venerdì 29 marzo 2024

Martin Amis, "La zona di interesse"

                         Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

                             dal libro al film


     La recensione del libro di Martin Amis, “La zona di interesse”, da cui è stato tratto il film scritto e diretto da Jonathan Glazer, è stata pubblicata sul blog in data 8 gennaio 2017, sotto l’etichetta Voci da mondi diversi, Gran Bretagna e Irlanda, Shoah.

Il film ha vinto il premio Oscar come miglior film in lingua straniera (tedesco, polacco e yiddish).



Rudolf Hoess, “Comandante ad Auschwitz” ed. 2014

                                                   Voci da mondi diversi. Germania

      autobiografia

Rudolf Hoess, “Comandante ad Auschwitz”  

Ed. Einaudi, trad. Panzieri Saija, pagg. 268, Euro 13,00

 

    “Comandante ad Auschwitz” è l’autobiografia scritta, durante la prigionia, da Rudolf Hoess, militare e criminale di guerra tedesco, membro delle SS e primo comandante del campo di concentramento di Auschwitz.

    Hoess racconta tutta la sua vita, dall’infanzia e l’adolescenza, da quando si arruolò a soli 14 anni, mentendo sulla sua età, a quando fu nominato comandante di quello che sarebbe diventato il più grande ed efficiente campo di sterminio, fino a quando venne arrestato nel 1946 dalle forze britanniche. Il 2 aprile 1947 fu condannato a morte per impiccagione dalla Corte Suprema di Varsavia e la sentenza fu eseguita il 16 aprile davanti all’ingresso del crematorio di quel campo della cui efficienza si era vantato.


    Leggere questa autobiografia è, per molti versi, sconvolgente. E agghiacciante. Sconvolgente perché è la vita di una persona come tante che si trova a vivere in un’epoca dilaniata da due guerre in cui la decisione di quale strada prendere significa tutto, significa la scelta tra il Male e il Bene, anche se può implicare Vita o Morte. Sconvolgente perché- come ci si potrebbe aspettare che un uomo, cresciuto in una famiglia strettamente cattolica, disobbedisse alla legge divina rendendosi colpevole di crimini mostruosi, contrari a qualunque etica umana? Agghiacciante per la freddezza con cui parla della sua ‘carriera’, descrivendo le soluzioni da lui proposte per un ottimale funzionamento del campo di cui era stato nominato comandante, inclusa l’iniziativa di usare lo Zyklon B per gassare quanti più prigionieri possibile. Agghiacciante per il modo in cui, a mo’ di attenuante, ricordi la sua stessa esperienza del carcere (aveva scontato sei dei dieci anni a cui era stato condannato nel 1923 per aver ucciso un maestro elementare accusato di essere una spia bolscevica) che- a dir suo- lo renderebbe comprensivo delle necessità dei prigionieri. Agghiacciante anche la spiegazione fornita per la scritta Arbeit Macht Frei che sormonta il cancello di quell’Inferno che era Auschwitz, “la vita dietro le sbarre o dietro il filo spinato, alla lunga senza il lavoro diventa intollerabile, anzi, la peggiore delle punizioni”- se questo non è cinismo, che cosa è?


    E poi, sconvolgente e agghiacciante, è la sua giustificazione, uguale a quella di molti altri. Aveva obbedito agli ordini. Nessuna SS avrebbe mai disobbedito. Quello che Hitler ordinava era giusto. Lui, Hoess, non aveva ucciso nessuno personalmente. Lui, Hoess, non sopportava i bagni di sangue. E infatti l’uso del gas aveva avuto su di lui un effetto calmante.

   La lettura dell’autobiografia di Hoess, lo scorcio che abbiamo sulla sua doppia vita (la moglie e i bambini vivevano in una villetta fuori del campo e avevano tutto quello che potevano desiderare- la moglie non si faceva mai domande? La figlia Brigitte dirà di lui, in seguito, che per lei era l’uomo più buono del mondo) hanno su di noi un impatto fortissimo, più ancora del film “Zona di interesse”, ispirato al libro di Martin Amis dallo stesso titolo del film, e sugli schermi in questi giorni.





 

giovedì 28 marzo 2024

Robert Krause, “A una fermata dal destino” ed. 2024

                                                Voci da mondi diversi. Germania

    guerra fredda

Robert Krause, “A una fermata dal destino”

Ed. Nord, trad. Roberta Zuppet, pagg. 312, Euro 18,00

 

    13 agosto 1961. Nella memoria collettiva prevale un’altra data, 9 novembre 1989. La prima è quella in cui fu eretto il muro di Berlino, chiudendo il confine tra le due Germanie. La seconda è quella in cui fu smantellato, iniziando il processo di riunificazione.

