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lunedì 18 maggio 2026

Catherine Ryan Howard ed. 2026

                  Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

cento sfumature di giallo

Catherine Ryan Howard

Ed. Fazi, trad. Sabina Terziani, pagg. 372, Euro 18,52

 

    Un inizio che sembra già la fine del romanzo. Una ragazza, Emily, che viene svegliata da un rumore di notte, si alza, vede del fumo strisciare da sotto la porta di comunicazione con l’appartamento accanto, si precipita alla porta di ingresso- bloccata-, corre alle finestre- le persiane antiuragano sono abbassate, manca la corrente, impossibile alzarle, impossibile fuggire.

    È una scena che mette ansia, che invoglia ad andare avanti a leggere, a sapere quello che è successo prima e, forse, quello che succederà dopo: arriverà qualcuno a salvare Emily?

Quello che è successo prima: Emily Joyce è diventata famosa con il suo primo romanzo, “La testimone”, ha già ricevuto un consistente anticipo su un secondo romanzo ma ha un blocco, non riesce a scrivere niente, i soldi si sono volatizzati e lei fatica ad arrivare a fine mese. Ed ecco che viene contattata dalla sua casa editrice. Va in panico. Le chiederanno di restituire i soldi, considerando il tempo che è passato? E invece…sorpresa. Se lei accetta (che altre possibilità ha?), sarà la ghostwriter di quello che è stato un grande ciclista, conosciuto in tutta l’Irlanda. Jack Smyth aveva dovuto abbandonare il ciclismo dopo una caduta rovinosa, aveva sposato una donna molto bella del mondo televisivo e poi era rimasto vedovo dopo una terribile tragedia. La moglie Kate era morta nell’incendio della loro casa in una località isolata, lui si trovava al pub, avvisato da un vicino era tornato, si era precipitato nelle fiamme recuperando il corpo della moglie e restando gravemente ustionato. Era stato oggetto di compassione nell’Irlanda intera, finché era venuto fuori che Kate era morta prima dell’incendio. Da vedovo da compiangere Jack era diventato un sospetto assassino.


     Ora Jack vuole raccontare la sua storia, vuole dimostrare di essere innocente, ha bisogno di un ghostwriter che scriva per lui. Emily lo incontrerà in Florida, in una cittadina che sembra quella, costruita ad arte, di “Truman Show”, bella, ultramoderna, ‘fredda’, inquietante. E dovrà osservare regole severissime, non può neppure avere con sé il suo telefono durante gli incontri. Non sa che cosa pensare di Jack. Ha ucciso la moglie? E quelle cicatrici da ustione, che sembrano ancora carne viva? Da subito a Emily pare strano che Jack abbia intenzione di scrivere il capitolo finale confessando l’assassinio per poi smentirsi, dicendo che ‘doveva essere successo in quella maniera, ma non era stato lui’. Chi allora? Il suo amico fraterno, il suo gregario nelle corse in bicicletta?

    “Brucia il segreto” è veramente un page-turner, alternando pagine in cui leggiamo del rapporto di coppia in un countdown che ci conduce alla notte fatale ed altre in cui un altro countdown che sappiamo ci condurrà alla chiarificazione, sempre più pericolosa per Emily.


Appaiono sulla scena altri personaggi che appartengono al passato di Jack e di cui lui ha raccontato, ma- chi le è amico e chi una potenziale minaccia? quale è la verità? Chi sta dicendo la verità? A chi deve credere Emily? A chi dobbiamo credere noi lettori? Inoltre una Emily molto stressata e impaurita viene ricattata da messaggi sul cellulare che le intimano di dire tutto a Jack- anche Emily ha i suoi segreti, anche Emily ha alterato la verità.

   Il thriller psicologico di Catherine Ryan Howard ha tutto quello che possiamo chiedere ad una lettura di genere da cui vogliamo essere imprigionati- una trama non lineare che suscita dubbi nel lettore, una figura sulla cui colpevolezza restiamo in dubbio perché è un manipolatore, colpi di scena che capovolgono quello che abbiamo pensato, una scrittura fluida e vivace. Se avete bisogno di un libro che vi distragga, questo fa per voi.



venerdì 8 maggio 2026

Philip Hensher, “L’impero del gelso” ed. 2016

                       Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

romanzo storico

Philip Hensher, “L’impero del gelso”

Ed. Settecolori, trad. F. Bagatti, pagg. 743, Euro 28,00

     Ora andrò lontano su al Nord, a giocare al Grande Gioco- è la citazione ormai famosa presa da “Kim”, il fortunato romanzo di Rudyard Kipling in cui il protagonista viene coinvolto in questo ‘gioco’, l’attività di spionaggio e intrigo politico tra Inghilterra e Russia per il controllo dell’Asia centrale nel XIX secolo. In realtà il termine venne usato per la prima volta da un ufficiale britannico, Arthur Connolly, per diventare poi estremamente popolare con il saggio di Peter Hopkirk che è proprio intitolato “Il grande gioco”, the Great Game.

