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sabato 3 ottobre 2026

Sarah Dunant, “La marchesa” ed. 2026

                           Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

romanzo storico

Sarah Dunant, “La marchesa”

Ed. Neri Pozza, trad. Maddalena Togliani, pagg. 336, Euro 19,00

 

   È Isabella d’Este la Marchesa del nuovo romanzo di Sarah Dunant. Nata nel 1474, andata sposa a Francesco Gonzaga, guidò la città-Stato di Mantova (lui era un guerriero e lasciava spesso a lei gli impegni politici) negli anni difficili di guerre, alleanze e tradimenti, tra la fine del secolo XV e l’inizio del XVI.

    “La marchesa” non è il solito romanzo storico imperniato su una grande figura femminile. È un romanzo di ambientazione storica ma anche un libro di storia dell’arte (Isabella era una fine collezionista e, alla sua morte, lasciò una collezione straordinaria di dipinti, sculture, libri, strumenti musicali) e, in un certo qual senso, un’autobiografia della scrittrice stessa  che appare nelle vesti della studiosa che consulta le lettere e i quaderni di Isabella conservati in un ex convento e in una chiesa, sede dell’Archivio di Stato di Mantova. Perché è proprio Sarah Dunant, anche se non ne sappiamo il nome, la ricercatrice vestita con una maglia verde foglia, pantaloni ocra alla turca e una sciarpa gialla. La scelta narrativa della scrittrice è insolita per un romanzo storico: ricordate il libro “Amabili resti” di Alice Sebold? La sua storia (era stata uccisa) viene raccontata da lei stessa che aleggia sul nostro mondo con lo sguardo di chi ha lasciato la vita terrena. Così è per Isabella- guarda, osserva, le piace la donna che ha chiesto di consultare le sue lettere (l’avrebbe volentieri presa come dama di compagnia), le piace di meno lo storico dell’arte con gli occhiali su cui fa osservazioni ironiche, e intanto sbircia le lettere che la scrittrice consulta. E ricorda.


    Le lettere sono il punto di partenza per ricostruire la sua vita da un punto di vista personalissimo, intimo o ufficiale, secondo a chi le lettere sono indirizzate. In genere non ci si può fidare di chi parla di sé, ma Isabella è straordinaria anche in questo. È obiettiva. Sa bene di non essere mai stata bella, non come la sorella Beatrice che andò sposa a Ludovico Sforza. Era stata gelosa di Beatrice, Ludovico era un bell’uomo e Milano non era Mantova. Quanto a Francesco Gonzaga- Isabella non si sentiva affatto attratta da lui e, dallo scambio di lettere con la madre, ci lascia intendere quanto le pesasse l’intimità coniugale. La felicità che Isabella non trovava a letto, la frustrazione e sì, anche la preoccupazione per quell’erede che non arrivava, erano compensate dal suo interesse per l’arte, per tutte le forme di bellezza che erano arte. Tutti i nomi più famosi degli artisti del Rinascimento, contesi da una corte e dall’altra, appaiono in queste pagine, balzano fuori dalle sue lettere, con le commissioni date, accettate, rifiutate, insieme alle puntuali note critiche della marchesa. Leonardo, Michelangelo, Brunelleschi, Mantegna, Giulio Romano- per citare solo i grandissimi.

Francesco Gonzaga

    Dai campi di battaglia (quella epica di Fornovo del 1495 è stata resa memorabile dal dipinto commissionato ex-voto da Francesco a Mantegna) alle corti di Mantova, di Ferrara e a quella papale a Roma, dalla descrizione di abiti e tessuti e arredi alla cella in cui fu rinchiuso Francesco Gonzaga, dai parti, di Isabella, della sorella rivale che morì a soli ventidue anni dando alla luce il terzo figlio, al mal francese, come veniva chiamata la sifilide, che si portò via Francesco. E sempre lei, Isabella, in primo piano, più a suo agio al governo del ducato di Mantova che nella stanza da letto. E sempre lei, Isabella, che alita sui fogli della scrittrice ricercatrice, che fa sentire la sua presenza, quasi volesse continuare a vivere, almeno sulla carta.

    E la carta ci riporta in vita una donna eccezionale.



    

domenica 20 settembre 2026

INTERVISTA A LOUISA YOUNG, autrice di "Le ore d'oro" - 15.09.2026

INTERVISTA A LOUISA YOUNG

    Soltanto lei poteva cimentarsi nell’impresa di dare un seguito alla saga dei Cazalet tanto amata da lettrici e lettori. Perché Elizabeth Jane Howard è ‘zia Jane’ per Louisa Young, una zia d’acquisto, la moglie del fratello di suo padre.

    Sa parlare anche in italiano, Louisa Young, e sembra che si diverta a mettersi alla prova. Le chiediamo come mai sa parlarlo. Ci dice che, quando era piccola, i suoi genitori vivevano a Roma e a lei piaceva moltissimo l’Italia. Avrebbe voluto avere i capelli neri e ricci, gli occhi scuri e profondi, la pelle ambrata…

    Le piace parlare, comunque, e si presta volentieri a rispondere alle domande che le vengono rivolte da me e dalle altre giornaliste presenti all’incontro.

