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domenica 9 novembre 2025

Intervista a Kristen Loesch, autrice de "La vedova di Hong Kong" 2025

                          Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

                                 cento sfumature di giallo

                                  mystery


Cina, Hong Kong, presente, passato, un assassinio di cui sono rimaste tracce di sangue senza cadaveri, fantasmi e burattini. Parliamo con Kristen Loesch
 del suo intrigante romanzo, “La vedova di Hong Kong”.

Ho osservato che Lei scava nel passato dei suoi personaggi  e dei paesi in cui vivono- era così ne “La bambola di porcellana” e pure ne “La vedova di Hong Kong”. Che cosa La affascina nel passato?

   La verità è che non lo so! Tutto quello che so è che sono sempre stata attratta dalla Storia. Ho studiato Storia all’Università e ho esplorato elementi di Storia russa per la mia tesi del Master. Mi piaceva soprattutto la scoperta della Storia al di là dei libri di testo: la vita della gente comune, le storie che si perdono nel tempo e, più di tutto, i segreti. Sento come se il passato estendesse i suoi tentacoli in così tanti aspetti della nostra vita. E tuttavia, in un certo senso, ci è per sempre inaccessibile- questi temi affiorano con forza nei miei libri.

Parlando del passato- non sapevo che ci fosse un ghetto a Shanghai. Era molto affollato? Aveva cancelli che venivano chiusi di notte, come quelli in Europa? O era semplicemente un’area in cui erano rinchiusi gli ebrei?

il ghetto di Shanghai nel 1943

     Non è l’unica, penso che siano in molti a non sapere che c’era un ghetto a Shanghai. Mentre cresceva la persecuzione degli ebrei nella Germania nazista degli anni ‘30 del ‘900, Shanghai era uno dei pochi posti al mondo in cui i rifugiati ebrei erano benvenuti. Quindi c’era una popolazione abbastanza numerosa quando la Guerra del Pacifico si intensificò nei primi anni ‘40. Era molto affollata, c’erano molti cinesi che vivevano già nell’area designata per i cosìddetti ‘rifugiati apolidi’ e le condizioni di vita erano miserabili. No, non aveva un cancello, ma soltanto alcuni residenti con lasciapassare speciali potevano uscire. Era controllato da amministratori giapponesi e pattugliato da soldati giapponesi.

In entrambi i romanzi Lei trasporta il lettore in paesi lontani- era la Russia nel primo romanzo ed è la Cina in questo. Da dove proviene il suo interesse per questi paesi?

    In entrambi i casi il mio interesse risale alla storia della mia famiglia, e, stranamente, al mio nonno materno. Era originario della Cina settentrionale e aveva una parte di sangue russo. Per quello che riguarda la Russia, poi, fin da bambina mi sono sentita attratta dalla letteratura russa.

    Mi è piaciuta la voce della protagonista de “La vedova di Hong Kong”. Mi è piaciuta molto la sua voce di quando era bambina. C’è un personaggio nel romanzo nei cui panni Le è stato più difficile mettersi? Io ho pensato che Holly Zhang fosse un personaggio difficile e ambiguo.

    Grazie per le sue parole gentili sulla voce di Mei. Di tutti i miei personaggi, è per Mei che provo più affetto e mi chiedo se sia per tutto il tempo che passiamo con lei nella sua giovinezza, quando è così innocente ed interamente alla mercé delle persone e delle forze intorno a lei. É stato divertente scrivere di Holly Zhang, anche se ha ragione a dire che è ambigua e poi ci sono in lei molte parti in conflitto- mi è piaciuta la sfida di scriverne. Direi che il personaggio di cui mi è stato più difficile scrivere è quello di Mei come giovane donna (è stato più facile scrivere di lei da bambina e poi da donna anziana), e, dopo Mei, ho trovato difficile scrivere di Jamie.

      Come è riuscita a seguire i tre filoni temporali in maniera coerente? Non faceva confusione?

    É stato certamente un compito difficile entrare ed uscire in tre narrative. Non sono certa che lo rifarò. Ci sono state alcune volte in cui ho dovuto separare I tre filoni temporali in tre diversi documenti Word e lavorarci uno alla volta per essere certa che la storia scorresse. Mi sentivo spesso sopraffatta e tuttavia amavo quei momenti quando riuscivo a sentire che i filoni si incastravano acquistando significato. Sono questi i momenti che amo di più anche come lettrice di romanzi storici su diversi piani temporali.

     Nella nota a fine libro accenna ai suoi parenti cinesi e al tempo passato a Hong Kong- che cosa c’è della storia della sua famiglia nel romanzo? Che cosa ha conservato, in Lei, della sua eredità cinese? Voglio dire- c’è in Lei qualcosa che pensa sia dovuto all’origine cinese della sua famiglia?

