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sabato 2 maggio 2026

Jung Chang, “Il volo dei cigni selvatici. Io, mia madre e la Cina” ed. 2026

                                                              Voci da mondi diversi. Cina

    romanzo autobiografico

Jung Chang, “Il volo dei cigni selvatici. Io, mia madre e la Cina”

Ed. Longanesi, trad. Elena Cantoni, pagg. 336, Euro 20,90

    Impossibile aver dimenticato “Cigni selvatici”, il libro autobiografico in cui Jung Chang, la scrittrice cinese naturalizzata britannica, raccontava la storia della nonna, della mamma e di se stessa, e nello stesso tempo la storia della Cina fino al 1978, anno in cui Jung Chang si trasferì a vivere definitivamente in Occidente. Era il 1991 quando “Cigni selvatici” rivelò ai lettori una realtà che era giunta fino a quel momento ovattata- dall’epoca in cui alle bambine si fasciavano i piedi (la nonna di Jung Chang camminava a passettini su quei piedi deformati che avrebbero dovuto garantirle un buon matrimonio) agli anni crudeli della Rivoluzione Culturale e della Grande Carestia.

A più di trent’anni di distanza esce adesso “Il volo dei cigni selvatici” che riprende la narrazione da dove si è interrotta per arrivare all’epoca contemporanea del presidente Xi Jinping. Trent’anni che ne valgono cento, se consideriamo i passi da gigante fatti dalla Cina nello sviluppo economico che l’ha portata ad essere il maggiore rivale degli Stati Uniti.

    Il primo capitolo inizia, in realtà, dalla nascita di Jung Chang nel 1952 e ci troviamo subito a confronto con le personalità dei suoi genitori- la forza di carattere della madre e l’integrità totale del padre che, in quanto governatore della regione, aveva negato alla moglie il permesso di spostarsi in una città più grande di Yibin, dove vivevano, per partorire in un ospedale attrezzato, visto che il medico temeva rischi di emorragia e morte conseguente di madre e bambino. La fede nel comunismo del padre e la sua integrità incorruttibile saranno le costanti della sua vita, insieme a quella che noi vediamo come una certa qual ingenuità- come poteva pensare che delle lettere che contenevano critiche a Mao e indirizzate a lui in persona potessero non avere conseguenze? E comunque la moglie gli restò sempre vicino, rifiutandosi di lasciarlo, dando prova di amore, coraggio, fedeltà ai propri principi.

Chengdu

    Avevamo già letto molto in “Cigni selvatici” di quello che ora Jung Chang racconta di nuovo, forse in maniera più circostanziata. La vera svolta è quando, dopo la riabilitazione del padre (quanto si era battuta, sua madre per ottenerla!), Jung Chang ottiene il permesso di studiare in Inghilterra, uscendo ‘dalla gabbia’. Incomincia una nuova vita, sono giorni di novità e di scoperte, di confronto tra quello che si diceva in Cina dell’Occidente e la realtà che la circonda, mai interamente liberi, sempre con il fiato sul collo, sempre con divieti a cui sottostare, sempre con l’obbligo di uscire solo con accompagnatori cinesi, sempre vestiti con la divisa di Mao.

Sono anni difficili, questi della nuova vita di immigrata con la nostalgia della famiglia, della madre soprattutto. I capitoli che seguono sono il racconto di come, da studiosa di lingue, Jung Chang sia diventata una grande scrittrice- l’idea per i suoi libri, le ricerche storiche- non facili-, i viaggi in Cina con sempre nuovi ostacoli per ottenere il visto, le interviste con i testimoni del passato ancora in vita, il bando per la pubblicazione in Cina, prima di “Cigni selvatici”, poi “Mao. La storia sconosciuta” (il più contestato), “L’imperatrice Cixi” e “Le signore di Shanghai”. Al suo fianco, un grande sostegno per lei, l’amore della sua vita, Jon Halliday, che scrisse con lei “Mao”.

la foresta di bambù

    “Il volo dei cigni selvatici” è frammentario in questa puntigliosa ricostruzione e non è una lettura appassionante come “Cigni selvatici” e neppure come i romanzi storici su Mao e sull’imperatrice Cixi. Ha tuttavia il pregio di darci una visione dall’interno della nuova Cina di Xi Jinping, grande ammiratore di Mao, presidente a vita, un Grande Fratello al cui occhio non si può sfuggire.

    Il titolo originale è leggermente diverso e lascia anche intuire qualcosa di più- “Fly, wild swans”. In questo imperativo, Volate, cigni selvatici, sentiamo la voce della madre, protagonista assoluta dietro la voce narrante di Jung Chang, a cui il libro è dedicato come un canto d’amore. Una donna coraggiosa, altruista e generosa che ha sempre messo il benessere dei figli davanti al proprio. Se i cigni sono simbolo di libertà, quel Volate è un invito a dispiegare le ali senza guardarsi indietro.



martedì 31 marzo 2026

Qiu Xiaolong, “Compagni segreti” ed. 2026

                                                             Voci da mondi diversi. Cina

   cento sfumature di giallo

Qiu Xiaolong, “Compagni segreti”

Ed. Marsilio, trad. F. Zucchella, pagg. 256, Euro 17,10

 

    Era l’ispettore capo Chen, adesso è direttore dell’Ufficio per la Riforma Giudiziaria ed è in congedo per motivi di salute. Forse, però, una volta ispettore, sempre ispettore, perché l’amico e investigatore privato Vecchio Cacciatore si rivolge a Chen per aiuto- Mei, famosa immobiliarista di Shanghai, si è rivolta a lui per trovare un certo Xiaohui. Chen accetta, coinvolgendo anche la sua segretaria Jin.

