chinarsi per annusarne le foglie, fare il pesto che diventa una sorta di rito (per ripicca la cognata non vorrà assaggiarlo), diventa per lei il modo per attutire la nostalgia. E per fortuna il suo legame con il marito è forte e lui le è di grande aiuto.

Pigna

    Poi, nel 1935, muore il portalettere di Lizzanello. Mors tua vita mea. Anna fa domanda per essere assunta, è la prima in graduatoria, diventa ‘la signora portalettere’, dapprima a piedi e poi, anni dopo, con una bicicletta Bianchi. Non le importa lo scherno, non le importa essere additata, non le importano le maldicenze. Finalmente si sente viva di nuovo, si sente lei. E poi può contare sull’appoggio del marito che ha avviato un’azienda vinicola destinata ad avere molto successo.

    Alla scrittrice Francesca Giannone è capitato di trovare un biglietto da visita con il nome della sua bisnonna, Anna Allavena, e la sua qualifica, ‘portalettere’. Impossibile non essere curiosi, non desiderare di saperne la storia.


E la storia di Anna che Francesca Giannone ci racconta è quella di una donna forte che ha, in una maniera personale tutta sua, nobilitato il lavoro del ‘postino’ che solo in apparenza può sembrare banale. D’altra parte esiste ‘il lavoro’ ed esiste ‘l’interpretazione personale’ del lavoro. In un tempo e in un luogo in cui l’analfabetismo era ancora diffuso, Anna non si limita a consegnare la lettera. Spesso si ferma per leggerla al destinatario, si rallegra per le buone notizie, consola chi ne ha ricevuto di tristi, scrive la risposta sotto dettatura, ascolta confidenze, elargisce consigli. Come a Giovanna che era stata etichettata come scema (con quello che sappiamo oggi, era forse autistica Giovanna? Di certo dislessica, e con grande pazienza Anna le insegnerà a leggere), che aveva un amore segreto, che diventerà amica di Anna. E la bellezza del romanzo è in questo piccolo mondo che si anima intorno ad Anna, è nella miriade di personaggi che conosciamo attraverso lei.

     È all’avanguardia, Anna. È una femminista ante litteram. Non frequenta la Chiesa ma il suo amore per il prossimo non può esser messo in dubbio- sono i fatti che contano. La vecchia casa di Giovanna viene ristrutturata per dare alloggio alle donne maltrattate, alle donne sole che aspettano un figlio, a tutte quelle che sono in difficoltà, messe al bando dalla società benpensante.


    A fianco di Anna, suo marito- e anche di lui seguiamo con passione la storia della sua vita, il segreto del suo passato, la volontà di riuscire nell’impresa di fare un vino rosato che riuscirà anche a vendere agli americani durante la guerra. E suo cognato, l’uomo d’onore che mai tradirebbe suo fratello, che solo una volta manifesterà il suo amore per Anna.

   E’ impossibile non appassionarsi alla storia di Anna, impossibile interrompere la lettura di un romanzo che, insieme a quella di una donna indimenticabile, ci racconta la storia di un paese che lentamente si affaccia alla modernità.

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sabato 21 gennaio 2023

Marzio Mian, “Guerra bianca. Sul fronte artico del conflitto mondiale” ed. 2022

                                                             Casa Nostra. Qui Italia

                    reportage
                 saggio

Marzio Mian, “Guerra bianca. Sul fronte artico del conflitto mondiale

Ed. Neri Pozza, pagg. 297, Euro 19,00

 

    Il Grande Nord. Il Polo. I ghiacci perenni. L’impresa di Nobile con il suo dirigibile. Le due navi Terror e Erebus che svanirono nel 1845 con 129 uomini a bordo mentre cercavano il Passaggio a Nord-Ovest. L’orso polare.

È tutto questo che la parola Artico ci evoca. Un paesaggio mitico, di un biancore abbagliante, l’ultima frontiera, una sfida.

