Visualizzazione post con etichetta voci da mondi diversi. Corea. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta voci da mondi diversi. Corea. Mostra tutti i post

mercoledì 3 dicembre 2025

Bak Sulmi, “Piccoli inganni crudeli” ed. 2025

                                                         Voci da mondi diversi. Corea

                                               cento sfumature di giallo


Bak Sulmi, “Piccoli inganni crudeli”

Ed. Longanesi, trad. M.L. Gialloreti. Pagg. 208, Euro

 

   Seoul. Mira. Yujae. Yuchon. Jiwon. Sono questi i quattro personaggi che ci offrono quattro diversi punti di vista dei tragici avvenimenti che formano la trama del thriller psicologico di Bak Sulmi, un romanzo che contiene molta violenza, nei confronti sia delle persone sia degli animali. C’è anzi da chiedersi se tutta questa violenza, che è spesso un tratto caratteristico dei film coreani, sia qualcosa di molto diffuso- per motivi che ci riesce difficile capire- nella società coreana.

    Il libro inizia con una lettera di Mira a Jiwon. Mira, sulla ventina, è stata assunta da Jiwon per dare lezioni al figlio minore Yujae. E Mira alza il sipario su quanto è accaduto poco tempo prima: il cane a cui il fratello di Mira era tanto affezionato è stato ucciso selvaggiamente dal figlio di Jiwon. Per un’incatenarsi di conseguenze, la madre e il fratello di Mira si erano uccisi.

    Il primogenito di Jiwon, Yuchon,  è l’esatto opposto del fratello. A sentire la madre, è un genio della matematica, rappresenterà la Corea alle Olimpiadi internazionali di Matematica, è studioso, un ragazzo modello. Per Jiwon esiste solo questo figlio e non si accorge della gelosia devastante del figlio minore, neppure sa- perché non le interessa- che Yujae ha vinto le Olimpiadi nazionali di Matematica. E Yujae cova la vendetta.


     Appare subito chiaro, leggendo la parte di Yujae, che questo ragazzino è uno psicopatico, pericoloso per gli altri e potenzialmente per se stesso. C’è una radice di Male in lui, anche se vogliamo scavare e cercare di comprendere il motivo del suo comportamento, c’è un gusto di fare il Male, di vedere soffrire, c’è una totale mancanza di empatia, c’è il piacere di programmare atti criminali manipolando anche altre persone al suo servizio, c’è totale mancanza di senso di colpa.

   È Yujae l’unico a macchiarsi di colpe? L’unico a commettere crimini senza il minimo scrupolo? Ognuna delle quattro parti del libro smentisce in parte, rettifica, cambia la prospettiva da cui guardiamo quello che accade. Che non ci piace. Non ci piacciono i personaggi, ci chiediamo dove siano le famiglie di questi ragazzini che si aggirano di notte cercando il divertimento nella sofferenza altrui.

    Confesso di aver fatto fatica a terminare la lettura di questo romanzo di cui, però, ho apprezzato la costruzione.



martedì 18 novembre 2025

Frances Cha, “La bellezza delle altre” ed. 2025

                                                 Voci da mondi diversi. Corea



Frances Cha, “La bellezza delle altre”

Ed. Astoria, trad. Omboni e Russo, pagg. 251, Euro 19,00

 

    Corea del Sud. Seoul. Cinque ragazze, tutte più o meno ventenni, tutte che condividono miniappartamenti, officetel (uno dei tanti termini del linguaggio della Corea di oggi), tutte con storie più  o meno tristi alle spalle, tutte con ambizioni che rispecchiano la società in cui vivono.

    La bellissima Kyuri (quanta della sua bellezza è sua e quanta è dovuta a interventi chirurgici?) lavora in un room salon (locali molto esclusivi dove i clienti uomini vengono intrattenuti da belle ragazze che li spingono a bere); Ara fa la parrucchiera, è muta per un trauma subito quando era bambina e vive in adorazione di un noto cantante; Sujin (l’unica che non ha capitoli in cui è la protagonista dominante, ma appare negli altri delle sue amiche) vuole essere assunta pure lei in un room salon e investe tutti i risparmi per un intervento con lo stesso chirurgo che ha operato Kyuri. Non si tratta solo di rifare gli occhi (le donne asiatiche sono ossessionate dalla singola palpebra che è la loro caratteristica, vogliono avere la palpebra doppia come le donne occidentali), deve anche fare un intervento per ridurre la mascella squadrata che verrà tagliata e riposizionata smussando entrambi i lati: saranno cinque o sei ore di operazione, quattro giorni di ospedale, sei mesi perché il viso abbia un aspetto naturale. Naturalmente il chirurgo non parla del dolore, della fatica a masticare…Miho è un’artista e ha vinto una borsa di studio per un’università americana, al suo ritorno, però, resta anche lei intrappolata nel mondo del lusso e delle gallerie d’arte; Wonna, infine. Le ambizioni di Wonna sono del tutto diverse, Wonna va controcorrente. In una società in cui le ragazze non si sposano più, nonostante le suppliche materne, dove la natalità è pressoché zero, Wonna vuole un figlio, si sposa per avere un figlio, è incinta e ha il terrore di abortire, e naturalmente incontra difficoltà sul lavoro- che non pensi neppure di prendere dei mesi di aspettativa, pena il licenziamento.