    Noi lettori della saga dei Cazalet ci siamo sentiti orfani quando abbiamo terminato il quinto volume di Elizabeth Jane Howard. Ha provato anche Lei il nostro desiderio di sapere che cosa riservava il futuro ai personaggi che erano diventati nostri amici? E c’era un personaggio in particolare a cui si era affezionata e di cui voleva continuare la storia?

     Un personaggio che amo è Clary che mi assomiglia, poi amo Polly, mi piace la madre di Gerald e mi piace Louise che non aveva studiato ma che era così intelligente senza saperlo.

   Sì, desideravo sapere che cosa riservava la vita ai Cazalet, anche se lo scrittore deve avere rispetto per i suoi personaggi, in fin dei conti lo scrittore è un po’ come Dio, può dare la vita e la morte…

Ha sentito la responsabilità di continuare questa storia?

    Sì. Mi sono chiesta, ‘chi sono io per continuare?’, però ho anche pensato, ‘sarebbe divertente’. Ho iniziato a parlarne con la mia agente, con mia figlia, con il mio editor in Inghilterra, con l’editor della Fazi, e tutti mi hanno detto, ‘è un’ottima idea!’.

Quale è stata la parte più difficile? C’erano tanti personaggi, tanti fili da gestire…

   La parte più difficile è stato proprio il peso della responsabilità. Sapevo che tanti amavano i Cazalet, io per prima. Ma io stessa mi ritrovavo dentro il libro. Jane era sposata con il fratello di mio padre e io ho riconosciuto lo zio Peter nel marito di Louise, così come ho riconosciuto mio padre in Hugh. Nel libro ho trovato quello che i miei genitori avrebbero fatto quando avevano vent’anni. Il luogo, poi, è West London dove ho passato la mia vita. E io mi sono lanciata in questo mondo.

Jane Howard

Nel suo libro c’è come un passaggio del testimone, dai tre fratelli che dominano la narrativa di Elizabeth Jane, alle tre giovani donne. Che cosa simboleggia questo passaggio?

    Credo che gli anni ‘60 siano stati difficili per le donne che hanno 40 anni. Negli anni ‘60 le ragazze più giovani possono fare di tutto, era molto diverso da quello che avevano potuto fare Louise, Clary, Polly. Dovevano invidiare le ragazze giovani, loro che non avevano neppure potuto frequentare una scuola. Adesso c’erano meravigliose opportunità, c’era perfino la pillola che dava via libera al sesso. La generazione dei maschi se la cavava peggio. Alcuni restano sullo sfondo, altri convivono con i fantasmi del passato. I tre uomini Cazalet sapevano quello che ci si aspettava da loro. Che lavorassero nell’azienda del legname di famiglia. Ora le aspettative sono cambiate. Quando perdono la sicurezza dell’attività di famiglia, per loro è anche una liberazione. Simon ha una vita più tranquilla, pur con le difficoltà del suo essere gay. Altri personaggi maschili non sono molto interessanti, per questo li ho allontanati. Però forse li farò ritornare, forse diventeranno interessanti…

Rupert è il fratello minore che ha combattuto nella seconda guerra mondiale. La guerra lo segue nel cuore e nella testa. Incarna gli orrori del ‘900 e ha un ruolo fondamentale. Quando ha capito che per raccontare il futuro doveva tornare nel passato?

    Perché l’onda della guerra continua, lascia cicatrici fisiche e psicologiche- pensiamo solo a quanti reduci dal Vietnam si sono suicidati o hanno avuto la vita distrutta dalla droga o dall’alcol. Ha anche un effetto sulla moglie e sui figli che devono vivere con gli uomini che hanno queste cicatrici. Rupert non sa mai decidere, è legato ad un altrove.

Era un filone che richiedeva di essere sviluppato maggiormente. E ci sono Cazalet che non abbiamo ancora incontrato…

dal film

I confini tra le classi sociali si confondono, ne è una prova l’amichetta di Buttercup, la bambina di colore Omola Omole. Come è stato rompere questa bolla?

    Osservo i personaggi, come si muovono. La famiglia ha perso i soldi, ormai non tutti possono andare ad una scuola privata, non ci sono più le governanti che danno una prima scolarizzazione, alcuni vanno ad una scuola locale.

Quando andavo a scuola io, nella West London, nel 1965 c’erano 600 studenti e parlavano 86 lingue diverse. Omola fu la mia prima amica. Era nigeriana. Io sono Buttercup. Non l’ho più vista da allora. Volevo mettere Lola nel romanzo, voglio che qualcuno legga il libro e glielo faccia notare, ‘Lola, questa sei tu!’.

La scrittura. Come ha potuto continuare la scrittura di un’altra persona? Come raccontare qualcosa di nuovo così in armonia con chi l’aveva preceduta?