È tutto questo che sta scomparendo, che è già in parte scomparso. L’innegabile cambiamento climatico ha causato lo scioglimento dei ghiacciai e di conseguenza l’apertura di una nuova rotta, la Northern Sea Route, dal mare di Barents al mare di Bering, che fa risparmiare tempo e che, soprattutto, è aperta ormai per tutto l’anno o quasi.


    Ma- di chi è la zona del Mar Glaciale Artico? Nessuno aveva avanzato rivendicazioni che parevano inutili in passato. Come ci si poteva aspettare, è la Russia afferma la sua sovranità, con le migliaia di chilometri di terre che si affacciano sull’Artico. Nelle parole di Putin: “Spaccheremo i denti a chiunque pensi di sfidare la nostra sovranità. L’America sappia che non c’è Russia senza Artico e non c’è Artico senza Russia.”

Adesso la Russia sta combattendo in Ucraina. E dopo?

    Marzio Mian (di lui lo scorso anno abbiamo letto “Maledetta Sarajevo”) ha fondato con altri giornalisti internazionali la società non profit The Arctic Times Project che documenta le conseguenze del cambiamento climatico nella regione artica e in questo libro, “Guerra bianca”- un documentatissimo reportage costruito su testimonianze, fatti e numeri- esamina la questione artica da più angolazioni.

    A che punto siamo, prima di tutto- in quali porti la Russia stia allestendo la sua flotta di sottomarini, navi e navi rompighiaccio e quali siano le prospettive. Perché sembra certo che il prossimo conflitto si giocherà nell’Artico e per l’Artico.


È il grande paradosso di questa situazione- “la regione che paga il prezzo più alto del mondo dell’effetto del cambiamento climatico è anche quella che, per le stesse ragioni, offre le più grandi opportunità di conquista e di potere”. Se c’è una possibilità di continuare a vivere secondo gli standard a cui ci siamo abituati, è proprio grazie alle risorse dell’Artico. Basta guardare i numeri: nell’Artico ci sono il 40% delle riserve mondiali di combustibile fossile, il 30% delle risorse naturali, terre rare per 3 trilioni di dollari, 500 miliardi di pesce all’anno.

     Alla voce ‘pesce’ si collega l’altro punto di vista del libro di Marzio Mian- altre cifre che esprimono la preoccupazione per la fauna marina, con il riscaldamento delle acque che spinge a Nord pesci che si aggiravano ad altre latitudini innescando reazioni a catena, sia nel mondo animale, sia in quello degli uomini che hanno sempre vissuto di pesca.

   Volgendo infine lo sguardo verso Est, la nostra attenzione viene focalizzata su Groenlandia e Canada e ci rendiamo conto di quanto le informazioni possano essere manipolate in una direzione piuttosto che in un’altra. Da anni ormai abbiamo ascoltato il ‘mea culpa’ dei paesi colonizzatori europei. Ma la Danimarca ha mai riconosciuto il massacro psicologico effettuato in Groenlandia dove alle popolazioni indigene hanno tolto la lingua, la religione animista, bandendo gli sciamani, costringendo tutti a vivere in un mondo separato dove era impossibile aspirare ad un miglioramento sociale? Per non parlare del programma segreto degli anni ‘60-‘70 (del secolo scorso, si badi bene) per un controllo delle nascite impiantando la spirale a migliaia di donne e ragazzine inuit?


    E il Canada che si ammanta di un’aura utopica? nel nord del Canada, dove sopravvivere è un’impresa anche per le foche,  durante gli anni della Guerra Fredda, per garantire la sovranità dei territori inabitati, sono state deportate centinaia di famiglia da 2000 km a sud, separando figli da genitori, mariti dalle mogli- la peggiore violazione dei diritti umani nella storia del Canada. Non solo. Morirono a centinaia perché non sapevano cacciare a -50°. Morirono anche 20.000 husky, uccisi per impedire ai ‘coloni’ di fuggire.

    “Guerra bianca” è un libro che ci apre gli occhi, che ci obbliga a vedere quello che non vorremmo vedere, quello che molti si ostinano a negare. Un libro scomodo, forse, scritto con un piglio brillante che rende la narrazione agevole, mai noiosa, neppure quando snocciola dati. Un libro raggelante, in ogni senso e non solo perché parla dell’Artico.

