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martedì 18 marzo 2025

Philippe Boxho, “La parola ai morti. Indagini di un medico legale” ed. 2025

                                                            Voci da mondi diversi. Belgio

cento sfumature di giallo

Philippe Boxho, “La parola ai morti. Indagini di un medico legale

Ed. Ponte alle Grazie, trad. Rossella Monaco, pagg. 240, Euro 17,10

 

    Chi mai potrebbe pensare che un libro che racchiude l’esperienza di un medico legale sia non solo interessante ma anche una lettura piacevole seppur macabra? Il merito è indubbiamente dell’autore che è capace di farci dimenticare lo spettacolo e gli odori sgradevoli della morte con la sua prosa lucida, asettica e tuttavia non priva di calore umano e di un lieve umorismo che alleggerisce l’atmosfera.

    Far parlare i morti- è questo l’intento di Philippe Boxho, come dice lui stesso nell’introduzione. Farli parlare e ascoltarli- lo dobbiamo ai morti, dobbiamo loro lo stesso rispetto che proviamo per i vivi e questo significa che è imperativo scoprire la causa della loro morte, al di là delle apparenze.

Tutti i casi di cui Boxho parla sono veri, forse ha inventato qualche dettaglio, ma nella sostanza sono tutti veri. E prima di tutto mette in chiaro che sono parecchie le cose da sfatare se chi legge ha in mente certi sceneggiati televisivi dove i tecnici della scena del crimine hanno l’aspetto di modelli impeccabili che si muovono su grosse auto scintillanti. Gli obiettivi della moderna Scienza forense sono di identificare il colpevole e stabilire le modalità con cui il reato è stato commesso. La scoperta del DNA ha di certo facilitato individuare con certezza l’autore del crimine e la ricerca delle tracce sulla scena ha portato ad una maggiore specializzazione del personale investigativo.


    La giornata del medico legale- precisiamo, per ‘giornata’ non intendiamo quella definita dal sorgere del sole- inizia con una telefonata più o meno del tenore, “Pronto dottore? Vorrei che andasse ad esaminare una persona deceduta…”. Il medico legale deve recarsi a vedere non solo chi è morto di morte violenta- gli omicidi e i suicidi-, ma anche tutti quelli che sono morti in casa. E inizia così la serie dei racconti del dottor Philippe Boxho che sono di una estrema varietà- la figlia che credeva di aver ucciso il padre (che invece era già morto), l’uomo che sembrava morto, ma era solo caduto, non era riuscito a rialzarsi ed era rimasto a terra per almeno un paio di giorni, un marito che si addormentava regolarmente davanti alla televisione in certe sere (la moglie gli propinava delle gocce per poter incontrare l’amante), un altro marito avvelenato dalla moglie, la donna che era stata colpita da una crisi catalettica ed era già nella bara quando si era rialzata per salutare l’amica venuta per darle l’ultimo saluto (l’amica è morta di infarto, impossibile non sorridere), la ragazzina scomparsa che poi era tornata a casa (chi era l’altra che era stata sepolta al suo posto?), e poi altri casi di suicidi, veri o fatti passare per tale. Per ognuno di questi casi lo scrittore abbozza una storia delle vicende della persona che è morta, della sua personalità, dei suoi legami affettivi o della solitudine in cui aveva vissuto, indugia a descriverci l’ambiente in cui il corpo è stato ritrovato, prima di procedere agli esami che gli competono.


     Leggere “La parola ai morti” è come leggere tanti romanzi ‘gialli’ con una differenza sostanziale. Il punto di vista è quello del medico legale che con precisione, pazienza e puntigliosità, ci spiega passo per passo come procedere per rendere giustizia ai morti, per spiegarci che cosa è successo e come si arriva al risultato di fare chiarezza. È un libro pieno di dettagli interessanti (l’esame delle mosche che si trovano a nugoli intorno a un cadavere, la necessità di trovare il foro di uscita di un proiettile), spiegati tutti come se il medico scrittore si trovasse davanti ad una classe di alunni attenti ma sprovveduti. E poi quello che rende questo libro una lettura diversa è la capacità di Philippe Boxho nella veste di medico legale di entrare in empatia con i morti, senza mai dimenticare che, fino al momento fatale, erano vivi come noi.