   Ammiro la scrittura di mia zia Jane. Ammiro la scuola di scrittrici degli anni ‘40, ‘50, ‘60, tutte sottostimate. Mi trovo ancora nella loro scrittura. Ho riletto 5 volte i Cazalet, mi sono imbevuta dello stile e della voce, non per copiarla ma per sviluppare la voce seguendo i tempi. Volevo seguire questo cambiamento come si sviluppa nella storia dentro la Storia.

Ci può raccontare un aneddoto su Elizabeth Jane Howard?

  Una volta venne a casa nostra con il marito Kingsley Amis che allora era molto famoso. Non piaceva a nessuno in famiglia, era sempre ubriaco. Quella volta Jane aveva con sé il suo romanzo che era appena stato pubblicato. C’era un altro ospite e, mentre zia Jane mostrava il suo libro, questi si avvicinò a Kingsley Amis porgendogli una copia di un suo libro per farselo firmare- ed era un libro pubblicato 5 anni prima! Mia mamma era furente per questa mancanza di riguardo verso zia Jane.


La casa. Fakenham House. Ho pensato a tutte le case dei romanzi inglesi, Thornfield Hall, Wuthering Heights, Manderley, Howards End, Darlington Hall, per citarne alcune. Fakenham House mi ha affascinato, sembra uscire da un quadro di Escher. Mi sono chiesta se, con il suo disordine architettonico, con la varietà di stili, fosse una metafora per questa famiglia con secondi matrimoni, figli di primo letto, rapporti diversi.

    Jane l’avrebbe fatta così. La casa è importante nella letteratura inglese. Poi le cose sono cambiate. Dopo la guerra non c’erano più i soldi per mantenere questo genere di casa, non si poteva più avere servitori. La casa che descrivo è anche una metafora per il declino della famiglia.

Mi è parso geniale l’inizio, sospeso tra futuro e passato: veniamo introdotti alla piccola Buttercup che rappresenta il futuro dei Cazalet e, subito dopo, leggiamo della festa di Natale del 1962, a 4 anni di distanza dal Natale con cui si chiudeva l’ultimo romanzo, nel 1958, in un’altra casa.

   Io non ci avevo pensato, a dire il vero, ma mi è già stato fatto notare. Io ho ripescato un ricordo di me stessa bambina, caduta nella neve a testa in giù, con solo gli stivaletti in vista.

Jane pensava di aver finito con la saga? O è morta prima di scrivere un altro libro? e lei ha in mente tre libri?

    Jane pensava di aver finito e sì, ci saranno altri due libri, dopo “Le ore d’oro”. Ho già scritto il secondo ma devo ancora pensare al terzo.


sabato 19 settembre 2026

Louisa Young, “Le ore d’oro” Ed. 2026

             Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

                                                      saga


Louisa Young, “Le ore d’oro”

Ed. Fazi, trad. Manuela Francescon, pagg. 432, Euro 19,00

  Sentivamo la mancanza dei Cazalet. Mai ci saremmo aspettati di vivere di nuovo insieme a loro. E invece Louisa Young, nipote di Elizabeth Jane Howard, ha ripreso in mano le loro vite dando un seguito alla saga che abbiamo amato.

E diciamo anche subito la verità- diffidavamo, da sempre, di un’operazione del genere, quando uno scrittore ‘si appropria’ di personaggi non suoi. Invece…sono bastate poche pagine per ricreare l’atmosfera speciale, per catturare la nostra attenzione, per farci innamorare di nuovo dei Cazalet, per darci l’impressione che non si fossero mai allontanati

   L’ultimo libro, il quinto, della saga, “Tutto cambia” terminava con la festa di Natale del 1958, la Duchessa era morta, a poco più di dieci anni dalla fine della guerra un’epoca era finita, quello era l’ultimo Natale che la famiglia avrebbe passato a Home Place, la dimora avita che sarà sempre oggetto di rimpianto.


   “Le ore d’oro” inizia, significativamente, il giorno di Natale del 1962. La tradizione resta uguale, i Cazalet  si riuniscono  a Fakenham Hall, la grande, stravagante, gotica casa di Polly e Gerald. Ci sono tutti, genitori, cugini, fratelli e sorelle, coniugi, figli. Si fa un poco di fatica a ricordare chi è chi, chi è genitore, figlio, fratello o sorella di chi, e per fortuna ci sono un albero genealogico e uno specchietto iniziale per aiutarci. E poi ogni capitolo, a volte lungo, a volte breve o addirittura brevissimo, è intitolato con il nome del personaggio che diventa il punto di vista della narrazione. La vecchia guardia-  Hugh, Edward, Rupert e Rachel sono i testimoni del passato e faticano a stare al passo con i tempi. Ricordiamolo, iniziano i ‘swinging Sixties’- una musica nuova con i Beatles, una nuova moda con la magrissima modella Twiggy, nuovi comportamenti facilitati da quelle nuove sigarette così rilassanti e dall’aroma inconfondibile, nuova posizione della donna nel mondo del lavoro, nuova libertà di rapporti amorosi (chissà se Rachel sa che cosa significa ‘gay’ anche se lei aveva fatto coppia con l’amica carissima ormai morta).