   Entriamo nel pieno del Grande Gioco nell’affascinante romanzo “L’impero del gelso” di Philip Hensher- e non lasciatevi impressionare dalla mole, perché le pagine scorrono via senza sforzo, come avviene sempre nei libri ben scritti e appassionanti.

    Le prime tre pagine sono dedicate ad una incisiva rappresentazione dell’emiro di Kabul. Dost Mohammed Khan è ammalato e chiama accanto a sé i suoi cinquantaquattro figli. Si presentano tutti tranne uno. Akbar ha mandato un messaggio dicendo che non può allontanarsi: la difesa dei confini del paese è più importante che sorreggere il capo del padre moribondo. Ci si aspetterebbe una reazione di sdegno da parte del Dost e invece questi approva che Akbar non sia venuto. Dei 54, “Tu, solo tra i miei figli, sei veramente mio figlio”. Una scena e delle parole che contengono in sé la fine del romanzo, composto da sezioni con diversi punti di vista, diversi personaggi al centro della scena, diverse allusioni ad altri famosi scrittori.


    È il 1830. Alexander Burns è un ambizioso ufficiale scozzese che, alla corte dell’emiro di Kabul, cerca di ingraziarselo per farne un alleato dell’Impero britannico che ha bisogno di rafforzare la difesa dei suoi confini in India. A Kabul è presente anche la sua controparte russa, l’altrettanto giovane Vitkevič- anche lui trama per conquistare l’amicizia dell’emiro per facilitare l’espansione russa verso i mari caldi del Sud. Questa sarà la trama centrale del romanzo, fiancheggiata da sottotrame in cui compare una miriade di altri personaggi, ognuno con la sua storia. In una prima sottotrama Alexander Burns è il beniamino della società londinese, incuriosita dal libro che ha scritto su quell’Afghanistan che sono in molti a non sapere neppure dove si trovi. Nella leggera atmosfera della Stagione di ricevimenti e balli  (impossibile non ricordare i romanzi di Jane Austen) Alexander Burns si innamora di Bella Garraway (lui non saprà mai che diventerà padre e che Bella dovrà ‘scomparire’ dalla scena londinese) e poi riparte per Kabul (c’è Joseph Conrad che affiora dalle pagine del diario/lettera che scrive a Bella durante il viaggio per mare) dove incontrerà un disertore inglese, fuggito dall’India dopo aver ucciso un commilitone, con una storia di violenze sessuali subite e in cerca di ragazzini che soddisfino le sue voglie. E incontrerà pure il russo Vitkevič a cui eravamo stati introdotti in un capitolo che aveva punti in comune con “Padri e figli” di Turgenev. Entrambi, insieme all’ambiguo disertore diventato mercante, sono oggetto di speculazioni e curiosità da parte degli afghani, entrambi cercano di accaparrarsi la simpatia dell’emiro.


   Sono capitoli ricchissimi e colorati, quelli in cui Hensher ci parla, tramite i suoi personaggi, del paesaggio, del clima, delle usanze, degli odori, dei colori, delle usanze dell’Afghanistan (che significato ha il ramo di gelso che parecchi di loro trovano sul cuscino del letto? Lo scopriranno troppo tardi), nonché della sostituzione di Dost Mohammed Khan sul trono con l’esecrabile Shah Shujah, il sovrano fantoccio voluto dagli inglesi. E. come prevedibile, con un Akbar come angelo vendicatore, ci avviciniamo lentamente ma in un crescendo di violenze, verso la scena finale dell’ingloriosa sconfitta inglese. Sono due brevi pagine scandite come al rullo di un tamburo dal passare dei giorni, ‘era il primo giorno di marcia, e la neve era cremisi di sangue’, ‘era il secondo giorno e la neve era cremisi di sangue’, al quinto giorno erano morti tutti gli uomini dell’Armata dell’Indo, solo uno era stato lasciato in vita, perché testimoniasse la strage. Era la fine della prima guerra anglo-afghana.

     Philip Hensher intreccia magistralmente realtà storica, personaggi esistiti veramente con immaginazione romanzesca e il risultato è un libro che ha un soffio epico, che ci insegna la Storia senza mai annoiarci.



 

sabato 18 aprile 2026

Emeric Pressburger, “Le perle di vetro” ed. 2026

                    Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

                                         Voci da mondi diversi. Ungheria                    

noir psicologico

Emeric Pressburger, “Le perle di vetro”

Ed. Astoria, pagg. 272, Euro 19,00

 

   Quello delle perle di vetro è uno degli scherzi che Karl Braun, il protagonista del romanzo di Emeric Pressburger, racconta (infiocchettandolo) alla ragazza che corteggia, Helen. Quando viveva a Parigi Karl offriva ostriche alle ragazze che frequentava e inseriva una perla di vetro dentro le valve facendo loro credere che fossero così fortunate da aver trovato un piccolo tesoro. Tutto falso, sia il fatto che avesse vissuto a Parigi, sia, naturalmente la perla. E questa falsità è la migliore immagine per rappresentare Karl Braun- il suo stesso nome era falso, prima di tutto, così come il lavoro che svolgeva a Londra. Faceva l’accordatore di pianoforti, era un appassionato di musica classica. Falso. Falso. In realtà si chiamava Otto Reitmüller, era un neurochirurgo in fuga dalla Germania sconfitta, aveva ‘lavorato’ nel campo di concentramento di Wittau facendo esperimenti sul cervello dei prigionieri.