   Non c’è una vera e propria trama ne “La bellezza delle altre”, i capitoli passano dall’una all’altra delle protagoniste, ci sono le serate al room salon, le illusioni- che l’uomo che ha regalato una borsa di Chanel abbia intenzioni serie, che il famoso cantante le rivolga la parola, che il nuovo viso per cui si è sofferto tanto spalanchi nuove porte-, le sbronze (quanto bevono, quanto vengono fatte bere, le ragazze dei room salon), ci sono però anche le confidenze, i piccoli gesti di solidarietà, di conforto, di amicizia fra le ragazze.

     È una Corea del secondo millennio quella che Frances Cha ci presenta nel suo romanzo, una Corea che è lontana anni luce da quella dei genitori delle ragazze che sono preoccupati perché non si sono ancora sposate.

Ci spaventa un poco questa Corea in cui quello che conta è l’apparire, la bellezza (Kyuri ha chiesto al chirurgo che il suo viso venisse modellato per assomigliare a quello di una famosa cantante)- un regalo diffuso per i diciotto anni è un intervento di chirurgia plastica (un personaggio minore del libro incomincia molto prima ad andare sotto i ferri) e poi non c’è fine ai ritocchi e a nuovi interventi- e la ricchezza.


D’altra parte già Scott Fitzgerald lo aveva detto, “i molto ricchi sono diversi”, e sono diversi anche i chaebol (quante parole coreane impariamo leggendo il romanzo! I chaebol sono le persone che appartengono a una famiglia ricca) de “La bellezza delle altre”- spendono, bevono, fanno costosi regali, ma trattano le ragazze del room salon come oggetti e obbediscono ai genitori quando devono scegliere una moglie. Questo è un doppio standard che, invece, non ha nulla di nuovo.

    “If I had your face” è tante cose: un romanzo al femminile (pensiamo a  Frances Cha come a una Jane Austen in un altro ambiente e più di due secoli dopo), un romanzo di un nuovo tipo di cultura, un romanzo distopico eppure terribilmente reale.



martedì 4 novembre 2025

Kim Ho-Yeon, “Le meraviglie del minimarket di Cheongpa” ed. 2025

                                                Voci da mondi diversi. Corea



Kim Ho-Yeon, “Le meraviglie del minimarket di Cheongpa”

Ed. Salani, pagg. 352, Euro 19,00

 

    Il nuovo romanzo dello scrittore coreano Kim Ho-Yeon è il seguito de “Il minimarket della signora Yeom”- chi non lo ha letto non farà nessuna fatica ad ‘entrare’ nel minimarket e gli verrà voglia di recuperare le storie di alcuni dei personaggi, chi, invece, lo ha letto, proverà piacere a scoprire che cosa è successo ai personaggi già incontrati e a conoscerne altri. Il filone del romanzo è quello che conosciamo- il minimarket come micro-mondo, un possibile luogo di incontro piccolo in una enorme metropoli con tavolini all’esterno dove si può bere e consumare un pasto veloce.

     Ci sono alcune novità. Il Covid, prima di tutto, che obbliga al distanziamento sociale e a quello di indossare la mascherina e che ha portato alla crisi economica molti gestori di locali pubblici che hanno perso gran parte della clientela.

La signora Yeom ha ceduto il ruolo di titolare del minimarket al figlio Minsik di cui ricordiamo la svogliatezza e l’inettitudine, mentre la signora Oh è diventata la manager del minimarket.


Nel romanzo precedente il protagonista finiva per essere il barbone che la signora Yeom aveva ingaggiato come guardiano notturno dopo che questi aveva recuperato per lei la borsetta che le era stata rubata in stazione, un personaggio singolare che taceva sul segreto della sua vita e che si era rivelato un grande aiuto, non solo nella gestione del negozio ma anche nei confronti di clienti con una varietà di problemi. Anche qui il protagonista è il nuovo guardiano notturno, un uomo dal fisico robusto che sembra stupido ma non lo è affatto. Come già Dokko, anche lui ha una sensibilità particolare, suscita spesso l’antagonismo delle persone che ha di fronte ma poi è capace di insinuarsi nelle loro simpatie, nel portare alla luce le loro debolezze, nel suggerire loro una via di uscita dalla crisi o dal momento di stallo in cui si trovano.