    Nel libro ho intessuto molte delle esperienze giovanili di mio nonno: come Mei, veniva da un piccolo villaggio rurale, finì a Shanghai e poi dovette fuggire dalla Cina durante la Rivoluzione Comunista. Come Mei, non rivide più nessuno di quelli che si era lasciato alle spalle. Trovava difficile parlare di quei decenni della sua vita, il che naturalmente mi rendeva ancora più interessata a saperne qualcosa, ma so che erano molto dolorosi. Penso che, scrivendo questo romanzo, io abbia cercato di onorare la mia eredità cinese e abbia anche cercato di sentirmi più vicina ad essa. Sono cresciuta parlando mandarino e in stretto contatto con la parte cinese della mia famiglia e voglio mantenere viva quella parte di me.


Perché scegliere il Peak per Maidenhair House?

     Quando vivevo a Hong Kong ero attratta dal Victoria Peak, dalla sua bellezza e dal suo mistero. Per tradizione è un’area molto ricca e appartata; naturalmente adesso ci sono sentieri su cui sciamano i turisti e in cima c’è una vasta piattaforma-belvedere, con ristoranti e tutto quello che ci si può aspettare come trappola per turisti in una grande città, ma, nello stesso tempo, è ancora inquietante e remota, con tratti che sono poco più che una giungla punteggiata da case nascoste. Una di queste case è una dimora abbandonata che ho usato come ispirazione per Maidenhair House, la magione  del mio romanzo. Si dice che sia infestata dai fantasmi e certamente lo sembra.

   I personaggi/non-personaggi più intriganti del romanzo sono I fantasmi (a proposito, li chiama ‘ghosts’ o ‘phantoms’? farebbe differenza?). Sono entrambi important nella cultura cinese. Che cosa rappresentano? I fantasmi sono forse sentimenti repressi o parti del passato dei personaggi? Le marionette sono una sorta di ‘doppio’?


    Li chiamo ‘ghosts’, ma questa è una grande domanda. La differenza tra ‘phantoms’ e ‘ghosts’ è sottile. ‘Ghosts’ in genere sono gli spiriti dei defunti. Il significato di ‘phantoms’ è più ampio e meno specifico. Un ‘phantom’ potrebbe essere un ‘ghost’ o potrebbe anche essere un altro tipo di apparizione, e ha anche un altro significato che si riferisce a un’illusione, a qualcosa di allucinatorio o di immaginato. Penso inoltre che ‘phantom’ abbia una sfumatura leggermente più minacciosa di ‘ghosts’, anche se non sono certa del perché. E sì, assolutamente, i fantasmi sono parte integrante della cultura cinese, c’è una mitologia ricca e affascinante su di loro, come pure ci sono tradizioni, festival, riti e così via. Questo si collega con il tradizionale teatro delle ombre cinese che viene usato per raccontare leggende e storie. Nel mio romanzo i personaggi sono tormentati sia da fantasmi veri e propri sia da fantasmi metaforici, da persone veramente morte ma anche dal loro stesso passato, in un certo senso da quello che sono stati. Penso che il teatro delle ombre sia un ottimo simbolo per questo: un burattino ombra è la rappresentazione piatta, bidimensionale, di una persona, incompleto per definizione, mancante di dettagli. Non controlla i suoi movimenti, non ha una sua potenza. In questo modo i burattini sono come fantasmi.

La peonia è una specie di simbolo che scorre per tutto il romanzo ed acquista significati diversi. Le peonie sono fiori molto cinesi, vero? Quando sono stata in Cina le ho viste ovunque, spesso su sciarpe e tessuti.


    Le peonie sono ovunque in Cina e probabilmente sono il fiore riconosciuto come il più cinese fra tutti, per i non-cinesi. Sono certa ci siano lunghi articoli, se non libri interi, dedicati al significato e all’importanza delle peonie. Nel romanzo la madre di Mei usava una peonia intagliata nella carta come firma e Mei indossa uno spillone per capelli con la peonia che riveste un gran significato per lei. La peonia simboleggia ricchezza, prosperità, successo e amore, fra le altre cose, e io volevo che questo piccolo simbolo incredibilmente positivo fosse qualcosa a cui Mei si aggrappa mentre affronta le sue molte sfide.

Sta già lavorando ad un altro romanzo con un’ambientazione diversa?

    E sì! Non mi è permesso dirne molto, ma posso dire che sarà in una nuova ambientazione e che sarà un altro thriller gotico su sfondo storico.



 

sabato 8 novembre 2025

Kristen Loesch, “La vedova di Hong Kong” ed. 2025

                          Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

cento sfumature di giallo

mystery

Kristen Loesch, “La vedova di Hong Kong”

Ed. Marsilio, trad. Isabella Zani, pagg. 365, Euro 19,00

 

      Una ricerca nel passato. Un mystery. Una storia di fantasmi che riecheggia un certo Poe e Henry James de “Il giro di vite”, fantasmi elusivi e ambigui. Una storia di madri e figlie. Uno squarcio sulla Storia della Cina sotto l’occupazione giapponese e immediatamente dopo la Rivoluzione culturale. “La vedova di Hong Kong” di Kristen Loesch di cui abbiamo già letto “La bambola di porcellana” è tutto questo: un romanzo intrigante.