Il titolo originale del libro di Robert Krause è “3 ½ Stunden”, Tre ore e mezzo- il tempo che impiega il treno D151 per coprire la distanza tra Monaco di Baviera e Berlino, il tempo che avranno i passeggeri di prendere una decisione che segnerà la loro vita futura: partire o restare? Proseguire il viaggio o scendere all’ultima stazione dell’Ovest?

    Abbiamo letto altri romanzi che si svolgono su un treno o su una nave, microcosmi in cui si muovono i personaggi più diversi. “A una fermata dal destino”, tuttavia, è doppiamente originale- per il giorno in cui è ambientato, con i suoi risvolti politici, e perché i personaggi sono accomunati dalla scelta che devono fare, ognuno di loro motivato o tentato da qualcosa che lo rende unico.


Una famiglia con due bambini- lui, ingegnere, ha avuto un’ottima offerta di lavoro a Monaco; lei crede fermamente nell’utopia socialista e mai accetterebbe il consumismo dell’Ovest.

Una coppia anziana che viaggia con l’urna delle ceneri del fratello di lei. Se restassero, potrebbero raggiungere il figlio a Garmisch.

Una coppia che si sposerà il giorno dopo. Un bambino di colore è seduto accanto a loro- è il figlio di lei, il ‘frutto della colpa’. Questo matrimonio la farebbe accettare di nuovo dalla sua famiglia.

Una band di tre suonatori e una cantante. All’Est sono famosi, all’Ovest non sono nessuno. All’Est l’amore di due di loro è reato, all’Ovest l’omosessualità è permessa.

Un’allenatrice insieme ad una ginnasta che dimostra meno degli anni che certamente ha.

Un ispettore di polizia, infine. Cerca le prove per far arrestare un medico- tre persone sono morte dopo averlo incontrato.

     Saliamo sul treno con i personaggi che impariamo a poco a poco a conoscere nelle sezioni in cui l’uno o l’altro o quell’altra primeggiano, con le loro riflessioni, i dubbi, i ricordi. È proprio mentre sono in viaggio che, attraverso una radio, vengono a sapere che, dopo che la DDR ha perso più di due milioni di cittadini che sono passati all’Ovest, è stata presa la decisione di costruire il Muro. Per i passeggeri sarebbe stato meglio non dover scegliere, perché sono consapevoli che la decisione che prenderanno sarà definitiva- una famiglia potrebbe spaccarsi in due, potrebbe non essere più possibile rivedere genitori o figli rimasti da una o dall’altra parte, potrebbe tornare alla luce il ruolo ricoperto durante la guerra, si potrebbero incontrare difficoltà economiche. Chi di loro crede veramente negli ideali di uguaglianza, in quella vita uguale per tutti propugnata all’Est? E tutta quella libertà che si dice ci sia all’Ovest, è veramente tale?


    Piccoli e grandi drammi si svolgono sul treno diretto a Berlino e a questi si aggiunge un pizzico di mystery da indagine poliziesca- che cosa contengono le fiale ritrovate dall’ispettore di polizia in una carrozzina che non contiene nessun neonato?

    In un giorno che ha segnato il corso della Storia, il destino di un gruppo di persone è nelle loro proprie mani. A loro è ancora dato scegliere, in futuro lo stesso scrittore, regista e sceneggiatore, nato a Dresda nel 1970 dovrà fuggire nella Germania Ovest (come tanti altri della cui fuga rocambolesca e audace troviamo testimonianza nel piccolo museo del Checkpoint Charlie) per andare a studiare cinema a Monaco di Baviera.

Un romanzo che appassiona, che piace per il mix di Storia, politica e piccole storie personali.



martedì 26 marzo 2024

Tayama Katai, “Il maestro di campagna” ed. 2023

                                               Voci da mondi diversi. Giappone



Tayama Katai, “Il maestro di campagna”

Ed. Marsilio, trad. Pierantonio Zanotti, pagg. 334, Euro 19,00

     È un antieroe, Hayashi Seizō, protagonista del romanzo “Il maestro di campagna” dello scrittore giapponese Tayama Katai, nato nel 1872 e morto nel 1930.

   L’ispirazione del romanzo venne da una visita fatta dallo scrittore all’abate del tempio buddista di Hanyū, a nord di Tokyo. Nel cimitero del tempio, vedendo una tomba fresca, l’abate gli raccontò di un giovane maestro elementare che aveva vissuto a pensione presso il tempio e che era morto poco prima di tubercolosi.