    È una carrellata di personaggi e di storie, questo romanzo. Viene da pensare- e perdonate il paragone che non è affatto in ordine di grandezza- al ‘Decamerone’ o alle ‘Canterbury tales’. C’è un pretesto per incontrare delle persone- era la villa nel Decamerone, un pellegrinaggio nell’opera di Chaucer, qui il minimarket-, in Bocaccio imperversava la peste e qui il Covid. In ogni caso ognuna di queste opere racchiude un piccolo mondo.

Ne “Le meraviglie del minimarket di Cheongpa” la prima storia riguarda l’anziano commesso che incontra di nuovo la figlia con cui non aveva rapporti da tempo, poi c’è il proprietario di un ristorante specializzato nei piatti di carne- il ristorante è in crisi, lui è un uomo testardo che passa ogni sera a ubriacarsi seduto ad un tavolino fuori dal minimarket-, una ragazza che ha faticato per laurearsi e adesso non riesce a trovare lavoro, un ragazzino grasso che si sente incompreso in famiglia.


   Infine, o non proprio infine, perché le ultime storie sono quelle più significative  e completano il romanzo chiudendo il cerchio dei racconti, leggiamo dell’apparentemente sciocco Gumbae, il guardiano notturno che aveva una carriera d’attore e voleva immedesimarsi nel personaggio che doveva recitare, dello sgraziato e antipatico Minsik (quanto cambia anche lui sotto l’influsso del guardiano notturno!), della dolce signora Yeom che era andata dalla sorella per allontanarsi dal figlio, e della scrittrice, quella che già conoscevamo e che guardava il minimarket dalla sua finestra- questo è una specie di romanzo dentro il romanzo, quasi una sorta di scatole cinesi.

    “Le meraviglie del minimarket di Cheongpa” è un libro che affronta temi importanti con leggerezza- preoccupazione per il lavoro, la ricerca di se stessi, i rapporti tra genitori e figli, tra fratelli maggiori e minori- e con lo spauracchio del Covid sullo sfondo. E tuttavia, anche se si legge con piacere e curiosità, due romanzi sono sufficienti per sfruttare questo filone.



 

mercoledì 15 ottobre 2025

Hwang Sŏk-Yŏng, “L’ospite” ed. 2006

                                                              Voci da mondi diversi. Corea

     guerra civile in Corea

     rilettura

Hwang Sŏk-Yŏng, “L’ospite”

Ed. Baldini Castoldi Dalai, trad. Ombretta Marchetti, pagg. 279, Euro 17,00

      Ci siamo abituati a vedere la guerra come spettacolo sullo schermo televisivo, ad essere aggiornati sulle notizie in tempo reale, a provare una forte e immediata reazione emotiva alle immagini e a dimenticarle subito dopo, incalzati da nuove tragedie umane. Abbiamo vissuto diversamente la guerra di Corea, negli anni ‘50, filtrata dalla lontananza e dall’estraneità. Per noi occidentali era la prima incrinatura nel fragile equilibrio dei due blocchi di potenze mondiali, lo spauracchio del comunismo che ci veniva agitato davanti agli occhi, come fosse il peggiore dei mali.

      I romanzi di Hwang Sŏk-Yŏng, nato nella Corea del Nord nel 1943, combattente suo malgrado in Vietnam, dissidente politico costretto all’esilio, arrestato e imprigionato per sette anni al suo ritorno a Seul nel 1993 ed ora docente universitario a Londra,  ci fanno rivivere quella guerra vista dall’interno come lotta tanto più crudele perché fratricida, tanto più difficile da dimenticare perché la morte arrivava da parte di chi si conosceva. Nel nome di un’ideologia politica o di un credo religioso: “Noi eravamo l’esercito di Cristo. Loro, i Rossi, erano i figli di Lucifero! I seguaci di Satana…Lo spirito divino era disceso su di noi.”, dice Yo-Han uno dei protagonisti de “L’ospite”, appena pubblicato da Baldini e Castoldi. 

Pyongyang

La vecchia nonna dei fratelli Yo-Han e Yo-Sop era solita dire che il paese sarebbe andato a catafascio se si fosse accolto un Dio venuto da altri luoghi- e il Dio dei cristiani è un ospite in Corea come lo è il Marxismo o l’esercito americano intervenuto nella guerra, come lo erano precedentemente i giapponesi che avevano occupato il paese. Sempre con un significato negativo, se l’ospite per antonomasia era il temutissimo vaiolo, come ricorda la nonna. Sono invece ospiti diversi Yo-Sop e gli altri esuli coreani “invitati” a tornare in patria per un ricongiungimento con le loro famiglie. E così, sotto una pioggia grigia che lava le colpe e intristisce gli animi, Yo-Sop compie il viaggio di ritorno al villaggio che ha lasciato mezzo secolo prima, ascoltando le testimonianze dei vivi e dei morti.


