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mercoledì 8 giugno 2022

William Boyd, “Trio” ed. 2022

                    Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda


William Boyd, “Trio”

Ed. Neri Pozza, trad. Massimo Ortelio, pagg. 316, Euro 19,00

 

   Dovremmo sempre leggere con attenzione gli esergo dei libri- ci forniscono indicazioni preziose, ci preparano a quello che leggeremo. Sono due gli esergo del nuovo romanzo di William Boyd, “Trio”.

Uno è tratto da Cechov: La vita più vera e interessante della maggior parte delle persone trascorre al riparo della segretezza.

L’altro da Camus: Vi è soltanto un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio.

    Doppie vite, come nel dottor Jekyll e Mr. Hyde, dunque. Vite che si domandano se valga la pena di essere vissute. È di questo che leggeremo. E inoltre il titolo, “Trio”, ci fornisce un’ulteriore indicazione: tre personaggi saranno i protagonisti, alternandosi in veloci capitoli, ricchi di humour asciutto tipicamente inglese. L’ambientazione è Brighton. L’anno è il mitico 1968, l’anno che segnò una svolta per tutti, in Europa e in America.


    Elfrida Wing, moglie del regista Reggie Tipton, soffre del blocco dello scrittore- non riesce più a scrivere niente da dieci anni, dopo quattro romanzi di cui uno l’ha resa famosa, tanto che è stata paragonata a Virginia Woolf. Non fa che bere vodka, inodore e incolore. Lei la travasa in bottiglie di aceto bianco e il marito non si fa domande sull’alto consumo di aceto in quella casa. Non gli interessa saperlo, è sempre impegnato a tradire la moglie.

    Talbot Kydd, produttore, non più giovane, sposato e con due figli adulti, non è soddisfatto della sua vita- è sul punto di fare coming out sulle sue vere inclinazioni sessuali. Dopotutto è il ‘68 ed è in vigore la nuova legge che depenalizza l’omosessualità.

    Anny Wiklund, attrice americana di successo, è la star del film diretto da Reggie Tipton. Ha un ex marito ricercato per terrorismo, un amante francese e si sveglia nel letto con il giovane coprotagonista del film.

   Ogni capitolo che introduce uno dei tre personaggi incomincia con il loro risveglio, metafora di un altro risveglio ad una possibile nuova vita. E poi ci si cala subito nelle storie, dei personaggi e del film, e a volte riesce difficile distinguere la loro vita vera da quella sul palcoscenico, perché l’arte copia la vita- o è la vita che copia l’arte? C’è un turbinio di doppi- doppie case per doppie vite, doppi nomi (si può cambiare nome per i motivi più diversi, come il regista Reggie che vuole essere chiamato Rodrigo perché si pensi che lui sia italiano come i famosi registi del momento, oppure come Kydd che è conosciuto con un altro nome dal portinaio della sua seconda casa dove ha uno studio segreto e blindato, o come Elfrida che non vuole essere riconosciuta), ma anche doppie scene del film, cambiate per le esigenze più diverse. Soprattutto il finale del film sarà cambiato, con una spettacolare scena suicida, dopo che scompare l’attrice in fuga dall’ex marito. Ci sarà un suicidio vero, uno possibile, entrambi ‘annunciati’ da quello di Virginia Woolf su cui Elfrida Wing vorrebbe scrivere un romanzo (è un romanzo dentro il romanzo che non va oltre il primo paragrafo che è il doppio di quello che dà l’avvio al romanzo di William Boyd).


  William Boyd rielabora una struttura non nuova nel genere- cogliere dei personaggi in un momento cruciale della loro vita e seguirli nella svolta che riusciranno o non riusciranno a darle. E lo fa sul canovaccio di un film scadente che non soddisfa nessuno, proprio come Elfrida, Talbot Kydd e Anny non sono soddisfatti delle loro vite. Il romanzo è una commedia di maniera, potrebbe diventare uno sceneggiato televisivo, divertente e amaro. E tuttavia, ricordando il bellissimo “Ogni cuore umano” del 2005, non possiamo non restare un poco delusi.