   Per certi versi “Il maestro di campagna” è un romanzo insolito e composito che si bilancia tra il naturalismo delle descrizioni di campagna e l’intellettualismo dei riferimenti a scrittori e tendenze letterarie del tempo.

  Il protagonista Hayashi Seizō non ha molte scelte dopo aver conseguito il diploma. È giovane ed ambizioso, ma non ha soldi. Ha una madre industriosa ma un padre con un lavoro dubbio di cui Hayashi si vergogna ed è sempre a corto di soldi. I suoi genitori fanno conto su di lui per tirare avanti. È per questo che Hayashi accetta di fare il maestro elementare in un villaggio di campagna.

   La storia di Hayashi Seizō si articola in tre parti, tre periodi distinti.


Nella prima parte Hayashi arriva nel villaggio, cerca un alloggio che gli permetta di risparmiare il più possibile e consegnare dei soldi ai genitori, ammira la natura in continuo mutamento, incontra ogni volta che può gli amici, i compagni di scuola più fortunati di lui che hanno potuto iscriversi alle scuole superiori di Tokyo. Con loro discute di letteratura, di timidi incontri d’amore, di speranze, della minaccia della guerra tra Giappone e Russia.

   È un Hayashi più stanco e più scoraggiato, quello della seconda parte del libro. l’isolamento della campagna lo deprime, la curiosità e la solitudine lo portano a frequentare una prostituta con la conseguenza che si indebita e la sua condizione si fa sempre più precaria.

   Eppure si risolleva, Hayashi, insegue nuovamente le sue ambizioni e i suoi interessi, la musica, la botanica, lo studio dell’inglese. Tuttavia lui, che vorrebbe fare “qualcosa di grande in qualunque cosa che lasci il mondo stupefatto”, fallisce su tutti i fronti. E in più si ammala. Che siano dei dottorucoli a curarlo, sbagliando la diagnosi finché non è troppo tardi, è, in qualche maniera, perfettamente adeguato a quello che lui è- un modesto maestro di campagna che finisce sotto terra come uno degli sconosciuti defunti dell’”Elegia in un cimitero di campagna” del poeta inglese Thomas Gray, resi tutti uguali da quella grande livellatrice che è la morte.

    Il romanzo è preceduto da un’ottima introduzione di Pierantonio Zanotti che aiuta il lettore ad inquadrare l’opera e l’autore.


 

 

sabato 23 marzo 2024

Thomas Schlesser, “Gli occhi di Monna Lisa” ed. 2024

                                                        Voci da mondi diversi. Francia



Thomas Schlesser, “Gli occhi di Monna Lisa”

Ed. Longanesi, pagg. 432, Euro 20,90

 

    Pensiamo subito al quadro di Leonardo Da Vinci, leggendo il titolo, agli occhi che sembrano fissare l’osservatore, dovunque sia, intento a guardare il ritratto della donna dal sorriso enigmatico. Il quadro avrà il suo posto nel romanzo, ma il titolo allude anche alla bambina di dieci anni, di nome Lisa, che è la protagonista insieme al suo straordinario nonno Henry, che lei chiama ‘Dadé’, e ai suoi occhi che sono lo spunto iniziale della narrazione.

    Un giorno, mentre sta facendo i compiti, Lisa vede improvvisamente tutto nero. La sua cecità dura poco ma, ugualmente, i genitori la accompagnano a fare una serie di controlli medici. È destinata a perdere al vista, Lisa? Lo specialista consiglia delle sedute di psicoterapia, se ne incaricherà il nonno. Il quale decide che farà tutt’altro che accompagnare Lisa dallo psicologo- se dovesse essere vero che la bambina diventerà cieca, il nonno vuole farle vedere le più belle opere d’arte, che rimangano un tesoro di bellezza nella sua memoria. Sarà un segreto tra nonno e nipote, il nome dello psicologo sarà…Botticelli, il nome del pittore con cui inizia il loro viaggio nei tre grandi musei di Parigi, il Louvre, il Beaubourg.


   Nonno e bambina sono due personaggi straordinari che si fanno notare- lui per la maniera che ha di spiegare i dipinti, segnalando dettagli di colore o di figure che noi non avremmo visto, stimolando lo spirito di osservazione di Lisa che ‘cresce’, quadro dopo quadro, impara a ‘vedere’ con un’acutezza che va al di là della semplice vista, arriva a fare delle riflessioni personali, finisce per prendere lei la parola per prima, spiegando un quadro come il nonno ha fatto finora. Con acume il nonno sceglie un solo quadro da vedere, ogni mercoledì, un quadro per illustrare anche un’epoca, la personalità del pittore, gli avvenimenti storici. Nella sua voce ci pare di riconoscere quella dello stesso scrittore (Thomas Schlesser è uno storico dell’arte), a volte suona un poco didattica, e però quello che ci propone è un fantastico percorso nella storia della bellezza- anche noi impariamo quanto Lisa, comprendendo meglio quadri che conosciamo e scoprendone altri che non conosciamo e davanti ai quali forse saremmo passati senza degnarli di attenzione.