      La trama scorre su tre linee temporali: inizia a Seattle nel 2015, si sposta poi in provincia dello Jiangsu, in Cina, nel 1937, a Hong Kong nel 1953 e, sempre a Hong Kong, ma nel 2015. L’ambientazione contemporanea è una narrazione in prima persona- Susanna, figlia di Mei (l’io narrante che ora ha 85 anni), ha ricevuto una lettera anonima in cui si diceva che quanto era accaduto a Maidenhair House, a Hong Kong, in una notte di fine estate del 1953, era tutto vero. C’era stato un massacro, erano state uccise delle giovani donne anche se nessun corpo era stato trovato- il luminol aveva rilevato sangue dappertutto. Una ragazza era scampata- Mei. E si diceva che era lei l’assassina. Ecco perché madre e figlia partono per Hong Kong, salgono sul Victoria Peak, entrano in Maidenhair House.


     Nel 1937 Mei ha solo sette anni, sua madre è scomparsa, da lei Mei ha ereditato l’abilità nel ritagliare figure di carta e una sorta di terzo occhio con cui vede gli spiriti, creature del tutto vere per lei. E’ iniziata la seconda guerra sino-giapponese e Mei viene allontanata dalla famiglia e affidata a quella di Zio che lei crede essere il fratello della madre per scoprire invece che l’adorata mamma era la sua Quarta moglie. In questi anni Mei conosce George Maidenhair, che diventa per lei una figura a metà tra un padre e un maestro, è lui che le insegna a leggere. Ma, dopo la nascita della Repubblica popolare cinese, Mei deve fuggire da Shanghai, a Hong Kong si innamora e poi la sua vita viene spezzata. Il tempo avanza fino al 1953, sempre a Hong Kong. È qui che riappare, nel negozio dove lavora Mei, una ex attrice del cinema muto cinese che dice di essere la moglie di George Maidenhair e chiede a Mei di partecipare a sei serate di sedute spiritiche a Maidenhair House. Mei va, perché vede l’occasione per vendicarsi di George Maidenhair che le aveva causato il dolore più grande della sua esistenza.


    Ho scritto che “La vedova di Hong Kong” è un libro intrigante. Perché mescola elementi molto diversi tra di loro- descrizioni di uno stile di vita della vecchia Cina (Mei si infuria contro l’usanza di ridurre le donne a dei numeri, Prima, Seconda, Terza moglie o sorella, lei è diventata una figlia adottiva perché, secondo una superstizione, in questo modo la Prima moglie avrebbe finalmente messo al mondo l’agognato figlio maschio, ci sono ancora delle donne con i piedini ‘fiore di loto’), il realistico bombardamento di Shanghai con la distruzione del Great World, edificio straordinario per l’epoca con le sue sale gioco, il ghetto ebraico di Shanghai, la città murata di Kowloon dove si riversarono i profughi cinesi.

the Great World

E poi i burattini di carta e i fantasmi,
così prettamente cinesi. I fantasmi entrano ed escono dalle vicende del romanzo, è difficile distinguerli dalle persone in carne ed ossa, appartengono di diritto alla cultura cinese che ha una festa dei fantasmi il quindicesimo giorno del settimo mese lunare, quando si aprono le porte dell’aldilà. Non siamo mai certi di che cosa accada veramente, di che cosa rappresentino questi spiriti che possono anche essere spettri del passato dei personaggi, personificazioni dei loro sentimenti. Leggendo il romanzo, noi ci arrendiamo al pizzico di sovrannaturale, lo accettiamo per quello che è. Quanto alle figure intagliate nella carta e ai burattini di carta che Mei fa per George Maidenhair- anche questi ultimi sono dei doppi di persone che veramente esistono, sfuggenti nella loro fragilità, inafferrabili.


      Un ultimo dettaglio poetico con un risvolto macabro- lo spillone per capelli che il giovane di cui è innamorata ha fatto fare per Mei. Sullo spillone c’è una peonia, il fiore dell’amore, quello che la madre di Mei usava come firma, lo stesso che l’assassino aveva intagliato sulla schiena delle vittime (vittime vere? fantasmi?), il fiore che riappare di continuo come un leit-motiv nelle pagine del romanzo.

     Ricco di colore e di suspense, un page-turner di cui consiglio la lettura.

a breve metterò online l'intervista con la scrittrice



      

domenica 28 marzo 2021

Richard Russo, “Le conseguenze” ed. 2021

                                   Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

                mystery

Richard Russo, “Le conseguenze”

Ed. Neri Pozza, trad. Ada Arduini, pagg. 382, Euro 19,00

 

   “Tutti per uno, uno per tutti”- da sempre il motto dei tre moschettieri del romanzo di Dumas è il motto che suggella le amicizie giovanili. Diventa anche il motto di Lincoln, Teddy e Mickey, quando si conoscono al college, il Minerva, nel Connecticut. Hanno provenienze diverse e famiglie diverse alle spalle.