    Inizia così il nuovo romanzo di Qiu Xiaolong, lo scrittore cinese originario di Shanghai che si era trasferito negli Stati Uniti nel 1988 per lavorare su un libro di T.S.Eliot ed era stato costretto a restare  dopo i tragici eventi di Piazza Tienanmen del 1989. Ed è un romanzo diverso dagli altri, impossibile da definire come un vero e proprio ‘thriller’ perché, se ci sono brividi, non sono affatto brividi per paura di un assassino, sono piuttosto brividi causati da un governo totalitario che è arbitro della vita, della morte o della scomparsa dei cittadini accusati di colpe molto spesso presunte. Ed è un romanzo in cui il personaggio principale si sdoppia o addirittura si fa in tre: c’è una intrigante somiglianza tra Chen e Xiaohui, l’uomo sulla cui scomparsa Chen deve indagare, così come c’è una qualche somiglianza tra loro due e lo scrittore stesso, Qiu Xiaolong, e noi lettori lo scopriamo a poco a poco proprio come, in un gioco di specchi, Chen scopre a poco a poco di avere molte cose in comune con Xiaohui. D’altra parte il titolo era indicativo, un richiamo a “Il compagno segreto” di Conrad, quel bellissimo racconto in cui il capitano di una nave nasconde a bordo l’uomo fuggito da un’altra nave e, in una maniera molto disturbante, si riconosce in lui.


   Xiaohui, ora conosciuto semplicemente con X, l’iniziale del suo nome, era stato professore di filosofia all’università, poi, in conseguenza della sua presa di posizione dopo la repressione degli studenti in piazza Tiennanmen, era stato allontanato dall’università ed era finito a fare l’indovino all’ingresso di uno shikumen del Vicolo della Polvere Rossa. E adesso era scomparso. Apprendiamo la storia della sua vita dai memoriali di Mei- sono pagine che intrecciano il passato con il presente. Il passato all’epoca della Rivoluzione Culturale, gli anni persi per chi voleva studiare e veniva invece mandato nelle campagne ad imparare il lavoro dai contadini, quando una ragazza- Mei- teneva fra le mani un libro in inglese seduta su una panchina nel parco del Bund e un ragazzo- Xiaohui- veniva invogliato a studiare la lingua che poi gli avrebbe aperto le porte dell’università e offerto la possibilità di andare a studiare in America. Non è forse la stessa esperienza di Chen e dello stesso Xiaolong? La ragazza della panchina verde non si era più vista, X l’avrebbe incontrata di nuovo molti anni dopo, quando lei gestiva un piccolo ristorante e poi, anni dopo ancora, quando faceva l’indovino e in una maniera profetica aveva dato una svolta alla sua vita. Fra di loro c’era un amore mai sbocciato, è troppo tardi adesso? E perché X è stato fatto scomparire?


    Come Piazza Tienanmen è il cuore di Pechino, lo è anche di questo romanzo- la piazza sconfinata dominata dal faccione di Mao che sormonta l’ingresso della Città Proibita, un Grande Fratello sempre e ancora vigile. Piazza Tienanmen con il ricordo dei carri armati è una ferita sempre aperta nella memoria dei cinesi. Perché il presente del dopo-Covid, con la crisi finanziaria e immobiliare, è oscurato da un presidente con la tentazione di diventarlo a vita, come un novello imperatore, con il pericolo di un ritorno al pugno di ferro. A questo si riferiva X con il racconto allusivo, per chi avesse orecchie per intendere, del generale Cai e la Piccola Fenice. E qualcuno ha inteso fin troppo bene.


    “Compagni segreti” è pieno di riferimenti colti- non solo a romanzi cinesi, non solo alla poesia classica cinese (ad ogni poesia cinese ne corrisponde una dell’ispettore Chen), ma ai poeti occidentali, l’Eliot della Terra Desolata, Yeats del Secondo Avvento con la tragica visione della bestia che striscia verso Betlemme, e poi l’Orwell del 1984. E Conrad naturalmente. Non solo il Conrad de Il compagno segreto, ma anche quello di Cuore di tenebra con il finale grido straziante, ‘l’orrore, l’orrore’.  Ed è anche un libro pervaso di nostalgia per un mondo che scompare inghiottito dal materialismo e dalla sete di denaro. All’estremità opposta di piazza Tienanmen c’è un altro luogo che è un potente simbolo- lo shikumen che il piano edilizio vorrebbe distruggere. Uno shikumen non è solo un insieme di casette fatiscenti, è un posto dove c’è ancora il senso della comunità, dove ci si raduna in strada, in cerca di un soffio d’aria in mancanza di condizionatori, e si raccontano storie. Come quella del generale Cai che aveva fatto scomparire X.