   Accanto a questo filone principale e dominante, ce ne sono altri due minori che scorrono paralleli. In uno seguiamo la vita di Lisa, non più ‘alunna’ del nonno, ma bambina che frequenta la scuola elementare, le sue amicizie, la simpatia per un compagno ripetente, il suo rancore per la mamma che ha letto il suo diario, il ricordo sfumato della nonna, morta parecchi anni prima. Qual è il mistero che avvolge la morte della nonna? È questo un tema solo abbozzato ma con la sua importanza.

   Nell’altro filone minore il protagonista è il padre di Lisa che gestisce un negozio tra ‘robivecchi’ e antiquariato. Un personaggio che sembra perdente, che affoga nell’alcol le sue frustrazioni, che tuttavia si risolleva sfruttando un’idea in cui riesce a trarre profitto dalla sua passione per il collezionismo. È una traccia che segue un’arte minore, a fianco di quella grandiosa delle opere d’arte famose. Ne sono un esempio le figurette di Vertunni,


che Lisa scopre per caso, dimenticate in uno scatolone, che il padre venderebbe per due soldi e invece valgono una piccola fortuna, e i vecchi telefoni in bachelite, rimaneggiati per potersi collegare con quelli di ultima generazione.

   “Gli occhi di Monna Lisa” fa per il lettore quello che fece, più di trent’anni fa, “Il mondo di Sofia” di Jostein Gaarder. Gaarder proponeva un compendio di storia della filosofia comprensibile a tutti, Schlesser ci avvicina al mondo dell’arte aiutato dalle riproduzioni dei quadri di cui parla il nonno.

   Del libro un giornale francese ha scritto, “un libro intelligente capace di renderti più intelligente”. Sono d’accordo, e aggiungerei che è molto piacevole.



giovedì 21 marzo 2024

Ariel Lawhon, “Nome in codice Helène” ed. 2023

                            Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

      biografia romanzata
seconda guerra mondiale

Ariel Lawhon, “Nome in codice Helène”

 Ed. Piemme, trad. Annalisa Carena, pagg. 560, Euro 19,95

    Il suo nome è Nancy Wake, nata nel 1912 in Nuova Zelanda e arrivata in Europa giovanissima. Giornalista free-lance.

    Il suo nome è Nancy Fiocca. Moglie del ricco e affascinante francese Henri Fiocca, conosciuto a Marsiglia. Un colpo di fulmine. Il padre di lui era contrario al matrimonio del figlio con questa australiana, l’ex-fidanzata di lui velenosamente gelosa.

   Il suo nome è Madame Andreé, combattente tra i maquisard contro gli invasori nazisti contro i quali riversa un odio profondo, dopo aver assistito a efferate crudeltà.

   Il suo nome è Lucienne Carlier, la donna che, con documenti falsi, aiuta gli ebrei in fuga a passare il confine con la Spagna.

   Il suo nome è Helène, la spia, agente del SOE, paracadutata in Francia.

   Il suo nome è “il Topo Bianco”- è così che la chiama la Gestapo che ha messo una taglia di 5 milioni di franchi sulla sua testa.


   Il romanzo di Ariel Lawhon è la storia di questa donna eccezionale, un mix di storia vera e di ‘fiction’, di storia della Francia sotto l’occupazione nazista e della resistenza dei maquisard e di storia d’amore, infine la scrittrice- lo dice lei stessa nella postfazione- voleva scrivere la storia di un matrimonio, intendeva esaltare un amore passionale e generoso in cui, in un rovesciamento dei ruoli tradizionali, non è la donna che resta a casa in attesa del guerriero, ma è l’uomo che attende il ritorno della donna che ha sposato e di cui non limita la vita, non stronca i suoi desideri di libertà, i suoi slanci per opporsi con ogni mezzo ad un regime odioso.

dal film The White Mouse

   Nancy, nei suoi ruoli diversi e camaleontici, è la protagonista assoluta del romanzo. Dotata di un fascino particolare che la fa sembrare ancora più bella, forte e volitiva, con una tempra che le permette di affrontare ogni tipo di difficoltà, una capacità decisionale che la rende  un leader indiscusso, Nancy è la combattente con anfibi e pantaloni militari, ma è anche la donna che usa come un’arma il rossetto Victory Red a cui non sa rinunciare.. sfugge agli inseguimenti, non si lascia catturare dalla Gestapo, niente riesce a piegarla.