 Lincoln viene dall’Arizona. Così bello da essere soprannominato ‘Face Man’. Un padre che crede di essere dio in terra, una madre che ha rinunciato alla sua personalità.

    Teddy, i suoi genitori sono due insegnanti che si occupano più dei loro studenti che del figlio. Ha problemi di salute non definiti, pensa di iscriversi alla facoltà di teologia.

    Mickey. Grosso come un armadio, di origini italiane. A lui interessa solo la musica.

     E poi c’è un quarto moschettiere, una ragazza di cui tutti e tre sono innamorati: Jacy che è molto ricca, mentre loro tre lavorano come camerieri per mantenersi al college. Jacy è Jacy, irruente, estroversa. E, in realtà (forse questo è un difetto del romanzo) non capiamo che cosa abbia di così straordinario, a parte l’essere bella, per essere l’oggetto dell’amore dei tre amici.


     La narrativa si sposta tra passato e presente. Nel passato la data d’inizio è cruciale: il primo dicembre 1969 i tre amici sono incollati allo schermo televisivo in attesa di sapere la loro sorte. Viene trasmessa in diretta la prima lotteria nazionale di reclutamento dei soldati che devono andare a combattere in Vietnam. È come essere in attesa della condanna a morte, nessuno dei tre crede nelle motivazioni della guerra, l’unica possibile alternativa è passare il confine e andare in Canada, perché disertare significa finire in prigione. Uno di loro è sfortunato, è stata estratta la sua data di nascita, suo padre, che ha combattuto nella Seconda Guerra Mondiale, non accetterebbe mai che si sottraesse- chi andrebbe a morire al suo posto, in tal caso?


     Nel presente i tre amici, che hanno ormai superato la sessantina, si incontrano sull’isola di Martha’s Vineyard dove Lincoln possiede la casa che era di sua madre. Abbiamo già letto storie di donne che si ritrovano dopo anni in cui non si sono viste e rivivono, con stupore e rimpianto, gli anni della gioventù. È più raro leggere di uomini e Richard Russo ha un tocco speciale nel parlarci di questa amicizia al maschile, nell’allacciare presente e passato, nell’implicare che anche la questione della bella casa che deve essere venduta è simbolicamente connessa con il problema che li ha assillati per più di quarant’anni: sbarazzarsi della casa significa anche accantonare per sempre il mistero della scomparsa di Jacy.

    Jacy se n’era andata di mattina presto, il lunedì dell’ultimo fine settimana che avevano passato insieme prima della laurea, nel 1971, nella casa sull’isola. Ed era scomparsa. Nessuno ne aveva saputo più nulla, neppure il fidanzato che lei, peraltro, forse non avrebbe sposato- lo aveva detto a Teddy.

    “Le conseguenze” è un romanzo difficile da definire. È, prima di tutto, una storia di amicizia tra uomini che, paradossalmente, piuttosto che essere divisi, sono legati tra di loro dal fatto di essere innamorati della stessa ragazza, anche se, come riconosceranno alla fine quando tutto sarà venuto alla luce, non la conoscevano.  “Ma non conoscevamo nemmeno noi stessi”, aveva aggiunto Mickey. Perché i giovani degli anni ‘70 si trovano a fronteggiare grandi cambiamenti, a dover prendere decisioni riguardo ad una guerra di cui non capiscono il significato, esaltati dai ritmi di una nuova musica, dalla liberazione sessuale, da un diffuso consumo di droghe. E sul quadro di questa epoca, confrontato con il presente della resa dei conti in cui ognuno dei tre soppesa che cosa abbia ottenuto dalla vita, famiglia, ricchezza, successo, frustrazioni, si inserisce il filone del mystery, quello della scomparsa di Jacy, la grande assente sempre presente.

   Un romanzo ben scritto, ma che non riesce a soddisfare interamente. Per lo stile narrativo che lascia poco spazio all’immaginazione del lettore e risulta alla lunga stancante, per l’eccessiva elusività dell’unico personaggio femminile importante che neppure noi, come i tre moschettieri, riusciamo a conoscere e per la perplessità che suscitano le rivelazioni melodrammatiche che vengono fatte su di lei.

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lunedì 1 marzo 2021

INTERVISTA A CRISTINA GREGORIN, autrice de "L'ultima testimone"

 


    Ho pensato a quanto sia facile, in fin dei conti, adattarsi alle situazioni. E a come siamo fortunati nella sfortuna dei tempi in cui viviamo. Se gli incontri di persona non sono più possibili, c’è zoom che ci viene incontro e che ci permette di dialogare con gli altri, di coglierne l’espressione del volto e non solo le sfumature della voce. E, meglio che niente, è un surrogato di cui ci accontentiamo.

Ho incontrato su zoom Cristina Gregorin, per parlare de “L’ultima testimone”.