 

lunedì 12 gennaio 2026

Yiyun Li, “Più gentile della solitudine” ed. 2025

                                                        Voci da mondi diversi. Cina



Yiyun Li, “Più gentile della solitudine”

Ed. NN, trad. Laura Noulian, pagg. 400, Euro 20,00

 

 Inizia con una morte, il romanzo della scrittrice cinese che vive in America, Yiyun Li, “Più gentile della solitudine”. Una morte che arriva con un ritardo di ventun anni. Perché Shaoai- era stata avvelenata? Si era avvelenata?- era vissuta in una condizione di morte cerebrale per tutto quel tempo.

Il fatto era successo poco dopo le proteste di Piazza Tienanmen e Shaoai era l’unica del gruppetto di quattro giovani che aveva partecipato attivamente e, come conseguenza, era stata espulsa dall’università e si era preclusa qualunque speranza di lavoro. A ben vedere, la sua morte era iniziata ancor prima dell’avvelenamento. Degli altri tre, le due ragazze, Moran e Ruyu, erano andate in America e l’unico maschio, Boyang, era rimasto a Pechino, diventando un imprenditore di successo e aiutando la madre di Shaoai ad occuparsi della figlia. Il romanzo si sposta tra passato e presente, seguendo il passare degli anni in ognuno dei personaggi.


    Il ritmo della narrazione è lento, volutamente così, e le vite dei personaggi, soprattutto quelle di Moran e Ruyu, sono del tutto grigie, anche questo è voluto. Entrambe si sposano per avere la Green Card, entrambe hanno dei lavori di scarso rilievo, Moran tornerà dal marito più anziano da cui ha divorziato per star vicino a lui ammalato di tumore, Ruyu bada ai figli e alle case di altri e tornerà a Pechino solo dopo la morte di Shaoai. E’ come se, in qualche maniera, scegliessero di avere delle non-vite come quella dell’amica. Anche Boyang sembra essere incapace di legami sentimentali duraturi- era stato innamorato di Ruyu? Certamente Moran era stata innamorata di lui.

   “Più gentile della solitudine” è un romanzo di riflessione e, come tale, è lento. Succede molto poco che desti il nostro interesse nella vita nel presente dei protagonisti, mentre i capitoli del passato sono, forse, un poco più vivaci, presentandoci i quattro amici- l’attraente Boyang, la dolce Moran, l’enigmatica Ruyu, abbandonata dai genitori alla nascita e cresciuta con due ‘prozie’ molto religiose, la politicamente impegnata Shaoai ridotta a una vita pressoché vegetativa. Se la manifestazione in piazza Tienanmen finita in un massacro è il punto di volta del romanzo, possiamo vedere un significato metaforico in questa vicenda, con una ragazza ridotta al silenzio- e mi viene in mente il bellissimo libro di Ma Jian, “Pechino è in coma”.

Università di Pechino

    C’è poi l’altro aspetto del romanzo, quello che lo fa assomigliare ad un poliziesco senza indagine e che stuzzica la nostra curiosità- chi ha ucciso Shaoai? Quando Boyang aveva accompagnato le amiche nel laboratorio di chimica della madre, professoressa universitaria, una provetta era scomparsa. Poco dopo Shaoai era stata male. La colpa è solo di chi ha compiuto l’atto o è anche di chi sapeva e ha taciuto, sia prima sia dopo? Sono in tre ad espiare una colpa?



venerdì 10 ottobre 2025

Tania Branigan, “Memoria rossa” ed. 2025

                                                            Voci da mondi diversi. Cina

            testimonianze

Tania Branigan, “Memoria rossa”

Ed. Iperborea, trad. Silvia Rota Sperti, pagg.275, Euro 19.50

 

     Ricordare e dimenticare- sono due ammonimenti che appaiono in un esergo di “Memoria rossa” di Tania Branigan, giornalista del “Guardian”, un libro ‘bello e illuminante’ secondo la definizione di Margaret Atwood. Ed è veramente ‘bello’ perché ben scritto, in maniera appassionante in un’alternanza di osservazioni personali della scrittrice stessa che ha vissuto sette anni in Cina, testimonianze a viva voce di chi, in un modo o nell’altro, ha preso parte alla Rivoluzione Culturale, ricostruzione storica di quegli anni, ‘illuminante’ per l’apporto che dà alla nostra conoscenza degli avvenimenti di quell’epoca.

     Un inizio visivo- Tania Branigan ci porta alla mostra di un centinaio di dipinti dell’artista Xu Weixin. Ogni volto di quei grandi quadri apparteneva a qualcuno che aveva avuto parte alla follia collettiva che era stata la Rivoluzione culturale, come vittima o come carnefice, spesso entrambe le cose. E la prima storia che ascoltiamo è quella di una giovane donna che non ha mai conosciuto suo padre, un ‘giovane istruito’ di 27 anni che era stato sequestrato dalle Guardie Rosse per un commento che aveva fatto, era riuscito a fuggire e si era buttato sotto un treno. Sua madre, la nonna della donna che racconta, si era uccisa trent’anni dopo. È una storia emblematica, per la colpa irrisoria di cui il giovane si era macchiato, per la disperazione che gli aveva fatto preferire togliersi la vita, per le ripercussioni lontane nel tempo di questa tragedia familiare.