Sopravvivrà alla guerra, sarà una donna diversa per le perdite subite, per quello che ha dovuto vedere e fare, ma sarà sempre indomita.

     Un romanzo così vario nei filoni narrativi si legge di un fiato, anche se un centinaio di pagine in meno lo avrebbero snellito. Forse anche troppo spazio è stato dato alla storia d’amore di Nancy con Henri che finisce per annoiare un poco, ma, d’altra parte, era volontà della scrittrice dare risalto al lato intimo della vicenda.




martedì 19 marzo 2024

Pierre Martin, “Madame le commissaire e la morte in convento”

                                        Voci da mondi diversi. Francia

cento sfumature di giallo

Pierre Martin, “Madame le commissaire e la morte in convento”

Ed. Neri Pozza, trad. Roberta Scarabelli, pagg. 333, Euro 19,00

 

    Provenza. Isabelle Bonnet, Madame le commissaire, vive ormai a Fragolin, dopo essere scampata all’attentato dell’Arco di Trionfo e aver rinunciato al suo incarico per l’Antiterrorismo.

   La Provenza è un idillio, in confronto a Parigi. Un idillio che viene bruscamente interrotto quando, nei giardini botanici del Domaine du Rayol,viene ritrovata una giovane suora, precipitata dall’alto della scogliera mentre raccoglieva erbe medicinali. Ma è andata veramente così? È stato un banale incidente? E’ veramente scivolata la bella suora?

La difficoltà per appurare la sua identità deriva dal fatto che suor Albertina apparteneva ad un ordine monastico che risiedeva in un monastero isolato e senza alcun contatto con il mondo esterno. Quando Isabelle vi arriva, per parlare con la madre superiora, viene a sapere che sono solo cinque le suore che vivono lì- ora sono rimaste in quattro. E che il Monastère des Bonnes Soeurs sopravvive perché finanziato ad Aeternum da una ricca famiglia religiosa.


   Da questo inizio si srotola il quinto romanzo della serie che ha per protagonista Madame le Commissaire e il suo assistente Apollinaire, opera di uno scrittore tedesco che ha adottato lo pseudonimo francese di Pierre Martin.

È un romanzo leggero e poco impegnativo in cui la traccia più propriamente poliziesca- cercare chi si è macchiato dell’omicidio di suor Albertina, che ha avuto prima un’altra vita in cui si chiamava Odette, e a cui seguiranno altre morti- si interseca ad altre tracce. Bisogna identificare lo hacker che riesce a rubare il PIN di almeno tre bancomat ripulendo il conto in banca dei proprietari, c’è poi il filone ‘rosa’ delle avventure sentimentali di Isabelle Bonnet  e quello dolente della salute di Isabelle, ancora sofferente per una scheggia che non era stata vista subito dopo l’attentato.


    È una lettura facile e piacevole in cui la trama è fin troppo esile. L’ambientazione è interessante, così come la novità di delitti in luoghi di pace e di preghiera, la vita nei monasteri- quello femminile delle Bonnes Soeurs e quello dei monaci che mirano ad occupare anche l’isolato monastero delle suore- così come pure il paesaggio provenzale, con le sue luci, i suoi profumi, i sapori della sua cucina, il suo ritmo diverso di vita.

    Come avviene per tutti i romanzi seriali, “Madame le commissarie e la morte in convento” non sfugge ad una certa ‘stanchezza’ e a una certa ripetitività.

sabato 16 marzo 2024

Chiara Valerio, “Chi dice e chi tace” ed. 2024

                                                                  Casa Nostra. Qui Italia

cento sfumature di giallo

Chiara Valerio, “Chi dice e chi tace”

Ed. Sellerio, pagg. 276, Euro 15,00

 

     Vittoria è arrivata a Scauri, l’ultimo paese del Lazio, negli anni ’70. È arrivata insieme a Mara, una donna bionda e molto bella, di parecchio più giovane di lei. Tutti fanno supposizioni, perché a Scauri tutti si conoscono e sanno tutto di tutti- che rapporto c’è fra le due donne? Madre e figlia? Non sembra probabile. Sono parenti? Mara è stata adottata? Oppure? Finisce che tutti smettono di farsi domande, accettano l’ovvio. Vittoria compra una grande casa con giardino, Mara apre una pensione per animali- a Scauri? Sì, a Scauri e l’avvocato Lea Russo- io narrante del romanzo- sarà tra i primi ad approfittarne lasciandoci il suo cane per qualche giorno. Vittoria si impone con la sua personalità carismatica, aiuta i bambini a fare degli erbari, gioca a carte con gli uomini che incontra al dopolavoro ferroviario, è l’unica donna che possegga una barca a Scauri.