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martedì 17 gennaio 2023

Amira Ghenim, “La casa dei notabili” ed. 2023

                                         Voci da mondi diversi. Tunisia

storia di famiglia

Amira Ghenim, “La casa dei notabili”

Ed. e/o, trad. Barbara Teresi, pagg. 416, Euro 19,00

   Undici persone che raccontano questa storia. Un caleidoscopio di uomini e donne, un alternarsi di voci diverse in un tempo che va da un fatidico giorno del dicembre del 1935 ai nostri giorni per una storia atavica…zeppa di intrighi, rancori, insolenza e presunzione, traboccante di amori soffocati, embrioni assassinato e letti segreti. E sono le parole di Hind, la nipote di Zubaida, il personaggio principale, quella che introduce e termina il racconto di questo libro, bello, insolito, per molti versi affascinante.

     Tunisi, dicembre 1935. Zubaida. Taher al Haddad (veramente esistito). Un biglietto nascosto nel pane. La catastrofe. Perché il biglietto finisce nelle mani del cognato di Zubaida, un uomo corpulento che deve tenere nascosta la sua omosessualità, geloso del fratello. Ed è lui che strepita, rivelandone il contenuto e il mittente, dando origine allo scandalo, alle accuse, a quella che sarà una punizione a vita per Zubaida. Ma è affidabile? Dice la verità? Sapremo la verità sulle parole del biglietto (e molto di più) soltanto verso la fine.

Taher al-Haddad

    Questo è il nocciolo del romanzo che, però, è un vasto affresco della Tunisia, colonia francese, percorsa da fremiti di rivolta, da desideri di indipendenza, da un soffio di modernità che riguarda soprattutto la condizione femminile. Questo contrasto, tra tradizione e innovazione, è rispecchiato nelle due famiglie- gli en-Neifer, dalla mentalità conservatrice e patriarcale, e gli ar-Rassa, liberali e progressisti. Ali ar-Rassa ha mandato le figlie a studiare dalle suore (ragazze musulmane che vanno a scuola dalle suore, già questo è un affronto) e poi ha fatto venire in casa un insegnante per loro, proprio quel Tahir al-Haddad che pubblicherà un libro sulla necessità dell’emancipazione per le donne. Othman en-Neifer pensa che le donne non debbano studiare affatto, che possano sbirciare il mondo esterno solo attraverso le grate delle finestre. Ma suo figlio ha voluto a tutti i costi sposare Zubaida ar-Rassa e la porta a teatro e ai concerti, con il viso scoperto. Che cosa succede quel giorno di dicembre, quando Zubaida ha dato alla luce il suo secondogenito da pochi giorni? Che il biglietto sia stato scritto da Tahir, è chiaro. Una ridda di ipotesi si sussegue sul contenuto. Il cognato di Zubaida lascia intendere che si trattasse di un appuntamento d’amore. Segue una zuffa tra fratelli, un accapigliarsi tra Zubaida e il cognato, una tragedia su cui mai verrà detta la verità e che avrà conseguenze per sempre.


    Le due serve, le due madri, i due padri, il fratello gemello di Zubaida, la moglie del cognato di Zubaida (era andata gioiosa al matrimonio, che brutta sorpresa la aspettava), il cognato di Zubaida (un infelice le cui tendenze sessuali erano state deviate da una traumatizzante esperienza infantile) e il marito stesso (resteremo stupiti dalla svolta che aveva dato alla sua vita) ci parlano di quel dicembre, in tempi diversi, in contemporanea con i fatti e molti anni dopo quando gli anni dovrebbero avere smorzato i sentimenti (ma non è così e si ha l’impressione di vite sprecate in una paralisi affettiva), e nello stesso tempo si srotola la storia della Tunisia attraverso la seconda guerra mondiale seguita dalla lotta per l’indipendenza e dal governo di Bourghiba, fondatore della Tunisia moderna. Intanto Taher al-Haddad, morto proprio il giorno in cui il suo biglietto veniva consegnato, il grande assente sempre presente in tutte le versioni dell’accaduto, assurge al ruolo di martire- un uomo lungimirante, in anticipo sui suoi tempi, un uomo di cultura, un poeta, un innamorato infelice a cui il padre di Zubaida, con tutto il suo progressismo, aveva riso in faccia quando gli aveva chiesto la figlia in moglie.