 

 

martedì 30 maggio 2017

Pieter Aspe, “Le maschere della notte” ed. 2010

                                                         Voci da mondi diversi. Belgio
      cento sfumature di giallo
       il libro ritrovato

Pieter Aspe, “Le maschere della notte”
Ed. Fazi, trad. Valentina Freschi, pagg. 297, Euro 14,00

     Una bambina trova, scavando per gioco nel giardino della casa che i genitori stanno ristrutturando, una tibia: c’è uno scheletro intero sepolto in quella buca. All’esame del medico legale risulterà che ha una dentatura rifatta, che ha subito un intervento maxillofacciale e che è stato ucciso con un colpo alla nuca. Non dovrebbe essere difficile scoprire l’identità dello sconosciuto. E invece lo è, se qualcuno ha interesse che non venga niente alla luce. L’ispettore Van In che indaga, insieme al suo aiutante GuidoVersavel, scoprirà che è coinvolto un gruppo di uomini che occupano posti di prestigio a Bruges. Non soltanto il più importante imprenditore delle Fiandre, ma anche un noto avvocato penalista, un immobiliarista e persino un ministro. Aggiungiamo solo che la svolta finale delle indagini arriverà quando Van In incarica una giovane collega di infiltrarsi in un ambiente sospetto. Per raggiungere lo scopo è importante che la ragazza sia bella: Carine Neels lo è, purtroppo però è anche un po’ ingenua e sprovveduta. Non abbiamo dubbi che la lezione le servirà in futuro…

    “Le maschere della notte” è il terzo thriller pubblicato dalla casa editrice Fazi dello scrittore fiammingo Pieter Aspe e l’appuntamento con i suoi libri è già diventato uno di quelli da non perdere. Forse le trame mancano di originalità, ma i personaggi sono così accattivanti, l’ambientazione è talmente piacevole e la scrittura è così brillante, divertente, ricca di humour e con un aculeo così appuntito che la lettura è un vero piacere. Nei romanzi precedenti il commissario Pieter Van In era sovrappeso e beveva decisamente troppo. Non di rado era il suo braccio destro Versavel a salvare la situazione, riaccompagnandolo a casa quando Van In aveva esagerato nell’alzare il gomito. In “Caos a Bruges” già si intuiva che il legame amoroso tra Van In e Hannelore Martens (sostituto procuratore dall’aspetto molto attraente) si stava facendo molto serio. Ora Hannelore aspetta un bambino, i due vivono insieme e Van In è a dieta stretta, quasi fosse lui a dover affrontare la gravidanza. Si lamenta, brontola, ogni tanto sgarra e si fa una birra, ma il suo aspetto è di gran lunga migliorato. I gialli seriali di Pieter Aspe appartengono al genere in cui quello che il lettore cerca non è solo la trama di indagine poliziesca, ma vuole anche veder soddisfatta la sua curiosità riguardo ai personaggi a cui si è affezionato- come accade al nostro Montalbano o al commissario Wallander di Mankell.
l'ispettore Van In sullo schermo
E allora si appassiona al risvolto privato della vita di Van In (Hannelore, che non si risparmia affatto nell’inchiesta, deve fare l’amniocentesi, entrambi condividono il timore di tutti i futuri genitori non più giovanissimi che il bambino che aspettano possa non essere sano) e a quello di Guido Versavel, poliziotto gay di cui abbiamo apprezzato le battute e che, in questo libro, viene abbandonato dal suo compagno. Le vicende matrimoniali di Pieter Van In e la situazione di coppia omosessuale di Versavel rappresentano una normalità in stridente contrasto con gli squallidi incontri delle persone coinvolte nell’omicidio di quello a cui è stato dato il nome di ‘Herbert’, giusto per non parlare di lui sempre come di uno scheletro. Prostituzione, pedofilia, giochi estremi, sadomasochismo, video hard, snuff movies, corruzione a tutti i livelli (anche delle forze dell’ordine)- altro che vaso di Pandora viene scoperchiato!

    Un consiglio: se questo è il primo libro di Pieter Aspe in cui vi imbattete, recuperate anche gli altri due che lo precedono.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


sabato 27 maggio 2017

Pieter Aspe, Caos a Bruges ed. 2010

                                                Voci da mondi diversi. Belgio
       cento sfumature di giallo
       il libro ritrovato

Pieter Aspe, Caos a Bruges
Ed. Fazi, trad. Valentina Freschi, pagg. 285, Euro 14,00

Di prima mattina un netturbino trova un uomo in fin di vita vicino al municipio di Bruges. L’uomo, un tedesco, muore in ospedale. Nel portafoglio ha un’immagine della Madonna di Michelangelo conservata in una chiesa di Bruges. Poco dopo qualcuno tenta di far saltare in aria la famosa torre del Belfort. C’entra il movimento estremista vallone, peraltro inattivo da anni? Indaga il commissario  Van In, insieme al fidato Versavel.