     E’ pieno di voci, il romanzo di Sok-Yong, e a volte è difficile distinguere se la voce che ascoltiamo arrivi da questo mondo o dall’aldilà, se appartenga a uno dei fantasmi, ombre di ospiti che si aggirano già nel New Jersey prima che Yo-Sop parta, a inquietare suo fratello Yo-Han che muore all’improvviso. Un fantasma in più che si aggiunge alle altre ombre senza pace che rievocano i giorni della carneficina, degli stupri, della violenza indiscriminata, da parte di coloro che si schieravano con l’arcangelo Michele o dei Rossi o degli yankee. Il senso di colpa pervade il romanzo di Sok-Yong, condiviso da chi si è macchiato le mani di sangue e dai figli che avvertono in certo qual modo di dover espiare le colpe dei padri, da chi si è allontanato dal paese sperando di dimenticare e da chi è rimasto con la volontà di ricostruire.

Seoul

Perché, a Yo-Sop che gli dice, “Ma né voi né io siamo stati implicati in quei massacri”, il saggio zio risponde, “Ma chi può negare in situazioni del genere, di avere la sua parte di responsabilità?”. 

    E tuttavia il tempo medica tutto, risana le ferite, è ora di dar pace ai fantasmi- è questo è il significato dell’atto ultimo di Yo Sop prima di ripartire, seppellire l’osso prelevato dalle ceneri del fratello e dare fuoco all’indumento con cui questi aveva avvolto il figlio. Come in un rito sciamanico per allontanare il vaiolo, per acquietare gli spiriti dei defunti.

la recensione è stata pubblicata nel 2006 su www.stradanove.it



sabato 8 febbraio 2025

Kim Ho Yeon, “A Jeju nasce il vento” ed. 2025

                                                         Voci da mondi diversi. Corea



Kim Ho Yeon, “A Jeju nasce il vento”

Ed. Salani, trad.  , pagg. 288, Euro 17,10

 

    Jaeyeon: una donna amata da due uomini. Il primo uomo che è anche la voce narrante: Minjung che è stato innamorato di lei. Il secondo uomo: Andy, con cui Jaeyeon ha avuto una storia prima di conoscere Minjung.

    Che Jaeyeon sia morta, Minjung lo apprende da un messaggio sul cellulare, inviato dal telefono stesso della ragazza. E da qui prende inizio la narrazione, con Minjung che va al funerale dove incontra per la prima volta Andy, riconoscendolo senza averlo mai visto prima. Però Jaeyeon gliene aveva parlato. Lei lo aveva conosciuto perché insegnava saltuariamente yoga nella sua palestra e si capiva subito che Andy doveva essere il proprietario di quella palestra: alto, massiccio, muscoloso, era l’esatto contrario del mingherlino Minjung che lavorava come editore. Aveva fatto dell’editing anche sul romanzo di Jaeyeon che era riuscito a far accettare dalla sua casa editrice ed era così che si erano incontrati e innamorati.

Namhae

    A un anno dalla morte di Jaeyeon i due ex si incontrano davanti alla sua tomba- a quanto pare sono gli unici che si ricordano di lei. E da qui nasce il piano di darle un luogo di riposo che le sarebbe piaciuto di più di quello squallido cimitero. Andy, il più audace e scanzonato dei due, elabora il piano per trafugare l’urna. E dopo? Dove la porteranno? In un posto che lei abbia amato, un posto dove era stata con Minjung o uno dove era stata con Andy? Sulla spiaggia di Namhae o sull’isola di Jeju dove lei e Andy erano saliti sulle pendici di un vulcano parassita di cui Andy non ricordava il nome?

    Inizia un viaggio pretestuoso dei due rivali in amore, tra battute sui loro nomi (unendo il cognome Go al nome Minjung, il significato è ‘preoccupato’), scambi di confidenze che rivelano il carattere di ognuno dei due (pavido e sempre indeciso Minjung, rozzo, corporeo, sbrigativo e superficiale Andy), grandi bevute che ritardano il viaggio e finiscono per mettere in pericolo l’urna (in effetti le ceneri devono essere travasate nel barattolo di una bevanda energetica), telefonate dalla casa editrice che non ha rilasciato alcun permesso a Minjung per assentarsi, spreco di soldi, i due attraversano la Corea (non mancano i riferimenti alla separazione delle due Coree) e finiscono, paradossalmente, per diventare amici per unirsi contro un altro rivale- il regista che ha usato per un film il copione che Jaeyeon aveva poi trasformato in romanzo e che ha causato indirettamente la morte della ragazza.

vulcani di Jeju

    Questo non è il primo romanzo che leggiamo sull’ultimo viaggio di un defunto. Ricordiamo  “Ultimo giro” di Graham Swift, vincitore del Booker Prize 1996, in cui gli amici e il figliastro partono per esaudire l’ultimo desiderio di un macellaio di Londra, che le sue ceneri fossero versate nel mare, e “Mentre morivo” di William Faulkner, indubbiamente il più ricco fra questi romanzi, il più complesso, il più innovativo con le sue molteplici voci e le diverse interpretazioni del passato comune.