     Anni ‘60 a Londra. Anzi, siamo alla fine degli anni ’60- si avvicina il 1968 quando anche i crimini di guerra dopo venti anni cadranno in prescrizione e Karl Braun potrà uscire allo scoperto. Perché Karl Braun è un uomo perennemente in fuga, diffidente di tutto e di tutti, puntiglioso nell’aderire all’identità che si è costruito, attento a non rivelare nulla che potrebbe suscitare sospetti, attento a non contraddirsi. Si è costruito la personalità dell’uomo qualunque, grigio, senza amicizie, tutto casa e lavoro. Sì, è tedesco, ma è venuto via nel 1933 quando ha fiutato il pericolo del nazismo.


    Poi è attratto da una giovane donna separata dal marito- può permettersi di innamorarsi di lei? Karl era stato sposato, la moglie e il loro bambino erano morti nel terribile bombardamento di Amburgo del luglio 1943. Lui era scampato per quello che considera un miracolo, un segno del destino: era stato richiamato a Wittau perché doveva assolutamente vedere la reazione di un suo ‘paziente’ all’ultimo intervento a cui lo aveva sottoposto. E non era un segnale dall’alto, se si era salvato non voleva dire che il suo lavoro era un contributo alla Scienza, che era per il bene dell’umanità e doveva essere portato avanti? Karl dice le preghiere ogni giorno, è amorevole, affettuoso e rispettoso nei confronti di Helen a cui fa da Pigmalione. Il tarlo per il lettore, la scissione della sua coscienza:  è traumatizzato dalla morte di moglie e figlio durante l’Operazione Gomorra mentre non prova nulla per la morte che è lui stesso provocare.

     Emeric Pressburger, scrittore e regista di origine ungherese la cui madre morì ad Auschwitz, riesce, pagina dopo pagina, a darci l’idea perfetta della ‘banalità del male’ di cui parla Hannah Arendt creando un personaggio che è un uomo particolarmente intelligente (impossibile non ammirare sua preparazione quando va a Parigi con Helen e deve assolutamente farle credere di averci vissuto, di riconoscere i luoghi di cui le ha parlato, deve far combaciare i minimi dettagli di tutto quello che le ha raccontato), pieno di risorse quando deve improvvisare una fuga dai due uomini che sembrano seguirlo, e nello stesso tempo è un uomo come tanti altri, capace di affetti e gesti gentili.

luogo di una delle scene finali

“Le perle di vetro” è un noir psicologico in cui la tensione cresce gradualmente- dopo la prima parte di normalità della routine a Londra c’è una accelerazione del ritmo quando Karl Braun si sente braccato ed esce dalla quotidianità improvvisando per far perdere le tracce, mostrando la parte spietata di sé quando è pronto a sacrificare Helen per la sua salvezza. Riuscirà a fuggire in Argentina (c’è un’implicita accusa nelle scene in cui Karl Braun recupera senza problemi, senza domande, il denaro lasciato vent’anni prima in una banca svizzera) o sarà raggiunto da una giusta punizione?

    Emeric Pressburger morì in Gran Bretagna, dove era molto noto per le sue sceneggiature di film, nel 1988, “Le perle di vetro” fu pubblicato per la prima volta nel 1966 ed è una bella riscoperta.




sabato 21 marzo 2026

John Galsworthy, “Il Possidente”

                                                                  OFF THE MAIN ROAD

Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
          saga

Premio Nobel

John Galsworthy, “Il Possidente”

Ed. Elliot, trad. Gian Dauli, pagg. 316, Euro 9,90

 

      “The man of property”: un classico senza tempo. La prima pagina della mia copia del libro- scritto in caratteri piccolissimi, una edizione Penguin- riporta la data e il luogo di quando lo comperai: ‘London 1961’- e, come sempre mi succede in questi casi, mi sento precipitare nella voragine del tempo. Nel mio ricordo era un libro molto bello. Lo è ancora.

    Questo è il primo di tre romanzi e due interludi, pubblicati tra il 1906 e il 1921 con il titolo “La saga dei Forsyte”. L’autore, John Galsworthy, vinse il premio Nobel nel 1932, un anno prima di morire.