Xu Weixin

   È impossibile capire la Cina di oggi (questa la tesi del libro) senza capire la Rivoluzione Culturale, senza approfondire ciò che accadde in quei dieci anni, a partire dal 1966, di odio e di violenza che spazzarono via la cultura, uccidendo leader e intellettuali. Se lo scopo iniziale era stato realizzare la perfetta società comunista, si erano poi sovrapposti rancori e ambizioni personali. Per certi versi quanto accadde in Cina può assomigliare ai genocidi del secolo XX o alle purghe staliniane, MA c’era un enorme differenza- prima di tutto l’entusiastica partecipazione di massa e poi si uccidevano amici e famigliari. Le ‘truppe d’assalto’ di Mao erano costituite dai giovani, spesso giovanissimi, cinesi. Il fanatismo delle Guardie Rosse è una caratteristica giovanile- chi è stato intervistato da Tania Branigan ha detto che era ‘divertente’ impazzare per le strade di Pechino attaccando la vecchia cultura secondo gli ordini di Mao, distruggendo templi, libri, abiti tradizionali. C’era un’esaltazione di libertà, senza scuola, senza regole. Lo dice Yu, la ragazzina che appare in un dipinto. Aveva tredici anni, lei, come gli altri studenti, erano innocenti arruolati in una guerra che non potevano capire.


Soffermiamoci su questo dettaglio- fino ad ora le uccisioni erano state fatte da eserciti, da criminali, durante la Rivoluzione Culturale erano le Guardie Rosse ad uccidere (alcuni racconti, come l’uccisione della professoressa Bian, picchiata a morte dalle sue alunne, sono raccapriccianti), erano adolescenti, studenti. Questa sarebbe diventata ‘la Generazione Perduta’, e leggiamo i racconti (ricordi tormentati) di quelli che, quando Mao riprese in mano la situazione, furono mandati nelle campagne per essere ‘rieducati’ dai contadini che avrebbero insegnato loro a vivere di niente- e parliamo di milioni di ragazzini che spesso si allontanavano per la prima volta da casa, molti di loro morirono di polmonite, di malaria, di stenti.
Xi Jinping

Anche Xi Jinping fu uno dei Giovani Istruiti che visse per sette anni in una casa-grotta nel nord-ovest della Cina, prima di poter tornare a Pechino nel 1975, quando le università furono riaperte.

    Eppure, eppure, nonostante tutto, forse proprio perché non c’è stata una rielaborazione della Storia, forse perché tutti hanno ritenuto meglio tacere, la scrittrice nota una strisciante nostalgia, un ritorno di alcuni modelli. Sul lato scherzoso osserva con stupore l’attrattiva che hanno gli imitatori di Mao o di Lin Biao, chiamati a presenziare feste o raduni, su quello più serio vede come Xi Jinping abbia imposto un livello di controllo straordinario, limitando le libertà che erano state conquistate- le conversazioni tra amici sono sorvegliate, così come le chat sui social, la gente è incoraggiata a spiare i vicini, dai manuali di storia è scomparso l’avvertimento di Deng Xiaopin contro il governo di un solo uomo. Il tutto è molto allarmante.

Lin Biao

   Per concludere questo esame della Cina di ieri che non può non riflettersi in quella di oggi, c’è un certo sconforto da parte di Tania Branigan nel constatare quanto da più parti le è stato detto- la minaccia più grande per la società è il declino morale, la perdita di senso della giustizia: quella di oggi è una società eticamente vuota.

     Da leggere.



   

venerdì 23 maggio 2025

Jane Yang, “Come due fiori di loto” ed. 2025

                                                           Voci da mondi diversi. Cina

 

Jane Yang, “Come due fiori di loto”

Ed. Longanesi, trad. K. Bagnoli, pagg.368, Euro 17,64

 

     Canton. Fine ottocento. Due personaggi principali che si alternano nella narrazione, dapprima bambine, poi giovani donne di estrazione sociale diversa. Piccolo Fiore e Linjing. Una povera, l’altra ricca. Alla morte del padre Piccolo Fiore, sei anni, viene venduta per diventare la muizai, la schiava personale di Linjing- solo così sua madre potrà sopravvivere e far crescere il fratellino.

    I loto d’oro- ne sentiamo parlare subito e l’immagine dei loto d’oro ci accompagnerà per tutto il libro. Sono preziosi, i loto d’oro, come dice il loro stesso nome che dovrebbe evocare la bellezza. Ci viene continuamente ripetuto che sono la dote più preziosa che una ragazza possa portare in matrimonio. Se ha i loto d’oro, può trovare un marito che appartenga ad una famiglia distinta. Se ha i loto d’oro, deve essere anche un’ottima ricamatrice.

Quanta sofferenza dietro i loto d’oro e che orrore per gli Occidentali (un decreto imperiale del 1902 abolì ufficialmente la pratica dei loto d’oro, ma ci vollero almeno un’altra cinquantina d’anni prima che cadesse in disuso).


I piedi delle bambine venivano fasciati strettamente ripiegando le dita sotto la pianta. Quanto più piccole erano le bambine quanto minore sarebbe dovuto essere il dolore, ma pur sempre straziante. La preziosità dei loto d’oro si misurava in centimetri- 15 centimetri? 20 erano già troppi.

    Piccolo Fiore è orgogliosa dei suoi loto d’oro ma, quando entra a servizio di Linjing, questa la obbliga a sfasciarli perché lei ha, invece, i piedi grandi essendo stata promessa sposa ad un uomo di ampie vedute che ha gli occhi rivolti all’Occidente.