     Il romanzo di Kim Ho Yeon ha in comune con gli altri citati l’uso della nota comica, quasi dissacratoria, che rende, se possibile, meno tragico il passaggio dalla vita alla morte, che accentua la somiglianza tra il viaggio della vita- una mescolanza di eventi felici e tristi- e questo verso l’ultimo riposo dopo di che non ci sarà più nulla. Se Andy e Minjong si ubriacano, se sembra che facciano i buffoni, è per non pensare che Jaeyeon non berrà più con loro, non andrà più su una spiaggia, non si arrampicherà più su un vulcano, non realizzerà più il suo sogno di scrivere. 



la recensione del precedente romanzo, "Il minimarket della signora Yeon" è in data 29 febbraio 2024

domenica 17 novembre 2024

Han Kang, “Non dico addio” ed. 2024

                                                      Voci da mondi diversi. Corea

                                                  Guerra

premio Nobel

Han Kang, “Non dico addio”

Ed. Adelphi, trad. Lia Iovenitti, pagg. 265, Euro 20,00

 

     C’è un altro frammento di storia della Corea nel libro “Non dico addio” della scrittrice Han Kang, vincitrice del premio Nobel 2024. Un frammento che fa luce su un episodio forse ancora più doloroso della rivolta popolare di Gwangju soffocata nel sangue nel 1980 e rievocata in “Atti umani”- i massacri di Jeju in cui un numero imprecisato di persone, forse trentamila, forse di più, fu trucidato per eliminare qualunque supposto simpatizzante comunista. Lo sterminio iniziò il 3 aprile 1948- infatti viene ricordato semplicemente come ‘Jeju 4.3’- e proseguì nel 1949. Si era alla vigilia della guerra di Corea, tra il Nord, sostenuto dall’Unione Sovietica e dalla Cina, e il Sud, sostenuto dagli Stati Uniti. Nella paranoica paura del Comunismo furono proprio gli Stati Uniti a fomentare i massacri.

    La prima parte del libro era stata scritta precedentemente e solo in un secondo tempo Han Kang la rimaneggiò dandole un seguito. È uno stacco che si avverte, tra la prima e la seconda parte, e la prima parte occupa uno spazio troppo lungo, è come un’introduzione personale, tra il sogno e la realtà, ricca di immagini metaforiche, alla seconda parte che è in brutale contrasto con la prima.


La protagonista, Gyeong-ha, sta passando un periodo difficile- è sola, soffre di invalidanti emicranie, ha degli incubi ricorrenti a cui non sa dare spiegazioni. Quello che vede in sogno sembra un cimitero, invece delle lapidi ci sono dei tronchi neri su cui fiocca la neve, finché una marea avanza e lei si sveglia. La richiesta dell’amica Inseon, in ospedale perché si è tranciata due falangi lavorando il legno per il progetto del cimitero di tronchi che avrebbero dovuto realizzare insieme, la porta a Jeju, l’isola nello stretto di Corea. Inseon le ha chiesto qualcosa di strano a cui però Gyeong-ha non può sottrarsi: deve andare a dare da bere al pappagallino che altrimenti morirà.

    Inizia così il viaggio della protagonista, tra realtà, metafora, sogno, in una natura che è in apparenza pura e incontaminata, con la neve che cade in grossi fiocchi in un silenzio di ovatta. Che cosa si nasconde dietro questa apparenza? Il viaggio di Gyeong-ha per arrivare alla casa dell’amica è difficoltoso, dopo un percorso in autobus deve proseguire a piedi, perde la strada, cade lungo un pendio. Quando arriva alla casa trova il pappagallino morto, l’elettricità salta e lei rimane al buio e al freddo. Sono tutti segnali premonitori di quello che verrà a sapere, in parte raccontato da Inseon (come mai riappare accanto a lei? non era in ospedale? È un sogno? È morta e la visita sotto forma di spirito? Anche l’uccellino, che lei è sicura di avere sepolto, sembra tornare in vita) e in parte dalla madre di questa che aveva rivelato alla figlia il suo tremendo passato negli ultimi anni prima di morire e prima che la sua memoria fosse inghiottita dall’Alzheimer.


La madre e la zia erano sopravvissute al massacro in cui i loro genitori e un’altra sorella erano morti. E non avevano mai smesso di credere che anche il fratello potesse essere scampato, ne avevano seguito le tracce nelle varie prigioni da cui era passato, avevano ascoltato la testimonianza dell’uomo che lo aveva incontrato e che poi sarebbe diventato il padre di Inseon.