  

  

martedì 22 maggio 2018

Yewande Omotoso, “La signora della porta accanto” ed. 2018


                                                                  Voci da mondi diversi. Africa
               commedia

Yewande Omotoso, “La signora della porta accanto”
Ed. 66thand2nd, trad. Natalia Stabilini, pagg. 256

   Katterijn, un’area elegante di Città del Capo. Quando, vent’anni fa, Hortensia James, che ora ha 85 anni, è andata ad abitare al numero 10, era la prima donna di colore ad essere proprietaria di una casa a Katterijn. Il fatto che suo marito fosse bianco aumentava le chiacchiere e i pettegolezzi. Il fatto che lei, Hortensia, fosse un’affermata disegnatrice di tessuti non era di alcun rilievo. Era iniziata subito una sorta di braccio di ferro, una battaglia combattuta a colpi di parole durante le riunioni della comunità durante le quali un’Hortensia altera e sdegnosa prendeva la palla al balzo per sottolineare il razzismo (troppo spesso celato sotto una certa condiscendenza) delle altre donne. L’antagonista numero uno di Hortensia è la sua vicina di casa, Marion Agostino, 81 anni, architetto. La famiglia di Hortensia viene dalle Barbados, quella di Marion era di ebrei lituani. E se Marion abita al numero 12, il suo sogno è sempre stato di acquistare il numero 10- la prima casa da lei progettata, come un primo figlio per lei che, da bambina, aveva detto ‘vorrei essere una casa’, correggendosi poi in ‘vorrei essere una casa umana’.

    Se le parole fossero coltelli, se gli sguardi potessero uccidere, Hortensia e Marion sarebbero già morte entrambe. E da un pezzo. Ora sono entrambe vedove, e il marito di ognuna ha riserbato loro una sgradevole sorpresa con il testamento. Marion non ha più un soldo e dovrà vendere la casa, Hortensia ha una figliastra di cui non sapeva nulla e deve entrare in contatto con lei secondo le disposizioni testamentarie. Peggio ancora. Succede un incidente, Hortensia è immobilizzata, con il suo caratteraccio nessuna infermiera la sopporta (e lei non sopporta loro), la soluzione che fa comodo a entrambe è che Marion si trasferisca temporaneamente al numero 10.
    La scrittrice sudafricana Yewande Omotoso esordisce brillantemente con questo romanzo lieve e profondo, toccante ed esilarante. Perché la storia delle due donne anziane e litigiose si sposta agilmente tra presente e passato, ricostruisce l’incanto e le difficoltà della storia d’amore di una coppia mista negli anni ‘50 (i genitori inglesi di Peter chiedono apertamente di che colore saranno i loro nipotini), il muro di silenzio eretto dai genitori di Marion sugli eventi europei che li avevano portati in Sud Africa, il successo sul lavoro di entrambe, l’arrivo dei figli- 4, uno dopo l’altro- per Marion e il desiderio insoddisfatto di figli per Peter e Hortensia. Le due donne non smettono di battibeccare solo perché convivono per necessità. E tuttavia gli scontri verbali sono per ognuna l’occasione di indagarsi- perché nessuno dei figli di Marion si preoccupa per lei? perché Peter aveva tradito Hortensia? perché Hortensia è restia a permettere ai discendenti di coloro che un tempo possedevano il terreno su cui è eretta la sua casa di tenere lì una cerimonia funebre? Come ha potuto Marion comportarsi come ha fatto, dire quello che ha detto, ogni volta che aveva a che fare con persone di colore?

    Le difficoltà pratiche ed economiche si risolvono, non è mai troppo tardi per essere onesti con se stessi, ma…si può cambiare il carattere quando si hanno superati gli ‘80? Non poteva che terminare in maniera buffa il bel romanzo di Yewande Omotoso che intreccia con garbo le vicende private delle due protagoniste con la storia del SudAfrica rivissuta attraverso quelle stesse piccole vicende private.

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venerdì 2 febbraio 2018

Elizabeth von Arnim, “La fattoria dei gelsomini” ed. 2018

                               Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
          love story   
       comedy of manners
        FRESCO DI LETTURA

Elizabeth von Arnim, “La fattoria dei gelsomini”
Ed. Fazi, trad. Sabina Terziani, pagg. 280, Euro 12,75