 

Ho avvertito un’urgenza nel suo romanzo, la necessità di raccontare la Storia attraverso delle storie: c’era in Lei il desiderio espresso da Francesca Molin, quando si chiede, a proposito di tutte quelle vicende del passato, “quando potremo chiuderla, relegarla ai sussidiari e ai manuali di Storia?”

     Sì, ha colto il punto. Posso dirle che, dai riscontri che ho avuto, non mi aspettavo che questa fosse una storia così sconosciuta, il periodo dell’occupazione da parte dei partigiani di Tito per 40 giorni e poi sotto l’amministrazione alleata anglo-americana fino al ‘54. Sono partita dai sentimenti, da quello che credevo che gli italiani non sapessero, dalla confusione dei sentimenti durante la seconda guerra mondiale, perché c’era una sovrapposizione di senso di nazionalità, ideologie e religioni, soprattutto per quello che riguarda sloveni e croati.

Nonostante tutto, nonostante il giorno della memoria delle foibe il 10 di febbraio, la storia di quello che è successo a Trieste e in Istria è conosciuto solo superficialmente nella gran parte di Italia. A che cosa si può attribuire questo silenzio?

    A questo proposito ci sono tante analisi di storici e politologi. Mi riesce molto difficile credere, anzi non riesco proprio a credere che non sia stato fatto prima un momento di commemorazione, come è successo per Marzabotto o per le Fosse Ardeatine. C’è bisogno di un giorno del ricordo perché non si conosce la Storia, mentre sarebbe sufficiente un giorno di commemorazione se la si conoscesse. Ci sono ragioni politiche dietro questo: si è voluto nascondere quello che gli italiani hanno fatto nei Balcani. C’è stato un silenzio generale in Italia. Il fatto che Tito avesse posto la Jugoslavia tra i paesi non allineati voleva dire che si dovevano avere buoni rapporti con la Jugoslavia. E la mia idea è che il silenzio a Trieste- la mia città- è dovuto al fatto che, dopo la guerra, da qualunque parte tu fossi stato, era sempre la parte sbagliata. Se eri italiano, se eri patriota, venivi preso per fascista; se eri comunista, ti accusavano di essere filo-titino e antipatriota. Forse c’era anche un sentimento di vergogna perché il fascismo a Trieste era stato molto duro. Nel ‘43 erano arrivate le SS a Trieste, Trieste era sotto il comando delle SS.

Più di tutto quanto, ho sentito dire dai testimoni che è impossibile spiegare perché non si può più capire. Quel silenzio di Trieste per me è stata una resa: non si capiscono i valori che c’erano, tanto vale metterci una pietra sopra.


La sua famiglia è di Trieste: Lei è cresciuta con questa Storia?

    Il ramo materno della mia famiglia è istriano, di Capodistria che è il retroterra di Trieste, e sono venuti profughi a Trieste nel 1948. La famiglia di mio padre, invece, è triestina. Io sono cresciuta con molte storie, ero una bambina sensibile e amante della Storia, come lo è mio padre. La nostra casa era piena di libri di storia e io ero curiosa di queste storie.

Mi è sembrato che il suo libro fosse quasi una controparte dei libri di Pahor- è lo stesso dramma vissuto dagli istriani di lingua italiana?

    In realtà non mi sono confrontata con Pahor né con altri scrittori triestini. Pahor è stato un testimone diretto, io ho l’umiltà di dire che quello che scrivo è quello che rimane, come la memoria si trasforma e cambia. Francesca Molin cambia parametri e memorie quando torna a Trieste da Milano. Ritrova altre parti della sua storia e di sé. La memoria cambia il passato, ne teniamo solo una parte. Io cerco di dare una versione di quello che è restato a me e forse a persone della mia generazione.


C’è un significato nascosto nel fatto che Mirko sia uno storico, non solo, ma uno storico del Medioevo?

    Quando si scrive, non tutto è programmato. Mi è venuto spontaneo così e poi mi è sembrata la soluzione migliore. Mirko doveva essere uno storico  per avere un interesse alla Storia. Non sono tante le persone che lo hanno, soprattutto se un presente ti riempie la vita. Ho scelto uno storico e una donna sola che non è sopraffatta dal presente- la sua storia personale è più pesante per lei.

 Ecco, infatti. Al ricercatore di storia Mirko Lei ha opposto Francesca, un medico la cui priorità è salvare la vita in una storia di morti. La scelta di lavoro di Francesca è stata dettata inconsciamente dalla storia che aveva alle spalle ed è anche questo un messaggio per noi?

     È proprio così per quello che riguarda Francesca. Ho scritto di altre guerre e anche allora i personaggi erano medici che portavano i bambini nel mondo, i bambini sono sempre un messaggio di speranza in opposizione alla disperazione personale e collettiva. E non sono solo i bambini a incarnare questo messaggio, ma anche chi li aiuta a nascere e chi li fa crescere.