    Queste testimonianze spezzate, questi ricordi frammentari, gli esami delle fotografie a bassa risoluzione, i racconti a volte ripetuti- sono la parte più bella del libro, come se si scrollassero di dosso tutta la neve che è caduta su Jeju per rivelarsi, come se le cataste impressionanti di ossa bianche trovate in una grotta volessero prendere la parola e vincere lo smemoramento dell’Alzheimer, come se tutti quei bambini uccisi- quanti bambini, anche neonati-, implumi come il pappagallino morto, esigessero di avere nel ricordo la vita che non gli era stato concesso di avere.

    Non c’è fine agli orrori, nel passato e nel presente.



martedì 15 ottobre 2024

Han Kang, “Atti umani” ed. 2017

                                                      Voci da mondi diversi. Corea

                                                     guerra

premio Nobel 2024

Han Kang, “Atti umani”

Ed. Adelphi, trad. Milena Zemira Ciccimarra, pagg. 205, Euro 11,40

 

      Era il 18 maggio 1980. “5/18”- è con questa numero che si ricorda la data del massacro di Gwangju, nella Corea del Sud. Un bagno di sangue. Da 1000 a 2000 le vittime, forse di più. Come sempre, in questi casi, è impossibile sapere il numero esatto. Nell’ottobre del 1979 c’era stato un primo colpo di stato con l’assassinio del presidente Park Chung-hee, seguito da un secondo colpo di stato a due mesi di distanza: Chun Doon-hwan aveva instaurato un regime dittatoriale che aveva suscitato proteste e manifestazioni da parte di professori e studenti a partire dal marzo 1980. Si chiedevano riforme democratiche e l’abolizione della legge marziale. Seguì una violenta repressione in seguito alla quale aumentarono le proteste fino a culminare nei fatti di sangue del 18 maggio a Gwangju. L’esercito soffocò la rivolta con atti di tremenda crudeltà e il 27 maggio i carri armati entravano in città. Era stata una ‘piccola Tienanmen coreana’.

Chun Doon-hwan

    La Storia di quei giorni (poco conosciuta in Occidente) è lo sfondo del romanzo “Atti umani” della scrittrice Han Kang, vincitrice del premio Nobel 2024. È un libro grondante sangue e dolore, un racconto a più voci e in tempi diversi, perché un episodio così drammatico non si esaurisce nei giorni in cui accaddero i fatti ma lascia una ferita aperta, una memoria mai sopita delle violenze subite, della perdita di chi ci era caro, un susseguirsi di domande senza risposta su che cosa si sarebbe potuto fare per cambiare il corso del destino.

   Il libro è composto da sette ‘quadri’ con sette personaggi ed inizia con un ragazzino di quindici anni, Dong-ho (il suo nome riapparirà spesso in queste pagine, diventa il simbolo della rivolta e della spietatezza dei militari che non esitano a infierire su donne e bambini) che cerca il suo amico. Sua madre, che comparirà in quadro più avanti, aveva cercato di farlo tornare a casa prima che l’esercito entrasse in città. Non ci era riuscita e passerà il resto della sua vita a piangere il figlio e a sentirsi in colpa. Con Don-Ho entriamo nella palestra dove vengono portati i corpi di quelli che sono stati uccisi, solleviamo il lenzuolo che ricopre i cadaveri, restiamo inorriditi dalle ferite.


Una ragazza si prende cura dei morti, li ripulisce, accompagna i familiari per il riconoscimento, accende candele per smorzare il puzzo. La rivediamo cinque anni dopo, lavora come redattrice e si incarica di sottoporre i testi all’ufficio della censura- verrà portata nell’ufficio della polizia e schiaffeggiata perché denunci il nome del traduttore dell’ultima opera teatrale che ha consegnato e di cui non è rimasto quasi nulla dopo le cancellature della censura. Leggiamo di un’operaia e di un prigioniero- quello che tutte queste persone, vive o morte, hanno in comune è l’impossibilità di dimenticare. Anche i sopravvissuti sono morti, sono morti dentro. Hanno subito torture atroci, rivivono le sevizie negli incubi, cercano di annegare i ricordi nell’alcol, alcuni finiscono per suicidarsi.

    Han Kang aveva nove anni all’epoca della rivolta. Da adulta sente che è suo dovere indagare, consultare la documentazione che riesce a trovare (il viso del ragazzino Hong-do la perseguita, riesce a parlare con suo fratello), mettere per iscritto la storia di quei giorni, preservare la memoria delle persone e dei fatti, rompere la barriera del silenzio. Lo fa con uno stile asciutto che non si concede sentimentalismi- in quale altro modo si può parlare di sevizie, torture, atrocità e morte violenta? In quale altro modo si può parlare di una società in cui la pietà è morta? E l’alternarsi di voci diverse, di vivi e di morti, il passaggio da un ‘io narrante’ in prima persona ad una seconda o terza persona, lo spostarsi del tempo, dall’epoca dei fatti agli anni seguenti, fino a quelli più vicini a noi, ci dà l’idea di eternità- delle persone, ma non solo. Del dolore e dell’ingiustizia e del diritto alla libertà.