    Quando la nipote Hind trova nello scantinato della vecchia casa una borsa il cui contenuto farà luce su quella storia atavica, capirà anche le parole della nonna che si compiaceva della sua bravura nello scrivere. Perché non sono solo le case dei romanzi inglesi ad animarsi e a parlare, parlano anche le case in Tunisia, parla la casa dei nonni che Hind ha voluto acquistare, anche se è in rovina.

    “La casa dei notabili” di Amina Ghenim è stato finalista al prestigioso International Prize for Arabic Fiction. Leggetelo. 

 

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lunedì 16 gennaio 2023

Sujata Massey, “Il principe di Bombay” ed. 2022

                                                      Voci da mondi diversi. India

  cento sfumature di giallo

Sujata Massey, “Il principe di Bombay”

Ed. Neri Pozza, trad. Laura Prandino, pagg. 378, Euro 20,00

 

   Ritorna Perveen Mistry, prima donna avvocato di Bombay che esercita la sua professione con orgoglio sotto l’ala paterna- le sarebbe impossibile aprire uno studio per conto suo, è già abbastanza difficile fare fronte alla diffidenza e allo scherno di cui è oggetto in quanto donna. E un suggerimento, prima di iniziare il libro: non leggetelo aspettandovi un thriller perché sì, c’è un delitto che Perveen dovrà risolvere, anche perché aveva conosciuto la vittima che si era rivolta a lei per un’indicazione proprio il giorno prima di essere uccisa, ma nessun brivido. “Il principe di Bombay” è il ritratto di un’India in fermento un quarto di secolo prima dell’Indipendenza e in un momento delicato- il titolo del libro è ironico perché gran parte della popolazione è ostile alla corona inglese e non è affatto ben disposta nei confronti del principe ereditario Edoardo (passato nell’immaginario come il principe romantico che ha abdicato per amore) che sta per arrivare in visita a Bombay. Edoardo è il Principe del Galles e non il Principe di Bombay.


    È proprio questo il motivo per cui Freny Cuttingmaster, studentessa diciottenne del Woodburn College, si era rivolta a Perveen: ci sarebbero state conseguenze legali se gli studenti del college avessero boicottato la parata in onore del Principe? Ci potevano essere, sì, e Perveen aveva suggerito una facile soluzione: fingersi ammalati e non andare a lezione per non dover assistere al corteo. E poi succede di tutto. Uno studente viene arrestato, divampa la rivolta, i ribelli attaccano chiunque si mostri favorevole alla corona (Perveen stessa viene molestata), E Freny Cuttingmaster viene trovata morta nel giardino del College. È possibile che sia caduta accidentalmente dal balcone? Oppure qualcuno l’ha spinta per farla precipitare?

    La soluzione del mystery intorno a questo delitto ci sarà solo alla fine e lo svolgimento del filone ‘giallo’ è piuttosto lento. L’attenzione della scrittrice è rivolta piuttosto verso la realtà indiana negli anni ‘20 del secolo scorso- l’isolamento della comunità parsi, prima di tutto, con i loro usi e costumi in ogni ricorrenza, la discriminazione culturale delle donne, i forti pregiudizi che impediscono i matrimoni tra uomini e donne appartenenti a caste diverse, per non parlare poi della quasi impossibilità di una unione fra un inglese e una donna indiana (è il caso di Perveen).


Grande importanza viene poi data al filone politico, al messaggio della non-violenza di Gandhi, al sopruso del colonialismo pur riconoscendo quanto di positivo gli inglesi hanno fatto in India, al ribollire della protesta che esplode a tratti sotto un’ apparenza di calma- bisognerà arrivare al 15 agosto 1947 perché l’India acquisti l’indipendenza.