    Non mi stancherò mai di leggere i libri di Elizabeth von Arnim. Ogni volta che ne viene pubblicato uno nuovo o ripubblicato uno che ancora non conoscevo, mi accingo a leggerlo sapendo che passerò un paio di giorni immersa in una lettura molto piacevole, direi addirittura confortante. So che una delusione sarà impossibile, lo so e basta. E infatti “La fattoria dei gelsomini”, appena pubblicato dalla casa editrice Fazi, è delizioso. La specialità della von Arnim è quella di essere profonda con leggerezza, brillante e ricca di humour, saggia e divertente. I suoi romanzi sono una ‘comedy of manners’ che a volte ricordano Oscar Wilde per certe battute memorabili (“Adoro essere vedova. Non voglio altro dalla vita!”, dice una giovane protagonista de “La fattoria dei gelsomini”. “Ed è la cosa migliore che la vita può offrirti”, aggiunge la madre), a volte Jane Austen o perfino Thackeray nei ritratti femminili e nella descrizione dell’ambiente mondano.
    “La fattoria dei gelsomini” è un romanzo di contrasti. Inizia nella splendida dimora di Lady Midhurst (chiamiamola Daisy) e termina nella casa dei gelsomini, nel sud della Francia, “una bicocca”, la definisce Mumsie, ovvero Mrs. De Lacy, madre della bella e vacua Rosie il cui marito è Andrew Leigh, il non più giovane segretario di Lady Midhurst. Inizia con un fine settimana in grande stile e una ventina di invitati tra cui pochissimi sono i giovani e termina nella solitudine della fattoria che ha solo un paio di stanze per Daisy e sua figlia Terry. La signorilità, lo stile, l’eleganza e le buone maniere sono innate in Daisy, Mumsie vorrebbe imitarla ma ne è una copia grottesca, appariscente e volgare. Rosie è una piccola Becky Sharp senza però la sua furba intelligenza, ha un visino incantevole che ha fatto innamorare il pacato Andrew che si è subito disamorato, attira gli sguardi di tutti gli uomini, mentre Terry, con il suo fisico androgino e i capelli corti, sembrerebbe immune da ogni passione. E invece…

    Colpa di una partita a scacchi: Andrew Leigh è rimasto alzato fino a tardi a giocare a scacchi con un altro ospite, dopo la cena offerta da Lady Midhurst che ha irritato tutti per l’abbondanza di piatti a base di acidula uva spina. E come mai, di mattina presto, Terry era al corrente del fatto che Andrew avesse vinto? Scoppia uno scandalo. La scrittrice- lo indoviniamo- è dalla parte di Terry, ironizza pesantemente sulla morale e sui costumi vittoriani. Mrs. De Lacy prepara una vendetta con ricatto a nome della figlia, Daisy fugge nel sud della Francia, il suo aspetto impeccabile che la fa sembrare tanto più giovane si sfalda, lei incomincia a rivedere il suo passato con un marito affascinante che aveva iniziato presto a tradirla  e si pone delle domande- avrebbe cercato altre donne se lei, Daisy, avesse partecipato di più ai suoi slanci amorosi? E adesso, è giusto che lei si erga a giudice della figlia tanto amata? Sa così poco dell’amore, lei.
Statua ad Elizabeth von Arnim in Polonia
   Poi, come un turbine, arriva Mrs. De Lacy che non intende abbandonare la sua preda. Il contrasto tra le due donne non potrebbe essere più grande. Ma siamo sicuri, è sicura Daisy, di disprezzare questa donna che, pur nella sua volgarità, ha una forza vitale incredibile e un approccio spontaneamente sensuale nei confronti degli uomini? Nonostante tutto, forse è in parte grazie a lei che Daisy è pronta a riabbracciare la figlia quando appare fulgente come una Giovanna d’Arco che ha terminato di combattere contro una società nemica.
   Un romanzo da gustare in ogni descrizione, in ogni frase, in ogni parola. Fa pensare, con il sorriso sulle labbra.

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venerdì 1 dicembre 2017

Nancy Mitford, “L’amore in un clima freddo” ed. 2012

                                  Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                                        commedia
           il libro ritrovato

Nancy Mitford, “L’amore in un clima freddo”
Ed. Adelphi, trad. Silvia Pareschi, pagg. 280, Euro 18,00
Titolo originale: Love in a Cold Climate


     “Oh, Boy non mi ha fatto nessuna proposta, non credo avrebbe mai osato, visto il tipo…Voglio dire, così meravigliosamente altruista, convinto che io tema di perdere l’eredità e fesserie del genere. Inoltre conosce bene la mamma, e sapeva che avrebbe scatenato un putiferio…Voleva evitarmi tutto questo. No, ho sempre saputo di dover essere io a dichiararmi, e così l’ho fatto. Non è stato molto difficile.”