Trieste 1954

Pensando a suo nonno, Mirko riflette che, quando il nonno Bruno aveva deciso di combattere il nazifascismo anche a costo della vita, aveva la metà dei suoi anni: Mirko dice che di certo lui non aveva la stoffa del nonno. Mi sono chiesta: si nasce con un certo piglio audace o sono gli avvenimenti che ci foggiano, costringendoci in ruoli di cui non ci pensavamo capaci?

    Certo, mi serviva che Bruno e Vasco avessero diciassette/diciotto anni nel ‘43, perché vengono buttati in guerra senza servizio militare. Viene da pensare ai ragazzini di oggi che hanno bisogno dello psicologo perché sono attaccati alla playstation, i nostri nonni sono morti per dargli un futuro facile- sono generazioni che non ricordiamo più.

Io volevo affrontare il tema del trauma: Bruno, Vasco e gli altri erano troppo giovani durante la guerra e non si sono più ripresi. Nessuno li ha confortati dopo la guerra. Escono dalla guerra che hanno vent’anni e nessuna spiegazione, devono solo ricominciare a vivere senza parlarne. Ho scelto di parlare di ragazzi che non hanno avuto la forza di superare il trauma.

Anche Francesca è rimasta sola con il suo trauma e si è buttata nel lavoro.

Infatti ho pensato che per Francesca è un pretesto, giustificare la sua scelta di solitudine con l’abbandono del fidanzato.

    Proprio così. Il fidanzato che l’ha lasciata è solo un pretesto per non pensare ai veri motivi che hanno causato il suo rinchiudersi nella solitudine.


 Trieste splendida nel suo romanzo, presa fra il Carso, il mare, la Bora: che cosa sono per Trieste questi tre elementi?

    È vero: Trieste è compressa tra l’apertura del mare, che è la nostalgia classica del viaggio, del viaggio di scoperta di Ulisse, e dietro alle spalle ha l’asprezza del Carso. La natura determina il carattere, la dicotomia delle persone.

La Bora è una caratteristica tutta sua, di Trieste. Con questo suo soffiare ti porta lontano con i pensieri.

Sta lavorando ad un nuovo romanzo?

Sto scrivendo parecchio in questo periodo. C’è già pronto, però, un romanzo che avevo scritto prima de “L’ultima testimone”, un romanzo storico ambientato a Venezia alla fine del 200, più classico di questo.

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recensione e intervista saranno pubblicate su www.stradanove.it

                                       




 

lunedì 5 ottobre 2020

Valérie Perrin, “Cambiare l’acqua ai fiori” ed. 2018

                                                      Voci da mondi diversi. Francia

                                                                love story

     il libro dimenticato


 
Valérie Perrin, “Cambiare l’acqua ai fiori”

Ed. e/o, trad. A. Bracci Testasecca, pagg. 424, Euro 17,10

   Un cimitero in Borgogna. Una protagonista, custode del cimitero, che ha il nome di un fiore, Violette, e mai nome potrebbe essere più adeguato per lei che imparerà ad amare i fiori, a coltivarli, a trovare in loro, nella loro perenne rinascita, una consolazione e nei loro colori e profumi una fonte di quieta gioia.

     Violette Trenet, sì, proprio come il cantante, è stata abbandonata dalla madre alla nascita ed è cresciuta in famiglie affidatarie. Si era innamorata giovanissima, quando lavorava in un bar, di Philippe Toussaint, dei suoi riccioli biondi, del suo fare da seduttore. Erano andati a vivere insieme, nonostante l'opposizione e il disprezzo dei genitori di lui. Era nata una bambina, Léonine. A questo punto Violette si era già resa conto dell'errore fatto a sposare Philippe, un perdigiorno e un donnaiolo. Avevano trovato lavoro come guardiani di un passaggio a livello, ma era Violette che puntava la sveglia per alzarsi e andare ad azionarlo. C’era la bambina, però, c'erano i nuovi interessi che Violette si era creata- aveva imparato faticosamente a leggere. Il romanzo “Le regole della casa del sidro”, di John Irving, è il libro che Violette legge e rilegge- una sorta di filo conduttore del romanzo che compare anche tra le letture di un altro personaggio. Forse Violette si identifica con Homer, l'orfano protagonista del libro di Irving.

    Poi la tragedia entra nella vita di Violette, seguita dal nuovo lavoro come custode del cimitero e dalla scomparsa del marito di cui Violette, tuttavia, non riesce a dispiacersi.


    Valérie Perrin è un’abile narratrice. Perché quella di Violette non è l'unica storia d'amore nel romanzo. L'amore ha molte facce e tutte diverse, e ci sono maniere diverse di raccontarlo e riviverlo. Se la storia di Violette inizia da quando è già guardiana del cimitero per poi andare avanti e indietro nel tempo (è bello osservare i cambiamenti nel carattere e nei comportamenti dei personaggi), a questa vicenda principale se ne intrecciano altre due, una dettata dal caso- l'incontro fortuito di Violette con Julien Seul (quanti nomi significativi nel romanzo della Perrin) che arriva al cimitero con una richiesta insolita: l'ultimo desiderio di sua madre era che le sue ceneri fossero deposte accanto alla tomba di un noto avvocato, del tutto sconosciuto a Julien, sepolto nel ‘cimitero di Violette’.