  

INTERVISTA A PIETER ASPE, autore di Caos a Bruges

    Bruges, deliziosa città in miniatura. Bruges romantica. Bruges, oasi di pace. Bruges con il carillon delle 47 campane del Belfort, la Torre civica. Bruges, museo medievale all’aperto. Sono alcune delle definizioni del capoluogo fiammingo che si possono trovare in qualunque rivista di viaggi e che corrispondono all’immagine idilliaca e mitica che la città ha saputo costruire di sé. E ora arriva PieterAspe, “il Simenon fiammingo” secondo la definizione de Le Figaro, a distruggere Bruges come nessuna guerra è riuscita a fare, con i romanzi di indagine poliziesca che hanno per protagonista il commissario Van In.

      Caos a Bruges, secondo libro della serie pubblicato in italiano dopo Il quadrato della vendetta, inizia con un incontro in un locale dove si mangia, si beve e si trovano belle ragazze disponibili. Il tedesco Dietrich Fiedle e il fiammingo signor Georges di cui per ora non conosciamo il cognome parlano di affari nel campo del turismo di massa. C’è un accordo che deve essere firmato, il fiammingo assicura che il sindaco finirà per cedere anche se fa resistenza. Fiedle deve fidarsi di lui: i fiamminghi mantengono sempre la parola data. Ma  il tono è teso, la discussione si fa animata, Fiedle sbotta a dire che i tanto rinomati edifici di Bruges che ogni anni milioni di turisti si precipitano a vedere sono dei falsi. Fatta eccezione per un paio di monumenti autentici, gli altri sono imitazioni. Fiedle lo sa bene: durante la guerra suo padre era stato incaricato…Nella sala appartata c’è una terza persona che il cameriere ha giudicato troppo ubriaca per dare noia ai due ospiti di riguardo. E’ l’olandese Adriaan Frenkel che esce dalle nebbie dello stupore alcolico quando sente le parole di Fiedle.
Alle sei del mattino un netturbino trova Fiedle accasciato vicino al municipio. La cosa più interessante che il portafoglio di Fiedle contiene è una foto della famosa Madonna di Michelangelo, esposta nella chiesa di Nostra Signora a Bruges. Strano, è la stessa ma è diversa: la statua è su uno sfondo di uva turca.

     La trama gialla di Caos a Bruges è ben congegnata e non delude, articolata tra gli interessi economici del presente e scheletri nell’armadio del passato- si parla della Thule, dell’oro dei Nibelunghi, dell’occupazione nazista e di collaborazionismo. Affiorano spesso vecchi odî che il tempo non riesce a cancellare, risentimenti e inimicizie nei confronti dei vicini ‘cugini’ olandesi e del nemico tedesco contro cui si è combattuto in ben due guerre. Ma la forza trainante del romanzo di Pieter Aspe è nel riuscitissimo personaggio del commissario Pieter Van In, l’ubriacone più simpatico del genere poliziesco in cui è piuttosto comune che il commissario o l’investigatore alzi il gomito, vuoi per dimenticare gli orrori quotidiani del mestiere, vuoi perché è quasi impossibile entrare in certi locali per fare domande senza ordinare una birra. Un locale dopo l’altro, una birra dopo l’altra, magari mischiata a qualcosa di più forte, e non è raro che Pieter Van In debba essere sorretto per arrivare a casa. E per fortuna c’è al suo fianco l’assistente e amico Guido Versavel, il suo doppio e il suo opposto: donnaiolo Pieter (e una donna fissa, la bella Hannelore, sostituto procuratore), omosessuale Versavel; con gli abiti spesso stazzonati l’uno, elegantissimo l’altro; con un po’ di pancia Pieter Van In, un fisico scolpito Versavel; intuitivo uno, riflessivo l’altro Entrambi perspicaci. Entrambi dotati di uno spirito caustico e cinico. Anche se la palma per le battute più divertenti spetta a Van In che usa, come intercalare, l’esclamazione Benson im Himmel: per fortuna a pagina 213 Hannelore gliene chiede il significato, perché, se avesse potuto, il lettore glielo avrebbe chiesto prima, e c’è una bella storia privata dietro quelle parole.

Quanto al titolo, se quello originale, De Midasmoorden, ha a che fare con il tesoro dei tedeschi, quello italiano, altrettanto bello, prende spunto da un libro, letto da Van In, sulla teoria del caos o dell’effetto farfalla, perché le radici degli avvenimenti che sono appena accaduti affondano in un altro tempo e in un altro luogo.
Abbiamo intervistato Pieter Aspe per soddisfare la curiosità che la lettura del romanzo ha suscitato in noi.