Le tre cugine, Polly, Louise e Clary, ormai sulla soglia dei quarant’anni, sperimentano la difficoltà di conciliare il vecchio e il nuovo modello femminile. Ognuna di loro ha un’ambizione personale- saranno in grado i loro mariti di lasciarle libere di seguire la loro strada che non significa affatto disinteressarsi della famiglia? E poi ci sono i giovanissimi, quelli che non avevano ancora avuto una parte importante sulla scena e di cui la scrittrice ci aiuta a fare la conoscenza- Georgie che ha la passione per gli animali, il serioso Andrew, Juliet che è innamorata del fratellastro, Laura che non riesce a sottrarsi al fascino trasgressivo di Londra e infine la piccola deliziosa Buttercup, un ‘afterthought’, un ripensamento, la bimba arrivata a Clary quando ormai pensava non avrebbe avuto altri figli.

     Possiamo domandarci che cosa ci affascini tanto nella lettura delle vicende di questa famiglia. Ce lo siamo già chiesto quando abbiamo letto i cinque libri di Elizabeth Jane Howard e la risposta è la stessa- è la rara capacità delle due scrittrici di rendere straordinario quello che è ordinario, di spargere polvere di stelle sul quotidiano, di farci sentire in compagnia, meno soli, di riconoscere ora in uno ora in un altro personaggio un qualche nostro pensiero, un nostro sentimento, una nostra emozione. E va riconosciuto a Louisa Young il merito di non sembrare avere una voce non sua, una voce presa a prestito.

     Il finale…be’, il finale è degno dei finali di Dickens che, pubblicando i suoi libri a fascicoli, terminava ogni puntata tenendo il lettore con il fiato sospeso, a contare i giorni fino all’uscita seguente. Aspetteremo anche noi, perché abbiamo girato l’ultima pagina col batticuore per restare delusi scoprendo che “Le ore d’oro” terminava qui.


lunedì 18 maggio 2026

Catherine Ryan Howard ed. 2026

                  Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

cento sfumature di giallo

Catherine Ryan Howard

Ed. Fazi, trad. Sabina Terziani, pagg. 372, Euro 18,52

 

    Un inizio che sembra già la fine del romanzo. Una ragazza, Emily, che viene svegliata da un rumore di notte, si alza, vede del fumo strisciare da sotto la porta di comunicazione con l’appartamento accanto, si precipita alla porta di ingresso- bloccata-, corre alle finestre- le persiane antiuragano sono abbassate, manca la corrente, impossibile alzarle, impossibile fuggire.

    È una scena che mette ansia, che invoglia ad andare avanti a leggere, a sapere quello che è successo prima e, forse, quello che succederà dopo: arriverà qualcuno a salvare Emily?

Quello che è successo prima: Emily Joyce è diventata famosa con il suo primo romanzo, “La testimone”, ha già ricevuto un consistente anticipo su un secondo romanzo ma ha un blocco, non riesce a scrivere niente, i soldi si sono volatizzati e lei fatica ad arrivare a fine mese. Ed ecco che viene contattata dalla sua casa editrice. Va in panico. Le chiederanno di restituire i soldi, considerando il tempo che è passato? E invece…sorpresa. Se lei accetta (che altre possibilità ha?), sarà la ghostwriter di quello che è stato un grande ciclista, conosciuto in tutta l’Irlanda. Jack Smyth aveva dovuto abbandonare il ciclismo dopo una caduta rovinosa, aveva sposato una donna molto bella del mondo televisivo e poi era rimasto vedovo dopo una terribile tragedia. La moglie Kate era morta nell’incendio della loro casa in una località isolata, lui si trovava al pub, avvisato da un vicino era tornato, si era precipitato nelle fiamme recuperando il corpo della moglie e restando gravemente ustionato. Era stato oggetto di compassione nell’Irlanda intera, finché era venuto fuori che Kate era morta prima dell’incendio. Da vedovo da compiangere Jack era diventato un sospetto assassino.


     Ora Jack vuole raccontare la sua storia, vuole dimostrare di essere innocente, ha bisogno di un ghostwriter che scriva per lui. Emily lo incontrerà in Florida, in una cittadina che sembra quella, costruita ad arte, di “Truman Show”, bella, ultramoderna, ‘fredda’, inquietante. E dovrà osservare regole severissime, non può neppure avere con sé il suo telefono durante gli incontri. Non sa che cosa pensare di Jack. Ha ucciso la moglie? E quelle cicatrici da ustione, che sembrano ancora carne viva? Da subito a Emily pare strano che Jack abbia intenzione di scrivere il capitolo finale confessando l’assassinio per poi smentirsi, dicendo che ‘doveva essere successo in quella maniera, ma non era stato lui’. Chi allora? Il suo amico fraterno, il suo gregario nelle corse in bicicletta?