    Poi Vittoria muore, affogata nella vasca da bagno. Vittoria che era un’ottima nuotatrice? Un malore? Sì, un infortunio, le disgrazie capitano così. E, adesso che non c’è più, è chiaro che nessuno la conosceva veramente.

Qualcuno sapeva che Vittoria era sposata? Nessuno. Qualcuno sapeva che era laureata in medicina? Nessuno. Qualcuno sapeva che aveva vissuto tre anni in America? Nessuno. Qualcuno sapeva che era ammalata? Nessuno.

    Allora questo romanzo, così ricco di suggestioni, così stimolante nelle tematiche che propone, così incantatore nelle descrizioni della piccola città dalla ‘grazia scomposta’, diventa in qualche maniera un romanzo di indagine, di più di una sola indagine- d’altra parte l’io narrante (altro personaggio molto interessante) è un avvocato. Ed è incaricata di dirimere un litigio fra due ragazzi sulla spiaggia, sfociato in una rissa. Questa è la prima indagine su colpe e responsabilità, quasi un pretesto perché la famiglia implicata è strettamente imparentata con Vittoria, che appare come figura sfuocata in una foto polaroid scattata sulla spiaggia e che, a quanto pare, era intervenuta, rimettendo a posto, con un colpo secco, il naso di uno dei ragazzi. C’è poi la curiosità di Lea Russo (l’occhio esterno che osserva e che racconta) di sapere di più su Vittoria, una volta che apprende dettagli che ignorava sulla vita di lei. E’ una curiosità che la scava dentro, che la porta a dubitare di se stessa e delle sue inclinazioni, lei che è felicemente sposata con quel marito che ama e che ‘distrattamente’ (questo è un gioco tra di loro) l’ha resa madre di due bambine. E più sa di Vittoria, più le appare impossibile che sia morta per un incidente- e questo è un altro filone di indagine. E un altro ancora- da dove è saltata fuori Mara? Veniamo a conoscenza di forme celate di violenza, come fossero state anticipate dal litigio sulla spiaggia.


    La verità non è una, l’identità neppure, l’amore ha molte forme, bisogna solo avere il coraggio di essere se stessi, di aprirsi agli altri- Vittoria insegna, anche il suo nome ha questo significato.

  Uno stile vivace, brillante, una voce narrante che sa essere lirica e realista, onesta verso se stessa e verso gli altri, capace di far vivere un intero paese in queste pagine, di colorare il paesaggio e i personaggi che diventano tutti, anche quelli minori, indimenticabili. Un libro molto bello e insolito, che fa riflettere, che ci fa porre delle domande a noi stessi. 



giovedì 14 marzo 2024

Claire Keegan, “Piccole cose da nulla” ed. 2023

                          Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda



Claire Keegan, “Piccole cose da nulla”

Ed. Einaudi, trad. Monica Pareschi, pagg. 104, Euro 12,35

     

    1985. una cittadina irlandese. I giorni che precedono il Natale.

Bill Furlong è un piccolo commerciante di carbone e legna. Sono giornate lunghe e di duro lavoro per lui.

In poche frasi concise veniamo a sapere del suo passato e del suo presente. Non ha mai saputo chi fosse suo padre. Sua madre ha avuto la fortuna di essere accolta da una benestante signora protestante che ha continuato ad occuparsi di Bill anche dopo che è rimasto orfano. Adesso Bill è sposato e ha cinque bambine che scrivono la letterina a Babbo Natale. Sono bambine “sagge” che non chiedono niente di inaccessibile- un paio di jeans la più grande, un libro, un disco, un gioco da tavola, un mappamondo. Bill riconosce alla moglie il merito di aver educato bene le figlie.

    È del tutto felice, Bill? Dovrebbe esserlo ma, ogni tanto, viene assalito dal pensiero di come sarebbe la sua vita se…E poi, il desiderio lo prende a tratti, di sapere chi fosse suo padre. È possibile che nessuno, nel paese, lo sappia?