È Soames Forsyte il protagonista di questo primo romanzo, è lui ‘il possidente’ (questo è il titolo in italiano), ma, insieme a lui tutta la famiglia Forsyte vive su queste pagine, e la famiglia Forsyte rappresenta l’alta media borghesia inglese- Galsworthy conia addirittura un sostantivo, ‘forsyteismo’, per indicare l’atteggiamento, il ‘credo’ della società a cui i Forsyte appartengono. Un credo che si riassume in una sola parola, ‘possesso’. È questo il metro di giudizio per stimare il valore di una persona, o di una cosa. ‘Quanto costa?’, ‘quanto avrà pagato?’, ‘su quanti soldi all’anno può contare?’. È lo stesso divario che appare in “Howards End” di Forster, del 1910, fra i Wilcoxes per cui è il denaro che conta e le sorelle Schlegel amanti dell’arte, della musica e della letteratura.

sullo schermo

    Il più anziano della famiglia, il maggiore dei numerosi fratelli e sorelle Forsyte, è Jolyon, un gran vecchio e una figura molto bella, forse perché ha già molto sofferto. Suo figlio, Jolyon come lui, ha abbandonato la moglie e la piccola June, per inseguire l’amore. Scandalo in famiglia. Oltretutto fa il pittore- un Forsyte squattrinato e artista? June è cresciuta con il nonno che la adora ed è pronto ad accettare in famiglia l’architetto Philip Bosinney di cui è innamorata. I Forsyte gli appioppano subito un soprannome che dice tutto il loro disprezzo per lui- ‘il bucaniere’, che è come dire, il filibustiere, il pirata. E tuttavia Soames, per auto glorificarsi e per ingraziarsi la moglie Irene, affida proprio al bucaniere l’incarico di costruire per lui una villa in campagna. Da questo punto tutto è prevedibile- il matrimonio di Soames con Irene è un’unione di facciata, lei è bellissima, lui l’ha corteggiata a lungo finché lei ha ceduto (soldi, sempre questione di soldi: che altre scelte ha una donna senza un patrimonio oltre a quella di sposare un uomo ricco?), Soames non riesce proprio a capire perché lei lo odi, e poi, diamine, lei è sua moglie, lei è sua, un suo possesso, una moglie deve adempiere al dovere coniugale, volente o no. E l’amore tra Irene e Bosinney è come una fiammata, povera piccola June, che possibilità ha di tenersi il fidanzato? La fiammata diventa un incendio che distruggerà tutto e tutti.


    I personaggi sono tanti ma Galsworthy è un maestro sia nell’esaminare l’evolversi dei rapporti tra padri e figli (il grande vecchio, Jolyon, si riavvicina al figlio, artista anche lui come Bosinney), tra nonno e nipoti, tra mariti e mogli, sia nella delicatezza fatta di sottintesi con cui osserva l’attrazione fatale fra Irene e l’architetto (nessuna scena li ritrae da soli eppure anche il non-detto è chiaro), sia nello scrivere del divorante desiderio di vendetta di Soames, sia, infine, nel dipingere sullo sfondo Londra con i suoi parchi e la sua nebbia o la dolce campagna inglese.

    Viene da pensare che nessuno scrittore contemporaneo è più capace di scrivere romanzi come questo.



   

venerdì 13 febbraio 2026

Emily Howes, “Le figlie del pittore” ed. 2026

                          Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

painting fiction
biografia romanzata

Emily Howes, “Le figlie del pittore”

Ed. Neri Pozza, trad. Alessandro Zabini, pagg. 352, Euro 19,95

 

   Diciamo, Thomas Gainsborough, e un flash immediato degli occhi della mente illumina i quadri per cui è famoso- ritratti di gentildonne inglesi dalla carnagione pallida ‘English rose’, vestiti di seta dai colori delicati, parrucche incipriate e gioielli, di famiglie al completo, marito, moglie, bambino e cane, sempre sullo sfondo della dolce campagna inglese o appoggiati ad una maestosa quercia. E poi i quadri che ritraggono due bambine, e sembra che il pennello sia intriso di dolcezza, che l’occhio che si è fissato su di loro le guardi in maniera diversa- c’è amore in quei quadri. Le bambine sembrano coetanee- infatti c’è solo un anno di distanza fra di loro- e si assomigliano molto, sono sempre insieme, si tengono per mano, il braccio di una circonda il collo dell’altra, si vede che sono inseparabili. Sono le due figlie del pittore, Mary (la chiamano Molly) e Margaret, Peggy per tutti, per distinguerla dalla mamma.


    Di Thomas Gainsborough sappiamo tante cose, che era nato nel 1727 a Sudbury nel Suffolk ed era morto a Londra nel 1788, che aveva sposato, appena diciannovenne, Margaret Burr, che dapprima avevano abitato a Ipswich e poi a Bath dove Gainsborough, grazie all’appoggio di Philip Thicknesse, aveva acquistato fama e aveva fatto fortuna perché tutto il bel mondo voleva essere ritratto da lui. Sappiamo anche che era un gaudente, che gli piacevano le donne- nelle pagine del libro di Emily Howes in cui il pittore è gravemente malato, dalle medicine che gli vengono somministrate e dalla descrizione delle sue condizioni capiamo quale sia la sua malattia che spesso non perdona, quasi una punizione per un comportamento troppo libero. Pure delle figlie ci è giunta qualche notizia- la voce che una di loro, Mary, fosse instabile, che comunque aveva sposato un noto oboista e che il matrimonio era finito male, che Peggy era sempre rimasta accanto alla sorella fino alla sua morte, dopo di che Molly era stata internata in una casa di cura per malati mentali.


    Il romanzo di Emily Howes inizia da Ipswich, da due bambine  che amano scorrazzare all’aria aperta, che accompagnano in campagna il padre, che le adora, quando lui va a dipingere paesaggi- sono i quadri che lui preferisce, anche se sono i ritratti quelli che vendono bene e lo fanno guadagnare. Tocca alla scrittrice, alla sua immaginazione, alla facoltà che è propria degli scrittori di riempire gli spazi vuoti, di ricostruire la possibile vita di Molly e di Peggy, basandosi sul poco che si sa. Ed è come se Emily Howes stessa fosse davanti ad una tela in cui le sorelline sono già dipinte, in primo piano, e lei si accingesse a riempire di altri personaggi lo sfondo del quadro. Nasce così la narrativa parallela di Margaret Burr, figlia dell’oste nella cui locanda alloggiano, per un breve periodo, il principe ereditario della nuova dinastia tedesca arrivata sul trono, della conseguente storia di un amore fuggevole che porta alla nascita di un’altra piccola Margaret a cui la madre racconterà la favola della bimba che può fregiarsi di un titolo nobiliare.

E intanto Molly ha comportamenti strani fin da bambina- cammina nel sonno, di tanto in tanto cade in uno stato di torpore ad occhi aperti e vacui oppure grida. Deve essere sorvegliata, Molly, ed è la sorellina minore che si attorciglia una ciocca dei suoi capelli intorno al polso per accorgersi se si alza durante la notte. Da Ipswich a Bath sperando che il cambiamento di stile di vita sia di aiuto a Molly- e lei sembra stare meglio, sembra che le crisi siano più rare. Polly è sempre vigile, quando si innamora è solo per un breve tempo che può illudersi di avere una sua vita lasciando la sorella. E poi, anche Molly si innamora dello stesso uomo…


    Leggere “Le figlie del pittore” significa, prima di tutto, accettare che si deve concedere alla scrittrice il permesso di ‘inventare’, di creare su carta ‘il possibile’, di dare voce a personaggi che questa voce non hanno avuto perché erano comparse minori nella storia di un personaggio maggiore, di fare di loro delle protagoniste di primo piano. Detto questo, possiamo godere di una lettura che dipinge un quadro, quasi riempisse il vuoto del gattino appena abbozzato in braccio a Peggy nel ritratto in cui appare con il viso appoggiato a quello di Molly.



martedì 6 gennaio 2026

Adam Weymouth, “Il lupo solitario” ed. 2025

                            Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda


Adam Weymouth, “Il lupo solitario”

Ed. Iperborea, trad. Luca Fusari, pagg. 335, Euro 20,00

   Nell’immaginario collettivo il lupo è uno degli animali più presenti, in genere specchio della paura. D’altra parte la paura del lupo cattivo è instillata dalle favole di quando si era bambini. Cappuccetto Rosso disobbedisce alla mamma, incontra il lupo sul suo cammino, questo la precede, mangia la nonna e aspetta la bambina. La favola finisce bene, perché arriva il cacciatore, apre la pancia del lupo con un coltello, ne fa uscire la nonna e riempie la pancia di sassi…E i tre porcellini? Anche loro si salvano e il lupo finisce nel pentolone sotto il camino. Pensiamo a come il lupo è entrato nel nostro linguaggio, nella frase scaramantica ‘in bocca al lupo’ (a cui la risposta è ‘crepi il lupo), nella minaccia delle mamme ai bambini capricciosi, ‘adesso arriva il lupo’, in quel modo di dire francese, stupendo nella sua sottigliezza, ‘entre le chien et le loup’, per indicare quel momento del giorno in cui il chiarore del giorno sfuma nelle ombre della notte, tra il conosciuto e l’ignoto, tra la familiarità del cane e il pericolo del lupo.

   Lo scrittore britannico Adam Weymouth, intrigato dal potere di imporsi all’attenzione di questo animale carnivoro, si mette in cammino seguendo le orme del lupo Slavc, che nel 2011 ha lasciato i monti della Slovenia dove è nato, si è diretto prima in Austria e poi in Italia, fermandosi in Lessinia, a nord della città di Verona. Slavc ha trovato anche una compagna in Italia, la sua Giulietta con cui ha avuto dei cuccioli. E così l’Italia, che non vedeva un lupo da secoli, ha riavuto i lupi, branchi di lupi.


E’ positivo? È negativo? Difficile dare una sola risposta. Perché ci sono i difensori che propugnano la biodiversità, che vedono nel lupo una parte importante dell’ecosistema, che pensano che debba essere una specie protetta, come quella dell’altro grande carnivoro che rischia l’estinzione, l’orso. E poi ci sono i contadini e gli allevatori con le loro esigenze, con la perdita del bestiame, con le norme rigide per ricevere compensi a fronte della morte dei loro animali, con la paura di incontri sgraditi faccia a faccia con il lupo.