L’argomento dei piedi può sembrare marginale e invece è importante. Con un gioco di parole possiamo dire che il romanzo si regge in piedi sui loto d’oro o sull’assenza dei loto d’oro. Quale rivendicazione di autonomia può fare una donna che a mala pena sta in equilibrio su piedi minuscoli e doloranti? Perché il romanzo opera prima di Jane Yang non è una delle tante storie ricche di folklore esotico, è, piuttosto, un romanzo sui timidi inizi di una qualche sorta di femminismo in Cina seguendo le vicende delle due protagoniste.


      Linjing è la figlia della prima moglie di suo padre. È anche la figlia prediletta, finché la seconda moglie dà alla luce un maschietto, finché questa seconda moglie, per non cedere la cura del bambino alla prima moglie, come vuole l’usanza, non rivela segreti che era meglio restassero nel silenzio. Questa è una Cina che ci richiama alla mente il film “Lanterne rosse” con le gelosie e gli sgarbi tra una moglie e l’altra, con le punizioni terribili per chi esce dalle norme di comportamento e di vita tramandate da generazioni.

La punizione che dalla madre ricade sulla figlia Linjing sarà entrare in una comunità per nubili- donne che, per non essere legate in un matrimonio sgradito, vivono insieme, lavorando in una filanda. Sono ancora insieme, Linjing e Piccolo Fiore, anche se Piccolo Fiore ha cercato di fuggire e per questo è stata castigata in un modo crudele inteso a privarla della capacità di dedicarsi al ricamo, la sua passione, la sua fuga dalla durezza della sua vita.

     Il romanzo di Jane Yang richiederebbe un lungo commento, una puntualizzazione su tanti tasselli, un esame delle molte contrapposizioni significative- tra le due giovani donne, quella che pare privilegiata  e che cede davanti alle difficoltà inaspettate e quella che non si lascia abbattere dalle sventure, dalle umiliazioni e dalle menomazioni; tra la meschinità di una e la generosità dell’altra; tra il pesante lavoro della filanda e quello arioso, nobilitante e creativo del ricamo; tra la scelta forzata del nubilato e il matrimonio senza amore che prevede più di una moglie ed infine l’unione d’amore che supera le barriere sociali.


    Succede tanto, tantissimo in “Come due fiori di loto” e noi apprendiamo molto sulle usanze e la società cinese degli inizi del secolo passato, quando si apriva alle influenze del mondo occidentale. “The lotos shoes” è il titolo originale che rivolge l’attenzione ai piedi piccoli e ai piedi grandi che tanto affliggono Linjing. Il titolo italiano si sposta sull’immagine dei fiori di loto- se il fiore di loto è simbolo di resilienza e di capacità di superare le avversità, il paragone si addice a Piccolo Fiore a cui va la nostra ammirazione.

    Un libro che si divora, per le storie raccontate, per i suoi personaggi, per il mix di romanzo leggero e romanzo storico, per quel pizzico di esotismo e folklore.



lunedì 10 marzo 2025

Kevin Chen, “Città fantasma” ed.2025

                                                       Voci da mondi diversi. Cina

                                             Voci da mondi diversi. Taiwan

Storia di famiglia

Kevin Chen, “Città fantasma”

Ed. e/o, trad. Silvia Pozzi, pagg. 352, Euro 18,05

 

    Mi entusiasma la scoperta di scrittori di paesi lontani di cui finora sapevamo solo la collocazione geografica e qualche notizia sulla situazione politica. Kevin Chen è il primo autore taiwanese di cui vengo a conoscenza e la lettura del suo libro mi ha tenuto avvinta dalla prima all’ultima pagina.

    Qualche notizia al volo sullo scrittore. Facendo una ricerca su Google, possiamo restare confusi dalla duplicità del suo nome di cui però comprendiamo quasi subito la ragione. Lo troviamo sotto il nome di Chen Shi-Hung e poi come Kevin Shi Hung Chen- è piuttosto comune per gli orientali che emigrano in Europa o in America assumere un nome che sia più facile da pronunciare e ricordare- e vada per Kevin! Kevin Chen ora vive in Germania dove ha iniziato la carriera artistica come attore. Il romanzo “Città fantasma”, che ha vinto il Taiwanese Book Award ed è stato tradotto in dodici lingue, è in parte autobiografico ed è ambientato a Yongjing, una piccola città nel centro di Taiwan, da cui proviene lo scrittore stesso.


     Yongjing appare come una città fantasma a Tien-hung (ovvero il Piccolo) che vi ritorna, dopo essere stato in prigione in Germania per aver ucciso il suo compagno, anzi, suo marito, perché in Germania è possibile il matrimonio di una coppia gay. E ritorna proprio quando è la Festa degli Spiriti, quando si spalancano le porte dell’Inferno e gli spiriti calpestano nuovamente la terra. Da qui prende l’avvio la storia della famiglia Chen, tra presente e passato, raccontata da una molteplicità di voci, di persone vive e di fantasmi, un miscuglio di vicende che riguardano non solo la famiglia ma anche amici e vicini di casa, e, intrecciate a queste e ai segreti che vengono alla luce, ci sono superstizioni e frammenti della Storia di Taiwan negli anni ’80 del ‘900.