   Un libro che piacerà agli amanti dell’India, da leggere, però, solo se si è interessati a tutte le tematiche che lo rendono diverso dagli altri ‘romanzi con delitto’.






sabato 14 gennaio 2023

Peter Englund, “La svolta” ed. 2022

                                                             vento del Nord

seconda guerra mondiale

Peter Englund, “La svolta”

Ed. Marsilio, trad. Andrea Mazza, pagg. 611, Euro 24,00

 

   1939-1945. Sei anni di guerra. La seconda guerra mondiale, dopo quella che sarebbe dovuta essere l’ultima guerra. “Mondiale”: mai come leggendo “La svolta” dello storico e giornalista svedese Peter Englund ci siamo resi conto di quanto letterale fosse quel ‘mondiale’ che aggiungiamo sempre al termine ‘guerra’. Perché ne “La svolta” trentanove personaggi- tutti veri, alcuni famosi, i più sconosciuti- combattono o ‘vivono’ la guerra su uno scenario letteralmente mondiale, come mostrano le due mappe con le due metà del mondo ad inizio e fine libro in cui un riquadro con un nome e una freccia indica ‘dove’ si trovavano quei trentanove uomini e donne che impareremo a conoscere  in queste pagine, ritornando spesso a guardare le piccole foto che li ritraggono, sempre a inizio libro, per imprimerceli nella memoria.

    Trentanove vite in un mese, novembre, in un anno, il 1942- trenta giorni che ‘cambiarono il destino del mondo’, come dice il sottotitolo, e la chiave di tutto era forse nel rovesciamento della situazione a Stalingrado, mentre Hitler ordinava di continuare a combattere, nonostante le truppe tedesche fossero state accerchiate ed era chiaro che non c’era più niente da fare.


Non sono tutti combattenti i personaggi di cui leggiamo le testimonianze, negli stralci di diari, nelle lettere, nelle poesie, nei resoconti di guerra. Nella nostra metà del mondo c’è il soldato semplice di fanteria a Stalingrado (19 anni!) e la studentessa universitaria ebrea che vive a Parigi, lo scrittore francese Camus e un bombardiere inglese, un maggiore dei paracadutisti italiano che combatte in Africa, una profuga polacca e un ebreo deportato a Treblinka che si salva spacciandosi prima per barbiere e poi per dentista (dentista dei morti, con un raccapricciante compito macabro).


Se questo scenario ci è più familiare, quello dell’altra metà del mondo lo è di meno e ancora una volta ci è utile la mappa per trovare dove si svolse la battaglia di Guadalcanal e dove combatterono il giapponese tenente di fanteria e il sottotenente inglese di solo 22 anni, dove la schiava del sesso coreana lavorava in un bordello per soldati giapponesi in Birmania (nell’appendice sui destini successivi alla guerra apprendiamo che si sposò, non ebbe figli, soffrì di vergogna per tutta la vita e suo marito si suicidò), dove il medico militare inglese, prigioniero di guerra a Giava, si prodigò a salvare molte vite, anche quando finì a lavorare alla ‘ferrovia della morte’ in Thailandia (diecimila persone presenziarono al suo funerale nel 1993). Non manca neppure lo scenario artico per completare il quadro, con le angoscianti battaglie che implicarono sottomarini e siluri e affondamenti e naufragi (Poon Lim, 24 anni, attendente a bordo di un mercantile britannico, rimase per più di tre mesi su una zattera prima di essere tratto in salvo).

    Quello di Englund è un libro unico nel suo genere, proprio perché ci fa vivere la guerra come fatti e come sentimenti, nella reazione di persone che potrebbero essere qualcuno che conosciamo o noi stessi, nei quesiti etici che prima o poi tutti finiscono per chiedersi, dando ognuno una risposta diversa.

In una poesia uno di loro scrive, Ho sparato a milioni di nemici,/ saccheggiato ogni campo, distrutto chiese,/ devastato anime,/ fatto versare lacrime e sangue a ogni madre./ Ho fatto tutto questo.- Non ho fatto nulla./ Del resto ero un soldato.

Un altro, invece, sotto shock dopo aver ucciso per la prima volta, scrive: Sopravvivere in quell’inferno non sarebbe stato facile, ma rimanere umani era cento volte più difficile.