    Weymouth ripercorre il percorso di Slavc (il suo nome deriva dal monte Slavnik ed è anche un gioco di parole, una variante da macho di Slavko che dà l’idea di un lupo spaccone, un ‘duro’), seguendo il geolocalizzatore, indugia dove il lupo pare essersi fermato, passa le notti dove trova un rifugio, guarda le vette e le stelle e gli alberi e il sottobosco cercando di indovinare le reazioni di Slavc. E’ più che mai un viaggio di scoperta di sé, degli altri e del mondo che lo circonda, quello che fa il giornalista scrittore.

Lessinia

Conosce la solitudine e la compagnia e l’amicizia di sconosciuti che lo ospitano e gli offrono il racconto delle loro esistenze e delle loro scelte di vita. Ascolta le diverse opinioni di chi vuole abbassare il livello di protezione del lupo e di chi ha preso la decisione coraggiosa di abbandonare la città, di ritornare al lavoro manuale, quello che ti impone di alzarti quando è ancora buio e che ti spedisce a letto la sera stanco, con il pensiero delle bestie che devi accudire e proteggere. Proteggere anche dal lupo. Eppure è anche vero che pure il lupo protegge noi. Si è ipotizzato che se il lupo grigio impedisse all’alce di mangiare gli arboscelli nella foresta boreale canadese, potrebbe mitigare ogni anno le emissioni di diversi milioni di automobili, assorbite dagli alberi. E’ un po’ come l’effetto farfalla, un esempio di quanto tutto ed ognuno sia importante e abbia la sua funzione, anche se duplice.


    È morta prima Giulietta, Slavc si è trovato un’altra compagna, hanno figliato ancora, poi è morto anche lui. La loro vita è durata, per entrambi, dal 2010 al 2022. E poi, prima di ritornare in Gran Bretagna, Weymouth realizza il suo desiderio, vede un lupo. O crede di vedere un lupo. È così importante se lo abbia visto veramente o abbia creduto di vederlo o che sia stato un altro animale che ha visto? Quello che importa è che abbia visto quello che è più di un animale selvaggio- è un simbolo di determinazione, libertà, crudeltà, sì, ma anche istinto di fedeltà alla famiglia e di cura dei piccoli.

    Un libro diverso, affascinante, perché ci mette a contatto con la natura, perché un viaggio in solitudine favorisce la riflessione, perché è un mix di selvaggio e civilizzazione.



lunedì 15 dicembre 2025

Hilary Mantel, “Cambio di clima” ed. 2025

                        Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda



Hilary Mantel, “Cambio di clima”

Ed. Fazi, trad. Giuseppina Oneto, pagg. 372, Euro 19,00

 

   È appena stato pubblicato dalla casa editrice Fazi, a cui dobbiamo essere grati, “Cambio di clima”, un romanzo di Hilary Mantel del 1994, un romanzo ‘non storico’ che è stato giudicato come uno dei migliori libri degli anni ‘90.

Nel 1980 Ralph e Anna Eldred vivono nel Norfolk in una grande fattoria ristrutturata, ‘la Casa Rossa’, con i quattro figli. Cresciuto in una famiglia molto religiosa, Ralph è responsabile di un istituto di beneficienza e ogni estate ospita dei ‘casi penosi’- ragazzi sbandati, drogati, senza una famiglia e senza una casa- nella speranza di poter essere d’aiuto offrendo loro un ambiente familiare e una vita sana lontano dalla città. Sono degli idealisti, Ralph e Anna? Di certo lo erano quando, una ventina d’anni prima, erano partiti per il Sud Africa dove erano stati mandati a lavorare nella missione di una township, una delle aree urbane in cui abitavano solo i cittadini non-bianchi. Erano gli anni dell’apartheid, per Ralph e Anna era impossibile non prendere posizione contro leggi estremamente discriminatorie, al limite del disumano. Erano stati arrestati, messi in prigione e poi espulsi dal paese. Se non volevano tornare in Inghilterra, dovevano accettare di andare nel Bechuanaland (oggi Botswana). Avevano trovato ancora più miseria, servitori inaffidabili, diffidenza, malanimo. Lì erano nati i primi due figli, due gemelli, maschietto e bambina.


    La narrativa si sposta tra il presente e il passato, quello che succede adesso, nel 1980, è conseguenza di un passato dolorosissimo che viene mantenuto segreto, in famiglia e a noi lettori. Ed è un segreto tragico che suppura, che influenza i rapporti tra Ralph e Anna, tra Anna e i suoi figli. Anna non è più la ragazza fiduciosa che era partita per l’Africa, contenta di allontanarsi dai genitori. C’è come un’ombra dentro di lei, c’è un tarlo, una tristezza che viene fatta passare per un mal di cuore, perché è la cosa più facile da dire. E poi non è neppure falso, lei ha male al cuore.

Il libro iniziava con la scena di un funerale- era morto l’immobiliarista che aveva venduto la Casa Rossa agli Eldred. Ralph aveva appreso da poco che il morto era stato per anni l’amante di sua sorella. Era un segreto che tutto il paese sapeva (tranne Ralph), anche la moglie sapeva (beveva per consolarsi). Sembra un dettaglio marginale e invece- lo capiremo dopo- introduce due temi del libro, i segreti che nuocciono a tutti e il tradimento, tradimento che ha tanti aspetti, tradimento di ideali, di fiducia, di amore, di aspettative. E con il tradimento torna fuori un altro tema, quello del perdono. Dimenticare vuol dire perdonare? Oppure si può perdonare senza dimenticare? Perché, si può perdonare l’indicibile, il male assoluto?