Lei ha fatto molti lavori, prima di scrivere il suo primo libro: come è arrivato alla letteratura?
    E’ vero, nella mia vita ho fatto parecchi lavori prima di dedicarmi alla scrittura. Ho lavorato per l’industria tessile, ho fatto il venditore di vini e cereali, poi sono finito a fare il custode della basilica del Santo Sangue di Bruges. Dopo alcuni anni di questa vita, mi sono chiesto se fossi davvero soddisfatto. La risposta evidentemente è stata negativa e nel ‘95 ho consegnato il primo giallo che aveva per protagonista il commissario Van In. Ora la serie è arrivata al ventiseiesimo libro, che esce in Belgio proprio fra un mese.

Perché ha scelto il genere poliziesco?
   Ho riflettuto a lungo prima di dedicarmi al polar. I fiamminghi non sono grandi lettori e volevo dare loro qualcosa che avessero voglia di leggere. Così, quando nel 1993 feci una lunga chiacchierata con un amico poliziotto di Bruges, decisi di prendere in mano la penna.

Capita spesso che un personaggio assomigli in qualche maniera al suo creatore. Pieter Van In condivide con Lei il nome Pieter: ha qualcos’altro di Lei? Le assomiglia?

   All’inizio non mi assomigliava affatto e, col passare degli anni e dei libri, sono stato io a diventare sempre più simile a lui. Valga come esempio la sua smodata passione per la birra Duvel….

L’aiuto di Van In che Lei ha creato è un doppio molto originale, quasi in tutto l’opposto di Van In. E’ stata una scelta per fare in modo di avere due grandi personaggi che non fossero soltanto l’uno l’ombra dell’altro?
   Direi che Versavel e Van In sono il completamento l’uno dell’altro, sin dall’inizio del processo di creazione erano per me una coppia: l’uno, Van In, intuitivo, portato per indole a prendere decisioni di getto, spesso caotico; l’altro, riflessivo, ricopre il ruolo dell’amico fidato, qualcuno in grado di proteggere e consigliare.

Nei mie ricordi di tantissimi anni fa, Bruges è una deliziosa cittadina, quasi una città di bambole. Lei ha mandato in frantumi i miei ricordi. Com’è Bruges in realtà?
    Ho un rapporto di amore-odio verso questa bellissima città. E’ una piccola cittadina sonnacchiosa, in mano da molti anni alle stesse famiglie dell’alta borghesia fiamminga che se ne spartiscono il potere. E’ un piccolo gioiello ricostruito alla maniera medievale: la maggior parte delle costruzioni risalgono infatti al secolo XIX. A partire dagli anni ‘70 la maggior parte dei palazzi, che erano stati lasciati in uno stato di totale incuria, sono stati restaurati e nella decade successiva si è dato avvio a un imponente piano per rilanciare il turismo. Ha funzionato: la città, nel bene e nel male, sta rinascendo.


Le Fiandre e le guerre del passato: quanto pesa il passato sul presente? Quanto pesano le vecchie inimicizie sul presente?
    Ancora oggi si fatica a guardare con distacco al nostro recente passato. Quando ci fu l’invasione nazista della seconda guerra mondiale, immediatamente i cittadini furono divisi in due classi: quelli di serie A, ovvero i fiamminghi, la cui lingua discendeva dallo stesso ceppo di quella tedesca, e i francofoni, ovviamente di serie B. Se molti tra i primi appoggiarono Hitler, gli altri si videro privati delle loro proprietà, scacciati dai loro possedimenti. Ancora oggi sono visti con odio coloro che si arricchirono durante l’occupazione. Né la Chiesa fu di alcun aiuto: vide la Germania di Hitler come un baluardo contro il comunismo.

Il problema, con gli eroi dei romanzi seriali, è come farli ‘morire’: ci ha pensato?
    Più volte ho pensato di uccidere il mio commissario, ma non posso farlo: duecentomila fiamminghi sarebbero pronti a fare la festa a me. Immagino a questo punto che Van In morirà con me. Intanto, nel nuovo libro della serie, il ventiseiesimo, che ho appena consegnato al mio editore fiammingo, Van In svolge una parte delle sue indagini a Parigi. Negli ultimi anni ho passato parecchio tempo in questa città, e ho così voluto far cambiare aria anche al mio protagonista.
Herbert Flack che interpreta van In sul piccolo schermo
 E’ stato chiamato ‘il Simenon fiammingo’: Le fa piacere?
    Sono stato ovviamente molto lusingato dal paragone, dovuto al fatto che la giornalista de Le Figaro si era molto divertita leggendo il mio primo libro, Il Quadrato della Vendetta. Credo abbia citato Simenon per dare ai lettori un riferimento che conoscessero e non tanto a causa di una reale somiglianza tra i nostri lavori. D’altronde, non posso neanche dire che Simenon abbia influenzato la mia scrittura, avendone io letto solo un paio di titoli.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos