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martedì 23 settembre 2025

Chimamanda Ngozi Adichie, “L’inventario dei sogni” ed. 2025

                                                             Voci da mondi diversi. Nigeria



Chimamanda Ngozi Adichie, “L’inventario dei sogni”

Ed. Einaudi, trad. Giulia Boringhieri, pagg. 495, Euro 22,00

 

Nigeria.                   

Chiamaka, Zikora, Omelogor, Kadiatou.

Quattro donne. Quattro figure femminili esplorano il loro essere donna in una realtà che, tuttavia, ruota ancora intorno all’uomo, lo vogliano o no.

    Il nuovo libro di Chimamanda Ngozi Adichie non è un romanzo, se per romanzo intendiamo una narrativa che segue le vicende dei personaggi dall’inizio alla fine. Non c’è una sola storia e neppure una protagonista principale, perché non lo è neppure Chiamaka che ha due sezioni a lei dedicate, in apertura e in chiusura.

Ognuna delle donne è la protagonista di una parte a lei intitolata, ma tre di loro sono amiche, anzi Omelogor è cugina di Chiamaka, e tutte appaiono, più o meno marginalmente, in ogni parte.

Sono tutte e tre ricche e colte, non più giovanissime, sono donne in carriera. Solo Kadiatou non appartiene al loro mondo. È cresciuta in un villaggio ed è emigrata in America con la speranza di offrire una vita migliore alla figlia, ha fatto vari lavori, parrucchiera specializzata a fare le treccine, donna delle pulizie in un albergo, domestica e cuoca in casa di Chiamaka.


   Chiamaka, la prima delle tre amiche che conosciamo, è bellissima, viziata dal padre, viaggiatrice che scrive reportage vivaci e leggeri dei luoghi che visita, di una intelligenza curiosa. È lei, scrittrice di viaggi, che ci conduce nel viaggio della vita, sua e delle altre quattro, e lo conclude alla fine. È a lei che dobbiamo il titolo “L’inventario dei sogni” perché, chiusa in casa durante il lock-down dovuto alla pandemia del Covid, ricorda gli uomini di cui è stata innamorata, facendo quasi un inventario- di uomini e di sogni, di quello che aveva sperato, del futuro immaginato. Delle sue speranze. Ricorda gli incontri, l’innamoramento, l’entusiasmo, le delusioni. Uomini diversi, dal diverso colore della pelle, conosciuti in paesi diversi. Tutte storie finite, anche quella che sembrava essere con l’uomo giusto, anche quando era arrivata alla vigilia delle nozze.

   Il matrimonio e i figli- queste rimangono le questioni aperte di queste donne che sembrano vivere al limite tra modernità e tradizione. Sono donne spregiudicate e moderne che sentono però il peso della cultura in cui sono cresciute, che non cessa di ricordare loro che l’orologio biologico ticchetta inesorabilmente, che forse- come una zia suggerisce a Omelogor- sarebbe bene pensare almeno ad adottare un bambino, perché- che senso ha la vita altrimenti?


   Omelogor, un master in pornografia, un blog di consigli per gli uomini, ha trovato come dare un senso alla sua vita, al di fuori del matrimonio. Come maga della finanza nigeriana ha accesso a molto denaro e decide di seguire l’esempio di Robin Hood. Lei, però, non ruba ai ricchi per dare ai poveri, ruba ai ricchi per aiutare le donne a diventare piccole imprenditrici.

   Solo Zikora diventa madre, quando non ci sperava più. Nella vergogna che prova ad essere una madre single, però, riaffiora il peso di quella cultura che accetta la maternità solo in una coppia sposata.

   La storia di Kadiatou si differenzia dalle altre ed è lei il personaggio che amiamo di più, forse perché la sentiamo indifesa in un mondo di squali. Vittima di aggressione sessuale da parte di una persona molto in vista, un ‘intoccabile’ cliente dell’albergo, Kadiatou è sconvolta, divisa tra la preoccupazione di perdere il lavoro, la vergogna e la volontà di denunciare la violenza subita.

Siamo in America- le dicono tutti- il colpevole sarà punito, ci sono le prove. Eppure, anche se siamo nella terra della libertà, quante calunnie, quanti fraintendimenti voluti, quante distorsioni della verità, per salvare un ‘intoccabile’. Chi è lei che osa accusarlo? Solo una povera negra bugiarda immigrata dalla Guinea.


   Avevo aspettato con ansia di leggere il nuovo libro di Chimamanda Ngozi Adichie perché avevo amato i suoi romanzi precedenti. Mi ha deluso. Lo sfondo nigeriano delle storie e dei personaggi, che si muovono tra Lagos e gli Stati Uniti, salva delle vicende piuttosto banali, e perfino lo stile brillante della scrittrice non riesce a farci evitare la noia che a tratti proviamo durante la lettura.



giovedì 22 agosto 2024

Femi Kayode, “La terra delle ombre” ed. 2024

                                                            Voci da mondi diversi. Nigeria

    cento sfumature di giallo


Femi Kayode, “La terra delle ombre”

Ed. Longanesi, trad.  A. Biavasco e V. Guani, pagg. 363, Euro 20,00

 

    Torniamo a Lagos, in Nigeria, con lo psicologo forense Philip Taiwo, protagonista del precedente (e molto pregevole) romanzo “Il cercatore di tenebre” di Femi Kayode, autore di quest’altro libro che, di nuovo, comunica un’idea di buio nel suo titolo. Buio dell’ambiente, buio di situazioni, buio dell’anima, buio su cui si vuole fare luce.

    Il consiglio degli Anziani di Grace Church ha affidato un incarico delicato a Taiwo: è scomparsa Folasade Dawodu, la ‘First Lady’, la moglie del vescovo Jeremiah Dawodu, anzi di Vescovo. E questo appellativo, senza l’articolo che lo rende un nome comune, dice già tutto sulla persona, un uomo imponente e carismatico, capace di ammaliare i fedeli con i suoi sermoni. Parole, parole, parole. Nascondono qualcosa quelle altisonanti parole?


    Vescovo è stato arrestato, in diretta televisiva, mentre era sul pulpito della sua chiesa. Qualcuno lo aveva denunciato come assassino della moglie, di cui però si sono perse le tracce e nessun corpo è stato ritrovato: chi voleva incastrare Vescovo? E perché? L’incarico di Taiwo non è quello di fare luce sulla scomparsa della moglie, ma di scagionare il marito. Il quale appare sconvolto e profondamente turbato e si professa innocente: sì, avevano litigato, ma quali sono i coniugi che non litigano? E la comunità dei fedeli è testimone della sua presenza in chiesa quando la First Lady è stata vista per l’ultima volta. Ma, e le macchie di sangue che si vedono sui muri della loro casa?

   Se la casa del Signore dovrebbe risplendere di Luce, è l’oscurità più fitta che Philip Taiwo, insieme al suo aiuto Chika, incontra nell’indagine. Un buio tanto più nero perché avvolge Vescovo come capo della Chiesa- dovrebbe essere irreprensibile in quanto tale, neppure sfiorato da traffici economici di alcun tipo- e come uomo, come marito- dovrebbe essere un esempio di armonia coniugale per i suoi fedeli.

   Ci sono molte denominazioni di genere per i romanzi gialli, noir, polizieschi, di indagine, mystery, thriller. Ci sono sfumature diverse di livello di violenza e crudità, così come ci sono arricchimenti di filoni diversi che si intrecciano a quello principale. Nei romanzi di Femi Kayode, che ha studiato psicologia, c’è pochissima violenza e molta indagine psicologica, insieme alla volontà di portare allo scoperto problematiche molto spesso ‘insabbiate’. È la corruzione della Chiesa che viene indagata in questo romanzo, insieme alla condizione femminile e al culto della personalità che tutto esalta e giustifica.


    Se non posso dire di più sul dramma della moglie di Vescovo, posso invece aggiungere qualcosa sul filone secondario della trama, quello che riguarda la famiglia di Philip Taiwo che pensava che il ritorno in Nigeria fosse un ritorno ‘a casa’ per i suoi figli, che li avrebbe messi al riparo dalla discriminazione razziale. Si scontra invece con le difficoltà della figlia adolescente, bullizzata a scuola per…il colore della sua pelle, più scuro di quello delle compagne. Perché questo è un problema più femminile che maschile? Perché – e non pensiamo a Michael Jackson- la pubblicità dei nocivi prodotti depigmentizzanti  si rivolge di più alle donne?

    Ambientato in una Lagos assediata dal traffico, con dei flashback della vita precedente della famiglia Taiwo negli Stati Uniti dove la figlia di Philip Taiwo vorrebbe tornare, il romanzo di Femi Kayode non delude le aspettative.





martedì 7 maggio 2024

Teju Cole, “Tremore” ed. 2024

                                  Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America


Teju Cole, “Tremore”

Ed. Einaudi, trad. Gioia Guerzoni, pagg. 218, Euro 18,52

 

     Il singolare romanzo “Tremore” di Teju Cole, scrittore nigeriano-americano (nato negli USA, cresciuto in Nigeria e tornato poi negli Stati Uniti a 17 anni), inizia con il protagonista Tunde, professore a Harvard come lo scrittore stesso, che apre un biglietto bordato a lutto che comunica la morte di qualcuno del corpo docente- si è messo a collezionare questi biglietti che gli arrivano un paio di volte al mese, sostituiscono i segnali esterni del lutto, gli abiti e i gioielli neri che le vedove indossavano in altri tempi. Lo sguardo di Tunde si posa poi sui due libri che sono sul suo scrittoio- uno lo conosciamo bene, è “Le città invisibili” di Calvino. E forse la frase finale del libro di Calvino può essere una chiave di lettura per questo romanzo senza trama. Calvino diceva che ci sono due modi per non soffrire della consapevolezza di vivere in un inferno. Uno è quello di accettarlo e non vederlo più, e l’altro è cercare di riconoscere chi, in mezzo all’inferno, non è inferno e dargli spazio. È forse quello che fa Tunde nelle sue molteplici esperienze di cui ci parla e su cui riflette?

Ci Wara

   Partiamo con Tunde e la moglie Sadako in un breve viaggio che li porta da un antiquario. Qui Tunde compera un ci wara, una maschera africana che rappresenta un’antilope dalle lunghe corna. Questo oggetto e un foglio fotocopiato e affisso su una colonna di legno danno spunto a due pensieri che, pur riferendosi a paesi lontani l’uno dall’altro, hanno qualcosa in comune. Mentre il ci wara è un’opera d’arte indigena sottratta al paese e alla cultura a cui appartiene, il foglio fotocopiato riporta la notizia dell’assalto della fattoria Wells da parte degli indiani che massacrarono la donna e i bambini che vivevano lì. Qui si tratta di un caso di violenza inaudita, ma, dietro questa violenza, ce n’è un’altra, quella su cui si tace, dei coloni che pensavano di avere il diritto divino di impadronirsi delle loro terre e di ucciderli se opponevano resistenza. Così come avevano il diritto di strappare oggetti d’arte indigena per meglio preservarli (secondo loro). Questo sarà uno dei filoni del romanzo, una traccia che offrirà una lente di lettura per quadri e fotografie, ad esempio per quella che è una vera e propria lezione di storia dell’arte davanti al quadro di Turner “La nave negriera”, oppure per la storia del furto del quadro “Paesaggio con una città che brucia” del fiammingo De Bles da parte dei nazisti.

Turner, La Nave Negriera

   È del tutto impossibile riassumere questo libro così erratico e pieno di spunti di riflessione, sia quando Tunde accenna al periodo di distacco dalla moglie, sia quando ritorna a Lagos dove è cresciuto e non riconosce più la città e, per spiegarcela, abbozza ventiquattro brevi ritratti di persone diverse, dal guidatore del taxi alla prostituta, ognuno con il suo vissuto, ognuno un abitante dell’inferno della ‘città invisibile’ dove regna la corruzione e il degrado. E “Tremore” non è più solo l’esperienza del Nero Americano, ma di tutti i Neri, dei Neri Africani, del buio di essere Nero. Ma c’è altro ancora, in questo libro intitolato “tremore” perché scuote le nostre certezze, come i due terremoti (uno in un lontano passato, a Kobe, e uno nel presente). C’è la fotografia, c’è la musica, tanta musica che è come una colonna sonora, che ci incuriosisce e ci spinge a sentirla su YouTube quando sentiamo la nostalgia nella voce dello scrittore.

    Nell’ultima pagina ritorna una domanda che era già stata posta prima, in uno scambio tra Tunde e la moglie- ‘quando e dove sei stato più felice?’. È una domanda che ci assilla, che esige da noi lo sforzo di individuare un momento di felicità che ci tragga fuori dall’inferno.



martedì 29 novembre 2022

Cheluchi Onyemelukwe-Onuobia, “Due vite, due donne” ed. 2022

                                                        Voci da mondi diversi. Nigeria



Cheluchi Onyemelukwe-Onuobia, “Due vite, due donne”

Ed. e/o, trad. E. Banfi, pagg. 285, Euro 18,05

 

     Dobbiamo far qualcosa per passare il tempo, pensavo. Due donne in una stanza, mani e piedi legati.

    È questo l’inizio del romanzo della scrittrice nigeriana-canadese dal nome difficile che ha vinto il Nigeria Prize for Literature 2021 e il premio per migliore romanzo internazionale al Shariah International Book Fair nel 2019.

Due donne prigioniere, dunque. Sono state rapite con l’intento di ottenere un riscatto. Non erano prigionieri, i pellegrini delle “Canterbury Tales” di Chaucer, e neppure i giovani che sfuggivano alla peste del “Decamerone”, però raccontarsi delle storie per passare il tempo era allora ed è adesso, nel 2011 delle due donne, un buon rimedio. Quella che Nwabulu e Julie raccontano è la storia della loro vita, con un’urgenza che forse i fatti giustificheranno e con un sorprendente esito finale.

    Nwabulu era nata in una famiglia povera, era rimasta orfana e la matrigna l’aveva mandata a servizio di una famiglia prima a Lagos (il padrone l’aveva violentata) e poi a Enugu. Qui la trattavano bene, andava a scuola, avrebbe dovuto iscriversi alle scuole superiori, ma…si era innamorata del figlio dei vicini di casa. È solo nella favola che Cenerentola sposa il principe. Nella realtà Nwabulu resta incinta, il suo ‘principe’ nega addirittura di conoscerla, lei viene rispedita al villaggio. Facile immaginare come venga trattata. Vi dirò solo la fine- il suo bambino viene al mondo ma scompare. Nwabulu non riesce a sapere che fine abbia fatto.


    Julie è figlia di insegnanti, è insegnante lei stessa, ancora nubile a trent’anni, in una società in cui ci si sposa molto giovani. E trova il modo di ‘incastrare’ il ricco imprenditore già sposato che è il suo amante. È un trucco vecchio come il mondo, valido in Nigeria dove gli uomini possono avere più di una moglie. Perché l’uomo è già sposato, ha due figlie e ha bisogno di un figlio maschio che porti avanti il nome della sua famiglia. Così Julie finge di essere incinta, si fa sposare in fretta e furia, sicura che la bugia diventi presto realtà. Non accade. Ricorre ad un altro trucco.

    Sono passati quasi quarant’anni, né l’una né l’altra sono più giovani. Nwabulu è diventata una stilista richiesta in tutta Lagos, Julie è vedova e ha bisogno di farsi fare l’abito per il matrimonio del figlio. Ecco perché si sono incontrate, diventando amiche contro ogni probabilità, anche se sapevano poco l’una dell’altra. Fino ad ora. Scopriranno qual è il legame tra di loro. Ha senso, nella situazione in cui si trovano, nutrire odio o desideri di rivalsa per il dolore passato? Chi può dire che quanto è successo non sia stato per il meglio di tutte le persone coinvolte?


    Accade spesso che la trama di un romanzo possa sembrare banale, ad una prima impressione. Ecco, ad una prima impressione, staccando la vicenda dal suo contesto. Perché invece, approfondendo la lettura, non lo è affatto. Il mondo che circonda Nwabulu e Julie è del tutto diverso, perché questa è la Nigeria, questa è Lagos, l’ambiente in cui sono cresciute non è quello dell’Europa o dell’America. Perfino la povertà è differente, pur con la matrice di penuria e sofferenza comune. È diversa l’idea di famiglia, quella del ruolo di uomini e donne, e non è da trascurare la poligamia. E poi c’è un ricco folclore che fa da sfondo a tutta la vicenda, un dramma molto umano che potrebbe terminare come quello del famoso giudizio di re Salomone. Invece è il destino a decidere e noi restiamo in sospeso, incerti noi stessi su come vorremmo che il romanzo finisse.

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martedì 25 gennaio 2022

Femi Kayode, “Il cercatore di tenebre” ed. 2022

                                                        Voci da mondi diversi. Nigeria

cento sfumature di giallo

Femi Kayode, “Il cercatore di tenebre”

Ed. Longanesi, trad. Andrea C. Cappi, pagg.387, Euro 18,60

 

     Una cittadina universitaria in Nigeria. Uno psicologo forense. Un omicidio atroce di cui si conoscono i colpevoli (una folla aizzata e inferocita) ma di cui non si conosce il motivo. Una narrativa veloce e ricca di colpi di scena.

Tutto questo fa sì che “Il cercatore di tenebre”, primo romanzo di Femi Kayode, sia un ottimo ‘giallo’, giudicato tra i migliori del 2021.

     Il protagonista, lo psicologo forense Philip Taiwo, è ritornato da poco dagli Stati Uniti in Nigeria per seguire la moglie che ha ottenuto un incarico universitario a Lagos. È importante che sia, in un certo senso, un estraneo e anche uno ‘straniero’, perché tutto è talmente diverso dall’ambiente in cui ha vissuto- dai comportamenti al modo di pensare, alle procedure poliziesche- che gli riesce difficile capire che cosa succede intorno a lui, valutare il pericolo di certe situazioni, a volte addirittura capire che cosa si stia dicendo. Due persone gli sono di aiuto, l’autista che poi si rivela essere più che un semplice autista (qual è il suo passato? Che cosa gli sarà mai successo per avere il corpo segnato da vistose cicatrici?) e una donna avvocato incontrata per la prima volta sull’aereo che da Lagos lo ha portato alla cittadina di Okriki e che si rivela essere l’avvocato della difesa nel caso di cui si deve occupare Philip Taiwo.


    Era stato suo padre, per amicizia con il padre di uno dei ragazzi morti, che lo aveva pregato di accettare la richiesta di questi, distrutto e tormentato dall’immagine, diffusa sui social, dei tre ragazzi divorati dalle fiamme. Il ricco banchiere Emeka non riesce a capacitarsi- suo figlio non conosceva gli altri due ragazzi accusati di un ennesimo furto che avrebbe scatenato l’ira della folla. Suo figlio era uno studente modello, quel pomeriggio era andato a trovare la fidanzata, che cosa ci faceva laggiù dove poi sarebbe avvenuto un vero e proprio linciaggio?

   Philip Taiwo non è un detective, la sua specializzazione è nell’analizzare i comportamenti, nel cercare le motivazioni per lo scatenarsi della violenza. Eppure deve diventare un detective suo malgrado, forzato in questo ruolo dalla realtà che lo circonda. È guardato con sospetto appena si viene a sapere del suo interesse per i ‘Tre di Okriki’, la stanza prenotata dell’albergo all’improvviso non è più disponibile, il capo della comunità religiosa lo convoca e viene fuori che è il padre del commissario di polizia nonché lo zio dell’affascinante donna avvocato, l’affittacamere della pensione dove alloggia tuttora lo studente che ha lanciato l’allarme lo scaccia in malo modo.

Lagos

E poi, quante sono le cose che Philip non capisce, quante quelle su cui gli hanno mentito, quante altre verità saltano fuori? Ad iniziare dalla faccenda delle confraternite universitarie che hanno avuto un inizio glorioso con niente di meno che il premio Nobel Wole Soyinka che ne ha fondato una e che poi invece si sono trasformate in sette segrete (con quali intenti? chi ne faceva parte?), dal padre che gli ha affidato l’incarico, uomo di grande potere che possiede addirittura un jet privato e che è pronto ad una giustizia privata, dal presunto autista che diventa la spalla di Philip e che nasconde un fucile ad alta precisione nel bagagliaio. A tutto questo, ai pericoli in agguato per Philip che rischia la vita, si aggiunge la sua incertezza per un possibile tradimento della moglie- un sottile filone di cui si poteva fare a meno ma che aggiunge un tocco personale e intimo alla figura del protagonista.

     Un bel romanzo, “Il cercatore di tenebre” di Femi Kayode (è singolare che il titolo italiano sia l’esatto opposto di quello originale Lightseekers: i due estremi si toccano?). Un romanzo  tout court, perché c’è un’indagine- diversa dalle solite-, ma soprattutto ci sono un’ottima caratterizzazione e una splendida  ambientazione: apprendiamo molto della Nigeria, della società, della cultura, della sua economia. Un romanzo per ampliare i nostri orizzonti.

Nelle pagine dei ringraziamenti l’autore dice che il video virale di quattro studenti della University of Port Harcourt, linciati e bruciati vivi, continua ad ossessionarlo e che spera che il suo libro contribuisca alla prevenzione di crimini violenti commessi dalla folla.

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giovedì 13 maggio 2021

Jumoke Verissimo, “Memoria e desiderio” ed. 2021

                                            Voci da mondi diversi. Nigeria


Jumoke Verissimo, “Memoria e desiderio”

Ed. Brioschi, trad. Gioia Guerzoni, pagg. 280, Euro 18,00

 

   Lagos, Nigeria. Al governo si sono succeduti generali che hanno usato la forza e la corruzione per esercitare il potere. Dopo Buhari, Babangida, Abacha, uno peggiore dell’altro, poi Obasanjo che inaugurò nel 1999 la Quarta Repubblica di Nigeria e fu rieletto per un secondo mandato nel 2003. È grazie ad una sua amnistia che Eniolorunda Durotimi Akanni è uscito di prigione.

      Lo chiamano Prof. Era professore universitario. Ha passato dieci anni in carcere. È un uomo distrutto. Alla madre e all’amico che lo attendono fuori dai cancelli chiede solo di essere portato nella casa che era di suo padre. Dopo non vuole più vederli. Si chiude in quella casa che gli ha lasciato in eredità un padre che si è rifiutato di riconoscerlo e ne esce per brevi passeggiate solo alla sera, quando la notte cala su Lagos. Prof vive nel buio in una città che è già buia di per sé, perché, paradossalmente per la capitale di uno stato che ha grossi giacimenti di petrolio, la luce va e viene. Prof non vuole vedere nessuno e non apre la porta a nessuno, nemmeno alla madre che gli lascia da mangiare fuori della porta.


    Finché una sera apre la porta a Desire, studentessa universitaria per cui lui, Prof è un mito. Lei era una bambina quando, durante una manifestazione di protesta nella baraccopoli di Moroko, lui si era commosso davanti a quella bimba, l’aveva presa in braccio, le aveva detto parole che lei non aveva ben afferrato, che era per lei che questa protesta veniva fatta, le aveva regalato un libro. E Desire era diventata una appassionata lettrice, rubando libri per poter leggere, riuscendo infine ad iscriversi all’università, spesata da una donna che le aveva chiesto di aiutare sua figlia a studiare.

    Sera dopo sera Desire va a trovare Prof. Sera dopo sera lui la aspetta, non può più fare a meno della sua compagnia, delle loro parole, dello scambio di confidenze. A mezzanotte, come Cenerentola, Desire se ne va, Lagos è una città pericolosa. All’università, negli incontri di discussione politica, Desire conosce un ragazzo che assomiglia al Prof in maniera impressionante. Lo chiamano ‘Gandhi’.


     Un uomo colto, che ha superato la quarantina. Una ragazza giovane il cui vero nome è Undesired perché il padre voleva un maschio e che invece la madre ha chiamato Desire, Desiderio, per farla sentire amata. Desiderio di che? Di libertà, di giustizia, di amore. L’uomo che era un faro per i nigeriani e che, dopo le torture e il buio della cella, non sopporta più la luce. E questo buio che li avvolge diventa il protagonista del romanzo, diventa una metafora del buio che avvolge la Nigeria, della violenza bruta, della mancanza di speranza, così come lei, Desire, è il desiderio di uscire da questa condizione.

     Non succede niente, nella casa al buio. Quello che succede è fuori, nella luce, nel rumore, nella sporcizia, nella folla colorata per le strade di Lagos, tra gli studenti che si raccolgono intorno a ‘Gandhi’ proprio come un tempo si raccoglievano intorno a Prof, nella stanza in affitto che Desire condivide con l’amica.


    Le storie personali di Prof, di Desire e della sua amica, del giovane che assomiglia a Prof (potrebbe essere suo figlio?) si incrociano e quello che osserviamo è un’assenza generale di padri o, se ci sono, sono padri violenti e ubriaconi e questi sono tutti figli allevati soltanto dalle madri.

C’è poi un altro personaggio su cui non voglio dire molto, un personaggio che è soltanto una voce che parla a Prof, che è la sua consolazione, una voce femminile di qualcuno che lui chiama Desanya…(provate a pronunciarlo, si capirà chi è e a che cosa si ricollega in un destino comune).

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