Magdalene Laundry

   Il capitolo che inizia con la breve frase “Era un dicembre da corvi” introduce una nuova atmosfera, e non potrebbe essere altrimenti con quegli uccelli neri che si azzuffano su qualunque possa essere un cibo per loro. Ai corvi che volteggiano in stormi si contrappone il convento, un luogo dall’aspetto imponente e minaccioso. Girano tante voci sul convento, sulle suore, sul servizio di lavanderia che offrono, sulle ragazze che ospitano. Si diceva che fosse una sorta di scuola, ma anche che accogliesse ragazze “perdute”. Sappiamo che cosa volesse dire “ragazze perdute” in Irlanda, ragazze che dovevano lavare i loro peccati lavando i panni sporchi altrui.

   Bill tornerà per tre volte nel convento in un crescendo di consapevolezza, in un risveglio della sua coscienza, quasi incredulo davanti a quello che vede, incapace di credere a richieste disperate di aiuto.

Pensa a sua madre che avrebbe potuto trovarsi lì, pensa alle sue bambine- chi mai può sapere che cosa riserba il futuro?


È incerto, non sa come comportarsi, non è facile mettersi contro l’intero paese, le autorità della Chiesa, la sua stessa moglie. Ma Bill è un uomo buono e la fine non potrebbe essere diversa.

    Lo stile di Claire Keegan è limpido, pulito, essenziale, poetico. Non c’è una parola di troppo in questa che potrebbe essere una favola di Natale come “A Christmas Carol” di Dickens che Bill aveva ricevuto in regalo per Natale quando era bambino.

Abbiamo appena letto delle “sorelle Magdalene” o delle “lavanderie Magdalene” nell’ultimo romanzo di Catherine Dunne e, come in tutte le vicende in cui il Bene trionfa sulla banalità del Male, la storia di Bill Furlong è, forse, un poco scontata.

Che decisione avrebbe preso Bill Furlong se la sua esperienza personale fosse stata diversa? Sarebbe stata un’altra storia, forse più lacerante e tormentata, forse però anche più coraggiosa.




 

lunedì 11 marzo 2024

Tetsuya Honda, “Misterioso omicidio a Tokyo” ed. 2024

                                              Voci da mondi diversi. Giappone

cento sfumature di giallo

Tetsuya Honda, “Misterioso omicidio a Tokyo”

Ed. Piemme, trad. Cristina Ingiardi, pagg 374, Euro 19,90

 

    Quando una mano mozzata viene ritrovata dentro un minivan abbandonato lungo le sponde del fiume Tama, non  ci può essere dubbio che qualcuno sia stato assassinato. Quando poi anche un torso umano è ripescato dalle acque, le analisi del sangue sembrano indicare che si tratti della stessa persona a cui apparteneva la mano. Quando invece si sente raccontare di due operai edili morti cadendo da un’impalcatura, la questione diventa più difficile- che cosa c’è di più facile che far passare per un incidente quello che in realtà è stato un omicidio? C’è puzza di bruciato quando si scoprono dettagli su assicurazioni sulla vita e su chi le abbia incassate.

    A grandi linee è su questo che si basa il ‘giallo’ “Misterioso omicidio a Tokyo” dello scrittore giapponese Tetsuya Honda di cui la casa editrice Piemme ha già pubblicato “Omicidio a Mizumoto Park” con la stessa protagonista, la detective Reiko Himekawa.


   È Reiko ad occuparsi del caso, insieme all’ispettore Kusaka. Il rapporto tra i due non è facile perché il loro approccio ai casi da risolvere è molto diverso- per Kusaka contano solo i fatti, le prove certe, mentre Reiko, partendo da una prova concreta, lavora di intuizione e di immaginazione. Il suo fiuto la porta molto spesso sulla via giusta, ma questo non le evita gli scontri con l’ispettore. Unica donna nel corpo della polizia criminale- e per di più giovane e affascinante- Reiko deve difendersi da scherzi, battute e allusioni al suo rapporto con il timido sergente Kikuta.

    Il morto con la mano mozzata ha presto un nome, Kenichi Takaoka. Gestiva una piccola impresa edile aiutato da un ragazzo rimasto orfano dopo che suo padre era caduto da un ponteggio. Kenichi era diventato come un padre per Mishima, gli aveva anche insegnato il suo lavoro, era molto contento che si fosse fatto anche la ragazza- guarda caso, anche il padre della ragazza era morto cadendo da un ponteggio.


   La trama del ‘giallo’ è piena di sorprese e di colpi di scena, una parte è raccontata in prima persona da un personaggio e solo alla fine il lettore la capirà del tutto, appaiono altri personaggi sulla scena, l’ombra della Yakuza, la temuta mafia giapponese che per spietatezza rivaleggia con quella siciliana, si estende su tutti e su tutto. Al di là di questa trama ne scorre un’altra che ci induce a riflettere sulla violenza sulle donne e sui traumi che ne conseguono, sulla paternità e l’istinto di protezione che un padre prova per i figli, sulla legittimità di farsi giustizia da soli.