    “Brucia il segreto” è veramente un page-turner, alternando pagine in cui leggiamo del rapporto di coppia in un countdown che ci conduce alla notte fatale ed altre in cui un altro countdown che sappiamo ci condurrà alla chiarificazione, sempre più pericolosa per Emily.


Appaiono sulla scena altri personaggi che appartengono al passato di Jack e di cui lui ha raccontato, ma- chi le è amico e chi una potenziale minaccia? quale è la verità? Chi sta dicendo la verità? A chi deve credere Emily? A chi dobbiamo credere noi lettori? Inoltre una Emily molto stressata e impaurita viene ricattata da messaggi sul cellulare che le intimano di dire tutto a Jack- anche Emily ha i suoi segreti, anche Emily ha alterato la verità.

   Il thriller psicologico di Catherine Ryan Howard ha tutto quello che possiamo chiedere ad una lettura di genere da cui vogliamo essere imprigionati- una trama non lineare che suscita dubbi nel lettore, una figura sulla cui colpevolezza restiamo in dubbio perché è un manipolatore, colpi di scena che capovolgono quello che abbiamo pensato, una scrittura fluida e vivace. Se avete bisogno di un libro che vi distragga, questo fa per voi.



venerdì 8 maggio 2026

Philip Hensher, “L’impero del gelso” ed. 2016

                       Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

romanzo storico

Philip Hensher, “L’impero del gelso”

Ed. Settecolori, trad. F. Bagatti, pagg. 743, Euro 28,00

     Ora andrò lontano su al Nord, a giocare al Grande Gioco- è la citazione ormai famosa presa da “Kim”, il fortunato romanzo di Rudyard Kipling in cui il protagonista viene coinvolto in questo ‘gioco’, l’attività di spionaggio e intrigo politico tra Inghilterra e Russia per il controllo dell’Asia centrale nel XIX secolo. In realtà il termine venne usato per la prima volta da un ufficiale britannico, Arthur Connolly, per diventare poi estremamente popolare con il saggio di Peter Hopkirk che è proprio intitolato “Il grande gioco”, the Great Game.

   Entriamo nel pieno del Grande Gioco nell’affascinante romanzo “L’impero del gelso” di Philip Hensher- e non lasciatevi impressionare dalla mole, perché le pagine scorrono via senza sforzo, come avviene sempre nei libri ben scritti e appassionanti.

    Le prime tre pagine sono dedicate ad una incisiva rappresentazione dell’emiro di Kabul. Dost Mohammed Khan è ammalato e chiama accanto a sé i suoi cinquantaquattro figli. Si presentano tutti tranne uno. Akbar ha mandato un messaggio dicendo che non può allontanarsi: la difesa dei confini del paese è più importante che sorreggere il capo del padre moribondo. Ci si aspetterebbe una reazione di sdegno da parte del Dost e invece questi approva che Akbar non sia venuto. Dei 54, “Tu, solo tra i miei figli, sei veramente mio figlio”. Una scena e delle parole che contengono in sé la fine del romanzo, composto da sezioni con diversi punti di vista, diversi personaggi al centro della scena, diverse allusioni ad altri famosi scrittori.


    È il 1830. Alexander Burns è un ambizioso ufficiale scozzese che, alla corte dell’emiro di Kabul, cerca di ingraziarselo per farne un alleato dell’Impero britannico che ha bisogno di rafforzare la difesa dei suoi confini in India. A Kabul è presente anche la sua controparte russa, l’altrettanto giovane Vitkevič- anche lui trama per conquistare l’amicizia dell’emiro per facilitare l’espansione russa verso i mari caldi del Sud. Questa sarà la trama centrale del romanzo, fiancheggiata da sottotrame in cui compare una miriade di altri personaggi, ognuno con la sua storia. In una prima sottotrama Alexander Burns è il beniamino della società londinese, incuriosita dal libro che ha scritto su quell’Afghanistan che sono in molti a non sapere neppure dove si trovi. Nella leggera atmosfera della Stagione di ricevimenti e balli  (impossibile non ricordare i romanzi di Jane Austen) Alexander Burns si innamora di Bella Garraway (lui non saprà mai che diventerà padre e che Bella dovrà ‘scomparire’ dalla scena londinese) e poi riparte per Kabul (c’è Joseph Conrad che affiora dalle pagine del diario/lettera che scrive a Bella durante il viaggio per mare) dove incontrerà un disertore inglese, fuggito dall’India dopo aver ucciso un commilitone, con una storia di violenze sessuali subite e in cerca di ragazzini che soddisfino le sue voglie. E incontrerà pure il russo Vitkevič a cui eravamo stati introdotti in un capitolo che aveva punti in comune con “Padri e figli” di Turgenev. Entrambi, insieme all’ambiguo disertore diventato mercante, sono oggetto di speculazioni e curiosità da parte degli afghani, entrambi cercano di accaparrarsi la simpatia dell’emiro.