     È uno dei ‘casi penosi’ a portare al punto di svolta del romanzo, una ragazzina difficile che gli Eldred accolgono come ospite, che riesce a fuggire, che mette in moto l’azione della polizia, che scoperchia uno dei tanti segreti, uno dei tradimenti. E c’è un altro ‘cambio di clima’ in casa Eldred, ed è il secondo cambio di clima (se per clima intendiamo anche quello dei rapporti in famiglia) in pochi giorni, dopo il cambio di clima che aveva portato Ralph e Anna in Africa e poi quello che li aveva riportati in Inghilterra. Come ci si abitua al cambio di clima atmosferico e metaforico? Come reagiscono corpi e animi e sentimenti?

     È un libro molto bello, come tutti i libri che aggiungono qualcosa di straordinario e fuori dal comune ad esperienze e storie del tutto ordinarie, che ti fanno riflettere, che sono profondi senza tediare.



domenica 30 novembre 2025

Celia Fremlin, “La lunga ombra” ed. 2025

                   Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

                                    cento sfumature di giallo



Celia Fremlin, “La lunga ombra”

Ed. Sellerio, trad. Chiara Rizzuto, pagg. 280, Euro 14,25

      La lunga ombra del titolo di questo scoppiettante giallo psicologico di Celia Fremlin, scrittrice inglese nata nel 1914 e morta nel 2009, è quella del marito di Imogen. Ivor è morto da poco in un incidente automobilistico (aveva la stanza prenotata in albergo per la sera del convegno in un’altra città, perché mai l’aveva disdetta e si era messo al volante nella notte?), ma la sua lunga ombra si estende sulla grande casa, sulla moglie (la terza) e su tutti gli ospiti (per lo più non invitati) che arriveranno per passare il Natale con Imogen, per non lasciarla sola (dicono).

    Dopo Francis Blundy, il marito eminente poeta e uomo egocentrico del romanzo di Ian McEwan, ecco Ivor, professore emerito di Lettere Classiche, un manipolatore pieno di sé, un altro uomo da cui le donne farebbero bene a tenersi alla larga. E invece cadono ai suoi piedi. La prima moglie gli aveva dato due figli e da anni era ricoverata in una casa di cura, la seconda che, a quanto pare, era l’opposto della prima- tanto era intellettuale la prima, quanto svampita la seconda- viveva alle Bermude, ed ora Imogen, nonostante qualche momento di nostalgia, tira un sospiro di sollievo, finalmente si sente libera, finalmente non deve essere in perenne servizio dei desideri del marito.


    Una di quelle prime notti in cui è sola, però, una telefonata la sveglia. Una voce maschile la accusa di aver ucciso il marito. Assurdo. Lei era a casa. No, ci sono testimoni che l’hanno vista nell’albergo dove Ivor avrebbe dovuto passare la notte. Scatta così l’elemento ‘giallo’ di questo romanzo di un umorismo noir, che mescola mystery, ghost story, giallo con un pizzico di rosa.

   Uno dopo l’altro arrivano gli ospiti (dubitiamo, nonostante le battute tra il serio e il faceto) che siano lì per far compagnia alla ‘povera’ Imogen- la figlia di Ivor in continuo disaccordo con il marito, i suoi due bambini che chiamano ‘nonna’ Imogen anche se in realtà non lo è, il figlio scapestrato che dice apertamente che è inutile che lui paghi un affitto altrove, una ragazza stravagante che lui porta con sé e che affitterà una stanza, la seconda moglie di Ivor con scatolette di pillole per ogni evenienza. E poi, dentro e fuori, la vicina di casa, la vedova modello del ‘caro Desmond’ (l’ultima frase del romanzo è dedicata al ‘caro Desmond’, un magistrale colpo di scena). Adesso che sono tutti lì iniziano ad accadere cose strane.


I bambini vedono Babbo Natale nello studio del nonno (Ivor faceva sempre la parte di Babbo Natale), un bambino ha gli incubi perché vede un volto ghignante chino su di lui di notte, un altro foglio si aggiunge ad uno scritto incompiuto di Ivor  (la calligrafia è identica), il gatto scompare, i bambini scompaiono…E la neve cade sulla campagna inglese.

     “La lunga ombra” è un giallo domestico, leggero, frizzante, una divertente demistificazione del Natale. È il libro perfetto per distrarvi e tirarvi su di morale.