        Pensate alla brillantezza dei dialoghi di Evelyn Waugh, all’umorismo dello scambio di battute tra i suoi personaggi, tutti appartenenti al bel mondo anglosassone con tanto di Lord o di Sir davanti al nome- il tipo di persone che hanno sempre avuto il pane tostato e imburrato a puntino, per dirlo in maniera inglese. Nel romanzo “L’amore in un clima freddo” di Nancy Mitford (la maggiore delle sei leggendarie sorelle Mitford che, in una maniera o nell’altra, fecero tutte parlare di sé) si ritrova la stessa vivacità, la stessa lucentezza, lo stesso umorismo raffinato, lo stesso cinismo di Evelyn Waugh (quasi coetaneo della scrittrice), ingentilito, però, dalla personalità femminile della Mitford, meno amaro e sprezzante, tinto di rosa dagli interessi amorosi delle protagoniste dietro i cui scherzi e parole indoviniamo quelli di Nancy e delle sue sorelle.

     La trama è semplice: Polly Montdore (il suo vero nome è più regale, Leopoldina, come si addice alla figlia di un Lord che è stato viceré in India), vent’anni, bionda, occhi azzurri, è bella, così bella che non ha bisogno di parlare per attrarre l’attenzione. Eppure, nonostante sia un’ ambita preda per i cacciatori di dote, Polly non si innamora mai. Sorprenderà e scandalizzerà tutti quando annuncia che sposerà lo zio appena rimasto vedovo. Che nessuno ricordi il vero nome dello zio e che tutti lo conoscano con il nomignolo ‘Boy’, la dice lunga sul tipo di uomo che gioca a fare l’eterno ragazzo, che è soprannominato ‘l’Oratore Osceno’ dalle terribili ragazzine Radlett per via dei giochetti proibiti che gli piaceva fare (all’insaputa dei genitori delle bambine, naturalmente). A Polly non importa essere diseredata e forse non sa neppure che lo zio è stato anche l’amante di sua madre. Ha l’età per pensare che ‘un cuore e una capanna’ bastino per essere felici e invece, dopo l’esperienza in Sicilia- l’unico luogo dove lei e Boy possano permettersi di vivere- ritorna in Inghilterra disgustata di tutto. Della Sicilia e degli italiani, della lingua italiana che le pare affettata, del cibo, dell’eterno cielo senza nuvole e del caldo. Del marito, anche. E dire che aspetta un figlio da lui.
dall'adattamento televisivo
Il ritorno di Polly in Inghilterra ricompone il quadro, anche se tutto è diverso, pur sembrando uguale. Polly ha ereditato da una zia, sua madre Lady Montdore si rappacifica con lei- ma ora è diventata irriconoscibile sotto l’influenza dello stravagante giovane parente che si è installato nella dimora dei Montdore (di lui si dice, garbatamente, che è un invertito)-, la crisi economica del ‘29 è superata e Polly volge i suoi begli occhi altrove.
     La storia di Polly ci è raccontata da Fanny, l’antitesi di Polly. Fanny ha lo stesso nome della protagonista di “Mansfield Park” di Jane Austen e per molti versi le assomiglia. Non bella, bruna a fianco della bionda e rosea Polly, Fanny è cresciuta in casa degli zii, proprio come la Fanny di “Mansfield Park” e, come lei, è un po’ la ‘parente povera’ e poco appariscente in mezzo alle vivaci e ricche cugine e amiche. Fanny non ha la spudoratezza impertinente delle ragazze Radlett, è una compagnia perfetta per Polly perché non c’è pericolo che la metta in ombra con le sue parole o con il suo aspetto. Non mira neppure ad un matrimonio dorato: sposerà un insegnante di Oxford, uno che- con orrore dello zio- legge libri!! Lady Montdore arriva a consigliare a Fanny di leggere di meno, se vuole tenersi stretto il marito. Ma Lady Montdore è anche capace di dire, quando muore il nipotino, “forse è meglio così, i bambini sono una grossa spesa oggigiorno.”
Lo sguardo di Fanny sulle bizzarrie, sullo snobismo, sulla vita lontana dall’affanno quotidiano della grande famiglia con cui è imparentata, ci dà la giusta prospettiva di questo mondo. Fanny non giudica, il suo è uno sguardo divertito, ogni tanto è come se sollevasse un sopracciglio ad indicare la sua disapprovazione- lieve e comprensiva.