   E poi c’è il vecchio beduino incontrato nel deserto dall’italiano Caccia Dominioni (rientrato in Italia si unì alla Resistenza). Alla domanda di che cosa pensi di quello che sta accadendo, risponde con una parola: takfir, espiazione. E su Caccia Dominioni si abbatte tutto il peso di quella parola che significa masse di innocenti sacrificate ‘alla volontà, all’ambizione, all’interesse di pochi, in questa guerra, in tutte le guerre, come una maledizione’.

   C’è qualcosa di universale, nel libro di Peter Englund, nell’epopea dei trentanove personaggi in un novembre di un anno lontano che potrebbe essere il novembre appena trascorso, con una guerra che solo in apparenza non  è mondiale. Dovremmo imparare dalla lezione della Storia ma non è così.

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mercoledì 11 gennaio 2023

Gianni Dubbini Venier, "L'avventuriero" Intervista 2023

 

                                          copyright A. Kaufmann

     Un libro di viaggio ha sempre un fascino tutto suo, sia che faccia tornare alla mente paesaggi visti durante un nostro viaggio o che faccia sognare di scenari e paesi che abbiamo sempre desiderato vedere. Il libro “L’avventuriero” di Gianni Dubbini Venier ha un doppio fascino, perché ci parla di un viaggio nel presente che però segue le tracce di quello fatto da un ragazzo veneziano nel secolo diciassettesimo. Ne parliamo con lo scrittore.

All’inizio del libro racconta come si è imbattuto in Nicolò Manucci e come ha iniziato le ricerche su di lui. Be’, poteva finire lì, poteva pensare ‘che tosto questo ragazzino’. E invece si è letteralmente messo sulle sue tracce. Che cosa lo ha spinto?

    Ottima domanda. Mi ha spinto il desiderio di ripercorrere l’itinerario di un mio conterraneo e poi volevo allinearmi con una tradizione che non è propria del nostro paese, quella della letteratura di viaggio. Ho avuto la fortuna di avere come maestro William Dalrymple- lo conosco dal 2012- e ho avuto un percorso di formazione in Inghilterra, dove mi sono specializzato in archeologia orientale alla SOAS- School of Oriental and African Studies- dell’Università di Londra. Volevo seguire la tradizione del mondo anglosassone seguendo le tracce di qualcuno, ma pensando ad un viaggio nel presente in luoghi caldi del mondo- era il momento della guerra in Siria-, volevo guardare con occhi del presente quello che un viaggiatore vedeva nel passato.

Con la debita differenza di età, si è sentito ‘il doppio’ di Nicolò durante questa esperienza?

    Nicolò aveva quattordici anni, io ero il suo ‘doppio’ e tuttavia non è che io fossi lui o qualcosa del genere, non mi sono immedesimato in lui. Era una guida che andava ricontestualizzata, era un viaggio da adattare al mondo contemporaneo. Per tutti e tre- per Nicolò, per Angelica, la fotografa che mi accompagnava, e per me- è stato un viaggio di formazione. Dobbiamo pensare che nel ‘600 a 14 anni si era già uomini. La carriera del mozzo, del midshipman, iniziava ad un’età molto giovane. In quel senso io, a 27 anni, ero ancora un ragazzino.

È stato un viaggio avventuroso e affascinante su cui ora Le farò una serie di domande:

   qual è stato- se c’è stato- il momento in cui ha avuto più paura per se stesso?


   In Turchia, quando ci fu una serie di attentati dal 27 luglio del 2015 all’agosto dello stesso anno. Il presidente Erdoğan aveva riaperto il conflitto con i curdi e noi stavamo vivendo un momento storico, attraversavamo regioni in un periodo di cambiamenti epocali. Il 4 agosto i guerriglieri curdi del PKK fecero saltare in aria la caserma turca di Doğubayazit. A seguito di questo furono chiuse le frontiere con l’Iran, noi ci trovavamo nella zona orientale e molte strade di quell’area furono fatte saltare, un autobus di turisti fu preso in ostaggio in un posto non lontano da dove ci trovavamo noi- tutto sempre per mano dei guerriglieri curdi. Ci furono poi anche attentati dell’Isis a Sud e altri ancora a Istanbul…

 Qual è stato il tratto più difficile del percorso?