Mentre capiamo che Julien Seul non sarà più solo, leggiamo il diario di sua madre- romanzo dentro romanzo, storia di una trasgressione e di un grande amore.

      La capacità affabulatrice di Valérie Perrin si rivela anche nella caratterizzazione dei tanti altri personaggi- il custode precedente del cimitero che aiuta Violette ad uscire dalla disperazione insegnandole a coltivare l'orto e il giardino, i necrofori, il sacerdote il cui rimpianto è non poter essere padre, l'amica di Violette che vive nel sud della Francia, i genitori e gli zii di Philippe (un'altra storia d'amore vede coinvolti Philippe e la zia), la piccola Léonine che la nonna-arpia insisteva a chiamare con un altro nome scelto da lei.


    C’è tutto il vocabolario dell’amore in “Cambiare l’acqua ai fiori”. Amore-passione che si esaurisce come una fiammata, amore per un figlio che può consumarti come un incendio, amore gay, amore-affetto profondo tra amiche e poi amore per la natura- i fiori parlano, hanno un loro linguaggio che può consolare più delle parole di un innamorato.

    C'è un intelligente mix di generi nel romanzo di Valérie Perrin- e forse la fortuna del libro sta proprio in questo. Il genere rosa si mescola con il genere verde e… sorpresa, con quello giallo del mystery. E il libro piacerà anche a chi rifugge dalle sdolcinature.

A me, poi, piacerebbe essere sepolta nel cimitero di Violette.

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la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it



sabato 16 febbraio 2019

Christian Guay-Poliquin, “Il peso della neve” ed. 2019


                                                   Voci da mondi diversi. Canada
           mystery
           distopia

Christian Guay-Poliquin, “Il peso della neve”
Ed. Marsilio, trad. F. Bruno, pagg. 245

    All’origine di tutto c’è un black-out. Poi una nevicata implacabile. Metteranno in ginocchio un intero villaggio.
       I personaggi: un vecchio che cercava un meccanico per la sua auto. Dopo il black-out è rimasto bloccato nel villaggio. Scalpita perché ha lasciato la moglie in ospedale e deve assolutamente tornare da lei- sono sposati da più di cinquant’anni, vuole starle vicino. Un uomo più giovane, di età indefinita: stava tornando al villaggio da cui si era allontanato più di dieci anni prima, voleva rivedere il padre che faceva il meccanico, proprio come lui adesso, un incidente di macchina ha sfasciato la sua auto e lui è vivo per miracolo. Gli abitanti del villaggio, che sono come delle comparse- gli zii del giovane che appaiono e scompaiono subito (andranno nel casino di caccia, dicono che torneranno presto, non riappaiono più), il vigile che decide di affidare al vecchio il giovane, che è stato operato alle gambe in una qualche maniera- si occuperà lui di rifornirli di cibo e legna-, la bella veterinaria che cura il ferito, il farmacista, l’uomo che raccoglie vuoti di bottiglia. Non conosciamo il nome del protagonista che ha avuto l’incidente e che è anche la voce narrante, tutti gli altri personaggi hanno un nome tratto dal vecchio o nuovo testamento che incomincia per G. Uniche eccezioni, il vecchio Matteo e la bella veterinaria Maria, la donna per eccellenza, due M come i personaggi nei libri di Samuel Beckett.

     Nevica. Incessantemente. Un nivometro piantato da Matteo nella neve indica il livello di profondità di quel mantello bianco. I numeri che introducono i capitoli lo fanno sapere a noi lettori: 38 nel primo capitolo, 273 il culmine. Un uomo inchiodato a letto e che soffre atrocemente e un vecchio che si prende cura di lui. Un uomo che non parla e l’altro, che potrebbe essere suo padre, che legge i libri che trova nella casa in cui hanno trovato rifugio e poi li racconta come se fossero amene storielle. Un libro parla della selva oscura che poi porta all’Inferno. Un altro racconta dell’uomo che festeggia il ritorno del figliol prodigo. Ogni tanto arriva il vigile con nuove scorte, la veterinaria per medicare le gambe dell’infortunato. Ogni tanto il vecchio scende al villaggio, ci vorrà molto prima che il narratore riesca ad avventurarsi fuori casa.
     La forza del romanzo sta nel contrasto tra il biancore accecante del paesaggio e le ombre che si addensano sulle vite dei personaggi- il cibo deve essere razionato, scarseggia, non ce n’è più, le medicine mancano e c’è un’epidemia di influenza, corrono i ‘si dice’. ‘Si dice’ che qualcuno sia riuscito a derivare energia dalle pale eoliche. Qualcuno fugge- come, se la benzina non c’è più? dove riusciranno ad arrivare? I rapporti umani si deteriorano. Il vecchio e il ‘giovane’ non sono mai diventati del tutto amici, eppure verrà il momento in cui si invertirà la dipendenza dell’uno dall’altro, ci sarà il giorno in cui il ‘giovane’ ripagherà il vecchio per le sue cure. Non dopo essere passati, però, attraverso il peggio, un inferno non di fiamme ma di ghiaccio. E anche il mito di Dedalo e Icaro, che sottende tutta la narrazione, acquista un nuovo significato nel finale.