   Il finale è a sorpresa, per la polizia di Tokyo e per il lettore.

   Pur non avendo la profondità e la complessità di un Keigo Higashino (sempre pubblicato da Piemme), “Misterioso omicidio a Tokyo” è una buona lettura per gli appassionati di genere.



domenica 10 marzo 2024

Fabiano Massimi, “L’angelo di Monaco” ed. 2020

                                                           Casa Nostra. Qui Italia

    cento sfumature di giallo

Fabiano Massimi, “L’angelo di Monaco”

Ed. Longanesi, pagg. 496, Euro 16,00

 

     Monaco di Baviera. Settembre 1931. Il corpo di una ragazza senza vita in una stanza di Prinzregentstrasse 16. In apparenza suicidio. MA la ragazza, ventitre anni compiuti da pochi mesi, si chiamava Angela Raubal ed era la nipote (figlia della sorellastra) dell’astro nascente nel mondo della politica, Adolf Hitler. Vivevano nello stesso appartamento, il loro legame, più affettuoso di quello che sarebbe stato normale tra zio e nipote, era molto chiacchierato.

    Il commissario Siegfried Sauer e il suo vice Helmut (chiamato con il diminutivo di Mutti) sono incaricati delle indagini. C’è fretta di chiudere il caso, la parentela è scottante, e poi che dubbio c’è? La stanza era chiusa dall’interno, la pistola è stata trovata vicino al corpo. In fretta, in fretta. Le inaccuratezze sono tante, ad iniziare dalla mancata autopsia.


    Inizia così un ‘giallo storico’- il caso da indagare è quello vero della morte sospetta di Angela Raubel, chiamata Geli, una ragazza positiva e solare a detta di tutti, dotata di grande fascino anche se non propriamente bella, con altri legami sentimentali oltre a quello con lo zio, ma questo offre un ottimo pretesto per parlare proprio del famigerato zio, agli albori della carriera che lo porterà a diventare il Führer, e dell’atmosfera a Monaco dove già si moltiplicano le camicie brune per le strade e sventolano bandiere rosse con la svastica (Geli portava al collo una catenina con una piccola svastica d’oro) e poi a Vienna, non ancora soggiogata da Hitler.

    I due commissari sono l’uno l’opposto dell’altro, come è tipico nella letteratura poliziesca. Fisicamente, prima di tutto- e anche questo ha un significato che allude ad altro. Sono una coppia che fa pensare a Stanlio e Ollio (lo dice Mutti stesso)- Siggi Sauer alto e biondo è il prototipo del perfetto ariano, tanto che il sosia che lo pedina e che avrà un ruolo importante nella trama è nientemeno che Reynhard Heydrich (l’uomo che progettò la Soluzione Finale degli Ebrei e che sarebbe diventato ‘il boia di Praga’), Helmut Forster è basso e grasso, Siggi moderato e astemio, timido con le donne, Mutti amante del buon cibo e della birra, felicemente sposato e padre di tre bambini.

Geli Raubal

    La trama de “L’angelo di Berlino” è ricca di significati, per indagare sulla morte di Geli si deve indagare anche sui rapporti personali con lo zio e non c’è niente che non sia già stato detto sui gusti sessuali particolari e perversi del Führer, si devono incontrare alcuni dei suoi più stretti collaboratori, Göring e Goebbel, Himmler e von Schirach, il fotografo Hoffmann e la sua segretaria Eva Braun (diventerà la compagna di Hitler e sua moglie all’ultima ora). Il tema si sposta dal suicidio /omicidio alla fedeltà e al tradimento, al sospetto generalizzato e alla menzogna come norma di vita, al pericolo costante che si avverte, pericolo non solo nell’accezione quotidiana più comune ma anche come enorme nube oscura che incombe su tutti, sul futuro della Germania e dell’Europa.

     In genere diffido di romanzi gialli in cui i protagonisti o i personaggi principali sono veramente esistiti, perché mi pare spesso di avvertire una nota falsa. Fabiano Massimi è bravo e preparato, non ci sono leggerezza e superficialità nel suo romanzo, non infastidisce con una esagerata costruzione e libera invenzione letteraria. “L’angelo di Monaco” non è e non vuole essere un libro di Storia, ci presenta però in maniera attraente una storia vera in un contesto vero.