    Per i nervi, il tratto più difficile è stato quello turco dove eravamo esposti ad eventi di un’attualità dirompente. Per il nostro fisico, invece, è stato l’attraversamento della frontiera tra Armenia e Iran. C’era stato l’incidente sul fiume Aras, avevamo dovuto attraversare la frontiera a piedi, con una temperatura di 50 gradi.

 Lo spettacolo che più lo ha emozionato?


    Il monte Ararat, visto dal monastero di Khor Virap, perché quello era finalmente il luogo dove ci ricollegavamo all’itinerario di Manucci. Ce la stavamo facendo, dopo la deviazione causata dai confini blindati tra Armenia e Turchia per le relazioni compromesse dalla questione del genocidio armeno non riconosciuto dai turchi in quanto tale. Un’emozione metafisica causata dal paesaggio, la cima innevata che si stagliava contro il cielo e poi l’euforia di essere vicini al successo del viaggio- non avevamo affatto avuto la sicurezza di poter uscire dalla Turchia.

L’esperienza più ‘strana’ o insolita che ha vissuto?

     La fortuna di vedere gli atleti iraniani che ci hanno concesso di assistere agli allenamenti della loro ginnastica tradizionale, lo zurkaneh, una specie di arte marziale che proviene dal sufi. È stata un’esperienza unica, anche perché, oltretutto, le donne non sono ammesse ed è stata fatta un’eccezione per Angelica.


Di tutte le conoscenze fatte, quale la più memorabile e significativa?

    Il libraio di Isfahan, Iman. Mi ha dato lui stesso il permesso di fare il suo nome, perché racconta la sua esperienza di vendere titoli difficili da reperire in Iran, sottoposti a censura. Non posso dimenticare la sua ospitalità, come gestisce la libreria, con edizioni in farsi di libri come il ‘Candide’ di Voltaire- qualcosa di inimmaginabile, trovare la traduzione in farsi di libri come questo. Certo, c’è anche il Corano tra i libri che vende, ma sta accanto a Woody Allen, al Decamerone di Boccaccio. Non dimenticherò le nostre discussioni, il nostro parlare di quello che succede in Iran. E parlo tuttora con lui. È un’emozione capire meglio quello che succede tramite qualcuno che vive queste esperienze. Non riusciamo neppure ad immaginare che cosa voglia dire essere sempre a rischio di arresto e di tortura per quello che si fa o si dice. Non nei nostri tempi, almeno.

Il luogo dove tornerebbe subito, se potesse?

    Isfahan. Tornerei ad Isfahan, andrei a trovare il mio amico, andrei a rivedere la piazza- Meidan Naqsh-e-jahan in persiano, cioè ‘l’immagine del mondo’, la seconda piazza più grande del mondo, con quella splendida cupola azzurra, e il Chehel Sotoun, il palazzo per ricevere gli ambasciatori stranieri, il bazar…

Chehel Sotoun. il Palazzo delle Quaranta Colonne

Ha qualche rimpianto per qualcosa che non è riuscito a fare?

   No, sinceramente no. Anche la scelta di fare il viaggio in due pezzi ha un suo perché: siamo ripartiti dallo stesso punto. Vorrei ancora andare in India, spero di farlo quest’anno.

Ecco, a proposito di un viaggio in India- ha in programma un altro libro?

     Sì, come ho scritto nel poscritto del libro, vorrei continuare l’itinerario di Manucci nel subcontinente indiano. Lui ha vissuto in un tempo in cui non c’erano ancora le divisioni create dalla colonizzazione con le loro disastrose conseguenze. Io vorrei andare nell’India come l’aveva vista Manucci, senza tener conto delle frontiere, vorrei andare nel subcontinente indiano, nell’India come entità geografica e culturale che nel mondo Mogul di Manucci si estendeva da Kabul al Sud includendo Dacca e Lahore.