    Cinque figlie femmine erano venute al mondo prima che arrivassero i due agognati maschi. Le figlie femmine non valgono niente, una donna che mette al mondo solo figlie femmine non vale niente, finché non erano nati i due maschi la suocera ingiuriava la nuora e le riservava i lavori più duri. E poi…i due tanto attesi eredi maschi erano finiti in prigione, uno per corruzione e l’altro per omicidio.


    Dapprima si fa confusione tra i personaggi- i nomi delle prime tre figlie iniziano tutti per Shu, per la quarta, per ingraziarsi la sorte per un’altra gravidanza, Shu era stato modificato in Su. Non era bastato, era nata la quinta femmina soprannominata Man-mei per il seno prosperoso che le era cresciuto da ragazzina. Il figlio dell’imprenditore vicino di casa, il Re dei Biscotti che aveva fatto una fortuna, avrebbe dovuto sposare Man-mei prima di ripiegare sulla quarta sorella. Il perché lo leggerete in una storia su cui ridiamo e poi invece il riso si trasforma in compassione per la quarta sorella che finisce per vivere chiusa in casa, con tende scure alla finestre.

    Una, due, tre, quattro, cinque- una sposa un uomo che coltiva orchidee dopo aver sperperato soldi al gioco, una si laurea e sposa un volto noto al pubblico perché è un conduttore televisivo (ma la picchia con ogni possibile pretesto), un’altra…E si avvicendano in primo piano, con una narrativa che può essere in terza o in prima persona. Parlano anche gli spiriti, o i fantasmi- del padre (si era ritirato in un monastero, sembrava dovesse morire, ma aveva vissuto ancora a lungo), della quinta sorella- e poi il settimo figlio, ripudiato dalla madre perché gay, che ci parla di una esperienza di allontanamento in un paese di cui non conosce la lingua, di un amore che diventa tossico e che finisce molto male,


di spiagge sul mar Baltico che non hanno niente di simile a quelle della sua isola, di un sottomarino che sembra una balena piaggiata, di un ritorno e di una valanga di ricordi. Possiamo leggere un frammento di una storia raccontato da un personaggio (quella dei due librai che si tenevano per mano di nascosto e della loro libreria che era una copertura per incontri politici) e poi la rileggiamo da un altro punto di vista e poi andiamo in cerca di indizi della stessa storia in altri racconti.

    È un metodo narrativo intrigante che porta alla luce una molteplicità di problemi- dalla pesante discriminazione nei confronti delle donne a quella, altrettanto pesante, di chi ha inclinazioni sessuali diverse, dalla corruzione al Terrore Bianco, che durò dal 1947 al 1987, durante il quale moltissimi cittadini scomparvero o vennero uccisi.

    È un libro da leggere, sarete conquistati dalla vivacità della narrazione, da come le cinque sorelle dai nomi simili prenderanno vita in un’ottima caratterizzazione, da quel miscuglio di vita reale e fantastica.




   

domenica 24 novembre 2024

Eve J. Chung, “Le figlie di Shandong” ed. 2024

                                                          Voci da mondi diversi. Cina

 Storia di famiglia

Eve J. Chung, “Le figlie di Shandong”

Ed. Corbaccio, trad. M. Elisabetta De Medio, pagg. 396, Euro 18,62

    1948. Cina. Dopo anni di lunga guerra civile tra nazionalisti e comunisti, nel 1946 la Cina continentale è passata sotto il controllo del partito comunista e Chiang-Kai-shek, con tutti i membri del Kuomintang, si è rifugiato nell’isola di Taiwan.

     Nello Shandong, una zona rurale nella Cina orientale, la ricca famiglia Ang non sembra essere consapevole del pericolo che incombe. L’unico problema sembra essere quello dell’assenza di un erede maschio perché la moglie del figlio primogenito continua a mettere al mondo figlie femmine, suscitando l’ira della tremenda Nai-Nai, la suocera che continua a ripetere che le bambine sono un peso, sono bocche da sfamare, non servono a niente perché solo un figlio maschio può rendere onore agli antenati.

Quando la protesta dei contadini minaccia la famiglia, la mamma e le tre bambine vengono abbandonate mentre il loro stesso marito e padre fugge con i genitori a Qingdao, la città costiera dove il Kuomingtang ha permesso l’ancoraggio della flotta americana. Il pretesto per l’abbandono è patetico nella sua aperta menzogna: custodiranno la casa, intanto di certo i comunisti non infieriranno su una donna e delle bambine.


   Non è vero. L’esperienza di Hai, la bambina più grande, considerata responsabile per il comportamento da ‘padrone’ del padre e del nonno e torturata, la segnerà per tutta la vita. Se mamma e figlie si salvano, se vengono nascoste da un contadino e poi aiutate a fuggire, è grazie al benvolere di cui ha saputo circondarsi la madre, sempre generosa nei confronti dei lavoranti.

    La voce narrante è quella di Hai, dapprima ragazzina giudiziosa che è un sostegno per la mamma, poi fanciulla che ha l’ambizione di studiare per uscire dal condizionamento femminile e non avere una vita come quella della madre, poi giovane sposa con un marito ben diverso dal padre-padrone e infine madre a sua volta. Di una bambina. Lei, però, non è sua madre che ha finalmente dato alla luce un maschietto, dopo il ricongiungimento con il marito a Taipei e dopo aver messo al mondo un’altra figlia femmina. Per questo tanto atteso erede la madre sottrae il latte che dovrebbe essere per la bambina nata solo un anno prima, dandole da bere acqua di riso e facendo infuriare Hai. No, Hai non è come sua madre. Sua figlia studierà, sarà indipendente, spezzerà la catena della supremazia maschile in famiglia, non si dovrà mai inginocchiare davanti ad una suocera.

    Il racconto di Hai segue la strada della fuga verso Qingdao, a piedi, affrontando i pericoli degli incontri con i comunisti a cui presentano dei lasciapassare falsificati, la fame, le intemperie. Per poi scoprire che, ancora una volta, la famiglia Ang ha lasciato Qingdao senza curarsi di loro- ormai sono a Taipei e madre e figlie finiranno in un campo per rifugiati dove le condizione di vita sono proibitive.

Qingdao

    Quella de “Le figlie di Shandong” è una storia privata sullo sfondo di un’epoca di transizione in Cina. I grandi avvenimenti, il sorgere della stella di Mao e le rivendicazioni comuniste sono visti attraverso le sofferenze patite dal piccolo nucleo famigliare. Sono sofferenze imputabili, però, più ancora che a quello che sta accadendo in Cina, al comportamento dei famigliari e alla concezione tradizionale della donna come importante solo in quanto procreatrice di figli maschi. Solo lo zio delle ragazze, un ufficiale dell’esercito nazionalista, si salva tra le figure maschili. È lui che rintraccia la cognata e le nipoti nel campo profughi, è lui che gli procura i biglietti e il lasciapassare per raggiungerli nell’isola di Taiwan, è lui che si mostra compassionevole verso di loro, vedendo le condizioni fisiche in cui si trovano.

    Se la narrazione scorre un poco piatta e monotona, piace, però, il quadro al femminile di quei tempi- il ruolo ben delineato della primogenita e della secondogenita, lo stretto legame tra madre e figlie e lo sminuimento della figura paterna.  




venerdì 31 maggio 2024

Yu Hua, “La città che non c’è” ed. 2024

                                                            Voci da mondi diversi. Cina


Yu Hua, “La città che non c’è”

Ed. Feltrinelli, trad. Silvia Pozzi, pagg. 384, Euro 20,90

   Ci sono tre romanzi in questo ultimo libro di Yu Hua, uno dei più noti scrittori cinesi della nuova generazione, con un nome che è l’insieme di due cognomi- Yu, quello della madre, e Hua, quello del padre. La prima e l’ultima storia del romanzo sono speculari, la stessa vicenda vissuta e raccontata dall’uomo e dalla donna che ne sono protagonisti. Il ‘romanzo’ centrale è, invece, un affresco storico, direi quasi una storia di ‘cappa e spada’ in veste cinese, una storia di guerre tra briganti grondante sangue.

   Inizi del Novecento. Lin Xiangfu vive a Xizhen. È un uomo molto ricco che, oltre a possedere terre fertili, fa il falegname, con una abilità che lo rende famoso. Eppure nessuno sa niente di lui. Ricordano però quando è arrivato, diciassette anni prima, sotto una tormenta di neve, con una bimba piccolissima sulle spalle. Entrava in ogni casa da dove provenisse il pianto di un bambino, chiedendo che la mamma allattasse anche la sua, di bambina. L’avrebbe chiamata Lin Baijia, Lin delle Centofamiglie, “perché ha succhiato il latte da chiunque”. Chiedeva anche a tutti dove fosse la città di Wencheng (nessuno lo sapeva) e se conoscessero una donna di nome Xiaomei e un uomo che si chiamava Qiang (nessuno li conosceva).


     Il filo della storia si riavvolge indietro, alla vita precedente di Lin Xiangfu, figlio devoto che aveva perso i genitori e che si era innamorato di Xiaomei che era apparsa dal nulla alla sua casa, accompagnata da quello che diceva essere suo fratello. Il fratello Qiang se ne era poi andato e non era mai tornato a riprendere la sorella (ma era veramente sua sorella?). Questa è una storia d’amore di cui non voglio dire altro, la storia di un uomo troppo buono che si fidava troppo degli altri, forse un po’ troppo ingenuo come avviene spesso per chi non pensa che gli altri possano essere diversi. Fatto sta che Xiaomei se ne era andata (ed era la seconda volta), Lin Xiangfu si era ritrovato con una figlia e si era messo in cammino verso Sud perché voleva ritrovare la moglie.                                                                                                                            Aveva una meta, la città di Wencheng da cui fratello e sorella avevano detto di venire. L’irraggiungibile Wencheng diventa l’utopia, diventa il luogo dove l’amore fiorirà un’altra volta, dove una bambina troverà una madre, dove una spiegazione verrà data e tutto sarà appianato. Sul suo cammino, però, a Xizhen che non era Wencheng, il nostro Lin Xiangfu trova un amico, e forse l’amicizia vale di più dell’amore, e noi seguiremo questa seconda puntata della storia della sua vita.

simbolo della doppia felicità

   La seconda storia, che è la controparte di questa, è dal punto di vista di Xiaomei, sposa bambina, sposa ripudiata, sposa ripresa dal marito. E come era finita nella casa di Lin Xiangfu? Era veramente una madre snaturata che aveva abbandonato la sua bambina?

   Tra le due storie, collegate e separate, la Cina turbolenta degli inizi del ‘900 con guerre tra bande di briganti, saccheggi e stupri, violenze inaudite che ricordano quelle descritte da Mo Yan ne “Il supplizio del legno di sandalo”, rapimenti a scopo di riscatto, orecchi mozzati restituiti alle famiglie, tutta una serie di orrori che mettono in risalto la bella figura di Lin Xiangfu e del suo amico.

    Non troviamo, in questo romanzo di Yu Hua, il tono grottesco e paradossale che era la caratteristica dei suoi libri precedenti, ma il cambiamento piace proprio per questo. Piace leggere la quotidianità di due storie d’amore, di legami profondi di amicizia e di lealtà, piace leggere della vita comunitaria della cittadina di Xizhen, tanto più che questi valori sono fortemente contrastati dall’ondata di violenza che sembra travolgerli.  


 

    

mercoledì 22 maggio 2024

Lin Hierse, “Sogni di giada” ed. 2024

                         Voci da mondi diversi. Area germanica


                      Voci da mondi diversi. Cina
    Storia di famiglia

Lin Hierse, “Sogni di giada”

Ed. ObarraO, trad. Federica Garlaschelli, pagg. 160, Euro 15,20

    In una lingua il mio nome è composto da tre lettere, in un’altra da dodici tratti. In una lingua non indica nient’altro che me. In un’altra lingua significa giada.

    Due lingue, due culture, distanti tra di loro quanto possono essere i due numeri- 3 e 12- delle lettere e dei tratti per scrivere il suo nome, Lin. Che è quello della scrittrice nonché voce narrante di questo romanzo autobiografico in cui il trauma dell’emigrazione viene trasfigurato in sogni, “Sogni di giada” è il titolo in italiano. Potremmo scrivere la lettera g maiuscola, e allora sarebbero “Sogni di Giada”, in un gioco di parole che mette l’autrice al centro della nostra attenzione. Per non dire che i braccialetti di giada sono una traccia da seguire nel romanzo- il braccialetto che viene sepolto insieme alle ceneri di A’bu, quello di Mā, il suo, quelli che indossano tutte le donne cinesi, perché la giada porta fortuna, perché nei tempi antichi la gente credeva di poter entrare in contatto con gli dei tramite la giada. Il braccialetto di giada è diventato un segno distintivo per le donne che hanno lasciato la Cina- lei, Lin, che non ha mai lasciato la Cina, che è sempre e solo andata avanti e indietro per incontrare i parenti rimasti a Shanghai, lei ha il diritto di portare il braccialetto di giada al polso?


   Sembra essere un interrogativo di poca importanza, ma il suo significato è più ampio: è cinese, lei? o è tedesca? Dove sono le sue radici? Dove colloca la sua appartenenza? E il romanzo è, allora, una storia di famiglia, una storia che scava alla ricerca della propria identità, la storia di un rapporto- strettissimo- tra madre e figlia. Un romanzo sincero, onesto, percorso da una vena di poesia, tra passato e presente.

   È anche un romanzo di donne, “Sogni di giada”. Ci sono degli zii cinesi che Lin incontra quando va a Shanghai o con cui parla al telefono, ma prevalgono le figure femminili, A’bu (sempre chiamata così e non è il suo vero nome, è la nonna materna), la nonna (chiaramente è la madre del padre, tedesca), una zia (sorella della madre), Mā e lei stessa. E il padre è del tutto assente, di lui non sappiamo nulla, neppure che cosa in lui abbia fatto innamorare Mā, quando era arrivata in Germania.

    Il libro inizia con il funerale della nonna cinese, con un’arrampicata verso il cimitero, in alto su una montagna. Da qui, senza un ordine cronologico, con leggerezza, Lin Hierse intreccia storie del passato con storie del presente, storie di famiglia che sono state condizionate dalla grande Storia- A’bu che ammirava i piedini ‘fior di loto’ di un’altra bambina finché non aveva visto i suoi piedi nudi, con le ossa spezzate, la zia che aveva passato dieci anni nei campi di rieducazione di Mao, Mā che aveva studiato tedesco e aveva lasciato la Cina perché voleva un’altra vita.


Lin ammira sua madre, la ammira così tanto che deve fare uno sforzo per staccarsi da lei, per differenziarsi da lei, per trovare la sua identità. Per questo va a vivere da sola, per questo si taglia i capelli incorrendo nella sua disapprovazione. Il loro rapporto, la loro intesa, la comprensione reciproca, l’affetto che le lega, sono speciali. C’è come un elastico che tiene unite Lin e sua madre, Lin e la Cina, un elastico che, se tirato, le allontana e poi, lasciato andare, le avvicina di nuovo. E allora pensiamo che, nella sua ricerca dell’identità, la scrittrice si sia avvicinata di più a quella di provenienza materna, almeno affettivamente e sentimentalmente, anche se l’immagine che lo specchio le rimanda mostra i segni di un’appartenenza diversa, in un bellissimo incrocio di tratti somatici, in quello che è, in definitiva, uno straordinario arricchimento di culture.