Un libro per chi vuol sapere, per chi non ha paura di confrontarsi con la malvagità umana. Da leggere.

     Un film del 2017, “A taxi driver”, diretto da Jang Hoon, si ispira alle vicende del 18 maggio 1980.



 

giovedì 29 febbraio 2024

Kim Ho-Yeon, “Il minimarket della signora Yeon” ed. 2024

                                                       Voci da mondi diversi. Corea


Kim Ho-Yeon, “Il minimarket della signora Yeon”

Ed. Salani, trad. Claudia Soddu, pagg. 272, Euro 18,00

 

     Una signora sulla settantina, Yeongsuk Yeom, è in treno quando si accorge che nella sua borsa non c’è più la pochette rosa con tutti i suoi documenti. Cerca di ricostruire i suoi movimenti, ma non ha idea di dove possa averla smarrita o dove le possa essere stata rubata. Poi squilla il suo cellulare. Una chiamata da una cabina telefonica. Una voce roca come di ‘un orso uscito dal letargo’ le chiede il nome, le dice di aver ritrovato il suo portafoglio e di essere alla stazione centrale di Seoul.

    Inizia così, con l’incontro tra una anziana professoressa in pensione e un senza tetto alcolizzato, il romanzo dello scrittore coreano Ho-Yeon Kim. È una storia di rinascita, di generosità e di altruismo che insegna che la vita va sempre in qualche modo avanti per un motivo, che ‘non siamo fatti per cadere nei fiumi, ma per attraversarli’. Che ‘un ponte è una strada, non un dirupo da cui saltare’.


    Yeongsuk Yeom ritorna in possesso della sua pochette rosa ed è talmente colpita dalla radicata onestà del barbone, che addirittura si azzuffa con dei ladruncoli che cercano di impossessarsi della borsettina, che finisce per dirgli che può venire ogni giorno nel suo minimarket e scegliere una confezione di un piatto pronto da mangiare. Perché la signora Yeom gestisce un piccolo minimarket che è sempre in perdita da quando hanno aperto altri supermercati nella zona. Per lei, a cui basterebbero i soldi della pensione, più che un investimento è un modo per restare attiva e per dare uno stipendio ai suoi dipendenti.

    La signora Yeom e il senzatetto sono i due protagonisti del romanzo, attorniati da altri personaggi- le due commesse del minimarket, il figlio della signora Yeom (che insiste perché lei venda il negozio e dia a lui i soldi), quello della più anziana delle commesse (che passa tutto il tempo chiuso nella sua stanza a fare videogiochi), clienti fissi o occasionali. L’attenzione però è sulla professoressa in pensione e sull’uomo che sembra un orso, che ha dimenticato il suo passato, che non ricorda neppure come si chiama, che sembra aver addirittura dimenticato come si faccia a parlare. Finisce per balbettare che il suo nome è ‘Dokko’, che vuol dire ‘solo’.


    Tutto incomincia da un piccolo atto di gratitudine e di compassione che porta, tuttavia, molto lontano. Qualcosa si risveglia dentro Dokko, quando Yeongsuk mostra di aver fiducia in lui e gli offre addirittura un impiego come guardiano notturno, vincendo la perplessità e, sì, l’ostilità delle due commesse. Le quali dovranno ricredersi. E l’attenzione si sposta su Dokko, sulla sua maniera di approcciare i clienti, quasi sapesse per istinto come aiutare le persone sole, offrendo loro cauti consigli, bevendo tè di mais con chi si ubriaca di soju (dopotutto lui è un esperto, anche lui ha dovuto disintossicarsi), accendendo una stufetta per chi si siede al tavolino fuori del minimarket. E non si rende neppure conto di aver offerto lo spunto per un’opera teatrale ad una scrittrice in crisi di ispirazione.


   Il finale è catartico e squarcia il velo sul passato di Dokko- la realtà deve essere affrontata, così come la colpa e il rimorso della coscienza.

È singolare come arrivino tutti dall’Oriente i romanzi che ruotano intorno a piccoli luoghi pubblici- può essere un caffè, una pasticceria, un ristorantino, una libreria di quartiere, un minimarket nel libro di Ho-Yeon. Sono libri che nascondono una grande solitudine dietro ai personaggi ed è sufficiente un incontro in uno di questi luoghi (sempre piccoli, a misura d’uomo così che sembrano circondare d’affetto chi vi entra) per dare il via ad un cambiamento di vita, ad un atto riparatorio, ad uno speranza ritrovata. Sono un poco mielosi, questi romanzi ‘buonisti’ che sostituiscono il genere ‘rosa’, ma, se scritti bene come quello di Ho-Yeon Kim, sono una gradevole lettura. Senza dire quello che ci insegnano sulla vita in Corea, sui cibi e sulle bevande, sugli stupefacenti alloggi economici per studenti, i goshiwon, che misurano in media 4 mq.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook



sabato 10 febbraio 2024

Mirinae Lee, “Le otto vite di una centenaria senza nome” ed. 2024

                                                            Voci da mondi diversi. Corea

    la Storia nel romanzo

Mirinae Lee, “Le otto vite di una centenaria senza nome”