   Sono capitoli ricchissimi e colorati, quelli in cui Hensher ci parla, tramite i suoi personaggi, del paesaggio, del clima, delle usanze, degli odori, dei colori, delle usanze dell’Afghanistan (che significato ha il ramo di gelso che parecchi di loro trovano sul cuscino del letto? Lo scopriranno troppo tardi), nonché della sostituzione di Dost Mohammed Khan sul trono con l’esecrabile Shah Shujah, il sovrano fantoccio voluto dagli inglesi. E. come prevedibile, con un Akbar come angelo vendicatore, ci avviciniamo lentamente ma in un crescendo di violenze, verso la scena finale dell’ingloriosa sconfitta inglese. Sono due brevi pagine scandite come al rullo di un tamburo dal passare dei giorni, ‘era il primo giorno di marcia, e la neve era cremisi di sangue’, ‘era il secondo giorno e la neve era cremisi di sangue’, al quinto giorno erano morti tutti gli uomini dell’Armata dell’Indo, solo uno era stato lasciato in vita, perché testimoniasse la strage. Era la fine della prima guerra anglo-afghana.

     Philip Hensher intreccia magistralmente realtà storica, personaggi esistiti veramente con immaginazione romanzesca e il risultato è un libro che ha un soffio epico, che ci insegna la Storia senza mai annoiarci.



 

sabato 18 aprile 2026

Emeric Pressburger, “Le perle di vetro” ed. 2026

                    Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

                                         Voci da mondi diversi. Ungheria                    

noir psicologico

Emeric Pressburger, “Le perle di vetro”

Ed. Astoria, pagg. 272, Euro 19,00

 

   Quello delle perle di vetro è uno degli scherzi che Karl Braun, il protagonista del romanzo di Emeric Pressburger, racconta (infiocchettandolo) alla ragazza che corteggia, Helen. Quando viveva a Parigi Karl offriva ostriche alle ragazze che frequentava e inseriva una perla di vetro dentro le valve facendo loro credere che fossero così fortunate da aver trovato un piccolo tesoro. Tutto falso, sia il fatto che avesse vissuto a Parigi, sia, naturalmente la perla. E questa falsità è la migliore immagine per rappresentare Karl Braun- il suo stesso nome era falso, prima di tutto, così come il lavoro che svolgeva a Londra. Faceva l’accordatore di pianoforti, era un appassionato di musica classica. Falso. Falso. In realtà si chiamava Otto Reitmüller, era un neurochirurgo in fuga dalla Germania sconfitta, aveva ‘lavorato’ nel campo di concentramento di Wittau facendo esperimenti sul cervello dei prigionieri.

     Anni ‘60 a Londra. Anzi, siamo alla fine degli anni ’60- si avvicina il 1968 quando anche i crimini di guerra dopo venti anni cadranno in prescrizione e Karl Braun potrà uscire allo scoperto. Perché Karl Braun è un uomo perennemente in fuga, diffidente di tutto e di tutti, puntiglioso nell’aderire all’identità che si è costruito, attento a non rivelare nulla che potrebbe suscitare sospetti, attento a non contraddirsi. Si è costruito la personalità dell’uomo qualunque, grigio, senza amicizie, tutto casa e lavoro. Sì, è tedesco, ma è venuto via nel 1933 quando ha fiutato il pericolo del nazismo.


    Poi è attratto da una giovane donna separata dal marito- può permettersi di innamorarsi di lei? Karl era stato sposato, la moglie e il loro bambino erano morti nel terribile bombardamento di Amburgo del luglio 1943. Lui era scampato per quello che considera un miracolo, un segno del destino: era stato richiamato a Wittau perché doveva assolutamente vedere la reazione di un suo ‘paziente’ all’ultimo intervento a cui lo aveva sottoposto. E non era un segnale dall’alto, se si era salvato non voleva dire che il suo lavoro era un contributo alla Scienza, che era per il bene dell’umanità e doveva essere portato avanti? Karl dice le preghiere ogni giorno, è amorevole, affettuoso e rispettoso nei confronti di Helen a cui fa da Pigmalione. Il tarlo per il lettore, la scissione della sua coscienza:  è traumatizzato dalla morte di moglie e figlio durante l’Operazione Gomorra mentre non prova nulla per la morte che è lui stesso provocare.