   

sabato 22 novembre 2025

Ian McEwan, “Quello che possiamo sapere” ed. 2025

                     Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

        distopia

Ian McEwan, “Quello che possiamo sapere”

Ed. Einaudi, trad. Susanna Basso, pagg, 376, Euro 19,95

 

    E’ il 2119. C’è stato un drammatico cambio epocale tra il XXI secolo in cui stiamo vivendo e il XXII in cui si muovono i personaggi dello straordinario nuovo romanzo di Ian McEwan. Prima il Grande Disastro, poi l’Inondazione. A seguito di un lancio di missili le acque dell’Oceano si sono sollevate rovesciandosi su gran parte dell’Europa occidentale. La Gran Bretagna è diventata un arcipelago di isole, qualunque spostamento diventa difficoltoso. Se nel XXI secolo la sovrappopolazione era un problema, adesso questo problema è scomparso, l’Inondazione ha decimato gli abitanti del nostro pianeta. Anche i beni materiali scarseggiano, certi alimenti sono introvabili.

      In questo nuovo mondo (quanto lontano dal “Coraggioso nuovo mondo” di Huxley!) Thomas Metcalfe, studioso della letteratura degli anni tra il 1990 e il 2030, è sulle tracce di un poema scomparso. Si tratta della Corona per Vivien di Francis Blundy, una sequenza di sonetti in cui ogni sonetto inizia con il verso con cui termina quello precedente. Il grande poeta Francis Blundy lo aveva scritto per il compleanno della moglie ed era stato recitato nel 2014 ad una cena in cui erano presenti, oltre alla festeggiata, la sorella di Blundy con il marito (editor di Blundy, incaricato di scrivere la biografia del poeta), e altre coppie di amici. Il poema però era scomparso, tutto quello che se ne sapeva era i riferimenti che si erano trovati nello scambio di mail, stralci di diari, allusioni a quella sera di libagioni e cibi deliziosi ormai introvabili nel 2119. Erano tutti riuniti nel grande Casale di Blundy per quel “Second Immortal Convivio” (il riferimento era al Primo Convivio del 1817 a cui avevano partecipato Keats e Wordsworth). Era una documentazione che lasciava trapelare le correnti di amore, gelosia, invidia tra i presenti, che raccontava del primo matrimonio di Vivien con un liutaio vittima di Alzheimer in giovane età, delle ambizioni a cui Vivien aveva rinunciato per mettersi a disposizione del poeta dall’Ego smisurato- e però, a parte le parole di ammirazione per il poema, non c’era altro su che fine potesse avere fatto.


     Metcalfe riesce a dissotterrare un contenitore nel luogo dove una volta, un centinaio di anni prima, si ergeva il Casale- e questa parte del libro sembra presa da un romanzo di avventura con l’avanzare dello studioso e della moglie in un bosco inselvatichito dopo aver dovuto noleggiare un’imbarcazione con tanto di skipper per arrivare là dove un tempo era tutta terraferma. Ed ecco che inizia un secondo romanzo, del tutto diverso da quello che abbiamo letto finora. È scritto da Vivien, una sorta di diario sulla cui veridicità non possiamo avere dubbi. È tutta un’altra storia che, in certo qual modo smitizza quella precedente, una storia di amore, di tradimento, di colpa. Soprattutto di colpa e di rimorso. Dobbiamo rivedere tutto quello che abbiamo pensato del grande poeta (molto borioso, a dire il vero) e della stessa Vivien e del loro amore. E naturalmente apprendiamo che ne è stato della Corona e quale significato avesse e perché dovesse scomparire.


   Due romanzi in uno, leggere “Quello che possiamo sapere” è come guardare le due facce della stessa medaglia, e l’effetto è straniante. Il romanzo ambientato nel futuro è soffuso di un’atmosfera tragica e nello stesso tempo nostalgica (quella stessa nostalgia che prova Winston Smith nel “1984” di Orwell)- chi guarda al passato (ai giovani non interessa il passato, faticano a portare a termine la lettura di un libro di neppure cento pagine, gli studi umanistici sono in declino) prova nostalgia per un tempo in cui vivere sembrava più bello, in cui c’erano più specie di animali e di fiori, alimenti più vari e gustosi- ma che cosa sappiamo veramente del passato? Quali verità si celano dietro gli scritti del passato ormai tutti conservati in forma digitalizzata? Quale era la vera vita dei personaggi famosi e mitizzati?

Il romanzo ambientato nel presente di noi lettori toglie il velo davanti al mondo sognato e rimpianto nelle pagine del futuro, ne mostra le meschinità e le brutture ed è come se anche a noi togliessero una benda dagli occhi- forse preferivamo il nostro tempo visto attraverso la lente del futuro, forse c’è un equilibrio tra le due prospettive.


     La distopia di McEwan si basa soprattutto sulle conseguenze del cambiamento climatico, sia nell’ambiente sia nella società e nelle nazioni (l’America è diventata un luogo pericoloso dove spadroneggiano i signori delle guerra e la Nigeria è il paese più ricco del mondo) e il ‘primo’ romanzo ha un passo più lento- la ricerca del poema e la celebrazione della grandezza di Francis Blunty, nonché la storia d’amore di Metcalfe con la compagna studiosa, ci richiamano alla mente “Possessione” di Antonia Byatt-, più vivace e ricco di sorprese il “romanzo dentro il romanzo”. Quello che conta, però, quello che ci affascina, quello che ci tiene legati al testo, è proprio la loro giustapposizione, la doppia prospettiva, e quel pizzico di suspense.