        “L’amore in un clima freddo” è stato pubblicato per la prima volta nel 1949: non dimostra assolutamente la sua età.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


sabato 1 aprile 2017

Fabienne Betting, “Tanti baci dalla Mesmenia” ed. 2017

                                                    Voci da mondi diversi. Francia
            commedia
            FRESCO DI LETTURA

Fabienne Betting, “Tanti baci dalla Mesmenia”
Ed. Feltrinelli, trad. Elena Cappellini, pagg. 281, Euro 16,00

      Sapete dove è la Mesmenia? Io no di certo, nessuno sa dove sia la Mesmenia. Ce lo dice Fabienne Betting in “Tanti baci dalla Mesmenia”: un luogo imprecisato, ancora più sconosciuto del Bhutan o del Belize, che non meriterebbe neppure l’appellativo di paese. Una verruca, un punto nero incuneato tra la Russia e l’Estonia.  E adesso che lo sappiamo, prepariamoci ad una lettura esilarante, affrontandola però con tutta serietà.
      Il ventisettenne Thomas, cameriere in un McDonald’s di Parigi, legge un trafiletto nella sezione degli annunci di offerte di lavoro. “Cercasi traduttore dal mesmeno al francese. Molto buona retribuzione”, segue un numero di telefono. Ecco l’occasione per guadagnare qualcosa e mettere a tacere la ragazza con cui Thomas convive. Thomas ha studiato mesmeno per due anni alla Sorbona ed era innamorato di Malislovna, la bella insegnante che parlava della povertà e dello squallore del suo paese con le lacrime nella voce. E così si presenta ed accetta di fare la traduzione in tre settimane. Non sa che cosa lo aspetta.

    Prima di tutto: è impossibile che ci riesca in così poco tempo. Poi: la sua ragazza è contraria a un lavoro casuale e non definitivo. Infine, importantissimo: Thomas non sa il mesmeno. Incomincia così un’avventura che ci tiene legati alle pagine, con i contrasti a cui va incontro Thomas, le sorprese (Malislovna si fa viva), le telefonate assillanti che riceve (che abbia pestato i piedi, a sua insaputa, alla mafia baltica?) e soprattutto con i romanzi dentro il romanzo- quello che Thomas traduce a ritmo serrato e quello del testo originale che alla fine verrà messo a confronto con la traduzione. Perché le due versioni sono del tutto diverse, e questo lo capiamo subito a mano a mano che Thomas si imbatte in difficoltà e decide di superarle inventandosi  la storia che, nel suo “La vita rurale in Mesmenia”, è quella di una settantenne che si innamora (per la prima volta in vita sua) di un soldato russo. Intanto noi ci domandiamo quale fosse la vera vicenda nel manoscritto. Thomas pensava che, una volta consegnata la traduzione, tutto sarebbe finito lì, magari qualcuno avrebbe rivisto e corretto il testo. Il destino decide diversamente. All’improvviso tutti parlano della Mesmenia- sono state scoperte delle ‘terre rare’, cioè minerali dal valore enorme, proprio in Mesmenia. Tutti vogliono sapere di più della Mesmenia. E c’è un solo romanzo in circolazione, quello tradotto da Thomas che, per superficialità dell’editore, risulta esserne anche l’autore.

      Non sono una lettrice di libri ‘leggeri’. Preferisco la tragedia o il dramma alla commedia. I libri divertenti paradossalmente mi annoiano. Eppure mi sono ritrovata a sorridere e ridere per l’arguzia, la brillantezza e anche l’ironia nascosta nelle pagine di Fabienne Betting, perchè, dietro la fantomatica Mesmenia, le frecce della scrittrice francese sono puntate sul lavoro dei traduttori improvvisati. Vi ho raccontato solo l’inizio della vicenda che porterà il lettore (con Thomas, Malislovna e un gruppo di allegre vecchiette) in Mesmenia- e qui si avverte l’eco di Swift nella descrizione di una popolazione che ha abitudini strane quanto quelle dei lillipuziani, divisioni politiche interne assurde come quelle dei partiti dei Tacchi Alti e dei Tacchi Bassi nel romanzo “I viaggi di Gulliver” di Jonathan Swift, una bandiera, poi, che è il vessillo più adatto per tutte le loro stravaganti usanze: ha un grande cavolo nel mezzo.

     Se attraversate un periodo ‘nero’, se siete convalescenti, se avete appena finito di leggere un libro impegnativo, se piove, se avete bisogno di tirarvi su il morale, leggete “Tanti baci dalla Mesmenia”. Non ve ne pentirete.