     Emeric Pressburger, scrittore e regista di origine ungherese la cui madre morì ad Auschwitz, riesce, pagina dopo pagina, a darci l’idea perfetta della ‘banalità del male’ di cui parla Hannah Arendt creando un personaggio che è un uomo particolarmente intelligente (impossibile non ammirare sua preparazione quando va a Parigi con Helen e deve assolutamente farle credere di averci vissuto, di riconoscere i luoghi di cui le ha parlato, deve far combaciare i minimi dettagli di tutto quello che le ha raccontato), pieno di risorse quando deve improvvisare una fuga dai due uomini che sembrano seguirlo, e nello stesso tempo è un uomo come tanti altri, capace di affetti e gesti gentili.

luogo di una delle scene finali

“Le perle di vetro” è un noir psicologico in cui la tensione cresce gradualmente- dopo la prima parte di normalità della routine a Londra c’è una accelerazione del ritmo quando Karl Braun si sente braccato ed esce dalla quotidianità improvvisando per far perdere le tracce, mostrando la parte spietata di sé quando è pronto a sacrificare Helen per la sua salvezza. Riuscirà a fuggire in Argentina (c’è un’implicita accusa nelle scene in cui Karl Braun recupera senza problemi, senza domande, il denaro lasciato vent’anni prima in una banca svizzera) o sarà raggiunto da una giusta punizione?

    Emeric Pressburger morì in Gran Bretagna, dove era molto noto per le sue sceneggiature di film, nel 1988, “Le perle di vetro” fu pubblicato per la prima volta nel 1966 ed è una bella riscoperta.




sabato 21 marzo 2026

John Galsworthy, “Il Possidente”

                                                                  OFF THE MAIN ROAD

Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
          saga

Premio Nobel

John Galsworthy, “Il Possidente”

Ed. Elliot, trad. Gian Dauli, pagg. 316, Euro 9,90

 

      “The man of property”: un classico senza tempo. La prima pagina della mia copia del libro- scritto in caratteri piccolissimi, una edizione Penguin- riporta la data e il luogo di quando lo comperai: ‘London 1961’- e, come sempre mi succede in questi casi, mi sento precipitare nella voragine del tempo. Nel mio ricordo era un libro molto bello. Lo è ancora.

    Questo è il primo di tre romanzi e due interludi, pubblicati tra il 1906 e il 1921 con il titolo “La saga dei Forsyte”. L’autore, John Galsworthy, vinse il premio Nobel nel 1932, un anno prima di morire.

È Soames Forsyte il protagonista di questo primo romanzo, è lui ‘il possidente’ (questo è il titolo in italiano), ma, insieme a lui tutta la famiglia Forsyte vive su queste pagine, e la famiglia Forsyte rappresenta l’alta media borghesia inglese- Galsworthy conia addirittura un sostantivo, ‘forsyteismo’, per indicare l’atteggiamento, il ‘credo’ della società a cui i Forsyte appartengono. Un credo che si riassume in una sola parola, ‘possesso’. È questo il metro di giudizio per stimare il valore di una persona, o di una cosa. ‘Quanto costa?’, ‘quanto avrà pagato?’, ‘su quanti soldi all’anno può contare?’. È lo stesso divario che appare in “Howards End” di Forster, del 1910, fra i Wilcoxes per cui è il denaro che conta e le sorelle Schlegel amanti dell’arte, della musica e della letteratura.

sullo schermo

    Il più anziano della famiglia, il maggiore dei numerosi fratelli e sorelle Forsyte, è Jolyon, un gran vecchio e una figura molto bella, forse perché ha già molto sofferto. Suo figlio, Jolyon come lui, ha abbandonato la moglie e la piccola June, per inseguire l’amore. Scandalo in famiglia. Oltretutto fa il pittore- un Forsyte squattrinato e artista? June è cresciuta con il nonno che la adora ed è pronto ad accettare in famiglia l’architetto Philip Bosinney di cui è innamorata. I Forsyte gli appioppano subito un soprannome che dice tutto il loro disprezzo per lui- ‘il bucaniere’, che è come dire, il filibustiere, il pirata. E tuttavia Soames, per auto glorificarsi e per ingraziarsi la moglie Irene, affida proprio al bucaniere l’incarico di costruire per lui una villa in campagna. Da questo punto tutto è prevedibile- il matrimonio di Soames con Irene è un’unione di facciata, lei è bellissima, lui l’ha corteggiata a lungo finché lei ha ceduto (soldi, sempre questione di soldi: che altre scelte ha una donna senza un patrimonio oltre a quella di sposare un uomo ricco?), Soames non riesce proprio a capire perché lei lo odi, e poi, diamine, lei è sua moglie, lei è sua, un suo possesso, una moglie deve adempiere al dovere coniugale, volente o no. E l’amore tra Irene e Bosinney è come una fiammata, povera piccola June, che possibilità ha di tenersi il fidanzato? La fiammata diventa un incendio che distruggerà tutto e tutti.


    I personaggi sono tanti ma Galsworthy è un maestro sia nell’esaminare l’evolversi dei rapporti tra padri e figli (il grande vecchio, Jolyon, si riavvicina al figlio, artista anche lui come Bosinney), tra nonno e nipoti, tra mariti e mogli, sia nella delicatezza fatta di sottintesi con cui osserva l’attrazione fatale fra Irene e l’architetto (nessuna scena li ritrae da soli eppure anche il non-detto è chiaro), sia nello scrivere del divorante desiderio di vendetta di Soames, sia, infine, nel dipingere sullo sfondo Londra con i suoi parchi e la sua nebbia o la dolce campagna inglese.