Ed. Nord, trad. Elisa Banfi, pagg. 290, Euro 19,00

 

 In verità ce l’ha, un nome, la protagonista del romanzo. Dice di chiamarsi Miran Mook. Lei stessa, alla fine, dice che questo non è il suo vero nome, d’altra parte quanti ne ha cambiato nella sua vita? Anzi, nelle sue vite. Nelle sue otto vite, per la precisione- esordisce dicendo che è nata in Giappone (quando la Corea era occupata dai giapponesi), di aver vissuto nella Corea del Nord e di morire ora nella Corea del Sud, aggiungendo poi che è stata, in tempi diversi, un’assassina, un’artista della fuga, una schiava, una spia, una terrorista, una madre, un’amante. Dobbiamo credere a Mrs. Mook? L’arte di raccontare storie ha un suo ruolo nel romanzo e la linea di confine tra la verità e una sua alterazione è molto sottile. Dopotutto il titolo originale del libro è “The eight lives of a century-old trickster”, di un’imbrogliona: sta imbrogliando anche chi la sta ascoltando adesso?


     Miran Mook compirà a giorni 100 anni e racconta le sue vite ad un’impiegata della casa di riposo in cui è ricoverata. L’intenzione dell’impiegata era di chiedere un necrologio ai ricoverati, perché aveva letto che un impegno del genere poteva facilitare il loro addio alla vita, suggerendo di focalizzarsi su tre parole. Miran Mook, una vecchietta di cui mai si sarebbe indovinata l’età (ma era proprio la sua età?) aveva risposto che a lei sarebbero servite otto parole (a proposito, l’ottava vita è la meno esplicita, più difficile da cucire alle altre). Otto vite, quindi. Otto storie. Otto romanzi in questo romanzo opera prima di Mirinae Lee, nata a Seoul e residente ora a Hong-Kong, che si è ispirata in parte alla vita di una prozia fuggita dalla Corea del Nord.


     La signora Mook era ancora una bambina quando aveva ucciso suo padre con il veleno (avrebbe usato ancora il veleno per uccidere, ma, in tutti i casi, anche nell’assassinio di un padre violento, non esultiamo tutti per la sua audacia?), era giovanissima quando era stata presa prigioniera dai giapponesi e portata in Indonesia per diventare una ‘comfort woman’, aveva assistito alla morte di una cara amica a cui assomigliava come una goccia d’acqua, le aveva preso le scarpe e anche il nome per poi ricomparire a fianco del marito di cui l’amica le aveva tanto parlato, aveva adottato una bambina (la Mihee che avrebbe appreso tanto da lei, che arriverà in visita troppo tardi alla casa di riposo), durante la guerra di Corea aveva lavorato come interprete per l’esercito americano e poi come spia, quando viveva a Pyongyang.


    Ci vogliono otto vite per raccontare la Storia della Corea nell’arco di un secolo, flagellata dalla Guerra del Pacifico, prima, dalla Guerra di Corea dopo, divisa artificialmente in due dal 38° parallelo. E il potere affabulatorio di Miran Mook è straordinario, è stato un suo strumento di vita, uno degli insegnamenti che ha dato alla figlia- come inventare, come deviare l’attenzione di chi ascolta, come dire senza dire, il che è essenziale sotto il regime di Kim Il-sung.


Tutti gli otto ‘romanzi’, tutte le otto vite di Miran Mook sono straordinariamente coinvolgenti, anche quando soffriamo quello che sta soffrendo lei. Dalle descrizioni delle giornate infernali come donne di piacere alle esercitazioni come spia a Pyongyang (delle città sotterranee della capitale della Corea del Nord, identiche a quelle in cui le spie sarebbero state infiltrate, avevamo già letto ne “L’impero delle luci” di Kim Young-Ha, bellissimo romanzo ricordato anche da Mirinae Lee nella postfazione), dalla tranquilla vita coniugale (se il marito sospetta, non dice mai nulla, a volte ingannare è anche essere ingannato) alla passione di Miran Mook per mangiare la terra (geofagia- e lei, Miran Mook, fa distinzioni sul gusto della terra), alla conclusione, infine, che ci lascia con delle domande come è giusto che sia un racconto fatto da una donna che non può rivelare il suo vero nome- ammiriamo tutto in questo debutto che ha qualcosa di malinconico e qualcosa di grandioso nell’inventiva, nell’avvicendarsi delle storie che non si susseguono in ordine cronologico ma che, magicamente, riprendono sempre il filo di una narrazione precedente.

     Non perdetelo. Da leggere.