      La lettura scorre veloce, ci viene da pensare alle atmosfera della ‘camera chiusa’ di Agatha Christie, al suo famoso romanzo “La trappola per topi” nella casa isolata dalla bufera di neve. La minaccia nel libro del canadese Christian Guay-Poliquin non viene, però, dal singolo ignoto assassino, è più vasta. Una nevicata così eccezionale e il black-out da consumi eccessivi che ne consegue sono forse riconducibili a cambiamenti climatici di cui siamo tutti responsabili?
  Un singolare romanzo metaforico della distopia.

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martedì 20 novembre 2018

Luigi Ferrari, “Triade minore” ed. 2018


                                                     Casa Nostra. Qui Italia
   biografia romanzata
   mystery

Luigi Ferrari, “Triade minore”
Ed. Ponte alle Grazie, pagg. 281, Euro 13,60


       Non sono un’esperta di musica ma, nel suo romanzo “Triade minore”, Luigi Ferrari spiega molto bene che cosa sia la ‘triade minore’ che dà il titolo al libro e trasferisce sul terzetto di personaggi il suo significato: in termini profani di cui mi scuso, nella musica l’introduzione di una nota intermedia tra i suoni della diade rende completa armonicamente la sonorità che ne risulta. I legami d’amore che si presentano con diverse varianti nel libro- un affascinante mix di storia della musica, ma anche di storia della cultura russa agli inizi del ‘900, storia d’amore, ghost story, mystery- non sono dei banali ‘ménages à trois’ che hanno sempre qualcosa di imperfetto, ma delle ‘triadi minori’, dei rapporti che non potrebbero sussistere se uno degli elementi venisse a mancare.
     Cardiff, maggio 2015. Brynmore Davis, direttore delle trasmissioni musicali radiofoniche per la BBC, è sulla sessantina, ha una moglie che ha vent’anni meno di lui e un grande rimorso. Vent’anni prima ha mandato un giovane collaboratore, Iwan Pryce, a intervistare una celebre pianista inglese novantenne. Iwan aveva perso la vita in un incidente d’auto poco chiaro durante il viaggio di ritorno e Brynmore era andato letteralmente in pezzi, attribuendosi la colpa di quella morte. Ed ora il passato ritorna (attenzione, sono tanti i revenants che riemergono dalle ombre in questa vicenda): un poliziotto consegna a Brynmore una borsa che era appartenuta a Iwan e che contiene i nastri registrati delle conversazioni che Iwan aveva avuto con la pianista.
Nikolaj Medtner
Inizia la catena di misteri: l’auto di Iwan era andata a fuoco, come ha fatto la sua borsa a sfuggire alle fiamme? Chi l’ha conservata fino ad ora e perché è stata consegnata solo adesso a Brynmore? Tante cose sono inspiegabili: biglietti da visita con numeri di telefono inesistenti, un poliziotto a dir poco ambiguo e difficile da rintracciare…La prima cosa da fare è ascoltare i nastri con un datato mangiacassette che per fortuna è accluso nella borsa- deve essere quello in dotazione della BBC usato da Iwan. Non è solo il racconto della vita della pianista che adesso ascolteremo insieme a Brynmore, ma anche quello della sua amicizia con un compositore russo quasi sconosciuto (purtroppo, perché eccezionale), Nikolaj Medtner, di suo fratello maggiore Emilji e della violinista Anna, moglie di Emilji prima e poi anche di Nikolaj dopo esserne stata l’amante: ecco la triade minore.
Nikolaj, Emilji e Anna
     Impossibile dilungarsi e dire altro. Questo è un libro da leggere e da assaporare, anche se gli enigmi del mystery ci incalzano a non sostare, perché siamo curiosi. Eppure vale la pena di prendersi delle pause, di fare quello che fa Brynmore che cerca furiosamente su youtube i pezzi della musica di Medtner e se ne lascia incantare. Di più. Medtner non è l’unico compositore che ascoltiamo in queste pagine. Affiorano altri nomi, alcuni famosi come Rachmaninov, altri di compositori morti giovanissimi e che è un peccato aver dimenticato. Come un altro revenant, Alexei Stanchinsky, figura misteriosa che riappare e che potrebbe far dubitare chiunque (Brynmore per primo) di essere impazzito.
      Costruito con grande abilità, insolito nel panorama della letteratura italiana, un romanzo che ci lascia con la testa piena di musica e di ammirazione per un genio che ha saputo vivere per la sua arte, incurante dei profitti materiali e dell’approvazione di un pubblico.

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