    Viene da pensare che nessuno scrittore contemporaneo è più capace di scrivere romanzi come questo.



   

venerdì 13 febbraio 2026

Emily Howes, “Le figlie del pittore” ed. 2026

                          Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

painting fiction
biografia romanzata

Emily Howes, “Le figlie del pittore”

Ed. Neri Pozza, trad. Alessandro Zabini, pagg. 352, Euro 19,95

 

   Diciamo, Thomas Gainsborough, e un flash immediato degli occhi della mente illumina i quadri per cui è famoso- ritratti di gentildonne inglesi dalla carnagione pallida ‘English rose’, vestiti di seta dai colori delicati, parrucche incipriate e gioielli, di famiglie al completo, marito, moglie, bambino e cane, sempre sullo sfondo della dolce campagna inglese o appoggiati ad una maestosa quercia. E poi i quadri che ritraggono due bambine, e sembra che il pennello sia intriso di dolcezza, che l’occhio che si è fissato su di loro le guardi in maniera diversa- c’è amore in quei quadri. Le bambine sembrano coetanee- infatti c’è solo un anno di distanza fra di loro- e si assomigliano molto, sono sempre insieme, si tengono per mano, il braccio di una circonda il collo dell’altra, si vede che sono inseparabili. Sono le due figlie del pittore, Mary (la chiamano Molly) e Margaret, Peggy per tutti, per distinguerla dalla mamma.


    Di Thomas Gainsborough sappiamo tante cose, che era nato nel 1727 a Sudbury nel Suffolk ed era morto a Londra nel 1788, che aveva sposato, appena diciannovenne, Margaret Burr, che dapprima avevano abitato a Ipswich e poi a Bath dove Gainsborough, grazie all’appoggio di Philip Thicknesse, aveva acquistato fama e aveva fatto fortuna perché tutto il bel mondo voleva essere ritratto da lui. Sappiamo anche che era un gaudente, che gli piacevano le donne- nelle pagine del libro di Emily Howes in cui il pittore è gravemente malato, dalle medicine che gli vengono somministrate e dalla descrizione delle sue condizioni capiamo quale sia la sua malattia che spesso non perdona, quasi una punizione per un comportamento troppo libero. Pure delle figlie ci è giunta qualche notizia- la voce che una di loro, Mary, fosse instabile, che comunque aveva sposato un noto oboista e che il matrimonio era finito male, che Peggy era sempre rimasta accanto alla sorella fino alla sua morte, dopo di che Molly era stata internata in una casa di cura per malati mentali.


    Il romanzo di Emily Howes inizia da Ipswich, da due bambine  che amano scorrazzare all’aria aperta, che accompagnano in campagna il padre, che le adora, quando lui va a dipingere paesaggi- sono i quadri che lui preferisce, anche se sono i ritratti quelli che vendono bene e lo fanno guadagnare. Tocca alla scrittrice, alla sua immaginazione, alla facoltà che è propria degli scrittori di riempire gli spazi vuoti, di ricostruire la possibile vita di Molly e di Peggy, basandosi sul poco che si sa. Ed è come se Emily Howes stessa fosse davanti ad una tela in cui le sorelline sono già dipinte, in primo piano, e lei si accingesse a riempire di altri personaggi lo sfondo del quadro. Nasce così la narrativa parallela di Margaret Burr, figlia dell’oste nella cui locanda alloggiano, per un breve periodo, il principe ereditario della nuova dinastia tedesca arrivata sul trono, della conseguente storia di un amore fuggevole che porta alla nascita di un’altra piccola Margaret a cui la madre racconterà la favola della bimba che può fregiarsi di un titolo nobiliare.

E intanto Molly ha comportamenti strani fin da bambina- cammina nel sonno, di tanto in tanto cade in uno stato di torpore ad occhi aperti e vacui oppure grida. Deve essere sorvegliata, Molly, ed è la sorellina minore che si attorciglia una ciocca dei suoi capelli intorno al polso per accorgersi se si alza durante la notte. Da Ipswich a Bath sperando che il cambiamento di stile di vita sia di aiuto a Molly- e lei sembra stare meglio, sembra che le crisi siano più rare. Polly è sempre vigile, quando si innamora è solo per un breve tempo che può illudersi di avere una sua vita lasciando la sorella. E poi, anche Molly si innamora dello stesso uomo…


    Leggere “Le figlie del pittore” significa, prima di tutto, accettare che si deve concedere alla scrittrice il permesso di ‘inventare’, di creare su carta ‘il possibile’, di dare voce a personaggi che questa voce non hanno avuto perché erano comparse minori nella storia di un personaggio maggiore, di fare di loro delle protagoniste di primo piano. Detto questo, possiamo godere di una lettura che dipinge un quadro, quasi riempisse il vuoto del gattino appena abbozzato in braccio a Peggy nel ritratto in cui appare con il viso appoggiato a quello di Molly.